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Nonviolenza. Femminile plurale. 128



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 128 del 27 settembre 2007

In questo numero:
1. Maria G. Di Rienzo: Cronaca trevigiana
2. Maria G. Di Rienzo: L'editoriale del direttore del telegiornale che non
sentiremo
3. Eesha Pandit: Sull'"Indice globale di pace"
4. Elana Ringer e Rebecca Harrison: Resistenti alla leva militare in israele
5. Parole di donne, l'impegno di Fatima Sadiqi
6. Aditi Bhaduri: La giustzia e' laica
7. Con Aung San Suu Kyi, con il popolo birmano, con la nonviolenza

1. ITALIA. MARIA G. DI RIENZO: CRONACA TREVIGIANA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo intervento.
Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici di questo foglio;
prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, narratrice,
regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche
storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica
dell'Universita' di Sydney (Australia); e' impegnata nel movimento delle
donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei
diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di
Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra
Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne
nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005. Un
piu' ampio profilo di Maria G. Di Rienzo in forma di intervista e' in
"Notizie minime della nonviolenza" n. 81]

Cosa direste se, andando dal medico di base per un dolore al braccio, costui
vi rispondesse senza mezzi termini: "Le fa male? Va bene, amputiamolo, cosi'
non sentira' piu' niente". Naturalmente, come minimo cambiereste dottore, e
forse vi verrebbe anche l'idea di rendere pubblico l'episodio: vi sarebbe
evidente, infatti, che il medico sta agendo in modo incongruo, e quindi
pericoloso. Eravate andati in ambulatorio per conoscere le cause del dolore,
e i rimedi appropriati a quelle cause: allo stesso modo, dare una risposta
purchessia ai problemi relativi a violenza e sicurezza non significa neanche
lontanamente risolverli. Ho letto che durante la manifestazione che avrebbe
dovuto mostrare la solidarieta' con le vittime e la giusta indignazione
della comunita' per il duplice omicidio di Gorgo al Monticano, efferato e
terribile, e' comparso lo striscione "Basta buonismo, reagiamo", e che sono
state dette cose che non spingono esattamente verso una riduzione della
violenza.
Puo' darsi che agli amministratori pubblici presenti alla manifestazione
vada bene cosi'. Hanno ottenuto il loro spazio sui media, ed hanno potuto
polemizzare con gli avversari politici. Puo' darsi che anche alla
maggioranza dei cittadini presenti vada bene cosi'. Hanno potuto sfogare
rabbia e angoscia, ma e' raro avere l'occasione per farlo in maniera sana,
di modo da trasformare quei sentimenti brucianti, del tutto legittimi, in
consapevolezza ed azione conseguente: pare che la manifestazione non abbia
funzionato in questo modo, come le decine e decine di iniziative simili, che
nel nostro territorio si ripetono esclusivamente quando gli acclarati
delinquenti non sono italiani. Abbiamo qualcosa da dire alla coppia di
genitori trevigiani battuta per anni da un figlio? O alla donna di
Preganziol, a cui il marito ha sfondato a martellate la testa mercoledi'
scorso? L'omicidio della madre di Faa' da parte del marito e dei figli ci
interroga, ci scuote, ci addolora allo stesso modo?
Ogni giorno scorro la cronaca sui giornali, e non ne passa uno senza che io
registri con orrore come uno zio italiano ha ucciso il nipote italiano per
un parcheggio, o un altro italiano il vicino di casa sempre italiano perche'
rumoroso, e cosi' via. Potrei sciorinarvi un tristissimo elenco di violenze
tutte "fatte in casa", per cosi' dire.
*
Ma mettiamo pure che le richieste di un rafforzamento delle forze
dell'ordine sul territorio trevigiano vengano esaudite. Non riesco comunque
a capire come, ad esempio, avere un maggior numero di "volanti" per strada
possa impedire la degenerazione di un conflitto familiare, o indurci a non
aprire la porta se colui che bussa lo conosciamo bene. Capite perfettamente
che sarebbe inutile, oltre che impossibile, avere un'auto della polizia
parcheggiata ogni cento metri (o meno, perche' una voce umana puo' urlare
raggiungendo un numero limite di decibel, ed anche l'udito umano ha un
raggio limitato).
Ne' comprendo quale effetto deterrente sull'uso della violenza per risolvere
i conflitti possa avere la proposta di trasformare Treviso in un "Grande
Fratello", con telecamere ad ogni angolo di strada: a meno di non creare
un'enorme rete di controllo con una telecamera in ogni stanza di ogni
appartamento, e beninteso collegata con la questura.
Questo aumenterebbe la nostra sicurezza?
Ho sentito anche la proposta di fornire aiuti economici a chi acquista armi.
Miei cari concittadini e concittadine, ditemelo: se aveste un'arma in casa
vi sentireste davvero "piu' sicuri"? E' dall'altro giorno la notizia
dell'uomo (italiano) che ha ucciso la propria moglie scambiandola per un
ladro. Nel paese in cui e' piu' facile in assoluto nel mondo acquistare
armi, e cioe' gli Stati Uniti, gli "incidenti" di questo tipo sono tra le
prime cause di mortalita': negli Usa ci sono, secondo l'ultimo censimento,
90 pistole ogni 100 cittadini ed il problema della violenza non l'hanno
risolto.
Vi sentireste meglio se, com'e' stato anche suggerito, udiste ogni notte "i
passi cadenzati delle pattuglie armate"? I piu' anziani tremeranno al
ricordo, credo, ma anch'io che la Gestapo non l'ho mai vista sento qualche
brivido nella schiena. Chi controllerebbe le pattuglie, con quali fini, e a
chi dovrebbero rispondere del loro operato? Se nella notte sentiste lo
schianto della porta del vicino, e le sue grida, e le "pattuglie" che lo
portano via, il vostro senso di sicurezza aumenterebbe o diminuirebbe?
*
E allora va bene lo sfogo, va bene anche riflettere sull'indulto (che per
inciso ha tutelato parecchi politici) e cercare di rendere questi
provvedimenti meno indiscriminati, e quindi capire quali misure possano con
umanita' bilanciare pena e rieducazione, ma non va bene pensare che cosi'
risolveremo il problema. C'e' un'unica cosa che da' davvero sicurezza ad una
comunita' umana: il potersi fidare degli altri. E ci si fida degli altri, in
un gruppo sociale, solo se ognuno e ognuna ha pari dignita', pari diritti, e
pari doveri, e magari (non guasta) il comune orgoglio di cio' che viene
pacificamente condiviso.
Desmond Tutu suggeri' (1999) il concetto africano di "ubuntu" (costruzione
di comunita') come valore chiave: "Una persona con ubuntu e' aperta e
disponibile agli altri, alla loro affermazione come individui. Non si sente
minacciato dalle abilita' altrui, perche' lui o lei ha la propria
assicurazione di autostima, che viene dal sapere di essere parte di un tutto
piu' grande, che soffre di diminuzione quando gli altri sono umiliati o
spossessati, quando gli altri sono torturati o oppressi, o trattati come se
fossero meno di quel che sono". In questo concetto l'autostima (vostra, mia)
si crea attraverso i modi in cui l'Altro e' trattato. Lo sviluppo positivo
del Se' e' collegato al relazionarsi con l'Altro in modo rispettoso ed
affermativo per entrambi, un modo libero dall'abuso, dallo sfruttamento,
dall'umiliazione. Quando si danno tali condizioni, se io sono in pericolo e
chiamo aiuto qualcuno accorrera', e se sono in difficolta' qualcuno mi dara'
sicuramente una mano.
*
Vogliamo cominciare a buttar via, tanto per fare un esempio, l'ideale della
competizione, ed i comportamenti ad esso correlati, il mito del "farsi da
soli", la vita vissuta come una corsa in cui bisogna arrivare primi (e ogni
mezzo e' lecito, se legittimato dalla vittoria)? Tutto questo distrugge la
cooperazione di cui abbiamo disperatamente bisogno, ci rende disumani e
spietati, ci suggerisce che la vita di una persona vale meno dei venti euro
che possiamo rubare dalla sua borsetta.
Cominciamo da noi, a trovare alternative alla violenza. Cominciamo a capire
che la violenza non risolve i conflitti, ma li aggrava. E quando un bimbo ne
picchia un altro, smettiamo di biasimare la vittima, o di dire a sua madre
che "gli insegni a difendersi". Diciamo piuttosto al nostro piccolo: gli
altri bambini non sono fatti per essere picchiati, proprio come te.

2. EDITORIALE. MARIA G. DI RIENZO: L'EDITORIALE DEL DIRETTORE DEL
TELEGIORNALE CHE NON SENTIREMO
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo intervento (modellato sull'editoriale del direttore di un
telegiornale italiano del 19 settembre 2007, che qui ovviamente non si
riproduce)]

Interviene il signor Direttore, al termine di un filmato:
"Li abbiamo sentiti anche adesso, vanno avanti a colpi di insulti, di accuse
pesantissime, di male parole. E' il fenomeno del patriarcato, non a caso
fissatosi culturalmente con l'assoluzione piena per l'omicidio di una donna
e quello, simbolico, della madre, come testimoniano le parole di Apollo
nell'Orestiade: 'Non e' lo stesso uccidere un uomo eletto al potere sulla
citta', nel nome di Dio, e una donna... Quello che si dice figlio, a
concepirlo non e' una madre: lei e' solo la nutrice di un seme. Lo
concepisce il maschio: e lei, indifferente, ne custodisce il germe...'.
Questa concezione ha avuto piu' destinatarie, differenti destinazioni,
sedimentazioni nelle scienze e nelle religioni. Molti parlano della fine del
patriarcato, forse anche per provare ad esorcizzare il pericolo. Ma cosa
accadrebbe se un giorno all'improvviso un pazzo, uno squilibrato, ascoltasse
le innumerevoli accuse formulate contro le donne, e all'improvviso, un
brutto mattino, ne lapidasse una, diciamo per immoralita'? O ne bruciasse
una sul rogo come strega? O stuprasse la figlioletta semplicemente perche'
non vi sono altre donne in casa e lui ha bisogno di soddisfarsi? O bruciasse
la casa dell'ex fidanzata che lo ha lasciato, picchiasse sistematicamente la
moglie, violentasse per punizione una donna che non lo desiderera' mai
perche' lesbica?
Una volta in Italia c'erano i cosiddetti "cattivi maestri", che additavano
come nemica una femminista, una suffragista, una pacifista, o una figlia
troppo indipendente, o una moglie non abbastanza sottomessa, e accadeva,
purtroppo, che qualcuno, piu' o meno pazzo, andasse, premesse il grilletto e
qualche volta uccidesse. Oggi, nel 3027, non abbiamo piu' maestri, per
fortuna, ne' cattivi ne' buoni. Abbiamo qualche nostalgico del 2007,
evidentemente, di cio' che fu quell'anno lontano per il nostro paese, in cui
donne si incatenavano davanti al tribunale della loro citta' per chiedere la
fine delle vessazioni dell'ex fidanzato; o venivano stuprate dall'íex, dai
tre fratelli di lui e da un suo amico, per castigo; e in cui durante un
processo per violenza carnale si presentava la claque degli amici dei
violentatori per applaudirli. La Storia, si dice, una volta tragica, quando
concede repliche diventa una farsa. Ma cosa accadrebbe se ci fosse un
percorso inverso, dalla farsa alla tragedia? Cosa accadrebbe se un mattino,
un brutto mattino, qualcuno, ascoltati quegli insulti, quelle volgarita' e
bestemmie contro l'umanita' delle donne, premesse un grilletto
all'improvviso?".

3. RIFLESSIONE. EESHA PANDIT: SULL'"INDICE GLOBALE DI PACE"
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo dal
titolo "Gridare dai tetti", di Eesha Pandit, apparso in "Reality Check",
luglio 2007.
Eesha Pandit e' condirettrice del programma di ricerca sulle liberta' civili
e l'impegno pubblico all'Hampshire College]

Il primo studio in assoluto che fornisce una graduatoria delle nazioni in
rapporto al loro livello di pace, l'Indice Globale di Pace (Igp), e' stato
di recente pubblicato dall'Economist Intelligence Unit.
Basato sulla nozione che nel concetto di pace vi e' di piu' che la mera
assenza di guerra, lo studio usa 24 indicatori per misurare la pace quale
"assenza di violenza". Fra essi vi sono le guerre interne ed esterne,
l'instabilita' politica, l'accesso alle armi e le spese militari.
Nonostante tale vasto raggio di considerazioni, l'Indice ha una pecca
fatale. Com'e' stato gia' notato dal "Christian Science Monitor" e da
"Women's E-News", omette di includere la forma maggiormente prevalente di
violenza globale: quella contro donne e bambini, che spesso si da' sotto la
copertura dell'impunita' e all'interno delle loro stesse famiglie.
In effetti, il solo componente dello studio che remotamente richiama lo
status delle donne e' il tasso di mortalita' infantile; poi ci sono, com'e'
ovvio, altre considerazioni sulla popolazione. Trattandosi di un lavoro che
ha lo scopo di guardare oltre le tradizionali conquiste militari come misure
di pace, questa e' una dolorosa negligenza, perche' e' nella propria casa
che la maggior parte della popolazione mondiale fa esperienza della
violenza. Tale esclusione significa che violazioni dei diritti umani quali i
delitti "d'onore", le mutilazioni genitali femminili, gli infanticidi delle
bambine, le violenze del partner, l'abuso sessuale e la cronica mancanza di
cure mediche per le bambine non fanno parte del quadro.
Un'omissione cosi' significativa non puo' non essere notata. E' l'esempio
perfetto del perche' le avvocate dei diritti umani delle donne hanno ancora
necessita' di gridare dai tetti che i diritti delle donne sono diritti
umani. La violenza che le donne sono costrette ad affrontare nelle loro case
e nelle loro comunita' non e' separabile dallo status delle loro nazioni.
Per questo motivo gli indicatori che lo studio incorpora sono essi stessi
incompleti. Per esempio, nel considerare solo la popolazione, i ricercatori
non riescono a comprendere che la collocazione piuttosto bassa della Cina
nell'Indice (sessantesimo posto) e' dovuta anche al fatto che l'infanticidio
femminile e' ancora uno dei piu' gravi problemi del paese. Inoltre, paesi il
cui posto nella graduatoria e' abbastanza alto hanno un livello di pace che
certamente non e' goduto da tutti i cittadini: si considerino Romania e
Polonia (26simo e 27simo posto), in cui il traffico di donne e ragazze
certamente influisce sul livello di pace goduto all'interno dei loro
confini.
Mentre, al primo sguardo, l'omissione della violenza contro donne e bambini
dall'Indice Globale di Pace puo' apparire come un fatto di mera negligenza
(e' una dimenticanza sin troppo comune), essa e' qualcosa di piu'. Questo
tipo di razionalita' e' sintomatico di un problema piu' vasto: le questioni
che le donne affrontano non vengono registrate sullo scenario internazionale
come questioni che in realta' interessano tutti. Non sono fatti nazionali o
internazionali, in questa percezione, sono semplicemente casi personali.
Abbiamo gia' sperimentato in precedenza tale tipo di ragionamento: il lavoro
domestico delle donne viene a stento preso in considerazione nelle
riflessioni su come l'economia capitalista funzioni attualmente; gli stupri
non sono visti come crimini di guerra e i crimini che si danno all'interno
delle case vanno al di la' della giurisdizione statale.
Dall'altro lato, cio' che dovrebbe restare personale viene trascinato
nell'arena pubblica. Osservate i pubblici dibattiti attorno al corpo
femminile quando una donna decide di avere o non avere un figlio, o il modo
in cui le nostre famiglie sono costruite: non sono faccende che si decida di
tralasciare facilmente.
I ricercatori ed i finanziatori del rapporto guardano forse a queste istanze
come a qualcosa di incorporato negli indicatori da loro scelti, e ad un
certo livello cio' potrebbe essere corretto: lo status delle donne
sicuramente ha influenza su altri aspetti, come l'entita' della popolazione
o la sicurezza economica. Tuttavia, non esplicitando le connessioni, essi
cadono in una vecchia trappola politica. Prendono in considerazione i
"livelli di crimine violento" senza dar conto del fatto che in moltissimi
luoghi la violenza domestica e quella del partner non sono ritenuti crimini.
Omettono di riconoscere che la violenza individuale e' inestricabilmente
connessa alla violenza internazionale. Non comprendono che il piu' accurato
segnale dello status di una donna in una societa' e' il controllo che essa
ha sulle proprie scelte riproduttive. Non riescono a capire che i bambini
che crescono in case ove le loro madri, le loro sorelle e loro stessi
vengono brutalizzati, non stanno vivendo un'esistenza pacifica. Riporto dal
sito web di Igp, "Vision of Humanity": "La pace e' un concetto potente.
Tuttavia la nozione di pace, ed il suo valore nel mondo dell'economia, sono
compresi male. Storicamente, la pace e' stata vista come qualcosa che si
vinceva con la guerra, oppure come un ideale altruistico. Ci sono
definizioni contrastanti di pace e la maggior parte della ricerca sulla pace
e', in realta', lo studio del conflitto violento. 'Vision of Humanity'
contiene i risultati dell'Indice Globale di Pace ed altro materiale
interessante sulla pace. Contiene anche una sezione sulle istituzioni che
hanno bisogno di aiuto per finanziare iniziative relative alla pace. Questa
risorsa verra' aggiornata nel tempo per aggregare ad essa materiale piu'
rilevante, che dimostrera' le connessioni tra pace e sostenibilita'".
Noi possiamo solo sperare che nelle edizioni future i supervisori dello
studio tenteranno di recuperare le clamorose omissioni, e faranno lo sforzo
di capire veramente cosa significa vivere in pace.

4. ISRAELE. ELANA RINGER E REBECCA HARRISON: RESISTENTI ALLA LEVA MILITARE
IN ISRAELE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo
pubblicato dalla "Reuters" il 23 settembre 2007]

Gerusalemme. Per molti e' una traditrice, una vigliacca e una parassita. Ma
Saar Vardi, diciassettenne "resistente alla leva", dice che se piu' persone
la pensassero come lei il Medio Oriente sarebbe un luogo molto piu'
pacifico. Vardi fa parte di un crescente gruppo di giovani israeliani che
sta rifiutando di prestare servizio militare, spesso come atto di protesta
contro l'occupazione dei territori palestinesi, o a causa dell'impopolare
guerra contro il Libano dell'anno scorso.
Le statistiche dell'esercito mostrano che il numero di giovani che non si
sta iscrivendo e' cresciuto in questi ultimi anni, e tocca un maschio su
quattro ed il 43% delle femmine.
"Mi danno della traditrice, e dicono che il mio paese mi ha dato tanto e che
io non voglio rendere nulla in cambio, come una parassita", racconta Saar
Vardi, "Ma io so in cosa credo. Se davvero tutti vedessero le cose come le
vedo io non avremmo bisogno di nessun esercito".
La maggior parte degli uomini israeliani deve prestare servizio
nell'esercito per tre anni, e sono suscettibili di essere richiamati dalla
riserva a meno che non possano dimostrare di essere fisicamente o
psichicamente inabili al combattimento, o di provenire da un ambiente
ultraortodosso. Le donne devono prestare servizio per 21 mesi.
Fino a tempi recenti, decidere di non entrare nell'esercito era largamente
tabu' in una nazione che e' nata dalla guerra, e che e' in costante
conflitto con i vicini arabi. Vedere gruppi di giovani soldati armati di
fucili e' normale sulle strade di Israele, e per molti servire nell'esercito
va al cuore dell'identita' nazionale. Il tentativo di evitare la leva ha
dato inizio ad un acceso dibattito sui media, ed il governo sta preparandosi
ad intervenire. "Quando un soldato va in battaglia, non deve avere la
sensazione che una parte della societa' lo giudichi spregevole", aveva gia'
detto in luglio il Ministro della Difesa, Ehud Barak, "Eí giunto il momento
di tornare ai giorni in cui servire nell'esercito era un diritto ed un
onore, ed evitarlo era come portare su di se' il marchio di Caino".
Gli ebrei ultraortodossi sono stati esentati dal servizio per anni, ed il
loro numero sta crescendo. Ma sempre piu' israeliani laici stanno trovando
modi di farlo, alcuni dichiarandosi obiettori di coscienza, altri
dichiarandosi "inadatti". Alcuni argomentano che sono disgustati all'idea di
combattere per una forza di occupazione, e sono pronti ad andare in prigione
per cio' in cui credono. Altri dicono che non hanno fiducia nel governo di
Ehud Olmert al punto di rischiare la vita per esso, e aggiungono che il
Primo Ministro ha gia' agito impulsivamente nel dichiarare guerra al Libano
lo scorso anno. E alcuni giovani israeliani dichiarano semplicemente di
volersi dedicare agli studi o al lavoro. "Ci sono guerre continue, e
l'occupazione continua", dice Hagay Matar, che ha passato due anni in
prigione per aver rifiutato la leva, "La gente comincia a pensare che non e'
obbligata a farlo".
Ma molti sindaci hanno giurato, ad esempio, di non permettere agli artisti
che non abbiano svolto servizio militare di partecipare alle celebrazioni
per il sessantesimo anniversario di Israele l'anno prossimo, ed uno di essi
ha suggerito di negare agli obiettori gli impieghi municipali. Alcuni
commentatori stanno ossessivamente ricordando che chi rifiuta il servizio
militare va in galera: "Lo schivare la leva e' un cancro, un cancro che
divora le fondamenta di Israele come societa'", ha detto il giornalista
Eitan Haber, che scrive sul quotidiano piu' letto del paese, lo "Yedioth
Ahronoth", "Non vogliono prestare servizio? Gli si dia un kit di preghiera e
l'uniforme della prigione".
Ma i "resistenti" hanno anche i loro sostenitori. L'editorialista Yonatan
Gefen ha chiesto sul giornale "Ma'ariv" perche' i giovani israeliani
dovrebbero avere la volonta' di combattere in un esercito che "non sa
perche' si muore". Un altro opinionista sostiene che Israele dovrebbe
favorire un esercito fatto di professionisti volontari, e concentrarsi sulla
tecnologia e lo spionaggio invece che sui numeri, soprattutto da quando e'
dimostrato che l'esercito non puo' eliminare la guerriglia, com'e' accaduto
in Libano. "Le guerre moderne non sono basate su una massa di soldati
appiedati", ha scritto il commentatore Gabi Nitzam sullo "Yedioth Ahronoth"
il mese scorso.
Il governo di Israele sta tentando di rendere l'esercito piu' attraente per
i giovani, permettendo a promettenti sportivi, musicisti e persino modelli
delle case di moda, di trascorrere il periodo del loro servizio lontano dal
fronte e di continuare a curare le loro carriere. Il governo sta anche
pianificando il lancio di un programma di servizio civile, che darebbe agli
obiettori di coscienza, a coloro che fisicamente sono impossibilitati ad
arruolarsi, agli ultraortodossi ed agli arabi israeliani (che sono esentati
dalla leva) la possibilita' di servire il paese in altri modi.
Reuven Gal, che ha diretto la commissione che ha fornito le raccomandazioni
al governo per il nuovo programma, dice che gli israeliani dovrebbero avere
l'opportunita' di non entrare nell'esercito senza per questo evitare
completamente il loro "dovere nazionale".
"Vogliamo creare una norma, in cui una persona che non si arruola va nel
servizio civile", dice Gal, "Dovremmo smettere di generalizzare, e di dire
che chiunque eviti la leva militare va impiccato sulla pubblica piazza".

5. MAROCCO. PAROLE DI DONNE, L'IMPEGNO DI FATIMA SADIQI
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo
apparso - non firmato - su "Ms. Magazine" di agosto 2007]

Sino al 2007, le donne marocchine che sposavano stranieri non potevano
trasmettere la cittadinanza ai loro figli i quali, anno dopo anno, dovevano
ottenere il permesso di soggiorno per risiedere nel loro stesso paese.
Infine, dopo decenni di proteste femministe, il Parlamento ha garantito
l'eguaglianza fra madre e padre nel determinare la nazionalita' dei figli.
La nuova legge sulla cittadinanza segue la legge familiare del 2004
(Moudawana), che riconosce alle donne tutta una serie di diritti civili.
L'eta' minima per il matrimonio e' stata elevata dai 15 ai 18 anni; le donne
possono ora sposarsi senza dover ottenere il consenso di un "wali" (tutore
maritale maschio); la poligamia e' stata ristretta ai casi in cui le mogli,
inclusa la nuova sposa, stipulino contratti scritti successivamente
approvati da un giudice; e gli uomini non possono piu' "ripudiare"
unilateralmente le loro mogli senza fornire loro un compenso.
Una delle femministe responsabili di tali cambiamenti e' Fatima Sadiqi, una
studiosa marocchina berbera docente all'Universita' di Fes, nonche' una
linguista che si sta specializzando nello scoprire come uomini e donne usano
il linguaggio in Marocco. Ha scoperto che le persone la cui lingua madre e'
il berbero soffrono di scarso accesso ad informazioni e risorse anche
perche' parlano quella che viene ritenuta una "lingua femminile", legata
alla casa ed alla terra.
In Marocco predominano l'arabo, il francese e l'inglese, ma piu' donne e
bambine che uomini parlano esclusivamente il berbero, non frequentano le
scuole e sono analfabete (in alcune aree rurali si tocca il 90% di donne
analfabete).
Fatima Sadiqi ha messo in luce potenti connessioni tra il linguaggio ed i
diritti delle donne. "Io vedo il riconoscimento ufficiale del berbero come
il riconoscimento delle donne berbere", dice Sadiqi, autrice del primo testo
di grammatica per quest'antica lingua parlata ancora da milioni di persone.
La docente ha anche lottato per l'inclusione della voce delle donne
marocchine nell'ambito dell'istruzione: "Volevo aiutare a democratizzare i
nostri studi superiori, introducendo gli studi di genere". E cosi', quando
ha rilevato la totale assenza di testi a firma di donne nei corsi
universitari, ha creato il primo programma di studi di genere del Nord
Africa.
"Il nuovo Codice di famiglia ha grandemente democratizzato il dibattito
sulle istanze delle donne, ed ha introdotto l'idea dell'uguaglianza tra i
coniugi. Naturalmente, non tutti credono in questa uguaglianza, ma almeno la
gente ne discute", dice ancora Sadiqi.
Facendo rete con altre femministe marocchine ed acutamente consapevole del
potere delle parole, Sadiqi ha fatto campagna per la nuova legge familiare,
parlando in tv e scrivendo sui giornali, nonche' organizzando grandi
conferenze internazionali sulle donne, il linguaggio e lo sviluppo. "Il re
attuale (Mohammed VI) mise in chiaro sin dal suo primo discorso pubblico che
intendeva migliorare lo status delle donne", racconta, "A livello simbolico,
questo e' stato di enorme aiuto al movimento femminista, che costantemente
deve negoziare le questioni di potere sia con la monarchia sia con gli
islamisti radicali".
Ma molto prima della lotta per il Codice di famiglia, Sadiqi ha usato il suo
lavoro sulle lingue ed il potere per dare forza al femminismo marocchino. I
suoi studi l'hanno portata a ricevere inviti per tenere docenze all'estero
(incluso l'anno scorso che ha passato insegnando ad Harvard) ed a fondare il
"Centro Isis per donne e sviluppo" a Fes. Sadiqi e' anche la curatrice di un
libro che uscira' quest'anno per Feminist Press: Le donne scrivono l'Africa:
la regione del nord, che include testi orali e scritti provenienti da
numerose lingue e culture.
Fatima Sadiqi dice che tutto comincio' nel suo villaggio berbero, dove erano
pochissime le donne che sapessero leggere e scrivere. "Lo devo alla mia
famiglia, in particolar modo a mio padre, che mi ha portato a scuola e ha
sempre creduto in me".

6. INDIA. ADITI BHADURI: LA GIUSTIZIA E' LAICA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo.
Aditi Bhaduri e' consulente per le questioni di genere, giornalista
indipendente, corrispondente dall'India per "We News"]

Nuova Delhi. La fragile, esausta, illetterata Imrana e' solo una donna fra
le migliaia e migliaia di altre che vivono nei villaggi dell'India. Pure
Imrana (nell'India rurale le donne sono spesso conosciute solo con il primo
nome) sta diventando un simbolo di cambiamento e resistenza per le donne
musulmane del paese.
Nel giugno 2005, la ventottenne Imrana, madre di cinque figli e residente
nel villaggio di  Charthawal dello stato indiano dell'Uttar Pradesh, si
lamento' con il marito, conducente di riscio', del fatto che il suocero Ali
Mohammed l'aveva stuprata mentre lui era assente. Sebbene l'India sia un
paese laico, i leader musulmani insistono nell'applicare la sharia o legge
islamica nelle questioni personali quali il matrimonio, il divorzio e
l'eredita'. Questo e' stato il primo sistema di giustizia a cui Imrana si e'
rivolta.
Il consiglio del villaggio, composto da cinque maschi anziani, decreto' che
il suo matrimonio doveva essere sciolto perche' Imrana era diventata "haram"
(peccatrice) da quando aveva avuto contatti sessuali con il padre di suo
marito. Nei villaggi indiani in cui non vi sono tribunali ufficiali, questi
anziani spesso agiscono come giuria e giudici, sebbene non siano titolati a
farlo da null'altro che dall'assenso degli abitanti locali. La "madrasa"
Darul ul Uloom, un seminario islamico che detiene una certa influenza sui
musulmani dell'Asia del sud, ratifico' il verdetto ed emise una "fatwa",
ovvero un editto religioso che confermava la decisione del consiglio del
villaggio. Nessuna considerazione fu fatta sulla natura coercitiva del
rapporto sessuale che Imrana aveva avuto con il suocero. Un consiglio di 41
studiosi musulmani, istituito nel 1973 come arbitro delle questioni
islamiche, pure ratifico' il verdetto. Ma tutte queste legittimazioni
successive si sono ritorte contro chi le ha emesse. I gruppi di donne sono
accorsi prontamente in sostegno di Imrana, ed hanno portato il caso davanti
ai tribunali laici.
Nell'ottobre 2006, la corte di giustizia locale condanno' il suocero, Ali
Mohammed, ad otto anni di prigione per stupro, ed al pagamento di 8.000
rupie (circa 170 dollari) ad Imrana come risarcimento. L'íuomo e' ricorso in
appello, e i gruppi di donne in tutta l'India stanno aspettando la sentenza
definitiva con molta attenzione.
Il rifiuto di Imrana di sottomettersi alla pressione clericale e' un
precedente importante per le donne musulmane, dice Saba Ali Osman,
giornalista musulmana di Nuova Delhi: "La religione in questi casi non
c'entra niente. Lo stupro e' un crimine, e come tale deve essere punito".
Essendo il 13% della popolazione, 140 milioni di individui, i musulmani
indiani sono per numero la seconda comunita' mondiale musulmana. Si tratta
di un gruppo che tende a resistere ad ogni innovazione, e il cui tasso di
alfabetizzazione e' assai basso, il che tende ad isolarli dalle forze
progressiste interne all'Islam e dai vasti cambiamenti sociali che stanno
accadendo molto rapidamente in India. Per le donne, cio' significa avere a
che fare con una delle culture piu' restrittive fra quelle esistenti nel
mondo musulmano. Nell'India musulmana un uomo puo' divorziare dalla moglie
con il semplice espediente di ripetere "talaq" tre volte, e la donna non ha
possibilita' di opporsi, ne' la medesima opportunita'. La poligamia e'
diffusa, assieme ai matrimoni in eta' giovanissima per le ragazze (di solito
al comparire della puberta'). La maggior parte di tali pratiche sono state
bandite o riformate in paesi a maggioranza musulmana come la Turchia, la
Tunisia ed il Marocco.
Il caso di Imrana ha avuto eco in tutto il paese. Dopo la "fatwa" che
ratificava la decisione del consiglio del villaggio, ordinando il divorzio
di Imrana, un altro consiglio, quello delle Donne indiane musulmane, formato
da attiviste nel 2005 a Lucknow, immediatamente rigetto' la sentenza e
avviso' che avrebbe invocato il codice penale laico del paese contro chi
l'aveva emessa.
Subhashini Ali, presidente dell'Associazione democratica delle donne
indiane, mobilito' circa 1.500 altre donne, in maggioranza musulmane, con
cui protesto' di fronte alla casa di Ali Mohammed gia' nel giugno del 2005.
"Si tratto' della prima dimostrazione di donne in quel villaggio. Chiarimmo
che volevamo leggi umanitarie, non leggi religiose". Le donne marciarono
infatti dal villaggio al tribunale del distretto, chiedendo giustizia. Di
conseguenza, la polizia locale arresto' il suocero di Imrana con l'accusa di
stupro. Le dimostranti chiesero anche che i tribunali religiosi venissero
smantellati. Due ong dello stato dell'Uttar Pradesh che assistono le donne
musulmane, Astitva e Disha, aiutarono Imrana a compilare la denuncia alla
polizia e a sottoporsi ad esami medici per provare la violenza subita. "Non
e' facile convincere una donna semianalfabeta a compiere questi passi, ma
Imrana ha sempre mostrato un coraggio indomito".
Da quando il caso di Imrana divenne pubblico nel 2005, i gruppi di donne
hanno organizzato proteste, manifestazioni e petizioni di continuo, in
solidarieta' con lei e contro le sentenze religiose in generale. La
pressione e' stata talmente forte che il consiglio dei 41 studiosi musulmani
ha cominciato a prendere le distanze dalle sentenze emesse dai tribunali
basati sulla sharia, cosi' come dalle "fatwa" emesse dal seminario di Darul
ul Uloom. Il consiglio non ha diffuso comunicati ai media sulla questione,
ne' ha mai commentato l'attivismo delle donne. Il seminario, da parte sua,
ha finito per negare che la "fatwa" avesse a che fare con Imrana, dicendo
che si era trattato di un'iniziativa personale di due chierici, che essi
erano stati successivamente allontanati, e che l'opinione di costoro non era
certo l'opinione ufficiale del seminario.
Nello scorso gennaio, grazie anche all'impulso fornito dal caso di Imrana,
e' nato il Movimento delle donne indiane musulmane, un gruppo su base
nazionale che si e' diffuso in tredici stati e che oggi conta 2.000
associate registrate. Ma le attiviste musulmane hanno anche ricevuto ferite.
Imrana ed altre sono state minacciate di morte dal clero musulmano e
all'interno delle loro stesse comunita'. Solo una settimana dopo la denuncia
della donna, settanta chierici musulmani dichiararono le sue azioni
"anti-islamiche". Il presidente del tribunale islamico, Maulana Imran,
sostiene ancora che la coppia dovrebbe divorziare ma Imrana e suo marito,
Nur Ilahi, non intendono farlo. Si sono trasferiti nel villaggio di
Kokrajhar, e sono ospiti della madre di lei. L'Associazione democratica
delle donne indiane ha comprato per loro un pezzetto di terra, su cui la
coppia sta costruendo la propria nuova casa.

7. LE ULTIME COSE. CON AUNG SAN SUU KYI, CON IL POPOLO BIRMANO, CON LA
NONVIOLENZA
[Aung San Suu Kyi, figlia di Aung San (il leader indipendentista birmano
assassinato a 32 anni), e' la leader nonviolenta del movimento democratico
in Myanmar (Birmania) ed ha subito - e subisce tuttora - durissime
persecuzioni da parte della dittatura militare; nel 1991 le e' stato
conferito il premio Nobel per la pace. Opere di Aung San Suu Kyi: Libera
dalla paura, Sperling & Kupfer, Milano 1996, 2005; Lettere dalla mia
Birmania, Sperling & Kupfer, Milano 2007]

Subito, ovunque, promuoviamo iniziative di solidarieta' con Aung San Suu
Kyi, con il popolo birmano, con la lotta nonviolenta per i diritti umani di
tutti gli esseri umani.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 128 del 27 settembre 2007

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