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Nonviolenza. Femminile plurale. 133



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 133 del 20 ottobre 2007

In questo numero:
1. Il 21 ottobre a Roma
2. A Brescia il 21 ottobre
3. "Usciamo dal silenzio": Il 24 ottobre a Milano
4. Lea Melandri: Una riflessione in dialogo con Barbara Duden
5. Lea Melandri: La visibilita' che acceca
6. Lea Melandri: Una perversa normalita'

1. INCONTRI. IL 21 OTTOBRE A ROMA
[Riproponiamo il seguente invito]

Care amiche,
il costante aumento di violenza maschile sulle donne e di femminicidi, che
avvengono soprattutto in contesti familiari, ci hanno fatto riflettere
sull'urgenza di organizzare una manifestazione che mobiliti a livello
nazionale donne, associazioni e rappresentanze sociali contro la violenza
sulle donne.
Per verificare l'effettiva capacita' organizzativa di un evento di tale
complessita' vi invitiamo a partecipare tutte ad una assemblea pubblica che
si terra' alla Casa internazionale delle donne (via della Lungara 19, Roma)
domenica 21 ottobre, alle ore 10.30.
E' molto importante la partecipazione di tutte, vi preghiamo di veicolare
quanto piu' possibile la convocazione.
Angela Azzaro, Beatrice Busi, Roberta Corbo, Annalisa D'Urbano, Olivia
Fiorilli, Chiara Giorgi, Mariarosaria La Porta, Maria Tiziana Lemme, Luciana
Licitra, Aurelia Longo, Valentina Mangano, Ilaria Moroni, Monica Pepe, Elena
Petricola, Valeria Ribeiro Corossacz, Barbara Romagnoli, Laura Ronchetti,
Maria Russo, Marzia Saldan, Ornella Serpa, Marina Turi.
Per ulteriori informazioni e contatti: www.controviolenzadonne.org

2. INCONTRI. A BRESCIA IL 21 OTTOBRE
[Da varie persone amiche riceviamo e diffondiamo.
Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici di questo foglio;
prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, narratrice,
regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche
storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica
dell'Universita' di Sydney (Australia); e' impegnata nel movimento delle
donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei
diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di
Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra
Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne
nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005. Un
piu' ampio profilo di Maria G. Di Rienzo in forma di intervista e' in
"Notizie minime della nonviolenza" n. 81]

Maria G. Di Rienzo, prestigiosa intellettuale, scrittrice, formatrice alla
nonviolenza, sara' domenica 21 ottobre, alle ore 17,30, al Centro per la
nonviolenza di Brescia per parlarci del femminismo oggi in Italia e nel
mondo e per raccontarci del suo impegno come donna nella politica, nella
cultura e delle sue passioni letterarie.
*
Per informazioni: Movimento internazionale della Riconciliazione - Movimento
Nonviolento, Centro per la nonviolenza, via Milano 65, 25126 Brescia, tel.
030317474, fax 030318558 (aperto: martedi'-venerdi': ore 9,30-19,30, sabato:
ore 12-19), e-mail: mir.brescia at libero.it, sito: www.nonviolenti.org

3. INCONTRI. "USCIAMO DAL SILENZIO": IL 24 OTTOBRE A MILANO
[Da varie persone amiche riceviamo e diffondiamo]

La violenza non e' un destino per le donne. Domenica 21 a Roma si terra'
un'assemblea per discutere della possibilita' di una manifestazione
nazionale; a Milano ci riuniamo mercoledi' 24 ottobre.
La discussione di "Usciamo dal silenzio" in tema di violenza contro le donne
e' ripresa dopo l'estate e dopo il dibattito alla tre giorni al "Paolo
Pini". Oggi siamo di fronte ad una proposta importante: un'assemblea
pubblica che si terra' a Roma, alla Casa internazionale delle donne (via
della Lungara 19) domenica 21 ottobre alle 10,30 per verificare la
possibilita' di organizzare una manifestazione nazionale contro la violenza
sulle donne, sempre a Roma.
"Usciamo dal silenzio" ne discute ancora mercoledi' 24 ottobre alle ore 21
presso la Libera Universita' delle Donne in corso di Porta Nuova 32. La
proposta viene da un gruppo di giovani donne impegnate nel movimento
femminista che hanno lanciato un appello che troverete nel loro sito:
www.controviolenzadonne.org. Anche sul sito www.usciamodalsilenzio.org e'
aperto un blog di discussione per conoscere l'opinione del numero piu' ampio
possibile di donne.
*
La cronaca ancora una volta dice spietatamente dell'urgenza e della gravita'
della situazione del nostro paese: le donne vengono uccise, violentate,
perseguitate da mariti, fidanzati, amici di famiglia, negli ultimi tempi -
sembra a molte ñ con un di piu' di efferata insensatezza. Mi dici di no, ti
ammazzo, ti devo accompagnare in ospedale per l'ecografia di controllo della
gravidanza, ti violento. Sul piatto c'e' questa emergenza quotidiana, c'e'
il progetto di legge del governo che ha aspetti controversi e che e' fermo
in commissione giustizia. C'e' il bisogno di tante di riprendere parola
pubblica. Il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle
donne, si avvicina. A questo serve il blog: a confrontarci sul che fare, a
tenere insieme pensiero e giudizio critico sugli strumenti legislativi e la
pratica di movimento.
Per questo apriamo il blog riproponendo la lettera aperta che alla vigilia
del 25 novembre 2006 l'assemblea milanese di "Usciamo dal silenzio" invio'
al presidente della repubblica e a tutte le ministre e i ministri, chiedendo
l'assunzione del tema della violenza di genere come prioritario nell'agenda
politica. Nonostante qualche segnale vi sia stato, non e' ancora accaduto.
"Usciamo dal silenzio" , nel corso dei suoi quasi due anni di esistenza, ha
discusso molto di violenza contro le donne. Questo e' il documento che
abbiamo presentato alla vigilia della mobilitazione del 25 novembre che ci
ha viste, numerosissime, manifestare alla stazione centrale.
*
Documento approvato dall'assemblea di "Usciamo dal silenzio" del 26 ottobre
2006
La violabilita' del corpo delle donne sta dentro la nostra storia e tutte le
storie, e' tutt'uno con la nascita della nostra civilta' e di tutte le
civilta'. Ecco perche' oggi chiediamo alle istituzioni una parola pubblica
che riconosca questo punto di partenza, che spezzi un silenzio
insopportabile, che rifugga dalla facile scorciatoia dello scontro di
civilta'.
Le donne non vogliono essere vittime per sempre.
La legge sulla violenza sessuale del 1996 che ha segnato una svolta nel
costume e nel diritto recuperando un ritardo storico del nostro paese, e'
ascritta al pensiero e alla pratica politica delle donne. Dieci anni dopo
sono ancora soltanto le donne a farsi carico di questo tema, mentre ci e'
chiaro che la violenza sta dentro il rapporto tra gli uomini e le donne
tanto nella loro relazione intima quanto sulla scena pubblica e richiede
parola di entrambi.
L'allargamento della cittadinanza alle donne e' infatti tutt'ora imperfetto
e continua a convivere con l'idea di un femminile corpo vile, da proteggere,
controllare, tutelare. Combattere la violenza manifesta chiede allora di
snidare la cultura che la produce, incarnata nelle istituzioni, della
morale, nelle religioni, nelle tradizioni, nelle usanze familiari e
comunitarie, ma anche e soprattutto negli habitus mentali sedimentati dal
millenario dominio maschile.
E' la stessa cultura che si esercita anche ai danni delle donne lesbiche
nella vita quotidiana, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, di studio, fino
a giungere ai casi drammatici della cronaca. Il fatto che l'amore tra donne
non sia protetto dal rispetto sociale espone le donne omosessuali ad un
rischio aggiuntivo di violenza e sopraffazione.
La parola pubblica che noi sollecitiamo non e' quella che si spende con
facilita' nelle emergenze "estive" sbandierate dai media, ma deve essere
iscritta nell'agenda istituzionale con la centralita' che la questione della
violenza ha nella vita delle persone. La sua assenza o inadeguatezza e'
infatti lo specchio della distanza tra la politica e la societa'.
Il nostro paese e' oggi abitato da uomini e donne che arrivano da culture e
tradizioni le piu' diverse. Costruire una convivenza che condivida, in
questo tempo e in questo spazio, i principi costituzionali e l'idea della
liberta' femminile che ha principio nell'inviolabilita' dei nostri corpi e'
il cammino di cui ci sentiamo protagoniste insieme alle donne straniere che
nel nostro paese devono essere padrone di se stesse, dunque in condizione di
esercitare i diritti di cittadinanza. In questo percorso ci saranno
difficolta' e contraddizioni, ma non devono costituire un alibi per
occultare dietro la categoria dello scontro di civilta' il nodo conflittuale
del rapporto tra i sessi che attraversa invece tutte le culture.
Sta alla responsabilita' del governo, che sollecitiamo, riconoscere qui e
adesso la radice del problema e la sua urgenza, e dare luogo e voce nello
spazio pubblico ad azioni di cambiamento a cominciare da un segnale forte e
simbolicamente inequivocabile di assunzione del tema della violenza.
Da questa visuale accogliamo positivamente il progetto del Ministero delle
pari opportunita' di costituire un Osservatorio nazionale sulla violenza di
genere. Pensiamo sia un primo passo, ma che per avere utilita' concreta e
senso simbolico debba nascere con requisiti precisi, facolta' decisionale e
disponibilita' di spesa. Il primo fondamentale requisito e' che
l'osservatorio sia un luogo delle donne, delle competenze delle donne, delle
associazioni delle donne italiane e straniere, aperto a tutte le
interlocuzioni ma con questa fisionomia. Guardiamo come a un serio pericolo
che nasca invece come luogo di rappresentanza delle comunita' nazionali o
religiose o come incontro tra esperti fintamente neutrali.
L'osservatorio potra' e dovra' essere uno dei motori principali di
elaborazione di politiche e azioni positive che abbiano a tema la diffusione
nel nostro paese di una cultura che tenga al centro la liberta' femminile e
la costruzione di una convivenza civile tra i sessi.
Sensibilizzare, prevenire, tutelare, progettare sono i verbi che scegliamo
per dire come l'azione pubblica debba rispondere a esigenze molteplici che
riguardano la sfera dell'educazione, della formazione, della socialita', del
diritto e avere, insieme, l'ambizione di un nuovo disegno di convivenza. Tra
le persone, nei luoghi, nelle nostre citta' che vogliamo piu' vivibili e
aperte.
Per questo motivo, con l'incrocio delle competenze della nostra assemblea,
abbiamo formulato proposte piu' specifiche che riguardano questi ambiti:
tutte insieme concorrono all'idea che la parola pubblica sul tema della
violenza sulle donne sia indifferibile e debba essere all'altezza della
nostra domanda.

4. RIFLESSIONE. LEA MELANDRI: UNA RIFLESSIONE IN DIALOGO CON BARBARA DUDEN
[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano
(www.universitadelledonne.it) riprendiamo il seguente articolo gia' apparso
sul quotidiano "Liberazione" del 25 settembre 2007 col titolo "Feti e geni:
idoli e feticci del nostro tempo".
Lea Melandri, nata nel 1941, acutissima intellettuale, fine saggista,
redattrice della rivista "L'erba voglio" (1971-1975), direttrice della
rivista "Lapis", e' impegnata nel movimento femminista e nella riflessione
teorica delle donne. Opere di Lea Melandri: segnaliamo particolarmente
L'infamia originaria, L'erba voglio, Milano 1977, Manifestolibri, Roma 1997;
Come nasce il sogno d'amore, Rizzoli, Milano 1988, Bollati Boringhieri,
Torino 2002; Lo strabismo della memoria, La Tartaruga, Milano 1991; La mappa
del cuore, Rubbettino, Soveria Mannelli 1992; Migliaia di foglietti, Moby
Dick 1996; Una visceralita' indicibile, Franco Angeli, Milano 2000; Le
passioni del corpo, Bollati Boringhieri, Torino 2001. Dal sito
www.universitadelledonne.it riprendiamo la seguente scheda: "Lea Melandri ha
insegnato in vari ordini di scuole e nei corsi per adulti. Attualmente tiene
corsi presso l'Associazione per una Libera Universita' delle Donne di
Milano, di cui e' stata promotrice insieme ad altre fin dal 1987. E' stata
redattrice, insieme allo psicanalista Elvio Fachinelli, della rivista L'erba
voglio (1971-1978), di cui ha curato l'antologia: L'erba voglio. Il
desiderio dissidente, Baldini & Castoldi 1998. Ha preso parte attiva al
movimento delle donne negli anni '70 e di questa ricerca sulla problematica
dei sessi, che continua fino ad oggi, sono testimonianza le pubblicazioni:
L'infamia originaria, edizioni L'erba voglio 1977 (Manifestolibri 1997);
Come nasce il sogno d'amore, Rizzoli 1988 ( ristampato da Bollati
Boringhieri, 2002); Lo strabismo della memoria, La Tartaruga edizioni 1991;
La mappa del cuore, Rubbettino 1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996;
Una visceralita' indicibile. La pratica dell'inconscio nel movimento delle
donne degli anni Settanta, Fondazione Badaracco, Franco Angeli editore 2000;
Le passioni del corpo. La vicenda dei sessi tra origine e storia, Bollati
Boringhieri 2001. Ha tenuto rubriche di posta su diversi giornali: 'Ragazza
In', 'Noi donne', 'Extra Manifesto', 'L'Unita''. Collaboratrice della
rivista 'Carnet' e di altre testate, ha diretto, dal 1987 al 1997, la
rivista 'Lapis. Percorsi della riflessione femminile', di cui ha curato,
insieme ad altre, l'antologia Lapis. Sezione aurea di una rivista,
Manifestolibri 1998. Nel sito dell'Universita' delle donne scrive per le
rubriche 'Pensiamoci' e 'Femminismi'".
Barbara Duden, nata nel 1942, si e' formata come storica a Vienna e a
Berlino e ha insegnato per vari anni negli Stati Uniti prima di tornare in
Germania, dove continua a occuparsi di storia delle donne e di storia del
corpo femminile e della sua percezione nella modernita'. Tra le opere di
Barbara Duden: Il corpo della donna come luogo pubblico, Bollati
Boringhieri, Torino 2004; Il gene in testa e il feto in pancia. Storia del
corpo femminile, Bollati Boringhieri, Torino 2006]

Il mio incontro con Barbara Duden al Festival "Torino Spiritualita'" avviene
nel momento in cui si torna a parlare di feti e di geni, idoli, oggetti
sacri del nostro tempo, che rischiano di produrre un mutamento epocale nel
modo di vivere e di raccontare il corpo.
E' di questi giorni la notizia, proveniente dagli Stati Uniti, della donna
che, avendo saputo da un test genetico di avere la probabilita' al 50% di
ammalarsi di cancro, ha deciso per una mutilazione preventiva.
In Italia e' appena uscita sul settimanale "Grazia" l'intervista a Livia
Turco, che si dice favorevole all'adottabilita' degli embrioni, in quanto
convinta del loro status di esseri umani. In Lombardia sono tutt'altro che
risolte le lugubri conseguenze dell'approvazione del regolamento sulla
sepoltura dei feti.
Barbara Duden, "storica del corpo", come ama definirsi, e' sicuramente la
studiosa che ha dato uno dei piu' interessanti contributi di analisi critica
ai temi oggi al centro del dibattito pubblico in diversi Paesi
dell'Occidente: la nascita - con riferimento all'aborto, alla procreazione
medicalmente assistita -, la malattia - controlli, prevenzione, nuove
tecnologie mediche -, e la morte.
Su tutta questa materia, che ha a che fare con esperienze umane
fondamentali, intervengono sempre piu' pesantemente i massimi poteri della
sfera pubblica - Stato, Chiesa, tribunali, scienza, media -, con la
conseguente messa in ombra dei soggetti direttamente interessati, della
liberta' che dovrebbe essere loro riconosciuta di disporre del loro corpo,
ma anche di raccontarlo.
E' di questa espropriazione che parlano i libri di Duden. Il desiderio
dell'uomo di strappare al corpo femminile il segreto della procreazione c'e'
sempre stato, ma oggi questa contesa per il potere riproduttivo, per effetto
delle biotecnologie, rischia di dar corpo all'immaginario, nel momento in
cui la fecondazione si trasferisce nei laboratori scientifici e l'intero
processo passa sotto l'assillante controllo di medici e specialisti.
Col mutamento prodotto da tecniche sempre piu' sofisticate di
"visualizzazione" ñ ecografie, test genetici, diagnosi prenatale -, il corpo
della donna e' diventato un "luogo pubblico" e il nascituro ha preso "vita
autonoma", tanto da poter essere considerato "persona", "soggetto giuridico
fin dal concepimento".
Si puo' dire che assistiamo a un duplice cambiamento: si "biologizza" il
cittadino, il diritto, mentre si "sacralizza" un fatto scientifico.
Le persone diventano una sommatoria di organi, le storie particolari di ogni
individuo si appiattiscono su un codice genetico, usato come un oroscopo, il
bambino diventa un feto, un embrione, la donna incinta un "ambiente
uterino"; per un altro verso, si fa strada la tendenza a trasformare il
biologico in qualcosa di sacro, di trascendente, di ultraterreno.
*
Barbara Duden ha un modo del tutto originale di portare avanti la sua
ricerca. Del corpo - lei dice - si puo' fare la storia con due procedimenti
diversi: guardandola "da fuori", "sulla carne", oppure tentando di fare la
storia "del sentire e del vedere all'interno", dell'esperienza che si fa
"nell'oscurita' sotto la pelle", la storia del tatto e non solo della vista,
come e' quella tradizionale.
Cio' significa occuparsi di "cose invisibili", tra cui va collocato anche il
nascituro. Le fonti in questo caso sono scarse, le donne hanno detto poco e
ancora meno hanno scritto della loro esperienza del corpo.
Diventano quindi preziose le testimonianze raccolte dal dottor Storch nel
suo laboratorio di Eisenach, tra il 1719 e il 1741, i 1.600 casi di donne
che gli confidarono le loro "malattie". Di questa escursione nel passato
Barbara dice di aver avuto bisogno per sapere che c'e' stato un modo diverso
delle donne di vivere il corpo, e di conseguenza poter prendere distanza da
quei feticci - i geni, il feto, "una vita" - che stanno facendo "perdere la
testa alle donne".
Quella a cui assistiamo oggi e' una "nuova paradossale socializzazione della
donna... il vissuto diventa un fatto privato e il fatto scientifico
dell'annidamento dell'ovulo fecondato assume una funzione sociale".
In altre parole, ci sarebbe stato un capovolgimento nella posizione della
donna, per cui, quel potere o quella funzione sociale, quella competenza sul
proprio corpo che le e' stata a lungo riconosciuta, passa oggi a un "fatto
scientifico".
Fino alle soglie della modernita' le donne erano "davvero incinte" quando il
feto nel loro grembo cominciava a muoversi. Nessun altro, oltre a loro,
poteva dare testimonianza di questa esperienza sensoriale.
*
Su questo punto ho fatto, come gia' altre volte, un'osservazione un po'
provocatoria, che Duden tuttavia non mi e' sembrato abbia raccolto. La
capacita' generativa delle donne e' stata in effetti invidiata, esaltata
immaginativamente dagli uomini, ma di fatto e' stata sempre sotto il segno
dell'insignificanza o della violenza - stupri, gravidanze subite, morte per
parto.
Si puo' dire che la maternita' sia stata per le donne, oltre che la
principale causa di esclusione dalla sfera pubblica, anche l'impedimento
maggiore alla conoscenza della propria sessualita'. La riappropriazione del
corpo, la legittimazione di un proprio piacere sessuale svincolato dalla
procreazione avviene solo in tempi vicini a noi, col femminismo degli anni
'70. Penso che il corpo femminile sia sempre stato una "terra d'altri", un
luogo a cui l'uomo ha dato una rappresentazione a partire dalle sue paure e
dai suoi desideri.
Quello che avviene oggi in modo vistoso, macroscopico ñ il fatto che le
donne, sottoposte alla visualizzazione di processi che avvengono in loro,
interiorizzano quello sguardo esterno - si colloca, per certi aspetti, in
una linea di continuita' col passato.
Le donne si sono sempre "viste" attraverso l'occhio dell'altro. Scegliendo
di occuparsi della gravidanza e di parlarne attraverso le testimonianze di
donne lontane nel tempo, le cui parole, come dice Duden, sono dense di
"umori corporei", si finisce per assolutizzare una specificita' di genere,
nel modo di vivere il corpo, che e' il tatto, unico senso capace di far
emergere una "zona oscura" del femminile, di cui le donne emancipate si
vergognano.
Viene ricalcata cosi' la "differenza" tradizionalmente attribuita alle
donne. E' vero che, chiuse nella case, escluse dalla cultura e dalla
possibilita' di muoversi nel mondo, le donne non hanno avuto modo di
esprimere le loro capacita'.
Lo sguardo, non potendo andare oltre la soglia di casa, e dovendo sempre
pudicamente essere rivolto al proprio interno, si e' fatto "visionario", si
e' addestrato al fantasticare, e non poteva non investire di queste fantasie
anche il corpo.
Il modo di raccontare la gravidanza e il parto sono cambiati molto dal
momento in cui le donne hanno preso coscienza di se', di cio' che ha
significato il ruolo di madri, la cancellazione della loro sessualita',
della loro creativita' non biologica.
Nelle scritture di esperienza di donne vicine a noi nel tempo, non c'e'
tanto la "buona e quieta sensibilita' femminile piena di speranza", che
Duden ha visto nelle donne del passato, quanto il coraggio di dire anche
"l'orrore del parto", la contraddittorieta' dei sentimenti che accompagnano
il sentirsi "due in uno", l'altalena tra senso di pienezza e di svuotamento,
tra onnipotenza e resa a una legge naturale.
*
Io sono d'accordo con Barbara Duden che l'invasivita' del pensiero
tecnologico e della mentalita' genetica sta producendo una mutazione
profonda, in cui si esprimono fantasie antiche quanto la storia umana:
l'ossessione dell'immortalita', il desiderio onnipotente dell'uomo di
controllare, attraverso il corpo femminile, il principio e la fine.
Questo dovrebbe spingerci a interrogare la scienza e i saperi su cui si e'
costruita la civilta' dell'uomo, per la distruttivita' che si portano
dentro, senza per questo ricalcare dualismi noti, tra natura e storia.
C'e', nella denuncia di una progressiva decorporeizzazione una verita'
indubbia, che tuttavia rischia di perdere la sua forza persuasiva nel
momento in cui non vede piu' la complessita' dell'esperienza reale. Nel
momento in cui entrano nel quotidiano parole e concetti che escono dai
laboratori scientifici rischiamo effettivamente di "perdere la testa", di
riempirla di feticci, di viverci come vite perennemente a rischio.
Ma non si puo' pensare che siano andati completamente in ombra quei barlumi
di sapere e di cambiamento, relativi al corpo e alla sessualita', che sono
avvenuti nella coscienza delle donne a partire dal femminismo degli anni
'70. C'e' stata allora, nelle pratiche dell'autocoscienza, dell'inconscio,
nei gruppi sulla medicina e la salute delle donne, i consultori, ecc., il
tentativo piu' radicale di sottrarre le vite reali, i vissuti, le storie
personali delle donne al confinamento nel "privato" - una socializzazione
che partiva dal riconoscimento della politicita' della sfera personale -, lo
sforzo di sottrarre il corpo alla medicalizzazione, e, piu' in generale,
alla oggettivazione che ne e' stata fatta: oggetto sessuale, oggetto di
studio, strumento della riproduzione, ecc.
Quello che ci ha permesso allora di dare avvio a una diversa "storia del
corpo" e' stata la dimensione collettiva della riflessione e delle pratiche,
il potersi raccontare in presenza di altre, contando sul loro ascolto e la
loro attenzione, solidale e critica al medesimo tempo.
Oggi sembra che la maggiore difficolta' stia proprio nel ritrovare questo
"pensare insieme", per cui ogni donna si trova sola di fronte
all'invasivita' crescente del discorso pubblico su corpo, sessualita',
aborto, un discorso che ormai dilaga su tutte quelle vicende essenziali
della vita, che hanno il corpo come parte in causa. A tener conto della
ridottissima presenza maschile all'incontro di Torino, si direbbe che gli
uomini non se ne sono ancora accorti.

5. RIFLESSIONE. LEA MELANDRI: LA VISIBILITA' CHE ACCECA
[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano
(www.universitadelledonne.it) riprendiamo il seguente intervento del 25
settembre 2007]

Se ha ragione il ministro Paolo Ferrero, quando dice che il senso del
discorso di Giuliano Amato al convegno su "Islam e integrazione" (tenutosi
l'11 luglio 2007) era di "ricondurre la violenza sulle donne a tradizioni
culturali anziche' a precetti religiosi", perche' tanto clamore, tante
alzate di scudi, tante coscienze femminili offese?
Se ad accendere le polemiche e' bastata l'infelice restrizione "ad abitudini
siculo-pakistane" di un comportamento universalmente diffuso molto prima che
la globalizzazione unificasse la famiglia umana, non si puo' dire
altrettanto per l'estensione e la profondita' che ha preso nelle pagine di
alcuni giornali un tema lasciato solitamente alla cronaca.
Ci sono verita' rese invisibili da una visibilita' eccessiva che, per cosi'
dire, acceca. Spesso sono proprio i lapsus, le libere associazioni di
immagini e pensieri che affiorano sotto la spinta della memoria, a farsi
rivelatori, testimoni loro malgrado di una "materia rovente".
Uso un'espressione che compare nel commento di Michele Serra alla gaffe di
Amato, e che esprime in modo efficace lo scarto che ancora esiste tra
quell'"enorme sommerso" che e' il rapporto di potere tra i sessi e
l'occasionalita' con cui viene allo scoperto.
"L'idea che il corpo femminile sia proprieta' del maschio (il patriarca, il
marito, i fratelli, il capotribu' o il capofamiglia) - scrive Serra - e' in
piena attivita' a molte latitudini e longitudini: cosi' tante che diventa
molto difficile limitare a poche aree reiette la violenza sulle donne" ("La
Repubblica" del 12 luglio 2007).
Che non  si tratti di una violenza ormai sepolta nelle "viscere arcaiche"
del Primo Mondo, o rimasta come tragico residuo nelle culture "arretrate" di
"altri" popoli, lo dimostra la frequenza dei delitti famigliari, che
ricordano al "civilissimo" Occidente come moglie e figli siano ancora
l'"umanita' accessoria" di un non mai tramontato dominio maschile.
*
A questo punto, stabilito che non e' "in nome di Dio" che si picchiano,
violentano e uccidono le donne, ma per la storia ampiamente documentata del
potere che un sesso ha esercitato sull'altro, riconosciuta la continuita' di
una infamia che dura da millenni, ci si aspetterebbe, se non un atto di
rottura eclatante, che come tale richiede il concorso di una volonta'
collettiva, quanto meno il tentativo di porre le domande giuste, adeguate
alla gravita' della vicenda appena descritta.
Ci si aspetterebbe soprattutto che cadesse il velo di neutralita' che ha
permesso al protagonista storico di un dominio cosi' duraturo di sottrarsi
ogni volta all'analisi delle ragioni, piu' o meno consapevoli, che hanno
fatto si' che diventasse abitudine, legge, tradizione, sapere, imperativo
etico, costruzione immaginaria e ideologica.
La violenza manifesta - lo stupro, l'omicidio, i maltrattamenti - si puo'
facilmente allontanare da se' o considerare un "caso", residuo del passato o
atto morboso, che come tale non interroga la maschilita' cosi' come si e'
costruita storicamente ma la patologia, il degrado sociale, il pregiudizio.
Non e' cosi' per quella che Pierre Bourdieu, nel suo libro Il dominio
maschile (Feltrinelli, 2001), chiama la "violenza simbolica",
interiorizzazione di modelli che passano attraverso il corpo, il sentire
profondo di ogni individuo, la memoria inconsapevole che si sedimenta fin
dall'infanzia attraverso i rapporti familiari e sociali.
Nel circolo vizioso che chiude insieme il singolo e la collettivita', le
discriminazioni, le ingiustizie, le illiberta' della persona e quelle delle
istituzioni entro cui si forma, il dominio patriarcale mostra tutta
l'ampiezza delle sue strutture portanti e dei suoi effetti, che vanno ben
oltre il potere di un padre o di un marito di disporre di moglie e figli.
Ma nessuno di questi interrogativi, nonostante un secolo di movimenti di
donne, sembra ancora imporsi con la necessita' logica di un ragionamento che
si rispetti.
Si parla di patriarcato - e sembra gia' tanto che qualcuno lo nomini! -, ma
lo si lascia nell'indeterminatezza di un apparato senza soggetti reali
riconoscibili con cui confliggere o dialogare.
Si esorta a non dimenticare le "spelonche etiche", le "chiusure mentali" che
ci imparentano ai popoli che consideriamo "stranieri", ci si meraviglia che
"nessuna gerarchia" abbia  messo fine a tanta barbarie, ma non si dice come
mai verita' cosi' lampanti e cosi' intollerabili non abbiano finora creato
coscienza collettiva, cultura acquisita, cambiamenti e pratiche politiche
all'altezza di una eredita' cosi' pesante e cosi' generalizzata da
attraversare tutte le civilta'.
*
Il riferimento agli anni '70, quando il rapporto tra uomo e donna e' stato
posto con la radicalita' di una rivoluzione che toccava la persona, i corpi,
la sessualita', l'inconscio e la vita pubblica, per quell'"enorme sommerso"
che sta nel suo atto fondativo, nel commento di Michele Serra passa quasi
inosservato, ristretto al fugace accenno all'"autodeterminazione delle
donne".
E' come se fosse stato ancora una volta solo il sussulto della "questione
femminile", e non il terremoto che scardinava certezze antiche, ideologie
pseudorivoluzionarie, che costringeva ogni singolo, uomo o donna, a fare i
conti con la propria vita privata e pubblica, con le proprie illiberta', ma
anche coi propri sogni e desideri.
"Io" e' stato allora il soggetto incarnato, depositario di una storia
collettiva ancora in parte inesplorata e riconosciuta tuttavia come
fondamento della politica, della sua crisi e del suo possibile rinnovamento.
Si poteva uscire dall'anonimato e dalla neutralita' perche' la vita
personale non era piu' lo scarto della storia, perche' l'individuo si
riconosceva parte della collettivita', i maschi e le femmine condizionati da
pregiudizi, paure, rapporti di forza, in parte inconsapevoli.
Che quella rivoluzione non sia passata senza lasciare segno, lo dimostra il
fatto che il dominio maschile non e' piu' un mistero ma un'acquisizione
della coscienza comune.
Se questa consapevolezza stenta a diventare "utile", a capire come vanno le
cose del mondo e a modificarle, e' perche' intacca privilegi, poteri,
certezze ideologiche "virili", ma anche perche' non si e' fatta ancora piena
luce su quel "retroterra", sempre meno distaccato dalla sfera pubblica, che
e' la famiglia, dove la violenza convive con l'amore, il patriarcato con
l'indispensabilita' delle madri, l'arroganza del maschio con la sua
inermita', di bambino, di vecchio, o di marito, fratello, amante affidato
alle cure essenziali di una donna.

6. RIFLESSIONE. LEA MELANDRI: UNA PERVERSA NORMALITA'
[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano
(www.universitadelledonne.it) riprendiamo il seguente articolo gia'
pubblicato sul quotidiano "Liberazione" del 2 ottobre 2007]

Per fortuna non ci sono solo fidanzati, mariti, amanti che uccidono le
donne. Apprendo con sollievo dall'articolo di Luca Stanzione e Daniele
Licheni ("Liberazione" del 30 settembre 2007) che si e' tenuto domenica 30
settembre a Roma, presso la Direzione nazionale del Prc, un convegno dei
Giovani comunisti "di genere maschile", convinti che il dibattito sul
"totalitarismo patriarcale" non sia meno urgente della lotta "contro
l'invasivita' dell'impresa", per cui dovrebbe inondare da subito la sinistra
che si avvia a diventare "unita e plurale".
Un anno fa era uscito un appello, promosso dall'associazione "Maschile
Plurale", che portava come titolo: "La violenza contro le donne ci riguarda:
prendiamo parola come uomini". Poche gocce nel mare del silenzio - omertoso,
mi verrebbe da dire -, che ostentatamente politici ciarlieri, intellettuali
logorroici, oppongono alla verita' piu' inquietante che abbiamo ogni giorno
sotto gli occhi, molto piu' subdola e piu' nascosta dell'ingiustizia
sociale, dello sfruttamento economico, della devastazione dell'ambiente? No
davvero!
Forse non e' ancora il "sovvertimento" che si augurano Luca e Daniele, ma e'
uno di quegli "scarti", di quelle aperture, di quei passi a lato, che la
coscienza storica fa raramente, che possono solo essere tenuti in ombra,
repressi, ma non cancellati. E' quel "segnale dell'avvenire" che, simile
all'"utopia" di Walter Benjamin, si annuncia come percezione acuta delle
esigenze radicali del presente.
La goccia scava la pietra, dicevano i latini, ma oggi le poche voci che
finalmente collocano stupri e omicidi di donne allinterno del dominio piu'
duraturo della storia umana ñ quello di un sesso sull'altro -, facendone in
questo modo una questione centrale della politica, si trovano davanti una
muraglia fatta di ignoranza, falsa neutralita', indifferenza o arrogante
diniego.
*
Leggendo i giornali, ascoltando i notiziari televisivi sugli ultimi delitti,
che hanno come vittima una donna, colpisce l'evidente schizofrenia tra i
dati statistici - i "numeri" della carneficina che oltrepassa ogni confine
di tempo e di luogo - e la narrazione che gli scorre a lato, preoccupata di
riempire dei particolari piu' morbosamente orrorifici la scena in cui poter
collocare il "folle" di turno.
Ogni volta, con un rituale che dovrebbe far riflettere sulle ossessioni e
sulle paure della nostra epoca, il "mostruoso" emerge dalla "normalita'" di
una casa, di una famiglia, di un paese, di una classe sociale, e sempre,
anziche' chiedersi che cosa nasconde quella facciata tranquilla di
perbenismo, si sposta l'attenzione sul raptus momentaneo di follia che
sottrae inspiegabilmente un individuo al suo ambiente, alla educazione
ricevuta, alla sua appartenenza di sesso, ai suoi legami piu' intimi.
E' cosi' che l'abnorme, l'osceno, l'imprevisto, facendosi esterno,
"straniero" alla situazione da cui ha origine, viene opportuno e benefico a
sollevare da ogni responsabilita' collettiva, da interrogativi diversi da
quelli processuali.
Bruno Vespa, il gran cerimoniere di tutte le stagioni, di tutti i fatti e
misfatti, ricostruisce a "Porta a porta" la scena del delitto con
puntigliosa dovizia di particolari, chiama i suoi esperti a far concorrenza
a giudici e avvocati, appronta uno spettacolo e una audience assicurata per
un discreto numero di sere.
Perche' arrivi agli spettatori un sia pur passeggero brivido per il perverso
cinismo che passa in questo "normale" intrattenimento, occorre aspettare
Luciana Littizzetto o qualche altra lucida scheggia di ironia.
E ben vengano i comici, se, oltre a farci ridere, riescono a scoperchiare
per un momento i sepolcri imbiancati del conformismo, dell'arroganza, della
manipolazione irresponsabile di verita' evidenti.
*
Evidente e' che gli uomini violentano e uccidono le donne: non sono i malati
di mente, i marginali, i pezzenti, i teppisti, i criminali noti, ma giovani
"normali", rispettosi e avviati a buona carriera. Evidente e' che il luogo
primo di questo femminicidio e' la casa, la famiglia, il luogo che sta in
cima ai "valori" della retorica di destra, ma anche delle politiche sociali
di una parte della sinistra, senza che nessuno si chieda se la violenza non
nasca proprio da li', da quei lacci famigliari che, istituzionalizzando
l'infanzia, perpetuano al medesimo tempo lo sfruttamento del lavoro
femminile gratuito, la lontananza delle donne dalla sfera pubblica, la
subordinazione al potere maschile dato come "naturale", l'ideologia che le
vuole eternamente madri.
"La violenza contro le donne ñ ha scritto Marco Deriu - "parla sempre piu'
di una mancata elaborazione e di un affanno maschile di fronte a una
liberta' femminile, piuttosto che di un potere maschile e di una
sottomissione femminile".
Se e' sicuramente vero che la crescita di autonomia delle donne e' sentita
come una minaccia, per chi ha creduto finora di poter disporre del loro
corpo e della loro dedizione incondizionata, chi, se non gli uomini stessi -
a partire da quelli che rivestono posti di potere, di visibilita', di
autorevolezza e di ascolto pubblico -, puo' cominciare a smascherare la
falsa naturalezza di un dominio che si e' fatto forte finora della
separazione tra famiglia  e societa', della divisione sessuale del lavoro,
del silenzio storico delle donne, o della loro difficolta' a farsi
ascoltare, e che ancora oggi, astutamente, vorrebbe far passare la violenza
di genere come un problema di "sicurezza"?
Se il re ormai e' nudo, i suoi banditori la fanno ancora da protagonisti
sulla scena pubblica, e non c'e' da meravigliarsi se la gente non riesce
piu' a distinguere i paladini degli oppressi dagli oppressori. C'e' almeno
un caso in cui la confusione e' totale, ed e' la violenza sessista.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 133 del 20 ottobre 2007

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