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Minime. 253



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 253 del 25 ottobre 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Peppe Sini: Del garbo durante le stragi
2. Cinque tesi sulla nonviolenza in cammino e sui compiti dell'ora
3. Adriano Moratto: Pensieri sparsi in attesa del congresso del Movimento
Nonviolento
4. Contro la guerra, la nonviolenza (parte prima)
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
6. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. PEPPE SINI: DEL GARBO DURANTE LE STRAGI

Da un anno e mezzo in qua tante persone buone e garbate insistono nel
chiedere un atteggiamento di comprensione per i ministri e i parlamentari
che hanno votato per la guerra e le stragi in Afghanistan, che hanno
coscientemente violato la Costituzione della Repubblica Italiana che quella
guerra proibiva, che si sono resi assassini e complici di assassini.
Trovo sorprendente che tante persone buone e garbate provino tanta
comprensione per i carnefici (e quindi altrettanto disprezzo per le vittime)
mentre la strage e' in corso; e che non si accorgano che esprimendo
comprensione per i carnefici negano soccorso e finanche dignita' umana alle
vittime, ed anzi quelle vittime oltraggiano con uno scherno che non saprei
piu' feroce, e della strage cosi' si rendono complici.
Provo pena anche per loro, certo, per queste persone gia' buone e garbate. E
a tal punto accecate e corrotte. E scandalo ne provo, e vergogna, e
disgusto.
E immenso sdegno per quei governanti assassini, quei governanti stragisti,
quei governanti razzisti e terroristi, che hanno offuscato le loro menti,
corrotto le loro anime.

2. RIFLESSIONE. CINQUE TESI SULLA NONVIOLENZA IN CAMMINO E SUI COMPITI
DELL'ORA

1. O la nonviolenza e' lotta politica o non e' nulla.
Tutta l'esperienza di Mohandas Gandhi, come di Martin Luther King, e' lotta
politica per obiettivi politici: ovvero ad un tempo economici, sociali,
culturali, legislativi, istituzionali.
*
2. Nella presente distretta o la nonviolenza si fa giuriscostituente o non
fermera' la catastrofe.
O la nonviolenza si fa criterio di azione politica, principio di ordinamento
giuridico, capacita' di pubblica amministrazione, democrazia concreta e
vivente, gestione del conflitto e regolazione della societa', attivita'
legislativa e di governo, o non si fermera' il collasso della biosfera, il
flagello della guerra, il crollo della civilta'.
*
3. O la nonviolenza si pone l'obiettivo del potere o si riduce a
complicita'.
Una presunta nonviolenza che faccia solo la predica o il compianto ed
assista pusillanime e impotente al dispiegarsi della violenza non e'
nonviolenza, ma complicita' con gli assassini.
*
4. In Italia oggi o la nonviolenza si fa forza politica o dilaga il
fascismo.
Non fermeranno il fascismo coloro che di compromesso in compromesso hanno
gia' ceduto al razzismo e alla guerra. Non difenderanno la democrazia coloro
che di compromesso in compromesso hanno gia' ceduto alla violenza dei
potenti.
*
5. Chiamiamo nonviolenza in cammino il movimento e il pensiero delle donne;
le lotte ambientali e che oggi si dicono per i beni comuni; l'opposizione
alla guerra, ai suoi strumenti, ai suoi apparati, alla sua ideologia;
l'affermazione concreta e coerente di tutti i diritti umani per tutti gli
esseri umani tradotta in coerenti e concrete pratiche di condivisione, di
lotta, di cura, di liberazione; chiamiamo nonviolenza i compiti dell'ora per
la salvaguardia della biosfera, per la conservazione dell'umana civilta',
per contrastare tutte le oppressioni.

3. RIFLESSIONE. ADRIANO MORATTO: PENSIERI SPARSI IN ATTESA DEL CONGRESSO DEL
MOVIMENTO NONVIOLENTO
[Ringraziamo Adriano Moratto (per contatti: mir.brescia at libero.it) per
questo intervento in vista del XXII congresso del Movimento Nonviolento.
Adriano Moratto, nato nel 1949, maestro muratore, aspirante contadino,
attualmente e' uno dei responsabili della sede di Brescia del Movimento
Nonviolento; impegnato da sempre in molte iniziative di pace e di
solidarieta', e' una delle figure piu' note e autorevoli dell'impegno
nonviolento in Italia. Un'ampia intervista ad Adriano Moratto e' nelle
"Minime" n. 221]

Mi riesce faticoso immaginare "cosa fare" in questo XXII Congresso. Sono
talmente tante le sollecitazioni che mi ritrovo con una sensazione di
impotenza: quale priorita', quale tema, quale punto per fare da leva e quali
le proposte piu' efficaci? Forse prima di pensare a cosa fare dovrei pensare
a come essere, quale atteggiamento avere. Riconoscere i limiti presenti nel
mio modo di far politica. Sento riparlare della necessita' per i "movimenti
nonviolenti" di federarsi. Ma abbiamo lo spirito giusto? Siamo in grado di
riconoscere la buona volonta' degli altri anche se non ne condividiamo le
scelte? O siamo sempre diffidenti, sospettosi, arroccati sulle nostre
scelte? Criticare ci viene piu' facile che valorizzare, soprattutto fra noi.
*
Ad esempio nel rapporto con le istituzioni. So per quel poco di esperienza
sindacale che ho avuto che c'e' di mezzo il mare tra le richieste che
vorresti e quello che ottieni quando sei di fronte alla controparte. Sia
perche' non sempre c'e' la convinzione e la forza necessaria, sia perche'
qualche ragione la scopri anche nell'avversario e devi riconoscergliela
senza barare. Allora perche' accusare chi si trova "ostaggio" nelle
istituzioni di compromessi (o peggio), quando proprio per questo vi e'
entrato. Perche' sia cosi' faticoso pensare che abbiano fatto il meglio dato
il contesto. Nulla vieta a noi di proporre e fare ulteriori miglioramenti se
ne siamo capaci. Insomma siamo umili abbastanza per riconoscere la fatica e
i meriti degli altri? Poi un altro nostro difetto e' la fretta: vogliamo i
risultati subito. Ad esempio ricordo tutto il lavoro fatto per mettere
insieme la campagna dell'obiezione del cittadino. Poi una volta partiti nel
giro di pochi mesi si e' mollato tutto giudicando i primi risultati
irrimediabilmente scarsi. Sicuramente lo erano rispetto al nostro sforzo ed
impegno, ma non rispetto alle forze in campo. L'idea era buona ma credo ci
volesse molto piu' tempo per mettere in moto un processo di progressiva
adesione e partecipazione all'iniziativa.
*
Dopo questi due aspetti di metodo rileggendo il tema del Congresso penso di
dover fare un'autocritica. Un'autocritica perche' dal contenuto del
Congresso non e' scaturita nessuna commissione specifica su antimilitarismo
e ripudio della guerra. Come Comitato di coordinamento ci siamo concentrati
piu' su temi e proposte gia' in campo e abbiamo trascurato il tema
principale, specifico. Mentre il bilancio militare incrementa le sue spese
noi non siamo in grado di fare controproposte? Siamo forse ancora "scottati"
dall'esperienza della campagna per l'obiezione alle spese militari? E'
proprio impossibile trovare alternative? Gli sprechi di risorse per il
sistema militare sono tabu' anche per noi? La casta militare e' l'unica che
ottiene sostanziosi aumenti e ne chiede altri in nome della sicurezza; noi
dovremmo farci un'approfondita riflessione!
Durante la preparazione al Congresso mi sembrava che, in fondo, tutte le
commissioni si riportassero al tema antimilitarista. Ma durante lincontro
"regionale" (esagerando) in preparazione al Congresso, mi sono reso conto
durante la discussione che l'aspetto antimilitarista non usciva nella sua
specificita'. Ironizzando mi veniva di pensare che era come per la marcia
Perugia-Assisi di quest'anno in cui non si parlava di pace. Anche noi
finivamo per dare per scontato lo specifico antimilitarista proprio del
nostro movimento senza aver la commissione specifica. Parliamo di
opposizione integrale alla guerra, alle spese militari, come concretizziamo,
in che modo si contrastano? Siamo in grado di elaborare proposte e come
entrano nelle varie commissioni, o si puo' pensare ad una commissione
specifica? Ma non so se e' gia' troppo tardi. Comunque ritengo che un
momento in piu' di riflessione su questi temi, sul bilancio per la difesa,
sull'esercito di mestiere, sulle missioni militari all'estero debba trovare
uno spazio significativo nel nostro Congresso.

4. MATERIALI. CONTRO LA GUERRA, LA NONVIOLENZA (PARTE PRIMA)
[Ripubblichiamo ancora una volta ampia parte di un testo gia' diffuso nel
2001 (e gia' ripresentato su questo foglio piu' volte), nato dalla rifusione
di materiali precedenti e parzialmente apparso in Fondazione Venezia per la
ricerca sulla pace, Annuario della pace, Asterios, Trieste 2001]

"Contro la falsa armonia del mondo ottenuta buttando via le vittime" (Aldo
Capitini)

Parte prima. Verso la guerra? Tre tesi
I. Affermare che la guerra sia inevitabile e' aver gia' ceduto alla guerra.
La guerra non e' mai inevitabile.
II. Affermare un rapporto rigidamente deterministico tra modello di sviluppo
e guerra consolida quel modello di sviluppo trasformandolo in destino e
ricatto.
Ogni paradigma teorico ed ogni assetto pratico della fabrilita' umana puo'
essere modificato. La guerra non e' mai necessaria.
III. Il processo della trasformazione sociale puo' assumere forme diverse,
chiunque si attardi ancora nella trista ed equivoca metafora della violenza
forcipe della storia non e' stato informato di Auschwitz e di Hiroshima.
La guerra e' in quanto tale nemica dell'umanita'.
*
Parte seconda. Di dove veniamo? Dal Novecento
Ci venne formulata la domanda: se si guardasse dalla finestra della pace sul
Novecento, che cosa si dovrebbe dire?
A questa domanda la prima, istintiva risposta e': un muto agghiacciato moto
di orrore.
Il Novecento e' stato il secolo della guerra, dei genocidii, del
dispiegamento della violenza con una estensione e profondita' tali come mai
si erano dati nella storia dell'uomo e del mondo. Le immense risorse messe a
disposizione dagli enormi progressi della scienza, della tecnica e
dell'organizzazione sociale sono state usate prevalentemente a fini cosi'
abissalmente antiumani, di devastazione ed annichilimento delle persone e
della biosfera, che la disperazione e' il primo moto.
E tuttavia questa risposta, la percezione dell'orrore, e' ad un tempo
assolutamente necessaria e palesemente insufficiente.
Non solo: in quanto essa si risolvesse in mera contemplazione atterrita
dell'orrore, e pertanto pietrificazione dinanzi all'orrore, e dunque nei
fatti si convertisse in resa all'orrore, ebbene, allora essa sarebbe una
risposta non solo insufficiente, ma indegna ed iniqua, poiche' sfocerebbe in
una effettuale complicita' con l’orrore (sia pure per mera omissione, e sia
pure come nudo essere schiacciati e sentirsi impotenti).
Vi e' dunque una seconda necessaria risposta, che attiene alla volonta' piu'
che alla percezione, che concerne la facolta' del decidersi e dell'agire
oltre che la facolta' del conoscere ed interpretare; ed e' la risposta
seguente: che al male occorre non arrendersi; che alla violenza occorre
resistere; all'ingiustizia negare il consenso.
Tra i nomi che si possono dare a questa seconda risposta vi sono i seguenti:
il principio responsabilita', la scelta della nonviolenza.
*
Ma cosa e' il punto di vista della pace?
Se e' proprio di ogni essere umano percepirsi come vivente e come valore,
come preziosa scintilla senziente e pensante, e quindi rivendicare a se' dei
diritti, e quel diritto fondamentale che e' il diritto di esistere senza del
quale nessun altro diritto puo' darsi, ebbene, ne consegue che tale diritto
a tutti gli esseri umani compete e va dunque riconosciuto: "nessuno sia
respinto nel nulla" ha scritto una volta Elias Canetti; "ogni vittima ha il
volto di Abele", ha detto una volta Heinrich Boell. Dalla rivendicazione da
parte di ognuno del proprio irriducibile diritto di vivere discende
l'affermazione di tale diritto per ciascun essere umano; discende il
principio fondativo di ogni civile convivere: "tu non uccidere".
Discende che la guerra, il dare la morte, ovvero il negare il soccorso e la
vita, confliggono con cio' che di piu' radicale ed inalienabile, perche'
appunto costitutivo, vi e' in ogni essere umano.
Ovvero: ne discende che umanita' e pace sono uno stesso concetto, e che ogni
volta che contro qualcuno si rompe quel patto di mutuo soccorso che tutti
gli uomini stringe, e' all'intera umanita' che si reca offesa, e a se
stessi.
*
Il secolo di Auschwitz e di Hiroshima
Il Novecento e' il secolo di Auschwitz e di Hiroshima.
Chi si provasse a pensare al ventesimo secolo cercando di abbracciarne con
lo sguardo l'intero decorso, cogliendolo nella sua globalita' e nelle sue
peculiari emergenze, nel suo completo tracciato vedrebbe io credo come una
gigantesca fornace e voragine che lo frattura, vedrebbe un cratere che
ancora erutta, vedrebbe l'anticreazione all'opera nel mondo.
E' il secolo che si apre con il trionfo della rapina coloniale e con la
carneficina della grande guerra 1914-1918.
Ed e' il secolo che s'inabissa fino al Lager e alla Bomba.
E dopo e nonostante un lungo e contrastato sforzo dell'umanita' per risalire
dal baratro della violenza e delle schiavitu' verso una vita piu' degna, e'
il secolo che si chiude con un regime di apartheid planetario che condanna i
quattro quinti dell'umanita' attuale a una vita di sofferenze e molti alla
morte per fame e di stenti; che si chiude con una crescente devastazione di
quanto vi e' di vitale e di degno nel mondo, nella natura e nella civilta';
che si chiude - tristo sigillo - con la guerra tornata fin nel cuore
dell'Europa (ovvero di una delle aree privilegiate del mondo, nella
cittadella del nord ricco, e ricco certo perche' secolare rapinatore e oggi
altresi' sfacciato usuraio), con guerre in cui sono riemersi il razzismo
genocida e le armi atomiche, mentre negli sterminati sud del mondo le guerre
e la fame ed i morti per le strade sono la realta' quotidiana di un
"disordine costituito" mondiale che senza infingimenti, ed anzi celebrandosi
come culmine della storia, saccheggia interi continenti e sacrifica chi vi
vive.
Cosicche' si torna ad Auschwitz, a Hiroshima: cifra ed emblema del secolo
che muore, e sinistro presagio, truce eredita'. Io scrivo queste righe e
provo orrore.
*
Resistenza e apertura nonviolenta
Ma il Novecento e' stato anche altro: donne e uomini vi sono stati che hanno
spezzato secolari catene; donne e uomini vi sono stati che si sono opposti
alla violenza in nome dell'umanita'; donne e uomini splendenti di dignita',
portatori di speranza: nel loro camminare eretti, portatori di concreta
utopia, profeti e prefigurazione di un'umanita' di liberi ed eguali.
Il Novecento e' stato il secolo dell'orrore e della resistenza all'orrore;
dell'inesorabile disperazione e dell'inesauribile speranza; delle tenebre
piu' profonde e delle piu' fulgide luci sorte a contrastarle.
Vi e' stato Auschwitz: ma vi e' stato anche Primo Levi, che Auschwitz ed i
suoi autori ha sconfitto per sempre nel cuore e nelle menti di chiunque
abbia letto i suoi libri, si sia accostato alla sua testimonianza.
Vi e' stata l'atomica su Hiroshima e Nagasaki: ma vi e' stato anche Guenther
Anders che l'eta' atomica ha totalmente smascherato e ci ha dato ragioni e
strumenti per lottare contro l'orrore impensabile e concreto che ci supera
ed annichilisce e che pure possiamo e dobbiamo contrastare.
Vi e' stata la guerra: ma vi e' stato anche Mohandas Gandhi che ci ha
dimostrato che e' possibile lottare contro di essa nel modo piu' limpido ed
intransigente, e ci ha proposto la rivoluzione necessaria per cambiare il
corso della storia: la nonviolenza, che e' la forza della verita', la forza
dell'amore.
L'apartheid trionfa tuttora su scala planetaria: ma Nelson Mandela ci ha
dimostrato che se un uomo di volonta' buona sa dire di no, e sceglie nitida
la lotta per la dignita' di ognuno e di tutti contro ogni servitu', allora
l'umanita' e' invincibile.
L'oppressione di genere ancora dimidia e squarcia l'umanita': ma Virginia
Woolf ci ha spiegato che chi per secoli ha avuto la lingua tagliata reca in
se' saggezza, verita' ed amore sufficienti a rovesciare il mondo rovesciato.
La distruzione della biosfera divora irreversibilmente risorse
insostituibili: ma Vandana Shiva ci ha fatto vedere che se una popolazione
sa abbracciare gli alberi essa salva gli alberi e se stessa.
E' stato il secolo del totalitarismo, implicito tanto nel primato della
tecnica come nelle ideologie del suolo e del sangue come nei miti della
redenzione attraverso la denegazione ed il sacrificio del diverso; il
totalitarismo ai cui idoli hanno sacrificato signorie illustrissime, e sui
cui altari sono state arse seminagioni intere di uomini e donne innocenti.
Ma contro il totalitarismo sono insorti  avversari coraggiosi, donne e
uomini che quando tutto sembrava perduto hanno saputo tutto salvare e sia
pure al prezzo della propria stessa vita: gli infiniti martiri di tutte le
Resistenze, cui scrivendo queste parole ancora ci inchiniamo memori e grati.
La morte e' stata eretta a dea e padrona (da Heidegger alle SS, il Novecento
e' stato un secolo follemente necrofilo), ma e' stata combattuta sul piano
teorico e pratico da tanti generosi.
Il mondo e' stato incendiato dalle ideologie dell'esclusione e della
sopraffazione: ma vi e' stato anche Ernesto Balducci e la sua proposta
dell'uomo planetario; ma vi e' stato anche Emmanuel Levinas e la sua
responsabilita' dinanzi al volto muto e sofferente dell'altro.
L'orgia della cultura consumista che tutto divora ed in primo luogo la
nostra coscienza: ma di contro anche la riflessione di Hans Jonas ed il suo
"principio responsabilità", ed il lavoro concreto ed efficace di esperienze
come quella del Centro Nuovo Modello di Sviluppo.
La disumanizzazione: ma vi e' stato anche Franco Basaglia e la sua lotta
luminosa per restituire umanita' a coloro cui era stata negata.
Cosi' il Novecento non e' solo il secolo dell'orrore, ma anche il secolo
della resistenza all'orrore. Non e' solo il secolo delle guerre, ma anche il
secolo della resistenza alle guerre. Non e' solo il secolo della
disperazione, ma anche il secolo della speranza e della responsabilita'. E'
il secolo di Auschwitz e di Hiroshima, ed e' il secolo della Resistenza e
dell'inizio della lotta nonviolenta per un'umanita' di liberi ed eguali.
*
Miti, retoriche, ideologie: la complicita' con l’orrore
Ci viene proposta una domanda sul ruolo che nel dispiegarsi della violenza
abbiano i miti, le retoriche, le ideologie; di come la dimensione del sacro
si leghi a quella della violenza; di come le chiese e le agenzie educative
(ma tra le chiese e le agenzie educative possiamo collocare altresi' i
movimenti politici, i mass-media, e una serie infinita di "-ismi" e di
istituzioni) possano venir arruolate nelle fila degli eserciti e dei
torturatori.
Domande che fanno tremare le vene e i polsi. Poiche' invero questo e'
accaduto: che i miti delle origini come quelli del progresso abbiano
prodotto stragi infinite; che le retoriche dell'identita' e della supremazia
abbiano spinto ad uccidere il diverso da se'; che le ideologie abbiano
trasformato seguaci di idee in assassini spietati; che sacro e violenza si
siano spesso stretti in un nodo scorsoio; che quasi ogni chiesa abbia
sacrificato a dei assetati di sangue, e quasi ogni agenzia educativa abbia
insegnato quella sola corrotta virtu': l'obbedienza, che tutto travolge, e
giustifica ogni abominio. Invero tutto questo e' accaduto. E l'umana ragione
troppo fragile schermo e' stata, e l’umana solidarieta' non ha saputo essere
difesa efficiente o rimedio adeguato.
*
Ma anche: racconto, comunicazione, condivisione
Invero questo e' accaduto ed e' quindi legittimo avere in sospetto i miti,
le retoriche, le ideologie, ed il sacro, e le chiese e le scuole. Ma si e'
anche dato il contrario.
Si e' dato il raccontare che istituisce fraternita' ed umanita' effonde e
riscatta: si pensi al raccontare e alla riflessione sul raccontare di Primo
Levi; si pensi alla trasmissione del sapere attraverso le generazioni nel
racconto orale che ci scalda intorno al fuoco e piu' del fuoco nel freddo e
nel buio della notte.
E le retoriche possono anche essere coscienza che comunicare e' difficile e
richiede consapevolezza, concentrazione, responsabilita'; e che
nell'interazione sociale invece di vincere si puo' convincere (vincere
insieme); ed essere dunque coscienza del dubbio, arte di prudenza,
atteggiamento di ascolto, e base, canale, strumento di democrazia, di civile
convivere e condursi.
E le ideologie oltre che falsa coscienza ed alienazione (l'analisi
insuperata di Marx) possono essere anche una richiesta e uno sforzo di
rendersi conto e di dare ragione, una ricerca comune (la "religio", come
legame, collegamento, discorso comune tra gli uomini).
E le chiese, le comunita', le "ecclesie" (includendo quindi tra esse ogni
forma di comunita' tenuta insieme da valori, interessi, bisogni comuni e
profondi) possono anche essere convivenza solidale, condivisione del pane,
una legge che non opprime ma sostiene e libera, e si fondino pure su sogni e
illusioni: non sono forse sogni e illusioni tanta parte della stoffa di cui
consistiamo?
E le agenzie educative (dalla scuola al partito politico, dal lavoro alla
comunita' scientifica, dalle infinite sedi della socializzazione al
movimento di rivendicazione) possono anche trasmettere esperienze e
saggezza, essere ricerca comune ed educazione reciproca: coscientizzazione
(Paulo Freire).
In breve: e' la volonta' degli uomini che decide; il male non e' mai
necessario: ed a tutti e' dato, sempre, di contrastarlo.
*
Gli uomini ora sanno
E comunque noi oggi sappiamo: sappiamo, ce lo ha spiegato Primo Levi, che la
strada dell'ossequio e del consenso e' senza ritorno, e porta ai campi di
sterminio. Sappiamo, lo ha ripetuto tante volte Mohandas Gandhi, che il
potere oppressivo si regge anche sul consenso delle vittime e
sull'indifferenza di chi sta a guardare. Sappiamo, lo scrisse memorabilmente
Lorenzo Milani, che l'obbedienza non e' piu' una virtu', ma la più subdola
delle tentazioni, e che ognuno deve sentirsi l'unico responsabile di tutto.
Gli uomini ora sanno. Ognuno deve sentirsi responsabile di tutto.
*
Le tre verita' di Hiroshima
Nel 1981 aprendo un celebre convegno di "Testimonianze" sul tema Se vuoi la
pace, prepara la pace, Ernesto Balducci (uno dei piu' lucidi e limpidi
costruttori di pace di questo secolo) pronuncio' un forte discorso. In esso
enuncio' quelle che chiamo' "le tre verita' di Hiroshima". Rileggiamo le sue
parole.
"La prima verita' contenuta in quel messaggio e' che il genere umano ha un
destino unico di vita o di morte. Sul momento fu una verita' intuitiva, di
natura etica, ma poi, crollata l'immagine eurocentrica della storia, essa si
e' dispiegata in evidenze di tipo induttivo la cui esposizione piu' recente
e piu' organica e' quella del Rapporto Brandt. L'unita' del genere umano e'
ormai una verita' economica. Le interdipendenze che stringono il Nord e il
Sud del pianeta, attentamente esaminate, svelano che non e' il Sud a
dipendere dal Nord ma e' il Nord che dipende dal Sud. Innanzitutto per il
fatto che la sua economia dello spreco e' resa possibile dalla metodica
rapina a cui il Sud e' sottoposto e poi, piu' specificamente, perche' esiste
un nesso causale tra la politica degli armamenti e il persistere, anzi
l'aggravarsi, della spaventosa piaga della fame. Pesano ancora nella nostra
memoria i 50 milioni di morti dell'ultima guerra, ma cominciano anche a
pesarci i morti che la fame sta facendo: 50 milioni, per l'appunto, nel solo
anno 1979. E piu' comincia a pesare il fatto, sempre meglio conosciuto, che
la morte per fame non e' un prodotto fatale dell'avarizia della natura o
dell'ignavia degli uomini, ma il prodotto della struttura economica
internazionale che riversa un'immensa quota dei profitti nell'industria
delle armi: 450 miliardi di dollari nel suddetto anno 1979 e cioe' 10 volte
di piu' del necessario per eliminare la fame nel mondo. Questo ora si sa.
Adamo ed Eva ora sanno di essere nudi. Gli uomini e le donne che, fosse pure
soltanto come elettori, tengono in piedi questa struttura di violenza, non
hanno piu' la coscienza tranquilla.
La seconda verita' di Hiroshima e' che ormai l'imperativo morale della pace,
ritenuta da sempre come un ideale necessario anche se irrealizzabile, e'
arrivato a coincidere con l'istinto di conservazione, il medesimo istinto
che veniva indicato come radice inestirpabile dell'aggressivita'
distruttiva. Fino ad oggi e' stato un punto fermo che la sfera della morale
e quella dell'istinto erano tra loro separate, conciliabili solo mediante
un'ardua disciplina e solo entro certi limiti: fuori di quei limiti accadeva
la guerra, che la coscienza morale si limitava a deprecare come un malum
necessarium. Ma le prospettive attuali della guerra tecnologica sono tali
che la voce dell'istinto di conservazione (di cui la paura e' un sintomo non
ignobile) e la voce della coscienza sono diventate una sola voce. Non era
mai capitato. Anche per questi nuovi rapporti fra etica e biologia, la
storia sta cambiando di qualita'.
La terza verita' di Hiroshima e' che la guerra e' uscita per sempre dalla
sfera della razionalita'. Non che la guerra sia mai stata considerata, salvo
in rari casi di sadismo culturale, un fatto secondo ragione, ma sempre le
culture dominanti l'hanno ritenuta quanto meno come una extrema ratio, e
cioe' come uno strumento limite della ragione. E difatti, nelle nostre
ricostruzioni storiografiche, il progresso dei popoli si avvera attraverso
le guerre. Per una specie di eterogenesi dei fini - per usare il linguaggio
di Benedetto Croce - l'"accadimento" funesto generava l'"avvenimento"
fausto. Ma ora, nell'ipotesi atomica, l'accadimento non genererebbe nessun
avvenimento. O meglio, l'avvenimento morirebbe per olocausto nel grembo
materno dell'accadimento'.
*
Un messaggio da Assisi: sei impegni per la pace
Il 24 settembre 2000 si e' svolta, promossa dai movimenti nonviolenti, una
marcia da Perugia ad Assisi contro tutti gli eserciti e le guerre. Ai
partecipanti si chiedeva l'adesione e l'impegno personale sui sei punti del
"Manifesto 2000 per una cultura della pace e della nonviolenza" lanciato dai
Premi Nobel per la Pace; e' un programma che ci pare opportuno proporre alla
lettura e alla riflessione.
"1. Rispettare ogni vita. Rispettare la vita e la dignita' di ogni essere
umano senza alcuna discriminazione ne' pregiudizio;
2. Rifiutare la violenza. Praticare la nonviolenza attiva, rifiutando la
violenza in tutte le sue forme: fisica, sessuale, psicologica, economica e
sociale, in particolare nei confronti dei piu' deboli e vulnerabili, come i
bambini e gli adolescenti;
3. Condividere con gli altri. Condividere il mio tempo e le risorse
materiali coltivando la generosita', allo scopo di porre fine
all'esclusione, all'ingiustizia e all'oppressione politica ed economica;
4. Ascoltare per capire. Difendere la liberta' di espressione e la
diversita' culturale, privilegiando sempre l'ascolto e il dialogo senza
cedere al fanatismo, alla maldicenza e al rifiuto degli altri;
5. Preservare il pianeta. Promuovere un consumo responsabile e un modo di
sviluppo che tengano conto dell'importanza di tutte le forme di vita e
preservino l'equilibrio delle risorse naturali del pianeta;
6. Riscoprire la solidarieta'. Contribuire allo sviluppo della mia
comunita', con la piena partecipazione delle donne e nel rispetto dei
principi democratici, al fine di creare, insieme, nuove forme di
solidarieta'".
Se una lezione e un programma di lavoro dall'esperienza del secolo che si e'
concluso possiamo trarre, ci pare che nelle parole di Balducci e
nell'appello dei Premi Nobel per la Pace se ne possa trovare una traccia. E
dunque al lavoro.
*
Parte terza. Ci sono alternative? La nonviolenza
Guardiamoci intorno
I quattro quinti dell'umanita' vivono una vita di enormi sofferenze; le
guerre, la fame, lo sfruttamento, l'oppressione e l'ingiustizia strutturale
tengono in condizioni disumane la maggior parte dell'umanita'; la biosfera
(ovvero quella sottile pellicola del nostro pianeta in cui soltanto esiste
vita vegetale, animale ed umana) e' messa a rischio da un modello di
sviluppo criminale; ingenti risorse che potrebbero offrire benessere a
molti, vengono invece rapinate, sperperate, distrutte da pochi; e' crescente
l'inquinamento dell'ambiente e la distruzione di risorse non rinnovabili; le
nuove tecnologie (particolarmente quelle informatiche e quelle biologiche)
contengono grandi potenzialita' ma implicano enormi rischi e richiedono per
la loro gestione un di piu' di democrazia, di razionalita', di
responsabilita'; si pone il problema di quale pianeta stiamo predisponendo
per le generazioni future; pace, democrazia e diritti umani mai come oggi
costituiscono una triade di esigenze irrefutabili e irrinviabili.
*
Dieci ferite della contemporaneita'
Un recente volume che analizza alcune figure e correnti della riflessione
morale contemporanea (AA. VV., Etiche della mondialita', Cittadella, Assisi
1996) propone questa descrizione schematica della situazione presente:
"Le ferite piu' laceranti della contemporaneita' possono essere ricapitolate
nel quadro seguente, articolato in dieci punti:
1) l'invadenza e gli effetti sconvolgenti di un ordine economico mondiale
che, per assicurare l'opulenza ad una minoranza dell'umanita', produce per
tutti gli altri la fame, il sottosviluppo, la disoccupazione, la
degradazione del lavoro;
2) la crisi ecologica, con intollerabili danni alla biosfera ed alle
condizioni per la sopravvivenza delle diverse forme di vita sulla terra;
3) la crisi demografica, con la crescente sproporzione tra popolazione e
risorse disponibili;
4) l'acuirsi delle tensioni etniche e religiose, delle discriminazioni di
casta e di sesso, nonche' la traduzione irresponsabile del principio
dell'autodeterminazione dei popoli;
5) la crisi delle relazioni interumane di solidarieta' e l'esclusione di
intere fasce della societa';
6) il ricorso alla guerra come risoluzione delle controversie
internazionali;
7) l'esistenza di regimi dittatoriali ed il ripetersi della violazione dei
diritti umani in molti stati;
8) l'espandersi delle organizzazioni criminali transnazionali e del mercato
mondiale delle droghe;
9) il monopolio occidentale del sistema informativo-comunicativo e
l'omologazione delle culture sotto il liberismo assoluto dell'Occidente;
10) la difficolta' di indirizzare al bene comune dell'umanita' le dinamiche
e gli esiti della ricerca scientifica e della tecnologia".
Si potrebbe dire diversamente, di alcune cose si potrebbe discutere, ma il
quadro complessivo e' all'incirca questo.
Vari studiosi e vari rappresentanti di movimenti che lottano per la dignita'
umana, concordano nel denunciare la situazione presente come intollerabile;
cfr. ad esempio le analisi proposte dalla prestigiosa rivista "Le Monde
diplomatique", o le analisi del Marcos portavoce dell’esperienza zapatista
in Chiapas, o le riflessioni della Rete di Lilliput. Come si puo' accettare
questa situazione?
*
Che fare?
Si pone il problema di opporsi a tanta violenza, a tanto dolore, a tanta
ingiustizia, a tanta follia.
Ed occorre quindi elaborare e praticare delle adeguate etiche planetarie;
dei comportamenti concreti capaci di contrastare la catastrofica deriva
presente; una azione politica coerente ed efficace; progetti, dinamiche,
istituzioni all'altezza delle necessita'. Come fare?
Noi crediamo che per la lotta che occorre condurre alcuni strumenti
operativi importanti li offra la teoria-prassi della nonviolenza.
*
La proposta della nonviolenza come teoria-pratica di liberazione
La nonviolenza e' una possibile risposta a questo urgente problema: alla
violenza crescente si puo', si deve, opporre la nonviolenza.
Ma detto questo e' stato detto ancora ben poco: cosa e' la nonviolenza?
In prima approssimazione potremmo dire che la nonviolenza e' una
teoria-pratica di liberazione, ovvero una proposta di azione finalizzata
all'affermazione concreta e immediata della dignita' umana; una proposta
pratica, ma che implica dei giudizi di valore, e quindi una teoria: un punto
di vista che concerne questioni morali, politiche, gnoseologiche (cioe'
relative alla teoria della conoscenza), antropologiche (ovvero una visione
dell'uomo e della cultura). Ma essenzialmente a nostro avviso la nonviolenza
e' lotta contro la violenza, lotta contro l'ingiustizia, lotta che afferma
la responsabilita' di ognuno per il bene di tutti, lotta che nel suo stesso
farsi istituisce democrazia, diritti umani, difesa della biosfera.
*
La nonviolenza come cosa complessa
La nonviolenza e' una teoria-prassi sperimentale ed in continuo sviluppo
creativo, dalle molteplici dimensioni ed interpretazioni, quindi da studiare
rigorosamente.
La nonviolenza non e' una cosa semplice. Lo stesso termine si presta a
diverse interpretazioni; i suoi ambiti applicativi sono molto diversificati,
coloro che alla nonviolenza si sono accostati o che di strumenti, tecniche,
riflessioni di essa hanno fatto uso, ne hanno dato interpretazioni molto
diverse.
Lo stesso Gandhi, che ne e' il vero e proprio fondatore, ne ha dato
definizioni diverse ed ha elaborato un concetto di essa sperimentale,
contestuale, dinamico, critico. Sperimentale perche' la nonviolenza non e'
un dogma ma un concreto operare in quanto tale constantemente
ri-discutibile; contestuale, perche' e' solo nel vivo del conflitto, solo
nella concretezza della lotta contro l'ingiustizia, che la nonviolenza in
quanto prassi si da', si misura e si definisce; dinamico, perche' appunto la
nonviolenza non e' un che di statico, di ipostatizzato, di prefissato, di
preconfezionato, ma si realizza nel processo della lotta, nel vivo del
conflitto, nel cuore della storia e della societa', ed agisce come parte in
causa, come elemento contraddittorio e propulsivo, come rottura del
disordine costituito e come progetto di trasformazione; critico, perche' la
nonviolenza non e' uno stato di quiete, di appagamento, la fine di
alcunche', ma un costante rovello, un'incessante verifica, una lotta
interminabile, e quindi anche una serrata critica ed autocritica.
La nonviolenza non e' una ideologia o una filosofia politica e sociale in
piu'; ma non e' neppure un mero repertorio di strumenti e di tecniche; essa
si propone come una teoria-prassi compatibile con altre teorie morali e
politiche, ma ha una sua autonomia e coerenza che ne fa una cosa complessa,
inconclusa, in sviluppo, ma insieme una cosa non confondibile, non
sussumibile, non addomesticabile.
*
Dimensioni ed interpretazioni della nonviolenza
Dimensioni: vedremo che la nonviolenza ha diverse dimensioni, una di esse e'
quella della scelta etico-politica, e quindi della condotta personale e
collettiva nella vita quotidiana come nei conflitti politici, sociali e
culturali; una seconda dimensione e' quella delle tecniche di lotta e delle
forme di gestione delle relazioni e dei conflitti; una terza dimensione e'
quella della nonviolenza come strategia di lotta contro le ingiustizie; una
quarta dimensione e' quella del progetto politico, economico e sociale che
la scelta nonviolenta implica se le sue premesse vengono svolte fino alle
ultime conseguenze.
Intepretazioni: si potrebbe dire che vi sono tante interpretazioni della
nonviolenza quanti sono coloro che la hanno adottata e che su di essa hanno
riflettuto.
Per quanto ci concerne, noi qui proponiamo un approccio non dogmatico, ma
sperimentale ed aperto, concreto e contestuale; pertanto questo stesso
scritto non e' un formulario tuttologico, o un ricettario onnivalente, ma la
proposta e la descrizione - certo intenzionata, certo non neutrale - di una
serie di tesi su cui comunque la discussione e la riflessione restano
aperte.
(Parte prima - Segue)

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

6. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 253 del 25 ottobre 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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