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Minime. 256



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 256 del 28 ottobre 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Giulio Vittorangeli: Il volto della resistenza sulla morte
2. Enrico Peyretti: Politica e morte
3. Peppe Sini: Politica e vita. Una chiosa al testo che precede
4. Brunetto Salvarani: Alle donne e agli uomini di buona volonta' in dialogo
5. Diana Napoli presenta "L'enigma dell'arrivo" di Vidiadhar Surajprasad
Naipaul
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. RIFLESSIONE. GIULIO VITTORANGELI: IL VOLTO DELLA RESISTENZA SULLA MORTE
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento.
Giulio Vittorangeli e' uno dei fondamentali collaboratori di questo
notiziario; nato a Tuscania (Vt) il 18 dicembre 1953, impegnato da sempre
nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di
solidarieta' internazionale, con una lucidita' di pensiero e un rigore di
condotta impareggiabili; e' il responsabile dellÌAssociazione
Italia-Nicaragua di Viterbo, ha promosso numerosi convegni ed occasioni di
studio e confronto, ed e' impegnato in rilevanti progetti di solidarieta'
concreta; ha costantemente svolto anche un'alacre attivita' di costruzione
di occasioni di incontro, coordinamento, riflessione e lavoro comune tra
soggetti diversi impegnati per la pace, la solidarieta', i diritti umani. Ha
svolto altresi' un'intensa attivita' pubblicistica di documentazione e
riflessione, dispersa in riviste ed atti di convegni; suoi rilevanti
interventi sono negli atti di diversi convegni; tra i convegni da lui
promossi ed introdotti di cui sono stati pubblicati gli atti segnaliamo, tra
altri di non minor rilevanza: Silvia, Gabriella e le altre, Viterbo, ottobre
1995; Innamorati della liberta', liberi di innamorarsi. Ernesto Che Guevara,
la storia e la memoria, Viterbo, gennaio 1996; Oscar Romero e il suo popolo,
Viterbo, marzo 1996; Il Centroamerica desaparecido, Celleno, luglio 1996;
Primo Levi, testimone della dignita' umana, Bolsena, maggio 1998; La
solidarieta' nell'era della globalizzazione, Celleno, luglio 1998; I
movimenti ecopacifisti e della solidarieta' da soggetto culturale a soggetto
politico, Viterbo, ottobre 1998; Rosa Luxemburg, una donna straordinaria,
una grande personalita' politica, Viterbo, maggio 1999; Nicaragua: tra
neoliberismo e catastrofi naturali, Celleno, luglio 1999; La sfida della
solidarieta' internazionale nell'epoca della globalizzazione, Celleno,
luglio 2000; Ripensiamo la solidarieta' internazionale, Celleno, luglio
2001; America Latina: il continente insubordinato, Viterbo, marzo 2003. Per
anni ha curato una rubrica di politica internazionale e sui temi della
solidarieta' sul settimanale viterbese "Sotto Voce" (periodico che ha
cessato le pubblicazioni nel 1997). Cura il notiziario "Quelli che
solidarieta'"]

Vediamo un infittirsi di conflitti, un ingigantirsi della guerra come unica
risoluzione delle controversie internazionali... anche se poi non risolve
nulla; anzi non fa che peggiorare le cose. Si torna a parlare di una nuova
"guerra fredda". Gorge W. Bush minaccia la terza guerra mondiale: "I leader
mondiali fermino le ambizioni nucleari dell'Iran se vogliono evitare la
terza guerra mondiale"; in risposta Putin, dalla Russia, dice che e' pronto
"a sviluppare nuovi armi atomiche".
Naturalmente, chi non dispone degli armamenti nucleari, ricorre agli
eserciti convenzionali.
Come la Turchia che vuole colpire la popolazione kurda fin dentro l'Iraq.
Certo tutto questo non accade perche' nel mondo c'e' uno scontro tra "buoni"
e "cattivi", quanto per ben precisi interessi economici. Come la necessita'
della Turchia di tenere sotto controllo il Kurdistan iracheno e di stroncare
sul nascere le velleita' indipendentiste che potrebbero avere un effetto sui
 kurdi in Turchia.
La guerra e' diventata, cosi', una sorta di prova costituente della
capacita' dell'esercizio di governo (da parte di tutti gli attuali governi:
di destra, di centro, o di centrosinistra) e dell'uso di potere.
Restano, drammaticamente e dolorosamente - per usare le parole di Tommaso Di
Francesco, dal quotidiano "il manifesto" del 20 ottobre 2007) - "Le menzogne
raccontate sull'avventura slava (che) scoloriscono nelle sabbie delle bugie
mediorientali e rinsecchiscono tra le pietraie degli altopiani afgani. Non
ci sara' un giorno in cui tutto sara' chiaro e saremo felici. Facciamo
sgombre le nostre coscienze, facciamo luce da subito e lotta alla guerra".
*
La situazione che ci troviamo a vivere non e', per fortuna, riducibile solo
a questo.
Se guardiamo al nostro presente riandando con il pensiero ad alcuni momenti
di storia delle donne e a come si sono regolate nel passato, non possiamo
non sottolineare come l'impegno contro la guerra ha voluto anche dire lotta
contro il patriarcato e il maschilismo.
Piu' dettagliatamente, come le donne hanno rappresentato (e rappresentano)
il volto della resistenza della vita sulla morte; del dar vita materno sul
dar morte dei regimi e delle guerre.
E' con questo spirito che, su iniziativa dell'Associazione delle Madri
argentine di Plaza de Mayo, le "donne in lotta" del mondo si incontrano per
scambiare esperienze, affermare la possibilita' di una pratica politica
radicalmente "altra" e costruire strumenti e percorsi di pace, giustizia,
liberta' e dignita' umana.
Come nel secondo incontro internazionale delle "Mujeres en lucha", svoltosi
dal lunedi' 22 ottobre fino a giovedi' 25 ottobre a Roma presso la
Biblioteca del Senato.
L'idea di realizzare l'incontro internazionale di donne in lotta di tutto il
mondo nasce in seno all'Associazione delle Madres de Plaza de Mayo: le madri
argentine che, dopo il golpe di Videla del 24 marzo 1976, ebbero il coraggio
di sfidare la dittatura, riunendosi in quella Plaza de Mayo dove avrebbero
dato vita alla storica marcia che ogni giovedi', da trent'anni a questa
parte, ricorda al mondo che trentamila oppositori politici - per lo piu'
ragazze e ragazzi sui vent'anni - furono sequestrati e uccisi dai militari
(che, dopo averli torturati nei campi di concentramento clandestini
disseminati nell'intero Paese, li fecero "scomparire" nei modi piu'
spietati, spesso gettandoli in mare, vivi, con i "voli della morte").
In occasione del trentennale delle sue attivita' (la prima marcia delle
Madres in Plaza de Mayo risale al 30 aprile del 1977), l'Associazione delle
Madri dei desaparecidos argentini - che non hanno smesso di fare della
maternita' un potere irrevocabile, capace di generare sogni, progetti,
relazioni, in una straordinaria indicazione di pratica politica che va ben
oltre la storia argentina - ha inteso "chiamare a raccolta" e a un confronto
diretto le associazioni delle donne che oggi, nei cinque continenti,
combattono in vari modi le ingiustizie, le violenze, i fondamentalismi, i
regimi e le guerre, affermando con il proprio operato che una prassi
politica radicalmente altra e' possibile.
Uno degli obiettivi concreti e' la creazione di una rete permanente di mutuo
sostegno, informazione e documentazione, una carta d'intenti da sottoporre
alle piu' importanti istituzioni italiane, europee e istituzionali. Tante
idee, ma pochi mezzi, e percio' il comitato organizzatore della Sima
(Solidarieta' Italiana con le Madri di Plaza de Mayo) comunica un numero di
conto corrente per chi voglia partecipare alle spese: Banca Etica, n.
119698 - Abi 05010 - Cab 01600 - Sima, Via Ripa di Porta Ticinese 47, 20143
Milano, tel. 0389400394, e-mail: sima.madres at fastwebenet.it

2. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: POLITICA E MORTE
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento.
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei maestri della cultura e dell'impegno di
pace e di nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato
con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il
foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel
Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian
Peace Research Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro
Interatenei Studi per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo
comitato della rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione
col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento
Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora
a varie prestigiose riviste. Tra le opere di Enrico Peyretti: (a cura di),
Al di la' del "non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni,
Servitium, Sotto il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi
1998; Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?,
Il segno dei Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'.
Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e'
disponibile nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica
Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e
nonviolente, ricerca di cui una recente edizione a stampa e' in appendice al
libro di Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro
di cui Enrico Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu'
volte riproposta anche su questo foglio; vari suoi interventi (articoli,
indici, bibliografie) sono anche nei siti: www.cssr-pas.org,
www.ilfoglio.info e alla pagina web
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Un'ampia bibliografia
degli scritti di Enrico Peyretti e' in "Voci e volti della nonviolenza" n.
68]

Stiamo chiedendo una moratoria della pena di morte nel mondo. Chiediamola
anche per la politica di morte. Fino al punto attuale del cammino umano la
politica, in ultima analisi, gestisce la morte, usa la morte.
L'ultima risorsa ñ di fatto, se non di diritto - dello stato nei confronti
del cittadino che viola la legge, o di un altro stato che viola o insidia il
suo equilibrio o i suoi interessi, e' dare la morte. E' la risorsa ultima,
ma non e' esclusa neppure nei regimi piu' moderati e rispettosi dei diritti.
Solo il potere criminale e il potere statale si attribuiscono questo diritto
di uccidere. Le armi, esibite in genere negli stemmi, nelle feste nazionali,
nei picchetti d'onore, ne sono l'emblema.
La politica non e', di fatto, l'arte del convivere con un ordine e un
programma, cercando il bene comune, ma e' gestire il potere statale. Il
potere-mezzo diventa per lo piu' il fine. Lo stato si pone come fonte di
legge, non soggetto alla legge, neppure alla legge della vita. Si arroga il
monopolio della violenza (come il sale e i tabacchi, dice Freud nelle
Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, 1915). Dando l'illusione di
asciugare in questo modo la violenza della societa', si permette cio' che
vieta ai cittadini (ancora Freud), ma cosi' lo produce. Ottiene il contrario
di cio' che dice di volere.
Gli stati continuano a ritenersi "sovrani", cioe' senza nulla al di sopra di
se', senza legge, e non rispettano davvero il nuovo diritto internazionale
sovrastatale fondato sui diritti umani, formulato dopo l'abisso del 1945, ma
compresente e confliggente col vecchio diritto internazionale degli stati.
Gli stati sono ancora anarchici, non rispettano il diritto delle genti, il
diritto dell'umanita'.
La reale regola ultima degli stati e' la forza materiale, fino alla violenza
(delle armi, dell'economia, della menzogna), dunque e' la morte data dal
piu' forte al piu' debole. Cio' rimane vero anche se il prezioso movimento
costituzionale, negli ultimi secoli, ha stabilito (o solo auspicato?) limiti
e regole al potere statale.
*
A questo discorso si puo' obiettare: e' triste ma inevitabile che lo stato
minacci di morte e fermi con la morte chi da' o darebbe la morte ad altri.
Non si e' ancora trovato un modo piu' puro di contrastare e fermare la
violenza privata. L'obiezione va in parte accettata: e' vero che non vediamo
ancora come possa uno stato fare del tutto a meno della polizia, e anche
armata. Anche Gandhi, che ha dato inizio a svariate forme di efficace difesa
senza violenza in tutto il mondo, non vede prossima questa possibilita'
(Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi 1996, p. 144), mentre nega allo
stato il diritto di avere un esercito. Ma proprio il fatto che lo stato
abbia ancora bisogno di uccidere e' l'oggetto di queste nostre
considerazioni.
*
Dicevamo del nuovo diritto internazionale, che stabilisce obblighi degli
stati. Ma, nel frattempo, il potere effettivo si e' trasferito dagli stati a
poteri globali oligarchici, occulti e illimitati, fuori da ogni controllo
democratico, giuridico, informativo. Mentre i movimenti e le culture
altermondialiste denunciano e contrastano questa regressione storica, i ceti
politici governanti negli stati per lo piu' si sottomettono all'impero
mondiale illegale, fondato sulla sopraffazione e la guerra, piu' violento
degli stati stessi. Quel che hanno ceduto di sovranita', gli stati lo hanno
dato al super-sovrano, ancor meno legittimato di loro.
Quasi senza eccezione, le classi politiche dirigenti degli stati, anche
degli stati democratici, hanno una cultura prigioniera di questo quadro, e
percio' non lo mettono veramente in discussione. Queste classi politiche si
perpetuano arruolando per cooptazione solo personale omogeneo, con pochi
margini differenti.
Con le micidiali armi di "distrazione di massa" delle menti umane, i popoli
sono tenuti accuratamente nell'ignoranza riguardo ai poteri effettivi, sono
addormentati con un benessere superficiale e discriminatorio, che premia gli
egoismi sulla solidarieta', mette i primi contro gli ultimi, criminalizza la
critica e la ribellione.
Cosi' dunque le democrazie sono ridotte all'impotenza, i popoli sono resi
per lo piu' incapaci di giudicare le classi politiche secondo un criterio di
umanita'. La forma democratica diventa spesso la falsa giustificazione di
poteri disumani. E tuttavia dobbiamo strenuamente difenderla per svegliare e
esercitare le sue potenzialita' di critica e correzione.
*
La maternita' e' vita piu' vita. E' vita mediante la vita.
La politica e' - vuole essere - vita mediante la morte.
La maternita' creativa accetta anche il rischio della morte per dare la
vita.
La politica costrittiva per non rischiare la morte (inevitabile) nega la
vita e distribuisce morte.
La politica vuole - talvolta sinceramente, ma con una visione strozzata
della realta' - mantenere e garantire la vita delle persone in una data
societa', ma in definitiva, senza confessarlo, intende preservare la vita
per mezzo della morte. Pone la morte dell'altro come garanzia della vita
nostra. La politica com'e' fino ad oggi fallisce il suo scopo. Non puo' non
fallirlo. Infatti ha prodotto i mezzi della distruttivita' totale, superiore
ad ogni sua opera costruttiva (cfr. Marco Revelli, La politica perduta,
Einaudi 2003). E ha dissotterrato nelle culture umane, oggi in confronto
ravvicinato, le loro versioni piu' violente.
*
La maternita', la generazione, supera la morte mediante la vita. La politica
fa il contrario: si illude di sopprimere la morte di cui ha paura col dare
altra morte. E' totale follia. E' un diluvio di dolore.
Le religioni - pur coi loro difetti, errori e orrori - nel loro verso
migliore e genuino sanno e indicano che noi viviamo perche' c'e'
nell'esistenza una maternita'-paternita', o almeno un approdo di pace al
nostro travaglio e impermanenza, e dunque la politica ha da essere
fraternita' e compassione, perche' la vita sia madre di vita. In questo e'
la salvezza.
I piu' grandi criminali dell'umanita' hanno compiuto i loro delitti col
potere politico.
I piu' grandi maestri, donne e uomini, i migliori esempi famosi o ignoti di
buona umanita' e di saggezza, si sono tenuti quasi completamente alla larga
dal potere politico. Hanno anche fatto politica, come cura del bene di
tutti, guida morale, sviluppo del potere di tutti, ma senza volere potere
sugli altri.
La "ragion di stato" e' altra, eterogenea, rispetto alla ragione umana, alle
ragioni della vita, alla quotidiana pratica materna nelle nostre case.
La violenza incorporata fino ad oggi nella politica e' frutto di una "logica
vittimaria", un "sentire e pensare secondo la morte", che toglie il respiro
(Roberto Mancini, Prefazione a Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza,
Pisa University Press 2004). Muller sostiene che "la rivolta del pensiero
davanti alla violenza che fa soffrire gli uomini e' l'atto fondatore della
filosofia" (op. cit., p. 22), cioe' mette in moto la riflessione e l'opera
per umanizzare la storia.
*
E' possibile una buona politica? E' possibile una politica della vita
mediante la vita?
Qualcosa di buono si puo' fare imbrigliando e ponendo limiti alla spinta
interna che viene dalla logica politica violenta tuttora vigente e
universalmente praticata perche' pensata in questo unico modo.
Qualcosa si puo' fare se si accetta la pazienza della contraddizione: oggi,
a questo punto della storia umana, si puo' talvolta ridurre la violenza
intrinseca alla politica, ma non si vede ancora come eliminarla
sistematicamente.
Ma questa non e' e non deve essere rassegnazione. Quando la realta' stringe
nel dilemma, puo' essere doveroso accettare un male minore per evitarne uno
maggiore. Sfuggire al dilemma invocando la perfezione puo' essere tradire
una responsabilita'. Altrettanto, e' tradire il fine umano rassegnarsi alla
scelta imperfetta, impura. La politica e la storia non sono il luogo della
intera realizzazione umana. Sono buone quando sono passi, anche impuri, ma
ben orientati.
Meno che mai e' lecito rassegnarsi nel nostro tempo che, col movimento e la
cultura gandhiana, ha visto la nonviolenza positiva crescere da etica
privata a possibilita' e ricerca politica.
*
Il pensiero tuttora nascosto nella politica e' che l'umanita' e' fatta di
belve che possono vivere e convivere senza distruggersi soltanto se
costrette da una forza piu' forte, che le minaccia di morte (Bobbio, Il
Terzo assente, Sonda 1989). Il pensiero nascosto nella politica e' la
disperazione.
Solo il pensiero della nonviolenza attiva e positiva, ancor piu' che la
preziosa democrazia, smaschera il male segreto della politica, e non vi si
rassegna. In questo senso la nonviolenza e' "religiosa" (senza integralismi
ne' prevaricazioni di poteri religiosi sulla politica laica), perche' rivela
e promuove "relazioni" vitali, che sono la struttura dell'esistenza, ma
vengono negate e  occultate dai poteri che gestiscono relazioni mortali.
Spesso si smaschera il pensiero occultato nella politica soltanto quando la
si vede nei suoi estremi logicamente conseguenti: la guerra, il dominio,
l'oppressione del debole, l'economia di rapina. Ma "gli estremismi che noi
rifiutiamo sono possibili solo grazie alle ortodossie che noi accettiamo
(...). Per combattere la violenza degli estremismi bisogna arrivare a
braccarla e stanarla nei punti precisi dove essa  si ripara nel seno delle
ortodossie" (Muller, op. cit., p. 25).
Ma questi estremi effetti della violenza intrinseca esercitano un fascino
fatale, come se fossero i veri fatti e la regola della storia, quando invece
ne sono la negazione. Possiamo sfuggirvi se ci siamo impegnati a praticare
la nonviolenza positiva nell'atteggiamento interiore della mente, del cuore,
della volonta', cominciando dalle relazioni prossime di ogni giorno:
gentilezza, ascolto, pazienza, coraggio, resistenza, servizio, difesa del
debole, speranza, tolleranza positiva, perdono. Ma ci salviamo da quel
fascino nero e mortale solo se speriamo e vogliamo che le regole di vita
buona, valide nell'etica interpersonale, debbano valere anche nelle
relazioni umane di gruppo, sociali, politiche, internazionali.
*
Agiscono nella politica due movimenti opposti: per vivere, per uccidere. La
sciagura e' che il pensiero dominante ritiene che per vivere bisogna
uccidere. Questa ambiguita' mortale e' dentro ogni essere umano, e' il
peccato originale, il male radicale. Profondo, ma non fatale, non
irredimibile.
La citta', la "polis", nasce per darci reciprocamente sicurezza invece che
minaccia. Pero' storicamente finisce col cedere al peccato e si affida al
potere mortale.
La politica, fino ad oggi, e' suicida perche' e' omicida.
Allora, non si puo' fare politica? Ognuno deve farla, almeno come cittadino
libero e responsabile, per non consegnarla nelle mani pronte degli avidi di
potere, ma puo' praticarla solo sapendo e guardando senza vertigini e senza
ribrezzo questo abisso spalancato nel cuore della politica fino ad oggi, per
poterne domani scampare. Se non vi sprofonderemo prima.
Per ridurre la violenza incardinata nella politica, bisogna vederla tutta,
senza abbellimenti, e agire senza l'illusione di poterla togliere presto e
completamente. La politica e' un cammino parziale e bifronte, impuro,
dall'uso della morte, fino ad ora, allo sviluppo della vita insieme, oggi e
domani; dalla riduzione della morte alla crescita della vita. Se saremo in
tempo. Chi non accetta questa impurita' della politica, la preceda nella
visione dell'intero obiettivo umano, faccia cultura, educazione, "dica la
verita' al potere", ma non entri nella competizione per gestire il potere.
*
La morte incombe sempre, minaccia di annichilimento della vita e del suo
senso. Se la vediamo come destino cieco, allora l'unica possibilita'
provvisoria e' respingerla buttandola addosso ad altri, e cosi' diventando
noi autori e moltiplicatori di morte. Se la vediamo come un varco che puo'
contenere un appello a spendersi nel donarsi, allora non ci terrorizza piu'
e puo' diventare preferibile, nel bilancio intero della vita, morire
piuttosto che uccidere, diventando cosi', anche nel morire, autori di vita.
Cosi' mori' Gandhi, sessant'anni fa, oggi molto vivo. Cosi' mori' Gesu' di
Nazareth, che fiumi di generazioni sentono vivo. Cosi' morirono, nelle piu'
umili famiglie, oscuri grandi costruttori di umanita', che oggi vivono nel
nostro inesausto anelito di vita e di bene.

3. RIFLESSIONE. PEPPE SINI: POLITICA E VITA. UNA CHIOSA AL TESTO CHE PRECEDE

C'e' un errore riduzionistico fondamentale nell'impostazione del testo che
precede: ridurre in sostanza la politica alla gestione dello stato inteso
come mero esercizio del potere garantito dalla possibilita' di dare la
morte, ed all'imperialismo sovrastatuale onnicida.
Se fosse cosi', non sarebbe politica l'intera esperienza del movimento
operaio. Non sarebbe politica il femminismo, il movimento e il pensiero
delle donne. Non sarebbe politica la lotta di Nelson Mandela. Non sarebbe
politica la lotta di Gandhi. Non sarebbe politica la lotta di Vandana Shiva
e di Rigoberta Menchu'. Non sarebbe politica il Risorgimento, non sarebbe
politica la Resistenza, non sarebbe politica l'antifascismo, non sarebbe
politica la lotta contro il razzismo, contro il colonialismo, contro la
guerra, per la difesa della biosfera.
Fosse cosi', non sarebbe politica tutta la riflessione e la prassi politica
e giuridica orientata alla civilta', alla convivenza, cioe' la maggiore e
miglior parte del pensiero politico e giuridico, la maggiore e miglior parte
della storia e dell'esperienza politica.
Fosse cosi', non avrebbe senso l'esistenza e l'opera di Socrate e di Rosa
Luxemburg e di Hannah Arendt, di Gobetti e di Gramsci, di Capitini e di
Dolci.
Fosse cosi', non avrebbe senso la nonviolenza storicamente esistente, che e'
lotta politica per obiettivi politici o non e' nulla.
Fosse cosi', non sarebbe politica la politica che piu' conta.
Fortunatamente la politica e' molto di piu' dell'amministrazione dello
stato, e' molto di piu' dell'organizzazione della violenza dei potenti, e'
molto di piu' che l'essere-per-la-morte.
*
E quindi politica e' anche la nostra lotta e la nostra vita. Conflitto e
convivenza, riconoscimento di umanita', difesa e promozione della civilta',
contrario della guerra e della morte. E contraddizione che non si estingue.

4. RIFLESSIONE. BRUNETTO SALVARANI: ALLE DONNE E AGLI UOMINI DI BUONA
VOLONTA' IN DIALOGO
[Pubblichiamo con grande ritardo, di cui ci scusiamo, questa "Lettera alle
donne e agli uomini di buona volonta' in occasione della sesta giornata
ecumenica del dialogo cristiano-islamico" del 4 ottobre 2007. Come e' noto,
sulla giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico molti utilissimi
materiali sono nell'ottimo sito de "Il Dialogo", www.ildialogo.org
Brunetto Salvarani, teologo ed educatore, da molto tempo si occupa di
dialogo ecumenico e interreligioso, avendo fondato nel 1985 la rivista di
studi ebraico-cristiani "Qol"; ha diretto dal 1987 al 1995 il Centro studi
religiosi della Fondazione San Carlo di Modena; saggista, scrittore e
giornalista, collabora con varie testate, dirige "Cem-Mondialita'" (la
rivista dei missionari saveriani di Brescia, che a Viterbo tiene il suo
convegno nazionale annuale), fa parte del Comitato "Bibbia cultura scuola",
che si propone di favorire la presenza del testo sacro alla tradizione
ebraico-cristiana nel curriculum delle nostre istituzioni scolastiche; e'
direttore della "Fondazione ex campo Fossoli", vicepresidente
dell'Associazione italiana degli "Amici di Neve' Shalom - Waahat as-Salaam",
il "villaggio della pace" fondato in Israele da padre Bruno Hussar; e' tra i
promotori dell'appello per la giornata del dialogo cristiano-islamico. Ha
pubblicato vari libri presso gli editori Morcelliana, Emi, Tempi di
Fraternita', Marietti, Paoline]

Cari amici ed amiche, fratelli e sorelle,
il 5 ottobre 2007, ultimo venerdi' del mese di Ramadan dell'anno Hijri 1428
prima della festivita' di Id Al Fitr, celebreremo la sesta giornata
ecumenica del dialogo cristiano-islamico.
Ancora una volta devo confessare che allorche', all'indomani dell'11
settembre 2001, assieme ad altri amiche ed amici del dialogo lanciammo in
rete l'appello all'origine di questa esperienza, i miei sentimenti
spaziavano tra lo scetticismo e la fiducia. Certo, non avrei scommesso molto
che sei anni dopo ci saremmo ritrovati per un altro appuntamento, e
soprattutto che la nostra giornata - in sordina, leggermente, con la forza
del passaparola, senza troppi clamori ne' particolari attenzioni da parte
dei media - avrebbe preso piede, divenendo un punto di riferimento per il
cammino del dialogo interreligioso nel nostro Paese. Era anche difficile
immaginare, del resto, la vera e propria escalation che oggi tocchiamo con
mano nel percepire come senso comune lo scontro fra le civilta', le accuse
al dialogo (di irenismo, buonismo, ingenuita', nel migliore dei casi) e il
clima di "dalli al diverso" che vede quale principale obiettivo,
inevitabilmente, il musulmano...
Nell'appello di quest'anno, come organizzatori della giornata scrivevamo di
sentire come assai pressante la necessita' di rilanciare in Italia i temi
del dialogo interreligioso, in particolare quello con l'islam, che vediamo
sempre piu' minacciato e ricacciato indietro, alla luce anche delle recenti
vicende giudiziarie che hanno visto coinvolti studiosi e amici del dialogo
come gli esperti di islam Stefano Allievi e Paolo Branca (entrambi firmatari
del nostro appello): "In questi anni si sono moltiplicate le giornate
istituzionali di dialogo: in realta' i mezzi di comunicazione di massa non
cessano di suonare la marcia funebre della guerra e dell'odio fra le
nazioni, i popoli, le religioni, le culture diffondendo razzismo e violenza.
La differenza, come sempre, la puo' fare l'iniziativa dal basso, quella che
rompe gli schemi delle persone intruppate nelle rispettive appartenenze,
quella che mette a contatto donne e uomini delle varie religioni o senza
religione che si incontrano per dire che non ne possono piu' di odio e di
religioni al servizio dei potenti di turno, che spingono i propri aderenti a
combattere contro altre donne e uomini di fede diversa".
Mentre mi piace ricordare che, nella terza assemblea ecumenica europea di
inizio settembre a Sibiu, in Romania, i delegati italiani hanno approvato
una mozione che invitava gli estensori del messaggio finale a valutare la
possibilita' di estendere tale esperienza su scala europea. Un dato
rilevante, al di la' del fatto che nel testo conclusivo, in realta', la cosa
non compaia, pagando verosimilmente la scarsa attenzione rivolta nel
complesso al tema del dialogo interreligioso.
Se la giornata ha saputo attraversare indenne questi anni affannosi, densi
di slogan beceri e trovate politiche di dubbio gusto su cui il tacere e'
bello, e' perche', in realta', al dialogo non esiste alternativa. Il
problema, piuttosto, riguarda, da un lato, la sua effettiva praticabilita',
in un contesto di reiterate strumentalizzazioni e di un ascolto reciproco
ancora raro; e, dall'altro, i suoi contenuti, quelli di un termine che
rischia il depotenziamento a causa sia del suo abuso sia della sua
banalizzazione. Ecco allora che, opportunamente, il comitato organizzatore,
di anno in anno allargatosi fino a comprendere molte riviste e associazioni
ecclesiali, ha proposto per il 5 ottobre 2007, quale auspicio, il motto
"Costruire speranza e convivialita'". Con l'obiettivo di riempire di
contenuti concreti, soprattutto sul piano educativo e politico, le decine di
eventi previsti (fra cui l'originale proposta dell'iniziativa "Moschea
aperta", avviata da alcuni intraprendenti giovani musulmani, che vede oltre
venti luoghi di culto islamici disponibili ad aprire le porte a tutti quello
stesso giorno, in segno di accoglienza e trasparenza). In che direzione?
Provero' a riflettervi brevemente, suggerendo alcune piste che potrebbero
risultare utili in vista della realizzazione della giornata.
*
Il primo criterio per un dialogo interreligioso fruttuoso e', infatti, il
favorire la maturazione di un atteggiamento positivo verso le altre fedi.
Questo e' il filo rosso del Vaticano II, ma anche del lungo pontificato di
Giovanni Paolo II, e della Charta Oecumenica sottoscritta da tutte le chiese
europee: "L'educazione e la formazione al dialogo interreligioso, o a una
vita di amicizia e di simpatia con persone di altre religioni - scrive il
saveriano padre Franco Sottocornola, forte di una lunga esperienza diretta
in Giappone - deve anzitutto cercare di creare questo atteggiamento generale
col quale noi sottolineiamo quello che e' positivo, buono, bello nell'altra
religione piuttosto che i suoi aspetti negativi, e poniamo l'accento su
tutto quello che unisce o favorisce la collaborazione e l'amicizia,
piuttosto che su cio' che divide".
Si tratta, in vista di tale acquisizione, di avviare un percorso che potra'
rivelarsi anche lungo e complesso: inutile farsi troppe illusioni (ma anche
fasciarsi la testa prima di averci provato seriamente, beninteso!). Ecco
dunque alcune indicazioni di metodo che favorirebbero tale incontro,
rendendolo meno drammatico. Prima di tutto, il dialogo interreligioso dovra'
maturare nel quadro di un riconoscimento che chi dialoga non sono le
religioni (entita' astratte) bensi' donne e uomini in carne ed ossa, con
storie, vissuti, sofferenze, speranze, peculiari e irripetibili. Non sembri
una considerazione banale, o scontata: quanti errori sono stati compiuti, e
continuano a farsi, a causa di una lettura tutta ideologica e metafisica
dell'altro! Gli esempi si sprecherebbero... In primis, andrebbero percio'
costruite delle occasioni di incontro, in ambienti che favoriscano il
contatto effettivo. Occorrera' poi una buona conoscenza reciproca degli
interlocutori coinvolti: conoscenza intellettuale, dei testi e dei documenti
ufficiali delle chiese e delle religioni (imparare le religioni), certo, ma
anche umana, a partire da un atteggiamento sincero di ascolto delle
narrazioni altrui (imparare dalle religioni).
Operare assieme in qualche settore specifico, ad esempio, affrontando
problemi sociali o discriminazioni palesi, potrebbe poi rendere piu'
convincente un rapporto interreligioso. Valorizzare esperienze e
testimonianze vissute, quindi, soprattutto agli occhi dei piu' giovani -
giustamente refrattari alle eccessive teorizzazioni - facilitera' senz'altro
il cammino: con l'approccio diretto, quando sia possibile, e la visita ai
diversi luoghi delle comunita'.
Un'ultima considerazione riguarda la necessita' di investire maggiormente
nella preparazione e formazione di giovani che si accingano a svolgere un
ruolo di guida e di stimolatori sul tema del dialogo nelle diverse
comunita'. Ecco allora l'importanza di ricentrare i curricula degli studi
teologici facendo attenzione al dialogo interreligioso e alla conoscenza
delle religioni altre, ma anche la pastorale delle parrocchie, la vita delle
chiese e delle comunita', i programmi dei movimenti, e cosi' via.
L'obiettivo e' quello di uscire dal falso presupposto secondo cui il dialogo
interreligioso sarebbe un'attivita' riservata agli specialisti, e, parlo da
cattolico, assumere come impegno serio l'invito dell'enciclica di Giovanni
Paolo II Redemptoris Missio, per cui "tutti i fedeli e le comunita'
cristiane sono chiamati a praticare il dialogo interreligioso" (n. 57).
Anche perche' oggi non possiamo piu' negare che "senza dialogo, le religioni
si aggrovigliano in se stesse oppure dormono agli ormeggi... o si aprono
l'una all'altra, o degenerano" (R. Panikkar).
*
La grande sfida che ci attende oggi e' di evitare una lettura delle
differenze esistenti, anche profonde, come uno scontro tra il bene e il
male, di rifuggire l'identificazione tra un islam astratto e l'incarnazione
del male, di rifiutare la demonizzazione dell'altro. Per riuscire in tale
impresa, ciascuno dovra' fare appello alla ragione di cui tutti sono muniti
e che, nel suo fecondo intrecciarsi con i dati della rivelazione, ci puo'
finalmente ricondurre sulle vie della pace e della fratellanza umana.
Abbiamo bisogno di guardare alle nostre differenze non come ad idoli da
adorare ma come arricchimento reciproco verso una vita piena di amore,
quell'amore che per cristiani e musulmani caratterizza l'essenza stessa di
Dio. Se uno dei nomi di Dio della tradizione islamica e' Al-Wadud,
L'amorevole, sappiamo dalla Bibbia che "da questo conosceranno tutti che
siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri" (1 Gv 13, 35).
Non dimentichiamolo, il prossimo 5 ottobre, una giornata di speranza e
convivialita'.
Con i piu' fraterni auguri di shalom - salaam - pace
Brunetto Salvarani
Carpi, 4 ottobre 2007

5. LIBRI. DIANA NAPOLI PRESENTA "L'ENIGMA DELL'ARRIVO" DI VIDIADHAR
SURAJPRASAD NAIPAUL
[Ringraziamo Diana Napoli (per contatti:  e-mail: mir.brescia at libero.it,
sito: www.storiedellastoria.it) per questo intervento.
Diana Napoli, laureata in storia presso l'Universita' degli studi di Milano,
insegna nei licei, e' stata volontaria in servizio civile presso il Centro
per la nonviolenza di Brescia.
Vidiadhar Surajprasad Naipaul (Trinidad, 1932), scrittore inglese di origine
indiana, Premio Nobel per la letteratura nel 2001, autore di libri
indimenticabili. Dalla Wikipedia, edizione italiana, riprendiamo la seguente
scheda: "Sir Vidiadhar Surajprasad Naipaul, noto anche come V. S. Naipaul
(Chaguanas, 17 agosto 1932) e' uno scrittore britannico. Nasce a Chaguanas,
un piccolo villaggio dell'isola caraibica di Trinidad nel 1932 da genitori
indiani di casta braminica. Suo nonno, originario dell'India nord-orientale,
era emigrato a Trinidad nel secolo precedente per lavorare nelle piantagioni
di canna da zucchero. Suo padre Seepersad era giornalista del 'Trinidad
Guardian' e autore di novelle. V. S. Naipaul si trasferisce in Inghilterra
nel 1950 dove frequenta l'universita' di Oxford. Inizia a collaborare
saltuariamente a diversi giornali e pubblica i suoi primi romanzi nel 1954.
La sua vita e' segnata dai numerosi viaggi che compie: inizia a viaggiare
nel 1960. Nel 1990 la regina Elisabetta gli assegna il titolo di Knight
Bachelor (cavaliere), tre anni dopo, nel 1993 e' il primo beneficiario del
premio David Cohen British Literature Prize, nel 1999 ha ricevuto il Premio
Grinzane Cavour. Riceve il Premio Nobel per la Letteratura nel 2001. Opere
di V. S: Naipaul: a) narrativa: The Mystic Masseur (1957); The Suffrage of
Elvira (1958); Miguel Street (1959); A House for Mr Biswas (1961), Mr. Stone
and the Knight's Companion (1963); A Flag on the Island (1967); The Mimic
Men (1967); The Loss of Eldorado (1969); In a Free State (1971); Guerillas
(1975); A Bend in the River (1979); Finding the Centre (1984); The Enigma of
Arrival (1987); A Way in the World (1994); Half a Life (2001); Magic Seeds
(2004). b) saggistica: The Middle Passage (1962); An Area of Darkness
(1964); The Overcrowded Barracoon and Other Articles (1972); India: A
Wounded Civilization (1977); A Congo Diary (1980); The Return of Eva Peron
(1980); Among the Believers: An Islamic Journey (1981); Finding the Centre
(1984); A Turn in the South (1989); India: A Million Mutinies Now (1990);
Homeless by Choice (1992); Bombay(1994); Beyond Belief: Islamic Excursions
among the Converted Peoples (1998); Between Father and Son: Family Letters
(1999); c) alcune traduzioni in italiano: Alla curva del fiume (Rizzoli,
1982, Mondadori, 1995); Un'area di tenebra (Adelphi, 1999); Una bandiera
sull'isola (Rizzoli, 1984); Una casa per il signor Biswas (Mondadori, 1964);
Una civilta' ferita: l'India (Adelphi, 1997); I coccodrilli di Yamoussoukro
(Adelphi, 2004); Elezioni a Elvira (Mondadori, 1990); L'enigma dell'arrivo:
un romanzo in cinque parti (Mondadori, 1988); Fedeli a oltranza: un viaggio
tra i popoli convertiti all'Islam (Adelphi, 2001); Guerrillas (Mondadori,
1991); In uno Stato libero (Adelphi, 1996); India: un milione di rivolte
(Mondadori, 1991); Leggere e scrivere: una testimonianza (Adelphi, 2002); Il
massaggio mistico (Mondadori, 1966); La meta' di una vita (Mondadori, 1993);
Miguel street (Mondadori, 1991); Mr. Stone (Mondadori, 1990); Nel Sud
(Mondadori, 1989); Tra i credenti: un viaggio nell'Islam (Rizzoli, 1983);
Una via nel mondo: una sequenza (Adelphi, 1995)"]

Sollecito una riedizione di uno dei libri piu' belli di V. S. Naipaul,
L'enigma dell'arrivo.
Naipaul, in una piccola casa all'interno di quella che un tempo era stata
una tenuta e che mostrava oramai solo i segni piu' estremi di disfacimento
di un mondo che non esisteva piu' se non nelle rare e schizofreniche uscite
del vecchio proprietario dilettante di poesie, scioglie l'enigma
dell'arrivo. Che e' l'arrivo in Gran Bretagna e l'altra faccia della
medaglia della partenza, la sua partenza dall'isola in cui era nato: lui,
indiano, a Trindad e Tobago. Partenza che non aveva avuto mai compimento,
mai arrivata e che si trascinava nei suoi viaggi come residuo ultimo di una
religione di casta (quella che ciascuno ha e il cui fardello si porta
appresso).
In questo luogo poco abitato, sospeso tra una gloria che non c'era piu' e un
futuro incuneatosi a forza nella terra, modificandone il paesaggio
brutalmente, Naipaul era solito passeggiare ogni pomeriggio incontrando una
umanita' insolita e la cui comprensione, il cui ascolto e' la via per
riconciliarsi con se', col mondo e soprattutto con quel passato che
conteneva tutte le umiliazioni subite, il breve soggiorno a New York utile
solo per riscoprirsi la sera nell'albergo a mangiare di nascosto con le mani
pollo incartato, le librerie coi nomi sconosciuti, la Gran Bretagna che non
manifestava mai il "materiale per la scrittura" cosi' promesso dai libri, il
romanzo che non nasceva... Tutto cio' diventa parola e scrittura, perche'
tra tutte le caratteristiche che si attribuiscono alla parola, anche quelle
piu' magiche della filosofia benjaminiana, ne esiste una tipica della
scrittura di Naipaul: il suo potere esploratore, come un percorso di una
fenomenologia.
E Naipaul, che pure aveva gia' scritto e viaggiato per lavoro, e' costretto
a tornare a Trinidad per un lutto familiare, celebrando cosi' finalmente la
cerimonia degli addii, ritornando senza enigmi da sciogliere in Inghilterra,
scrivendo di getto del giardino di Jack, dei vicini dall'esistenza precaria,
del giardiniere, del padrone della villa, di tutto quel luogo che aveva
ospitato la sua inquietudine per un passato che non passava mai e che invece
si era rivelato il luogo della sua seconda nascita. E quello che la
riflessione e la sofferenza non avevano potuto, lo compie la parola,
schiudendo, dal racconto che inizia proprio col giardino di Jack e la sua
vita invano ostinata, la quiete che nemmeno l'affetto era riuscito a
portare.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 256 del 28 ottobre 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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