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La domenica della nonviolenza. 139



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 139 del 25 novembre 2007

In questo numero:
Marco Catarci intervista Goffredo Fofi su Aldo Capitini

RIFLESSIONE. MARCO CATARCI INTERVISTA GOFFREDO FOFI SU ALDO CAPITINI
[Ringraziamo Marco Catarci (per contatti: catarci at uniroma3.it) per averci
messo a disposizione questo suo dialogo con Goffredo Fofi su Aldo Capitini,
estratto dalle pp. 63-70 del suo recente libro Il pensiero disarmato. La
pedagogia della nonviolenza di Aldo Capitini, Ega, Torino 2007. L'intervista
e' stata realizzata il 18 aprile 2007 a Roma.
Marco Catarci, da sempre attivo in iniziative di solidarieta', per i
diritti, la pace e la difesa della biosfera, e' ricercatore e docente di
Pedagogia sociale presso la facolta' di Scienze della formazione
dell'Universita' degli studi Roma Tre, dove collabora con il Creifos (Centro
di ricerca sull'educazione interculturale e sulla formazione allo sviluppo).
Ha partecipato a numerose ricerche in campo educativo e sociale, e' autore
del volume All'incrocio dei saperi. Una didattica per una societa'
multiculturale, e di numerosi saggi e articoli sui temi dell'immigrazione,
della formazione, della mediazione culturale. Tra le opere di Marco Catarci:
All'incrocio dei saperi. Una didattica per una societa' multiculturale,
Anicia, Roma 2004; "La pedagogia degli oppressi di Paulo Freire", in
"Studium", n. 4, 2004; "Il percorso formativo del mediatore
linguistico-culturale: il modello proposto dal Cies" e "La mediazione in
ambito educativo", in F. Susi, M. Fiorucci (a cura di), Mediazione e
mediatori in Italia. La mediazione linguistico-culturale per l'inserimento
socio-lavorativo dei migranti, Anicia, Roma 2004; "Formazione e inserimento
lavorativo dei rifugiati in Italia", in M. Fiorucci, S. Bonetti (a cura di),
Uomini senza qualita'. La formazione dei lavoratori immigrati: dalla
negazione al riconoscimento, Guerini Associati, Milano 2006; Il pensiero
disarmato. La pedagogia della nonviolenza di Aldo Capitini, Ega, Torino
2007.
Goffredo Fofi, nato a Gubbio nel 1937, ha lavorato in campo pedagogico e
sociale collaborando a rilevanti esperienze. Si e' occupato anche di critica
letteraria e cinematografica. Tra le sue intraprese anche riviste come
"Linea d'ombra", "La terra vista dalla luna" e "Lo straniero". Per sua
iniziativa o ispirazione le Edizioni Linea d'ombra, la collana Piccola
Biblioteca Morale delle Edizioni e/o, L'ancora del Mediterraneo, hanno
rimesso in circolazione testi fondamentali della riflessione morale e della
ricerca e testimonianza nonviolenta purtroppo sepolti dall'editoria -
diciamo cosi' - maggiore. Opere di Goffredo Fofi: tra i molti suoi volumi
segnaliamo particolarmente almeno L'immigrazione meridionale a Torino
(1964), e Pasqua di maggio (1989). Tra le pubblicazioni degli ultimi decenni
segnaliamo ad esempio: con Tony Thomas, Marlon Brando, Gremese, 1982; con
Franca Faldini, Toto', Pironti, Napoli 1987; Pasqua di maggio. Un diario
pessimista, Marietti, Casale Monferrato 1988; con P. Polito, L'utopia
concreta di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1988; Prima il pane, e/o, Roma
1990; Storie di treno, L'Obliquo, 1990; Benche' giovani. Crescere alla fine
del secolo, e/o, Roma 1993; Strana gente. 1960: un diario tra Sud e Nord,
Donzelli, Roma 1993; La vera storia di Peter Pan  e altre storie per film
(1968-1977), e/o, Roma 1994; Piu' stelle che in cielo. Il libro degli attori
e delle attrici, e/o, Roma 1995; Come in uno specchio. I grandi registi del
cinema, Donzelli, Roma 1995; Strade maestre. Ritratti di scrittori italiani,
Donzelli, Roma 1996; con Gad Lerner e Michele Serra, Maledetti giornalisti,
e/o, Roma 1997; Sotto l'Ulivo. Politica e cultura negli anni '90, Minimum
Fax, 1998; Un secolo con Toto', Dante & Descartes, Napoli 1998; Le nozze coi
fichi secchi, L'ancora del Mediterraneo, Napoli 1999; con Gianni Volpi,
Vittorio De Seta. Il mondo perduto, Lindau, 1999; con Stefano Benni,
Leggere, scrivere, disobbedire. Conversazione, Minimum Fax, 1999; con Franca
Faldini, Toto'. L'uomo e la maschera, L'ancora del Mediterraneo, Napoli
2000; con Stefano Cardone, Intoccabili, Silvana, 2003; Paolo Benvenuti,
Falsopiano, 2003; con Ferruccio Giromini, Santosuosso, Cooper e
Castelvecchi, 2003; Alberto Sordi, Mondadori, Milano 2004; con Giovanni Da
Campo e Claudio G. Fava., Simenon, l'uomo nudo, L'ancora del Mediterraneo,
Napoli 2004;  con Franca Faldini, Toto'. Storia di un buffone serissimo,
Mondadori, Milano 2004; Circo equestre za-bum. Dizionario di stranezze,
Cargo, 2005. Opere su Goffredo Fofi: non conosciamo volumi a lui dedicati,
ma si veda almeno il ritratto che ne ha fatto Grazia Cherchi, ora alle pp.
252-255 di Eadem, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli).
Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato,
docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la
nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande
pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini:
la miglior antologia degli scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo e vari
collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che
contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale -
ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca -
bibliografia degli scritti di Capitini); recentemente e' stato ripubblicato
il saggio Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989; una
raccolta di scritti autobiografici, Opposizione e liberazione, Linea
d'ombra, Milano 1991, nuova edizione presso L'ancora del Mediterraneo,
Napoli 2003; e gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996;
segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri,
Edizioni Associate, Roma 1991; e la recente antologia degli scritti (a cura
di Mario Martini, benemerito degli studi capitiniani) Le ragioni della
nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004. Presso la redazione di "Azione
nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org)
sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi ed opuscoli di
Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui i fondamentali Elementi di
un'esperienza religiosa, 1937, e Il potere di tutti, 1969). Negli anni '90
e' iniziata la pubblicazione di una edizione di opere scelte: sono fin qui
apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un
volume di Scritti filosofici e religiosi, Perugia 1994, seconda edizione
ampliata, Fondazione centro studi Aldo Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo
Capitini: oltre alle introduzioni alle singole sezioni del sopra citato Il
messaggio di Aldo Capitini, tra le pubblicazioni recenti si veda almeno:
Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci, Torino 1988; Clara Cutini (a cura di),
Uno schedato politico: Aldo Capitini, Editoriale Umbra, Perugia 1988;
Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di
Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini.
Tra religione ed etica laica, Clueb, Bologna 1991; Fondazione "Centro studi
Aldo Capitini", Elementi dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova
Italia, Scandicci (Fi) 1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per
una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini,
Pisa 1998, 2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume
monografico de "Il ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante,
La realta' liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del
Rosone, Foggia 1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta
2001; Federica Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini,
Cittadella, Assisi 2004; Massimo Pomi, Al servizio dell'impossibile. Un
profilo pedagogico di Aldo Capitini, Rcs - La Nuova Italia, Milano-Firenze
2005; Andrea Tortoreto, La filosofia di Aldo Capitini, Clinamen, Firenze
2005; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d'Orsi,
Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; per una
bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito
citato; numerosi utilissimi materiali di e su Aldo Capitini sono nel sito
dell'Associazione nazionale amici di Aldo Capitini: www.aldocapitini.it,
altri materiali nel sito www.cosinrete.it; una assai utile mostra e un
altrettanto utile dvd su Aldo Capitini possono essere richiesti scrivendo a
Luciano Capitini: capitps at libero.it, o anche a Lanfranco Mencaroni:
l.mencaroni at libero.it, o anche al Movimento Nonviolento: tel. 0458009803,
fax: 0458009212, e-mail: azionenonviolenta at sis.it o anche
redazione at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org
Danilo Dolci e' nato a Sesana (Trieste) nel 1924, arrestato a Genova nel '43
dai nazifascisti riesce a fuggire; nel '50 partecipa all'esperienza di
Nomadelfia a Fossoli; dal '52 si trasferisce nella Sicilia occidentale
(Trappeto, Partinico) in cui promuove indimenticabili lotte nonviolente
contro la mafia e il sottosviluppo, per i diritti, il lavoro e la dignita'.
Subisce persecuzioni e processi. Sociologo, educatore, e' tra le figure di
massimo rilievo della nonviolenza nel mondo. E' scomparso sul finire del
1997. Di seguito riportiamo una sintetica ma accurata notizia biografica
scritta da Giuseppe Barone (comparsa col titolo "Costruire il cambiamento"
ad apertura del libriccino di scritti di Danilo, Girando per case e
botteghe, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2002): "Danilo Dolci nasce il
28 giugno 1924 a Sesana, in provincia di Trieste. Nel 1952, dopo aver
lavorato per due anni nella Nomadelfia di don Zeno Saltini, si trasferisce a
Trappeto, a meta' strada tra Palermo e Trapani, in una delle terre piu'
povere e dimenticate del paese. Il 14 ottobre dello stesso anno da' inizio
al primo dei suoi numerosi digiuni, sul letto di un bambino morto per la
denutrizione. La protesta viene interrotta solo quando le autorita' si
impegnano pubblicamente a eseguire alcuni interventi urgenti, come la
costruzione di una fogna. Nel 1955 esce per i tipi di Laterza Banditi a
Partinico, che fa conoscere all'opinione pubblica italiana e mondiale le
disperate condizioni di vita nella Sicilia occidentale. Sono anni di lavoro
intenso, talvolta frenetico: le iniziative si susseguono incalzanti. Il 2
febbraio 1956 ha luogo lo "sciopero alla rovescia", con centinaia di
disoccupati - subito fermati dalla polizia - impegnati a riattivare una
strada comunale abbandonata. Con i soldi del Premio Lenin per la Pace (1958)
si costituisce il "Centro studi e iniziative per la piena occupazione".
Centinaia e centinaia di volontari giungono in Sicilia per consolidare
questo straordinario fronte civile, "continuazione della Resistenza, senza
sparare". Si intensifica, intanto, l'attivita' di studio e di denuncia del
fenomeno mafioso e dei suoi rapporti col sistema politico, fino alle
accuse - gravi e circostanziate - rivolte a esponenti di primo piano della
vita politica siciliana e nazionale, incluso l'allora ministro Bernardo
Mattarella (si veda la documentazione raccolta in Spreco, Einaudi, Torino
1960 e Chi gioca solo, Einaudi, Torino 1966). Ma mentre si moltiplicano gli
attestati di stima e solidarieta', in Italia e all'estero (da Norberto
Bobbio a Aldo Capitini, da Italo Calvino a Carlo Levi, da Aldous Huxley a
Jean Piaget, da Bertrand Russell a Erich Fromm), per tanti avversari Dolci
e' solo un pericoloso sovversivo, da ostacolare, denigrare, sottoporre a
processo, incarcerare. Ma quello che e' davvero rivoluzionario e' il suo
metodo di lavoro: Dolci non si atteggia a guru, non propina verita'
preconfezionate, non pretende di insegnare come e cosa pensare, fare. E'
convinto che nessun vero cambiamento possa prescindere dal coinvolgimento,
dalla partecipazione diretta degli interessati. La sua idea di progresso non
nega, al contrario valorizza, la cultura e le competenze locali. Diversi
libri documentano le riunioni di quegli anni, in cui ciascuno si interroga,
impara a confrontarsi con gli altri, ad ascoltare e ascoltarsi, a scegliere
e pianificare. La maieutica cessa di essere una parola dal sapore antico
sepolta in polverosi tomi di filosofia e torna, rinnovata, a concretarsi
nell'estremo angolo occidentale della Sicilia. E' proprio nel corso di
alcune riunioni con contadini e pescatori che prende corpo l'idea di
costruire la diga sul fiume Jato, indispensabile per dare un futuro
economico alla zona e per sottrarre un'arma importante alla mafia, che
faceva del controllo delle modeste risorse idriche disponibili uno strumento
di dominio sui cittadini. Ancora una volta, pero', la richiesta di acqua per
tutti, di "acqua democratica", incontrera' ostacoli d'ogni tipo: saranno
necessarie lunghe battaglie, incisive mobilitazioni popolari, nuovi digiuni,
per veder realizzato il progetto. Oggi la diga esiste (e altre ne sono sorte
successivamente in tutta la Sicilia), e ha modificato la storia di decine di
migliaia di persone: una terra prima aridissima e' ora coltivabile;
l'irrigazione ha consentito la nascita e lo sviluppo di numerose aziende e
cooperative, divenendo occasione di cambiamento economico, sociale, civile.
Negli anni Settanta, naturale prosecuzione del lavoro precedente, cresce
l'attenzione alla qualita' dello sviluppo: il Centro promuove iniziative per
valorizzare l'artigianato e l'espressione artistica locali. L'impegno
educativo assume un ruolo centrale: viene approfondito lo studio, sempre
connesso all'effettiva sperimentazione, della struttura maieutica, tentando
di comprenderne appieno le potenzialita'. Col contributo di esperti
internazionali si avvia l'esperienza del Centro Educativo di Mirto,
frequentato da centinaia di bambini. Il lavoro di ricerca, condotto con
numerosi collaboratori, si fa sempre piu' intenso: muovendo dalla
distinzione tra trasmettere e comunicare e tra potere e dominio, Dolci
evidenzia i rischi di involuzione democratica delle nostre societa' connessi
al procedere della massificazione, all'emarginazione di ogni area di
effettivo dissenso, al controllo sociale esercitato attraverso la diffusione
capillare dei mass-media; attento al punto di vista della "scienza della
complessita'" e alle nuove scoperte in campo biologico, propone
"all'educatore che e' in ognuno al mondo" una rifondazione dei rapporti, a
tutti i livelli, basata sulla nonviolenza, sulla maieutica, sul "reciproco
adattamento creativo" (tra i tanti titoli che raccolgono gli esiti piu'
recenti del pensiero di Dolci, mi limito qui a segnalare Nessi fra
esperienza etica e politica, Lacaita, Manduria 1993; La struttura maieutica
e l'evolverci, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1996; e Comunicare, legge
della vita, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1997). Quando la mattina del 30
dicembre 1997, al termine di una lunga e dolorosa malattia, un infarto lo
spegne, Danilo Dolci e' ancora impegnato, con tutte le energie residue, nel
portare avanti un lavoro al quale ha dedicato ogni giorno della sua vita".
Tra le molte opere di Danilo Dolci, per un percorso minimo di accostamento
segnaliamo almeno le seguenti: una antologia degli scritti di intervento e
di analisi e' Esperienze e riflessioni, Laterza, Bari 1974; tra i libri di
poesia: Creatura di creature, Feltrinelli, Milano 1979; tra i libri di
riflessione piu' recenti: Dal trasmettere al comunicare, Sonda, Torino 1988;
La struttura maieutica e l'evolverci, La Nuova Italia, Firenze 1996. Tra le
opere su Danilo Dolci: Giuseppe Fontanelli, Dolci, La Nuova Italia, Firenze
1984; Adriana Chemello, La parola maieutica, Vallecchi, Firenze 1988
(sull'opera poetica di Dolci); Antonino Mangano, Danilo Dolci educatore,
Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1992; Giuseppe
Barone, La forza della nonviolenza. Bibliografia e profilo critico di Danilo
Dolci, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2000, 2004 (un lavoro
fondamentale); Lucio C. Giummo, Carlo Marchese (a cura di), Danilo Dolci e
la via della nonviolenza, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 2005. Tra i materiali
audiovisivi su Danilo Dolci cfr. il dvd di Alberto Castiglione, Danilo
Dolci. Memoria e utopia, 2004. Tra i vari siti che contengono molti utili
materiali di e su Danilo Dolci segnaliamo almeno www.danilodolci.it,
danilo1970.interfree.it, www.danilodolci.toscana.it, www.cesie.org,
www.nonviolenti.org
Lamberto Borghi, illustre pedagogista, nato a Livorno nel 1907,
antifascista, libertario, esule in America, collaboratore di Aldo Capitini
nell'impegno pacifista e nonviolento. E' deceduto nel dicembre 2000. Opere
di Lamberto Borghi: tra i suoi lavori ormai classici segnaliamo Educazione e
autorita' nell'Italia moderna, 1951; John Dewey e il pensiero pedagogico
contemporaneo negli Stati Uniti, 1951; Il fondamento dell'educazione attiva,
1951; L'educazione e i suoi problemi, 1953; Educazione e sviluppo sociale,
1962; Scuola e comunita', 1964; Scuola e ambiente, 1964. Dal volume di
Lamberto Borghi, La citta' e la scuola, Eleuthera, Milano 2000, riprendiamo
la seguente nota biobibliografica: "Lamberto Borghi e' nato a Livorno nel
1907, e si e' laureato in filosofia a Pisa giovanissimo, nel 1929. E' degli
anni Trenta la sua amicizia con Aldo Capitini, cacciato dalla Normale di
Pisa perche' antifascista e nonviolento, e con Guido Calogero che con
Capitini stendera' prima della guerra il famoso Manifesto del
liberalsocialismo. Nel 1935 Borghi pubblica a Firenze il suo primo libro, un
saggio su Erasmo. Ebreo, colpito dalle leggi razziali fasciste, Borghi
dovette fuggire nel 1940 negli Usa, dove venne subito accolto nella piccola
cerchia degli esuli italiani che comprendeva, tra gli altri, Nicola
Chiaromonte - il quale condivise la sua grande amicizia con Andrea Caffi,
che doveva passare dall'Italia alla Francia dopo aver dovuto abbandonare la
Russia -, Gaetano Salvemini e la sua cerchia, Niccolo' Tucci, l'anarchico
Armando Borghi. Conobbe allora Dwight Macdonald e collaboro' alla sua
rivista 'Politics', la stessa su cui scrivevano, oltre Caffi e Chiaromonte,
Albert Camus, Hannah Arendt, Mary McCarthy e tanti altri pensatori e artisti
'non allineati' del tempo. Fu Fellow of Philosophy all'Universita' di Yale,
dove collaboro' con Ernst Cassirer, e conobbe da vicino John Dewey, che ha
avuto una grande influenza sulle sue idee. Tornato in Italia, Borghi ottenne
nel 1949 la libera docenza in pedagogia e insegno' a Pisa, Palermo, Torino,
finche' non venne chiamato nel 1955 a ricoprire la cattedra di Pedagogia
presso la Facolta' di Magistero dell'Universita' di Firenze, dove rimase
fino al raggiungimento dei limiti d'eta' nel 1982. Nel 1983 venne nominato
professore emerito. Intensa e' stata la sua attivita' di studioso, oltre che
di insegnante, in diretto rapporto con i piu' vivaci gruppi italiani di
sperimentazione pedagogica, e di tessitore di reti di incontri e legami
dentro e fuori il mondo della scuola, in particolare negli anni della guerra
fredda. E' stato anche direttore, sostituendo Ernesto Codignola, di 'Scuola
e citta'', la piu' importante rivista italiana di pedagogia, e consulente de
La Nuova Italia per la gloriosa collana dei Maestri antichi e moderni. Della
sua fitta opera di studioso due libri in particolare sono stati
continuamente ristampati e vanno considerati dei classici della storiografia
sull'Italia e sul rapporto tra pensiero politico e istituzioni pedagogiche:
Educazione e autorita' nell'Italia moderna (1951, continuamente riproposto
da La Nuova Italia) e il suo seguito ideale Educazione e scuola nell'Italia
di oggi (1958), dal piglio militante. Ricordiamo ancora John Dewey e il
pensiero pedagogico contemporaneo negli Stati Uniti (1951) e L'ideale
educativo di John Dewey (di Dewey ha altresi' curato una scelta di scritti
pedagogici, Il mio credo pedagogico, 1954), Saggi di psicologia
dell'educazione (1951), Il fondamento dell'educazione attiva (1952), Il
metodo dei progetti (1953), L'educazione e i suoi problemi (1953),
Educazione e sviluppo sociale (1962), Scuola e comunita' (1964), Maestri e
problemi dell'educazione (1987), Presente e futuro nell'educazione del
nostro tempo (1987). In Educare alla liberta' (1992) ha raccolto i suoi
saggi sull'educazione libertaria e i suoi maestri: Tolstoj, Kropotkin, Carl
Rogers, ma anche Erasmo e Giordano Bruno, Proust e Marcuse e, ovviamente,
John Dewey. Di Marcuse ha sottoscritto il motto di una cultura 'libera di
comunicare la contraddizione, l'accusa e il rifiuto', di Proust e Dewey la
convinzione che 'l'arte e' cio' che vi e' di piu' reale, la piu' austera
scuola della vita e il vero ultimo giudizio'. Lamberto Borghi vive a Firenze
in Borgo San Jacopo, assistito dalla fedele compagna Angela [E' poi deceduto
sul finire del 2000]". Tra le opere di Lamberto Borghi segnaliamo le
seguenti recenti edizioni: Saggi di psicologia dell'educazione, La Nuova
Italia, 1968; Il metodo dei progetti. un capitolo della storia
dell'educazione attiva. Con testi di W. H. Kilpatrick, La Nuova Italia,
1973; Il fondamento dell'educazione attiva, La Nuova Italia, 1974; John
Dewey e il pensiero pedagogico contemporaneo negli Stati Uniti, La Nuova
Italia, 1974; Educazione e sviluppo sociale, La Nuova Italia, 1974;
L'educazione e i suoi problemi, La Nuova Italia, 1975; Educazione e
autorita' nell'Italia moderna, La Nuova Italia, 1975; Scuola e comunita', La
Nuova Italia, 1976; L'ideale educativo di John Dewey, La Nuova Italia, 1976;
Educazione e scuola nell'Italia d'oggi, La Nuova Italia, 1976; Maestri e
problemi dell'educazione, La Nuova Italia, 1987; Presente e futuro
nell'educazione del nostro tempo, Liguori, 1987; Educare alla liberta', La
Nuova Italia, 1992; La citta' e la scuola, Eleuthera, 2000. Opere su
Lamberto Borghi: Luciana Bellatalla, Antonio Corsi (a cura di), Lamberto
Borghi storico dell'educazione, Franco Angeli, Milano  2004 (con contributi,
oltre che dei curatori, di Massimo Forti, Giovanni Genovesi, Furio Pesci,
Renzo Pia, Umberto Sereni, Mario Valeri, Ignazio Volpicelli); Franco Cambi e
Paolo Orefice (a cura di), Educazione, liberta', democrazia. Il pensiero
pedagogico di Lamberto Borghi, Liguori, Napoli 2005 (con contributi, oltre
che dei curatori, di Luciana Bellatalla, Carmen Betti, Giacomo Cives,
Francesco Codello, Antonio Corsi, Paolo Federighi, Rosetta Finazzi Sartor,
Remo Fornaca, Carlo Fratini, Giovanni Genovesi, Silvia Guetta, Alessandro
Mariani, Annalisa Pinter, Tiziana Pironi, Dario Ragazzini, Daniela Sarsini,
Gastone Tassinari, Giuseppe Trebisacce, Mario Valeri, Maria Venuti).
Maria Montessori, nata nel 1870 e deceduta nel 1952, medico, illustre
pedagogista, antifascista, abbandono' l'Italia nel 1936. Opere di Maria
Montessori: segnaliamo almeno Il metodo della pedagogia scientifica (poi col
titolo: La scoperta del bambino), 1909; L'autoeducazione nelle scuole
elementari, 1916; il Manuale di pedagogia scientifica, 1930; Il segreto
dell'infanzia, 1950; La mente del bambino, 1952; un'utile antologia
(autorizzata dalla Montessori, e curata da M. L. Leccese) e' Educazione alla
liberta', Laterza, Bari 1950; cfr. anche Educazione e pace, Garzanti, Milano
1970. Opere su Maria Montessori: segnaliamo almeno F. De Bartolomeis, Maria
Montessori e la pedagogia scientifica, La Nuova Italia, Firenze 1953; A.
Leonarduzzi, Maria Montessori. Il pensiero e l'opera, Paideia, Brescia 1967;
A. Scocchera, Maria Montessori. Quasi un ritratto inedito, La Nuova Italia,
Firenze 1990. Siti: www.montessori.edu, www.montessori.it Un'ampia
bibliografia di e su Maria Montessori e' nel n. 899 de "La nonviolenza e' in
cammino"]

Goffredo Fofi e' nato a Gubbio nel 1937. Ha lavorato in campo pedagogico e
sociale collaborando a rilevanti esperienze educative, come quelle con
Danilo Dolci e Aldo Capitini. E' saggista, critico teatrale e
cinematografico. E' stato animatore delle riviste "Quaderni piacentini" e
"Ombre rosse" e ha fondato "Linea d'ombra". Tra le sue iniziative anche
riviste come "La terra vista dalla luna" e "Lo straniero".
*
- Marco Catarci: Goffredo, tu hai conosciuto Aldo Capitini a meta' degli
anni Cinquanta, ma hai anche lavorato con Danilo Dolci a Partinico. Che
legame c'era tra Aldo Capitini e Danilo Dolci?
- Goffredo Fofi: Io credo che sia stato un po' una specie di grande equivoco
questo rapporto tra Dolci e Capitini, nel senso che Danilo e' stato molto
bravo in quegli anni, ma credo solo in quegli anni onestamente, perche' poi
e' stato travolto dal miracolo economico come tanti intellettuali e
operatori italiani. Il motivo e' che uno lottava perche' i bambini non
morissero di fame, perche' ci fossero le case, perche' ci fossero i
trasporti e all'improvviso il capitale ti regalava tutto questo, lo sviluppo
ti consentiva di avere tutto cio' velocissimamente e quello che facevi
contava infinitamente di meno. Allora o tu sai stare al passo coi tempi,
alzare il tiro e cogliere i nuovi problemi e le nuove questioni, oppure
resti un reduce: il mondo e' pieno di reduci, quelli della Resistenza,
quelli del '68, quelli del '77, quelli di Genova, i reduci sono quelli che
hanno un bel periodo della vita e poi ci campano un po' sopra di rendita e
non si muovono piu'. Danilo era un po' cosi', perche' poi i suoi discorsi di
pedagogia sono molto esili, con il suo "sincretismo", anche se ha i suoi
seguaci nell'Universita', perche' tutto sommato uno si trova un "guru", un
cadavere da sezionare e qualcosa ne tira fuori. Non si tratta certo di una
figura volgare, pero' mi sembra che la sua funzione l'abbia svolta
soprattutto in quel periodo.
*
- Marco Catarci: E perche' pensi che questo rapporto tra Dolci e Capitini si
e' basato su equivoci?
- Goffredo Fofi: E' un rapporto basato su degli equivoci, nel senso che
Capitini vedeva in Dolci qualcosa che in realta' c'era solo in parte, Dolci
vedeva in Capitini qualcosa che gli e' servito in un certo periodo e poi non
gli e' servito piu', diciamo la verita'.
*
- Marco Catarci: E cosa vedeva Capitini in Dolci?
- Goffredo Fofi: Capitini in Dolci vedeva il Gandhi italiano, detto in modo
molto banale. E Dolci non era il Gandhi italiano, intanto perche' era molto
piu' spurio dal punto di vista ideologico, perche' c'era questo fondo
cattolico che si trascinava dietro, anche dall'esperienza di don Zeno
Saltini, perche' aveva poi una certa idea dello sviluppo, della
pianificazione, forse era Nehru, piu' che Gandhi, da questo punto di vista.
C'erano delle idee di un mondo possibile che erano molto piu' concrete, ma
anche piu' banalmente riformiste rispetto a quelle di Capitini, che voleva
invece un tipo di tensione che era molto piu' religiosa; in realta' Dolci
era poi piu' "prete", piu' cattolico, la sua origine si sentiva fortemente
in questo.
*
- Marco Catarci: E Dolci in Capitini cosa vedeva?
- Goffredo Fofi: Dolci in Capitini ha visto un grande propagandista e una
spalla, un appoggio teorico forte, per un certo periodo e poi dopo questo
meccanismo, questo incantesimo s'e' rotto, in parte credo ñ c'e' una lettera
di Capitini su questo ñ proprio a causa nostra, del gruppetto che si e'
staccato allora da Dolci. Noi volevamo un riformismo di altro tipo, meno
ambiguo, con meno paroloni, con meno sacralita', piu' concretezza, piu'
semplice e piu' efficace. Poi abbiamo lasciato perdere strada facendo,
perche' intanto il mondo cambiava e Raniero Panzieri ci ha convinto ad
andare a Torino, perche' era li' che si giocavano le nuove carte: i
contadini non stavano piu' a sud ma emigravano nel nord. Panzieri ci disse
in modo preciso e duro, me lo ricordo benissimo: "guardate che nel sud non
succedera' piu' niente per molti anni, perche' il fiore del sud si sposta al
nord ed e' li' che si giochera' tutto, intorno alla fabbrica, intorno allo
sviluppo reale", e aveva assolutamente ragione. Dolci e' rimasto e ha perso
proprio il rapporto con la storia, paradossalmente io che ero un bambino
questa cosa l'ho capita, un po' per giovanili entusiasmi, un po' per
curiosita', perche' mi muoveva la curiosita', infatti Torino e la fabbrica
mi affascinavano, volevo capire cos'erano e ho seguito gli emigrati.
E quando noi ce ne siamo venuti via il nostro ragionamento era molto
confuso, era un discorso di metodo, anche se non era cosi' chiaro, perche'
dentro il flusso degli eventi te ne accorgi fino a un certo punto, vedi che
il mondo cambia, ma mica sai dove collocarti, poi io avevo venti anni. Con
Dolci il limite era proprio di metodo: lui gestiva questa cosa da "guru",
era uno che plagiava volentieri le persone. Io ne ho viste troppe di persone
che plagiavano: lui, don Milani, grandi educatori, che poi pero' si
costruiscono un gruppo, un potere.
*
- Marco Catarci: Capitini questa caratteristica non ce l'aveva?
- Goffredo Fofi: Capitini non ce l'aveva assolutamente. Questo mi ha molto
affascinato, anche se poi a Capitini rimproveravo questa sua provincialita',
questa sua Perugia, questo ambito umbro, che era pero' anche la sua forza.
Pero' se Capitini avesse saputo le lingue e girato l'Europa, sarebbe
diventato un personaggio di tutt'altro spessore, perche' era molto piu'
ricco di tanti filosofi alla moda di quegli anni, anche di quelli studiati
da tanti pedagogisti: era molto piu' radicale; ad esempio il tema
dell'"aggiunta" continua ad essere assolutamente fondamentale. Un saggio di
Michele Ranchetti, Non c'e' piu' religione, evoca proprio il rapporto tra
Capitini e Tartaglia, su cui varrebbe la pena fare un grosso lavoro;
Capitini non voleva quella radicalita' religiosa, voleva l'"aggiunta" che
era un'altra cosa.
*
- Marco Catarci: Ma questa forma di "misticismo" di Capitini non lo rende
difficoltoso da comprendere?
- Goffredo Fofi: Non credo che sia misticismo, Capitini e' un pensatore
assolutamente concreto, ma e' un "esistenzialista attivo" diciamo cosi': da
Leopardi il mondo va male, ma io non ci sto. Pero' Capitini non fonda
religioni, e' sostanzialmente molto piu' politico di quanto non sembri, solo
che e' politico in un momento in cui la politica e' in mano a Stalin, a Pio
XII, a Truman, a Eisenhower, ed e' un disastro, perche' sono gli anni della
guerra fredda. Comunque quello tra Capitini e Dolci e' stato un rapporto
basato su degli equivoci perche' in realta' Dolci cercava in Capitini una
spalla, un appoggio, qualcuno che valorizzasse teoricamente certe sue cose:
a un certo punto non gli e' servito piu' ed e' andato per la sua strada.
Capitini ha visto in lui, come aveva visto in Pinna, o in Beppe Gozzini, o
in altri, questo aspetto della nonviolenza attiva e l'intervento, che era
intervento politico: non accettare l'ordine delle cose, muoversi in funzione
di questo cambiamento. A noi piaceva Capitini per questo, per tale tipo di
radicalita' rispetto agli equivoci della guerra fredda, che chiedevano di
schierarsi o con l'Azione cattolica o con la Fgci, che erano due mondi
orribili, te l'assicuro. Noi cercavamo la terza via, ossia muoverci su un
campo che non fosse quello dell'assoluto dello Stato, dell'assoluto del
benessere, che fosse un allargamento di una visione. Tutto questo in
Capitini era molto concreto: i Cos sono molto concreti, le sue riflessioni
sul movimento studentesco, la difesa dell'assemblea contro la costituzione
dei gruppi; prima che i gruppi nascessero lui diceva cose molto precise
sulle cose che hanno poi portato alla morte il movimento di allora. Su
questi temi Dolci non ha lavorato piu': si era inventato pedagogista,
perche' la sua attivita' politica era stata sorpassata dalla politica, la
diga serviva anche al capitale a quel punto li', non era solo per i
contadini. Tante delle nostre lotte sono state coronate da un successo quasi
eccessivo. Io dico sempre che una tragedia della mia vita e' che per tutte
le cose per cui ho lottato ho vinto e stravinto, ma me ne sono pentito: la
scuola per tutti, guarda che razza di scuola e' venuta fuori; la liberta'
sessuale, guarda che bordello reale e' venuto fuori; i trasporti, la
possibilita' di muoversi liberamente sul territorio nazionale, e' venuto
fuori il turismo; i consumi; la salute, pensa a Ivan Illich, un grande
pensatore. E su questo appunto Capitini era attentissimo, era una persona
veramente con le antenne, che capiva, che coglieva: lo andavo regolarmente a
trovare, gli raccontavo cosa succedeva a Torino e lui coglieva
immediatamente tutti i riferimenti. Per esempio mi ricordo che una volta mi
fece una specie di lezione su quello che era stato il giolittismo in Italia
all'epoca, cioe' il primo miracolo economico e i paragoni con gli anni che
vivevamo. Era tutt'altro che una persona sprovveduta, generica, come poi
molto spesso lo rappresentano, per dire anche S. Francesco era un politico,
altrimenti non avrebbe fatto quello che ha fatto. Peraltro Capitini non
plagiava nessuno e non credeva nell'organizzazione, ma nello
sparpagliamento, nella seminagione, non nella strutturazione in gruppi,
eppure avrebbe potuto farlo tranquillamente. Ha rifiutato subito dopo la
guerra di entrare in parlamento, eppure aveva formato tanti antifascisti,
aveva svolto una funzione pedagogica durante il fascismo straordinaria: la
gran parte dei leader antifascisti avevano avuto a che fare con lui, basta
vedere l'elenco delle persone che gli scrivevano, anche quelli della
Resistenza.
*
- Marco Catarci: Anche i Cos, piu' che strumenti di democrazia diretta, tra
l'altro nei Cos non si delibera nulla, non sono forse un luogo di educazione
degli adulti, un luogo dove si impara a esercitare i diritti di cittadinanza
dopo il fascismo? Che ne pensi?
- Goffredo Fofi: Io dei Cos non ho memoria. Io non sapevo nemmeno che
esisteva Capitini in quegli anni, perche', quando sono andato in Sicilia,
sono partito per via di Carlo Levi e di "Cinema nuovo". Poi mi hanno dato il
foglio di via, sono rientrato ed e' venuto un mio ex professore di
filosofia, Biancarelli, da mio padre per dire: "ha telefonato Capitini e
vuole che Goffredo vada a Perugia a trovarlo". Io di Capitini ho sentito
parlare per la prima volta da Danilo, poi ho scoperto che questo mio
professore era stato un suo seguace e che c'era un'area capitiniana, per cui
l'ho scoperto dopo. I Cos nel '56 erano un ricordo strapassato, poi a Gubbio
ho scoperto dai vecchi socialisti che si erano tenuti anche li'. Ho seguito
invece i Cor, ma erano delle piccole riunioni: si tenevano a Perugia la
domenica, ma era gente stramba, come Emma Thomas che era una vecchia
protestante inglese.
*
- Marco Catarci: Alle riunioni dei Cor partecipava anche Borghi.
- Goffredo Fofi: Ma io Borghi l'ho conosciuto altrove. L'ho conosciuto
tramite Danilo, ma anche perche' io in Sicilia ci sono andato come soluzione
di ripiego, perche' prima ero andato a Firenze per dare l'esame di accesso a
Magistero, che era a numero chiuso. Feci l'esame con Borghi, che era
presidente della commissione, e mi boccio', pero' insomma eravamo duemila,
lui poi l'ho sempre rimproverato: "guarda che era un bel tema". Non avendo
poi altro da fare e avendo l'estate davanti, sono andato in Sicilia pensando
di stare due, tre mesi, poi invece quell'esperienza mi ha letteralmente
cambiato la vita, pero' allora di Capitini e di nonviolenza non sapevo
nulla. E a parte i Cor, l'unica cosa veramente significativa che ho visto e'
stata la marcia della pace, perche' per il resto Capitini continuava a far
la spola tra Cagliari e Perugia e poi, quando aveva tempo, girava l'Italia:
d'estate per esempio si metteva regolarmente in moto, veniva anche a Torino,
dove i suoi punti di riferimento eravamo io e Bobbio. Pero' era uno che
aveva questa straordinaria capacita' di capire e di legare. I Cos penso che
fosse giusto che avessero vita cosi' breve, perche' sono il momento della
liberazione, e non a caso di tutto quel periodo la cosa forse piu'
interessante si puo' leggere in quel libro di Giulio Cattaneo, L'uomo della
novita', che racconta l'attivita' di Tartaglia e li' vedi proprio la
divaricazione tra un pensiero politico e uno di tipo mistico; rispetto a
quella di Tartaglia, la religiosita' di Capitini era un'altra cosa: lui era
molto concreto, da questo punto di vista era piu' indiano che di tradizione
cattolico-cristiana.
*
- Marco Catarci: La sua religiosita' ha a che fare con la coscienza?
- Goffredo Fofi: Si', certo, con l'"aggiunta", non era la fondazione di una
religione, in fondo tutti questi qua, persino don Milani e Dolci, fondavano
sette, di cui erano i guru, i leader, l'ago della bilancia, Capitini non lo
faceva. Amoreno Martellini, in Fiori nei cannoni, racconta come poi Pannella
ha fregato Capitini.
*
- Marco Catarci: Tu hai frequentato anche Borghi. Cosa prende Capitini da
Lamberto Borghi per la formazione del proprio pensiero pedagogico?
- Goffredo Fofi: Gli scritti pedagogici di Capitini, come Educazione aperta,
sono scritti teorici, anche con quel suo linguaggio a volte troppo poetico.
Le cose di Borghi sono invece molto "terra terra", schede precise,
collegamenti, da professore universitario "serio", ci sono scritti di Borghi
sulle esperienza pedagogiche del dopoguerra, in cui c'e' anche Capitini,
nelle vecchie collane de La Nuova Italia.
*
- Marco Catarci: Ti sembra che a Capitini il pensiero di Borghi sia servito
per sostanziare dal punto di vista pedagogico una riflessione che era piu'
politica, filosofica, religiosa?
- Goffredo Fofi: No, perche' Borghi era un vero pedagogista, nel senso che
la grandezza sua e di altri pedagogisti del suo tempo e' l'attenzione
assoluta alla pratica, cioe' loro teorizzavano a partire dalle pratiche, a
volte dalle loro esperienze, pensa a Freinet, o a Bettini in Italia, o alla
Montessori che partiva dall'osservazione concreta. Anche Borghi era uno che
andava per scuole. A un certo punto in Italia le cose piu' importanti sul
piano pedagogico non erano Borghi o Capitini, ma l'Mce e i Cemea. Abbiamo
rifondato una vecchia associazione che si chiama Associazione Rinascita
Napoli, abbiamo recuperato delle vecchie persone che ci lavoravano e una di
loro ci ha portato le adesioni di allora: ci trovi Borghi, Capitini, alcuni
vecchi anarchici, il giro di Manlio Rossi Doria e i napoletani che
lavoravano a Portici, ci trovi Carlo Levi, Guido Calogero, le stesse persone
che lavoravano a quella terza via, tutti fortemente attenti alle pratiche.
Ha fatto piu' per la pedagogia italiana di quegli anni forse Margherita
Zoebeli a Rimini che non Borghi o Capitini, perche' li' andavano Borghi,
Capitini, De Bartolomeis, Visalberghi a imparare, a vedere come si lavora
con i bambini. Persino Piaget ci arrivo'. Ed era intorno a queste pratiche
che cresceva il pensiero pedagogico, c'era un rapporto strettissimo tra
pensiero e azione.
*
- Marco Catarci: Capitini aveva questa attenzione per le prassi? Andava a
Barbiana, a Partinico, a Rimini.
- Goffredo Fofi: Si', ce l'aveva, anche se meno di Borghi. Lamberto Borghi
era un vero pedagogista, Capitini era piu' un filosofo da questo punto di
vista. Gli interessava don Milani come progetto complessivo, come discorso
generale sulla scuola, perche' poi non si interessava dello sviluppo del
bambino, della teoria cognitiva.
*
- Marco Catarci: Pero' c'era questo tema della difesa della scuola pubblica
che coltivava, no?
- Goffredo Fofi: Si', quello della difesa della scuola pubblica allora era
un grosso tema e lui e' stato fondatore dell'Adesspi. Oggi probabilmente
sarebbe contrario, sarebbe per una scuola privata autentica, non quella dei
preti, per la liberta' d'insegnamento, perche' la scuola pubblica com'e'
oggi non ha piu' senso.
*
- Marco Catarci: Si trovano in Capitini molti riferimenti teorici alla
Montessori. Cosa c'e' dell'intuizione della Montessori in Capitini?
- Goffredo Fofi: La Montessori era uno strano personaggio, perche' aveva un
fondo teosofico, pero' poi era anche lei di una concretezza estrema, perche'
si interessava allo sviluppo del bambino e ragionava su quello, un
grandissimo personaggio.
*
- Marco Catarci: Credo che un'intuizione importante di Capitini sia quella
secondo la quale costruire una cultura della nonviolenza resta un problema
educativo. E' cosi' anche oggi?
- Goffredo Fofi: Si', la Montessori diceva che la pace non e' innata negli
uomini, richiede un'educazione.
*
- Marco Catarci: Anche l'esperienza della marcia della pace, di cui mi
parlavi, aveva questa valenza pedagogica: un momento di educazione alla
pace?
- Goffredo Fofi: Si', ce l'aveva; la marcia non e' mai stata una cosa di
lotta, le marce inglesi erano marce contro la bomba atomica, contro una
certa legge, oppure quelle per i diritti civili dei neri in America: erano
marce con una valenza, con un contenuto politico immediato. Qui no, perche'
c'era il pericolo atomico, ma era una cosa che aleggiava, c'era la Nato, ma
in realta' con la guerra fredda c'era l'equilibrio del terrore come si
diceva allora, non succedeva molto, c'erano Krusciov, Togliatti e Giovanni
XXIII. Il discorso della marcia era piu' legato, cosi' come l'ho vissuto io,
all'idea della festa in Capitini, un momento comunitario per eccellenza, un
elemento di comunicazione tra vivi e morti, tra passato e futuro, tra l'uomo
e la natura.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 139 del 25 novembre 2007

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