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Minime. 285



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 285 del 26 novembre 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Peppe Sini: La parola
2. Marco Catarci intervista Pietro Pinna su Aldo Capitini
3. La "Carta" del Movimento Nonviolento
4. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. PEPPE SINI: LA PAROLA

E' cosi' difficile per i ministri e i parlamentari che hanno votato per la
guerra e le stragi e il razzismo dire: "Ci siamo tragicamente sbagliati, non
lo faremo piu', sappiamo che non si puo' piu' porre riparo all'errore nostro
giacche' le persone uccise restano uccise per sempre, ma a dimostrazione del
nostro pentimento subito ci dimettiamo da ogni pubblico incarico e
dedicheremo quel che resta della nostra ormai per sempre triste esistenza ad
opere di pieta'"?

2. RIFLESSIONE. MARCO CATARCI INTERVISTA PIETRO PINNA SU ALDO CAPITINI
[Ringraziamo Marco Catarci (per contatti: catarci at uniroma3.it) per averci
messo a disposizione questo suo dialogo con Petro Pinna su Aldo Capitini,
estratto dalle pp. 117-125 del suo recente libro Il pensiero disarmato. La
pedagogia della nonviolenza di Aldo Capitini, Ega, Torino 2007. L'intervista
e' stata realizzata l'8 giugno 2007 a Firenze.
Marco Catarci, da sempre attivo in iniziative di solidarieta', per i
diritti, la pace e la difesa della biosfera, e' ricercatore e docente di
Pedagogia sociale presso la facolta' di Scienze della formazione
dell'Universita' degli studi Roma Tre, dove collabora con il Creifos (Centro
di ricerca sull'educazione interculturale e sulla formazione allo sviluppo).
Ha partecipato a numerose ricerche in campo educativo e sociale, e' autore
del volume All'incrocio dei saperi. Una didattica per una societa'
multiculturale, e di numerosi saggi e articoli sui temi dell'immigrazione,
della formazione, della mediazione culturale. Tra le opere di Marco Catarci:
All'incrocio dei saperi. Una didattica per una societa' multiculturale,
Anicia, Roma 2004; "La pedagogia degli oppressi di Paulo Freire", in
"Studium", n. 4, 2004; "Il percorso formativo del mediatore
linguistico-culturale: il modello proposto dal Cies" e "La mediazione in
ambito educativo", in F. Susi, M. Fiorucci (a cura di), Mediazione e
mediatori in Italia. La mediazione linguistico-culturale per l'inserimento
socio-lavorativo dei migranti, Anicia, Roma 2004; "Formazione e inserimento
lavorativo dei rifugiati in Italia", in M. Fiorucci, S. Bonetti (a cura di),
Uomini senza qualita'. La formazione dei lavoratori immigrati: dalla
negazione al riconoscimento, Guerini Associati, Milano 2006; Il pensiero
disarmato. La pedagogia della nonviolenza di Aldo Capitini, Ega, Torino
2007.
Pietro Pinna, primo obiettore di coscienza al servizio militare nel 1950,
collaboratore di Aldo Capitini e di Danilo Dolci, infaticabile promotore
della nonviolenza, e' una delle figure di riferimento per i movimenti e le
iniziative per la pace. Opere di Pietro Pinna: fondamentale e' La mia
obiezione di coscienza, Edizioni del Movimento Nonviolento, Verona 1994;
numerosi suoi contributi sono stati pubblicati in vari volumi.
Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato,
docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la
nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande
pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini:
la miglior antologia degli scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo e vari
collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che
contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale -
ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca -
bibliografia degli scritti di Capitini); recentemente e' stato ripubblicato
il saggio Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989; una
raccolta di scritti autobiografici, Opposizione e liberazione, Linea
d'ombra, Milano 1991, nuova edizione presso L'ancora del Mediterraneo,
Napoli 2003; e gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996;
segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri,
Edizioni Associate, Roma 1991; e la recente antologia degli scritti (a cura
di Mario Martini, benemerito degli studi capitiniani) Le ragioni della
nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004. Presso la redazione di "Azione
nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org)
sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi ed opuscoli di
Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui i fondamentali Elementi di
un'esperienza religiosa, 1937, e Il potere di tutti, 1969). Negli anni '90
e' iniziata la pubblicazione di una edizione di opere scelte: sono fin qui
apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un
volume di Scritti filosofici e religiosi, Perugia 1994, seconda edizione
ampliata, Fondazione centro studi Aldo Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo
Capitini: oltre alle introduzioni alle singole sezioni del sopra citato Il
messaggio di Aldo Capitini, tra le pubblicazioni recenti si veda almeno:
Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci, Torino 1988; Clara Cutini (a cura di),
Uno schedato politico: Aldo Capitini, Editoriale Umbra, Perugia 1988;
Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di
Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini.
Tra religione ed etica laica, Clueb, Bologna 1991; Fondazione "Centro studi
Aldo Capitini", Elementi dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova
Italia, Scandicci (Fi) 1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per
una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini,
Pisa 1998, 2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume
monografico de "Il ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante,
La realta' liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del
Rosone, Foggia 1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta
2001; Federica Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini,
Cittadella, Assisi 2004; Massimo Pomi, Al servizio dell'impossibile. Un
profilo pedagogico di Aldo Capitini, Rcs - La Nuova Italia, Milano-Firenze
2005; Andrea Tortoreto, La filosofia di Aldo Capitini, Clinamen, Firenze
2005; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d'Orsi,
Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; per una
bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito
citato; numerosi utilissimi materiali di e su Aldo Capitini sono nel sito
dell'Associazione nazionale amici di Aldo Capitini: www.aldocapitini.it,
altri materiali nel sito www.cosinrete.it; una assai utile mostra e un
altrettanto utile dvd su Aldo Capitini possono essere richiesti scrivendo a
Luciano Capitini: capitps at libero.it, o anche a Lanfranco Mencaroni:
l.mencaroni at libero.it, o anche al Movimento Nonviolento: tel. 0458009803,
fax: 0458009212, e-mail: azionenonviolenta at sis.it o anche
redazione at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org
Danilo Dolci e' nato a Sesana (Trieste) nel 1924, arrestato a Genova nel '43
dai nazifascisti riesce a fuggire; nel '50 partecipa all'esperienza di
Nomadelfia a Fossoli; dal '52 si trasferisce nella Sicilia occidentale
(Trappeto, Partinico) in cui promuove indimenticabili lotte nonviolente
contro la mafia e il sottosviluppo, per i diritti, il lavoro e la dignita'.
Subisce persecuzioni e processi. Sociologo, educatore, e' tra le figure di
massimo rilievo della nonviolenza nel mondo. E' scomparso sul finire del
1997. Di seguito riportiamo una sintetica ma accurata notizia biografica
scritta da Giuseppe Barone (comparsa col titolo "Costruire il cambiamento"
ad apertura del libriccino di scritti di Danilo, Girando per case e
botteghe, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2002): "Danilo Dolci nasce il
28 giugno 1924 a Sesana, in provincia di Trieste. Nel 1952, dopo aver
lavorato per due anni nella Nomadelfia di don Zeno Saltini, si trasferisce a
Trappeto, a meta' strada tra Palermo e Trapani, in una delle terre piu'
povere e dimenticate del paese. Il 14 ottobre dello stesso anno da' inizio
al primo dei suoi numerosi digiuni, sul letto di un bambino morto per la
denutrizione. La protesta viene interrotta solo quando le autorita' si
impegnano pubblicamente a eseguire alcuni interventi urgenti, come la
costruzione di una fogna. Nel 1955 esce per i tipi di Laterza Banditi a
Partinico, che fa conoscere all'opinione pubblica italiana e mondiale le
disperate condizioni di vita nella Sicilia occidentale. Sono anni di lavoro
intenso, talvolta frenetico: le iniziative si susseguono incalzanti. Il 2
febbraio 1956 ha luogo lo "sciopero alla rovescia", con centinaia di
disoccupati - subito fermati dalla polizia - impegnati a riattivare una
strada comunale abbandonata. Con i soldi del Premio Lenin per la Pace (1958)
si costituisce il "Centro studi e iniziative per la piena occupazione".
Centinaia e centinaia di volontari giungono in Sicilia per consolidare
questo straordinario fronte civile, "continuazione della Resistenza, senza
sparare". Si intensifica, intanto, l'attivita' di studio e di denuncia del
fenomeno mafioso e dei suoi rapporti col sistema politico, fino alle
accuse - gravi e circostanziate - rivolte a esponenti di primo piano della
vita politica siciliana e nazionale, incluso l'allora ministro Bernardo
Mattarella (si veda la documentazione raccolta in Spreco, Einaudi, Torino
1960 e Chi gioca solo, Einaudi, Torino 1966). Ma mentre si moltiplicano gli
attestati di stima e solidarieta', in Italia e all'estero (da Norberto
Bobbio a Aldo Capitini, da Italo Calvino a Carlo Levi, da Aldous Huxley a
Jean Piaget, da Bertrand Russell a Erich Fromm), per tanti avversari Dolci
e' solo un pericoloso sovversivo, da ostacolare, denigrare, sottoporre a
processo, incarcerare. Ma quello che e' davvero rivoluzionario e' il suo
metodo di lavoro: Dolci non si atteggia a guru, non propina verita'
preconfezionate, non pretende di insegnare come e cosa pensare, fare. E'
convinto che nessun vero cambiamento possa prescindere dal coinvolgimento,
dalla partecipazione diretta degli interessati. La sua idea di progresso non
nega, al contrario valorizza, la cultura e le competenze locali. Diversi
libri documentano le riunioni di quegli anni, in cui ciascuno si interroga,
impara a confrontarsi con gli altri, ad ascoltare e ascoltarsi, a scegliere
e pianificare. La maieutica cessa di essere una parola dal sapore antico
sepolta in polverosi tomi di filosofia e torna, rinnovata, a concretarsi
nell'estremo angolo occidentale della Sicilia. E' proprio nel corso di
alcune riunioni con contadini e pescatori che prende corpo l'idea di
costruire la diga sul fiume Jato, indispensabile per dare un futuro
economico alla zona e per sottrarre un'arma importante alla mafia, che
faceva del controllo delle modeste risorse idriche disponibili uno strumento
di dominio sui cittadini. Ancora una volta, pero', la richiesta di acqua per
tutti, di "acqua democratica", incontrera' ostacoli d'ogni tipo: saranno
necessarie lunghe battaglie, incisive mobilitazioni popolari, nuovi digiuni,
per veder realizzato il progetto. Oggi la diga esiste (e altre ne sono sorte
successivamente in tutta la Sicilia), e ha modificato la storia di decine di
migliaia di persone: una terra prima aridissima e' ora coltivabile;
l'irrigazione ha consentito la nascita e lo sviluppo di numerose aziende e
cooperative, divenendo occasione di cambiamento economico, sociale, civile.
Negli anni Settanta, naturale prosecuzione del lavoro precedente, cresce
l'attenzione alla qualita' dello sviluppo: il Centro promuove iniziative per
valorizzare l'artigianato e l'espressione artistica locali. L'impegno
educativo assume un ruolo centrale: viene approfondito lo studio, sempre
connesso all'effettiva sperimentazione, della struttura maieutica, tentando
di comprenderne appieno le potenzialita'. Col contributo di esperti
internazionali si avvia l'esperienza del Centro Educativo di Mirto,
frequentato da centinaia di bambini. Il lavoro di ricerca, condotto con
numerosi collaboratori, si fa sempre piu' intenso: muovendo dalla
distinzione tra trasmettere e comunicare e tra potere e dominio, Dolci
evidenzia i rischi di involuzione democratica delle nostre societa' connessi
al procedere della massificazione, all'emarginazione di ogni area di
effettivo dissenso, al controllo sociale esercitato attraverso la diffusione
capillare dei mass-media; attento al punto di vista della "scienza della
complessita'" e alle nuove scoperte in campo biologico, propone
"all'educatore che e' in ognuno al mondo" una rifondazione dei rapporti, a
tutti i livelli, basata sulla nonviolenza, sulla maieutica, sul "reciproco
adattamento creativo" (tra i tanti titoli che raccolgono gli esiti piu'
recenti del pensiero di Dolci, mi limito qui a segnalare Nessi fra
esperienza etica e politica, Lacaita, Manduria 1993; La struttura maieutica
e l'evolverci, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1996; e Comunicare, legge
della vita, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1997). Quando la mattina del 30
dicembre 1997, al termine di una lunga e dolorosa malattia, un infarto lo
spegne, Danilo Dolci e' ancora impegnato, con tutte le energie residue, nel
portare avanti un lavoro al quale ha dedicato ogni giorno della sua vita".
Tra le molte opere di Danilo Dolci, per un percorso minimo di accostamento
segnaliamo almeno le seguenti: una antologia degli scritti di intervento e
di analisi e' Esperienze e riflessioni, Laterza, Bari 1974; tra i libri di
poesia: Creatura di creature, Feltrinelli, Milano 1979; tra i libri di
riflessione piu' recenti: Dal trasmettere al comunicare, Sonda, Torino 1988;
La struttura maieutica e l'evolverci, La Nuova Italia, Firenze 1996. Tra le
opere su Danilo Dolci: Giuseppe Fontanelli, Dolci, La Nuova Italia, Firenze
1984; Adriana Chemello, La parola maieutica, Vallecchi, Firenze 1988
(sull'opera poetica di Dolci); Antonino Mangano, Danilo Dolci educatore,
Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1992; Giuseppe
Barone, La forza della nonviolenza. Bibliografia e profilo critico di Danilo
Dolci, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2000, 2004 (un lavoro
fondamentale); Lucio C. Giummo, Carlo Marchese (a cura di), Danilo Dolci e
la via della nonviolenza, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 2005. Tra i materiali
audiovisivi su Danilo Dolci cfr. il dvd di Alberto Castiglione, Danilo
Dolci. Memoria e utopia, 2004. Tra i vari siti che contengono molti utili
materiali di e su Danilo Dolci segnaliamo almeno www.danilodolci.it,
danilo1970.interfree.it, www.danilodolci.toscana.it, www.cesie.org,
www.nonviolenti.org]

Pietro Pinna e' stato tra i primissimi obiettori di coscienza in Italia. E'
stato condannato nel 1949 prima a 10 mesi e successivamente a 8 mesi di
reclusione per il rifiuto di prestare il servizio militare. Ha collaborato
con Danilo Dolci ed e' stato il piu' stretto collaboratore di Aldo Capitini,
con cui ha condiviso la nascita e lo sviluppo del Movimento Nonviolento.
*
- Marco Catarci: Lei ha lavorato sia con Danilo Dolci che con Aldo Capitini?
- Pietro Pinna: Io sono andato da Danilo all'inizio degli anni Sessanta e
l'ho lasciato nel 1962. Avevo seguito i suoi scritti, fin da Fare presto (e
bene) perche' si muore, e nel 1960, quando non ebbi piu' l'obbligo di
sostenere la mia famiglia di origine perche' mio padre mori' e potei
affidare mia madre alla famiglia di mio fratello, lasciai il mio lavoro di
impiegato in banca e andai a Partinico.
*
- Marco Catarci: E cosa trovo' a Partinico?
- Pietro Pinna: Danilo aveva impostato la sua attivita', utilizzando il
contributo economico del Premio Lenin per la pace, su due figure di
operatori per lo sviluppo: il tecnico agrario e l'assistente sociale.
Impiegando queste due figure in ciascuno di tre o quattro paesi attorno a
Partinico, essi svilupparono una serie di iniziative locali. La loro
attivita' era, pero', molto limitata, perche' quelle persone essendo
volontarie non erano obbligate ad alcuna disciplina, anche se volenterose.
Poi c'erano le difficolta' oggettive della zona, poiche' dal punto di vista
culturale esisteva una grande differenza tra la mentalita' dei volontari al
Centro - anche stranieri - e quella siciliana, oltre che per la condizione
sociale. Poi, l'impianto di Danilo di un progetto organico di sviluppo di
tutta la Sicilia occidentale porto' a una crisi in tutto il Centro Studi,
per la sproporzione tra quel progetto e le limitatissime possibilita' in
persone e mezzi del Centro.
*
- Marco Catarci: Prima di andare a Partinico aveva gia' lavorato con
Capitini?
- Pietro Pinna: No, io avvicinai Capitini dopo aver lasciato Danilo Dolci.
Ero stato, pero', in rapporto epistolare con lui, ricevevo le sue
pubblicazioni, ad esempio le lettere di religione che ogni tanto mandava.
*
- Marco Catarci: Era entrato in contatto con Capitini in occasione della
scelta dell'obiezione di coscienza?
- Pietro Pinna: Si', fu al tempo di quella mia scelta. Direi che il ricordo
di lui, il piu' vivo e grato, e' certamente quello della prima volta che mi
occorse di vederlo casualmente, senza sapere chi fosse, durante una delle
mie consuete visite domenicali ai luoghi artistici della citta' in cui
vivevo, Ferrara. Nel corso della mia visita ad un palazzo, mi avvenne di
avvicinarmi ad un gruppetto di gente li' riunita in un angolo del porticato,
attrattovi dalla persona che in quel momento vi stava con gran foga parlando
di cose religiose, un padre gesuita molto celebrato e che conoscevo per aver
assistito ad alcuni degli incontri culturali cittadini ad alto livello in
cui egli "teneva banco". A quell'epoca la dimensione religiosa mi
interessava in maniera particolare, non da un punto di vista confessionale,
ma quale elemento di connessione universale di tutti gli esseri, di tutte le
forme viventi. La persona che gli succedette nel dibattito, un ometto
dall'aspetto modesto, mi colpi' subito in modo straordinario, innanzitutto
per il suo atteggiamento: replicava all'intervento baldanzoso del padre
gesuita in modo pacato, rispettoso ma fermo; e nelle idee che gli
contrapponeva, nessuna iattanza, ma un dialogare chiaro e preciso,
intimamente posseduto. Quella persona, lo seppi soltanto in seguito, aveva
nome Aldo Capitini.
Venivo a ritrovare in lui una calda consonanza con le istanze spirituali che
urgevano nel mio animo. Viveva nelle sue parole una diversa e ben piu' alta
religiosita' che non in quelle del padre gesuita, portavoce dell'istituzione
cattolica da cui mi ero venuto discostando, che aveva dimostrato la propria
inadeguatezza religiosa nell'avallo dato alla dittatura fascista e nella
nessuna opposizione all'abominio delle avventure belliche mussoliniane fino
alla seconda guerra mondiale. Avevo vissuto quella guerra in un'eta' tale,
dai 13 ai 18 anni, in cui sei di fronte alla vita nel tuo massimo fervore
intellettuale ed emotivo, colmo di alte idealita' sociali; e l'avevo
attraversata in tutti i suoi aspetti nefandi: gli orridi bombardamenti
terroristici sulla popolazione civile, l'Italia spaccata in due dopo la fuga
del re e il ritorno di Mussolini, l'occupazione nazista con i suoi odiosi
improvvisi rastrellamenti nelle strade di civili, le lotte intestine. La mia
citta' fu teatro, tra altri misfatti, di un episodio di inaudita repressione
assassina di supposti antifascisti da parte dei fascisti repubblichini, tale
che in seguito ad essa, assunta a modello, coniarono la truce espressione
"bisogna ferrarizzare l'Italia".
Quella infame realta' aveva messo in croce le idee religiose in cui credevo.
Ma nonostante cio', anzi come reazione a cio', esse continuavano a rimanere
sempre ferme in me e a voler essere operanti. Talche', fu per me come una
rivelazione scoprire quel giorno, in quell'uomo, che la coscienza dell'umana
religiosita', che in quegli anni di passioni furibonde mi si presentava del
tutto sorda e corrotta, era puranche ben viva e fervente, e parlava con voce
limpida e salda, intimamente persuasa. Pochi mesi dopo obiettai al servizio
dell'uccisione militare, nel 1948.
*
- Marco Catarci: Era una scelta inconcepibile per i tempi.
- Pietro Pinna: Era una scelta sicuramente un po' strana, anche per le
prevedibili conseguenze. Quando ne parlavo con gli amici, sbottavano a
dirmi: "Ma sei matto, ma ti mettono al muro!" oppure: "Il meglio che ti puo'
capitare e' che ti mettono in galera per tutta la vita". Oggi questa idea di
obiezione di coscienza e' entrata a far parte dell'opinione pubblica, anche
se in modo alquanto superficiale. Allora invece, sia dal punto di vista
delle conseguenze legali, sia dal punto di vista morale era una scelta
totalmente inconcepibile. Pero' prevalse in me il dettato della coscienza, o
magari per i miei interlocutori istituzionali quello della "pazzia", vista
la decisione di sottopormi anche ad una visita psichiatrica. Dal lato
personale, fisico, non ebbi difficolta' ad affrontare il passo, poiche' la
forza che mi veniva dal valore che stavo affermando sopravanzava ogni
possibile disagio corporale; dal punto di vista intellettuale invece si',
perche' mi trovavo di fronte a una realta' mentale, psicologica, politica,
comportamentale che era agli antipodi di quella mia scelta. Si trattava,
inoltre, di infrangere la legge, e questo ti pone sempre un grande problema,
essendo la legge una delle piu' alte conquiste della civilta'. Pero' il dato
etico fu prevalente su tutte queste difficolta'. Devi fare quel gesto e lo
fai, quali che siano le sofferenze personali, qualunque sia anche il disagio
che poni nella realta' contro cui tu "obietti", verso cui tu "getti contro"
quell'atto. Se sei vissuto nella persuasione che cio' che conta nella vita
e' servire un valore puro, la vita prendera' poi la via della sua
realizzazione, anche se nella momentanea sua ripulsa nel presente.
Nella prossimita' di attuazione del mio rifiuto, feci un passo. Sul tavolo
attorno al quale erano raccolte le persone che partecipavano all'incontro
ferrarese di cui ho detto dianzi, c'era un volantino con il nome e
l'indirizzo di Capitini, organizzatore di quella riunione. Avevo acquisito
tanta stima di quella persona, che mi permisi di scrivergli per chiedergli
se sapeva dirmi quali potevano essere le conseguenze legali del mio
proposito di rifiutare il servizio militare. Egli pero' non mi rispose:
questa fu la prima lezione di stile che mi diede.
*
- Marco Catarci: Perche' non le rispose?
- Pietro Pinna: Mi spiego' dopo, in una lettera scrittami quando avevo gia'
obiettato e mi trovavo in prigione: "Non le risposi perche' non volli
influire sulla sua scelta, alla quale doveva arrivare con la massima
spontaneit" e ragioni interiori". Mi scrisse poi anche: "Poteva essere
comodo, dallo stato in cui ora mi trovo, immune da tale obbligo (al quale
contrasterei con la stessa fermezza che Lei dimostra), esortare ad
incontrare le punizioni che una legge incivile assegna". Indugio' a
rispondere, eppure era interessatissimo a quella mia scelta eventuale,
perche' gli stava a cuore l'obiezione di coscienza e ne scriveva e parlava
da anni, ed ora finalmente c'era qualcuno che l'aveva posta in essere. A tal
proposito Capitini rilevo' che quel gesto aveva fatto piu' di tanti libri e
convegni, "venendo a porre il problema una buona volta davanti alla
Nazione". Nel suo significato piu' alto, quel rifiuto ad imbracciare armi di
guerra era vera religione in atto, perche' la religione e' atto, non
contemplazione, adorazione. Capitini non rispose alla mia lettera. Ma il
fatto di non aver voluto interferire nella mia eventuale decisione ad
obiettare, senza porre in campo l'autorevolezza della sua persona, era il
riconoscimento, direi l'esaltazione, dell'autonoma preminenza della
coscienza e della liberta' individuale, supremi connotati dell'uomo.
Poi, nel 1962 Capitini venne a sapere che c'era stata una crisi al Centro di
Danilo Dolci e che il gruppo di collaboratori aveva deciso di lasciarlo;
allora mi scrisse per chiedermi se volevo andare a Perugia, perche' c'era
molto lavoro da fare per la pace. E cosi' nel '62 andai a lavorare con lui.
*
- Marco Catarci: C'era gia' stata la marcia della pace? Si avviavano in quel
momento le attivita' legate ai temi della pace?
- Pietro Pinna: La famosa marcia della pace Perugia-Assisi s'era svolta
alcuni mesi prima, nel settembre '61. In quell'occasione erano emersi alcuni
gruppi pacifisti che Capitini volle tenere assieme in un'associazione
denominata "Consulta italiana per la pace", da lui presieduta. La formazione
piu' consistente di essa era quella degli ex partigiani della pace,
egemonizzata dal Partito Comunista. Attraverso la Consulta si svilupparono
in un paio d'anni varie iniziative: marce con moltitudini di persone,
convegni, pubblicazioni. Ma il tutto di carattere generico, di pacifismo
relativo, di semplice invocazione della pace e di protesta contro i mali
della guerra.
*
- Marco Catarci: Perche' afferma che tali attivita' assumevano un carattere
"generico"?
- Pietro Pinna: Non era obiezione di coscienza. Era pacifismo generico,
perche' non entrava nel cuore della guerra, l'esistenza degli eserciti. La
parola guerra, soltanto pronunciata, e' un fantasma, un semplice flatus
vocis. Sai cos'e' la guerra, ne cogli la sostanza, allorche' gli eserciti
entrano in azione, avanzano i carri armati e le bombe dal cielo riducono in
poltiglia i corpi umani. Se sei integralmente pacifista, se veramente sei
contro la guerra, devi essere contro l'esercito, che della guerra e' lo
strumento essenziale. Si pone il dilemma, tragicamente irrisolto da
millenni. Nei millenni si e' professata la politica del "se vuoi la pace
prepara la guerra": abbiamo avuto guerre a non finire, sempre piu'
sanguinose e devastanti (siamo alla bomba atomica!). Ordunque, si impone
alfine a ciascuno di fare una scelta inequivoca tra i due corni del dilemma,
e cioe': siamo veramente, assolutamente contrari alla guerra? Allora
dobbiamo opporci qui e subito all'esistenza dell'esercito, strumento
essenziale della guerra; vogliamo invece scegliere di continuare a ritenere
indispensabile l'esercito, pur sempre e solo in nome della pace? Allora
avremo, come sempre e' stato ed e', la guerra. E' utopia la prima scelta, di
uno Stato senza esercito? Puo' darsi, ma utopia non ancora sperimentata; la
seconda, dello Stato armato, e' ormai bollata dalla Storia, al livello di
bancarotta fraudolenta.
Nonostante i Ministeri della Guerra trasformatisi nel dopoguerra in innocui
Ministeri della Difesa, nonostante l'Onu... abbiamo visto e vediamo
sciorinare su questa terra martoriata, come spiccioli da una tasca bucata,
guerre a catena. Della ultracentenaria preoccupazione dei governanti di
attuare il sospirato disarmo e' sufficiente ripetere quanto e' stato detto ñ
mi sembra da Tolstoj ñ che affidarsi ad essi per il conseguimento di questo
vitale obiettivo e' come attendersi da un consesso di ubriaconi che vari una
legge per l'abolizione degli alcolici.
Dobbiamo allora puntare, con una migliore credibilita', sui movimenti dal
basso per la pace? Anch'essi si sono dati da oltre un secolo a voler
contrastare la guerra, con esito evidentemente nullo viste le tante guerre
intercorse. L'ultimo di essi ha messo in campo nei nostri giorni cento e
piu' milioni di dimostranti contro la guerra in Iraq, con l'esito, sempre
ricorrente, di un'assoluta penosa scontata inconcludenza. Cos'e' che non va?
Perche' il generoso movimento della pace si ritrova perpetuamente in un
vicolo cieco? C'e' che anch'esso e' sempre di un pacifismo relativo,
condizionato, pieno di "se" e di "ma", un pacifismo cioe' pur sempre
ancorato alla predisposizione di una forza militare del proprio Stato, alla
quale anche ogni partecipante del movimento per la pace consente e
collabora. Deprimente questo pacifismo relativo nella sua inanita' di
opposizione alla guerra, e ancor piu' deplorevole nella sua responsabilita'
di aver prima accettato il suo strumento portante, l'esercito. Questi due
aspetti di inanita' e di responsabilita' del pacifismo relativo sono cosi'
riassunti in due incisive frasi di Gandhi. Circa l'inanita': "Rifiutare la
guerra soltanto quando ne e' arrivato il momento significa fare qualcosa
quando ormai praticamente non c'e' piu' tempo per combattere il male". E
quanto alla responsabilita', prosegue: "Affermo che pur coloro che non hanno
l'obbligo di prestarsi direttamente alla guerra, partecipano ugualmente al
male se consentono allo Stato organizzato militarmente".
Ed allora il dilemma si impone. Nelle parole di Norberto Bobbio: "All'uomo
di ragione e di fede, che sia penetrato cosi' a fondo in questa storia
tragica di orrori e di follie, non sono restate che due vie: o il
rassegnarsi ad essa senza speranza, o il tentare una nuova strada".
*
- Marco Catarci: Il problema e' allora come diffondere una cultura che
faccia maturare queste scelte?
- Pietro Pinna: Il problema e' mondiale. Ha scritto Capitini: "Il mondo si
unifica in senso orizzontale, economicamente, giuridicamente, culturalmente,
ma che cosa sarebbe senza una dimensione verticale religiosa?". Questa
dimensione egli la faceva consistere nella nonviolenza, che e' "apertura
(interesse, appassionamento, amore) all'esistenza, alla liberta' e allo
sviluppo di tutti gli esseri". Ma in drammatica antitesi col "villaggio
globale" dell'intera umanita', egli rilevava: "Di fronte all'unita'
mondiale, di fronte all'assemblea universale sopravvivono le limitate
assemblee statali dei popoli dietro cui e sopra cui si costituisce
l'assemblea armata, l'esercito, fornito di armi schiaccianti e che puo'
intervenire dappertutto". Contro questa minaccia mortale all'"assemblea
universale", si pone la nonviolenza col suo pacifismo assoluto, col suo
rifiuto di qualsiasi esercito. Ma quanti sono disposti ad imboccare la nuova
strada? Quale governo, quale popolo, quale grande forza politica o
sindacale, quale Chiesa?
Il pacifismo assoluto resta cosi' meno che una figura lillipuziana, di
fronte al Gulliver della politica dominante che persiste nel riporre la
garanzia della sicurezza nella predisposizione bellica, sia pure tanto
precaria e rovinosa. La coscienza, che potenzialmente fermenta nell'immensa
maggioranza dell'umanita' in disperata attesa del superamento di questa
storia perennemente gravida di morte, non trova tuttavia la strada di farsi
azione pratica, di tradursi in atto. Deve allora la nonviolenza darsi al
pessimismo assoluto, esimersi dall'affermare la sua novita' salutare?
Nient'affatto. La sua coscienza persuasa e' per il nonviolento
irrinunciabile, come un dovere. Ed a sorreggere e rinvigorire l'impegno di
chi si da', pur al presente in infima minoranza, a questa nuova strada del
pacifismo integrale, puo' valere ancora una volta una frase di Aldo
Capitini: "Se e' vero che gli uomini siano diversamente appassionati e
interessati, puo' anche darsi che nel loro cuore ci sia un senso universale
di gratitudine e poi anche di partecipazione per chi agisce nel modo piu'
puro e piu' nonviolento superando qualsiasi schieramento, in attuazione e al
servizio del bene primario della pace".
*
- Marco Catarci: Che ricordo ha di Aldo Capitini?
- Pietro Pinna: Era di un aspetto e un fare modesto, non appariscenti. Ma
alla sua presenza, ancor prima di sentirlo parlare, ti sentivi immerso in
un'aura elevata, spirituale. Nel contatto con le persone, era di una
gentilezza inalterabile, sobria ma schietta, e di grandissima disponibilita'
e indulgenza verso chiunque, mai propenso a pensar "raca" di nessuno. In un
suo libro troviamo che ha scritto di se': "L'ultimo che incontro e' come se
lo conoscessi da sempre". E, invero, ognuno che lo avvicinava, fosse pure la
prima volta, da quel suo cordiale atteggiamento traeva la grata sensazione
di essergli gia' amico da tempo. Posso racchiudere la profonda disposizione
all'"apertura" del suo grande animo nelle due parole, a lui carissime:
"familiarita'" e "tensione", che diceva costituire i due congiunti elementi
fondanti la struttura del suo essere e il suo piu' profondo ideale. Non
l'una senza l'altra. La familiarita' senza tensione (ai valori che contano)
gli sembrava essere un abusare delle cose, delle persone, della vita, il
prendersi una grossolana volgare confidenza con tutto. Ma anche la tensione
senza familiarita' ñ scriveva ñ diviene durezza, finisce per risultare
solitaria e precipitare nel vuoto che si fa intorno.
*
- Marco Catarci: Quale insegnamento potrebbe dare oggi Aldo Capitini ai
giovani?
- Pietro Pinna: Nell'introduzione che Capitini premise alla ristampa del suo
libro Elementi di un'esperienza religiosa, scriveva: "A me piaceva che uno
qualsiasi, leggendo queste pagine sentisse qualche cosa aprirsi nel silenzio
del suo animo, piuttosto che fosse corso da me a dirmi: 'la penso come te'".
Penso che sarebbe quella la prima cosa che direbbe a un giovane a colloquio
con lui. L'"aprirsi qualcosa": la tensione alla realta' del valore, ad
impegnarsi per un'idea, di la' dall'esclusiva preoccupazione utilitaria
della vita, del "propter vitam, vivendi perdere causas", dal continuare a
percorrere tale e quale la realta' data, tanto limitata, ingiusta, divisiva
e violenta. Ai giovani, volti al futuro e diversi da noi tutti, Capitini
dice di darsi al suo rinnovamento profondo, impegnati a realizzare il
meglio, quel mondo di valore che e' di tutti. A me di offrir loro quanto di
valore io abbia affermato nella mia vita persuasa.
*
- Marco Catarci: Si tratta di un atto educativo.
- Pietro Pinna: Si', questo e' il vero fare educativo. L'educazione e' non
soltanto trasmissione di nozioni tecnico-scientifiche-umanistiche, ma ben
piu' di valori spirituali universali. Educatore e' chi sa porgere
all'educando quei valori a cui egli e' praticamente giunto, che l'educando
approfondira' e arricchira' per farne anche possibilmente sintesi ulteriori,
piu' alte. Per Capitini, l'acquisizione del valore non si limita ad elevarci
ad un ambito personale di serenita' e di piu' larga umanita', ma
oggettivamente preme sulla stessa realta' in virtu' di una sua
trasformazione, per liberarla dai suoi limiti attuali di sofferenza, di
crudelta', di male in tante forme, financo, nell'ipotesi di lavoro
capitiniana, dal limite della morte. Il nuovo, la tramutazione cosi'
perseguita potra' anche non essere la realta' completamente liberata, ma se
si procede con questa persuasione volta a costruire una realta' non chiusa
nei suoi elementi egoistici, utilitari, di potenza e di violenza, sara' pur
tanto.

3. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

4. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 285 del 26 novembre 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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