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Voci e volti della nonviolenza. 116



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 116 del 27 novembre 2007

In questo numero:
1. Marco Catarci intervista Alberto Granese su Aldo Capitini
2. Et coetera

1. MARCO CATARCI INTERVISTA ALBERTO GRANESE SU ALDO CAPITINI
[Ringraziamo Marco Catarci (per contatti: catarci at uniroma3.it) per averci
messo a disposizione questo suo dialogo con Alberto Granese su Aldo
Capitini, estratto dalle pp. 179-188 del suo recente libro Il pensiero
disarmato. La pedagogia della nonviolenza di Aldo Capitini, Ega, Torino
2007. L'intervista e' stata realizzata il 22 settembre 2007 a Cagliari]

Professore ordinario di Pedagogia presso l'Universita' degli studi di
Cagliari, dopo aver collaborato per la cattedra di Filosofia morale, Alberto
Granese e' stato assistente di Pedagogia di Aldo Capitini - che ha insegnato
a Cagliari tra il 1956 e il 1965 - subentrando poi nella cattedra. E' autore
di diversi saggi sul pensiero di Aldo Capitini.
*
- Marco Catarci: Quando ha conosciuto Aldo Capitini?
- Alberto Granese: L'ho conosciuto  in occasione del mio primo esame
all'Universita' di Cagliari (Facolta' di Lettere e filosofia): la materia
era Filosofia morale. Quell'esame fu approvato - ho quasi ritegno a dirlo -
con un 30 e lode. Le relative lezioni avevano avuto un inizio singolare; mi
ero presentato in aula il primo giorno trovando Capitini tutto solo: non
c'erano altri studenti. Ricordo che  mi chiese, con tono di bonaria
severita': "Lei ha intenzione di frequentare?"; "Certo", risposi, e lui mi
disse: "La frequenza e' importante, dovra' leggere e studiare molto se vuole
ottenere buoni risultati". Di rimando proferii un banale: "Sono qui per
questo"; poi frequentai assiduamente il suo interessantissimo corso sulla
Critica del giudizio di Kant.
Capitini fu il primo professore che incontrai all'Universita', con questa
raccomandazione, che avrei dovuto molto impegnarmi e studiare molto. Piu'
tardi fummo in cinque o sei studenti nel suo corso; l'anno successivo ci
assegno' delle esercitazioni scritte su Teoria della Valutazione e Natura e
condotta dell'uomo di John Dewey, poi ce le fece discutere e giudico' molto
positivamente il mio elaborato. Durante le vacanze estive mi arrivo' da
Perugia una lettera che  mi sorprese e mi gratifico': Capitini mi scriveva
che si dovevano tenere in conto "gli studiosi di valore" e mi chiedeva di
dargli una mano nell'insegnamento di Filosofia morale a Lettere. Prima
ancora della laurea, mi fece fare delle esercitazioni (un vero e proprio
corso complementare) a beneficio dei miei colleghi piu' giovani: ricordo che
l'argomento, su sua indicazione, fu Esperienza e valutazione di Aldo
Visalberghi. Curai poi le dispense insieme a lui e negli anni successivi la
frequentazione e lo scambio di idee si intensificarono. Prendevo via via
familiarita' con il suo pensiero che non sempre era facile da capire e da
interpretare per uno come me, nutrito di marxismo e di filosofia analitica
anglo-americana. Uno dei momenti di maggior illuminazione fu quando si
svolse a Cagliari un convegno di grande rilevanza nazionale ñ erano presenti
Nicola Abbagnano, Pietro Rossi, Franco Lombardi, Norberto Bobbio ñ sul
problema della morale: Capitini non  partecipo', nonostante Bobbio fosse un
suo grande amico ed estimatore. A me testualmente disse: "Non vado al
convegno, perche' per me la morale non e' una questione di discorsi, ma e'
una pratica quotidiana per la liberazione". Dopo questo episodio gli fu
tolta la cattedra di Filosofia morale a Lettere e gli fu assegnata quella di
Pedagogia nella stessa Facolta'. Non che gli dispiacesse la pedagogia, ma
lui considerava importante una pedagogia sostenuta da una filosofia morale.
In conseguenza di questo episodio Capitini ando' via da Cagliari molto
amareggiato, anche se non gli dispiaceva, ovviamente, tornare alla sua
Perugia (1965).
Da uomo d'azione e non solo di pensiero qual era, Capitini costitui' in
Sardegna nel 1957 un "Comitato di ricerca per la piena occupazione", fu
partecipe alle lotte per l'attuazione del "Piano di rinascita per la
Sardegna", collaboro' con l'Oece (Organizzazione europea per la cooperazione
economica) in un esperimento di educazione degli adulti nel "triangolo"
Oristano-Macomer-Bosa, chiamando a collaborare anche un collega inglese,
Ross Waller, esperto di formazione permanente. Nel febbraio 1958 organizzo'
un convegno di amministratori comunali della Sardegna e nel 1960 costitui'
la "Consulta sarda per la pace". Avvio', inoltre, il rapporto con il gruppo
di Firenze dei Cemea; ricordo che nel pieno dell'estate ad Aritzo, una
localita' montana del nuorese, si svolgevano, con Marcello Trentanove,
attivita' rivolte ai bambini, basate sulla creativita', anche nella forma di
manipolazione di materiali di varia natura e di fabbricazione  di oggetti.
Poi, come ho detto, ci fu la partenza da Cagliari, e si pose il problema
della sua successione. Inizialmente fu ventilata l'idea di chiamare persona
a lui non gradita, venne invece Raffaele Laporta, che resto' a Cagliari per
brevissimo tempo, mentre io insegnavo Storia della pedagogia; infine tocco'
a me  prendere l'insegnamento di Pedagogia, che ho tenuto ininterrottamente
dai tempi della libera docenza (1968), insieme alla direzione dell'Istituto
di Pedagogia, e poi del Dipartimento di Scienze pedagogiche e filosofiche.
Restai in contatto con Capitini, proseguendo in un intenso dialogo
culturale, e anche per cose di minore importanza. Un anno dopo la sua
partenza da Cagliari mi chiese di ritirare una valigia che aveva lasciato in
albergo, di buttar via le cose inutili e di tenere per me le altre. Fra
queste c'era il tegamino di acciaio inossidabile, con il quale il
parsimonioso Capitini si cucinava qualcosa nella sua stanza d'albergo; lo
conservo ancora come un prezioso cimelio.
Capitini era un nonviolento e un animalista ante litteram: predicava e
praticava il rispetto di qualsiasi essere vivente. Ricordo che una volta ero
a cena in un modesto ristorante con lui e con Enzo Tagliacozzo, gia' allievo
e assistente di Gaetano Salvemini e docente di Storia del Risorgimento. Era
estate, e a un certo punto un piccolo insetto volante cadde nel piatto di
Tagliacozzo, Capitini ebbe un sussulto ed esclamo', rivolto al collega che
cercava di liberarsene: "Ti prego non me lo maltrattare!". La vita,
qualsiasi forma di vita, aveva per lui una sorta di sacralita': in questo
pensava e si comportava come un lama di stretta osservanza.
*
- Marco Catarci: La riflessione sulla scuola di Capitini e' rimasta un po'
in ombra rispetto a quella filosofica. Per quale motivo?
- Alberto Granese: Il maestro pubblico' relativamente tardi opere di
contenuto pedagogico: L'atto di educare, Il fanciullo nella liberazione
dell'uomo; Educazione aperta usci' negli anni 1967-'68. Si debbono pero'
menzionare una serie di contributi brevi, occasionali e sparsi, in cui
affronta vari argomenti relativi alla formazione: la didattica,
l'Universita', l'insegnamento, le riforme scolastiche, i problemi dei
giovani, la professione insegnante, la pedagogia di Gandhi, la Scuola-citta'
Pestalozzi di Firenze, la formazione dei professori, la resistenza nella
scuola, l'educazione degli adulti, l'insegnamento della religione,
l'educazione civica, l'educazione dell'infanzia nel Mezzogiorno,
l'educazione della donna, l'educazione alla pace, i problemi del tempo
libero, il potere degli studenti.
Si puo' dire che il suo interesse primario non era propriamente la filosofia
morale, ma l'azione morale, ossia la produzione di valori come condizione e
come frutto della compresenza dei morti e dei viventi. Per Capitini il
valore realizza la compresenza e la compresenza genera valori. Va ricordato
che vi era allora un neopositivismo imperante, per cui chi non avesse
coltivato una filosofia "esatta" costruita con proposizioni empiricamente e
logicamente verificabili, appariva "ingenuo" e poco "scientifico". Subito
dopo il 1948-'50, com'e' noto, si ebbe in Italia l'affermazione di una
filosofia, ispirata al movimento analitico anglo-americano, che metteva al
bando la metafisica e quindi anche una filosofia dei valori che aspirasse a
essere qualcosa di diverso dalla pura e semplice analisi del linguaggio
etico (si parlava allora di un'etica "senza verita'"). Era quello un clima
(basti pensare alle posizioni sostenute da Ludovico Geymonat e dai suoi
discepoli) in cui le tesi di Capitini venivano considerate da molti
esternazioni, fantasticherie o addirittura farneticazioni di un visionario.
A Capitini non interessavano poi la logica formale e l'epistemologia fine a
se stessa. La frase "In una realta' liberata le acque di un fiume in piena
potrebbero distinguere fra un sasso e la testa di un fanciullo"
corrispondeva alla massima kantiana che dice: "Se noi potessimo essere
quello che veramente dovremmo essere, allora anche la natura sarebbe
conforme nei suoi comportamenti ai nostri desideri, che a quel punto non
dovrebbero essere irragionevoli", e non era certo riconducibile a un
paradigma di razionalita' "logico-metodica". Capitini non faceva mistero
delle componenti utopiche e profetiche del suo messaggio. Diceva di essere
un "persuaso" e non si curava di essere per questo criticato o frainteso.
Attribuiva il primato ai valori con un kantiano spirito di "Achtung".
Paradossalmente, tuttavia, era d'accordo con i neo-empiristi e i
neo-positivisti i quali consideravano "prive di senso" le proposizioni che
riguardano la morale. "In fondo hanno ragione", diceva con una sfumatura di
ironia, "perche' la filosofia morale non e' questione di proposizioni
verificabili, e' questione di atteggiamenti e comportamenti umani nella (e
per la) produzione di valori". Da questo derivava anche il suo pensiero
pedagogico, caratterizzato dalla tensione morale (non moralistica e
parenetica) verso l'apertura, la liberazione, l'"aggiunta" religiosa e il
"perfezionamento"; la sua era al tempo stesso una pedagogia concreta, volta
all'educazione del cittadino e alla realizzazione di una scuola "secondo
Costituzione", per citare il titolo di un volume dell'Adesspi a cui lui
diede un importante contributo. Anche da questo punto di vista il suo
pensiero pedagogico si ispirava all'istanza della produzione di valori.
Considerava il fanciullo inizio e "garanzia" della realta' liberata.
*
- Marco Catarci: Con quali pedagogisti Capitini costruisce questo suo
pensiero pedagogico?
- Alberto Granese: Si deve dire che Capitini aveva rapporti con un numero
assai ristretto di pedagogisti. Non ho ricordo di sue interazioni
significative con i colleghi, a parte quelle con Lamberto Borghi, che lo
apprezzava moltissimo, o quelle, piu' sporadiche, con Aldo Visalberghi. Un
altro interlocutore che lo stimava e che stimava era Raffaele Laporta, ma
non andrei molto oltre. Nel volume curato da Giovanni Cacioppo, Il messaggio
di Aldo Capitini (1977), a cui io stesso ho contribuito, sono citati non
tanto pedagogisti, quanto pensatori, studiosi, letterati, storici (da Luigi
Russo a Francesco Flora, da Federico Chabod a Ranuccio Bianchi Bandinelli,
da Manara Valgimigli a Luigi Salvatorelli), uomini di cultura socialmente
impegnati. Danilo Dolci non era un pedagogista, Lucio Lombardo Radice lo
era, ma a modo suo, come militante del Partito Comunista, Guido Calogero,
Norberto Bobbio e Carlo Ludovico Ragghianti non erano pedagogisti. Ricordo
pero' che Capitini partecipo' ad un convegno di notevole rilevanza nel 1964,
organizzato a Milano dal Centro di prevenzione sociale, con grande
spiegamento di mezzi finanziari da parte dell'Universita' Bocconi,
sponsorizzata dalla Cassa di risparmio delle province lombarde. A Capitini
fu chiesto di affrontare il tema dell'educazione civica. Anche in occasione
di quel convegno, che era prettamente pedagogico, il suo contributo non fu
di natura teorica, ma si ispiro' a una tensione etico-profetica, declinata
come impegno civile, in vista di quello che (con parole non sue) si potrebbe
definire il "bene comune".
*
- Marco Catarci: Lei parla di un Capitini "ante litteram" e "profetico".
Perche' poi e' risultato cosi' "scomodo"?
- Alberto Granese: Per una serie di ragioni: in primo luogo era lui a non
riconoscersi nei partiti che pur impegnandosi nel "sociale" non avevano
posto per l'"aggiunta" religiosa. Votava comunista, ma non si lasciava
inquadrare nell'apparato, e d'altra parte il Partito comunista lo
considerava, appunto, un personaggio "scomodo", una specie di mistico
esaltato, uno pseudo-rivoluzionario. La stessa figura della nonviolenza
(cosa diversa dal pacifismo) non godeva allora di molto credito in area
marxista-leninista. Pero' Capitini fece "comodo" ai tempi della marcia della
pace (1961), perche' allora c'erano la politica dell'Unione Sovietica a
favore della pace, il movimento dei "partigiani della pace", la "Colomba
della pace" di Picasso. Il Pci diede grande rilievo a questo evento con
articoli e titoli a tutta pagina su "L'Unita'", poi mise da parte Capitini,
relegandolo in una posizione di marginalita' rispetto al suo stesso progetto
e ai suoi programmi. Di marce della pace ce ne furono altre negli anni
successivi, con una partecipazione "corale" (termine molto caro al maestro),
ma di Capitini da sinistra non si fece piu' parola. Io ero disgustato da
questo ingeneroso oblio e me ne lamentai in un articolo su "Paese Sera" nel
1981.
Con il Lenin rivoluzionario, allora considerato guida carismatica dal Pci,
Capitini aveva certamente poco a che fare, mentre apprezzava e studiava Marx
e il marxismo di Gramsci. Il marxismo stesso era per lui un progetto di
redenzione della societa' a cui mancava, pero', l'aggiunta religiosa, che
lui considerava essenziale. Dall'altra parte, la cultura cattolica lo
avversava, soprattutto dopo la pubblicazione dei volumi Discuto la religione
di Pio XII e Severita' religiosa per il Concilio: non era certo gradito alle
gerarchie della Chiesa cattolica uno che aveva criticato il pontefice allora
"regnante" (il quale aveva fatto mettere all'indice il suo saggio del 1955
Religione aperta), poi la storica iniziativa del Concilio Vaticano II, e
quindi la "politica" sociale e culturale di Giovanni XXIII. Capitini era un
Gioacchino da Fiore che proponeva una "metanoia", un rinnovamento radicale,
anche con molti punti di contatto con la "metanoia" marxista: "I filosofi
hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, si tratta ora di
trasformarlo" dice Marx nell'undicesima Tesi su Feuerbach. Questo approccio
era consonante con la sua concezione della filosofia: essa deve cambiare il
mondo, nel segno dell'apertura e della "liberazione" e non soltanto star li'
semplicemente a contemplarlo, analizzarlo e descriverlo.
La "metanoia" doveva consentire, per Capitini, la trasposizione di principi
etici irrinunciabili in una societa' e in un mondo rigenerati, nel segno del
perfezionamento e della produzione di valori, nella e per la compresenza dei
vivi e dei morti. Di questo aspetto non  esito' mai a parlare: affermava
appunto, in modo esplicito e "persuaso", che i valori, come gia' ho detto,
sono prodotti della compresenza "comunicativa" dei morti e dei viventi. Ma
la comunicazione per Capitini non era semplicemente l'atto formale e
"amministrativo" del "comunicare" qualcosa a qualcuno: era una modalita'
della compresenza. Capitini pensava a un binomio comunicazione-compresenza,
nel segno della liberazione e del "perfezionamento". Qualcosa di simile,
mutatis mutandis, a quel che e' la "prossimita'"  nel linguaggio cristiano:
il prossimo tuo non e' chi ti e' materialmente vicino, ma chi ha cura di te
e di cui tu hai cura. Era appunto questa, per lui, la "vicinanza", vissuta
nel segno dei valori, della co-appartenenza e della compresenza.
*
- Marco Catarci: Come era il Capitini professore universitario?
- Alberto Granese: Si esprimeva con straordinaria chiarezza, aveva qualita'
"didattiche" eccezionali. Spiegava in modo a un tempo illuminante, piano e
comprensibile testi ardui come la Critica del Giudizio di Kant, e
l'Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio di Hegel. Soleva dire
che quando si parla, oltre ad essere chiari, bisogna avere l'atteggiamento
di chi e' consapevole di essere chiaro: raccomandava a noi studenti e
collaboratori di non parlare con la mano davanti alla bocca, come quando si
e' esitanti e quasi si sente il bisogno di nascondersi. Mi racconto' anche
che da giovane era molto timido, parlava con difficolta' e aveva imparato
via via a esprimersi in pubblico avendo riguardo per se stesso, non paura
"rispettosa" dell'interlocutore. Mi spiego': "Io dico le cose con
persuasione e in questo modo mi riescono anche chiare e comprensibili". Una
sua battuta era: "Uno deve capirsi lui, e se si capisce lui lo capiscono
anche gli altri. Ma se non si capisce lui non lo capiranno nemmeno gli
altri". E lui era effettivamente un persuaso; da questo veniva la sua sobria
ed efficace oratoria: era veramente un modello di "vir bonus dicendi
peritus".
*
- Marco Catarci: Quali autori utilizzava Capitini nei suoi corsi
universitari?
- Alberto Granese: Kant era un autore che gli piaceva moltissimo, di Gandhi
utilizzava i testi che trovava, erano suoi autori Marx, Hegel, il Leopardi
poeta e filosofo, Croce, Gramsci, Dewey. Di quest'ultimo condivideva la tesi
"strumentalistica" secondo la quale il sapere non e' fine a se stesso, ma si
configura (il che valeva anche per la logica) come una "teoria
dell'indagine" legata all'idea dell'uomo come fine. Per lui il sapere doveva
essere in funzione della crescita, del "perfezionamento", della produzione
di valori, dell'apertura, della liberazione. Per Capitini il conoscere deve
essere perseguito e incrementato avendo riguardo all'"albero della vita",
alla "Lebenswelt", la vita vissuta dell'uomo, e non dell'uomo quale e', ma
anche quale potrebbe e dovrebbe essere attraverso un perfezionamento e
un'aggiunta religiosa, dell'uomo "liberato".
*
- Marco Catarci: Se l'idea di educazione e' legata all'impegno civile, che
idea di scuola ha Capitini?
- Alberto Granese: Una scuola "aperta", nel senso suo; una scuola non tanto
o soltanto, della motivazione, dell'interesse e della  spontaneita' (cose
peraltro importantissime), quanto finalizzata alla produzione di valori, e
alla liberazione dell'uomo gia' a partire dagli anni della fanciullezza. Le
sue opere non hanno contenuti preminenti di riflessione didattica. Si
preoccupava molto di piu' degli orizzonti di un'educazione aperta, laica,
democratica, tesa a produrre valori, ma affrancata dall'idea - che lui
considerava perversa - della "scuola etica", come emanazione di uno "Stato
etico". Il fascismo si era caratterizzato come "Stato etico". Lui era
contrario a una scuola "etica", in nome dell'apertura, del rispetto, della
liberta', della democrazia, del laicismo. La scuola "etica" impone valori,
invece di sollecitare alla produzione di essi. Paventava che, dopo il
fascismo, la Repubblica Italiana governata dalla Democrazia Cristiana,
tornasse a essere uno "Stato etico", tale da porre in essere un'"etica"
falsa e pervertita.
*
- Marco Catarci: Quale e' l'eredita' di Capitini oggi?
- Alberto Granese: Prescindendo da un malinteso profetismo, si puo' fare
riferimento a impostazioni del pensiero moderno (e perfino "post-moderno"),
come ad esempio il neo-pragmatismo di Rorty, che si richiamano a Dewey e
antepongono alla filosofia "esatta", "rigorosa" e "scientifica", come quella
analitica, un pensiero a un tempo piu' "flessibile" e "comprensivo",
declinato in termini di "practical philosophy". Non penso certo a una
Capitini "post-moderno", ma a una sorta di consonanza fra l'idea di
"liberazione" e le istanze di un pensiero che qualcuno ha definito "debole".
Il termine "post-moderno" viene, infatti, da una critica dell'architettura
razionalistica, fredda e geometrica; la "post-modernita'" si ispira allo
"spirito di finezza", e' una protesta contro il razionalismo rigido,
sclerotico, tendenzialmente agnostico; recupera motivi della pre-modernita',
guarda a quelli che Dewey definiva problems of men, i concreti problemi
umani. Un Capitini, messo a confronto con tutto cio', ha ancor oggi molto da
dire. Anche lui era un critico della razionalita' legnosa,  arrogante,
compiaciuta di se', che sale in cattedra; non esitava a proporre una forma
di "irrazionalismo profetico", come quello, appunto, che teorizza la
compresenza dei morti e dei viventi, quale condizione ed effetto della
realizzazione di valori. Al tempo stesso con la sua religiosita', Capitini
richiama motivi evangelici a cui si e' in larga misura improntata la cultura
della pre-modernita'.
Una considerazione finale: Capitini, pur essendo assai colto, non si
considerava, ne' voleva essere, un erudito enciclopedico; si concentrava sui
testi e sui problemi che giudicava fondamentali. Non era un uomo di
moltissimi libri: non puntava a qualificarsi come un accademico
inattaccabilmente "ferrato". Pur non essendo "homo unius libri", era lungi
dall'aver letto "tutti i libri" (per usare  un'espressione di Verlaine) ma
cio' ha poca rilevanza per una valutazione del suo contributo e della sua
missione culturale e profetica; non le toglie nulla ed e' coerente con molte
forme di alta religiosita', dall'Occidente all'Oriente, dalla remota
antichita' al nostro tempo. Anteponeva la saggezza alla sapienza, la ricerca
del bene all'indagine speculativa e al teoricismo astratto, l'azione
"corale" di un potere "omnicratico" al compiaciuto esercizio individuale di
un'intelligenza al tempo stesso astuta, sospettosa e scettica, disincantata
e dubbiosa.

2. ET COETERA

Marco Catarci, da sempre attivo in iniziative di solidarieta', per i
diritti, la pace e la difesa della biosfera, e' ricercatore e docente di
Pedagogia sociale presso la facolta' di Scienze della formazione
dell'Universita' degli studi Roma Tre, dove collabora con il Creifos (Centro
di ricerca sull'educazione interculturale e sulla formazione allo sviluppo).
Ha partecipato a numerose ricerche in campo educativo e sociale, e' autore
del volume All'incrocio dei saperi. Una didattica per una societa'
multiculturale, e di numerosi saggi e articoli sui temi dell'immigrazione,
della formazione, della mediazione culturale. Tra le opere di Marco Catarci:
All'incrocio dei saperi. Una didattica per una societa' multiculturale,
Anicia, Roma 2004; "La pedagogia degli oppressi di Paulo Freire", in
"Studium", n. 4, 2004; "Il percorso formativo del mediatore
linguistico-culturale: il modello proposto dal Cies" e "La mediazione in
ambito educativo", in F. Susi, M. Fiorucci (a cura di), Mediazione e
mediatori in Italia. La mediazione linguistico-culturale per l'inserimento
socio-lavorativo dei migranti, Anicia, Roma 2004; "Formazione e inserimento
lavorativo dei rifugiati in Italia", in M. Fiorucci, S. Bonetti (a cura di),
Uomini senza qualita'. La formazione dei lavoratori immigrati: dalla
negazione al riconoscimento, Guerini Associati, Milano 2006; Il pensiero
disarmato. La pedagogia della nonviolenza di Aldo Capitini, Ega, Torino
2007.
*
Alberto Granese (Cagliari, 1934) e' un illustre pedsgogista e docente
universitario. Libero docente in Pedagogia generale dal 1968, professore
ordinario di Pedagogia generale dal 1975 nell'Universita' di Cagliari,
ordinario di Filosofia dell'educazione nell'Universita' di Bologna nel
triennio 1981-1984 e successivamente di Pedagogia generale nell'Universita'
di Cagliari, nella quale e' attualmente preside della facolta' di Scienze
dalla formazione e direttore del dipartimento di Scienze pedagogiche e
filosofiche, dopo aver ricoperto l'incarico di direttore dell'Istituto di
Pedagogia dal 1969 al 1998 e di presidente del Consiglio di corso di laurea
in Scienze dell'educazione negli anni 1996-1999. Dal 1998 al 2002 ha
presieduto l'Rrsae-Irre (Istituto regionale per la ricerca educativa). E'
membro dell'Ufficio di presidenza della Conferenza nazionale permanente dei
presidi delle facolta' di Scienze della formazione. E' co-presidente
dell'Accademia di studi italo-tedeschi di Merano. Ha partecipato a numerosi
congressi internazionali e tenuto conferenze a Parigi, Londra, Dublino,
Barcellona, Wurzburg, Zurigo, Basilea, Berna, Lille, Copenaghen. Ha
organizzato numerosi convegni sulla programmazione educativa,
l'interculturalita', la filosofia dell'educazione. Ha rappresentato il
Ministero della Pubblica Istruzione nel simposio sull'educazione permanente
di Copenaghen. E' stato membro della delegazione ministeriale italiana alla
terza conferenza mondiale sull'educazione degli adulti promossa dall'Unesco
a Tokyo. Ha contributo a volumi collaborativi sui problemi della scuola e
dell'educazione pubblicati da editori francesi, inglesi, tedeschi e
spagnoli. E' membro del comitato di direzione della rivista "Studium
Educationis" (Cedam). Ha collaborato e collabora a numerose riviste
pedagogiche italiane e straniere ("I problemi della pedagogia", "Riforma
della scuola", "Scuola e Citta'", "Pedagogia e vita", "Orientamenti
pedagogici", "Paedagogische Umschau", "Studi sulla formazione"). E' stato
coordinatore scientifico dal 1980 al 1996 del gruppo nazionale
interuniversitario di ricerca (il cosiddetto "40%" sui problemi della
epistemologia pedagogica e della pedagogia critica (universita' di Cagliari,
Roma, Napoli, Salerno, Milano, Palermo, Firenze) con produzione di cinque
volumi. Promotore dell'accordo interculturale tra l'Accademia di studi
italo-tedeschi di Merano e l'Universita' di Cagliari. Da segnalare il
recente contributo all'incontro sull'Europa multiculturale; il volume degli
atti e' stato recentemente pubblicato. Titolo del contributo: "Cultura,
formazione, lavoro nel futuro dell'Europa comunitaria". Membro
dell'"0sservatorio linguistico della Regione Sarda" che ha recentemente
organizzato un convegno sulle minoranze linguistiche con la partecipazione
di studiosi irlandesi, baschi e bretoni.  Dopo una fase di prevalente
attenzione per la filosofia analitica e per i temi del marxismo teorico
nelle loro implicazioni in campo educativo si orienta attualmente a ricerche
sulla "economicita'" dell'educazione nel quadro delle rivoluzioni
tecnologiche e della "globalizzazione", interpretando l'economicita' nelle
sue valenze di amministrazione "etica" delle risorse umane per fini di
umanizzazione e di riconoscimento dei diritti umani. Gli scenari della "new
economy" in un contesto di straordinario potenziamento della comunicazione
multimediale lo inducono a una ricostruzione dei percorsi del pensiero della
modernita' con riferimenti sempre piu' espliciti ai messaggi e ai magisteri
della grandi religioni profetico-monotesistiche (cristianesimo, giudaismo,
islam) i cui contenuti concettuali si collocano alla base dei sistemi
filosofici moderni. Il tema "etica dello sviluppo nella societa' della
globalizzazione informatica (formazione, diritti e liberta' umane)" si
colloca attualmente al centro dei suoi interessi. Tra le opere di Alberto
Granese: Il giovane Dewey, La Nuova Italia, 1966; Filosofia analitica e
problemi educativi, La Nuova Italia, 1968; G. E. Moore e la filosofia
analitica inglese, La Nuova Italia, 1970; Analisi logica dell'educazione, La
Nuova Italia, 1967; Che cos'ha veramente detto Russell, Ubaldini, 1971; La
ricerca teorica in pedagogia, La Nuova Italia, 1976; Dewey, Laterza, 1973;
Educazione e societa' (La filosofia inglese oggi 1945-1970) in Terzo
programma Eri - Edizioni Rai Radio Televisione Italiana, 1973; Dialettica
dell'educazione, Editori Riuniti, 1976; Der Marxismus als Humanismus in W.
Boehm - G. Flores d'Arcais (Hrsg), Die italienische Paedagogik des 20.
Jahrhunderts, Klett - Cotta, 1979; Destinazione pedagogia, Giardini, 1981;
Il contributo marxista al dibattito teorico in Pedagogia, in Materialismo
storico e educazione (a cura di Giuseppe Trebisacce), Gangemi Editore, 1985;
Il "caso italiano": un possibile passaggio dalle Scienze dell'Educazione
alla Pedagogia Critica, in Il concetto di pedagogia ed educazione nelle
diverse aree culturali (Atti del Simposio internazionale di Pedagogia,
Gardone, aprile 1985) a cura di Winfred Boehm, Giardini, 1988; Ermeneutica e
filosofia pratica, Marsilio, 1989; Il transazionalismo come paradigma di
razionalita' dinamica (Scienza, filosofia e ideologia nello sviluppo del
pensiero di Dewey), in Dewey ieri e oggi (a cura di Nando Filograsso e
Cesare Nisi), Quattro Venti, 1989; La scienza sociale dell'educazione nel
contesto della civilta' planetaria (volume collaborativo), Lacaita, 1998; La
condizione teorica, Unicopli, 1990; Su alcuni modelli contemporanei di
filosofia pratica. Confronti e prospettive; Il labirinto e la porta stretta,
La Nuova Italia, 1993; Il concetto di persona in filosofia e pedagogia.
Annotazioni storico-tematiche in Pedagogie personalistiche e/o Pedagogia
della persona (a cura di Giuseppe Flores d'Arcais), Editrice La Scuola,
1994; Note a margine sul laicismo, in Laicita' ieri e domani. La questione
educativa, (a cura di G. Bonetta, G. Cives), Argo, 1996; Per una sistematica
dei saperi della formazione, in Pensare la formazione. Strutture
esplicative, trame concettuali, modelli di organizzazione, (a cura di
Umberto Margiotta), Armando Editore, 1998; Dewey, Laterza, 1999; Scuola,
formazione e ricapitalizzazione pedagogica, Anicia, 2000; Etica della
formazione e dello sviluppo, "nuova economia", societa' globale, Anicia,
2002; Istituzioni di pedagogia generale (Principia educationis), Cedam,
2004. Ha curato la traduzione di opere pedagogiche e filosofiche di Dewey,
Whitehead, Russell, Piaget.
*
Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato,
docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la
nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande
pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini:
la miglior antologia degli scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo e vari
collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che
contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale -
ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca -
bibliografia degli scritti di Capitini); recentemente e' stato ripubblicato
il saggio Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989; una
raccolta di scritti autobiografici, Opposizione e liberazione, Linea
d'ombra, Milano 1991, nuova edizione presso L'ancora del Mediterraneo,
Napoli 2003; e gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996;
segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri,
Edizioni Associate, Roma 1991; e la recente antologia degli scritti (a cura
di Mario Martini, benemerito degli studi capitiniani) Le ragioni della
nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004. Presso la redazione di "Azione
nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org)
sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi ed opuscoli di
Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui i fondamentali Elementi di
un'esperienza religiosa, 1937, e Il potere di tutti, 1969). Negli anni '90
e' iniziata la pubblicazione di una edizione di opere scelte: sono fin qui
apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un
volume di Scritti filosofici e religiosi, Perugia 1994, seconda edizione
ampliata, Fondazione centro studi Aldo Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo
Capitini: oltre alle introduzioni alle singole sezioni del sopra citato Il
messaggio di Aldo Capitini, tra le pubblicazioni recenti si veda almeno:
Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci, Torino 1988; Clara Cutini (a cura di),
Uno schedato politico: Aldo Capitini, Editoriale Umbra, Perugia 1988;
Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di
Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini.
Tra religione ed etica laica, Clueb, Bologna 1991; Fondazione "Centro studi
Aldo Capitini", Elementi dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova
Italia, Scandicci (Fi) 1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per
una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini,
Pisa 1998, 2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume
monografico de "Il ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante,
La realta' liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del
Rosone, Foggia 1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta
2001; Federica Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini,
Cittadella, Assisi 2004; Massimo Pomi, Al servizio dell'impossibile. Un
profilo pedagogico di Aldo Capitini, Rcs - La Nuova Italia, Milano-Firenze
2005; Andrea Tortoreto, La filosofia di Aldo Capitini, Clinamen, Firenze
2005; Marco Catarci, Il pensiero disarmato. La pedagogia della nonviolenza
di Aldo Capitini, Ega, Torino 2007; cfr. anche il capitolo dedicato a
Capitini in Angelo d'Orsi, Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi,
Torino 2001; per una bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro
di Pietro Polito citato; numerosi utilissimi materiali di e su Aldo Capitini
sono nel sito dell'Associazione nazionale amici di Aldo Capitini:
www.aldocapitini.it, altri materiali nel sito www.cosinrete.it; una assai
utile mostra e un altrettanto utile dvd su Aldo Capitini possono essere
richiesti scrivendo a Luciano Capitini: capitps at libero.it, o anche a
Lanfranco Mencaroni: l.mencaroni at libero.it, o anche al Movimento
Nonviolento: tel. 0458009803, fax: 0458009212, e-mail:
azionenonviolenta at sis.it o anche redazione at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 116 del 27 novembre 2007

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