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Minime. 288



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 288 del 29 novembre 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. La stragina
2. Peppe Sini: Assassini
3. Enrico Piovesana: Le stragi insabbiate
4. "Peacereporter": I talebani stanno vincendo la guerra
5. Enrico Piovesana: La guerra a Farah
6. Il volo e lo schianto
7. Marco Catarci intervista Lidia Menapace sulla nonviolenza
8. Minimo e tristissimo un commento al testo che precede
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. LA STRAGINA

Ieri una fonte governativa afgana ha diffuso la notizia che un bombardamento
della Nato ha compiuto una nuova strage di civili in Afghanistan, operai
edili che lavoravano a una strada. L'ennesima strage di civili. E perche'
dovrebbe fare notizia?
Quando gli assassini siamo noi, mica vale.
Noi non siamo terroristi, le nostre stragi non contano.
Non ne parliamo. Occupiamoci invece dei grandi problemi dell'umanita': la
forfora nei capelli, il gioco del lotto, l'ultima esternazione dell'ultimo
capobastone dell'ultimo partitello della grande coalizione per la nuova
maggioranza del condominio.
*
E invece ogni vittima ha il volto di Abele, ed e' un crimine orribile
l'uccisione di ogni essere umano, quale che sia la sua nazionalita', la sua
religione, il suo stato civile. Ed uno stesso inestinguibile dolore arreca
all'umanita' intera la morte di ogni persona.
Tu non uccidere, dicono tutte le tavole giuridiche e le voci morali degne di
ascolto. Tu non uccidere, tu salva le vite.
*
In Afghanistan e' in corso una guerra terrorista e stragista che si prolunga
dai tempi dell'invasione dell'Armata rossa.
In Afghanistan l'Italia sta partecipando alla guerra e alle stragi, in
violazione del diritto internazionale e della legalita' costituzionale.
Il governo, il parlamento e il popolo italiano hanno un solo urgente dovere:
cessare di partecipare alla guerra e alle stragi, cessare di essere potenza
occupante e criminale terrorista nei confronti del popolo afgano.
Cessare di fare la guerra, iniziare a costruire la pace.
E la pace si costruisce con la smilitarizzazione e col disarmo, con la
solidarieta' che salva le vite, con la scelta della nonviolenza.
La nonviolenza e' la politica del XXI secolo.

2. RIFLESSIONE. PEPPE SINI: ASSASSINI

Se non mi trovassi ad essere anch'io un italiano forse non scriverei queste
righe.
Se non mi sentissi io stesso coinvolto nell'orrore e nella vergogna forse
non scriverei queste righe.
Ma la guerra terrorista e stragista in Afghanistan e' un delitto commesso
anche dal mio paese; dal governo, dal parlamento, dallo stato italiano: e'
un delitto di cui in qualche modo e misura non posso non sentirmi
contaminato anch'io finche' la mia opposizione unita a quella di altre
persone di retto intendimento e di volonta' buona non fara' cessare la
partecipazione italiana alla guerra e alle stragi, non fara' agire l'Italia
contro la guerra, per salvare le vite, per salvare la civilta'.

3. AFGHANISTAN: ENRICO PIOVESANA: LE STRAGI INSABBIATE
[Da "Peacereporter (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente articolo
del 23 novembre 2007, dal titolo "Afghanistan, stragi insabbiate. Le bugie
della Nato sulle vittime civili dei bombardamenti".
Enrico Piovesana, giornalista, lavora a "Peacereporter", per cui segue la
zona dell'Asia centrale e del Caucaso; e' stato piu' volte in Afghanistan in
qualita' di inviato]

Assadullah e' un contadino di Kakrak, un villaggio sulle montagne della
provincia centrale di Uruzgan: una delle tante zone controllate dai
talebani.
Una sera di fine settembre era uscito di casa per andare a trovare un suo
amico poco lontano. "Ero appena fuori dal mio villaggio quando ho sentito
gli aerei e le esplosioni delle bombe. Sono corso indietro per vedere se la
mia famiglia era sana e salva. Ho trovato la mia casa ridotta in macerie. Ho
iniziato a scavare e ho trovato i miei quindici nipoti, maschi e femmine,
stesi nei loro letti, morti nel sonno. Il piu' piccolo aveva sei mesi, il
piu' grande diciassette anni. Poi ho trovato i corpi senza vita di mia
madre, delle mie due mogli e dei miei due fratelli. In quel momento ho
pensato che tutto il mondo fosse morto e mi chiedevo perche' io fossi ancora
vivo. Il giorno dopo ho scoperto che altri due villaggi vicini erano stati
bombardati: sessantasette morti in totale".
*
La versione ufficiale della Nato
I giorni successivi i comandi Nato hanno diramato un bollettino nel quale si
leggeva che "l'aviazione e l'artiglieria della Coalizione hanno bombardato
le posizioni nemiche nella zona di Kakrak, provincia di Uruzgan, uccidendo
65 talebani. Tre civili sono rimasti feriti".
Il 17 novembre, Assadullah e altri capifamiglia della zona hanno ricevuto,
senza clamori, un risarcimento monetario per i familiari uccisi.
Non fosse stato per l'inviato del "Time magazine", la verita' su quello che
e' successo a Kakrak non sarebbe mai venuta fuori. Sorge una domanda: quanti
di quelle "decine di talebani" uccisi ogni giorno dalle bombe occidentali
sono in realta' civili inermi?
*
Almeno mille civili uccisi quest'anno
Louise Arbour, capo della Commissione Onu per i diritti umani in questi
giorni in visita a Kabul, ha definito "allarmante" la percentuale dei civili
uccisi durante le azioni militari della missione Isaf-Nato: "Una violazione
del diritto internazionale e un fatto che erode il sostegno popolare alla
missione Nato e al governo Karzai". La Arbour si riferisce ovviamente ai
dati ufficiali sulle vittime civili dei bombardamenti: 337 dall'inizio
dell'anno secondo le cifre fornite dalla Nato su un totale di oltre seimila
morti. In realta', se solo si tengono in considerazione le rare denunce
fatte dalla popolazione afgana ñ come quelle di Assadullah ñ i civili uccisi
risultano essere almeno un migliaio dal primo gennaio 2007. Ma probabilmente
si tratta ancora di una cifra ampiamente sottostimata. Sempre secondo i dati
ufficiali forniti dalla Nato, quest'anno sono stati ufficialmente uccisi
piu' di cinquemila "talebani": quanti di loro, da vivi, erano civili?

4. AFGHANISTAN. "PEACEREPORTER": I TALEBANI STANNO VINCENDO LA GUERRA
[Da "Peacereporter (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente articolo
del 21 novembre 2007, dal titolo "I talebani stanno conquistando
l'Afghanistan. Lo dice un rapporto del Senlis Council"]

"Verso il caos: l'Afghanistan sull'orlo del precipizio". Questo il titolo di
un rapporto pubblicato oggi dal gruppo di studio di politica internazionale
Senlis Council, secondo il quale ormai il 54% del territorio afgano e' sotto
il controllo dei talebani.
"Ormai la questione non e' piu' se i talebani rientreranno a Kabul, ma
quando lo faranno", rincara la dose il rapporto. Secondo gli esperti di
Londra, i piani dei talebani per riconquistare la capitale afgana nel 2008
sono molto credibili. La proiezione delle forze militari in campo e il
contesto, suggeriscono gli analisti del Senlis Council, fa pensare che la
Nato e' destinata a essere sconfitta se non raddoppiera' la presenza di
effettivi in Afghanistan.
Un quadro che contraddice le ottimistiche relazioni dei vertici militari
della Nato e dei governi della coalizione internazionale in Afghanistan.
"I talebani sono il governo effettivo di larghe parti dell'Afghanistan
orientale e meridionale", continua il rapporto, "e hanno cominciato a
prendere l'effettivo controllo dell'economia locale e di infrastrutture
chiave. Inoltre i talebani esercitano un forte controllo psicologico della
popolazione locale, accreditandosi sempre piu' come autorita' legittima".

5. AFGHANISTAN: ENRICO PIOVESANA: LA GUERRA A FARAH
[Da "Peacereporter (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente articolo
del 2 novembre 2007, dal titolo "Afghanistan, guerra sul fronte occidentale.
La provincia di Farah, sotto comando italiano, sta cadendo in mano ai
talebani"]

Si combatte ormai da cinque giorni sul fronte occidentale di Farah,
provincia rientrante sotto il comando regionale italiano di Herat.
L'esercito afgano, nonostante il supporto aereo della Nato, non riesce a
fermare l'avanzata talebana partita all'inizio della settimana.
*
L'avanzata talebana verso ovest
Oltre settecento guerriglieri armati fino ai denti e dotati di decine di
fuoristrada erano scesi lunedi' dalle loro roccaforti sulle montagne di Musa
Qala, nella provincia di Helmand, muovendo verso ovest e prendendo il
controllo del distretto montano di Gulistan, nella parte orientale della
provincia di Farah. Da li', due giorni dopo, hanno proseguito la loro
avanzata verso ovest, calando in forze nelle vallate del distretto di Bakwa.
L'esercito governativo e la polizia afgana non hanno potuto fare altro che
ripiegare e chiamare i rinforzi Nato arrivati sotto forma di
cacciabombardieri e forze speciali - che in questa area comprendono alcune
decine di incursori dell'esercito e della marina italiani. Qari Mohammad
Yousuf, portavoce dei talebani, ha dichiarato che il loro obiettivo e'
prendere il controllo di tutta la provincia.
*
Trecento morti in una settimana
Il bilancio ufficiale dei combattimenti, che ora infuriano a poche decine di
chilometri dal capoluogo provinciale, e' finora di oltre venti militari
afgani morti e di circa sessanta presunti talebani uccisi. Si parla anche di
diverse vittime tra i civili, che il governo attribuisce pero' al fuoco
talebano.
In contemporanea con l'avanzata verso ovest, dalle loro basi nell'Helmand
settentrionale i talebani hanno scatenato altre offensive anche verso sud e
verso est, attaccando il distretto di Nad Ali' nella provincia di Helmand,
quello di Arghandab nella provincia di Kandahar e quello di Baluch nella
provincia di Uruzgan. Le forze Nato britanniche, canadesi e olandesi sono
riuscite a respingere gli attacchi solo dopo violente battaglie nelle quali,
secondo la Nato, sarebbero rimasti uccisi circa 180 presunti talebani e
molti soldati afgani. Vittime che portano a quasi 300 i morti della sola
ultima settimana di guerra in Afghanistan, e a oltre 6 mila quelli
dall'inizio del 2007.

6. RIFLESSIONE. IL VOLO E LO SCHIANTO

Ben due ministri sono venuti ieri a Viterbo a dirci che incrementare il
trasporto aereo e' cosa buona e giusta e fa bene alla salute.
Il giorno dopo che l'Onu ha invitato l'umanita' a ridurre dell'80% le
emissioni di gas serra che provocano il surriscaldamento del clima: una
riduzione indispensabile per salvare il pianeta - e l'umanita' con esso -
dalla catastrofe.
Il trasporto aereo e' gia' oggi responsabile del 10% delle emissioni
inquinanti che provocano l'effetto serra. Occorre pertanto immediatamente
procedere alla drastica riduzione del trasporto aereo, non costruire nuovi
aeroporti per incrementarlo.
Ma i due ministri che hanno dato spettacolo a Viterbo devono essere un po'
distratti. Del resto devono essere distratti anche quando nel consiglio dei
ministri si delibera di continuare a partecipare alla guerra e alle stragi
in Afghanistan, di aumentare le spese militari, di spendere i soldi di tutti
a fini di guerra e di morte (in flagrante criminale violazione della
Costituzione della Repubblica Italiana cui pure hanno giurato fedelta').

7. RIFLESSIONE. MARCO CATARCI INTERVISTA LIDIA MENAPACE SULLA NONVIOLENZA
[Ringraziamo Marco Catarci (per contatti: catarci at uniroma3.it) per averci
messo a disposizione questo suo dialogo con Lidia Menapace sulla
nonviolenza, estratto dalle pp. 255-265 del suo recente libro Il pensiero
disarmato. La pedagogia della nonviolenza di Aldo Capitini, Ega, Torino
2007. L'intervista e' stata realizzata il 6 febbraio 2007 a Roma.
Marco Catarci, da sempre attivo in iniziative di solidarieta', per i
diritti, la pace e la difesa della biosfera, e' ricercatore e docente di
Pedagogia sociale presso la facolta' di Scienze della formazione
dell'Universita' degli studi Roma Tre, dove collabora con il Creifos (Centro
di ricerca sull'educazione interculturale e sulla formazione allo sviluppo).
Ha partecipato a numerose ricerche in campo educativo e sociale, e' autore
del volume All'incrocio dei saperi. Una didattica per una societa'
multiculturale, e di numerosi saggi e articoli sui temi dell'immigrazione,
della formazione, della mediazione culturale. Tra le opere di Marco Catarci:
All'incrocio dei saperi. Una didattica per una societa' multiculturale,
Anicia, Roma 2004; "La pedagogia degli oppressi di Paulo Freire", in
"Studium", n. 4, 2004; "Il percorso formativo del mediatore
linguistico-culturale: il modello proposto dal Cies" e "La mediazione in
ambito educativo", in F. Susi, M. Fiorucci (a cura di), Mediazione e
mediatori in Italia. La mediazione linguistico-culturale per l'inserimento
socio-lavorativo dei migranti, Anicia, Roma 2004; "Formazione e inserimento
lavorativo dei rifugiati in Italia", in M. Fiorucci, S. Bonetti (a cura di),
Uomini senza qualita'. La formazione dei lavoratori immigrati: dalla
negazione al riconoscimento, Guerini Associati, Milano 2006; Il pensiero
disarmato. La pedagogia della nonviolenza di Aldo Capitini, Ega, Torino
2007.
Lidia Menapace e' nata a Novara nel 1924, partecipa alla Resistenza, e' poi
impegnata nel movimento cattolico, pubblica amministratrice, docente
universitaria, fondatrice del "Manifesto"; e' tra le voci piu' significative
della cultura delle donne e dei movimenti della societa' civile. Nelle
elezioni politiche del 9-10 aprile 2006 e' stata eletta senatrice. La
maggior parte degli scritti e degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa
in quotidiani e riviste, atti di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi
libri cfr. Il futurismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968;
L'ermetismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; (a cura di), Per un
movimento politico di liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La
Democrazia Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della
differenza sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con
Chiara Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma
1988; Il papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno?, Il dito e la
luna, Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna, Milano 2001; AA. VV.,
Nonviolenza, Fazi, Roma 2004]

Lidia Menapace prende parte giovanissima alla Resistenza partigiana e nel
dopoguerra e' impegnata nei movimenti cattolici, nella Democrazia Cristiana
e con varie organizzazioni progressiste. Insegnante, nel 1969 e' tra le
fondatrici de "Il Manifesto". Nell'aprile 2006 diviene senatrice della
Repubblica.
*
- Marco Catarci: Senatrice Menapace, lei ha partecipato alla Resistenza,
come staffetta partigiana nella sua citta', Novara, facendo una scelta
particolare, quella di lottare nonviolentemente. Come si e' lottato
nonviolentemente nella Resistenza?
- Lidia Menapace: Io preferisco dire "lotta di Resistenza" piuttosto che
"guerra di liberazione", anche se so che l'espressione "guerra di
liberazione" non e' impropria. Avrei perfino difficolta' a dire che io ho
preso parte alla Resistenza in nome della nonviolenza. Per dire la verita'
non sapevo nemmeno cosa fosse la nonviolenza, perche' durante il regime
fascista la nonviolenza era considerata una cosa da imbelli: si diceva che
ci sono anche quelli che si rifiutano di portare le armi per la patria, ma
sono dei vigliacchi. Questo dal punto di vista politico. Dal punto di vista
religioso, la Chiesa cattolica diceva che l'obiezione di coscienza la fanno
i protestanti, a cui non bisogna dare ascolto. Quindi qualunque voce io
ascoltassi, mi veniva proposta solo una visione negativa, ma forse queste
voci non risuonavano dentro di me. Quando decisi di prendere parte alla
lotta di Resistenza, feci un certo itinerario, trovai le persone giuste,
riuscii ad arrivare li' dove potevano darmi delle cose da fare e mi chiesero
ovviamente se volevo fare la staffetta, mi chiesero se conoscevo i rischi,
risposi di si' e dopo aggiunsi "non voglio portare armi", ma non per una
scelta nobile o particolarmente significativa, dissi "ho paura, mi sparerei
addosso da sola, quindi non ne voglio sapere perche' mi farei male". Allora
mi dissero "pero' possiamo addestrarti", a questo punto interviene il mio
primo consapevole rifiuto: "no, non voglio imparare, primo perche' son
sicura che non saprei mai sparare nella pancia di qualcuno e semmai non
voglio proprio imparare a diventar capace di farlo", quindi era una cosa che
mi faceva impressione, non volevo imparare.
*
- Marco Catarci: Perche' questa parte della storia, e anche della
Resistenza, fa piu' fatica di altre a venire riconosciuta? Sembra quasi che
tale tema sia ignorato dai grandi dibattiti pubblici e guardato dal mondo
della politica con un poco di sospetto.
- Lidia Menapace: Fa molta piu' fatica a venire riconosciuta oggi. Devo dire
che allora non ci fu nessuno ostacolo. Durante la Resistenza questa scelta
non incontro' nessun impedimento. Una delle grandi cose della Resistenza e'
che, anche senza nominarla, pero' ammetteva assolutamente anche una scelta
nonviolenta, perche' la lotta di resistenza, anche quando armata, non e'
militare, cioe' non comporta una obbedienza cieca e assoluta: nessuno puo'
ordinarti di fare una cosa che tu non vuoi fare, se ti dicono "vai e ammazza
qualcuno" e tu dici "no, questo non lo faccio", basta. Questo contesto
rendeva allora possibile questa scelta, pero' la rappresentazione che si
usava di quell'esperienza era comunque quella "tradizionale": l'uomo armato,
la donna che lo segue, le donne a casa a tenere i prigionieri, gli uomini
allo scontro, una rappresentazione che poi non era nemmeno veritiera,
perche' anche quando e' armata la guerriglia e' specialmente di fuga, si
tratta di far saltare un ponte, interrompere una ferrovia, cose che facevo
anche io, perche' il danno alle cose per proteggere le persone rientra
nell'azione nonviolenta. Invece, finita la Resistenza, ci fu sicuramente una
sorta di rivalsa della tradizione, per cui si comincio' a dire "e' l'ultima
guerra del Risorgimento", "la patria"...
*
- Marco Catarci: Quindi il problema del riconoscimento di questa forma di
lotta si e' determinato successivamente alla fine di quell'esperienza?
- Lidia Menapace: Si', durante la lotta non ci fu nessuna imposizione e
nessuna differenza tra i vari modi di partecipazione alla lotta. I
partigiani sapevano benissimo che se le contadine dell'Appennino o delle
valli alpine non li avessero ospitati, protetti, rivestiti, curati quando
erano feriti, sarebbero morti tutti. E le contadine mettevano a rischio le
loro case, perche' ne vennero bruciate tante: ogni volta che i nazifascisti
scoprivano che le contadine avevano ospitato qualche partigiano bruciavano
le loro case.
*
- Marco Catarci: Il pensiero nonviolento e' femminile? Che legame c'e' tra
nonviolenza e lotta delle donne?
- Lidia Menapace: Anche questo e' un pezzetto di storiografia rimasto
inesplorato, perche' Gandhi ammette di aver imparato dalle suffragiste
inglesi, si puo' dire che sono state loro a inventare questa forma di lotta.
Erano molto attive, non erano solo persone che facevano prediche, ma poiche'
dovevano avere un impatto sull'opinione pubblica cominciarono ad inventarsi
forme di lotta come incatenarsi alle colonne, oppure invadere l'assemblea, o
sdraiarsi per terra: queste donne restavano sedute di fronte alla polizia a
cavallo, non so come facessero, ma di certo avevano grande fiducia nei
cavalli, dicevano che il cavallo scansa la persona, non la calpesta mai,
dunque erano mirabili anche per la fiducia negli animali.
*
- Marco Catarci: Quindi il legame tra modalita' di lotta nonviolenta e
movimento femminile e' stretto?
- Lidia Menapace: Molto; si puo' dire che il movimento delle donne invento'
la nonviolenza, non la teorizzo'. Le suffragiste inventarono poi degli abiti
specifici: siccome non ci si puo' sedere per terra con la crinolina,
inventarono il tailleur che e' un abito molto piu' semplice per queste
azioni. Quindi da li' queste azioni si diffusero, anche se nel movimento
delle donne non c'e' una teorizzazione sulla nonviolenza.
*
- Marco Catarci: E' una prassi.
- Lidia Menapace: Si'; per il contrario, non esiste nessuna teorizzazione
dell'uso della violenza, quindi li' si tace e qui c'e' una pratica. Pero'
nel movimento delle donne si procede eminentemente per pratica:
internazionalmente "strategia" non si usa perche' e' un termine militare, si
dice "best practices", le migliori pratiche, e' proprio un approccio
connaturale.
*
- Marco Catarci: Senatrice, lei e' stata anche docente sia nella scuola
secondaria superiore che nell'Universita'. Che ruolo ha l'educazione nella
costruzione di una prospettiva nonviolenta? Come e' possibile un'educazione
che costruisca le basi di una cultura della nonviolenza?
- Lidia Menapace: Penso che l'educazione abbia certo un ruolo. La scuola,
sia come edificio che come ordinamento, e' costituita - come tutte le
istituzioni - sul modello dell'esercito, perche' l'esercito e' l'istituzione
genetica. Tutte le istituzioni sono caserme poco modificate, un portone, un
bagno in cima e uno in fondo, poi o aule di scuole, celle di carceri,
camerate di ospedale o di caserma, ma e' sempre un modello militare, cosi'
come l'impostazione gerarchica o il linguaggio contrappositivo. Tutto il
linguaggio politico e', infatti, un linguaggio militare; io qualche volta
facevo un gioco e cioe' chiedevo a un politico tradizionale di parlare senza
usare il linguaggio simbolico militare: questo politico non arrivera' alla
fine della prima fase, perche' non puo' dire "tattica", "strategia",
"schieramento" e non sa di cosa parlare. Persino lo straordinario Gramsci
dice "egemonia", "casematte". Con la mia campagna di disinquinamento del
linguaggio politico dal simbolico militare ho raccolto qualche successo, ma
pochi, perche' davvero si tratta di rovesciare completamente il linguaggio
politico. La scuola ha queste caratteristiche: e' gerarchica, sta in edifici
che sono caserme poco modificate, orari, ma l'apprendere non e' mai una cosa
che si fa da qui a qui, matematica da qui a qui, lingua da qui a qui. Un
modo di insegnare che abbia la stessa complessita', promozionalita' e anche
curiosita' dell'apprendere spontaneo purtroppo a scuola non c'e'. Allora io
cercavo, gia' quando insegnavo al liceo, di recuperare un po' questa
complessita' di movimenti e, per vincere questa gerarchizzazione, cercavo di
costruire un sistema "pattizio": io adesso vi spiego per tre lezioni cosa e'
il Rinascimento, vi fornisco le indicazioni bibliografiche, se avete cose da
domandare ne discutiamo nella terza lezione, dopo di che, appena uno di voi
e' pronto, chiede di essere interrogato, io non interrogavo mai a sorpresa.
Questa modalita' la usavo fino al penultimo anno e l'anno della maturita'
dicevo "guardate se vi mando cosi' all'esame di maturita', vi mando al
massacro, quest'anno vi insegnero' come richiede il programma". Ed era una
cosa che suscitava la rivoluzione. E quest'ultimo anno, in cui era vietato
avere il libro al tema e suggerire era vietato, era una dimostrazione
dell'assurdita' degli ordinamenti scolastici: credo sia stato molto
efficace.
All'Universita' ce ne era un po' meno bisogno, perche' l'Universita' e' un
po' meno militarizzata, avendo un'altra tradizione, non so, quella
dell'insegnare camminando dei peripatetici: e' un rapporto gia' piu' tra
adulti, anche se c'e' questo carattere un po' massificato delle grandi
lezioni in aule anfiteatro. E anche li' adottavo uno stile pattizio, nel
senso che delle tre ore di lezione una era sempre di esercitazione e le
esercitazioni le concordavo sempre con gli studenti che venivano in cattedra
ad esporre il risultato dei loro lavori, potevano fare anche lavori di
gruppo, io facevo anche esami collettivi, che allora erano vietatissimi.
Devo dire che non ho mai detto "guardate dico queste cose perche' bisogna
essere nonviolenti", proprio no.
*
- Marco Catarci: Era un ripensamento metodologico, quindi. E la ricerca che
ruolo ha? La nostra Costituzione ci obbligherebbe a darci da fare per
studiare come si fa ad affrontare una controversia internazionale senza fare
ricorso alla guerra, cioe' come si realizza una gestione nonviolenta di un
conflitto. A che punto siamo in questa ricerca? L'impressione e' che tutto
sia rimasto come ai tempi di Capitini, non abbiamo fatto grossi passi
avanti.
- Lidia Menapace: E' vero, anche perche' nel frattempo l'istituzione non si
e' fatta permeare per niente. La scuola continua, ad esempio, ad essere
gerarchica, burocratica, continua ad avere nei programmi di storia
un'impostazione che anche se non detta e' questa: ci sono dei momenti di
grande difficolta', avvengono delle guerre che sono delle grandi tragedie e
che pero' risolvono dei problemi. Appiccicare in fondo a un corso con questa
impostazione il contenuto dell'articolo 11 della Costituzione o anche la
figura di Capitini non serve proprio a niente, se l'impostazione e' quella.
O in fondo a un capitolo le condizioni sociali dell'Inghilterra. Ma se il
professore all'esame di maturita' chiedesse questo sarebbe proprio una
carogna perche' non c'entra con quello che e' stato insegnato. Quindi anche
li' bisognerebbe vedere se e' possibile attraverso tracce storiografiche,
quella per indizi, che da' voce ai soggetti muti, sapere cosa facevano le
donne, cosa facevano i contadini, cosa facevano gli schiavi, intanto che i
guerrieri si ammazzavano; se non si ricostruisce questo e non lo si immette
nel flusso dell'insegnamento, si continuera' ad avere solo un angolino in
cui si parla dei buoni.
*
- Marco Catarci: La politica che ruolo ha in questo impegno, se per cio' che
concerne gli strumenti non c'e' stata grande innovazione? Quali sono le
difficolta' del nostro tempo di costruire una prospettiva di politica
nonviolenta?
- Lidia Menapace: La politica dovrebbe avere un ruolo simile a quello che
dovrebbero avere la ricerca e la scuola, anzi questa triade sarebbe da
promuovere. Solo che anche la politica e' rimasta molto indietro e anzi
secondo me ha avuto in questi anni una vera regressione di impostazione,
perche' il pensiero militare ha ripreso alla grande. Intanto l'offerta del
servizio militare volontario e' stata l'unica politica attiva di occupazione
giovanile fatta dai governi ultimi e ha avuto successo, perche' se uno e'
disoccupato che cosa devo dirgli? E una volta che diventa militare, non
posso pretendere che tutte le mattine si guardi allo specchio e dica "sto
facendo un lavoro inaccettabile", deve dire "sto facendo un lavoro
importante". Sembra che i militari italiani in giro non facciano altro che
spupazzare tutti i bambini che incontrano. Non c'e' nessuno che utilizza un
linguaggio piU' politicamente corretto dei generali. Quando vengono in
audizione in Commissione difesa, se io dico "fabbrica di armi", mi dicono
"industria della difesa, senatrice", armi non si dice, "guerra per la pace",
e' tutto perfettamente inglobato e ripartito, la politica non si e' difesa
da questo.
*
- Marco Catarci: A questo proposito, la carta che fondava le Nazioni Unite
affermava, dopo un breve accenno alle rovine della seconda guerra mondiale,
che si poteva dire da quel momento che la guerra e' sempre un crimine. La
guerra e' ritenuta un crimine anche oggi?
- Lidia Menapace: Credo di si', pero' questa espressione e' censurata. Per
la verita' un passo avanti e' stato fatto, nel senso che non c'e' nessuno
che osa piu' parlare della "bella guerra", cioe' l'armamentario culturale
dell'avanguardia del Novecento, la "guerra igiene del mondo", queste cose
che diceva Marinetti, questo non lo dice piu' nessuno per la verita', adesso
si parla di "guerra come extrema ratio", "per un fine buono", e' un po'
mascherata, e' un po' censurata, pero' sotto sotto...
*
- Marco Catarci: La prospettiva nonviolenta richiede l'impiego di
metodologie e strumenti. Si distingue dall'azione violenta in quanto esclude
la distruzione dell'avversario, ma richiede comunque di attraversare il
conflitto e di gestirlo, per comprendere i rapporti di forza nella societa'.
Perche' tale azione appare ancora oggi poco praticabile nei conflitti
sociali? Spesso questa prospettiva viene accusata di essere utopica.
- Lidia Menapace: Secondo me, questa accusa e' proprio una sciocchezza,
perche' se c'e' un soggetto storico, oltre al movimento delle donne, che non
ha mai usato la violenza, che non ha mai programmato la violenza, e che non
ha mai promosso o voluto delle guerre e' il movimento operaio. Ha fatto
molti danni un'infelice frase di Marx "la violenza levatrice della storia"
(si occupasse di cose di cui si intendeva, sulla levatrice non ha proprio
niente da dire, una levatrice violenta non farebbe nascere nessuno, quindi
ha detto una sciocchezza, puo' succedere anche ai grandi), o la questione
dell'"odio di classe", che e' una frase di passaggio, che poi riguarda anche
la borghesia, perche' semmai anche la borghesia dovrebbe smetterla di aver
odio nei confronti dell'altra classe; a parte queste due frasi, nella
teorizzazione e anche nella pratica sono usate tutte e solo le forme
dell'azione nonviolenta, tutte: scioperi, petizioni, manifestazioni, fino al
picchetto, al boicottaggio e al sabotaggio, che e' vero che Gandhi
considerava non piu' attinente alla nonviolenza, pero' il sabotaggio io l'ho
visto nel Sessantotto nella fabbrica, era un sabotaggio fatto sulle
automobili nella fabbrica, ma non sabotavano i freni, semmai il sedile non
lo cucivano bene, uno si sedeva e finiva con il sedere per terra e basta,
nessun danno. L'attenzione nei casi di sabotaggio, che sono rari, e' sempre
a non danneggiare la persona, quindi e' stranissimo che non si sia
riconosciuto questo: i due grandi soggetti che hanno praticato, sia pure
senza teorizzarla, la forma di lotta nonviolenta sono il movimento operaio e
il movimento delle donne. Lo stesso sindacato e' prevalentemente uno
strumento di composizione dei conflitti. L'unica vera e grande sconfitta che
il movimento operaio ha avuto e' stata la prima guerra mondiale: in
quell'occasione si e' spaccato in due e Rosa Luxemburg e' stata mandata in
galera. La ferita non e' ancora rimarginata.
*
- Marco Catarci: Perche' allora, secondo lei, se questi strumenti sono
geneticamente insiti nella storia e nelle prospettive, ad esempio, del
movimento operaio fanno cosi' fatica ad essere riconosciuti e anche
formalizzati?
- Lidia Menapace: Io credo che sia passata, non innocentemente ma insomma e'
passata, l'idea che la nonviolenza e' passivita', il nonviolento e' quello
che prende le sberle in faccia, che porge l'altra guancia. E infatti io dico
sempre "azione" nonviolenta, per dire "ma guardate che non siamo pappemolli,
della gente che sta li' con le braccia conserte", perche' altrimenti passa
questa idea della nonviolenza come irenismo, evangelismo. Persino il famoso
esempio del porgere l'altra guancia, io lo interpreto dicendo che la
nonviolenza e' sorprendente, mentre la violenza e' monotona, si ripete
sempre, uno ti da' una sberla, si aspetta che tu rispondi con un'altra
sberla, mentre invece si distrae, tu gli fai lo sgambetto e scappi.
*
- Marco Catarci: La nonviolenza e' legata alla creativita'?
- Lidia Menapace: Si', e' sorprendente, non te l'aspetti, e' la' dove non
t'aspetti. Mentre la violenza e' terribilmente monotona. Il militare ha
persino l'abito che e' "uniforme". Persino, per stare sempre agli esempi
evangelici dato che sono molto diffusi nella nostra societa', Gesu' Cristo
che condanna acerbamente i farisei perche' non pagano le tasse, a Pietro che
andava in giro armato, perche' era uno zelota, tanto e' vero che taglia un
orecchio al soldato romano che voleva arrestare Gesu' Cristo, lui risponde
"chi di spada ferisce, di spada perisce", vale a dire che la violenza si
ripete continuamente, non serve nemmeno per tener libero me. Io insisto
molto su questi aspetti attivi, creativi della nonviolenza, perche' bisogna
renderla attraente, se e' una serie di immaginette, di persone che guardano
in cielo e intanto pigliano sberle da tutte le parti non funziona, io credo
che bisogna dare un impulso di vivacita', anche di ironia e allegria.
*
- Marco Catarci: E infatti anche Capitini chiarisce che la nonviolenza non
e' semplice assenza di violenza, bensi' una forma di lotta, una modalita'
attiva e un impegno alla trasformazione della realta'. Senta, esiste un
legame tra la prospettiva nonviolenta e una critica radicale ad un sistema
economico che genera di fatto dinamiche di esclusione?
- Lidia Menapace: Si', c'e' un legame con l'anticapitalismo. Non solo
perche' il capitalismo genera esclusione, sfruttamento, oppressione
dell'uomo sullíuomo, ma anche perche' include la guerra: la guerra e' uno
strumento previsto. Quando ci sono crisi economiche molto forti, il
capitalismo risponde ñ questa e' una teorizzazione di Rosa Luxemburg che
corregge un errore di Marx ñ non andando definitivamente in crisi, ma
allargando i mercati, e per allargare i mercati ha bisogno di conquistare
del territorio e inventa l'imperialismo; insomma la guerra e' inclusa nel
programma, non e' un incidente, non e' un evento che accade perche' non puoi
far fronte a un problema in altro modo, no, la guerra e' inclusa. E poi c'e'
la violenza oppressiva dei rapporti di produzione, che genera l'esclusione
sociale e politica.
*
- Marco Catarci: Senta, quale sono le prospettive che lei vede oggi per
questo approccio di gestione dei conflitti?
- Lidia Menapace: Io forse sono un po' matta, ma fa parte del gioco. Io ho
come l'impressione che il capitalismo abbia imboccato la sua via finale, io
non lo vedro' concludersi perche' siccome non e' un castello di carte ci
mettera' un bel po' a venire giu'. Pero' io seguo molto Rosa Luxemburg e lei
aveva un'idea della catastrofe come cosa non negativa, come rivolgimento, e
quindi questo esito catastrofico lei lo temeva, solo perche' se appena
avvertiamo che sta per arrivare la catastrofe non costruiamo l'alternativa,
quando poi questa arriva "o socialismo o barbarie": e' piu' probabile la
barbarie che il socialismo o la nonviolenza o qualcosa ancora a cui daremo
un nome, se non prepariamo l'alternativa. Allora, secondo me, dobbiamo
assolutamente costruire un'alternativa, anche non curandoci troppo di
difficolta' che ci possono essere. Quindi occorrono altre relazioni tra le
persone, altri modi di relazione tra i ceti e le classi, altri modi di
relazione tra gli Stati. Allora delle Nazioni Unite occorre prendere gli
elementi che sono proiettati avanti, come "la guerra e' un crimine", "si
puo' reprimere solo con la polizia e quindi prevenendola", e occorre lasciar
stare i "residuati bellici" che ci sono dentro, come "noi abbiamo vinto,
quindi siamo membri permanenti del Consiglio di Sicurezza". Insomma, io
penso che costruendo l'alternativa si gestisce la catastrofe. Io sono molto
appassionata anche di Ilya Prigogine, le leggi del caos, perche' quando sei
ai margini del caos, se ti lasci prendere viene fuori un omogeneizzato, una
pappetta, se resisti si aprono tutti gli orizzonti possibili. Io mi esprimo
con queste immagini, la "crisi finale", l'"alternativa", "socialismo o
barbarie", il "caos", perche' ho l'impressione che siamo in questa fase.
Queste fasi, poi, di solito sono piene di contraddizioni, perche' ci sembra
che la guerra trionfi, pero' dopo la seconda guerra mondiale nessun esercito
regolare ha piu' vinto una guerra: in Corea no, in Vietnam no, ne' la
Francia ne' gli Stati Uniti, in Algeria no, in Afghanistan no, ne' l'Unione
Sovietica ne' gli Stati Uniti, persino Israele, che ha un esercito molto
potente e assai motivato, non riesce a venire a capo dei palestinesi, che
sono un popolo senza terra.
*
- Marco Catarci: Questo dovrebbe essere sufficiente a concludere che la
guerra e' uno strumento che non funziona.
- Lidia Menapace: E' una "mastodontica residualita'", che siccome e'
mastodontica se si muove fa comunque disastri. E' come un elefante
impazzito. Ecco questi sono i sentimenti che io coltivo.
*
- Marco Catarci: E forse anche per questo appare rilevante confrontarsi con
il pensiero di Capitini: sono i drammi quotidiani della violenza
generalizzata che costringono a ripensare oggi il rapporto fra realta'
politico-sociale e violenza. Quale e' l'attualita' di questa prospettiva
oggi? Cosa e' rimasto di questa esperienza di Capitini?
- Lidia Menapace: Dunque, potrei dire troppo poco, pero' io ho di questi
movimenti una certa immagine. Ad esempio il movimento delle donne e' un
movimento carsico, ogni tanto si inabissa non lo vedi piu' e invece lavora
sotto terra. A me piace molto questa immagine, perche' avviene nel ventre
della madre terra, perche' l'acqua e' molto legata a tutte le cose che
capitano nel corpo delle donne, pero' io sento e vedo che questa immagine
dei movimenti carsici inizia a diffondersi, il movimento nonviolento e' uno
di questi, ogni tanto sbuca quando c'e' bisogno, ma lavora sotterraneo.

8. RIFLESSIONE. MINIMO E TRISTISSIMO UN COMMENTO AL TESTO CHE PRECEDE

La persona che intervistata da Marco Catarci nel testo che precede dice
molte cose buone e giuste (evocando anche la limpida e luminosa figura di
Rosa Luxemburg che senza esitazioni si oppose alla guerra), e' la stessa che
da quando siede in parlamento ha ripetutamente votato a favore della
prosecuzione della partecipazione italiana alla guerra terrorista e
stragista in Afghanistan, in violazione dell'articolo 11 della Costituzione.
Come del resto la quasi totalita' - la quasi totalita' - dei parlamentari
italiani.
Sembra incredibile. Ed e' un dolore infinito. E abissale uno scandalo.

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 288 del 29 novembre 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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