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Minime. 289



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 289 del 30 novembre 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Pina Nuzzo:  120.000 firme per la proposta di legge "50 e 50 ovunque si
decide"
2. Oggi a Roma
3. Valeria Ando': Un invito a una presa di parola
4. Giovanna Providenti ricorda Rosa Balistreri. Con un'intervista a Lucilla
Galeazzi
5. Annamaria Rivera ricorda Frantz Fanon
6. Elena Loewenthal presenta il "Dizionario del Corano" a cura di Mohammad
Ali Amir-Moezzi
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. INIZIATIVE. PINA NUZZO: 120.000 FIRME PER LA PROPOSTA DI LEGGE "50 E 50
OVUNQUE SI DECIDE"
[Dall'Unione donne in Italia (Udi) (per contatti: udinazionale at tin.it)
riceviamo e diffondiamo.
Pina Nuzzo, apprezzata pittrice, e' una delle figure piu' prestigiose
dell'Unione delle donne in Italia (Udi)]

Carissime,
vi scrivo a poche ore dall'appuntamento preso con il Senato.
E stiamo ancora controllando firme e chiudendo pacchi perche' le donne che
arrivano dai Centri di raccolta da tutta Italia portano a mano le ultime
firme.
E' un evento straordinario, non solo per l'Udi che non ha mancato anche
questo appuntamento con la storia, ma per tutte le donne che hanno
contribuito in modo significativo alla sua realizzazione.
I ringraziamenti e i numeri in dettaglio li avrete lunedi'.
Per ora un grazie cumulativo per queste splendide 120.000 firme.
Ricordo a tutte che sabato 15 dicembre dalle ore 11 alle ore 15 tutti i
Centri di raccolta si incontreranno per decidere insieme come proseguire
nella Campagna "50 e 50".
Abbiamo deciso di preparare per quel giorno una torta da tagliare con voi e
con tutte quelle che oggi non possono esserci e di vedere il video che ha
seguito passo passo la nostra impresa.
Per favore, chi verra' mandi una e-mail o faccia una telefonata per
organizzarci.
Un saluto  felice
Pina Nuzzo

2. INCONTRI. OGGI A ROMA
[Riceviamo e diffondiamo il seguente comunicato dell'Udi. Per contatti:
Udi - Unione Donne in Italia, via dell'Arco di Parma 15, 00186 Roma, tel.
066865884, e-mail: udinazionale at tin.it, sito: www.50e50.it, ufficio stampa:
Monica Giovannoni. tel. 3384352081, e-mail: m.giovannoni at idea.coop]

Con la legge di iniziativa popolare "Norme di democrazia paritaria per le
assemblee elettive"  l'Udi affronta alla radice il problema dell'assenza
delle  donne nei luoghi in cui si decide.
Tutta l'iniziativa politica "50 e 50 ovunque si decide" sottolinea che le
donne non accettano le quote ma vogliono una presenza paritaria di genere a
cominciare dal Parlamento.
"Il 29 novembre abbiamo consegnato le firme raccolte in Senato - lo afferma
Pina Nuzzo, delegata nazionale Udi -. Sono ancora una volta le donne dei 122
Centri nati spontaneamente in tutta Italia, le protagoniste di questo evento
che ha prodotto il risultato concreto di oltre centomila firme raccolte".
La conferenza stampa di chiusura della campagna e di presentazione dei
risultati raggiunti si terra' il 30 novembre alle ore 11,30 presso la sede
dell'Udi nazionale, via dell'Arco di Parma 15, nonostante la pesante censura
mediatica che la campagna sta subendo da parte di tutti i mezzi di
informazione.
A fronte del risultato raggiunto semplici e grandi sono le cose che l'Udi
chiede a questo Stato:
- l'applicazione di un principio fondamentale di democrazia secondo l'art.
51 della Costituzione che attende di essere applicato dal 1948.
- l'equiparazione di donne e uomini nella responsabilita' della res pubblica
ovunque si decide.
La stagione delle quote e' politicamente conclusa, andare oltre e'
l'esigenza espressa da oltre centomila donne italiane a cui e' stato chiesto
di esprimere una precisa volonta' politica, volonta' di cui non si puo' non
tenere conto.
"Chi nomina ancora le quote - conclude Pina Nuzzo - ha solo paura di
intaccare interessi consolidati. Sono venuti meno anche gli alibi di natura
giuridica legati ad una lettura antica della Costituzione. Ora finalmente e'
il tempo della democrazia paritaria".

3. RIFLESSIONE. VALERIA ANDO': UN INVITO A UNA PRESA DI PAROLA
[Ringraziamo Valeria Ando' (per contatti: valeriando at fastwebnet.it) per
questo intervento.
Valeria Ando', docente di Cultura greca all'Universita' di Palermo, e' tra
le promotrici ed animatrici presso quell'ateneo di un gruppo di riflessione
e di pratica di nonviolenza di genere; direttrice del Cisap (Centro
interdipartimentale di ricerche sulle forme di produzione e di trasmissione
del sapere nelle societa' antiche e moderne), tutor del laboratorio su
"Pensiero femminile e nonviolenza di genere", autrice di molti saggi, ha tra
l'altro curato l'edizione di Ippocrate, Natura della donna, Rizzoli, Milano
2000. Opere di Valeria Ando': (a cura di), Saperi bocciati. Riforma
dell'istruzione, discipline e senso degli studi, Carocci, Roma 2002; con
Andrea Cozzo (a cura di), Pensare all'antica. A chi servono i filosofi?,
Carocci, Roma 2002; L'ape che tesse. Saperi femminili nella Grecia antica,
Carocci, Roma 2005]

Alle tante voci che si sono succedute dopo la manifestazione del 24 ottobre
a Roma, vorrei aggiungere una mia considerazione.
La raggiunta "autonomia politica delle donne" di cui parla il comitato
organizzatore della manifestazione, il cui testo e' riportato sull'ultimo
numero di "Nonviolenza. Femminile plurale", e' certamente un fatto da
registrare positivamente, specie per il forte rischio di omologazione a
modelli che non ci appartengono, e per l'ingresso di donne delle nuove
generazioni in questa nuova fase di protagonismo femminile che richiede un
"luogo separato" per  l'elaborazione autonoma di progetti e pratiche
politiche. Se il separatismo era opportuno o forse necessario nella fase di
preparazione e dibattito, mi domando pero' quale poteva esserne il senso al
momento della manifestazione, soprattutto in considerazione del tema
specifico, cioe' la violenza sulle donne.
Lo sappiamo bene: la violenza sulle donne e' violenza di genere, sono uomini
che violano il corpo delle donne, con percosse, stupri o addirittura
uccisioni, sono uomini che feriscono l'anima delle donne, con soprusi,
umiliazioni di ogni tipo, privazione della liberta', esercizio di dominio e
di potere. La violenza sulle donne e' cioe' uno degli aspetti piu' biechi
del patriarcato. Dico anche che e' un modo deviato di intendere il rapporto
tra i sessi, un segnale di un conflitto mai risolto.
Un conflitto, appunto. E in quanto tale, investe entrambi i poli
confliggenti, uomini e donne. Per questo, escludere gli uomini dalla
partecipazione impedisce, mi pare, di affrontare il conflitto e avviare un
confronto: sono gli uomini i nostri interlocutori. Se certamente tocca agli
uomini iniziare un percorso di ridefinizione del loro ruolo sessuale,
percorso peraltro gia' avviato da gruppi e associazioni maschili, e' vero
anche che la soluzione del conflitto e in particolare il dramma della
violenza sulle donne puo' risolversi solo se uomini e donne insieme
ridefiniscono gli uni di fronte alle altre i loro ruoli: solo cosi', a mio
avviso, puo' attuarsi la rivoluzione culturale di rifondazione di una nuova
sessualita'. Se e' giusto distinguere i carnefici dalle vittime, non mi pare
invece che separare e opporre gli uni alle altre possa aiutare alla crescita
e alla maturazione di entrambi: di fronte a un carnefice, quasi sempre
vittima di se stesso e dei propri condizionamenti culturali, c'e' una
vittima inconsapevole di se' e di fatto complice involontaria.
Sappiamo anche che il problema e' culturale e non di ordine pubblico. Eppure
gli interventi legislativi a tutela delle donne maltrattate, gli incentivi e
gli aiuti per i centri antiviolenza sono necessari e auspicabili. Per questo
se le ministre con la loro partecipazione volevano esprimere un impegno,
occorreva a mio avviso avanzare altre richeste esplicite anziche' farle
allontanare.
Non si tratta di moderazione o di simpatia verso la politica istituzionale,
ma di volonta' reale di dialogo tra di noi, ognuna con la sua differenza, la
sua eta', la sua esperienza di vita e di impegno politico. Di dialogo, e'
questo un mio auspicio, anche con gli uomini: dalla violenza sulle donne
abbiamo bisogno di liberarci tutte e tutti, e riusciremo a farlo se lo
sforzo di liberazione sara' comune.
Per questo invito a una presa di parola.

4. MEMORIA. GIOVANNA PROVIDENTI RICORDA ROSA BALISTRERI. CON UN'INTERVISTA A
LUCILLA GALEAZZI
[Dal sito di "Noi donne" (www.noidonne.org) riprendiamo il seguente articolo
dal titolo "Rosa Balistreri. La cantante che faceva comizi con la chitarra"
e il sommario "Interprete e cantautrice folk siciliana che negli anni
Sessanta e Settanta ha dato voce ai poveri e agli indifesi. Una figura
storica da recuperare, una sonorita' e passionalita' femminile da
riascoltare".
Giovanna Providenti e' ricercatrice nel campo dei peace studies e women's
and gender studies presso l'Universita' Roma Tre, saggista, si occupa di
nonviolenza, studi sulla pace e di genere, con particolare attenzione alla
prospettiva pedagogica. Ha due figli. Partecipa  al Circolo Bateson di Roma.
Scrive per la rivista "Noi donne". Ha curato il volume Spostando mattoni a
mani nude. Per pensare le differenze, Franco Angeli, Milano 2003, e il
volume La nonviolenza delle donne, "Quaderni satyagraha" - Libreria Editrice
Fiorentina, Pisa-Firenze 2006; ha pubblicato numerosi saggi su rivista e in
volume, tra cui: Cristianesimo sociale, democrazia e nonviolenza in Jane
Addams, in "Rassegna di Teologia", n. 45, dicembre 2004; Imparare ad amare
la madre leggendo romanzi. Riflessioni sul femminile nella formazione, in M.
Durst (a cura di), Identita' femminili in formazione. Generazioni e
genealogie delle memorie, Franco Angeli, Milano 2005; L'educazione come
progetto di pace. Maria Montessori e Jane Addams, in Attualita' di Maria
Montessori, Franco Angeli, Milano 2004. Scrive anche racconti; sta
preparando un libro dal titolo Donne per, sulle figure di Jane Addams, Mirra
Alfassa e Maria Montessori, e un libro su Goliarda Sapienza]

Quando nel 1966 Dario Fo portava sulle scene lo spettacolo di canzoni
popolari, dal titolo "Ci ragiono e canto", tra le cantanti alternatesi sul
palco ve ne era una che non assomigliava a nessun'altra: Rosa Balistreri,
una popolana quarantenne dal volto segnato da duro lavoro e molte sofferenze
e gli occhi limpidi e sicuri di chi porta fino in fondo le battaglie che la
vita le pone.
"Ho imparato a leggere a 32 anni. Dall'eta' di sedici anni vivo da sola. Ho
fatto molti mestieri faticosi per dare da mangiare a mia figlia. Conosco il
mondo e le sue ingiustizie meglio di qualunque laureato. E sono certa che
prima o poi anche i poveri, gli indifesi, gli onesti avranno un po' di pace
terrena". Cosi' si presentava Rosa ad un giornalista che l'intervistava nel
1973 in seguito alla mancata partecipazione al festival di Sanremo, dove la
sua canzone dal titolo "Terra che non senti" era stata esclusa all'ultimo
minuto. Il fragore suscitato intorno al caso ha fatto si' che Rosa fosse
considerata da molti la vera vincitrice del festival e potesse affermare con
risolutezza che non si sarebbe lasciata spaventare dai nemici politici che
avevano cercato di eliminarla: "Si puo' fare politica e protestare in mille
modi, io canto. Ma non sono una cantanteÖ sono diversa, diciamo che sono
un'attivista che fa comizi con la chitarra".
Un piccolo ostacolo come un'esclusione a un festival non avrebbe fatto altro
che rendere il suo impegno politico ancora piu' determinato: "Li ho messi
tutti nel sacco. Le mie storie di miseria provocheranno guai a molti pezzi
grossi il giorno in cui l'opinione pubblica sara' piu' sensibile ad
argomenti come la fame, la disoccupazione, le donne madri, l'emigrazione, il
razzismo dei ceti borghesi... Finora ho cantato nelle piazze, nei teatri,
nelle universita', ma sempre per poche migliaia di persone. Adesso ho deciso
di gridare le mie proteste, le mie accuse, il dolore della mia terra, dei
poveri che la abitano, di quelli che l'abbandonano, dei compagni operai, dei
braccianti, dei disoccupati, delle donne siciliane che vivono come bestie.
Era questo il mio scopo quando ho accettato di cantare a Sanremo. Anche se
nessuno mi ha visto in televisione, tutti gli italiani che leggono i
giornali sanno chi sono, cosa sono stata, tutti conoscono le mie idee,
alcuni compreranno i miei dischi, altri verranno ai miei concerti e sono
sicura che rifletteranno su cio' che canto" ("Qui Giovani" del 22 marzo '73
in www.rosabalistreri.it).
Rosa Balistreri nata a Licata, in provincia di Agrigento, il 21 marzo del
1927, nei primi anni Cinquanta emigra a Firenze insieme al fratello e alla
madre con i quali dapprima apre un negozio di frutta e verdura. Nei primi
anni Sessanta incontra un pittore siciliano che si innamora di lei e la
introduce nel mondo completamente nuovo della cultura. A casa di lui
incontra il poeta Ignazio Buttitta che cosi' avrebbe ricordato nel 1984:
"Rosa canto' il lamento della morte di Turiddu Carnivali che e' un mio
poemetto. Io quella sera non la dimentichero' mai. La voce di Rosa, il suo
canto strozzato, drammatico, angosciato, pareva che venissero dalla terra
arsa della Sicilia. Ho avuto l'impressione di averla conosciuta sempre, di
averla vista nascere e sentita per tutta la vita: bambina, scalza, povera,
donna, madre, perche' Rosa Balistreri e' un personaggio favoloso, direi un
dramma, un romanzo, un film senza volto" (da:
www.csssstrinakria.org/balistreri.htm centro studi storici siciliani).
Dal 1966, dopo la partecipazione a "Ci ragiono e canto", Rosa inizia a
incidere dischi. Nel 1971 si trasferisce a Palermo, dove frequenta
personaggi come il pittore Guttuso e Buttitta, che scrive per lei numerose
liriche andatesi ad aggiungere al suo vastissimo repertorio: dai canti
appresi durante l'infanzia a canti popolari di varia provenienza.
Ascoltandola cantare si rimane impressionati dalla carica umana, dal timbro
forte ed originale della sua voce e dal tono fortemente drammatico con cui,
interpretando le canzoni popolari siciliane, riusciva a esprimere il senso
di poverta' e orgoglio del popolo.
Dopo la sua morte, avvenuta a Palermo nel 1990, e' rimasta dimenticata, ma
negli ultimi anni l'editore Francesco Giunta sta raccogliendo la sua
vastissima produzione sparsa in molte registrazioni di concerti e in dischi
delle piu' svariate case discografiche. Grazie al suo interessamento, lo
scorso settembre Palermo ha voluto dedicare a Rosa Balistreri un concerto in
cui tre importanti cantanti della canzone popolare come Lucilla Galeazzi,
Clara Murtas e Fausta Vetere hanno ridato vita al suo repertorio insieme al
gruppo musicale "I pirati a Palermu oggi", formato da giovani intorno ai
venticinque anni.
*
Lucilla Galeazzi cantante folk italiana, che lo scorso anno con il suo cd
"Amore e acciaio" ha riscosso uno straordinario successo di critica,
ottenendo tutti i riconoscimenti possibili per una cantante popolare, tra
cui la targa Tenco come miglior disco della canzone popolare, ha gentilmente
risposto ad alcune nostre domande.
*
- Giovanna Providenti: Perche' oggi rivalutare una cantante come Rosa
Balistreri?
- Lucilla Galeazzi: Perche' se lo merita, e' stata una grande cantante che
ha dato vita a un repertorio cosi' bello e vasto, lasciando una importante
eredita' per tutta la cultura musicale e popolare. E poi perche' oggi i
ragazzi e le ragazze siciliane riascoltando le canzoni cantate da lei
possono ispirarsi a questo grande repertorio per ripercorrere la propria
quotidianita', e anche rivalutare tutta una musicalita' e utilizzo di
strumenti che altrimenti rischiano di essere dimenticati.
*
- Giovanna Providenti: Le sue canzoni sono ancora attuali?
- Lucilla Galeazzi: L'attualita' e' che queste canzoni non si sono
invecchiate di un giorno e che la sua mirabile capacita' di espressione
lirica e la carnosita' della sua voce, sempre nutrita da grande
passionalita', suscita ancora oggi delle emozioni profonde che entrano ad un
livello diverso da quello verbale: facendoci direttamente provare emozioni
forti, come ad esempio lo sdegno. L'interprete popolare e' anche
compositore, e lei aveva questa grande capacita' di reinventare canzoni
anche antiche facendo smuovere gli animi di chi l'ascoltava.
*
- Giovanna Providenti: Tu come l'hai conosciuta?
- Lucilla Galeazzi: Io non l'ho conosciuta personalmente, ma ho assistito
ammirata ad alcuni suoi concerti negli anni Settanta, certo allora non avrei
mai immaginato che io stessa avrei insegnato ai miei allievi l'importanza
dell'eredita' di Rosa Balistreri per tutta la cultura popolare, che da Rosa
in poi si e' molto arricchita. Le stesse canzoni dal momento in cui sono
state interpretate da lei hanno acquistato una nuova energia entrando nella
storia con una voce femminile coraggiosa e potente come la sua. Fausta
Vetere (la cantante della Nuova compagnia di canto popolare), che ha avuto
la fortuna di cantare con lei a dei concerti, raccontava di essere
impressionata dal coraggio che aveva nel parlare in pubblico e dire le cose
per come stavano, denunciare apertamente. Un giorno le aveva chiesto se non
avesse paura della mafia e lei aveva risposto: "perche', cosa mi possono
fare con tutto quello che ho sofferto gia' io nella vita!".
*
- Giovanna Providenti: Lei affermava infatti di essere un'attivista piu' che
una cantante...
- Lucilla Galeazzi: Si', ma fare politica attraverso la canzone popolare non
e' solo qualcosa di esplicito e legato ai fatti del momento, ed e' nel
"come" non solo nel "cosa". Lei portava avanti la voce del popolo, cantava
le canzoni che appartengono a tutti, che sono "comuni" fin dalla loro radice
e non e' possibile apporre alcun tipo di copyright. La proprieta' della
cultura l'ha inventata la cultura borghese, invece la canzone popolare
appartiene ad una cultura del popolo reale e ne racconta le sofferenze vere.
Attraverso le canzoni passa la voce del popolo, testimonianza di un modo di
pensare ed essere cultura orale. La cultura popolare e' oggettivamente
alternativa perche' e' di tutti. L'espressivita' della condizione proletaria
non e' nelle parole, ma nel tono e in questo lei era una vera maestra. A me
Rosa piace come canta e cosa canta, cose che non vanno mai distinte, anche
la ninna nanna e' contestataria: la ninna nanna non la canta certo la donna
borghese che puo' permettersi la balia, ma la mamma proletaria che
l'indomani deve svegliarsi alle quattro di mattina per andare a lavorare, e
si sente disperata perche' il bambino non vuole dormire. Ecco allora che
Rosa aveva la capacita' di trasmettere la disperazione, di renderti
compartecipe del lamento di questa donna: e anche questo e' fare politica.

5. MEMORIA. ANNAMARIA RIVERA RICORDA FRANTZ FANON
[Dal quotidiano "Liberazione" del 28 settembre 2007, col titolo "Fanon,
quelle tesi profetiche sul razzismo versione democratica" e il sommario "Da
oggi a Roma due giorni di seminari dedicati allo psichiatra martinicano
scomparso nel 1961 in occasione dell'uscita dei due volumi degli 'Scritti
politici' sulle rivoluzioni africane e algerina. Pubblichiamo lo stralcio di
una relazione".
Annamaria Rivera, antropologa, vive a Roma e insegna etnologia
all'Universita' di Bari. Fortemente impegnata nella difesa dei diritti umani
di tutti gli esseri umani, ha sempre cercato di coniugare lo studio e la
ricerca con l'impegno sociale e politico. Attiva nei movimenti femminista,
antirazzista e per la pace, si occupa, anche professionalmente, di temi
attinenti. Al centro della sua ricerca, infatti, sono l'analisi delle
molteplici forme di razzismo, l'indagine sui nodi e i problemi della
societa' pluriculturale, la ricerca di modelli, strategie e pratiche di
concittadinanza e convivenza fra eguali e diversi. Fra le opere di Annamaria
Rivera piu' recenti: (con Gallissot e Kilani), L'imbroglio etnico, in
quattordici parole-chiave, Dedalo, Bari 2001; (a cura di), L'inquietudine
dell'Islam, Dedalo, Bari 2002; Estranei e nemici. Discriminazione e violenza
razzista in Italia, DeriveApprodi, Roma 2003; La guerra dei simboli. Veli
postcoloniali e retoriche sull'alterita', Dedalo, Bari 2005.
Frantz Fanon, psichiatra, pensatore, militante rivoluzionario anticolonialis
ta, nato nel 1925 in Martinica, studi in Francia, eroico combattente nella
guerra contro il nazismo, psichiatra in Algeria, figura simbolo della
rivoluzione algerina e della lotta degli oppressi, colpito da leucemia muore
nel 1961 in un ospedale degli Stati Uniti. Misconosciuto perche' sovente
ridotto alo stereotipo con cui e' piu' noto - quello del teorico della
violenza liberatrice dei colonizzati (stereotipo cui molto ha concorso la
nota prefazione di Sartre a I dannati della terra), e' una figura
ineludibile, da cui molto si apprende. E' a nostro avviso semplicemente
indispensabile leggere le sue opere, conoscere la sua vicenda, la sua
traiettoria esistenziale, di intellettuale europeo e del terzo mondo, di
medico psichiatra, di militante rivoluzionario, di pensatore, di uomo che ha
amato l'umanita' e ha lottato per la liberazione. Tra le opere di Frantz
Fanon: Il negro e l'altro, Il Saggiatore, Milano 1965, 1972; Sociologia
della rivoluzione algerina, Einaudi, Torino 1963; I dannati della terra,
Einaudi, Torino 1962, 1976; Pour la revolution africaine, Maspero, Paris
1964; Opere scelte, 2 voll., Einaudi, Torino, 1971, 1976. Tra le opere su
Frantz Fanon: Renate Zahar (Renate Siebert), Il pensiero di Frantz Fanon,
Feltrinelli, Milano 1970; Pietro Clemente, Frantz Fanon tra esistenzialismo
e rivoluzione, Laterza, Bari 1971; Alessandro Aruffo, Giovanni Pirelli,
Fanon, Erre Emme, Roma 1994]

Come ricordava Sartre nel 1961, nella Prefazione a I dannati della terra,
gli otto anni della ferocissima guerra d'Algeria erano costati la vita, fino
ad allora, a piu' di un milione di algerini. Il terrorismo coloniale, le
atrocita', i massacri, le deportazioni compiute dai francesi finiranno in
qualche misura per "contaminare" la stessa resistenza. Quei lati oscuri
della lotta per la liberazione, e' lo stesso Fanon a segnalarli in alcune
pagine degli Scritti politici: "La liberta' merita che si entri in questo
terribile circolo del terrorismo e del controterrorismo?", si chiede.
"Questa sproporzione non esprime forse l'impossibilita' di sfuggire
all'oppressione?". I lati oscuri, come si sa, finiranno per allungare la
propria ombra ben oltre l'arco temporale della rivoluzione e quell'ombra si
prolunghera' per decenni, fino agli eventi piu' recenti della storia
algerina. Certo, dobbiamo ben guardarci da quell'insidioso revisionismo che
conduce alla riabilitazione del colonialismo, e che in Francia ha ispirato
il tentativo di valorizzare nell'insegnamento pubblico il contributo
positivo della "missione civilizzatrice" francese. Ma credo che a noi,
critici verso tutti i nazionalismi, non sia concesso d'essere indulgenti
verso i lati in ombra delle guerre di liberazione. E' proprio Fanon a
mettere in discussione severamente anche i nazionalismi degli oppressi: la
sua critica radicale della stessa negritude, il rifiuto d'ogni concezione
passatista - "necrofila", come scrive Robert J. C. Young - della cultura
autoctona segnala il superamento d'ogni retorica nazionalista e d'ogni
illusione culturalista. A tal proposito sono illuminanti le poche, dense
pagine di "Razzismo e cultura", nelle quali Fanon propone un'idea di cultura
"aperta, attraversata da linee di forza spontanee, generose, feconde". E
avverte che effetto e interesse del regime coloniale non e' tanto la
distruzione della cultura autoctona quanto "la sua agonia prolungata", la
sua reificazione, la sua riduzione ad oggetto d'esotismo. Agli attuali
interessati denigratori del relativismo culturale e difensori
dell'universalismo - un universalismo astratto e particolare, che va
divenendo sempre piu' maschera del dominio - basterebbe opporre una frase
icastica di Fanon: "l'universalita' risiede in questa decisione di accettare
la reciproca relativita' di culture diverse, una volta abolito
irreversibilmente il dominio coloniale".
Sono pagine anticipatrici che precorrono di alcuni decenni sia i
ripensamenti e gli aggiustamenti degli antropologi in chiave
anticulturalista, a partire da Edmund Leach, sia le riflessioni sulle
metamorfosi del razzismo contemporaneo, in particolare sul passaggio dal
razzismo biologico al razzismo culturale. Fanon vi afferma che il razzismo
non e' che "un modulo della gerarchizzazione sistematica perseguita in modo
implacabile", uno degli elementi dei sistemi di sfruttamento e oppressione.
Volendo adattare al presente questo importante enunciato, dovremmo
aggiungere che, proprio per questo, il razzismo e' un fenomeno a geometria
variabile, che si appunta su bersagli via via diversi secondo le contingenze
storiche (oggi in Italia il suo bersaglio principale sono migranti e rom dei
paesi dell'Est, piu' che i discendenti dei colonizzati). In un altro
passaggio chiave, Fanon mette in luce come il razzismo, man mano che mutano
i rapporti di produzione, tenda a mimetizzarsi, a mascherarsi, a farsi
implicito o "democratico".
Potremmo assumere tali e quali le sue parole per descrivere il fenomeno dei
giorni nostri che qualcuno, in Italia, ha definito "razzismo democratico" e
altri, in Francia, "razzismo rispettabile". Alludo a quelle forme di
razzismo che maturano in ambienti e sono espresse da soggetti che si
reputano e sono reputati democratici: in Italia la sua fenomenologia assume
espressioni che vanno dalle periodiche campagne di stampa xenofobiche,
lanciate da questo o quel quotidiano democratico, prendendo a pretesto
episodi di cronaca nera, al "Patto per le citta' sicure", nel quale la
sicurezza e' una forma eufemistizzata di pulizia etnica ai danni di rom,
senzacasa, lavavetri e altri "scarti sociali".
Una strategia ricorrente del razzismo rispettabile strumentalizza il tema
dell'uguaglianza fra i sessi. Impermeabile ai dati empirici piu'
inoppugnabili, attribuisce alla componente maschile dell'immigrazione,
sopratutto musulmana, il monopolio della violenza sessista e alla sua
componente femminile la prerogativa della sottomissione e dell'oppressione
di genere. E' cio' che puo' definirsi razzializzazione del sessismo, cioe'
la tendenza a fare del sessismo un fenomeno esogeno ed esotico, imputabile
quasi esclusivamente agli altri - i discendenti dei colonizzati, i
migranti - il che vale ad assolverne la societa' maggioritaria. Non serve a
scalfire questa retorica l'argomento incontrovertibile che la violenza
sessista e' trasversale alle classi e agli ambienti sociali, alle
provenienze e alle nazionalita', poiche', come ogni superstizione, anche
questa si autoconvalida e si autoalimenta. E' una superstizione diffusa
perfino in alcuni ambienti femministi, gli stessi che, in nome della
laicita' e della liberta' delle donne, si sono compiaciuti della legge
francese che ha proibito il "velo" e altri "segni religiosi ostentatori"
nella scuola pubblica. Et pour cause: anche se non sempre esplicita, l'idea
che ispira quegli ambienti e' che liberazione delle donne s'identifichi con
l'estensione e l'applicazione conseguente del modello occidentale-liberale,
insidiato dall'irruzione nelle nostre societa' della barbarie del mondo non
occidentale.
Sull'articolazione del razzismo col sessismo e, in particolare, sulla
razzializzazione del sessismo nonche' sui dispositivi disciplinari di
produzione del corpo sessuato e razzializzato, l'opera di Fanon e'
disseminata di frammenti d'analisi e indicazioni teoriche. Si pensi alla
descrizione di come l'amministrazione coloniale francese in Algeria
articolo' il tema della missione civilizzatrice con l'argomento della
necessita' di liberare le donne algerine dall'oppressione patriarcale.
Dai lager nazisti alle immagini oscene di Abu Ghraib, sappiamo che lo
svelamento, il denudamento del corpo dell'altro/a e' uno dei dispositivi
attraverso i quali si realizza la sua umiliazione e de-umanizzazione. Nel
citatissimo articolo sul velo, contenuto ne L'anno V, Fanon racconta della
cerimonia che si svolse ad Algeri il 13 maggio del 1958, quando delle donne
algerine furono costrette a montare su un palco per bruciare pubblicamente i
loro veli. Il potere coloniale intendeva mostrare cosi' di voler emancipare
le indigene, in realta' applicava la strategia del divide et impera. Molte
di quelle donne sarebbero poi tornate ad indossare il velo e si sarebbero
unite alla resistenza.
Quell'articolo e' illuminante non solo perche' analizza finemente il gioco
di velarsi/svelarsi delle donne algerine; e neppure solo perche' ci permette
di rintracciare le matrici colonialiste dell'attuale polemica contro il
velo, ma anche perche' ci suggerisce spunti teorici che conviene
raccogliere. Fanon non esalta affatto il costume dell'haik, ne' altri
costumi tradizionali, e ancor meno l'ordine patriarcale che governa le
relazioni di genere nell'Algeria dell'epoca (siamo negli anni Cinquanta).
Anzi, pone sempre l'accento su quanto la guerra di liberazione e la
partecipazione delle donne abbiano sconvolto la famiglia patriarcale. Con
quest'esempio - e con quelli della diffusione della radio, dell'accoglimento
della lingua francese e della medicina occidentale, prima rifiutate - egli
intende avvalorare un'idea che percorre tutte le sue opere: la modernita'
occidentale - coloniale - non puo' essere imposta; la modernizzazione non
puo' che essere un processo di rielaborazione e di traduzione nei propri
codici, una dinamica non astratta, ma calata nella concretezza dei processi
di liberazione. I teorizzatori, gli artefici e i sostenitori "democratici"
delle guerre imperialiste attuali, condotte in nome dell'imperativo di
recare civilta' e modernita' laddove dominano barbarie e arretratezza,
farebbero bene a leggere Fanon. Non saranno loro a togliere il burqa dalle
teste delle donne afgane, ne' sconfiggeranno i talebani poiche', in quella
situazione, perfino il burqa e i talebani finiranno per essere sentiti
preferibili all'orrore del dominio neocoloniale e delle guerre
d'occupazione.

6. LIBRI. ELENA LOEWENTHAL PRESENTA Il "DIZIONARIO DEL CORANO" A CURA DI
MOHAMMAD ALI AMIR-MOEZZI
[Dal supplemento "Tuttolibri" del quotidiano "La stampa" del 24 novembre
2007, col titolo "Il Corano parla ad alta voce".
Elena Loewenthal, limpida saggista e fine narratrice, acuta studiosa; nata a
Torino nel 1960, lavora da anni sui testi della tradizione ebraica e traduce
letteratura d'Israele, attivita' che le sono valse nel 1999 un premio
speciale da parte del Ministero dei beni culturali; collabora a "La stampa"
e a "Tuttolibri"; sovente i suoi scritti ti commuovono per il nitore e il
rigore, ma anche la tenerezza e l'amista' di cui sono impastati, e fragranti
e nutrienti ti vengono incontro. Nel 1997 e' stata insignita altresi' del
premio Andersen per un suo libro per ragazzi. Tra le opere di Elena
Loewenthal: segnaliamo particolarmente Gli ebrei questi sconosciuti, Baldini
& Castoldi, Milano 1996, 2002; L'Ebraismo spiegato ai miei figli, Bompiani,
Milano 2002; Lettera agli amici non ebrei, Bompiani, Milano 2003; Eva e le
altre. Letture bibliche al femminile, Bompiani, Milano 2005; con Giulio Busi
ha curato Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal
III al XVIII secolo, Einaudi, Torino 1995, 1999; per Adelphi sta curando
l'edizione italiana dei sette volumi de Le leggende degli ebrei, di Louis
Ginzberg.
Mohammad Ali Amir-Moezzi, docente universitario e saggista, islamologo ed
iranologo, docente di teologia, filosofia ed esegesi islamica; e' docente e
direttore di ricerca presso la Sorbona e presso l'Ecole Pratique de Hautes
Etudes di Parigi ed altre importantissime istituzioni culturali; e' membro
della Societe' Asiatique, della Societe' Ernest Renan, dell'Association of
Arabic Philosophy and Sciences; fa parte dei comitati di riedazione delle
riviste sceitnifiche "Journal Asiatique", "Studia Islamica", "Studia
Iranica", "Arabica", "Journal of the History of Sufism"; curatore delle
collane editoriali "Sciences Religieuses" (Albin Michel - Ephe), "Textes et
Traditions" (Vrin); fa parte dell'Institute for Advanced Studies
dell'Universita' ebraica di Gerusalemme; e' curatore internazionale della
collana "Islamica" di Mondadori. Tra le opere di Mohammad Ali Amir-Moezzi:
(a cura di), Dizionario del Corano, Mondadori, Milano 2007]

Ridurre il fenomeno religioso a un insieme, per quanto ampio, di references,
e' impresa davvero ardua. Non necessariamente per ragioni "devozionali" o in
nome di una comune soggezione ai misteri della fede, e di ogni fede: e'
proprio un motivo strutturale quello che rende piu' semplice costruire un
insieme di voci intorno alla geografia o alla letteratura. Perche' la
materia religiosa e' decisamente piu' sfuggente e "invasiva" nella storia,
nella geografia e nel pensiero.
Fatta questa premessa, va aggiunto che il Dizionario del Corano a cura di
Mohammad Ali Amir-Moezzi con cui s'inaugura la collana Mondadori Doc (pp.
989, euro 28) vince la sfida. Il volume, nonostante il formato quasi
tascabile e la grafica molto maneggevole, e' il frutto di un lavoro d'equipe
molto qualificato nonche', per l'edizione italiana, di una curatela affidata
a Ida Zilio-Grandi. La sfida di questo volume e' vinta due volte, come
spiega il suo autore nella prefazione all'edizione originale, perche' "tutti
gli autori (delle voci) condividono lo stesso rigore fondato
sull'erudizione, lo stesso rispetto dell'oggetto studiato, la stessa
preoccupazione per la chiarezza e la coerenza... durante il nostro intero
lavoro, alcuni tra i nostri amici piu' stretti ci hanno messo in guardia sul
carattere delicato della nostra iniziativa: un'operazione - temevano -
destinata al grande pubblico e che affronta il testo coranico da un punto di
vista strettamente filologico e storico non avrebbe mancato di urtare la
sensibilita' di alcuni musulmani. Non abbiamo voluto dar credito a questo
timore".
Il dizionario affronta l'universo coranico nella vastita' delle sue voci con
l'obiettivo di "salvaguardare una gloriosa cultura che oggi attraversa una
delle peggiori crisi spirituali della sua storia, dovuta principalmente alla
strumentalizzazione politica del fatto religioso". Induce subito a una
riflessione che puo' essere un modo per incontrarsi non nell'assimilazione
bensi' nella dialettica. Mentre per ebraismo e Islam il proprio testo sacro
e' l'oggetto della lettura, sommessa o ad alta voce che sia (Miqra, il nome
ebraico della Bibbia, e Quran, Corano, sono parole analoghe), per la
cristianita' il libro sacro e' anzitutto "Scrittura".
Questo dizionario offre piu' di 400 voci mai lapidarie ma sempre narrative e
dotate di bibliografia, in prospettiva storico- filologica, utile per
esplorare il concetto di "Paradiso" e orientarsi fra "Versetti chiari e
versetti ambigui" nonche' comprendere che cosa siano, fuor di furori, i
"versetti satanici". Anche la voce sulle "Donne", che spazia dai diritti
matrimoniali all'abbigliamento raccomandato, e' assai illuminante. Perche'
un altro pregio di questo volume e' la sua leggibilita': queste voci sono
infatti utili come condensati di nozioni ma prima ancora costituiscono un
approccio sempre argomentato alla materia, al contesto in questione. Ogni
voce ha insomma una sua dignita' culturale, ed e' anche per questo che il
Dizionario del Corano vince l'ardua sfida di condensare in un insieme di
riferimenti l'universo religioso e storico dell'Islam.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 289 del 30 novembre 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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