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Minime. 311



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 311 del 22 dicembre 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Abituarsi
2. Enrico Peyretti: Un incontro a Torino per il XXV anniversario del Centro
studi "Sereno Regis"
3. Umberto Galimberti: L'Introduzione de "L'ospite inquietante"
4. Cynthia Johnston: L'abc della strada
5. Dalia Nammari: Niente paura
6. Aiyah Saihati: Mi rifiuto di accettarlo
7. Letture: Astrit Dakli, Mario Dondero, I rifugi di Lenin
8. Riletture: Gruppo Irc - Diocesi di Latina, Didattica interculturale della
religione
9. Riletture: Andrea Masullo, Il pianeta di tutti
10. Riletture: Angelo Negrini (a cura di), Il sistema scolastico in
prospettiva interculturale
11. Riletture: Marco Orsi, Educare ad una cittadinanza responsabile
12. La "Carta" del Movimento Nonviolento
13. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. ABITUARSI

Come ci si abitua a tutto.
Anche al fatto che l'Italia e' in guerra, anche al fatto che stiamo
partecipando alla commissione di stragi in Afghanistan, anche al fatto che
la Costituzione e' stata abbattuta senza neppure dirlo, anche al fatto che
solo il terrorismo - eletto e benedetto dai governi - regna nella politica
internazionale.
Come ci si abitua a tutto.
*
Ed a tal punto ci si abitua a tutto che si pretende di chiamare pace la
guerra, di chiamare azione umanitaria le stragi, di chiamare diritto
l'uccidere. Di dirsi "nonviolenti" mentre si vota per la commissione di
massacri, si finanzia la commissione di massacri, si plaude alla commissione
di massacri, ci si lorda le mani - e l'anima, per sempre - del sangue dei
massacri.
A tal punto ci si abitua a tutto che a farsi artefici e propagatori e
propagandisti dei massacri s'impegnano in sommo grado persone che una volta
pur dicevano di sapere la differenza tra il male e il bene, tra l'uccidere e
il salvare le vite, tra la guerra e la pace.
A tutto ci si abitua.
*
Il ministro della carneficina si congratula con se stesso per l'impegno
contro l'uccidere al dettaglio quando e' tanto piu' semplice e comodo
uccidere all'ingrosso.
Il sindaco della capitale delle deportazioni conferisce in contumacia premi
a chi s'impegna per la pace e i diritti umani - purche' a debita distanza
dalle province imperiali e dalle capitoline periferie.
Il presidente della Repubblica chiede piu' fondi per assassinare ovunque nel
mondo, e con studiata nonchalance vomita fiele e scherno sull'obsoleta
Costituzione che reca quell'arcaico articolo 11 che ripudia la guerra, la
Costituzione di cui pure giuro' di essere difensore.
*
A tutto ci si abitua finche' a morire sono gli altri, possibilmente lontani,
possibilmente brutti sporchi e affamati, e che possibilmente non compaiano
in tivu'.
Si sta cosi' bene.

2. INCONTRI. ENRICO PEYRETTI: UN INCONTRO A TORINO PER IL XXV ANNIVERSARIO
DEL CENTRO STUDI "SERENO REGIS"
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per averci
messo a disposizione come anticipazione questo articolo dal titolo "A Torino
un centro studi. La pace e' nonviolenza, nel conflitto" scritto per il
quindicinale piemontese "Nuovasocieta'" sul convegno tenuto in occasione del
XXV anniversario del Centro Studi "Sereno Regis" di Torino.
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei maestri della cultura e dell'impegno di
pace e di nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato
con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il
foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel
Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian
Peace Research Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro
Interatenei Studi per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo
comitato della rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione
col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento
Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora
a varie prestigiose riviste. Tra le opere di Enrico Peyretti: (a cura di),
Al di la' del "non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni,
Servitium, Sotto il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi
1998; Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?,
Il segno dei Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'.
Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e'
disponibile nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica
Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e
nonviolente, ricerca di cui una recente edizione a stampa e' in appendice al
libro di Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro
di cui Enrico Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu'
volte riproposta anche su questo foglio; vari suoi interventi (articoli,
indici, bibliografie) sono anche nei siti: www.cssr-pas.org,
www.ilfoglio.info e alla pagina web
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Un'ampia bibliografia
degli scritti di Enrico Peyretti e' in "Voci e volti della nonviolenza" n.
68]

La pace non e' una tregua delle armi, ne' l'immobilita' senza conflitti, ma
la capacita', nelle persone e nei sistemi, di trasformare i conflitti da
distruttivi in costruttivi. Questa e' la nonviolenza positiva e attiva,
gandhiana: tutt'altro da quell'atteggiamento che il linguaggio bellico
chiama in-erme e im-belle. E' invece una forma di lotta, non per sopraffare
l'altro, ma per la verita' comune,  percio' e' dialogo, ed e' resistenza al
violento non con le armi ma con le forze umane. Non ha la garanzia della
vittoria, ma neppure le armi ce l'hanno. Pero' ha la garanzia della maggiore
dignita', e la certezza di ridurre sofferenze e distruzioni. "La pace e'
nonviolenza": cosi' il Centro Studi Sereno Regis (via Garibaldi 13, 10122
Torino, tel. 011532824; e-mail: info at cssr-pas.org, sito: www.cssr-pas.org)
ha intitolato un convegno nell'occasione dei venticinque anni di attivita'.
Giuliano Martignetti ha esaminato "una storia di offese e di attese": le
offese delle grandi violenze del Novecento e delle nuove guerre post-guerra
fredda, e le attese che vengono dal movimento eco-pacifista e nonviolento
internazionale, che nasce dal basso, ma non ha il sostegno di una classe
sociale: la classe operaia e' corresponsabile, col capitalismo, del
consumismo antiecologico e non si dissocia dall'industria bellica.
L'obiezione di coscienza personale - oggetto del dialogo tra Rodolfo
Venditti e Pietro Polito - che rifiutava la leva militare obbligatoria e'
stata oscurata dall'esercito volontario mercenario, ma resta nelle varie
forme di obiezione del cittadino alle politiche di costosi armamenti non
difensivi e di spedizioni militari, da cui nemmeno il centrosinistra sa
uscire.
Il convegno si e' avvalso della presenza di Johan Galtung, da mezzo secolo
promotore degli studi di peace research in Europa, e mediatore in numerosi
grandi conflitti. Egli ha analizzato la figura di Gandhi (il 30 gennaio
sara' il LX anniversario dell'uccisione) non solo come resistente eroico con
la forza del sacrificio, ma soprattutto come genio della trasformazione dei
conflitti, quelli interni all'India non meno di quello con l'impero inglese.
Chi non ammette di avere seri problemi interni - cosi' oggi gli Usa (ma
anche il movimento pacifista deve esaminarsi) - e' affetto da egotismo, e
scarica fuori la forza che ha, aggravando la violenza dei conflitti. Per
ridurla - suggerisce Galtung - cio' che conta e' l'immaginazione creativa,
che sfugge all'imitazione ripetitiva della facile e pigra violenza,
inventando soluzioni che attraversano gli schemi. Per esempio, per Palestina
e Israele egli sostiene con argomenti che e' possibile una soluzione nella
formula Unione Europea, una federazione dei sei stati del Medio Oriente, a
confini aperti e mercato comune.
Il direttore dell'Ufficio nazionale del Servizio Civile, Diego Cipriani, ha
riferito su questa forma crescente di difesa sociale, alternativa al
militare, che puo' sviluppare un'arte pacifica di gestire i conflitti, anche
internazionali.
L'auto-educazione alla gestione nonviolenta dei conflitti, privati o
pubblici, nella consapevolezza che i comportamenti delle due parti sono
sempre interdipendenti, e dunque ciascuno puo' davvero incidere
positivamente sul processo conflittuale, e' stata trattata da Angela
Dogliotti. Capire l'altro e' l'unica via per smontarne la violenza: Etty
Hillesum avrebbe detto all'SS che la colpiva: "Ragazzo, che cosa ti e'
successo di cosi' terribile per comportarti cosi'?".
Nanni Salio e Alberto L'Abate, tra i maggiori promotori della ricerca e
della sperimentazione del metodo nonviolento nel vivo dei conflitti (anche
Iraq e Kosovo), hanno indicato modelli alternativi di sviluppo e prospettato
i Corpi Civili di Pace per la prevenzione, mediazione e riconciliazione dei
conflitti, che gli interventi armati toccano in ritardo e peggiorandoli.

3. RIFLESSIONE. UMBERTO GALIMBERTI: L'INTRODUZIONE DE "L'OSPITE INQUIETANTE"
[Dal sito www.feltrinellieditore.it riprendiamo le pagine introduttive del
libro di Umberto Galimberti, L'ospite inquietante. I giovani e il
nichilismo, Feltrinelli, Milano 2007, pp. 184, euro 12.
Umberto Galimberti, filosofo, saggista, docente universitario; materiali di
e su Galimberti sono nei siti http://venus.unive.it e www.feltrinelli.it
(che presenta molti suoi interventi sia scritti che audio e
videoregistrati). Dal sito www.feltrinelli.it riprendiamo la seguente scheda
aggiornata: "Umberto  Galimberti e' nato a Monza nel 1942, e' stato dal 1976
professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore
associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 e' professore ordinario
all'universita' Ca' Foscari di Venezia, titolare della cattedra di Filosofia
della Storia. Dal 1985 e' membro ordinario dell'international Association
for Analytical Psychology. Dal 1987 al 1995 ha collaborato con "Il Sole-24
ore" e dal 1995 a tutt'oggi con il quotidiano "la Repubblica". Dopo aver
compiuto studi di filosofia, di antropologia culturale e di psicologia, ha
tradotto e curato di Jaspers, di cui e' stato allievo durante i suoi
soggiorni in Germania: Sulla verita' (raccolta antologica), La Scuola,
Brescia, 1970; La fede filosofica, Marietti, Casale Monferrato, 1973;
Filosofia, Mursia, Milano, 1972-1978, e Utet, Torino, 1978; di Heidegger ha
tradotto e curato: Sull'essenza della verita', La Scuola, Brescia, 1973.
Opere di Umberto  Galimberti: Heidegger, Jaspers e il tramonto
dell'Occidente, Marietti, Casale Monferrato 1975 (Ristampa, Il Saggiatore,
Milano, 1994); Linguaggio e civilta', Mursia, Milano 1977 (II edizione
ampliata 1984); Psichiatria e Fenomenologia, Feltrinelli, Milano 1979; Il
corpo, Feltrinelli, Milano, 1983 (Premio internazionale S. Valentino d'oro,
Terni, 1983); La terra senza il male. Jung dall'inconscio al simbolo,
Feltrinelli, Milano 1984 (premio Fregene, 1984); Antropologia culturale, ne
Gli strumenti del sapere contemporaneo, Utet, Torino 1985; Invito al
pensiero di Heidegger, Mursia, Milano 1986; Gli equivoci dell'anima,
Feltrinelli, Milano 1987; La parodia dell'immaginario in W. Pasini, C.
Crepault, U. Galimberti, L'immaginario sessuale, Cortina, Milano 1988; Il
gioco delle opinioni, Feltrinelli, Milano 1989; Dizionario di psicologia,
Utet, Torino 1992 (nuova edizione: Enciclopedia di Psicologia, Garzanti,
Milano, 1999); Idee: il catalogo e' questo, Feltrinelli, Milano 1992; Parole
nomadi, Feltrinelli, Milano 1994; Paesaggi dell'anima, Mondadori, Milano
1996; Psiche e techne. L'uomo nell'eta' della tecnica, Feltrinelli, Milano
1999; E ora? La dimensione umana e le sfide della scienza (opera dialogica
con Edoardo Boncinelli e Giovanni Maria Pace), Einaudi, Torino 2000; Orme
del sacro, Feltrinelli, Milano 2000 (premio Corrado Alvaro 2001); La lampada
di psiche, Casagrande, Bellinzona 2001; I vizi capitali e i nuovi vizi,
Feltrinelli, Milano 2003; Le cose dell'amore, Feltrinelli, Milano 2004; Il
tramonto dell'Occidente, Feltrinelli, Milano 2005; La casa di psiche. Dalla
psicoanalisi alla consulenza filosofica, Feltrinelli, Milano 2006; L'ospite
inquietante, Feltrinelli, Milano 2007. E' in corso di ripubblicazione
nell'Universale Economica Feltrinelli l'intera sua opera. Traduzioni
all'estero: in francese: (Il corpo) Les raisons du corps, Grasset Mollat,
Paris, 1998; in tedesco: (Gli equivoci dell'anima) Die Seele. Eine
Kulturgeschichte der Innerlichkeit, Verlag Turia + Kant, Wien, 2003; (Le
cose dell'amore) Liebe, Beck, Monaco, 2006; in greco: (Storia dell'anima)
Historia tes psyches, Apollon, Thessaloniki, 1989; (Paesaggi dell'anima)
Topia psyches, Itamos, Athina, 2001; (Gli equivoci dell'anima) Parermeneies
tes psyches, University Studio Press, Athina, 2004: in spagnolo: (Dizionario
di psicologia) Diccionario de psicologia, Siglo Veintiuno Editores, Citta'
del Messico 2002; (Le cose dell'amore), Las cosas del amor, Imago mundi,
Madrid, 2006; in portoghese: (Orme del sacro) Rastros do sagrado, Paulus,
Sao Paulo, Brasil, 2003; (I vizi capitali e i nuovi vizi) Os vicios capitais
e os novos vicios, Paulus, Sao Paulo, Brasil, 2004; (Psiche e techne. L'uomo
nell'eta' della tecnica) Psiche e techne. O homen na idade da tecnica,
Paulus, Sao Paulo, Brasil, 2005; in giapponese: I vizi capitali e i nuovi
vizi, Tokio, 2004"]

Un libro sui giovani: perche' i giovani, anche se non sempre ne sono consci,
stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che costellano la
giovinezza, ma perche' un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra
loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella
prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni
rendendole esangui.
Le famiglie si allarmano, la scuola non sa piu' cosa fare, solo il mercato
si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo,
dove cio' che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno
diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che piu' non riesce a
proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa. Il
presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensita', non
perche' questa intensita' procuri gioia, ma perche' promette di seppellire
l'angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i
contorni del deserto di senso.
Interrogati non sanno descrivere il loro malessere perche' hanno ormai
raggiunto quell'analfabetismo emotivo che non consente di riconoscere i
propri sentimenti e soprattutto di chiamarli per nome. E del resto che nome
dare a quel nulla che li pervade e che li affoga? Nel deserto della
comunicazione, dove la famiglia non desta piu' alcun richiamo e la scuola
non suscita alcun interesse, tutte le parole che invitano all'impegno e allo
sguardo volto al futuro affondano in quell'inarticolato all'altezza del
quale c'e' solo il grido, che talvolta spezza la corazza opaca e spessa del
silenzio che, massiccio, avvolge la solitudine della loro segreta
depressione come stato d'animo senza tempo, governato da quell'ospite
inquietante che Nietzsche chiama "nichilismo".
E percio' le parole che alla speranza alludono, le parole di tutti piu' o
meno sincere, le parole che insistono, le parole che promettono, le parole
che vogliono lenire la loro segreta sofferenza languono intorno a loro come
rumore insensato.
Un po' di musica sparata nelle orecchie per cancellare tutte le parole, un
po' di droga per anestetizzare il dolore o per provare una qualche emozione,
tanta solitudine tipica di quell'individualismo esasperato, sconosciuto alle
generazioni precedenti, indotto dalla persuasione che - stante
l'inaridimento di tutti i legami affettivi - non ci si salva se non da soli,
magari attaccandosi, nel deserto dei valori, a quell'unico generatore
simbolico di tutti i valori che nella nostra cultura si chiama denaro.
Va da se' che quando il disagio non e' del singolo individuo, ma l'individuo
e' solo la vittima di una diffusa mancanza di prospettive e di progetti, se
non addirittura di sensi e di legami affettivi, come accade nella nostra
cultura, e' ovvio che risultano inefficaci le cure farmacologiche cui oggi
si ricorre fin dalla prima infanzia o quelle psicoterapiche che curano le
sofferenze che originano nel singolo individuo.
E questo perche' se l'uomo, come dice Goethe, e' un essere volto alla
costruzione di senso (Sinngebung), nel deserto dell'insensatezza che
l'atmosfera nichilista del nostro tempo diffonde il disagio non e' piu'
psicologico, ma culturale. E allora e' sulla cultura collettiva e non sulla
sofferenza individuale che bisogna agire, perche' questa sofferenza non e'
la causa, ma la conseguenza di un'implosione culturale di cui i giovani,
parcheggiati nelle scuole, nelle universita', nei master, nel precariato,
sono le prime vittime.
E che dire di una societa' che non impiega il massimo della sua forza
biologica, quella che i giovani esprimono dai quindici ai trent'anni,
progettando, ideando, generando, se appena si profila loro una meta
realistica, una prospettiva credibile, una speranza in grado di attivare
quella forza che essi sentono dentro di loro e poi fanno implodere
anticipando la delusione per non vedersela di fronte?
Non e' in questo prescindere dai giovani il vero segno del tramonto della
nostra cultura? Un segno ben piu' minaccioso dell'avanzare degli
integralismi di altre culture, dell'efficientismo sfrenato di popoli che si
affacciano nella nostra storia e con la nostra si coniugano, avendo
rinunciato a tutti i valori che non si riducano al valore del denaro.
Se il disagio giovanile non ha origine psicologica ma culturale, inefficaci
appaiono i rimedi elaborati dalla nostra cultura, sia nella versione
religiosa perche' Dio e' davvero morto, sia nella versione illuminista
perche' non sembra che la ragione sia oggi il regolatore dei rapporti tra
gli uomini, se non in quella formula ridotta della "ragione strumentale" che
garantisce il progresso tecnico, ma non un ampliamento dell'orizzonte di
senso per la latitanza del pensiero e l'aridita' del sentimento.
Le pagine di questo libro non indicano un rimedio di facile e immediata
attuazione. E gia' questa ammissione di impotenza la dice lunga sulla natura
del disagio che, lo ripeto, non e' esistenziale ma culturale. Ho ritenuto
comunque che andassero scritte se non altro per far piazza pulita di tutti i
rimedi escogitati senza aver intercettato la vera natura del disagio dei
nostri giovani che, nell'atmosfera nichilista che li avvolge, non si
interrogano piu' sul senso della sofferenza propria o altrui, come
l'umanita' ha sempre fatto, ma - e questa, come ci ricorda Guenther Anders,
e' un'enorme differenza - sul significato stesso della loro esistenza, che
non appare loro priva di senso perche' costellata dalla sofferenza, ma al
contrario appare insopportabile perche' priva di senso. La negativita' che
il nichilismo diffonde, infatti, non investe la sofferenza che, con
gradazioni diverse, accompagna ogni esistenza e intorno a cui si affollano
le pratiche d'aiuto, ma piu' radicalmente la sottile percezione
dell'insensatezza del proprio esistere.
E se il rimedio fosse altrove? Non nella ricerca esasperata di senso come
vuole la tradizione giudaico-cristiana, ma nel riconoscimento di quello che
ciascuno di noi propriamente e', quindi della propria virtu', della propria
capacita', o, per dirla in greco, del proprio daimon che, quando trova la
sua realizzazione, approda alla felicita', in greco eu-daimonia?
In questo caso il nichilismo, pur nella desertificazione di senso che porta
con se', puo' segnalare che a giustificare l'esistenza non e' tanto il
reperimento di un senso vagheggiato piu' dal desiderio (talvolta illimitato)
che dalle nostre effettive capacita', quanto l'arte del vivere (techne tou
biou) come dicevano i Greci, che consiste nel riconoscere le proprie
capacita' (gnothi seauton, conosci te stesso) e nell'esplicitarle e vederle
fiorire secondo misura (kata' metron).
Questo spostamento dalla cultura cristiana a quella greca potrebbe indurre
nei giovani quella gioiosa curiosita' di scoprire se stessi e trovar senso
in questa scoperta che, adeguatamente sostenuta e coltivata, puo' approdare
a quell'espansione della vita a cui per natura tende la giovinezza e la sua
potenza creativa.
Se proprio attraversando e oltrepassando il nichilismo i giovani sapessero
operare questo spostamento di prospettiva capace di farli incuriosire di
se', l'"ospite inquietante" non sarebbe passato invano.

4. MONDO. CYNTHIA JOHNSTON: L'ABC DELLA STRADA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo di
Cynthia Johnston per la "Reuters" del 13 dicembre 2007.
Cynthia Johnston e' una reporter internazionale]

Il Cairo, Egitto. Nora, una madre di soli quattordici anni, fa tintinnare le
chiavi sopra la testa della sua bimba, ottenendo sorrisi dalla piccola che
ha concepito vivendo sulla strada, al Cairo.
E' una delle centinaia di migliaia di ragazzine e ragazzini che secondo la
stima delle Nazioni Unite vivono nelle strade d'Egitto, con una percentuale
sempre crescente di bambine, che ci arrivano anche a quattro o cinque anni
per poverta', fuggendo da abusi o case disgregate. Mentre la piccola Shaimaa
gioca con le pantofole ai piedi della madre, Nora descrive i pestaggi che
subiva dal fratello a sei o sette anni e una vita di sesso forzato sulle
strade, dove e' rimasta incinta subito dopo aver raggiunto la puberta'. "Per
gli uomini non fa differenza. Non gli interessa se sei grande o piccola. Io
sono stata 'rubata'", dice Nora, usando un termine del gergo delle ragazze
di strada egiziane, che significa essere rapita e stuprata.
Unita alla fascinazione di una citta' di automobili da favola e negozi
lussuosi, la stretta economica che ha ridotto un quinto degli egiziani in
assoluta poverta' ha spinto molti come Nora fuori dalle loro case, mentre i
legami familiari si perdono. In una societa' musulmana conservatrice a
livello sociale, la vita sulla strada puo' diventare un danno permanente per
le ragazze. "L'abuso sessuale e' solo l'abc del fenomeno. Non solo per le
bambine, ma anche per i maschietti", dice Seham Ibrahim, il cui gruppo,
"Tofoulty", gestisce un rifugio per le ragazze di strada. Nora vive in uno
di questi rifugi con Shaimaa, le cui orecchie sono forate da minuscoli
cavalli d'oro. Ma non tutte le ragazze trovano una via d'uscita. Due capi di
una gang di ragazzi sono stati condannati a morte in maggio, per aver
stuprato e ucciso sicuramente tre bambine di strada e forse altre ventitre
al Cairo e nell'Egitto settentrionale. In un altro caso, la polizia ha
arrestato un uomo accusato di aver imprigionato sei bambini e bambine, di
averli violentati e forzati a mendicare.
Le ragazze di strade del Cairo, spesso provenienti dall'ambiente rurale o da
baraccopoli, dormono sui marciapiedi o nei giardini pubblici, affrontano di
continuo la minaccia dello stupro, e sniffano colla per sedare il dolore o
il freddo. Alcune chiedono la carita', altre vendono fazzolettini di carta
agli incroci. Ilham, una quieta undicenne, mi racconta che per una settimana
ha dormito nell'androne di una stazione di polizia, ricevendo cibo dai
poliziotti, dopo che i suoi genitori si sono separati e sua zia l'ha
ustionata con metallo rovente.
"La sessualita' nella loro esistenza sulle strade comincia con lo stupro,
molto presto. Quando trovano qualcuno con cui stare e' naturale per loro
avere rapporti sessuali", dice Alia Mossallam, che lavora alla protezione
dei bambini per l'Unicef. Nora conferma: ad un certo punto della sua vita da
vagabonda ha contratto un "matrimonio non ufficiale" con un altro ragazzo di
strada: "Perche' aveva una stanza, e a me non andava di restare in strada".
I volontari che lavorano con i bambini di strada al Cairo dicono che hanno
cominciato a veder ragazzine senza casa dalla meta' degli anni '90: allora
esse si tagliavano i capelli e tentavano di farsi passare per ragazzi, allo
scopo di essere maggiormente protette dagli abusi. Il numero delle bambine
di strada, da allora, e' cresciuto vertiginosamente, e Mossallam stima che
siano ora il 20 o 30% del totale. Sono assai disprezzate, in Egitto, dove ci
si aspetta che le ragazze giungano vergini al matrimonio e le vittime di
violenza sessuale sono considerate "macchiate".
Per Magda, un'undicenne chiacchierina con un incisivo rotto e la coda di
cavallo, che vuole imparare il karate, a spingerla sulla strada tre anni or
sono e' stata la separazione dei genitori unita alle botte datele da sua
nonna. "Non era difficile. Dormivo sui marciapiedi, la notte. Ma c'erano
cose di cui tutte avevamo paura. Avevamo paura dei ragazzi che venivano di
notte". Magda ha cercato di lasciare in fretta la strada. Ha trovato un
rifugio, va a scuola, spera di andare all'universita'. Un'altra ragazza,
Amani, e' fuggita a causa dei pestaggi in casa ed e' arrivata al porto di
Alessandria con un'amica, ma quest'ultima l'ha lasciata quando il suo denaro
e' finito. "Poi e' arrivato questo tizio e mi ha aggredita, e quando ha
finito non ero piu' una ragazza", dice la quindicenne Amani. Piu' tardi
scopri' di essere incinta e sebbene abbia avuto un aborto spontaneo ha
ancora paura di tornare a casa.
Un'indagine governativa del 2006 ha attestato che all'incirca la meta' delle
bambine di strada e' sessualmente attiva e che circa il 45% di esse sono
state stuprate. Le persone che lavorano con queste ragazzine dicono che i
numeri reali sono molto piu' alti. La violenza sessuale e' sovente la prima
esperienza che le bambine hanno non appena arrivano in strada. Quando
accade, come a Yasmine, diventa molto difficile tornare a casa: "Sono stata
'rubata' assieme ad altre ragazze. Mi hanno tenuto prigioniera per quattro
giorni", racconta Yasmine, ora ventenne, giocherellando con il fazzoletto
rosa che ha in testa, "Ci avevano messo dei cani attorno, perche' non
potessimo scappare. Poi, quando hanno preso ragazze nuove, ci hanno lasciato
andare". Dice che tento' di tornare ad un rifugio per bambini, ma poiche' ci
era gia' stata non la ripresero. Anni piu' tardi e' ora incinta di un
piccolo il cui padre e' in carcere per furto.
Seham Ibrahim di "Tofoulty" dice che le ragazze con maggior esperienza
prendono pillole contraccettive, che sono facilmente accessibili nelle
farmacie egiziane, e molte di quelle che restano incinte non portano a
termine la gravidanza. Abortiscono intenzionalmente o per la durezza della
vita in strada. Alia Mossallam aggiunge che: "Respirano colla, e prendono
medicinali che possono dare allucinazioni se assunti in alto dosaggio. Hanno
nomi, nel loro gergo, per questa roba. Una delle 'medicine' e' chiamata
'sarasir' (scarafaggi), perche' quando la prendono hanno l'impressione di
avere degli scarafaggi addosso".
Le ragazze incinte possono avere aiuto se riescono a raggiungere un rifugio.
Altrimenti le condizioni sono durissime. "Restano incinte in strada, e in
strada partoriscono", dice Tarek Ali, amministratore dell'associazione
"Villaggio della speranza", che dirige un rifugio per le madri di strada.
Molte di queste giovanissime madri non riescono ad ottenere certificati di
nascita per i loro figli, perche' i padri di essi sono sconosciuti o negano
la paternita'. Con i loro piccoli fra le braccia, diventa impossibile per
loro reintegrarsi nella societa'.
"La gente spesso ci guarda con odio. Voglio dire a questa gente di cambiare
idea su di noi", conclude Yasmine, accarezzandosi il pancione, nel rifugio
dove ora vive.

5. MONDO. DALIA NAMMARI: NIENTE PAURA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo di
Dalia Nammari per l'Associated Press del 13 dicembre 2007.
Dalia Nammari, giornalista, e' corrispondente da Ramallah dell'Associated
Press]

Ramallah, West Bank. I pedoni palestinesi sono rimasti sorpresi all'inusuale
vista di poliziotte che dirigevano il traffico a Ramallah, mercoledi' 12
dicembre. Si tratta del primo gruppo di donne che si avventurano in un
mestiere tradizionalmente riservato agli uomini nella West Bank. Le
ufficiali di polizia indossano pantaloni blu scuro e camicie celesti, e
molte indossano anche un fazzoletto dello stesso colore dei pantaloni.
Alcuni poliziotti prendevano in giro con disprezzo le colleghe al loro primo
giorno di lavoro. Queste donne sono la prima classe di poliziotte
palestinesi ad aver completato gli studi patrocinati dall'Unione Europea, e
fanno parte di uno sforzo diretto a migliorare le mal equipaggiate forze
dell'ordine palestinesi. Non dirigono solo il traffico; i loro compiti
includono il monitorare le strade, le perquisizioni di edifici e i controlli
di sicurezza diretti alle donne nelle prigioni e nelle universita'. Ruoli in
cui le donne abbiano autorita' sono cose che fanno aggrottare la fronte alla
societa' conservatrice palestinese, ma molti passanti uomini hanno detto di
essere rimasti impressionati dalle ufficiali di polizia. "E' meraviglioso
vedere legge ed ordine venire dalle donne palestinesi", ha detto Fuad Murar,
cinquantanovenne.
Ashjan Abu Srour, poliziotta ventitreenne, e' una di quelle che indossa il
fazzoletto. Mi parla mentre aiuta un'anziana coppia a servirsi del
marciapiede. "Ero spaventata, all'inizio, perche' la nostra societa' impone
un certo stile di vita alle donne, ma ora, dopo aver passato solo poche ore
in strada, paura non ne ho piu'". Seconde le stime piu' recenti dell'Unione
Europea il numero delle donne nelle forze dell'ordine palestinesi era di
solo 500 a fronte di 18.000 uomini, ed esse erano per lo piu' confinate,
sino ad ora, a compiti d'ufficio o amministrativi.

6. MONDO. AIYAH SAIHATI: MI RIFIUTO DI ACCETTARLO
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento di
Aiyah Saihati apparso su "Arab News" il 13 dicembre 2007.
Aiyah Saihati e' ricercatrice al Cato Institute di Washington (istituzione,
come e' noto, discussa)]

Come alcuni di voi sapranno, qualcosa che e' accaduto in Arabia Saudita
qualche tempo fa ha riscosso molta attenzione. Una donna saudita e' uscita
per incontrare qualcuno che conosceva, e questo qualcuno era un uomo. Si e'
trovata in una situazione per cui sette altri uomini hanno rapito lei e il
suo compagno ed hanno poi proceduto a stuprare entrambi. Invece di vedere
solo i suoi persecutori portati davanti a un tribunale, questa donna,
vittima di uno stupro brutale, e' stata trattata come una criminale e
condannata. Inizialmente, la donna ha ricevuto una sentenza di condanna a 90
frustate. Dopo che il suo avvocato ha presentato appello, ed ha parlato
dell'ingiustizia della situazione con i media, la pena e' stata aumentata a
6 mesi di prigione e 200 frustate.
Io, donna saudita, leale al mio governo ed al suo trattamento di eguaglianza
per tutti i cittadini, mi rifiuto di accettare che sia questo il destino
della donna in questione. E' nostra responsabilita' collettiva, come
cittadini di questa nazione e del mondo, sradicare i modi di pensare e le
falle nel sistema legale che permettono un tale aborto della giustizia, e
cioe' che una donna sia punita per un'azione che ha subito.
Non vi e' base legale o islamica per tale sentenza. Sebbene sia in accordo
con gli insegnamenti coranici il non incontrarsi in privato di donne e
uomini, nessun castigo viene decretato per tale azione. Inoltre,
osservandone il contesto, e' chiaro che il precetto restrittivo e' un mero
suggerimento, e non vi e' traccia nel versetto specifico o in quelli
successivi che permetta di dedurne delle punizioni. Che la donna abbia o no
incontrato il suo conoscente in segreto, che e' stata la giustificazione
addotta dai giudici per imporre la fustigazione, nulla di cio' che lei ha
fatto puo' essere classificato come un crimine. La fustigazione viene
prevista per le persone che commettono "zena", un termine usato sia per la
fornicazione sia per l'adulterio. La punizione in questi casi si applica se
vi sono quattro testimoni che accertano l'avvenuta penetrazione. In termini
pratici, a meno che un uomo e una donna non indulgano ad atti di
sconveniente esibizionismo, e' impossibile incriminarli. C'e' saggezza e
c'e' protezione dietro questo atteggiamento. Da cio' consegue che non vi e'
giustificazione alcuna nella sharia che consenta di fustigare la donna di
cui si tratta. La sua condanna e', da ogni punto di vista, non islamica:
come e' evidente da una lettura persino elementare dei testi.
Cio' che mi rattrista di piu', di questa vicenda, e' che ha mostrato quanto
poco i musulmani siano entrati in relazione con uno dei lati maggiormente
progressisti e giusti della nostra religione, ovvero la richiesta che
ciascun musulmano, uomo o donna, usi le sue facolta' di pensiero critico su
ogni aspetto della religione stessa. L'Islam fu promosso dal profeta
Muhammad (pace su di lui) come una religione fatta di semplicita' e
moderazione. Il Corano e' un libro di insegnamenti facile da capire. Il
credo islamico si basa sull'idea centrale che non vi siano mediatori fra
l'individuo e Dio. Non abbiamo bisogno di santi, di papi e persino di imam.
In altre parole, si incoraggia ognuno ed ognuna a leggere il Corano per
arrivare alla propria personale comprensione degli insegnamenti universali
dell'Islam. Un chierico ha la sola funzione di aiutare l'individuo in tale
processo.
Essere sottomessi senza possibilita' di discussione ai decreti degli altri,
chierici o meno, e' per me indice della morte della coscienza morale
dell'individuo. Potrebbe essere difficile risvegliare una coscienza morale
collettiva, se a livello individuale cosi' tante persone dormono
profondamente. Io incoraggio tutti a promuovere una consapevolezza islamica
e a cogliere ogni possibile occasione per discutere il caso in questione e
qualsiasi altro caso simile, di modo che i nostri diritti individuali
vengano rispettati.

7. LETTURE. ASTRIT DAKLI, MARIO DONDERO: I RIFUGI DI LENIN
Astrit Dakli, Mario Dondero, I rifugi di Lenin. Istantanee di viaggio dalla
Russia putiniana, Il manifesto, Roma 2007, pp. 220, euro 14,90. Il reportage
di un viaggio lungo quaranta giorni attraverso la Russia: un giornalista che
vi aveva anche vissuto nei primi anni Novanta come corrispondente del
"Manifesto", un fotografo alla sua prima visita, accompagnati da un amico
moscovita, Nikolaj Bogdanov. Gli articoli di Dakli sono sovente acuti - e
preziose le interviste -, le fotografie di Dondero talvolta stupende, ed
accompagnano e illustrano ma piu' spesso musicalmente contrappuntano le
testimonianze scritte, e talora infine svolgono un loro corso/discorso che
va oltre il testo. In appendice alcuni interventi ulteriori - da Gorbaciov
ad una studentessa -. Con una prefazione di Rossana Rossanda.

8. RILETTURE. GRUPPO IRC - DIOCESI DI LATINA: DIDATTICA INTERCULTURALE DELLA
RELIGIONE
Gruppo Irc - Diocesi di Latina, Didattica interculturale della religione.
L'islam a scuola, Emi, Bologna 1997, 2001, pp. 128, euro 6,20. Un volumetto
per piu' versi interessante che documenta una proposta di accostamento alla
conoscenza dell'islam, e le relative attivita' didattiche, da parte di
insegnanti impegnati nell'insegnamento della religione cattolica (Irc) in
scuole elementari, medie e superiori della diocesi di Latina: con gli ovvi
limiti di questo genere di lavori, ma con davvero apprezzabili motivazione
ed impegno. Per richieste alla casa editrice: Emi, via di Corticella 179/4,
40128 Bologna, tel. 051326027, fax: 051327552, e-mail: sermis at emi.it,
stampa at emi.it, ordini at emi.it, sito: www.emi.it

9. RILETTURE. ANDREA MASULLO: IL PIANETA DI TUTTI
Andrea Masullo, Il pianeta di tutti. Vivere nei limiti perche' la terra
abbia un futuro, Emi, Bologna 1998, pp. 352, euro 15,49. Una bella
monografia articolata in tre parti: nella prima si descrive ed analizza "Lo
sviluppo insostenibile"; nella seconda si presentano motivazioni e criteri
"Verso una nuova civilta'" che riconosca ed inveri i diritti umani di tutti
gli esseri umani; nella terza si propongono "Strategie per il cambiamento"
verso una societa' ecoequosolidale. Con una presentazione di Giorgio
Ruffolo. Il libro e' pubblicato in collaborazione tra Emi e Wwf. Per
richieste alla casa editrice: Emi, via di Corticella 179/4, 40128 Bologna,
tel. 051326027, fax: 051327552, e-mail: sermis at emi.it, stampa at emi.it,
ordini at emi.it, sito: www.emi.it

10. RILETTURE. ANGELO NEGRINI (A CURA DI): IL SISTEMA SCOLASTICO IN
PROSPETTIVA INTERCULTURALE
Angelo Negrini (a cura di), Il sistema scolastico in prospettiva
interculturale. L'educazione come riconoscimento dell'altro, Emi, Bologna
1998, pp. 192, euro 12,91. Il volume presenta gli interventi del seminario
sull'educazione interculturale nella scuola tedesca tenutosi presso
l'Universita' di Stoccarda il 18 ottobre 1997 per iniziativa dell'Astea
(l'Ufficio per la formazione degli adulti della diocesi di
Rottenburg-Stoccarda). Con un'introduzione del curatore, interventi di
Bernardo Carloni, Angelo Negrini, Antonio Perotti, Otto Filtzinger, Winfried
Bauer, Albert Munding, Marta Aparicio, Luigi Betelli, Immo Freisleben,
Susanne Lin, Konrad Ruf, Helga Sander, Irmtrud Staebler, Zeki Sen, Giancarlo
Cingolani, Simonetta Cotti, M. Stefania Di Girolamo Safferling, Manuela
Jaeckle, Antonio Lochiatto, Laura Pacilli, Rosa Anna Ferdigg, e il testo del
documento finale. Per richieste alla casa editrice: Emi, via di Corticella
179/4, 40128 Bologna, tel. 051326027, fax: 051327552, e-mail: sermis at emi.it,
stampa at emi.it, ordini at emi.it, sito: www.emi.it

11. RILETTURE. MARCO ORSI: EDUCARE AD UNA CITTADINANZA RESPONSABILE
Marco Orsi, Educare ad una cittadinanza responsabile. Percorsi educativi ed
etici per l'uomo del terzo millennio, Emi, Bologna 1998, pp. 224, lire
22.000. Una utile monografia, chiara e lineare, nutrita di precisi
riferimenti a rilevanti lavori di decisive figure della riflessione etica
contemporanea. Per richieste alla casa editrice: Emi, via di Corticella
179/4, 40128 Bologna, tel. 051326027, fax: 051327552, e-mail: sermis at emi.it,
stampa at emi.it, ordini at emi.it, sito: www.emi.it

12. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

13. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 311 del 22 dicembre 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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