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Voci e volti della nonviolenza. 125



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 125 del 22 dicembre 2008

In questo numero:
1. Giuseppe Casarrubea ricorda Danilo Dolci
2. Et coetera

1. GIUSEPPE CASARRUBEA RICORDA DANILO DOLCI
[Ringraziamo Giuseppe Casarrubea (per contatti: icasar at tin.it) per questo
intervento]

E' stato definito in vari modi: albero a foglie caduche, con rami diversi;
sognatore, seguace di Gandhi, rivoluzionario, sociologo, intellettuale
disorganico, poeta, mistico. Tutti con una parte di verita', ma inadeguati
per un uomo che ha legato il suo nome a una terra lontana che amava.
Un amore non sempre ricambiato. Quando a sinistra le scuole di partito
insegnavano ad essere gramscianamente organici ai lavoratori, era
disorganico e guastafeste. Trasgressivo alla maniera di Aldo Capitini, suo
grande amico. Odiava la parola "massa". Gli ricordava l'impasto, la
confusione, e nelle riunioni attorno a quel tavolo di palazzo Scalia a
Partinico, dove non pochi venivamo chiamati a sederci negli anni '60, una
delle tante officine del suo pensiero, insegnava che "persona" significa
l'opposto di massa. Per questo fu anomalo. Tuttavia diceva che Lenin e Gesu'
Cristo erano i suoi maestri. Era fissato con l'etimologia e riteneva che
"persona", oltre al significato greco di "maschera", ha anche quello latino
di attraversare qualcuno in modo armonico, "per-sonare", "suonare
attraverso". Sciascia disse che aveva scambiato la Sicilia con l'India.
Il cardinale Ruffini, mantovano di cultura e di nascita (era nato nel 1888 a
San Benedetto Po), raffinato intellettuale pure lui, oltre che prelato
d'altri tempi, volle additarlo come uno dei mali della terra del Gattopardo,
assieme alla mafia. Si spinse a tappezzare l'isola di strani manifesti
recanti i simboli del suo potere ecclesiastico e un testo pieno di vituperi
e personali attacchi. La violenza degli insulti fu tale che ricordo che
tutti rimanemmo esterrefatti. Almeno quelli che cominciavamo ad usare il
cervello, anche se ragazzini e un po' chierichetti.
Ma Dolci non fu niente di tutto quello che, nel bene e piu' spesso nel male,
dissero e scrissero di lui i siciliani e gli italiani del suo tempo. Non
teorizzo' nulla e rifiuto' sempre di essere maestro di qualcuno. I
conservatori lo videro come il fumo negli occhi e i progressisti lo
ritennero un anarchico individualista. Fu aperto a tutte le religioni. Ebbe
amici valdesi ed evangelici, buddisti e confuciani, islamici e semplicemente
innamorati di un Dio inafferrabile. Fu discepolo di don Zeno e compagno di
lotta di preti che apparivano non meno trasgressivi di lui. Utilizzo' le
idee di don Milani per il suo progetto di Mirto, una specie di Barbiana di
lusso impiantata nel cuore della Sicilia mafiosa, nel paese di Frank
Coppola, capocordata del traffico di stupefacenti e partinicese diventato
poi "re di Pomezia".  Una scuola che concepi' alla maniera di Pestalozzi e
dei principi illuministici di Rousseau. Fu antiautoritario, espressione
della cultura mitteleuropea. Caposcuola dell'antimafia quando nessuno osava
neanche pensare di pronunciare in pubblico la parola mafia. Soleva ripetere
spesso un proverbio cinese: "Chi guarda avanti dieci anni pianta alberi, chi
guarda avanti cento anni pianta uomini". Rifiuto' di fare l'architetto per
essere - come diceva- "architetto di uomini".
Quando giunse in Sicilia con le tasche vuote e la testa piena di progetti,
forse non pensava che vi si sarebbe fermato per quasi cinquant'anni.
Certamente non si sentiva un turista alla ricerca di emozioni. Si lascio'
alle spalle le citta' industriali del Nord per operare su un terreno aspro e
pieno di rischi. Passo' dai paesaggi limpidi e verdi della Slovenia  dov'era
nato, a Sesana (allora italiana, 1924) per una terra dove le fogne
scorrevano a cielo aperto e la mafia faceva perdere l'acqua dei fiumi a
mare, per lucrare sui pozzi privati. Ma il suo animo conservo' sempre il
carattere limpido e sereno dei paesaggi verdi della sua prima infanzia.
Diceva che se ami qualcuno o qualcosa prima te li devi sognare. Odiava
quelli che, quando c'e' da fare una fatica, fingono di portare i pesi
scaricandoli in modo subdolo sugli altri.
Sesana non era Trappeto e il paesaggio di quel borgo del confine
italo-jugoslavo non era quello della miseria dei pescatori abbandonati da
Dio e dallo Stato. Qui, come in tutta la Sicilia, c'era da rimboccarsi le
maniche e lavorare di "pala e picco", senza contropartita. Le sue piu'
grandi doti furono il coraggio, la coerenza e la difesa della dignita'
dell'uomo. A ogni costo. Fu un uomo con la spina dorsale sempre dritta.
Suoi amici furono Giorgio Amendola e Giorgio La Pira, Carlo Levi ed Elio
Vittorini, Lucio Lombardo Radice e Gastone Canziani, Ferruccio Parri e Piero
Calamandrei, Ernesto Treccani ed Ettore De Conciliis, Bruno Zevi e Mario
Luzi, Johan Galtung ed Erich Fromm e Paulo Freire, al quale ultimo fu legato
da un comune modo di sentire i problemi dell'educazione e da uno stesso anno
che li accomuno': il 1997, quando entrambi morirono. Alcuni di loro, come
molti altri ancora viventi, potrebbero testimoniare del suo insegnamento.
A Trappeto fondo' un'universita' popolare internazionale con ampie sale per
seminari, grandissimi tavoli circolari per le discussioni, laboratori
artistici. Odiava i banchi e le cattedre ed Ettore Gelpi che lo seguiva da
vicino negli anni attorno al '68 forse pensava a lui quando scrisse Scuola
senza cattedra. Ricordo riunioni con gruppi di svedesi, norvegesi,
finlandesi, americani, di diverse parti del mondo. Si reco' anche in Senegal
e in Ghana alla ricerca di un mondo possibile, dell'utopia concreta. In
ultimo anche in Cina, con la febbre addosso e la polmonite.
Fu l'intellettuale del '900 piu' processato, ma anche la persona che seppe
combinare assieme mani e cervello, azione e studio. Memorabili lo "sciopero
alla rovescia" e le sue battaglie per la costruzione della diga sul fiume
Jato, quando la mafia gestiva l'acqua dei pozzi vendendola a caro prezzo. I
mafiosi lo tennero sempre sotto mira, ma lo Stato non fece da meno: lo
processo' "per spiccata tendenza a delinquere".  Fu il primo in Italia a
dimostrare l'esistenza del "sistema clientelare-mafioso". La prima
Commissione nazionale antimafia che lo ascolto' negli anni '60, su sua
stessa richiesta, per poco non lo mise sotto processo per le sue accuse
contro mafiosi e deputati. Ma fu grazie a lui che un uomo come Giancarlo
Caselli, col quale negli ultimi anni ebbe rapporti di stima e di affetto,
decise - come ebbe a dichiarare in seguito lo stesso procuratore della
Repubblica - di lasciare Torino e di lavorare a Palermo.
Fu agitatore sociale ed educatore, sognatore e uomo d'azione. Sfido' uomini
di Stato e potenti, ma fu tenero con gli ultimi. Fu soprattutto laico,
costruttore di futuro. Pensava che per avere un mondo diverso bisogna prima
di tutto sognarlo e guardarlo con occhi diversi. Ma era il suo modo di
esistere ad essere inconsueto, nuovo. Il che dava fastidio ai benpensanti e
non solo a loro.
Sua caratteristica fu la rigidita' nel rispetto degli orari. Scrisse che
mancare a un appuntamento o ritardare era come fare un buco in una barca.
Una volta rimprovero' un suo amico arrivato con soli cinque minuti di
ritardo. Gli disse: "La prossima volta non entri". Per queste sue "manie"
poteva risultare inopportuno e fastidioso. Qualche volta veniva a svegliarmi
la mattina, di buon'ora. Per non disturbare gli inquilini non suonava il
campanello, si metteva in mezzo alla strada e mi chiamava con quel suo
timbro, rimasto sempre continentale, finche' non lo sentivo. Alle quattro
del mattino, e in inverno. Concepiva il tempo come se fosse sempre in tempi
di guerra. Aveva preso l'abitudine ad alzarsi presto dai contadini, o dai
piccoli borghesi che tenevano in casa l'asino e qualche botte di vino e che
dovevano essere all'"antu" (sul posto di lavoro) prima dell'alba se volevano
guadagnarsi la giornata. E dai grandi dirigenti contadini, come Accursio
Miraglia, Placido Rizzotto e Calogero Cangelosi, tutti ammazzati dalla
mafia, aveva capito molte piu' cose della Sicilia di quelle che forse gli
stessi dirigenti sindacali del suo tempo non avevano capito. Sapeva
interrogarsi e come far nascere negli altri gli interrogativi necessari
perche' anche in loro si mettessero in movimento certe abitudini, certi
processi. Dai giornalieri, dai mezzadri, dai lavoratori agricoli aveva
capito quello che c'e' di piu' profondo nella loro cultura: il  rispetto per
la natura e per gli uomini: le piante, gli alberi, le specie vegetali, le
storie dei singoli e delle persone. Aveva l'ottimismo della ragione e della
volonta', e per quanto conoscesse molti politici o dirigenti sindacali, pur
essendone spesso amico, fu convinto che solo la fede nel cambiamento puo'
muovere la storia. Grazie a lui fu costruita la diga sullo Jato e si
organizzo' il primo consorzio democratico per la gestione delle acque in
Sicilia: un patrimonio delle lotte sindacali del territorio partinicese oggi
finito - come Dio solo lo sa - nelle mani di quali gestori di sviluppo.
Nel marzo 1970 denuncio' da una radio trasmittente (la prima radio libera
d'Italia) le condizioni di abbandono delle popolazioni dei paesi della valle
del Belice distrutti dal terremoto del gennaio '68. Dopo due anni nessuna
casa si era ancora costruita e quelle popolazioni morivano letteralmente di
freddo e di fame. Cosi' la "Radio libera dei poveri cristi" fu la radio che
scopriva il diritto alla comunicazione, anche come diritto alla parola di
chi non aveva voce per farsi ascoltare. Anticipo' Peppino Impastato che lo
segui' nella sua esperienza di "Radio Aut", alcuni anni dopo. Nego'
l'esistenza della "comunicazione di massa" e ritenne i modelli "trasmissivi"
di Berlusconi, sui quali aveva cominciato a riflettere negli ultimi tempi
con viva preoccupazione, alla base di molti dei mali della nostra societa' e
della politica.
Il suo motto fu: "Vivi in modo che in qualunque momento muori o t'ammazzano,
muori contento". Quando andai a vederlo, gia' morto, nella sua piccola casa
di Trappeto, in una giornata di dicembre che sembrava estiva, aveva ancora
il sorriso sul volto.

2. ET COETERA

Giuseppe Casarrubea e' uno dei massimi storici della Sicilia contemporanea,
figlio del militante del movimento operaio assassinato dalla mafia a
Partinico nel 1947, collaboratore di Danilo Dolci, educatore e preside, ha
dedicato fondamentali ricerche alle lotte del movimento dei lavoratori
contro la mafia, valoroso militante del movimento antimafia, vive e lavora a
Partinico (Palermo). Tra le molte ed ottime opere di Giuseppe Casarrubea
segnaliamo particolarmente: Intellettuali e potere in Sicilia, Sellerio,
Palermo 1983; L'educazione mafiosa, Sellerio, Palermo 1991; Gabbie strette,
Sellerio, Palermo 1996; Portella della Ginestra. Microstoria di una strage
di Stato, Angeli, Milano 1997; Fra' Diavolo e il governo nero. Doppio Stato
e stragi nella Sicilia del dopoguerra, Angeli, Milano 1998; Salvatore
Giuliano: morte di un capobanda e dei suoi luogotenenti, Angeli, Milano
2001; Storia segreta della Sicilia. Dallo sbarco alleato a Portella della
Ginestra, Bompiani, Milano 2005.
*
Danilo Dolci e' nato a Sesana (Trieste) nel 1924, arrestato a Genova nel '43
dai nazifascisti riesce a fuggire; nel '50 partecipa all'esperienza di
Nomadelfia a Fossoli; dal '52 si trasferisce nella Sicilia occidentale
(Trappeto, Partinico) in cui promuove indimenticabili lotte nonviolente
contro la mafia e il sottosviluppo, per i diritti, il lavoro e la dignita'.
Subisce persecuzioni e processi. Sociologo, educatore, e' tra le figure di
massimo rilievo della nonviolenza nel mondo. E' scomparso sul finire del
1997. Di seguito riportiamo una sintetica ma accurata notizia biografica
scritta da Giuseppe Barone (comparsa col titolo "Costruire il cambiamento"
ad apertura del libriccino di scritti di Danilo, Girando per case e
botteghe, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2002): "Danilo Dolci nasce il
28 giugno 1924 a Sesana, in provincia di Trieste. Nel 1952, dopo aver
lavorato per due anni nella Nomadelfia di don Zeno Saltini, si trasferisce a
Trappeto, a meta' strada tra Palermo e Trapani, in una delle terre piu'
povere e dimenticate del paese. Il 14 ottobre dello stesso anno da' inizio
al primo dei suoi numerosi digiuni, sul letto di un bambino morto per la
denutrizione. La protesta viene interrotta solo quando le autorita' si
impegnano pubblicamente a eseguire alcuni interventi urgenti, come la
costruzione di una fogna. Nel 1955 esce per i tipi di Laterza Banditi a
Partinico, che fa conoscere all'opinione pubblica italiana e mondiale le
disperate condizioni di vita nella Sicilia occidentale. Sono anni di lavoro
intenso, talvolta frenetico: le iniziative si susseguono incalzanti. Il 2
febbraio 1956 ha luogo lo "sciopero alla rovescia", con centinaia di
disoccupati - subito fermati dalla polizia - impegnati a riattivare una
strada comunale abbandonata. Con i soldi del Premio Lenin per la Pace (1958)
si costituisce il "Centro studi e iniziative per la piena occupazione".
Centinaia e centinaia di volontari giungono in Sicilia per consolidare
questo straordinario fronte civile, "continuazione della Resistenza, senza
sparare". Si intensifica, intanto, l'attivita' di studio e di denuncia del
fenomeno mafioso e dei suoi rapporti col sistema politico, fino alle
accuse - gravi e circostanziate - rivolte a esponenti di primo piano della
vita politica siciliana e nazionale, incluso l'allora ministro Bernardo
Mattarella (si veda la documentazione raccolta in Spreco, Einaudi, Torino
1960 e Chi gioca solo, Einaudi, Torino 1966). Ma mentre si moltiplicano gli
attestati di stima e solidarieta', in Italia e all'estero (da Norberto
Bobbio a Aldo Capitini, da Italo Calvino a Carlo Levi, da Aldous Huxley a
Jean Piaget, da Bertrand Russell a Erich Fromm), per tanti avversari Dolci
e' solo un pericoloso sovversivo, da ostacolare, denigrare, sottoporre a
processo, incarcerare. Ma quello che e' davvero rivoluzionario e' il suo
metodo di lavoro: Dolci non si atteggia a guru, non propina verita'
preconfezionate, non pretende di insegnare come e cosa pensare, fare. E'
convinto che nessun vero cambiamento possa prescindere dal coinvolgimento,
dalla partecipazione diretta degli interessati. La sua idea di progresso non
nega, al contrario valorizza, la cultura e le competenze locali. Diversi
libri documentano le riunioni di quegli anni, in cui ciascuno si interroga,
impara a confrontarsi con gli altri, ad ascoltare e ascoltarsi, a scegliere
e pianificare. La maieutica cessa di essere una parola dal sapore antico
sepolta in polverosi tomi di filosofia e torna, rinnovata, a concretarsi
nell'estremo angolo occidentale della Sicilia. E' proprio nel corso di
alcune riunioni con contadini e pescatori che prende corpo l'idea di
costruire la diga sul fiume Jato, indispensabile per dare un futuro
economico alla zona e per sottrarre un'arma importante alla mafia, che
faceva del controllo delle modeste risorse idriche disponibili uno strumento
di dominio sui cittadini. Ancora una volta, pero', la richiesta di acqua per
tutti, di "acqua democratica", incontrera' ostacoli d'ogni tipo: saranno
necessarie lunghe battaglie, incisive mobilitazioni popolari, nuovi digiuni,
per veder realizzato il progetto. Oggi la diga esiste (e altre ne sono sorte
successivamente in tutta la Sicilia), e ha modificato la storia di decine di
migliaia di persone: una terra prima aridissima e' ora coltivabile;
l'irrigazione ha consentito la nascita e lo sviluppo di numerose aziende e
cooperative, divenendo occasione di cambiamento economico, sociale, civile.
Negli anni Settanta, naturale prosecuzione del lavoro precedente, cresce
l'attenzione alla qualita' dello sviluppo: il Centro promuove iniziative per
valorizzare l'artigianato e l'espressione artistica locali. L'impegno
educativo assume un ruolo centrale: viene approfondito lo studio, sempre
connesso all'effettiva sperimentazione, della struttura maieutica, tentando
di comprenderne appieno le potenzialita'. Col contributo di esperti
internazionali si avvia l'esperienza del Centro Educativo di Mirto,
frequentato da centinaia di bambini. Il lavoro di ricerca, condotto con
numerosi collaboratori, si fa sempre piu' intenso: muovendo dalla
distinzione tra trasmettere e comunicare e tra potere e dominio, Dolci
evidenzia i rischi di involuzione democratica delle nostre societa' connessi
al procedere della massificazione, all'emarginazione di ogni area di
effettivo dissenso, al controllo sociale esercitato attraverso la diffusione
capillare dei mass-media; attento al punto di vista della "scienza della
complessita'" e alle nuove scoperte in campo biologico, propone
"all'educatore che e' in ognuno al mondo" una rifondazione dei rapporti, a
tutti i livelli, basata sulla nonviolenza, sulla maieutica, sul "reciproco
adattamento creativo" (tra i tanti titoli che raccolgono gli esiti piu'
recenti del pensiero di Dolci, mi limito qui a segnalare Nessi fra
esperienza etica e politica, Lacaita, Manduria 1993; La struttura maieutica
e l'evolverci, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1996; e Comunicare, legge
della vita, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1997). Quando la mattina del 30
dicembre 1997, al termine di una lunga e dolorosa malattia, un infarto lo
spegne, Danilo Dolci e' ancora impegnato, con tutte le energie residue, nel
portare avanti un lavoro al quale ha dedicato ogni giorno della sua vita".
Tra le molte opere di Danilo Dolci, per un percorso minimo di accostamento
segnaliamo almeno le seguenti: una antologia degli scritti di intervento e
di analisi e' Esperienze e riflessioni, Laterza, Bari 1974; tra i libri di
poesia: Creatura di creature, Feltrinelli, Milano 1979; tra i libri di
riflessione piu' recenti: Dal trasmettere al comunicare, Sonda, Torino 1988;
La struttura maieutica e l'evolverci, La Nuova Italia, Firenze 1996. Tra le
opere su Danilo Dolci: Giuseppe Fontanelli, Dolci, La Nuova Italia, Firenze
1984; Adriana Chemello, La parola maieutica, Vallecchi, Firenze 1988
(sull'opera poetica di Dolci); Antonino Mangano, Danilo Dolci educatore,
Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1992; Giuseppe
Barone, La forza della nonviolenza. Bibliografia e profilo critico di Danilo
Dolci, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2000, 2004 (un lavoro
fondamentale); Lucio C. Giummo, Carlo Marchese (a cura di), Danilo Dolci e
la via della nonviolenza, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 2005. Tra i materiali
audiovisivi su Danilo Dolci cfr. il dvd di Alberto Castiglione, Danilo
Dolci. Memoria e utopia, 2004. Tra i vari siti che contengono molti utili
materiali di e su Danilo Dolci segnaliamo almeno www.danilodolci.it,
danilo1970.interfree.it, www.danilodolci.toscana.it, www.cesie.org,
www.nonviolenti.org

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Numero 125 del 22 dicembre 2008

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