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Nonviolenza. Femminile plurale. 148



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 148 del 27 dicembre 2007

In questo numero:
1. Milena Nebbia: Le donne di Khan Younis
2. Gli interventi all'incontro del Circolo della Rosa di Milano del primo
dicembre 2007 (parte seconda e conclusiva)
3. Un estratto dal libro "L'amore e' un dio" di Eva Cantarella

1. TESTIMONIANZE. MILENA NEBBIA: LE DONNE DI KHAN YOUNIS
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente
articolo del 21 dicembre 2007, dal titolo "Le donne di Khan Younis" e il
sommario "Nella citta' piu' conservatrice della Striscia di Gaza, una donna
importa libero pensiero".
Milena Nebbia, giornalista, scrive su "Peacereporter", a suo tempo ha
seguito le elezioni palestinesi come osservatrice internazionale per "Action
for Peace"]

Scendendo verso il sud della Striscia di Gaza, prima di Rafah, vicino al
confine egiziano, c'e' Khan Younis. E' la seconda citta' della Striscia e
probabilmente la piu' conservatrice. Qui le donne che portano lo hijab sono
la normalita', cosi' come gli uomini con le barbe incolte. Al di fuori di
questa normalita', c'e' sicuramente Majda, 38 anni, master a Londra in
antropologia, che in un territorio chiuso e tradizionalista come questo si
e' inventata l'associazione "Libero pensiero", per aiutare le donne a
prendere consapevolezza dei loro diritti.
Majda gira senza velo, in jeans e maglietta, non per sfida, semplicemente
per un diverso modo di vivere il proprio essere donna. "Le violenze
domestiche in questa zona sono all'ordine del giorno - spiega alla
delegazione del movimento delle Donne in nero, giunta a casa sua -, gli
uomini non lavorano, stanno a casa, specie dall'inizio dell'assedio. Mancano
le sigarette, accumulano rabbia, diventano aggressivi. La nostra
associazione cerca di offrire alle donne che vivono situazioni difficili in
famiglia un appoggio dal punto di vista psicologico e giuridico, ma in
questa fase ha assunto priorita' l'emergenza economica, quindi ad esempio ci
viene chiesto vestiario invernale per i bambini, anche perche' qui le case
non sono riscaldate. L'emergenza creata dall'assedio e dall'embargo imposto
alla Striscia da Israele ha portato ai tagli dell'erogazione elettrica,
cosi' ogni tanto se ne va la luce (lo verifichiamo personalmente due volte a
casa di Majda), di solito due volte al giorno per qualche decina di minuti,
altre volte per dieci ore. Passi per chi e' a casa, ma negli uffici, negli
ospedali, in tutte le altre attivita' risulta veramente difficile andare
avanti".
"Le donne, specialmente nel sud della Striscia, non hanno la possibilita' di
esprimersi. Noi lavoriamo sia con loro che con i bambini, spesso vittime
anche loro di violenza in casa, a scuola o in strada. Crediamo che, se
cresceranno con dignita' e con una cultura piu' aperta, riusciranno a
costruire una societa' migliore di quanto non siamo riusciti a fare noi.
Naturalmente nella nostra azione troviamo molti uomini che non vogliono
l'emancipazione femminile. Siamo state, personalmente e come struttura,
vittime di atti intimidatori, ma noi proseguiamo nel nostro percorso.
Cerchiamo di far capire alle donne che e' un loro diritto avere propri spazi
per riunirsi, giocare, fare teatro, ballare o avere la possibilita' di
vedere un dottore, un avvocato. Ogni mese ne vediamo in tutto 650. La
maggior parte vengono qui, le altre le raggiungiamo noi, a causa dei
trasporti costosi o dei mariti che impediscono loro di uscire".
"Tra i casi piu' frequenti di difficolta' ci sono i matrimoni delle
giovanissime: casi di adolescenti che avevano mal di pancia e poi si scopre
che stavano nascondendo una maternita'. A volte ci sono abusi anche da parte
di componenti di famiglie piu' agiate che sostengono quelle piu' povere e
che, con quella scusa, approfittano delle giovani donne. Una volta mandavamo
i casi piu' difficili nell'unico centro che ha delle case-famiglia, a
Betlemme, ma adesso uscire dalla Striscia e' praticamente impossibile. Ci
sono situazioni come quella di una donna uccisa perche', secondo i
pettegolezzi di qualcuno, aveva avuto un figlio fuori dal matrimonio, salvo
poi venire a sapere che era una bugia. Aveva solo 22 anni. La polizia, se
vuoi denunciare la cosa, non ti ascolta. Inoltre quella di Hamas e' tutta
corrotta. E poi come si fa a denunciare un crimine a una polizia illegale
che ha preso il potere con la forza? Non voglio demonizzare Hamas, anzi, il
primo anno in cui e' stato al potere abbiamo collaborato, ma da giugno la
situazione e' cambiata. Ci sono uccisioni tutti i giorni. C'e' una sorta di
coprifuoco, per la strada dopo il tramonto non c'e' quasi nessuno, i negozi
chiudono presto, mentre prima restavano aperti fino all'una di notte".

2. DISCUSSIONE. GLI INTERVENTI ALL'INCONTRO DEL CIRCOLO DELLA ROSA DI MILANO
DEL PRIMO DICEMBRE 2007 (PARTE SECONDA E CONCLUSIVA)
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo, nella trascrizione di Clara Jourdan, gli interventi svolti
nell'incontro sul tema "Stiamo tornando al vittimismo?" tenutosi al Circolo
della Rosa di Milano sabato primo dicembre 2007]

Caterina Peroni: Sono anch'io del "fuxia block" di Padova. Quello che ha
detto Javiera e' frutto di una discussione comune nel collettivo, volevo
aggiungere alcuni elementi prendendo spunto dai diversi interventi - diversi
proprio diversi - che ci sono stati qui, sulla questione della
vittimizzazione, anche rispetto a quello che diceva Javiera, del ruolo della
donna, la famiglia, ma io a questo punto arriverei al nodo cruciale, che
secondo me anche dalla manifestazione di Roma non e' emerso come un limite
veramente strutturale rispetto alla politica. Cioe', a parte i giornali, che
sappiamo che strumentalizzano, dicono quello che vogliono, lo hanno fatto
sempre e non ci stupiamo, dal punto di vista politico la manifestazione di
Roma cosa ci ha detto? Ci sono donne contrarie alla violenza sulla donna,
benissimo; ci sono donne di destra e di sinistra contrarie alla violenza,
ok; anche uomini, va bene; pero' c'e' il separatismo, con la concessione che
gli uomini potessero partecipare alla coda del corteo; sono state espulse le
ministre. C'e' un pot-pourri di questioni che sono emerse ma secondo me la
cosa che non e' emersa seriamente e' che la violenza sulla donna non e' un
problema della donna che viene violentata, e' un problema che ha a che fare
con la societa', con il senso che noi abbiamo della societa', e soprattutto
con un'idea che noi possiamo avere delle relazioni, non solo fra le donne,
ma fra le donne e gli uomini. Quando sento dire che la violenza dell'uomo e'
un primum, puo' essere benissimo - qui stiamo attraversando diverse
discipline, dall'antropologia alla psicologia alla sociologia ecc., molto
spesso anche le prospettive sono veramente diverse - pero' se manteniamo una
visione di questo tipo cosi' rigidamente perche' descriviamo la realta', non
stiamo facendo una proposta, stiamo descrivendo il fatto che all'oggi c'e'
la violenza dell'uomo sulla donna: vero, e' sempre stato cosi', vero, la
nostra societa' e' organizzata in maniera patriarcale, e' gerarchica, e'
violenta, produce guerre ecc. ecc. Il punto, tornando alla manifestazione e
anche alle discussioni, e' che non viene fatta una proposta alternativa,
cioe' non si va oltre, si dice semplicemente, se c'e' l'uomo che violenta, e
l'uomo e' ovvio che e' cattivo, e' naturalmente predisposto a fare una cosa
del genere, la donna storicamente ha subito, ha difficolta' ecc., non si
vuole trasformare questa relazione. La relazione e' necessariamente fra
individui, sessuati, uomini e donne, che vanno coinvolti tutti in una
ridiscussione del modello di societa'. Lo dico perche' all'interno del
nostro collettivo abbiamo anche degli uomini, che partecipano al nostro
lavoro che e' un lavoro biopolitico, ha a che fare con tutto cio' che
concerne il governo della vita e quindi le leggi del governo della vita e
quindi tutto cio' di cui si sta discutendo dal modello familiare in poi, che
riguarda anche loro, non soltanto noi. Se c'e' una legge sulla fecondazione
assistita, riguarda anche gli uomini, riguarda i partner delle donne,
riguarda i gay, le lesbiche, riguarda tutti. Questo e' fondamentale per
superare questa cosa. Allora, perche' non diciamo: cominciamo a proporre
anche un rovesciamento di prospettiva rispetto, da un lato, ai rapporti fra
sessi, che esistono - nessuno nega il fatto della discriminazione di genere,
e' quasi banale, lo vediamo ogni giorno - ma per rispondere a questo
dobbiamo fare un passo in avanti, e vedere che probabilmente questo tipo di
discriminazione si rifa' a una differenziazione, per certi aspetti,
all'interno di ogni differenza, di ogni individualita', di ogni
soggettivita', che non e' per forza solo e necessariamente sessuata, puo'
essere attraversata in diverse maniere. La mancata partecipazione "di massa"
degli uomini, il non invito ufficiale degli uomini a quella manifestazione,
ha a che fare con la non voglia secondo me di modificare uno stato delle
cose. Che evidentemente ha anche a che fare con una mancanza di... cioe' non
si possono cambiare le cose se non si prova prima a immaginarle, in qualche
modo diverse. Durante l'incontro di cui si parlava prima del 50e50 che
abbiamo fatto all'Universita' di Padova a cui hanno partecipato Luisa Muraro
e Alisa Del Re e' venuto fuori anche questo tema: possiamo immaginarci un
modo diverso di interpretare questo tipo di relazioni. "Perche' gli uomini
non hanno organizzato una loro manifestazione? - diceva Alisa Del Re - Noi
dovevamo fare la nostra manifestazione, loro la loro". Io invece avrei
preteso come atto politico che spingeva in avanti il dire: la manifestazione
dev'essere di tutte le persone che odiano la violenza sulla donna, che fa
parte di una cultura politica e sociale che riguarda tutti, anche gli
uomini. Questo puo' essere uno spunto per rivedere le relazioni, senza
neutralizzare la differenza, e anche una prospettiva sia di analisi che di
azione politica rispetto a queste cose.
*
Luisa Muraro: Insisto (perche' l'ho gia' accennato) con Caterina che la
politica non si fa con il quadro giusto delle cose, si fa dove c'e'
squilibrio anche minimo, facendo un gioco sulle cose squilibrate. Dove
l'efficacia e' quella che si ha quando si muove un corpo che e' in
equilibrio instabile, mentre se si fa un disegno che astrattamente e' quello
sensato non capita niente. Noi lo sappiamo perche' la politica del partire
da se' - questo tipo di politica che e' di coinvolgimento della
soggettivita' - e' nata proprio dall'avere creato questo squilibrio. Quando
le donne giovani allora hanno lasciato formazioni politiche miste che
continuavano a fare i disegni giusti ma non si smuoveva la realta', che
allora era in effetti pesantemente maschilista e patriarcale come adesso non
e'. Guardate che patriarcale non vuol dire che se ci sono violenze ecc.
allora e' societa' patriarcale: societa' patriarcale e' un'altra cosa, e' un
ordine simbolico. Lo squilibrio ha messo in moto moltissime cose, e' stato
uno squilibrio dietro l'altro. Bisogna imparare a giocare sulle cose che
stanno in equilibrio instabile, e muovere li', e lo si fa sia con i gesti
sia con le parole. Mentre il quadro armonioso, giusto e completo, non e'
necessariamente una politica, puo' essere semplicemente - e tanti
intellettuali l'hanno fatto - un disegno di quello che si puo' fare, una
utopia, una rappresentazione dell'ordine giusto, che ha senso solo se viene
fatta da chi detiene un potere, che deve in effetti immaginare un andamento
armonioso, equilibrato delle cose. Questa comunque e' una discussione che
dovremo fare ancora, e cioe' su che cosa vuol dire pensare e agire
politicamente, che e' non dico antiintellettuale, perche' ci vuole anche
teoria, ci vuole pensiero, ma non ha le caratteristiche di un discorso
ordinato.
Vorrei riprendere quello che ha detto Javiera, perche' lei a un certo punto
e' andata a incrociare in una maniera molto interessante il discorso di
Marisa Guarneri, quando ha detto: bisogna sottrarre la vittima al
dispositivo del diritto. Non bisogna pensare in termini di vittima, abbiamo
un essere umano in carne ed ossa che vive la sua storia, e nella sua storia
c'e' anche il fatto della violenza, eventualmente. Qui vorrei inserire una
notazione dal percorso - per quel poco che ho fatto - insieme alla Casa
delle donne maltrattate, specialmente con Marisa. Bisogna ricordarsi che chi
subisce torture o altre forme di violenza non vuole piu' strappare da se'
questo avvenimento. L'avvenimento fa parte della sua biografia e della sua
economia, deve integrarlo, deve essere parte della sua personalita'. Nel
momento in cui Javiera ha tirato fuori questo discorso molto interessante
sul non accettare l'etichetta di vittima, ho visto che li' la pratica
politica molto consistente e lunga di una Marisa va a incrociare un filo di
ragionamento diverso (non digiuno di politica neanche questo, perche' so che
avete pensato a queste cose anche politicamente) e mi pare un elemento su
cui attirare l'attenzione perche' si guadagna sapere.
*
Laura Minguzzi: Volevo riprendere il discorso della percezione, parola che
ha detto prima Marisa: la percezione del rischio. Io volevo dirla in un
altro modo, come la percezione che abbiamo adesso, oggi, della violenza. Che
e' diverso dal discorso dei dati oggettivi dei fatti violenti. La percezione
del reale violento, che tutti sentono, secondo me e' aumentata, al di la'
dei dati. E questo soprattutto riguardo agli uomini. Io lo percepisco per la
profonda insicurezza, per l'evidenza della liberta' femminile avvenuta: si
e' come scoperchiata la pentola, tutto e' messo a nudo, e non c'e' piu' la
consolazione del patriarcato che poteva rassicurare, dare dei puntelli,
delle certezze che ormai non hanno piu'. Quindi questo scatenamento bestiale
che a volte vediamo, che e' quasi incredibile nei fatti che sentiamo, e'
anche secondo me un contraccolpo di quello che e' successo negli ultimi
trent'anni, che le donne sono piu' visibili, piu' sicure e piu' tranquille
nel vivere la propria vita, piu' libere. E' connaturato a un sistema
simbolico, fa parte del conflitto fra i sessi, e va letto proprio in questi
termini, come diceva anche la ragazza del fuxia block di Padova, perche' il
discorso della vittima e' un discorso neutro, non va alla radice politica
della questione, il conflitto fra i sessi, ma rischia appunto di essere -
dicevano alcuni uomini intervistati durante la manifestazione: "Si', io sono
qui perche' e' giusto difendere i diritti delle donne" - una versione
tranquillizzante; la legge, il diritto, fa sentire piu' tranquilli, c'e'
qualcosa di certo, di oggettivo. Diventa pero' un discorso neutro perche'
rifugge il discorso del conflitto fra i sessi: l'uomo che diceva cosi', e'
chiaro che non vedeva il conflitto fra i sessi, per lui era questione di
legge, di giustizia che si fa con le leggi, il partire da se' non lo aveva
toccato. E il lavoro che e' stato fatto dei cartelli - si vedevano anche
scritte originali - mi fa pensare che ci fosse anche il desiderio in alcuni
gruppi, forse non generalizzato, di andare alla radice del partire
dall'esperienza delle cose che succedono e non di metterla sui diritti.
*
Marisa Guarneri: Stiamo parlando a tanti livelli. C'e' un piano, come dire,
di tattica politica, e su questo dico solo che e' facile buttare le ministre
giu' dai palchi e meno facile dire "io non accetto la tua adesione": questo
non e' stato fatto, tanto per cominciare, perche' le adesioni ci sono tutte,
sul blog. Quindi interloquire e' piu' difficile. Invece, su quello che
diceva Luisa del disequilibrio: la manifestazione sicuramente ha risposto a
una sensazione collettiva del non se ne puo' piu' che ogni giorno ammazzano
una donna, e non se ne puo' piu' delle soluzioni. Pero' sto pensando da un
po' di tempo che io sono preoccupata di questa botta di separatismo, perche'
e' come se di nuovo ci fosse uno schieramento armato contro l'altro, e
ricaccia indietro gli uomini che hanno tentato di differenziarsi e di
assumere una posizione pedagogica nei confronti degli altri uomini, di
sanzionare, dire che quelle cose vengono da dentro e dobbiamo confrontarci.
Invece si rischia di dare spazio a quello che sta accadendo, che a fronte di
una liberta' femminile piu' forte e piu' imposta c'e' una reazione maschile
scomposta. Da una parte c'e' una reazione maschile positiva, di chi si mette
in discussione, dall'altra c'e' una reazione maschile scomposta, e la
violenza omicida viene da questa reazione, che non vuole perdere quella
supremazia e si ritrova senza modello, nel casino piu' nero e questa donna
non la vuole mollare, meglio morta che lontana. Io non vorrei che questo
separatismo, questo ritorno di confronto molto conflittuale, molto forte, di
esclusione, invece di andare a favore delle donne che subiscono violenza,
vada contro. L'ultima cosa: io non so come si sono sentite loro - li'
c'erano anche donne ospiti dei vari centri antiviolenza - pero' sicuramente
questa posizione butta via tutto il pezzo della relazione affettiva,
dell'amore, della difficolta' a prendere distanza dalla propria storia.
*
Lia Cigarini: Io avevo caldeggiato la discussione su questo tema perche'
veramente i pezzi che venivano fuori dai giornali e la strumentalizzazione
che si faceva della questione della violenza sulle donne e anche qualche
intervento di donne che diceva "siamo tornate indietro, il patriarcato e'
ancora vivo" ecc., a me sembrava che non rendessero conto dell'autonomia e
della liberta' conquistata dalle donne. Che ci fosse come una cancellazione
di quanto e' stato guadagnato dal movimento delle donne ma da ciascuna di
noi, e come sovranita' su quello che succede. E quindi sono d'accordo con
Luisa che e' difficilissimo tenere una posizione che non vuole cancellare
con la denuncia della violenza quanto le donne hanno in liberta' a seguito
di una presa di coscienza e di una invenzione politica che rende conto
dell'esperienza femminile come la pratica dell'autocoscienza, e d'altra
parte dare giustizia e dignita' alle vittime. Sono d'accordo anche con
quello che dice Marisa, anche perche' ammiro il loro coraggio (io
personalmente mi tengo lontana dalle donne che subiscono violenza, dalla
prostituzione e da tutte queste cose): loro hanno inventato o applicato la
pratica del partire da se', della relazione, nei luoghi delle donne
maltrattate, che quindi non sono luoghi tradizionali di assistenza ma luoghi
di pratica politica delle donne. Non sono tanto d'accordo con Marisa e forse
anche con Ulivi - che essendo una collega chiamo per cognome - sulla
questione manifestazione. Io sono assolutamente contraria alle
manifestazioni, e poi se si parla di violenze in famiglia ecc. e' chiaro che
la manifestazione ha poco senso e invece il lavoro giorno per giorno che
fanno questi luoghi ha un grande senso. Tuttavia, mentre come lo presentava
la stampa mi sembrava insopportabile, come se le donne fossero ripiombate
nel vittimismo, si e' articolato un dibattito su alcuni giornali, non quelli
che vengono piu' letti. Sul "Manifesto" c'e' stata la discussione "facciamo
una manifestazione solo di donne o invece anche con degli uomini" in cui
sono intervenute Marisa per sostenere che e' indispensabile la modificazione
dell'immaginario maschile e un'interrogazione sulla sessualita' maschile che
possono fare solo gli uomini (io non so nulla della sessualita' maschile se
non questi risvolti violenti, quindi non mi sento di teorizzare su questa
sessualita' che e' cosi' differente dalla mia), e quelle di Bologna,
Sexyschok si chiamano, e altre. Quindi rispetto alla rappresentazione che ne
davano i giornali e purtroppo anche alcune giornaliste donne, c'e' stato uno
scatto politico. Anche a Roma quando hanno deciso "solo donne" - purtroppo
sono andate a una votazione a maggioranza (io sono contraria a votare su
queste questioni) - c'e' stata un'appassionante discussione, e poi si e'
articolato un ventaglio di posizioni e anche, come dire, una solidita' delle
pratiche politiche di relazione, dei centri e in tanti luoghi, molto forte,
cosicche' questa manifestazione secondo me ha detto che un conflitto tra i
sessi c'e'. Noi lo sappiamo e parliamo anche di un conflitto relazionale, di
una relazione di differenza con gli uomini, ma tutte le politiche di parita'
invece coprono il conflitto tra i sessi. Cioe' il senso comune politico
mediatico ritiene che le donne aspirino alla parita' con gli uomini (l'uomo
come misura del mondo) e anche tutte le politiche paritarie tendono a
occultare il conflitto tra i sessi, perche' se tu vuoi essere al posto di
quei signori, non sei in conflitto radicale con la loro costruzione del
mondo. Quindi l'elaborazione che si e' fatta in questi anni del perche' si
mantiene l'asimmetria tra i sessi, il conflitto tra i sessi, relazionale,
non e' emerso, ma e' emerso il conflitto tra i sessi, che era coperto dalle
politiche paritarie, dal 50/50 al "vogliamo gli stessi posti". Capisci,
Marisa? Quella manifestazione quando ha detto "non ci sono gli uomini"
secondo me ha voluto significare il conflitto tra i sessi. Punto e basta.
Certo, in una maniera semplice rispetto a quelle che ci riflettono da
trent'anni e che si sono rese conto che e' possibile una relazione di
differenza con gli uomini con uno scambio. Tra l'altro, la separazione per
noi e' stata inaugurale... Non la chiamo separatismo perche' e' ideologico,
ma un momento di separazione per significare un taglio con l'esistente. Mi
diceva Letizia Paolozzi che e' andata a queste riunioni romane, che erano le
piu' giovani a volerlo, tolto un gruppo lesbico che a Roma e' molto forte:
queste giovanissime evidentemente il segno di un taglio lo volevano dare.
Voglio capire, ma io sono per il taglio, un taglio che crea autonomia
simbolica delle donne. Poi, un'altra cosa che e' venuta fuori, che non c'era
in altre manifestazioni: ogni tanto qualcuna si alza a parlare delle
giovani, che non sarebbe passato il testimone... invece queste si sono
proprio richiamate a una genealogia femminile, al femminismo. Naturalmente
sono d'accordo con Marisa e Ulivi che senza il lavoro di modificazione della
relazione tra i sessi, che non e' solo delle donne maltrattate ma di tutte
noi, la manifestazione e' quello che e'. Poi mi ha impressionato che non
c'era un obiettivo: io credo che si chiude tutto se c'e' un obiettivo. Che
il problema non si risolve con un rapporto diretto tra donne e stato ma deve
passare attraverso la modificazione della relazione tra donne e tra donne e
uomini, e' passato: il fatto legislativo queste l'hanno bloccato.
*
Antonella Nappi: Mi e' arrivata una e-mail delle organizzatrici che si
dispiaceva moltissimo che avessero trattato male le parlamentari. Quello che
ho colto io della manifestazione, dalle foto, non e' quello che ha fatto
piacere alle organizzatrici. Quando le incontrero' diro' loro che per me
invece il valore era proprio di mandar giu' le parlamentari dal palco. Poi
volevo dire che ci tengo che quella manifestazione fosse di donne, proprio
di donne. Per quanto io sia interessatissima all'interlocuzione con gli
uomini, ci tengo che le donne siano autonomamente organizzate e facciano
delle cose. Perche' le relazioni civili tra donne, le relazioni politiche
tra donne, le relazioni intellettuali tra donne sono la grande conquista del
femminismo, non possono essere abbandonate. E mi sembrava che le donne in
una manifestazione contro la violenza sessuale dicessero comunque, tra le
righe, agli uomini di occuparsene. E' questo che dicono donne che protestano
contro la violenza: la violenza non e' piu' solo nelle case, il mondo e'
molto violento al momento e quindi la si nota ancora di piu'. L'ultima cosa
a cui volevo accennare e' che in questi due anni, partecipando a qualche
dibattito con femministe omosessuali, ho avuto la brutta notizia di sentire
che il discorso portato in quelle occasioni era: le donne che amano le donne
amano le donne anche sessualmente, e le donne che non amano le donne
sessualmente non amano le donne amano gli uomini. Questo discorso e'
orripilante, e' gravissimo. Capisco che chi subisce dei problemi nella
societa', chi deve ancora imporre la sua liberta' possa anche dire cose che
sente e che io non condivido, ma il femminismo, le donne che fanno politica,
io credo lo devono additare questo problema, che le relazioni di amore
sublimato tra le donne sono la grande conquista del femminismo. Ributtarci
sempre da un letto a un altro non mi sembra utile. Insomma - rispetto alla
manifestazione, dove non c'ero - mi preoccupo che il movimento delle donne
non sia vittimista, veda il bello del farsi presenti, ma non diventi
monopolio di chi dice che le donne vanno amate sessualmente o niente...
(Risate).
*
Assunta Sarlo: Volevo stare al tema, cioe' al premanifestazione, per darvi
una semplice testimonianza, io faccio la giornalista: fino a due anni fa di
violenza sulle donne sui giornali non si parlava, praticamente. Ragionare,
discutere, dare informazione sulla violenza sulle donne e' una cosa che
facevano poco, alcuni e solo alcuni giornali, e nel silenzio piu' assoluto.
A me sembra di grande importanza che i giornali abbiano tematizzato con le
cifre e non con altri codici - se guardate questi pezzi li scrivono solo le
donne, e anche su questo ci sarebbero da fare dei ragionamenti che
tralascio. Quello che e' successo da due anni a questa parte, per una serie
di motivi che non vi sto a dire, in cui naturalmente c'e' molto il lavoro
dei centri antiviolenza, e' che la questione sia stata tematizzata. Anche
attraverso dati che possono sembrare "terroristici" oppure dando la
sensazione a cui accennava Luisa Muraro di un popolo di donne vittime di
violenza. Pero' quei dati hanno detto una cosa molto importante: hanno
tirato fuori dalla sfera privata il problema e l'hanno messo sul piatto
della comunicazione, a disposizione di un pubblico che non e' questo di
stasera, e' il pubblico dei lettori, delle lettrici, degli ascoltatori dei
telegiornali ecc. La seconda cosa che hanno fatto quei dati e' dire che la
violenza sulle donne sta dentro la famiglia, cioe' dentro la relazione tra
gli uomini e le donne. Dire questo e' assolutamente eversivo rispetto al
discorso tuttora prevalente nei media, che iscrive a questioni di ordine
pubblico, di sicurezza e di conseguenza in una chiave di solito velatamente
razzista (certe volte neanche velatamente), anche sui media piu'
democratici, la questione della violenza. Nella settimana precedente alla
manifestazione - e' l'altro pezzo di ragionamento che volevo fare - ho
ricevuto quattro telefonate di altrettante giornaliste femmine televisive,
che mi chiedevano - non so perche', facendo io lo stesso mestiere - di
fornire loro una storia. Cioe' di fornire una donna violentata, abusata,
maltrattata, che potesse andare a raccontare la sua storia. Io ho detto:
rivolgetevi alla casa delle donne maltrattate cosi' vi mandano a quel paese
loro... Pero' questo mi ha fatto riflettere. Sono andata a Bologna il giorno
prima della manifestazione invitata a un dibattito che aveva come oggetto
"la violenza sulle donne dal fatto alla notizia", in cui erano invitati a
discutere dei giornalisti, e ho posto questa questione. Ho detto due cose:
una e' che fare informazione sulla violenza contro le donne e' molto
difficile, la seconda e' che il discorso prevalente dei media oscura i
contenuti della violenza e la declina come abbiamo detto. La terza cosa e'
stata dire le quattro telefonate che ho ricevuto. La reazione dei miei
colleghi giornalisti e' stata estremamente interessante. Ve la banalizzo e
semplifico, per farvi capire qual e' il livello della discussione e anche
del rapporto con i media che bisogna mettere in campo e sul quale secondo me
la manifestazione e' stata veramente lamentosa e deficitaria: mi hanno detto
che c'e' un problema di sicurezza, piu' o meno che i rumeni sono molto
cattivi perche' vengono da una cultura piu' cattiva e piu' incivile della
nostra, e che e' un problema dei centri antiviolenza non dare le storie
perche' attraverso le storie si puo' parlare di violenza. Laddove la mia
domanda era: e' possibile che non riusciamo a trovare un codice comunicativo
meno semplificato e meno ruolizzato di quello che e' la vittima della
violenza che la racconta? Chiudo dicendo che invece i pezzi piu' generali
che ho avuto occasione di leggere (qualcuno l'ho anche scritto) in materia
di violenza prima di questa manifestazione ma anche l'anno scorso, hanno
avuto in qualche modo in merito di tirarsi fuori da questo codice
comunicativo della storia e di dare conto del lavoro dei centri
antiviolenza, che e' un lavoro abbastanza oscuro sui media. Poi riguardo la
gestione nella manifestazione del rapporto con i media - io mi riconosco
abbastanza sia nelle cose che diceva prima Liliana sulla violenza come
unicum, io c'ero, ho visto moltissime manifestazioni, non una sola, ho visto
una ricchezza che mi voglio anche portare a casa, e ho visto anche alcune
semplificazioni della comunicazione che non mi sono piaciute per niente, li'
dentro. Nel senso che ci sono una serie di parole, il concetto di vittima ma
anche di antirazzismo, di famiglia, di sicurezza ecc. Naturalmente le
manifestazioni semplificano, ma li' secondo me abbiamo sfiorato l'eccesso di
semplificazione, e abbiamo dato una prova di lamentosita' nel rapporto con i
media. Rapporto che si puo' gestire, con patti chiari amicizia lunga, prima;
non dimentichiamoci che La7 e' stata l'unica televisione che aveva garantito
una diretta: quella diretta andava gestita.
*
Luisa Muraro: Assunta ha posto l'accento sul linguaggio, mi interessa molto.
Io penso che tutto quello che riguarda la violenza sulle donne, nelle sue
varie forme compresa quella della prostituzione schiavizzata che adesso
prevale, metta alla prova estrema quello che e' il linguaggio massmediale.
Cioe' il linguaggio massmediale, per dirla in maniera semplificata, non e'
all'altezza di poter parlare di queste cose. Non basta "patti chiari
amicizia lunga" (mettiamoci d'accordo su come), penso che sia necessario
affrontare veramente il rapporto tra quello che e' la notizia da diffondere
e la realta' vissuta e l'esperienza di chi e' in prossimita' della realta'
vissuta, che questa dimensione sia di una delicatezza, profondita',
drammaticita' e complessita' che domanda... E' una questione di codici
comunicativi che si apre qui, e si apre radicalmente perche' non riguarda
solo questo ambito, ma anche altre realta' che sono specialmente realta' che
interessano le donne e i bambini. Dei bambini sui giornali non si parla
quasi piu', perche' nessuna modalita' andava bene, erano tutte sfruttamento
ecc. C'e' questo problema che lei ha toccato e secondo me va ripreso.
Vi ringrazio, ci ringraziamo a vicenda del lavoro fatto e... alla prossima
occasione!

3. LIBRI. UN ESTRATTO DAL LIBRO "L'AMORE E' UN DIO" DI EVA CANTARELLA
[Dal sito www.feltrinellieditore.it riportiamo il seguente estratto del
recente libro di Eva  Cantarella, L'amore e' un dio, Feltrinelli, Milano
2006.
Eva Cantarella, docente universitaria di diritto romano e di diritto greco;
ha pubblicato molte opere sulla cultura antica ed e' autrice di fondamentali
ricerche sulla condizione della donna nelle culture antiche.
Dall'enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche riprendiamo la
seguente scheda: "Nata nel 1936 a Roma, Eva Cantarella si e' laureata in
giurisprudenza nel 1960 presso l'universita' di Milano. Ha compiuto la
propria formazione postuniversitaria negli Stati Uniti all'Universita' di
Berkeley e in Germania all'universita' di Heidelberg. Ha svolto attivita'
didattica e di ricerca in Italia presso le universita' di Camerino, Parma e
Pavia e all'estero all'Universita' del Texas ad Austin ed alla Global Law
School della New York University. E' professore ordinario di Istituzioni di
diritto romano presso la facolta' di giurisprudenza dell'universita' di
Milano, dove insegna anche diritto greco. Partendo dalla ricostruzione delle
regole giuridiche, le ricerche di Eva Cantarella, sia in campo romanistico
che grecistico, tendono da un lato a individuare la connessione tra le
vicende politiche ed economiche e la produzione normativa, e dall'altro a
verificare la effettivita' delle norme stesse, analizzando lo scarto tra
diritto e societa', la direzione di questo scarto e le ragioni di esso". Tra
le opere di Eva Cantarella: La fideiussione reciproca, Milano 1965; Studi
sull'omicidio in diritto greco e romano, Milano 1976; Norma e sanzione in
Omero. Contributo alla protostoria del diritto greco, Giuffre', Milano 1979;
L'ambiguo malanno. Condizione e immagine della donna nell'antichita' greca e
romana, Editori Riuniti, Roma 1981; Tacita Muta. La donna nella citta'
antica, Editori Riuniti, Roma 1985; Pandora's Daughters, Bpod, 1987; Secondo
natura. La bisessualita' nel mondo antico, Editori Riuniti, Roma 1988; I
supplizi capitali in Grecia e a Roma, Rizzoli, Milano 1991; Diritto greco,
Cuem 1994; Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia, Feltrinelli,
Milano 1996; (con Giulio Guidorizzi), Profilo di storia antica e medievale,
Einaudi Scuola, 1997; Pompei. I volti dell'amore, Mondadori, Milano 1998;
(con Luciana Jacobelli), Un giorno a Pompei. Vita quotidiana, cultura,
societa', Electa, Napoli 1999; Storia del diritto romano, Cuem, 1999;
Istituzioni di diritto romano, Cuem, 2001; (con Giulio Guidorizzi), Le
tracce della storia, Einaudi Scuola, 2001; Itaca. Eroi, donne, potere tra
vendetta e diritto, Feltrinelli, Milano 2002; (con Lorenzo Gagliardi,
Marxiano Melotti), Diritto e sessualita' in Grecia e a Roma, Cuem, 2003;
(con Giulio Guidorizzi), L'eredita' antica e medievale, Einaudi Scuola,
2005; L'amore e' un dio, Feltrinelli, Milano 2006; Il ritorno della
vendetta, Rizzoli, Milano 2007; altre opere a destinazione scolastica: (con
Giulio Guidorizzi), Corso di storia antica e medievale, Einaudi Scuola; (con
Giulio Guidorizzi), Il mondo antico e medievale, Einaudi Scuola; (con Giulio
Guidorizzi), La cultura della storia. Laboratorio, Einaudi Scuola; (con
Giulio Guidorizzi), Lo studio della storia. Laboratorio, Einaudi Scuola;
(con Giulio Guidorizzi), Storia antica e medievale, Einaudi Scuola; (con
Giulio Guidorizzi), Antologia latina, Einaudi Scuola; (con Giulio
Guidorizzi, Laura Pepe), Letteratura e storia di Roma antica. Antologia
degli autori latini, Einaudi Scuola; (con G. Martinotti), Cittadini si
diventa, Einaudi Scuola; (con E. Varni, Franco Della Peruta), La memoria
dell'uomo, Einaudi Scuola]

Prima di cominciare
Amore, sessualita', emozioni, matrimonio, famiglia: sono i temi di questo
libro, gli stessi temi trattati nel febbraio 2005 in "Sex and the polis",
una serie di trasmissioni radiofoniche nel corso delle quali ho raccontato a
un pubblico di non specialisti alcuni aspetti della vita privata degli
antichi (in quell'occasione, non solo i greci, ma anche i romani). Al
termine di queste trasmissioni - incoraggiata dal consenso che, mi si dice,
esse hanno incontrato - si e' fatta strada l'idea di una loro redazione
scritta, senonche', man mano che il lavoro procedeva, nasceva il desiderio
di introdurre nuovi argomenti, di eliminarne altri, di modificare l'ordine
di esposizione. In breve tempo la materia e' cresciuta sino a suggerire di
dividerla in due parti, e di cominciare a pubblicarne una prima, relativa
alla Grecia.
Il testo qui presentato, dunque, e' molto diverso da quello della
trasmissione radiofonica, alla quale deve comunque l'idea di base e,
soprattutto, il taglio narrativo. E' un punto, questo, sul quale tengo a
insistere e sul quale voglio spendere due parole.
Io credo che oggi sia giunto il momento, per chi si occupa del mondo antico,
di trasmettere a un pubblico il piu' possibile esteso quelle conoscenze che
una volta erano, in misura piu' o meno ampia, retaggio comune a partire dai
banchi di scuola, ma che oggi sono state tristemente espunte o radicalmente
limitate dai programmi scolastici.
Nei limiti delle mie capacita' e possibilita', mi sembra insomma giusto e
doveroso contribuire a far si' che l'antichita' non diventi un privilegio di
pochi eletti, ma continui a far parte del patrimonio di chi vive in una
civilta', come la nostra, che in quel mondo affonda le sue radici. E
poiche', quando si parla di radici (senza menzionare qui la filosofia, le
scienze, il teatro, e tutti gli altri debiti verso i greci) ci si riferisce
soprattutto alla teoria e alla pratica della politica, mi e' sembrato non
del tutto inutile estendere il discorso ad altri aspetti della cultura: i
rapporti familiari, alcune pratiche sociali, il costume, la mentalita', la
relazione tra i sessi.
Senza minimamente sottovalutare l'importanza della storia e del pensiero
politico, mi e' sembrato insomma importante allargare il discorso a un'altra
storia, legata a momenti piu' privati della nostra esperienza. Nel cercare
di descriverla, ho dato ampio spazio anche ad alcuni dei racconti piu'
antichi del nostro mondo, vale a dire i miti. A proposito dei quali e'
necessario aprire una brevissima parentesi.
I miti narrano storie fantastiche, nelle quali agiscono insieme esseri
mortali e immortali, eroi e semidei, animali piu' o meno immaginari, esseri
dall'aspetto in parte umano in parte animale, forze della natura
personificate.
Ma i miti non sono semplici favole: sono racconti tradizionali (mythos
significa appunto "parola", "racconto"), trasmessi in origine oralmente e
sedimentati nella memoria collettiva, ai quali era affidata una funzione
culturale di fondamentale importanza. La ripetizione di questi racconti,
infatti, contribuiva a creare e consolidare l'identita' dei greci,
trasmettendo l'insieme delle credenze, dei riti, delle istituzioni religiose
e sociali che costituiva il loro patrimonio culturale.
Il mito, inoltre, non era una narrazione fissa e immutabile: al contrario
esso poteva cambiare ogni volta che veniva raccontato. Il mito era racconto
e creazione. E poiche' ciascun poeta poteva modificarlo e lo modificava come
credeva, dello stesso mito esistevano (e ci sono giunte) numerose versioni,
che a volte si discostano solo nei particolari, a volte sono radicalmente
diverse, talvolta addirittura contrastanti fra loro.
Nel seguire le tracce dei miti che piu' ci interessavano ho scelto, qui, la
via di combinare versioni e tradizioni diverse: l'ho detto, questo non e' un
libro per specialisti. Non solo il mito, dunque, e' stato esposto senza
appesantimento di notazioni critiche e di altre - chiamiamole cosi' -
sottigliezze filologiche. Anche le altre fonti sono state utilizzate in modo
"colloquiale": dall'epica omerica alla lirica, dai testi filosofici a quelli
dell'oratoria giudiziaria. Per la prima volta dopo una strenua resistenza
interna (le abitudini sono difficili a vincere) ho scritto un libro "senza
note". Il pubblico cui e' diretto non ne prova il bisogno. Il che non mi
impedisce di sperare che, chi lo leggera', al termine della lettura senta il
desiderio di conoscere meglio i nostri antenati. Se cosi' sara', vorra' dire
che avro' raggiunto l'obiettivo che mi prefiggevo.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 148 del 27 dicembre 2007

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