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Minime. 341



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 341 del 21 gennaio 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Una guerra terrorista e stragista, imperialista e razzista, cui l'Italia
sta partecipando in violazione del diritto internazionale e della legalita'
costituzionale
2. Enrico Piovesana: Le principali battaglie a cui le forze armate italiane
hanno preso parte in Afghanistan negli ultimi mesi
3. Enrico Piovesana: I talebani attaccano Kabul
4. Enrico Piovesana: Tutte le ragioni per cui l'Italia dovrebbe ritirarsi
dalla guerra afgana. Un articolo del 22 gennaio 2007
5. "Peacereporter": Una scheda del giugno 2007 sul conflitto in Afghanistan
6. Ettore Masina: L'anima grande di un burattino
7. Simone Weil: Pedagogia
8. L'Agenda dell'antimafia 2008
9. L'agenda "Giorni nonviolenti" 2008
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. UNA GUERRA TERRORISTA E STRAGISTA, IMPERIALISTA E RAZZISTA,
CUI L'ITALIA STA PARTECIPANDO IN VIOLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE E
DELLA LEGALITA' COSTITUZIONALE

Quella afgana e' una guerra terrorista e stragista, imperialista e razzista,
cui l'Italia sta partecipando in violazione del diritto internazionale e
della legalita' costituzionale.
Quella afgana e' una guerra terrorista e stragista, imperialista e razzista,
cui l'Italia sta partecipando in violazione del diritto internazionale e
della legalita' costituzionale.
Quella afgana e' una guerra terrorista e stragista, imperialista e razzista,
cui l'Italia sta partecipando in violazione del diritto internazionale e
della legalita' costituzionale.
Non ci stancheremo di ripeterlo.
*
Articolo 11 della Costituzione della Repubblica Italiana: "L'Italia ripudia
la guerra come strumento di offesa alla liberta' degli altri popoli e come
mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in
condizioni di parita' con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranita'
necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le
Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a
tale scopo".
Articolo 11 della Costituzione della Repubblica Italiana: "L'Italia ripudia
la guerra come strumento di offesa alla liberta' degli altri popoli e come
mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in
condizioni di parita' con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranita'
necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le
Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a
tale scopo".
Articolo 11 della Costituzione della Repubblica Italiana: "L'Italia ripudia
la guerra come strumento di offesa alla liberta' degli altri popoli e come
mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in
condizioni di parita' con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranita'
necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le
Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a
tale scopo".
Non ci stancheremo di ripeterlo.
*
Cessi la partecipazione italiana alla guerra terrorista e stragista,
imperialista e razzista.
Torni l'Italia al rispetto del diritto internazionale e della legalita'
costituzionale.
*
La guerra, che consiste nell'uccisione di esseri umani, e' nemica
dell'umanita'.
La pace si costruisce con la pace.

2. GUERRA. ENRICO PIOVESANA: LE PRINCIPALI BATTAGLIE A CUI LE FORZE ARMATE
ITALIANE HANNO PRESO PARTE IN AFGHANISTAN NEGLI ULTIMI MESI
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente
articolo del 17 gennaio 2008, dal titolo "Le battaglie degli italiani", e il
sommario "Tutte le operazioni di guerra a cui le forze italiane hanno preso
fino ad oggi, a partire dal 2006".
Enrico Piovesana, giornalista, lavora a "Peacereporter", per cui segue la
zona dell'Asia centrale e del Caucaso; e' stato piu' volte in Afghanistan in
qualita' di inviato]

18 settembre 2006. Le forze speciali italiane della Task-Force 45 e i
paracadutisti del 66mo reggimento di fanteria "Trieste" della Brigata
Aeromobile "Friuli" della Forza di Reazione Rapida (Qrf) italo-spagnola
prendono parte (assieme a forze afgane e Usa) all'operazione "Wyconda
Pincer" nei distretti di Bala Buluk e Pusht-i-Rod, provincia di Farah.
Almeno una settantina i talebani uccisi in combattimento dalle forze
italiane. Il ministero della Difesa ordino' il silenzio-stampa
sull'operazione.
*
I ottobre 2006. Le stesse forze italiane prendono parte (assieme a forze
afgane e Usa) all'operazione "Wyconda Rib" nel distretto del Gulistan,
provincia di Farah, allo scopo di riprendere il controllo di questa zona,
conquistata due settimane prima dai talebani. I ribelli vengono cacciati dal
distretto, ma non vengono forniti particolari sui combattimenti.
*
10 dicembre 2006. Il generale Antonio Satta coordina un attacco terrestre e
aereo (forze afgane e aviazione Usa) nel distretto di Bala Buluk, provincia
di Farah, dove un gruppo di talebani si era infiltrato per compiere attacchi
lungo la "ring-road" che conduce ad Herat. Ai combattimenti prendono parte i
militari italiani dei Team operativi di affiancamento e collegamento (Omlt)
che accompagnano sul campo i soldati afgani del 207mo corpo d'armata. Almeno
nove i guerriglieri uccisi nell'operazione.
*
21 febbraio 2007. I militari italiani prendono parte all'offensiva
dell'esercito afgano per la riconquista del distretto di Bakwa, occupato dai
talebani due giorni prima. Almeno venti guerriglieri vengono uccisi
nell'operazione.
*
11 marzo - 10 aprile 2007. Le forze speciali italiane della Task-Force 45 e
i paracadutisti della Forza di Reazione Rapida prendono parte all'operazione
"Achille" con il compito di bloccare le vie di fuga ai talebani che scappano
dalla provincia di Helmand (epicentro dell'offenisva) cercando scampo nella
provincia di Farah. Il ministero della Difesa inizialmente smentisce. Ma poi
la notizia trapela da Madrid. In questo periodo le forze italiane subiscono
numerosi attacchi e agguati, ma solo alcuni di questi vengono resi pubblici
(il 20, 24 e 29 marzo).
*
27 aprile 2007. Il generale Antonio Satta coordina un attacco aereo
(aviazione Usa) sulla Valle di Zerkoh, nel distretto di Shindand, provincia
di Herat. Nei ripetuti raid rimangono uccisi 51 e 136 talebani. Nonostante
Satta dichiari che l'operazione era stata pianificata dal comando italiano
di Herat e che aveva anche predisposto elicotteri per l'evacuazione dei
feriti, il ministero della Difesa afferma di esserne all'oscuro.
*
10 agosto 2007. I bersaglieri del I reggimento della Brigata Garibaldi della
Forza di Reazione Rapida prendono parte a una battaglia di due ore e mezzo
nel distretto di Murghab, provincia di Badghis, dove un convoglio militare
afgano-spagnolo era stato attaccato dai talebani. Per la prima volta entrano
in azione gli elicotteri da attacco italiani Mangusta A-129. Decine di
guerriglieri rimangono uccisi.
*
22 agosto 2007. Un convoglio italiano di blindati "Lince" viene attaccato
dai talebani nel distretto di Bala Buluk, provincia di Farah, durante una
missione di perlustrazione. I soldati italiani ingaggiano un combattimento
con i guerriglieri, ma non riuscendo a "disimpegnarsi" chiedono copertura
aerea alla base di Herat. Entrano cosi' nuovamente in azione gli elicotteri
Mangusta che aprono il fuoco contro i talebani, disperdendoli.
*
19 settembre 2007. Sono ancora le forze speciali italiane della Task-Force
45 e i bersaglieri della Forza di Reazione Rapida, con l'appoggio di due
elicotteri Mangusta, che prendono parte all'operazione "Palk Wahel" con il
compito di bloccare le vie di fuga ai talebani che scappano dalla provincia
di Helmand (epicentro dell'offensiva) cercando scampo nella provincia di
Farah.
*
5 ottobre 2007. Gli alpini del V reggimento della brigata "Julia" vengono
attaccati nottetempo dai talebani nel loro avamposto nella Valle di Musahi,
40 chilometri a sud di Kabul. Ai lanci di granate e alle raffiche di mitra,
i soldati italiani rispondono con le mitragliatrici pesanti, mettendo in
fuga i guerriglieri.
*
I-21 novembre 2007. Le forze speciali italiane della Task-Force 45 e i
bersaglieri della Forza di Reazione Rapida, con l'appoggio di cinque
elicotteri Mangusta e per la prima volta anche di otto cingolati Dardo,
prendono parte (assieme a forze afgane e Usa) alla battaglia del Gulistan,
nella provincia di Farah, per riprendere il controllo di questo distretto
caduto nelle mani dei talebani alla fine di ottobre. Nei combattimenti
vengono uccise decine di guerriglieri.

3. GUERRA. ENRICO PIOVESANA: I TALEBANI ATTACCANO KABUL
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente
articolo del 15 gennaio 2008, dal titolo "Talebani attaccano Kabul" e il
sommario "Per la prima volta un'operazione di commando dei ribelli nel cuore
della capitale afgana"]

"Il commando talebano, composto da sette persone, non da quattro come e'
stato detto, si e' fatto strada a colpi di granate: nessuno si e' fatto
saltare in aria. Quelli che avevano i giubbotti esplosivi non sono riusciti
a entrare. Nella hall dell'albergo ne sono entrati tre, di cui uno e' stato
ucciso subito dalle guardie e due sono riusciti a entrare sparando
all'impazzata. Uno dei due e' sceso nel piano sotterraneo, dove si trovano
la palestra e la piscina. Dopo l'attacco, costato la vita a otto persone,
sono arrivati i soldati statunitensi e noi ospiti siamo stati tutti
evacuati. Io sono uscita camminando in mezzo a pezzi di corpi e pozze si
sangue. Il clima tra noi stranieri che siamo in citta' e' molto teso,
perche' il Serena era considerato un fortino impenetrabile, il posto piu'
sicuro di Kabul".
*
Uníazione senza precedenti
Questa la testimonianza telefonica rilasciata, dietro garanzia di anonimato,
a "PeaceReporter" da un ospite dell'Hotel Serena nel centro di Kabul,
attaccato ieri sera dai talebani.
Un attacco che dimostra che i ribelli sono ormai in grado di condurre vere e
proprie operazioni militari, non semplici attentati, nel cuore stesso della
supersorvegliata capitale afgana. L'azione non e' infatti stata opera di un
solitario kamikaze ma di un commando di guerriglieri armati di kalsahnikov e
bombe a mano.
L'attacco e' costato la vita a un giornalista e un fotografo norvegesi, un
dipendente statunitense dell'hotel, una donna filippina, due poliziotti e
una dipendente afgana. Piu' il talebano ucciso dalle guardie. Illeso il
ministro degli esteri norvegese Jonas Garh Soere, alloggiato nell'albergo,
che pero' questa mattina ha deciso di interrompere la sua visita e di fare
ritorno a Oslo.
Il Serena e' l'unico albergo a cinque stelle della capitale, sempre
affollato di ospiti stranieri: impiegati governativi, uomini d'affari,
giornalisti, operatori di grosse Ong e altri personaggi dalla difficile
connotazione professionale.
*
"Possiamo colpire ovunque"
Il portavoce talebano Zabihullah Mujahed ha rivendicato l'attacco: "Abbiamo
voluto dimostrare che le nostre mani e il nostro potere si estende ovunque,
abbiamo la capacita' di sferrare attacchi ovunque in Afghanistan".
Negli ultimi mesi la presenza della guerriglia talebana e' giunta a lambire
l'estrema periferia della capitale afgana, ovvero le montagne e le vallate
che circondano Kabul - come dimostrato dall'attacco sferrato lo scorso 24
novembre contro le truppe italiane nel distretto di Paghman, 15 chilometri a
sud della citta'. E proprio gli italiani, dallo scorso dicembre fino ad
agosto, hanno ora il comando militare di Kabul e dintorni, ovvero il compito
di difendere la capitale afgana da eventuali offensive talebane. Per farlo,
sono stati inviati 250 soldati della brigata alpina "Taurinense",
specializzata per il combattimento in montagna, che ora sono basati a
Sarobi, lungo la strada che collega Kabul a Jalalabad.

4. GUERRA. ENRICO PIOVESANA: TUTTE LE RAGIONI PER CUI L'ITALIA DOVREBBE
RITIRARSI DALLA GUERRA AFGANA. UN ARTICOLO DEL 22 GENNAIO 2007
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente
articolo del 22 gennaio 2007, dal titolo "Via dall'Afghanistan", e il
sommario "Tutte le ragioni per cui l'Italia dovrebbe ritirarsi dalla guerra
afgana"]

Il governo italiano continua a sostenere che la missione militare in
Afghanistan a cui l'Italia partecipa - Isaf - non e' una missione
unilaterale "di guerra" come "Enduring Freedom", bensi' una missione
multilaterale Onu "di pace" dalla quale non possiamo uscire per non venire
meno ai nostri impegni internazionali. Ma non dice che la natura della
missione Isaf e' completamente cambiata, poiche' si e' "fusa" con Enduring
Freedom diventando anch'essa una missione di guerra contro i talebani.
Da cio' consegue che l'accordo internazionale preso dal governo italiano il
10 gennaio 2002 con la firma a Londra del "Memorandum of Understanding" per
la creazione della missione Isaf autorizzata dalla risoluzione Onu n. 1386
del 20 dicembre 2001 (accordo approvato dal Parlamento solo a posteriori, il
27 febbraio 2002, e implicitamente, con la "conversione in legge, con
modificazioni, del decreto-legge 28 dicembre 2001, n. 451, recante
disposizioni urgenti per la proroga della partecipazione italiana ad
operazioni militari internazionali") non puo' piu' essere ritenuto valido,
essendone completamente cambiata la ratio, la natura della missione in
oggetto.
Vediamo perche'.
*
La metamorfosi della missione Isaf
Con l'apertura dell'impegnativo fronte di guerra iracheno nel 2003, gli Usa
decidono di lasciare l'allora piu' tranquillo fronte afgano agli alleati
della Nato. Per fare questo, pero', non chiedono loro di entrare in Enduring
Freedom, ma impongono un cambiamento strutturale della missione Isaf.
Nell'agosto 2003, la missione Isaf diventa a comando Nato: alleanza militare
formalmente in guerra a fianco degli Usa in virtu' del richiamo all'art. 5
del Trattato dell'Alleanza Nord-Atlantica.
Pochi mesi dopo, la risoluzione Onu 1510 del 13 ottobre 2003 stabilisce
l'espansione della missione Isaf dalla sola Kabul a tutto il territorio
nazionale afgano, prevedendo per il 2006 un'espansione anche nelle zone
meridionali e orientali del paese.
Ma nel 2005, dopo un anno di relativa quiete, proprio quelle regioni vengono
riconquistate dalla resistenza talebana.
Nei quartieri generali della Nato si inizia a parlare dell'esigenza di
"irrobustire" le regole d'ingaggio per la missione Isaf visto l'impegno in
un teatro "ostile". Polemiche e dibattiti scuotono le cancellerie di tutta
Europa. Non una parola in Italia.
Come ha spiegato il generale Fabio Mini (ex comandante della missione Kfor
in Kosovo), invece di espandersi, come previsto, in zone che dovevano essere
gia' state pacificate e "bonificate" dai soldati Usa, nel 2006 la missione
Isaf si e' trovata essa stessa impegnata, a fianco e al posto delle forze
Usa, nella "bonifica" di queste zone, ovvero nella guerra ai talebani.
Cosi', la missione Isaf e' diventata una missione di guerra, sovrapponendosi
e confondendosi con Enduring Freedom.
Confermare la partecipazione ad Isaf ignorando i cambiamenti che invece ci
sono stati, significa far prevalere la prassi sul diritto, mentire
all'opinione pubblica e calpestare l'articolo 11 della nostra Costituzione.
*
L'escalation del conflitto
Dopo una fase decrescente del conflitto durata tre anni (1.500 morti nel
2002, 1.000 nel 2003, 700 nel 2004), la guerra in Afghanistan e'
ricominciata piu' violenta che mai (2.000 morti nel 2005, 6.000 nel 2006 e
gia' 250 nei primi 15 giorni del gennaio 2007). Emblematico l'aumento delle
perdite tra le forze di occupazione Usa e Nato: 68 nel 2002, 57 nel 2003, 58
nel 2004 e poi 129 nel 2005 e 191 nel 2006.
I talebani rifugiatisi in Pakistan si sono infatti riorganizzati e hanno
ripreso il controllo di tutte le province del sud, sferrando attacchi su
vasta scala e ricorrendo anche ai kamikaze.
Le forze Usa di Enduring Freedom hanno ricominciato a bombardare con
l'aviazione le zone considerate roccaforti talebane e poi a sferrare
massicce offensive terrestri. Centinaia i civili, spacciati dai comandi Usa
per combattenti, uccisi in queste operazioni.
*
Due conti in tasca
La missione militare italiana in Afghanistan Isaf costa ai contribuenti
circa 300 milioni di euro all'anno. Solo per le spese di mantenimento truppe
e mezzi.
Mantenere 3 ospedali di standard occidentale, un centro di maternita', 27
cliniche e posti di pronto soccorso e un programma di assistenza sanitaria
nelle carceri, costa a una Ong italiana 6 milioni di euro all'anno.
Quanti ospedali, scuole e orfanotrofi si potrebbero aprire in Afghanistan
con le decine di milioni di euro spesi per pagare gli stipendi dei nostri
soldati e i pieni di benzina dei nostri blindati?
*
Le Ong e i militari
Alle critiche di chi definisce Isaf una missione di guerra travestita da
missione di pace, il governo risponde rivendicandone lo scopo umanitario,
dichiarando che essa contribuisce alla ricostruzione del Paese: direttamente
con le Squadre di Ricostruzione Provinciale (Prt) e indirettamente con la
protezione garantita alle Ong che altrimenti non potrebbero operare sul
territorio.
Ma le stesse Ong italiane, tutte quelle che hanno lavorato o che lavorano a
tutt'oggi in Afghanistan, insorgono contro quella che giudicano una
strumentalizzazione politica e una confusione di ruoli che finisce con
l'ostacolare e rendere pericoloso, invece che facilitare, il lavoro di
cooperazione e assistenza umanitaria.
Le Ong chiedono al governo di non usare la scusa dell'umanitarismo per
giustificare agli occhi dell'opinione pubblica decisioni di politica estera
che nulla hanno a che vedere con il bene della popolazione afgana, e di
valutare seriamente l'opportunita' di continuare a partecipare a una
missione "di pace" ormai indistinguibile dall'operazione di guerra Enduring
Freedom. Alcune, tra le piu' importanti Ong, chiedono esplicitamente il
ritiro dei nostri soldati dall'Afghanistan.
*
Dovevamo portare democrazia...
Washington ha installato al potere a Kabul il fedele ex consulente locale
della compagnia petrolifera Usa Unocal e del Pentagono, Hamid Karzai, e nel
2004 gli ha procurato la vittoria elettorale sostenendolo apertamente come
unico candidato possibile e pagandogli la campagna elettorale.
Ciononostante, l'autorita' del suo governo non si e' mai estesa fuori da
Kabul.
Le province sono rimaste sempre in mano ai signori della guerra e
dell'oppio: sanguinari criminali e fondamentalisti conservatori che, avendo
fatto da ascari agli Usa contro i talebani, si sono garantiti
l'intoccabilita' e nel 2005 - con la violenza e la corruzione e con il
placet Usa - sono finiti anche in Parlamento.
"Gli Stati Uniti hanno abbattuto un regime criminale solo per sostituirlo
con un altro regime criminale", ha detto la parlamentare afgana Malalai
Joya, che recentemente ha parlato anche a Montecitorio. "La comunita'
internazionale deve smetterla di sostenere quei signori della guerra che per
vent'anni hanno bombardato le nostre case, ucciso la nostra gente,
calpestato i nostri diritti e rovinato le nostre vite, e che ora siedono al
Governo e in Parlamento".
*
Dovevamo difendere i diritti umani...
La triste condizione delle donne non e' affatto migliorata, perche' essa e'
un prodotto della cultura afgana. I talebani l'avevano solo
"istituzionalizzata". Ora e' tornata, com'e' sempre stata, un affare
"privato", gestito dai capi famiglia invece che dai mullah.
La tortura nelle medievali carceri afgane continua a essere pratica comune.
In piu' avviene anche nelle strutture detentive militari Usa sparse per il
paese: il "sistema Abu Ghraib" e' stato inventato in Afghanistan (a Bagram
nel 2002) e solo poi esportato in Iraq. Nonostante lo scandalo suscitato
dalla morte per tortura di molti prigionieri in mano Usa, Washington si e'
sempre rifiutata di consentire ispezioni e inchieste indipendenti. Le
violenze contro i civili, gli stupri delle donne e i saccheggi durante i
rastrellamenti dei villaggi da parte delle milizie mercenarie afgane e delle
truppe straniere sono realta' quotidiane.
L'assenza di ogni rispetto per la vita dei civili da parte delle truppe Usa
e' continuamente confermata anche dagli incidenti stradali causati dai
blindati militari che hanno l'ordine di non fermarsi se investono qualcuno.
Tutto cio' provoca un crescente risentimento popolare nei confronti delle
truppe straniere, con conseguente allargamento della base di consenso della
resistenza talebana.
*
Dovevamo sradicare la piaga dell'oppio...
Invece che diminuire, in questi 5 anni la produzione di oppio afgano (che
arriva da noi come eroina) e' vertiginosamente aumentata, polverizzando il
record storico talebano del 1999 di 91.000 ettari di piantagioni in 18
province su 32, con oltre 165.000 ettari coltivati a oppio in 32 province su
32.
Un business intoccabile perche' gestito dai signori della guerra alleati
degli Usa (che altrimenti si rivolterebbero in armi) e dallo stesso governo
Karzai (lo stesso fratello del presidente, Walid Karzai, e' uno dei maggiori
trafficanti d'oppio del paese).
Il boom della coltivazione dell'oppio e' stato anche l'effetto degli
scellerati programmi Onu di sostegno alimentare. L'agricoltura tradizionale
afgana e' entrata in crisi a causa dell'afflusso di derrate gratuite che
hanno abbattuto i prezzi di mercato dei prodotti agricoli, mandando sul
lastrico migliaia di famiglie contadine che per questo sono state costrette
ad abbandonare le colture legali per darsi a quella illegale dei papaveri da
oppio, l'unica in grado di garantire la sussistenza.
*
Dovevamo portare sviluppo economico e benessere...
Al di la' della poverissima economia di sussistenza tradizionale basata su
agricoltura (legale e illegale), pastorizia e piccoli commerci (con un
reddito medio che non supera i 10 dollari al mese), non esistono nuovi
sbocchi lavorativi per gli afgani. L'unica novita', per sua natura
transitoria, e' rappresentata dagli impieghi per le Ong straniere e per le
organizzazioni internazionali (autisti, guardiani, ecc).
La massiccia presenza nel paese, e in particolare a Kabul, di stranieri
pieni di dollari, ha avuto un devastante effetto inflazionistico
(soprattutto per il mercato immobiliare urbano) che ha ulteriormente ridotto
il gia' infimo potere d'acquisto della popolazione. Senza contare la
comparsa di piaghe sociali come la prostituzione, tossicodipendenza e
malattie come l'Aids, prima inesistenti, frutto del degrado sociale ma anche
della presenza straniera.
*
Dovevamo ricostruire il paese...
Il business della ricostruzione e' un affare da 15 miliardi di euro in piena
espansione, gestito in gran parte dagli Stati Uniti (tramite UsAid). Peccato
che questi soldi o sono tornati indietro come profitti delle aziende
appaltatrici (quasi tutte Usa) - che per guadagnarci hanno gonfiato i conti
e risparmiato su tutto costruendo scuole e ospedali che ora sono chiusi
perche' pericolanti - o sono finiti in "spese di gestione" di Ong e
organizzazioni internazionali (stipendi stratosferici, vitto e alloggi di
standard occidentale e fuoristrada di lusso per il personale espatriato) o
ancora sono finiti nelle tasche di funzionari afgani corrotti. L'unica opera
di ricostruzione e' stata l'asfaltatura della "superstrada" Kabul-Kandahar,
eseguita a scopo di propaganda pro-Karzai durante la campagna elettorale del
2004 (oltre che per facilitare i movimenti via terra delle truppe
d'occupazione).
Il fallimento della ricostruzione internazionale ha causato un forte
risentimento popolare verso gli stranieri, considerati ormai dei bugiardi
che fanno solo il loro interesse.

5. GUERRA. "PEACEREPORTER": UNA SCHEDA DEL GIUGNO 2007 SUL CONFLITTO IN
AFGHANISTAN
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo la seguente
scheda del 22 giugno 2007 sul conflitto in Afghanistan]

Parti in conflitto
1979-1989: truppe sovietiche (e governative) contro guerriglia mujahedin
(sostenuta dagli Stati Uniti).
1989-1996: conflitti armati tra mujaheddin tagiki, uzbeki, hazari, pashtun.
1996-2002: taliban al governo (sostenuti da Pakistan e Arabia Saudita)
contro la  resistenza dei mujahedin tagiki, uzbeki e hazari uniti
nell'Alleanza del Nord (sostenuta da Russia, India, Iran, Tajikistan e
Uzbekistan).
2002-oggi: truppe americane e governative (del governo di Hamid Karzai)
contro la resistenza dei taliban e dei miliziani dell'Hezb-i Islami (di
Gulbuddin Hekmatyar) nelle province sud-orientali al confine col Pakistan;
milizie uzbeke del Jumbesh-i Milli (di Abdul Rashid Dostum) contro milizie
tagike del Jamiat-i Islami (di Mohammad Ustad Atta) nelle province
settentrionali del Paese.
*
Vittime
La guerra tra forze sovietiche e resistenza afgana (1979-1989), quella
successiva tra le varie fazioni di mujaheddin (1989-1996) e quella tra
talebani e Alleanza del Nord (1996-2001) hanno causato la morte di un
milione e mezzo di afgani, due terzi dei quali (un milione) civili.
L'intervento armato Usa alla fine del 2001 ha provocato la morte di 14.000
afgani, di cui almeno 10.000 combattenti talebani e quasi 4.000 civili. A
queste vittime vanno aggiunti migliaia di civili afgani morti nei mesi
successivi alla fine del conflitto per le malattie e la fame provocate dalla
guerra.
Dal 2002 a oggi la guerra ha causato altri 11.000 morti, di cui 6.000 solo
nel 2006.
Dallíinizio del 2007 i morti sono almeno 2.970 (562 civili, 1.887 talebani o
presunti tali, 422 militari afgani, 94 soldati della Nato).
*
Mine
L'Afghanistan e' uno dei paesi piu' minati del pianeta. Non c'e' provincia
afgana che non sia afflitta dal problema dei campi minati.
Secondo i dati della Ong britannica Halo Trust, dal 1979 ad oggi sono state
disseminate, ufficialmente, almeno 640.000 mine, tra antiuomo e anticarro. A
queste vanno aggiunti milioni di ordigni inesplosi (uxo).
Solo tra l'ottobre 2001 e il marzo 2002 le forze aeree Usa hanno sganciato
sull'Afghanistan 250.000 cluster bomb (Blu-97), la maggior parte delle quale
rimaste inesplose. Solo nel 2003 ne sono state rinvenute e distrutte quasi
13.000.
Dal 1979 ad oggi 400.000 afgani (per l'80% civili) sono rimasti uccisi o
mutilati dalle mine.
Da quando e' iniziata l'attivita' di sminamento, nel 1988, sono state
rinvenute e distrutte 250.000 mine e 3,3 milioni di ordigni inesplosi.
E' stato calcolato che per bonificare completamente il territorio afgano, ai
ritmi attuali ci vorrebbero piu' di quattromila anni.
*
Risorse contese
L'Afghanistan e' il maggior produttore di oppio al mondo (l'eroina afgana
rifornisce i tre quarti del mercato occidentale) ed e' ricco di smeraldi e
risorse minerarie. Ma il valore strategico del Paese e' legato ai gasdotti e
ai corridoi commerciali (stradali e ferroviari) che lo attraversano,
collegando gli Stati ex-sovietici dell'Asia centrale con il Pakistan e
l'India. Inoltre la recente scoperta di immensi giacimenti di uranio
potrebbe diventare una fonte potenziale di nuovi conflitti.
*
Fornitura armamenti
L'esercito afgano e' armato dall'Occidente (Usa e Gran Bretagna in testa), i
mujaheddin da Russia, India, Iran, Tajikistan e Uzbekistan. I taliban si
finanziano col commercio illegale di oppio e grazie all'appoggio indiretto
del Pakistan e dellíArabia Saudita.
*
Situazione attuale
Le forze Nato sono all'offensiva contro i talebani nelle province orientali
di Paktia, Khost e Nangarhar, in quelle centrali di Ghazni, Zabul e Uruzgan,
in quelle meridionali di Helmand e Kandahar e ora anche in quelle
occidentali di Farah ed Herat, dove si trova il contingente militare
italiano, che contribuisce alle operazioni Nato con una compagnia di
fanteria (missioni di pattugliamento a lungo raggio) e con quattro
distaccamenti operativi di forze speciali (missioni di combattimento a
fianco delle forze Usa).

6. MAESTRI E COMPAGNI. ETTORE MASINA: L'ANIMA GRANDE DI UN BURATTINO
[Dal sito di Ettore Masina (www.ettoremasina.it) riprendiamo il seguente
articolo apparso sul mensile "Jesus" nel gennaio 2008.
Ettore Masina, nato a Breno (Bs) il 4 settembre 1928, giornalista,
scrittore, fondatore della Rete Radie' Resch, gia' parlamentare, e' una
delle figure piu' vive della cultura e della prassi di pace. Sulle sue
esperienze e riflessioni si vedano innanzitutto i suoi tre libri
autobiografici: Diario di un cattolico errante. Fra santi, burocrati e
guerriglieri (Gamberetti, 1997); Il prevalente passato. Un'autobiografia in
cammino (Rubbettino, 2000); L'airone di Orbetello. Storia e storie di un
cattocomunista (Rubbettino, 2005). Tra gli altri suoi libri: Il Vangelo
secondo gli anonimi (Cittadella, 1969, tradotto in Brasile), Un passo nella
storia (Cittadella, 1974), Il ferro e il miele (Rusconi, tradotto in
serbo-croato), El Nido de Oro. Viaggio all'interno del terzo Mondo: Brasile,
Corno d'Africa, Nicaragua (Marietti, 1989), Un inverno al Sud. Cile,
Vietnam, Sudafrica, Palestina (Marietti, 1992), L'arcivescovo deve morire.
Monsignor Oscar Romero e il suo popolo (Edizioni cultura della pace, 1993
col titolo Oscar Romero, poi in nuova edizione nelle Edizioni Gruppo Abele,
1995), Comprare un santo (Camunia, 1994; O. G. E., 2006), Il volo del
passero (San Paolo, tradotto in greco), I gabbiani di Fringen (San Paolo,
1999), Il Vincere (San Paolo, 2002). Un piu' ampio profilo di Ettore Masina,
scritto generosamente da lui stesso per il nostro foglio, e' nel n. 418 de
"La nonviolenza e' in cammino"]

Credo che la ragione per la quale siamo in molti ad amare Roberto Benigni e'
perche' egli ci riporta irresistibilmente alla nostra infanzia. Non soltanto
Pinocchio, come ha voluto essere esplicitamente in un film: Benigni e'
anche, forse senza saperlo, molti altri protagonisti dei nostri giochi e
delle fiabe che ci incantavano. Sboccia (esplode) nello schermo televisivo
come uno di quei pupazzi a molla che non ci stancavamo mai di far balzare
fuori da una scatola: con le loro braccine aperte quasi per un abbraccio e
un'enorme lingua protesa a sbeffeggiarci. Se compare in teatro, eccolo
percorrere il palcoscenico a grandi balzi come se calzasse gli Stivali delle
Sette Leghe: qualche volta e' un burattino appeso ai fili del Teatro dei
Pupi e qualche volta e' il fratello maggiore che onora noi piccoli,
ammettendoci in una societa' segreta di Maghi, Pirati & Mostri Venusiani.
Persino quando si lascia andare a una parolaccia o addirittura a un doppio
senso, ha il candore con il quale talvolta noi bambini provavamo cautamente
a ripetere davanti ai nostri genitori un'espressione appena imparata da un
compagno: non avendone compreso bene il significato, volevamo, come si
direbbe oggi, "testarla", cioe' capire se potevamo usarla liberamente oppure
riservarla prudentemente ai nostri discorsi con i coetanei.
Anche da quando ha cominciato a leggerci e commentarci la Divina Commedia
(benissimo, dicono gli Intenditori, quelli che non sono gelosi) Benigni e'
rimasto dei nostri. Per non pochi di noi, a scuola, quella lettura e'
risultata noiosa o addirittura antipatica. Ci sembrava di trovarci a tre
livelli: lo spirito del Poeta gonfiava le vele della grande nave della
Letteratura; sul ponte, al timone, stava l'Insegnante, ma, prigionieri della
nostra scontata immaturita', noi ragazzi eravamo confinati nella stiva.
Attraverso i boccaporti, il professore ci raccontava i paesaggi e i
personaggi descritti dall'Alighieri, ci spiegava cosa memorizzare e cosa no,
le sottigliezze e la meraviglie di una lingua che pero' la voce burocratica
che scendeva dall'alto rendeva arcigna, paludata, ostica e quasi
incomprensibile. Benigni, invece, ci tiene accanto al suo leggio come
comprimari e complici; ci chiede di scendere insieme nelle profondita' del
poema e sollecita irresistibilmente in noi i due sentimenti che egli stesso
prova: lo stupore davanti alla grandezza della poesia e la gioia che ne
deriva. Dicono che un importante cardinale abbia definito l'Omino di Vergaio
"grande teologo", dopo la sua lettura del XXXIII canto del Paradiso. Non so
se sia vero, ma mi sia consentito di dichiarare che, quanto a me, trovo
spesso nei commenti danteschi di Benigni una toccante "pastoralita'". Penso
cioe' che sarebbe bellissimo se anche nelle nostre chiese risuonassero
talvolta voci vibranti del suo emozionato stupore davanti al mistero, e
della sua gioia di ragazzo per l'annunzio che ne nasce.

7. MAESTRE. SIMONE WEIL: PEDAGOGIA
[Da Simone Weil, Quaderni. II, Adelphi, Milano 1985, 1991, p. 62.
Simone Weil, nata a Parigi nel 1909, allieva di Alain, fu professoressa,
militante sindacale e politica della sinistra classista e libertaria,
operaia di fabbrica, miliziana nella guerra di Spagna contro i fascisti,
lavoratrice agricola, poi esule in America, infine a Londra impegnata a
lavorare per la Resistenza. Minata da una vita di generosita', abnegazione,
sofferenze, muore in Inghilterra nel 1943. Una descrizione meramente esterna
come quella che precede non rende pero' conto della vita interiore della
Weil (ed in particolare della svolta, o intensificazione, o meglio ancora:
radicalizzazione ulteriore, seguita alle prime esperienze mistiche del
1938). Ha scritto di lei Susan Sontag: "Nessuno che ami la vita vorrebbe
imitare la sua dedizione al martirio, o se l'augurerebbe per i propri figli
o per qualunque altra persona cara. Tuttavia se amiamo la serieta' come
vita, Simone Weil ci commuove, ci da' nutrimento". Opere di Simone Weil:
tutti i volumi di Simone Weil in realta' consistono di raccolte di scritti
pubblicate postume, in vita Simone Weil aveva pubblicato poco e su periodici
(e sotto pseudonimo nella fase finale della sua permanenza in Francia stanti
le persecuzioni antiebraiche). Tra le raccolte piu' importanti in edizione
italiana segnaliamo: L'ombra e la grazia (Comunita', poi Rusconi), La
condizione operaia (Comunita', poi Mondadori), La prima radice (Comunita',
SE, Leonardo), Attesa di Dio (Rusconi), La Grecia e le intuizioni
precristiane (Rusconi), Riflessioni sulle cause della liberta' e
dell'oppressione sociale (Adelphi), Sulla Germania totalitaria (Adelphi),
Lettera a un religioso (Adelphi); Sulla guerra (Pratiche). Sono fondamentali
i quattro volumi dei Quaderni, nell'edizione Adelphi curata da Giancarlo
Gaeta. Opere su Simone Weil: fondamentale e' la grande biografia di Simone
Petrement, La vita di Simone Weil, Adelphi, Milano 1994. Tra gli studi cfr.
AA. VV., Simone Weil, la passione della verita', Morcelliana, Brescia 1985;
Gabriella Fiori, Simone Weil, Garzanti, Milano 1990; Giancarlo Gaeta, Simone
Weil, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1992; Jean-Marie
Muller, Simone Weil. L'esigenza della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele,
Torino 1994; Angela Putino, Simone Weil e la Passione di Dio, Edb, Bologna
1997; Eadem, Simone Weil. Un'intima estraneita', Citta' Aperta, Troina
(Enna) 2006; Maurizio Zani, Invito al pensiero di Simone Weil, Mursia,
Milano 1994]

Pedagogia - Nelle scuole elementari si dovrebbe fornire ai bambini la lista
delle cose sulle quali la scienza non e' in grado di dare alcuna
informazione.

8. STRUMENTI DI LAVORO. L'AGENDA DELL'ANTIMAFIA 2008
Uno strumento di lavoro che vivamente raccomandiamo: l'Agenda dell'antimafia
2008, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 2007,
euro 10. A cura di Anna Puglisi e Umberto Santino, edita dal Centro
Impastato con Addiopizzo, Cesvop, Comune di Gela, Consorzio Ulisse.
L'agenda puo' essere richiesta al Centro siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato", via Villa Sperlinga 15, 90144 Palermo, tel.
0916259789, fax: 0917301490, e-mail: csdgi at tin.it, sito:
www.centroimpastato.it

9. STRUMENTI DI LAVORO. L'AGENDA "GIORNI NONVIOLENTI" 2008
Dal 1994 ogni anno le Edizioni Qualevita pubblicano l'agenda "Giorni
nonviolenti" che nelle sue oltre 400 pagine offre spunti giornalieri di
riflessione tratti dagli scritti o dai discorsi di persone che alla
nonviolenza hanno dedicato una vita intera: ne risulta una sorta di
"antologia della nonviolenza" che ogni anno viene aggiornata e completamente
rinnovata. Uno strumento di lavoro che vivamente raccomandiamo.
Per richieste: Qualevita Edizioni, via Michelangelo 2, 67030 Torre dei Nolfi
(Aq), tel. e fax: 0864460006, cell. 3495843946, e-mail: info at qualevita.it,
sito: www.qualevita.it
Il costo di una copia di "Giorni nonviolenti" 2008 e' di 10 euro, sconti
progressivi per l'acquisto di un numero di copie maggiore.

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

11. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 341 del 21 gennaio 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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