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Minime. 342



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 342 del 22 gennaio 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Norberto Bobbio: Non uccidere
2. Vittorio Emanuele Giuntella ricorda Primo Levi
3. Bianca Guidetti Serra ricorda Primo Levi
4. L'Agenda dell'antimafia 2008
5. L'agenda "Giorni nonviolenti" 2008
6. Enrico Piovesana: In Afghanistan una guerra sempre piu' crudele. In
questi giorni altre centinaia di vittime civili per la fame e il freddo
7. Peppe Sini: L'Italia in guerra, l'Italia nella coalizione terrorista e
stragista
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. MAESTRI. NORBERTO BOBBIO: NON UCCIDERE
[Il testo seguente, che nuovamente riproponiamo, e' quello del discorso
pronunciato a conclusione del dibattito sull'omonimo film di Claude
Autant-Lara (Torino, 4 dicembre 1961), pubblicato in "Resistenza", XV, n.
12, dicembre 1961, p. 4; successivamente ristampato in Norberto Bobbio, Il
terzo assente, Edizioni Sonda, Milano-Torino 1989, pp. 139-142.
Norberto Bobbio e' nato a Torino nel 1909 ed e' deceduto nel 2004,
antifascista, filosofo della politica e del diritto, autore di opere
fondamentali sui temi della democrazia, dei diritti umani, della pace, e'
stato uno dei piu' prestigiosi intellettuali italiani del XX secolo. Opere
di Norberto Bobbio: per la biografia (che si intreccia con decisive vicende
e cruciali dibattiti della storia italiana di questo secolo) si vedano il
volume di scritti autobiografici De Senectute, Einaudi, Torino 1996; e
l'Autobiografia, Laterza, Roma-Bari 1997; tra i suoi libri di testimonianze
su amici scomparsi (alcune delle figure piu' alte dell'impegno politico,
morale e intellettuale del Novecento) cfr. almeno Italia civile, Maestri e
compagni, Italia fedele, La mia Italia, tutti presso l'editore Passigli,
Firenze. Per la sua riflessione sulla democrazia cfr. Il futuro della
democrazia; Stato, governo e societa'; Eguaglianza e liberta'; tutti presso
Einaudi, Torino. Sui diritti umani si veda L'eta' dei diritti, Einaudi,
Torino 1990. Sulla pace si veda Il problema della guerra e le vie della
pace, Il Mulino, Bologna, varie riedizioni; Il terzo assente, Sonda, Torino
1989; Una guerra giusta?, Marsilio, Venezia 1991; Elogio della mitezza,
Linea d'ombra, Milano 1994. A nostro avviso indispensabile e' anche la
lettura di Politica e cultura, Einaudi, Torino 1955, 1977; Profilo
ideologico del Novecento, Garzanti, Milano 1990; Teoria generale del
diritto, Giappichelli, Torino 1993. Opere su Norberto Bobbio: segnaliamo
almeno Enrico Lanfranchi, Un filosofo militante, Bollati Boringhieri, Torino
1989; Piero Meaglia, Bobbio e la democrazia: le regole del gioco, Edizioni
cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1994; Tommaso Greco, Norberto
Bobbio, Donzelli, Roma 2000; AA. VV., Norberto Bobbio tra diritto e
politica, Laterza, Roma-Bari 2005; AA. VV., Norberto Bobbio maestro di
democrazia e di liberta', Cittadella, Assisi 2005; AA. VV., Lezioni Bobbio,
Einaudi, Torino 2006. Per la bibliografia di e su Norberto Bobbio uno
strumento di lavoro utilissimo e' il sito del Centro studi Piero Gobetti
(www.erasmo.it/gobetti)]

Mi propongo di chiarire il significato storico e il significato attuale
dell'obiezione di coscienza. Parto dalla definizione piu' generale:
l'obiettore di coscienza e' colui che rifiuta incondizionatamente la guerra.
Si badi: incondizionatamente, cioe' senza condizioni. In altre parole: e'
colui che non accetta nessuno dei tentativi che sono stati fatti per
giustificare la guerra.
Si dira': nulla di nuovo. Tutti condannano la guerra. La condannano, ma la
fanno. E poi, e' vero che tutti condannano la guerra? Siamo proprio sicuri
di essere tutti d'accordo che la guerra e' cosa da condannarsi
incondizionatamente?
Guardiamo la storia, la storia della nostra civilta' cristiana,
illuministica, umanitaria. Abbiamo sempre giustificato la guerra. Moralisti,
filosofi, teologi sono andati a gara a escogitare teorie per giustificare la
guerra. E la guerra, sinora, c'e' sempre stata. Noi l'abbiamo giustificata
proprio perche' c'e' sempre stata. E, del resto, come e' possibile resistere
alla tentazione di dare una giustificazione di quello che e' un elemento
costitutivo, essenziale, della nostra storia? Poiche' parte della storia e'
storia di guerre, se noi non riuscissimo a giustificare la guerra, la storia
ci apparirebbe o come un immenso errore o come una assurda follia. Per non
dover credere che la storia umana sia una storia sbagliata o assurda,
filosofi, moralisti e teologi hanno dovuto giustificare la guerra.
E' stata giustificata in tanti modi. Ne indico quattro.
Anzitutto con la distinzione, accolta per alcuni secoli dalla teoria del
diritto internazione, tra guerre giuste e ingiuste. Si dice: non tutte le
guerre sono uguali; vi e' guerra e guerra. Alcune guerre sono un male, altre
non lo sono. Sono un male, per esempio, soltanto le guerre di conquista, non
le guerre di difesa.
Seconda giustificazione: la guerra e' un male minore. Tutte le guerre sono
un male, ma vi possono essere malanni peggiori della guerra, la perdita
della liberta', dell'onore nazionale, della fede avita. Qui siamo di fronte
a un conflitto di valori. La guerra rappresenta solo la negazione di un
valore, quello della pace. Ma la pace e' il valore supremo? Non vi sono
altri valori piu' alti della pace? La liberta', la giustizia, l’onore, la
religione?
Terza giustificazione: la guerra e' un male (non si dice se maggiore o
minore, e non si fa piu' un confronto con qualche altro valore) ed e' un
male necessario. Necessario perche' senza guerra non c'e' progresso, non
c'e' sviluppo storico. La storia procede per affermazioni e negazioni: se
non ci fosse la negazione, non ci sarebbe neppure l'affermazione. E' la
concezione dialettica della storia, oppure la concezione della guerra come
molla del progresso. Il pacifista Kant aveva fatto l'elogio dell'antagonismo
e della guerra. Chi volesse raccogliere un bel florilegio di elogi della
guerra come momento necessario dello sviluppo storico, non avrebbe che
l'imbarazzo della scelta.
Quarta giustificazione: la guerra non e' ne' un bene ne' un male. E' un
fatto. Essendo un fatto, e' quello che e'. Non si discute: lo si accetta. Fa
parte del nostro destino o se volete, del disegno della provvidenza. Anche
Croce si inchinava alla tremenda maesta' della guerra, e l'immanentista
Gentile la chiamava "dramma divino". Se la guerra e' inevitabile, non
possiamo far nulla contro di essa. Magari non provocarla, ma quando scoppia
per ragioni imprevedibili e insondabili, bisogna fare il proprio dovere.
Riflettiamo su questa frase: fare il proprio dovere. Fare il proprio dovere
significa in questo contesto accettare il proprio destino, accettare la
condanna di essere uomini.
Ho voluto soffermarmi brevemente sulle principali ideologie della guerra,
perche' solo cosi' entriamo nel vivo del problema agitato dagli obiettori di
coscienza. In termini generali, si puo' dire che l'obiettore di coscienza e'
colui che non accetta in principio nessuna di queste, e di altre possibili
giustificazioni. L'obiettore di coscienza e' colui che, affermando che la
guerra e' violenza e che la violenza e' un male assoluto, conclude che la
guerra e' un male assoluto.
Primo: per l'obiettore non vi sono guerre giuste e ingiuste. E la guerra di
difesa? Anche la guerra di difesa e' violenza. E poi chi ha il diritto di
distinguere la guerra di offesa da quella di difesa? Esiste nella storia dei
rapporti tra gli stati l'innocente? Chi e' stato il primo colpevole? Chi
sara' l'ultimo innocente? O non e' forse vero che la ferrea catena di
guerre, in cui consiste la nostra storia, ci rende impossibile risalire alla
prima radice del male? E allora non bisogna spezzare questa catena? Ma per
spezzarla occorre pure che qualcuno cominci. L'obiettore di coscienza e'
colui che dice: comincio io, e accada quel che deve accadere.
Secondo: la guerra non e' un male minore; e' puramente e semplicemente un
male. Non bisogna fare il male, ecco tutto. E poi non e' il male minore,
perche' tutti i mali si generano dalla violenza. E non vi e' bene che possa
essere barattato con la perdita della pace, perche' la pace e' la condizione
stessa del fiorire di tutti gli altri valori.
Terzo: la guerra non e' un male necessario. Puo' ben darsi che, dopo la
guerra, la storia umana faccia un passo innanzi. Ma quanti ne ha fatti
indietro per causa della guerra? Tanto orrenda e' la situazione di guerra,
che, tornata la pace, ci sembra di aver fatto un passo innanzi. Ma come
possiamo sapere quale sarebbe stato il destino dell'uomo se non ci fossero
state guerre? Come possiamo saperlo se le guerre ci sono sempre state? Come
possiamo paragonare il progresso storico attraverso le guerre col progresso
storico attraverso la pace, se sino ad ora l'umanita' ha conosciuto soltanto
il primo e non anche il secondo di questi due corsi?
Quarto: la guerra non e' un fatto inevitabile. Dipende da noi, dalle nostre
passioni che possiamo reprimere, dai nostri interessi che possiamo
conciliare, dai nostri istinti che dobbiamo correggere e frenare. Se abbiamo
saputo eliminare le guerre tra individui, tra comuni, perche' dovrebbe
continuare a sussistere la guerra tra gli stati? Perche', dal semplice fatto
che un evento e' sempre stato, dobbiamo dedurne che sempre sara'? Dov'e'
scritto e chi l'ha scritto?
Ho voluto riassumere brevemente (e imperfettamente) alcuni eterni motivi
dell'obiezione di coscienza, perche' oggi ci troviamo di fronte a una
situazione nuova, a una vera e propria svolta della storia umana, di fronte
alla quale l'obiezione di coscienza, il dir di no alla guerra, assume un
significato piu' attuale, piu' vasto, piu' universale. La situazione nuova
e' quella che e' determinata dalla corsa spaventosa verso gli armamenti
atomici. La situazione e' nuova, perche' per la prima volta nella storia la
guerra totale puo' portare all'annientamento della vita sulla terra, cioe'
della storia stessa dell'uomo.  Ci vuole un certo sforzo d'immaginazione per
comprendere che questo puo' accadere: ma questo sforzo dobbiamo farlo.
Di fronte all'evento possibile della distruzione della storia, ogni
giustificazione della guerra diventa impossibile. Siamo in una condizione in
cui non possiamo piu' accettare la guerra. Il che significa che siamo
diventati, che dobbiamo diventare tutti quanti potenzialmente obiettori di
coscienza. L'alternativa e' questa: o l'obiezione di coscienza, nel senso di
impossibilita' morale di accettare la guerra, o la possibile distruzione del
genere umano. Se vi paiono un po' troppo apocalittiche queste mie
considerazioni, vi invito a ragionarvi su.
Primo: di fronte alla possibile catastrofe atomica non vi sono piu' guerre
giuste o ingiuste; una guerra, qualunque essa sia, che puo' provocare la
scomparsa della vita sulla terra, e' ingiusta.
Secondo: e' semplicemente stolto considerare la guerra, che puo' avere una
simile conseguenza, come un male minore: non ci sono alternative possibili.
Di fronte alle guerre del passato puo' avere ancora un senso parlare di
alternativa tra la pace e la liberta', tra la pace e la giustizia, tra la
pace e l'onore. Ma di fronte alla guerra atomica, quale alternativa potrebbe
ancora concepirsi? O la liberta' o il suicidio universale? Chi beneficerebbe
di questa liberta'?
Terzo: la guerra non puo' piu' essere considerata come un male necessario,
come uno strumento di bene. Quale bene, se dopo non c'e' piu' nulla? La
guerra atomica non e' un mezzo per raggiungere qualche altra cosa, ma un
fine, anzi, meglio, e' la fine.
Quarto: la guerra non puo' piu' essere considerata come un fatto
inevitabile, a meno che si accetti come fatto inevitabile (badate,
inevitabile), l'autodistruzione dell'uomo.
Forse qualcuno potrebbe considerare che con questa considerazione io sia
andato fuori tema. Ma riflettiamo: obiezione di coscienza significa rifiuto
di portare armi. Ora quando nel concetto di arma rientra una bomba che, come
si legge nei giornali, ha da sola il potere esplosivo di meta' di tutte le
bombe gettate nell'ultima guerra, mi domando se il portar armi non sia
diventato un problema di coscienza non solo per l'obiettore che protesta in
nome della sua fede religiosa, ma per ciascuno di noi, in nome
dell'umanita'. Obiezione di coscienza significa letteralmente quella
situazione in cui la nostra coscienza ci vieta col suo imperativo di
compiere un'ingiustizia. Se interroghiamo la nostra coscienza, non possiamo
piu' rifiutarci di riconoscere che oggi - questa e' dunque la conclusione
cui volevo giungere - siamo, almeno in potenza, tutti quanti obiettori.

2. MEMORIA. VITTORIO EMANUELE GIUNTELLA RICORDA PRIMO LEVI
[L’intervento qui ancora una volta riportato fu tenuto al convegno su
"L'opera di Primo Levi e la sua incidenza sulla cultura italiana e
internazionale, a un anno dalla scomparsa", promosso dall'Aned (Associazione
nazionale ex deportati politici nei campi di sterminio nazisti), dalla
Comunita' ebraica di Torino, dalla Giulio Einaudi Editore, con il patrocinio
del Consiglio Regionale del Piemonte, svoltosi a Torino, a Palazzo Lascaris,
il 28-29 marzo 1988. Gli atti sono stati pubblicati nel volume (a cura del
Consiglio regionale del Piemonte e dell'Aned), Primo Levi: il presente del
passato. Giornate internazionali di studio, Franco Angeli, Milano 1991;
l'intervento di Vittorio Emanuele Giuntella, "La memoria dell'offesa", e'
riportato alle pp. 79-82, nella nostra trascrizione abbiamo omesso le note a
pie' di pagina.
Vittorio Emanuele Giuntella, nato nel 1913, dopo l'8 settembre 1943, tenente
degli alpini, fu uno degli ufficiali italiani che rifiutarono di servire i
nazifascisti e fu internato in Lager della Polonia e della Germania.
Storico, docente di storia dell'eta' dell'illuminismo all'Universita' di
Roma, costantemente impegnato per i diritti umani, e' stato tra i piu'
autorevoli rappresentanti dell'Opera Nomadi. E' scomparso nel 1996. Opere di
Vittorio Emanuele Giuntella: autorevolissimi i suoi studi sul '700 e quelli
sulle vicende della seconda guerra mondiale, della deportazione e della
Resistenza; fondamentale e' il suo volume Il nazismo e i Lager, Studium,
Roma 1979.
Primo Levi e' nato a Torino nel 1919, e qui e' tragicamente scomparso nel
1987. Chimico, partigiano, deportato nel lager di Auschwitz, sopravvissuto,
fu per il resto della sua vita uno dei piu' grandi testimoni della dignita'
umana ed un costante ammonitore a non dimenticare l'orrore dei campi di
sterminio. Le sue opere e la sua lezione costituiscono uno dei punti piu'
alti dell'impegno civile in difesa dell'umanita'. Opere di Primo Levi:
fondamentali sono Se questo e' un uomo, La tregua, Il sistema periodico, La
ricerca delle radici, L'altrui mestiere, I sommersi e i salvati, tutti
presso Einaudi; presso Garzanti sono state pubblicate le poesie di Ad ora
incerta; sempre presso Einaudi nel 1997 e' apparso un volume di
Conversazioni e interviste. Altri libri: Storie naturali, Vizio di forma, La
chiave a stella, Lilit, Se non ora, quando?, tutti presso Einaudi; ed Il
fabbricante di specchi, edito da "La Stampa". Ora l'intera opera di Primo
Levi (e una vastissima selezione di pagine sparse) e' raccolta nei due
volumi delle Opere, Einaudi, Torino 1997, a cura di Marco Belpoliti. Opere
su Primo Levi: AA. VV., Primo Levi: il presente del passato, Angeli, Milano
1991; AA. VV., Primo Levi: la dignita' dell'uomo, Cittadella, Assisi 1994;
Marco Belpoliti, Primo Levi, Bruno Mondadori, Milano 1998; Massimo Dini,
Stefano Jesurum, Primo Levi: le opere e i giorni, Rizzoli, Milano 1992;
Ernesto Ferrero (a cura di), Primo Levi: un'antologia della critica,
Einaudi, Torino 1997; Ernesto Ferrero, Primo Levi. La vita, le opere,
Einaudi, Torino 2007; Giuseppe Grassano, Primo Levi, La Nuova Italia,
Firenze 1981; Gabriella Poli, Giorgio Calcagno, Echi di una voce perduta,
Mursia, Milano 1992; Claudio Toscani, Come leggere "Se questo e' un uomo" di
Primo Levi, Mursia, Milano 1990; Fiora Vincenti, Invito alla lettura di
Primo Levi, Mursia, Milano 1976]

Sono molto imbarazzato, oltre che commosso, nel prendere la parola in
occasione di questo convegno, che ha delineato i diversi aspetti (storici,
letterari, etici) dell'attivita' di Primo Levi. Sono per mestiere uno
storico, ma del valore storico dell'opera di lui ha gia' parlato
autorevolmente Guido Quazza. D'altra parte chi ha letto il mio volume Il
nazismo e i lager, sa quale grande parte degli scritti di Primo Levi sono da
me citati come fonte storica.
Non posso, percio', che parteciparvi la mia emozione per essere con voi,
ancora una volta in questa sala, dove tanto spesso l'ho ascoltato e, oggi,
per parlare proprio del nostro comune amico Primo Levi.
Dico subito, riprendendo quel che ha affermato David Meghnagi, citando la
frase di un combattente non ebreo del gruppo di partigiani ebrei, di cui ha
scritto Primo Levi in Se non ora, quando?, che sono con voi una volta di
piu' come cristiano. Perche', come disse Pio XI nel 1938, non si puo' essere
cristiani senza essere spiritualmente dei semiti. Ma, detto questo, e'
chiaro che non posso e non intendo fare una lettura "cristiana" dell'opera
di Primo Levi, perche' sarebbe da parte mia una mistificazione.
Posso dirvi soltanto alcune mie riflessioni, di me, povero uomo, coinvolto
in qualche modo, anche se molto diverso, dall'oppressione nazista. E,
anzitutto, vorrei dire quello che debbo all'amicizia con Primo Levi anche
per la comprensione totale dell'oppressione nazista. Ci siamo salutati per
l'ultima volta in una sala di questo palazzo; parlavamo della Conferenza di
Wannsee, quarantacinque anni dopo, nel gennaio dello scorso anno. Mi aveva
chiesto di parlare prima di me perche' era ansioso di tornare subito a casa.
Avevo appena cominciato la mia relazione e lui passando mi mise una mano
sulla spalla. Chiesi all'uditorio che mi lasciassero salutare Primo, perche'
non potevo non salutare un amico come lui. Mi girai, lo abbracciai e gli
dissi: "Ricordati che ti vogliamo bene!" e fummo applauditi. Quasi un
presentimento!
Ci eravamo conosciuti qui a Torino in una memorabile serata, nel 1960, a
parlare, in un teatro, ad una folla di giovani (e non piu' giovani) della
deportazione. Mi colpi' in quella prima volta (e da allora tutte le volte
che ci trovammo insieme a parlare) la chiarezza della sua esposizione, la
semplicita' del suo stile, l'assenza di risentimento personale, ma anche
l'estrema nettezza, senza compromessi, o mascheramenti, della sua posizione.
Il male di Auschwitz, aveva scritto in Se questo e' un uomo, ha contaminato
gli uomini e si e' diffuso come una pestilenza e il contagio e'
inarrestabile se non lo si fronteggia con energia. Forse il titolo del
volume che segui' a Se questo e' un uomo, La tregua, voleva proprio
riferirsi ad un esito, che poteva essere provvisorio.
A Torino nel 1983, in uno di quei convegni internazionali, che sono divenuti
una preziosa occasione d'incontro, egli parlo' della "memoria dell'offesa",
argomento che riprese e allargo' piu' tardi, "strumento meraviglioso ma
fallace" perche' "i ricordi che giacciono in noi, non sono incisi nella
pietra", ma al tempo stesso ribadiva la perennita' e la necessita' del
ricordo e citava le parole di Jean Amery: "Chi e' stato torturato rimane
torturato", e anche, "l'abominio dell'annullamento non si estingue mai".
Primo Levi commentava: "L'oppressore resta tale, e cosi' la vittima; il
primo e' da punire e da esecrare (ma, se possibile, da capire), la seconda
e' da compiangere e da aiutare", "ma entrambi davanti alla realta' bruta del
fatto che e' stato irrevocabilmente commesso, hanno bisogno di rifugio e di
difesa". Al tempo stesso si indignava per le dichiarazioni di Darquier de
Pellepoix all'"Express" e, soprattutto, lamentava la maggiore facilita' di
diffusione che sembra avere la menzogna.
Nella prefazione a La vita offesa, di Anna Bravo e Daniele Jalla, tornava a
parlare del male oscuro di Auschwitz (non piu' circoscrivibile in una
denominazione geografica) perche', egli diceva, "la deportazione politica di
massa, associata alla volonta' della strage ed al ripristino dell'economia
schiavistica, e' centrale nella storia del nostro secolo". Egli vedeva
nell'esperienza del lager la riduzione dell'uomo alla "pura istintualita'" e
l'adattamento ad un livello di vita subumano, ma anche il ravvivarsi di "una
forza superstite" e una "volonta' non domata di proseguire la lotta", di
sopravvivere per raccontare agli altri la minaccia terribile e inaudita
fatta all'uomo: "se morremo qui in silenzio come vogliono i nostri nemici,
se non ritorneremo, il mondo non sapra' di che cosa l'uomo e' stato capace,
di che cosa e' tuttora capace".
Da questa ansia nasce il suo impulso a raccontare: "Considerate se questo e'
un uomo (...) Che non conosce pace / Che lotta per mezzo pane / Che muore
per un si' o per un no. (...) Meditate che questo e' stato: / Vi comando
queste parole. / Scolpitele nel vostro cuore". Un impegno a ricordare, detto
con accento biblico: "Ricorda che cosa ti ha fatto Amalek". Ma anche il
ricordo di chi e' "restato uomo" anche in Auschwitz, dove il meccanismo
razionale, non folle, ma lucido, tendeva alla totale spersonalizzazione.
L'ex sottufficiale austriaco Steinlauf invita Primo Levi a non lasciarsi
abbrutire, perche' questo e' quello che "loro" vogliono, e che "noi" abbiamo
la liberta' di negare. Questa e' la suprema liberta' di chi tutto ha
perduto. Ricordo ancora la bellissima pagina de I sommersi e i salvati,
improntata al racconto biblico che narra di Gedeone, che sceglie i guerrieri
guardando come bevono l'acqua del fiume, riversi sulla spiaggia e
lambendola, o in ginocchio, o in piedi, recandola alla bocca nel palmo della
mano. Questa ultima liberta' di restare uomo e di negare il consenso, dice
l'altro grande deportato Viktor E. Frankl, e' un patrimonio interiore, che
si puo' ancora contendere a "loro".
Ricordate la figura del rabbino Wachsmann reso diafano dalla fatica e dalla
fame, ma dal cui volto traspare una incomparabile forza spirituale e,
percio', e' ancora vivo? E al tempo stesso il rifiuto di una sorta di
"provvidenzialita'" intesa, direi, materialisticamente, espresso in quella
sconcertante pagina dello scampato, per quella volta, alla selezione, che
prega ringraziando, e del giovane greco, che l'indomani andrà in fumo e che
guarda fisso il soffitto della baracca. "Se fossi Dio", esclama Primo Levi,
"sputerei a terra la preghiera di Kuhn".
Una espressione dura, che può scandalizzare solo colui che non e' aduso alla
durezza del linguaggio della Bibbia, il linguaggio di Giobbe, che contrasta
con Dio e si arrende solo alla fine, quando echeggiano le parole divine:
"Chi sei tu, o uomo...", o il linguaggio degli ebrei dell'Esodo a Massa e
Meriba: "Dio e' con noi, si' o no". Il linguaggio e la speranza, dice Primo
Levi, dei "salvamenti biblici". Non dimentichiamo che Primo Levi ha voluto
mettere al primo posto nella raccolta antologica La ricerca delle radici
(1981), proprio un brano di Giobbe, che puo' sorprendere, ripeto, solo chi
e' abituato a un linguaggio edulcorato (e percio' corrotto) del suo rapporto
con Dio.
Anche per questo ieri abbiamo sentito con piacere Norberto Bobbio, maestro
di tutti noi, anche di chi non e' stato suo allievo, dire che c'e' stata una
frattura tra un tempo anteriore ad Auschwitz ed un tempo del dopo; quella
frattura, che ha interessato concordemente (per la prima volta nella storia
del mondo occidentale) teologi israeliti, cattolici e protestanti.
Chiedo scusa se mi sono lasciato andare ad una meditazione a voce alta sugli
scritti di Primo Levi. Ma anche Guido Quazza ricordava che molte pagine di
Primo Levi sono "semplici e incomprensibili"; cioe', se ho ben compreso,
misteriose, come quelle della Bibbia.
Urge dentro di noi tanta memoria e tanto rimpianto dell'amico lontano, ma
non perduto, come ricordava quel grande rabbino della tradizione ebraica, il
quale agli amici, che ne piangevano la partenza per una terra, che dicevano
lontana, rispose: "Lontano da chi? Lontano da che cosa?". Perche' ha scritto
Primo Levi in una poesia dedicata "Agli amici" nel 1985, "fra noi per almeno
un momento / [e'] stato teso un segmento / una corda ben definita", che
neppure la separazione della morte puo' spezzare. Cosi' intendo, ancora
oggi, il mio legame con Primo Levi.

3. MEMORIA. BIANCA GUIDETTI SERRA RICORDA PRIMO LEVI
[Ringraziamo ancora una volta Bianca Guidetti Serra - che con Primo Levi ha
condiviso una lunga amicizia - per averci a suo tempo messo a disposizione
la trascrizione - che qui ancora una volta riportiamo - di quanto da lei
detto il 21 maggio 1987 nel corso di un ricordo di Primo Levi al Tempio
Maggiore Ebraico a Torino.
Bianca Guidetti Serra, impegnata nella Resistenza, avvocato, parlamentare.
Una delle figure piu' autorevoli della vita democratica italiana. Opere di
Bianca Guidetti Serra: Felicita' nell'adozione, Ferro, Milano 1968; (con
Francesco Santanera), Il paese dei Celestini, Einaudi, Torino 1973;
Compagne, Einaudi, Torino 1977; Le schedature Fiat, Rosenberg & Sellier,
Torino 1984; Storie di giustizia, ingiustizia e galera, Linea d'ombra,
Milano 1994]

Non sono qui a tessere astrattamente l'elogio dell'amicizia, ne' a tentare
un esercizio retorico. Ricordo solo che presso gli antichi l'amicizia fu
considerata una virtu'.
Questa virtu', o questo sentimento, fu vivissimo in Primo e lo
contraddistinse come uomo e come scrittore. Ma e' possibile scindere le due
figure?
Torna in mente l'inizio del racconto "Stanco di finzioni" del volume Lilit:
"Chi ha avuto l'occasione di confrontare l'immagine reale di uno scrittore
con quella che si puo' desumere dai suoi scritti sa quanto sia frequente il
caso che esse non coincidano... Ma quanto e' gradevole, invece, pacificante,
rasserenante, il caso inverso, dell'uomo che si conserva uguale a se stesso
attraverso quello che scrive".
Quanto pacificante e rasserenante per la nostra tristezza, oggi, constatare
come per tutto l'arco della vita la sua immagine di scrittore abbia coinciso
con quella dell'uomo che abbiamo conosciuto. Questo nostro amico.
Cerchiamolo sfogliando qualcuna delle sue opere, nelle pagine che
all'amicizia, appunto, sono dedicate.
"Noi siamo un gruppo di amici piuttosto esclusivo - cosi' comincia un altro
racconto, "Lo psicofante", che troviamo in Vizio di forma -. Siamo legati,
uomini e donne, da un vincolo serio e profondo, ma vecchio e scarsamente
rinnovato che consiste nell'aver vissuto insieme anni importanti e
nell'averli vissuti senza troppe debolezze. In seguito, come avviene, le
nostre vie sono andate divergendo, alcuni di noi hanno commesso dei
compromessi, altri si sono feriti a vicenda, volontariamente o no, altri
ancora hanno disimparato a parlare o hanno perso le antenne; tuttavia,
proviamo piacere a ritrovarci: abbiamo fiducia l'uno nell'altro, ci stimiamo
reciprocamente e di qualunque argomento trattiamo, ci accorgiamo con gioia
di parlare pur sempre lo stesso linguaggio (qualcuno lo chiama gergo) anche
se non sempre le nostre opinioni coincidono...". Si tratta di un racconto di
fantascienza steso in termini ironici e divertiti, ma gli amici sono un po'
i suoi vecchi amici: tutti noi, piu' in particolare forse quelli di un certo
gruppo che ebbe le sue radici nel 1938 - il tempo delle leggi razziali che
imposero, anche ai non ebrei, delle ineludibili scelte di campo - e che da
allora continuo' a fiorire.
*
Ma il tema dell'amicizia Primo l'ha trattato soprattutto ne Il sistema
periodico. Come noto si tratta di ventuno storie a sfondo autobiografico che
significativamente sono intitolate ciascuna ad un elemento naturale.
Cosi' quella intitolata "Oro". Narra di un modesto cercatore del prezioso
metallo, ma anche degli "amici di Milano".
"E' cosa risaputa - ve ne leggo qualche brano - che i torinesi trapiantati a
Milano non vi allignano, o vi allignano male. Nell'autunno 1942 eravamo a
Milano sette amici di Torino, ragazzi e ragazze approdati per motivi diversi
nella grossa citta' che la guerra rendeva inospitale. I nostri genitori, chi
ancora li aveva, erano sfollati in campagna per sottrarsi ai bombardamenti e
noi facevamo vita ampiamente comune... Ciascuno di noi faceva il suo lavoro
giorno per giorno, fiaccamente, senza crederci, come avviene a chi sa di non
operare per il proprio domani... Ma venne in novembre lo sbarco in Nord
Africa, poi la vittoria russa a Stalingrado e capimmo che la guerra si era
fatta vicina e la storia aveva ripreso il suo cammino. Nel giro di poche
settimane ognuno di noi maturo' piu' che in tutti i venti anni precedenti...
Il tempo per consolidare la nostra preparazione non ci fu concesso" (chiedo
scusa se salto di frase in frase cercando tuttavia di conservare un nesso)
"... vennero in marzo gli scioperi di Torino ad indicare che la crisi era
prossima: vennero col 25 luglio il collasso del fascismo dall'interno, le
piazze gremite di folla affratellata, la gioia estemporanea e precaria di un
Paese a cui la liberta' era stata donata da un intrigo di palazzo; e venne
l'8 settembre, il serpente verdegrigio delle divisioni naziste per le vie di
Milano e di Torino, il brutale risveglio... In questo modo, dopo la lunga
ubriacatura di parole, certi della giustezza della nostra scelta - notate
come parla sempre al plurale e non e' mero esercizio retorico -,
estremamente insicuri dei nostri mezzi, con in cuore assai piu' disperazione
che speranza, e sullo sfondo di un paese disfatto e diviso, siamo scesi in
campo per misurarci. Ci separammo per seguire il nostro destino ognuno in
una valle diversa".
E nella valle di Brusson il 13 dicembre 1943 Primo con altri due viene
arrestato. "Nella cella - conclude il capitolo - mi accolse la solitudine,
il fiato gelido e puro delle montagne che penetrava dalla finestrella e
l'angoscia del domani. Tendendo l'orecchio, nel silenzio del coprifuoco si
sentiva il mormorio della Dora, amica perduta, e tutti gli amici erano
perduti, e la giovinezza, e la gioia, e forse la vita: scorreva vicina ma
indifferente, trascinando l'oro nel suo grembo di ghiaccio fuso...".
Il "Ferro" e' il ricordo di Sandro Delmastro, ucciso dai fascisti
nell'aprile del 1944. Quale altro metallo meglio si associerebbe al
personaggio?
"Da pochi mesi erano state proclamate le leggi razziali e stavo diventando
un isolato anch'io. I compagni cristiani erano gente civile, nessuno fra
loro ne' fra i professori mi aveva indirizzato una parola o un gesto nemico
ma li sentivo allontanarsi... Avevo osservato, con stupore e gioia, che tra
Sandro e me qualcosa stava nascendo. Non era affatto l'amicizia fra due
affini: al contrario, la diversita' delle origini ci rendeva ricchi di merci
da scambiare come due mercanti che si incontrino provenendo da contrade
remote e mutuamente sconosciute... Incominciammo a studiare fisica insieme,
e Sandro fu stupito quando cercai di spiegargli alcune delle idee che a quel
tempo confusamente coltivavo. Che la nobilta' dell'uomo, acquisita in cento
secoli di prove e di errori, era consistita nel farsi signore della materia,
e che io mi ero iscritto a chimica perche' a questa nobilta' mi volevo
mantenere fedele. Che vincere la materia e' comprenderla e comprendere la
materia e' necessario per comprendere l'universo e noi stessi: e che quindi
il sistema periodico di Mendeleev, che proprio in quelle settimane
imparavamo laboriosamente a dipanare, era una poesia, piu' alta e piu'
solenne di tutte le poesie digerite in liceo: a pensarci bene, aveva perfino
le rime...".
Queste cose raccontava Primo nelle lunghe avventurose gite in montagna a
Sandro. Che cosa rispondeva Sandro? Che: "Potevo anche aver ragione: poteva
essere la Materia la nostra maestra, e magari anche, in mancanza di meglio,
la nostra scuola politica; ma lui aveva un'altra materia a cui condurmi,
un'altra educatrice: non le polverine di Qualitativa, ma quella vera,
l'autentica Urstoff, senza tempo, la pietra e il ghiaccio delle montagne
vicine...".
E, sempre sfogliando le pagine de Il sistema periodico, ecco su lo "Stagno"
il racconto del sodalizio di Primo con Emilio-Alberto. "Vi sono metalli
amici e metalli nemici. Lo stagno era un amico" e con la sua utilizzazione
lo scrittore tenta di "uscire di tutela" e di "volare con le [sue] ali".
Impiantano un piccolo laboratorio licenziandosi lui "con assurda baldanza"
da una fabbrica protettrice, "per tentare l'avventura della libera
professione". Iniziano, appunto, con la lavorazione dello stagno, ma non
sara' un successo. Il piccolo sodalizio si sciogliera' presto ma l'amicizia
restera'.
Tanti altri amici popolano i libri: quelli della giovinezza e quelli di
Auschwitz, quelli dell'odissea del ritorno (La tregua) e quelli incontrati
successivamente.
*
Ma voglio qui ricordare anche il Primo amico, nella vita di tutti i giorni,
quella che spingeva molti di noi a cercarlo, a parlargli, a comunicargli le
cose importanti... Di qui le interminabili chiacchierate nel suo salotto (la
camera stessa dove era nato) ma soprattutto le lunghe gite in montagna o in
collina, che divennero piu' brevi col passare degli anni, ma rimasero le
occasioni preferite per scambiarci esperienze e pensieri.
Di queste gite molti di noi conservano immagini non casuali. Primo
sorridente che sulla corteccia di un albero segue con l'indice il piccolo
solco tracciato da un bruco roditore; Primo che allunga la mano a cogliere
una bacca chiedendosi a quale specie appartenga e la palpa, l'annusa, la
apre, ne assaggia un piccolo morso e comincia a fare delle ipotesi; Primo
che si china a raccogliere una pallottolina di rami frammista di piume e
ossicini, la sbriciola tra pollice ed indice e spiega: "questo e' il
rigurgito di qualche animale che ha divorato un uccellino"; Primo che con un
fuscello stuzzica e devia il corteo delle processionarie attraverso la
strada e ce ne racconta le abitudini. E forse proprio quelle gite ripetute
per decenni tornano anche in una delle sue ultime poesie. Quella che
comincia:

Quando la neve sara' tutta sciolta
Andremo in cerca del vecchio sentiero,
Quello che si sta coprendo di rovi
Dietro il muro del monastero;
Tutto sara' come una volta.

Ai due lati, fra l'erica folta
Ritroveremo cert'erbe stente
Il cui nome non ti saprei citare:
Lo ripasso ogni venerdi'
Ma ogni sabato m'esce di mente;
M'hanno detto che sono rare
E buone contro la malinconia...

Sono versi, ma chi l'ha conosciuto ha l'impressione di sentirlo parlare.
E non a caso agli amici e' indirizzata, quasi un congedo, anche l'altra
poesia dedicata a loro per il capodanno del 1986.

Cari amici, qui dico amici
Nel senso vasto della parola:
Moglie, sorella, sodali, parenti,
Compagne e compagni di scuola,
Persone viste una volta sola
O praticate per tutta la vita:
Purche' fra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita.

Dico per voi, compagni d'un cammino
Folto, non privo di fatica,
E per voi pure, che avete perduto
L'anima, l'animo, la voglia di vita.
O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
Che mi leggi: ricorda il tempo
Prima che s'indurisse la cera,
Quando ognuno era come un sigillo.
Di noi ciascuno reca l'impronta
Dell'amico incontrato per via;
In ognuno la traccia di ognuno.
Per il bene od il male
In saggezza o in follia
Ognuno stampato da ognuno.

Ora che il tempo urge da presso,
Che le imprese sono finite,
A voi tutti l'augurio sommesso
Che l'autunno sia lungo e mite.

Vorrei concludere, come ho iniziato, richiamandomi agli antichi. Essi
ritenevano che l'amicizia, pur essendo qualcosa di divino, non richiedesse
ne' altari ne' templi: doveva solo stare nel cuore degli uomini.
Primo avrebbe condiviso questa credenza.

4. STRUMENTI DI LAVORO. L'AGENDA DELL'ANTIMAFIA 2008
Uno strumento di lavoro che vivamente raccomandiamo: l'Agenda dell'antimafia
2008, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 2007,
euro 10. A cura di Anna Puglisi e Umberto Santino, edita dal Centro
Impastato con Addiopizzo, Cesvop, Comune di Gela, Consorzio Ulisse.
L'agenda puo' essere richiesta al Centro siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato", via Villa Sperlinga 15, 90144 Palermo, tel.
0916259789, fax: 0917301490, e-mail: csdgi at tin.it, sito:
www.centroimpastato.it

5. STRUMENTI DI LAVORO. L'AGENDA "GIORNI NONVIOLENTI" 2008
Dal 1994 ogni anno le Edizioni Qualevita pubblicano l'agenda "Giorni
nonviolenti" che nelle sue oltre 400 pagine offre spunti giornalieri di
riflessione tratti dagli scritti o dai discorsi di persone che alla
nonviolenza hanno dedicato una vita intera: ne risulta una sorta di
"antologia della nonviolenza" che ogni anno viene aggiornata e completamente
rinnovata. Uno strumento di lavoro che vivamente raccomandiamo.
Per richieste: Qualevita Edizioni, via Michelangelo 2, 67030 Torre dei Nolfi
(Aq), tel. e fax: 0864460006, cell. 3495843946, e-mail: info at qualevita.it,
sito: www.qualevita.it
Il costo di una copia di "Giorni nonviolenti" 2008 e' di 10 euro, sconti
progressivi per l'acquisto di un numero di copie maggiore.

6. GUERRA. ENRICO PIOVESANA: IN AFGHANISTAN UNA GUERRA SEMPRE PIU' CRUDELE.
IN QUESTI GIORNI ALTRE CENTINAIA DI VITTIME CIVILI PER LA FAME E IL FREDDO
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente
articolo del 21 gennaio 2008, dal titolo "Afghanistan, Usa contro Nato", e
il sommario "Sale la tensione tra alleati europei e Stati Uniti, decisi a
imporre le loro regole".
Enrico Piovesana, giornalista, lavora a "Peacereporter", per cui segue la
zona dell'Asia centrale e del Caucaso; e' stato piu' volte in Afghanistan in
qualita' di inviato]

Chi ancora crede alla favola che la missione Isaf in Afghanistan sia "a
guida Nato" e "sotto egida Onu" dovrebbe riflettere sul fatto che il
presidente degli Stati Uniti, George Bush - non il segretario generale della
Nato o dell'Onu - ha nominato il nuovo comandante di quella missione: uno
statunitense ovviamente, il generale David McKiernan, un "falco" che ha
guidato l'invasione Usa dell'Iraq nel 2003. E per tagliare la testa al toro,
Wahington ha anche "proposto" un suo uomo per guidare la stessa Nato: il
generale David Petraeus, attuale comandante delle forze Usa in Iraq, al
posto dell'olandese Jaap de Hoop Scheffer.
*
Il Pentagono critica tutti
Mentre la nomina di McKiernan non costituisce una novita' - non fa che
confermare la fusione delle missioni Isaf e Enduring Freedom, avvenuta un
anno fa con l'unificazione del comando sotto il generale Usa Dan McNeill -
l'annuncio di Petraeus alla Nato suona come un duro avvertimento di
Washington agli alleati europei.
La tensione tra Stati Uniti e alleati Nato sulla guerra in Afghanistan ha
raggiunto livelli mai visti. Dopo aver piu' volte criticato la scarsa
belligeranza di Paesi come Italia, Germania, Spagna e Francia, il segretario
alla Difesa Usa, Robert Gates, ha accusato di incapacita' le truppe
britanniche, canadesi e olandesi che invece sono duramente impegnate nel
conflitto: le truppe inglesi non saprebbero mantenere il controllo delle
posizioni conquistate, quelle olandesi userebbero troppo l'artiglieria, e
via dicendo. "Non sanno fare operazioni di controinsurrezione", ha detto
Gates al "Los Angeles Times". Le reazioni sono state rabbiose. Con l'Olanda
si e' aperta una vera e propria crisi diplomatica.
Contemporaneamente, il Pentagono ha ordinato l'invio in Afghanistan di 3.200
marines e 500 blindati pesanti Rg-31 in risposta al mancato invio di
rinforzi da parte degli alleati. Come a dire "se aspettiamo voi...". In
realta', a dirlo chiaramente ci ha pensato un editoriale del "Washington
Post", sottotitolato: "Ormai e' chiaro che la guerra in Afghanistan deve
essere vinta dagli Usa, non dalla Nato".
*
In aprile la resa dei conti
Tutti i nodi verranno al pettine i primi d'aprile a Bucarest, dove si terra'
il vertice annuale dei capi di Stato e di governo di tutti i Paesi della
Nato. In quell'occasione gli Stati Uniti chiederanno in maniera perentoria
ai loro alleati europei - Italia compresa - di "fare la loro parte" nella
guerra in Afghanistan, schierando piu' truppe e mezzi sul campo di battaglia
e lasciando definitivamente da parte ogni retorica "pacifista" sulla
missione Isaf. Gates va ripetendo da settimane che "la Nato deve spostare la
sua attenzione dall'obiettivo primario della ricostruzione a quello di
condurre una classica controinsurrezione". Insomma,"a' la guerre comme a' la
guerre".
La popolazione afgana ha capito da tempo che, al di la' della propaganda
europea, la presenza delle truppe straniere nel proprio Paese non ha certo
scopi umanitari. La morte per fame e freddo di centinaia di persone avvenuta
in questi giorni a causa delle abbondanti nevicate invernali, rende bene
l'idea di quale sia il reale grado di attenzione per il benessere degli
afgani.
Ma l'opinione pubblica europea crede ancora alle favole. E per far si' che
continui a farlo anche in presenza di una netta svolta bellicista della
missione Nato, e' necessario recuperare un ruolo, almeno simbolico, per
l'Onu. A tale scopo e' stato appena nominato "alto rappresentante delle
Nazioni Unite in Afghanistan" Paddy Ashdown, che fino al 2006 ha fatto lo
stesso lavoro in Bosnia-Erzegovina.

7. EDITORIALE. PEPPE SINI: L'ITALIA IN GUERRA, L'ITALIA NELLA COALIZIONE
TERRORISTA E STRAGISTA

In Afghanistan l'Italia e' in guerra. In Afghanistan l'Italia fa parte della
coalizione terrorista e stragista. In Afghanistan l'Italia e' una potenza
occupante, nell'alleanza militare imperialista e razzista, nell'alleanza che
favoreggia gli interessi mafiosi transnazionali e i signori locali della
guerra e della droga, nell'alleanza che ha fatto strame del diritto
internazionale, nell'alleanza onnicida.
*
Cessi l'illegale e criminale partecipazione italiana alla guerra.
Cessi la scellerata e golpista violazione dell'articolo 11 della
Costituzione della Repubblica Italiana.
La pace si costruisce con la pace. Vi e' una sola umanita'.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 342 del 22 gennaio 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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