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Minime. 348



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 348 del 28 gennaio 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Fabio Levi: Per non dimenticare
2. Peppe Sini: Brevi notizie dal mondo alla rovescia
3. Emily Dickinson: Sopravvissi, non so come, alla notte
4. L'autorevole opinione del professor Federico Valerio
5. L'Agenda dell'antimafia 2008
6. L'agenda "Giorni nonviolenti" 2008
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. MEMORIA. FABIO LEVI: PER NON DIMENTICARE
[Ringraziamo Edi Rabini (per contatti: edorabin at fastwebnet.it) per averci
inviato il seguente testo di Fabio Levi, pubblicato nel recente fascicolo
speciale di "Diario" (nuova serie), gennaio 2008, per il giorno della
memoria.
Edi Rabini, che e' stato grande amico e stretto collaboratore di Alex
Langer, e' impegnato nella Fondazione Alexander Langer (per contatti:
e-mail: info at alexanderlanger.org, sito: www.alexanderlanger.org), di cui e'
infaticabile e generosissimo animatore.
Fabio Levi, storico, insegna storia contemporanea all'Universita' di Torino;
ha lavorato a lungo sulla storia degli ebrei dall'emancipazione fino allo
sterminio e piu' in generale sulle vicende della societa' italiana nel
Novecento. Il suo interesse per i risvolti sociopsicologici delle differenze
fra gli individui lo ha anche portato a occuparsi della storia della
condizione dei ciechi e lo ha reso particolarmente sensibile ai temi della
convivenza e delle relazioni fra gruppi e culture diverse. Tra le opere di
Fabio Levi: (con Paride Rugafiori e Salvatore Vento), Il triangolo
industriale tra ricostruzione e lotta di classe (1945-'48), Feltrinel1i,
Milano 1974; (con Bruno Bongiovanni), L'Universita' di Torino sotto il
fascismo, Giappichelli, Torino 1976; L'idea del buon padre. Il lento declino
di un'industria familiare, Rosemberg & Sellier, Torino 1984; Un mondo a
parte. Cecita' e conoscenza in un istituto di educazione, Il Mulino, Bologna
1990; L'ebreo in oggetto. L'applicazione della normativa antiebraica a
Torino (1938-1943), Zamorani, Torino 1991; L'identita' imposta. Un padre
ebreo di fronte alle leggi razziali di Mussolini, Zamorani, Torino 1996;
"Gli ebrei nella vita economica italiana dell'Ottocento", in C. Vivanti (a
cura di), Gli ebrei in Italia, Annali XI, tomo II, Storia d'Italia, Einaudi,
Torino 1997; Le case e le cose. La persecuzione degli ebrei torinesi nelle
carte dell'Egeli (1938-1945), Archivio storico della Compagnia di San Paolo,
Torino 1998; 'Torino: da capitale restaurata a capitale spodestata
(1814-1864). L'economia', in U. Levra (a cura di), La citta' nel
Risorgimento, VoI VI della Storia di Torino, Einaudi, Torino 2000; "Da un
vecchio a un nuovo modello di sviluppo economico", in U. Levra (a cura di),
Da capitale politica a capitale industriale (1864-1914), Vol. VII della
Storia di Torino, Einaudi, Torino; (a cura di, con Bruno Maida), La citta' e
lo sviluppo. Crescita e disordine a Torino (1945-1970), Franco Angeli,
Milano 2002; (a cura di, con Sonia Brunetti), C'era una volta la guerra,
Zamorani, Torino 2002; (con Maria Bacchi), Auschwitz, il presente e il
possibile, Giuntina, Firenze 2004; In viaggio con Alex, Feltrinelli, Milano
2007]

Il tempo passa, gli anniversari si inseguono e si sovrappongono. Le
iniziative prese ad esempio nel 1988, per ricordare dopo tanto tempo le
leggi contro gli ebrei volute da Mussolini cinquant'anni prima, hanno
segnato un punto di svolta: finalmente in Italia anche varie istituzioni
decidevano di rompere il silenzio che durava ormai dall'immediato
dopoguerra. Ora sono trascorsi altri vent'anni, la conoscenza e le
discussioni su quegli eventi hanno fatto molti passi avanti, ma il quadro
delle reazioni e dei punti di vista resta frastagliato e contraddittorio.
Non sembrano profilarsi certezze rassicuranti e non e' quindi possibile fare
molto altro se non tentare un bilancio sommario di quel che e' cambiato da
quando la nuova attenzione posta all'antiebraismo fascista ha portato anche
in Italia a riconoscere la Shoah come un dato costitutivo della nostra
storia.
*
Il mondo e' cambiato
Alla fine degli anni '80 l'adagio secondo cui conoscere gli orrori nazisti
sarebbe valso da sicuro antidoto contro le possibili ripetizioni del male
sembrava giustificato da almeno due ragioni allora sotto gli occhi di tutti:
la diffusa fiducia in un mondo piu' libero e giusto ispirata dal crollo
dell'impero sovietico e una insperata apertura all'incontro reciproco - di
cui Primo Levi era stato da tempo fra i protagonisti piu' convinti - fra i
testimoni del genocidio hitleriano e, in particolare, le generazioni piu'
giovani. In quel clima, ascoltare direttamente la voce di chi aveva visto e
sofferto la deportazione e i campi della morte faceva sentire diversi e
chiamava a una precisa responsabilita' per il presente.
La realta' e' venuta pero' di li' a poco a contraddire le speranze piu'
ottimistiche. La carneficina nei Balcani e' iniziata nel 1991.
L'annientamento di un milione di tutsi in Rwanda e' avvenuto nel 1994.
L'uccisione a freddo ad opera delle milizie serbe di Mladic della gran parte
dei ragazzi e degli uomini di Srebrenica per cancellare definitivamente la
presenza mussulmana in quella citta' della Bosnia - e dell'Europa - si e'
compiuta nel luglio del 1995. Il genocidio si e' dunque imposto
all'attenzione del mondo come una pratica certo estrema, ma collaudata e
ricorrente nella gestione dei conflitti della societa' contemporanea. Anche
se in molti hanno cercato sin dal primo momento di allontanare da se' una
verita' tanto sconvolgente, attribuendo quegli "eccessi" a presunti residui
di crudele primitivismo radicati nelle culture "altre" dell'Africa o dei
Balcani; come dire che nei nostri anni la crescente sfiducia nell'efficacia
profilattica della conoscenza del male senza limiti si accompagna alla
diffusa esitazione a voler riconoscere la persistenza di quello stesso male
nel mondo di oggi.
Per altri versi alcuni dei grandi cambiamenti successivi alla fine della
guerra fredda, in particolare l'affermarsi del fondamentalismo islamista
rivelatosi come un'incombente minaccia globale con l'attentato alle torri
gemelle del 2001, hanno contribuito a riaprire il capitolo dei totalitarismi
riportando al presente discussioni che sembravano oramai confinate al secolo
appena concluso. Per non dire della ripresa in forme aggiornate
dell'antisemitismo, meno connotato in senso razzista e forte invece dei
rinnovati contenuti antisionisti; o dell'incremento straordinario - anche in
Italia - dei movimenti di popolazione fra paesi diversi, terreno di coltura
ben collaudato gia' nel secolo passato di incroci esplosivi fra xenofobia,
razzismo e, appunto, antisemitismo.
Tutto questo mostra come si sia profondamente trasformato il contesto nel
quale si forma e si articola oggi la memoria del passato; a maggior ragione
quando si guarda agli anni della Shoah e piu' in generale al rapporto fra
gli ebrei e le societa' di maggioranza prima e dopo tale evento. E' la forza
del pregiudizio che tende a imprigionare quella relazione entro schemi
rigidi e all'apparenza sempre uguali a se stessi. Viceversa la
consapevolezza che le realta' in cui hanno vissuto e vivono ora gli ebrei,
cosi' come la ragion d'essere e la forma concreta degli antisemitismi
passati e presenti mutano continuamente, puo' favorire una piu' autonoma
capacita' di interpretazione e di giudizio.
*
Le responsabilita' italiane
Gli ultimi anni '80 hanno aperto a importanti novita' anche sul piano
storiografico: fra l'altro e' emerso in forma pienamente documentata come
molti italiani si fossero macchiati di gravi responsabilita' nella
persecuzione e nello sterminio degli ebrei. Ricerche di indiscutibile
rilievo hanno mostrato che mettere le azioni piu' abominevoli in conto al
solo regime hitleriano voleva dire falsificare la storia.
Ma vediamo piu' precisamente alcuni dei risultati di quel nuovo modo di
guardare agli ultimi anni del fascismo. In primo luogo, fu Mussolini a
decidere in piena autonomia di emanare la normativa volta ad emarginare
definitivamente gli ebrei da tutti gli ambiti della societa' italiana; non
lo fece su pressione di Hitler, semmai agi' nell'intento di offrire al
dittatore tedesco un pegno ulteriore di amicizia. All'origine dell'azione
persecutoria vi furono ragioni di politica estera ed interna; ma soprattutto
fu quella una vera e propria rottura con il passato, in un paese dove gli
ebrei, dopo l'emancipazione loro concessa a meta' Ottocento, avevano potuto
integrarsi nella societa' in modo molto piu' agevole che nella gran parte
degli altri paesi dell'Europa occidentale; e dove l'antigiudaismo di matrice
cattolica si era tradotto in antisemitismo politico solo episodicamente e
senza conquistare un consistente radicamento nella societa'.
Quanto agli sviluppi successivi, va detto che la campagna antiebraica, una
volta avviata dai vertici del regime, riusci' poi a permeare dall'alto verso
il basso tutte le istituzioni dello stato fino a investire le articolazioni
periferiche a contatto piu' diretto con la quotidiana realta' del paese e a
coinvolgere progressivamente, lungo un arco di tempo di ben cinque anni -
dal '38 al '43 - e senza opposizioni rilevanti, settori sempre piu' ampi
della popolazione, incoraggiati ad applicare e ad assecondare le
disposizioni razziste dalla diffusa evidenza che il potere stava facendo sul
serio. Anzi, proprio la facilita' - pur fra molte contraddizioni - con cui
gli ebrei vennero messi nell'angolo in un paese dove l'antisemitismo non
aveva mai mostrato grande presa e' emersa dagli studi come uno dei dati piu'
inquietanti, destinato a sollevare importanti interrogativi non solo sulla
condizione specifica delle comunita' ebraiche e sui modi della persecuzione
contro di loro, ma prima ancora sulla storia e sulle caratteristiche del
rapporto fra societa' e istituzioni del nostro paese.
Le ricerche avviate una ventina di anni fa come sviluppo spesso assai
critico del lavoro pionieristico pubblicato da Renzo De Felice gia' nel '61,
hanno anche messo in luce la sostanziale acquiescenza di gran parte della
popolazione di fronte alle leggi razziali del '38 e agli sviluppi
successivi. Se poi le cose cominciarono a cambiare fu in relazione con
l'entrata in guerra dell'Italia e, soprattutto, dopo il collasso delle
istituzioni provocato dall'armistizio con gli alleati dell'8 settembre '43,
quando peraltro si stava oramai profilando l'inevitabile sconfitta delle
potenze dell'Asse. A quel punto molti mutarono atteggiamento e offrirono il
proprio aiuto, impedendo che altri ebrei si aggiungessero ai circa 8.000
deportati fino al '45 nei campi di sterminio. Malgrado questo non mancarono
pero' segni di ostilita' e un numero consistente di delazioni, grazie alle
quali le milizie della Repubblica Sociale Italiana poterono moltiplicare gli
arresti - e gli espropri dei beni - compiuti in costante collaborazione con
le forze tedesche.
Quegli studi hanno infine cominciato a considerare gli anni immediatamente
successivi alla Liberazione, quando le forze dell'antifascismo chiamate al
governo del paese non seppero o non vollero riconoscere agli ebrei la
condizione di vittime esclusivamente in quanto ebrei, come era
effettivamente stato nelle intenzioni e nella pratica del regime fascista e
della Repubblica Sociale. Cosi' i sopravvissuti impiegarono molto tempo a
ritrovare una vita normale dovendo affrontare da soli le difficolta' di
reinserirsi nel mondo del lavoro o di recuperare quel che era rimasto dei
propri beni senza il minimo sostegno da parte delle istituzioni; non
poterono contare su alcun atto di riparazione per le gravissime perdite
subite; fu per loro molto difficile e doloroso, al ritorno dai lager o dai
luoghi in cui avevano ricevuto asilo, ritrovarsi accanto i vicini o i
colleghi che li avevano isolati nei lunghi anni della campagna antisemita o
li avevano abbandonati nel momento del pericolo estremo; nei processi del
dopoguerra quasi mai vennero prese in considerazione le azioni commesse
contro gli ebrei. Insomma, il forte coinvolgimento di una parte non
indifferente dell'Italia nella pratica persecutoria del periodo precedente
la Liberazione contribui' in misura decisiva a porre le condizioni perche',
dopo, il paese non riuscisse a liberarsi consapevolmente anche di
quell'oscuro capitolo del proprio passato e preferisse procedere sulla
strada della rimozione e del silenzio.
*
Domande per tutti
Il lavoro degli storici sull'Italia e' stato parte di un impegno di indagine
ben piu' ampio, condotto in tutto il mondo occidentale e destinato a
comporre una ricca rappresentazione d'insieme dello sterminio e del suo
rapporto con la guerra e la storia dei vari paesi. Nello stesso periodo quei
temi hanno cominciato a diventare oggetto di crescente attenzione anche per
i media, cinema e televisione in primo luogo, che hanno offerto al grande
pubblico quanto negli anni precedenti - grazie alle prime fondamentali opere
sul tema come quella di Lanzmann - era pur sempre rimasto patrimonio di
pochi: non e' il caso qui di ricordare i titoli piu' noti di quella nuova
stagione, da Schindler's list in avanti. E senza dubbio lo sviluppo della
ricerca storica ha influito non poco sulle iniziative di ampia divulgazione,
ma le vere ragioni del duplice interesse di studiosi e comunicatori vanno
cercate in esigenze e processi storici di portata ben piu' ampia rispetto al
ristretto ambito degli archivi, delle biblioteche o degli stessi studi
televisivi. Due sono stati probabilmente i fattori principali, manifestatisi
in modo diverso a seconda dei luoghi e delle culture di riferimento: da un
lato il bisogno profondo di fare i conti con un nodo troppo a lungo rimosso
della storia d'Europa e, dall'altro, la straordinaria opportunita' offerta
dalla caduta del muro di Berlino di svincolarsi finalmente dagli impedimenti
ideologici e politici imposti da decenni di guerra fredda. Infatti, per
ragioni diverse, ne' i partiti comunisti - sia quelli al potere nell'Est sia
quelli schierati all'opposizione nei paesi dell'Ovest -, ne' le democrazie
occidentali avevano saputo trovare le motivazioni, gli strumenti culturali e
il coraggio per misurarsi tanto con gli aspetti piu' distruttivi della
politica di Hitler, quanto con la colpevole inerzia mostrata dagli alleati
durante la guerra di fronte al genocidio del popolo ebraico e, di
conseguenza, con le pagine meno limpide della vittoria sul nazismo.
Fatto sta che tutta l'Europa - la stessa Europa investita cinquant'anni
prima dal ciclone nazista, al di qua e al di la' del confine che l'aveva
spaccata in due per tanto tempo - e' stata posta inopinatamente di fronte al
luogo piu' oscuro e regressivo della sua storia recente, rivissuto in forma
virtuale ma in presa diretta attraverso le immagini autentiche dei fatti di
allora e le parole dei protagonisti. E tutto questo si compiva, per una
sorprendente coincidenza, negli stessi anni in cui stava crescendo la
consapevolezza degli effetti distruttivi per l'umanita' intera dello
sviluppo senza limiti affermatosi nel corso dei decenni precedenti. Cosi',
quel tanto di fiducia nel futuro che dopo i disastri della guerra e dello
sterminio vero era stata restituita dal benessere e dalla lunga pace della
seconda meta' del Novecento subiva ulteriori e pericolose incrinature su
piu' fronti, con conseguenze che e' a tutt'oggi molto difficile valutare.
Per rimanere al nostro argomento, non e' agevole infatti misurare ad esempio
gli effetti della traduzione nei linguaggi dei vari media del discorso sulle
persecuzioni antiebraiche e sullo sterminio. Che cosa rimane e che cosa si
perde in quel passaggio? Qual e' il grado di conoscenza diffusa che ne
deriva, in particolare fra i piu' giovani? Quanto pesano la distanza dai
fatti e la virtualita' dei messaggi - si pensi alla programmazione ripetuta
e imposta senza alcuna cautela in televisione delle immagini piu' orribili -
nel produrre reazioni distratte e banalizzanti o effetti di assuefazione?
Quanto e come la Shoah, ricompresa e amalgamata nel flusso ininterrotto e
omnicomprensivo della comunicazione quotidiana, finisce per perdere il suo
carattere di evento dirompente e irriducibile?
Anche la scuola non puo' sottrarsi a simili domande, tenuto conto sia della
sua funzione specifica, sia del suo essere parte, malgrado tutto, di un
sistema educativo integrato, coinvolto nel suo insieme nella trasmissione
alle giovani generazioni di informazioni e punti di vista diversi sulle
grandi tragedie del Novecento. Se guardiamo alla storia dell'istruzione
pubblica negli ultimi vent'anni, notiamo una prima fase di iniziative prese
direttamente dagli insegnanti piu' sensibili agli argomenti di attualita' -
una volta si sarebbe parlato di iniziative "dal basso" - e poi un intreccio
non facile da descrivere fra lavori in classe e sollecitazioni dall'alto,
sui programmi di studio - ad esempio l'insistenza del ministero sulla storia
del Novecento -, in occasione di concorsi, di viaggi sui luoghi della
deportazione o di altre scadenze particolari, fino all'istituzione della
giornata della memoria.
La decisione a partire dal 2000 di celebrare il 27 gennaio e' senza dubbio
servita a legittimare e raccogliere quanto gia' c'era, ma anche a stimolare
molto altro e soprattutto a dare un riconoscimento di universalita' alla
memoria dello sterminio nazista. L'applicazione concreta di tale decisione
non ha tuttavia risolto una ambiguita' di fondo. Il carattere
inevitabilmente rituale di quella scadenza annuale tende a tradursi troppo
spesso in mera ripetitivita': perche' le istituzioni non sanno spiegare
l'importanza e il significato della giornata con convinzione e autorevolezza
adeguate, perche' nelle scuole serpeggia un dissenso piu' o meno visibile ma
tutt'altro che irrilevante con il quale si ha raramente il coraggio di
confrontarsi in modo esplicito, perche' molti docenti non sanno come
comportarsi e per non sbagliare scelgono la passivita' o il basso profilo,
perche' gli insegnanti piu' attivi si trovano quasi sempre da soli a dover
riproporre ogni anno iniziative nuove su temi difficili e di grande impegno
emotivo e civile. A volte l'errore consiste pero' anche nel pretendere
troppo dai docenti o dai dirigenti scolastici, come se tutti - magari anche
i professori di matematica o di scienze - dovessero diventare esperti di
storia e di stermini. Quando invece sarebbe forse piu' produttivo che
intorno alla Shoah si sapessero formulare ogni anno alcuni, anche pochi,
interrogativi di fondo su cui chiamare a riflettere insegnanti e allievi,
chiedendo certo a chi puo' di mettere a disposizione le proprie competenze,
ma a tutti di partecipare a quella ricorrenza, diciamolo pure, a quel rito
mettendo in campo in primo luogo la propria umanita'.
*
E se venissero indicazioni diverse?
Proviamo ora a guardare alle esperienze degli ultimi anni dal punto di vista
di chi sui contenuti del 27 gennaio ha lavorato con i propri studenti,
magari anche prima che la giornata della memoria venisse istituita. Se ci si
chiedesse di indicare sulla base di quali criteri considerare
particolarmente riuscita una iniziativa presa a scuola, si potrebbe forse
dire cosi': quando i partecipanti - chi piu', chi meno - si siano sentiti
direttamente coinvolti e abbiano potuto confrontarsi con il problema delle
responsabilita', in primo luogo della propria.
Lascia infatti a dir poco perplessi la posizione, manifestata cosi' spesso
in questi anni, di chi fa di tutto per sottrarsi a qualsiasi discussione su
quanto possa pesare il fardello del passato che comunque siamo costretti a
portarci dietro. Ad esempio ho accennato all'inizio a come sia stato
importante riconoscere e provare in modo indiscutibile le responsabilita'
italiane nella persecuzione e nella deportazione degli ebrei perche' la
Shoah potesse entrare a pieno titolo anche da noi nella memoria collettiva e
aiutarci a conoscere piu' a fondo la nostra storia e la nostra cultura.
Viceversa e' significativo come la pretesa di assolvere contro ogni evidenza
l'Italia da ogni colpa venga riproposta nel dibattito attuale con un
accanimento e una debolezza argomentativa tali da far pensare, piu' che a un
vero impegno nello studio del passato, alla difesa stretta di posizioni di
potere e interessi particolari ben radicati nella realta' di oggi, in
particolare nelle istituzioni e nel mondo della politica.
Sul versante opposto si e' pero' assistito troppo spesso in questi anni a
forme di coinvolgimento dei ragazzi, proposte per lo piu' con le migliori
intenzioni, che non esiterei a definire intimidatorie: quando si punta tutto
e soltanto sulla risposta emotiva dell'interlocutore, cui si sottopongono ad
esempio immagini di morte che tolgono il fiato, senza fare del ragionamento
un mezzo per prendere le distanze e lenire la sofferenza; quando si operano
cortocircuiti forzati fra presente e passato, fra condizioni lontane e
diversissime e la propria realta' di oggi, senza rispettare l'autonomia
della storia; quando si pretende di catturare l'attenzione puntando con vera
prepotenza sul senso di colpa per delitti orribili commessi da altri. Gli
sbagli appena indicati ci insegnano quanto sia fuorviante e pericoloso
confondere la responsabilita' storica di una cultura, di un paese, che puo'
condizionare chi vi appartiene anche a distanza di molto tempo e di cui e'
doveroso essere consapevoli, con la responsabilita' personale di atti
direttamente compiuti.
Questo non significa tuttavia rinunciare a chiedersi se sia possibile
assumere in prima persona una qualche responsabilita' facendo qualcosa di
concreto, non solo in un futuro piu' o meno lontano, nella malaugurata
eventualita' che il male si ripresenti in forma dispiegata e quindi tanto
piu' difficile da combattere, ma ora, subito, di fronte a una minaccia
ancora impalpabile e difficilmente riconoscibile. Anche su questo le
esperienze degli ultimi anni hanno saputo dare indicazioni preziose, quanto
meno sui primi passi che si possono effettivamente compiere per riscuotersi
dagli effetti paralizzanti spesso indotti dall'enormita' delle questioni in
gioco.
Fra le cose da fare - in certi casi voler conoscere e' gia' fare - al primo
posto sta l'impegno ad apprendere anche se si tratta di argomenti difficili
e carichi di dolore, senza illudersi che la conoscenza possa bastare da sola
' lo sappiamo ', ma con l'intenzione di misurarsi con le sofferenze imposte
ad altri come se almeno in parte fossero le nostre. C'e' poi lo sforzo di
aiutare gli altri - o, se si preferisce, di aiutarsi reciprocamente - a
conoscere, rispettando pero' la loro sensibilita', il loro diritto di non
sapere ancora e di formulare obiezioni, anche le piu' imbarazzanti; questo,
nella consapevolezza che il patrimonio condiviso cresciuto nel libero
confronto rappresenta ben di piu' della semplice somma di diversi punti di
vista.
Ma in cosa deve consistere quel patrimonio? In alcune, anche poche, verita'
verificate alla luce dei fatti, laddove quelle verita' - pur difficili da
accertare e da accettare - possono diventare un solido riferimento per la
propria vita. Le discussioni piu' appassionanti a scuola sono spesso quelle
che, prendendo spunto da atti di sopraffazione imposti dai persecutori -
anche solo una frase umiliante o una discriminazione sul posto di lavoro -
adeguatamente contestualizzati e di cui si sia verificata con cura la
verita' storica, conducono al confronto sulle cose da fare, su come gestire
in concreto i rapporti con gli altri, su quali responsabilita' sia giusto e
possibile assumere. Tutto questo costringe a fare i conti con l'esperienza
di ognuno - il filtro attraverso cui inevitabilmente guardiamo al passato -
e, insieme, a trattare anche gli eventi piu' tragici e distruttivi non per
se stessi ma come il confine, pur estremo e insondabile, della vita.
Nel tentare questi primi passi, deve insospettire l'unanimismo troppo facile
che tende a manifestarsi cosi' sovente - ma assai di rado fra i ragazzi -
quando si tratta dello sterminio degli ebrei. E non solo perche'
quell'atteggiamento puo' nascondere ignoranza, scarsa attenzione o esplicita
insofferenza. C'e' dell'altro. Se si scava sotto la superficie si scopre a
volte che il consenso e' solo apparente e dipende sin troppo
dall'acquiescenza passiva alle direttive dell'autorita'. C'e' da chiedersi:
se dal ministero o da qualche altra istanza scolastica venissero indicazioni
diverse, in nome per esempio della pacificazione fra le memorie contrapposte
di fascisti e antifascisti, di persecutori e perseguitati, come si
comporterebbero gli insegnanti, i genitori o gli allievi? E' gia' successo e
gli esempi che conosciamo non autorizzano alcun ottimismo.

2. EDITORIALE. PEPPE SINI: BREVI NOTIZIE DAL MONDO ALLA ROVESCIA

Certuni una volta erano obiettori di coscienza al servizio militare, ed
obiettori alle spese militari. Una volta, quando l'Italia ancora non
partecipava a guerre guerreggiate come oggi. Poi sono andati al potere, e
adesso sostengono la guerra guerreggiata, sostengono il riarmo, sostengono
le stragi a cui serve il riarmo, le stragi di cui la guerra consiste. Una
volta difendevano la Costituzione. Poi sono andati al potere.
Che tristezza mi fanno quei vecchi amici. Anch'io sono stato obiettore di
coscienza al servizio militare, anch'io sono stato obiettore di coscienza
alle spese militari, anch'io ho voluto difendere la Costituzione ed oppormi
alla guerra, al riarmo, alle stragi. Non ho cambiato idea.
*
Certuni scambiano le parole per i fatti: non e' che basta proclamarsi
"democratici, pacifisti e  di sinistra" per essere autorizzati a fare le
guerre, commettere stragi, violare la Costituzione, praticare il razzismo e
il sopruso. No. E' quando ci si oppone alle guerre e alle stragi, quando si
difende la Costituzione, quando si contrasta il razzismo e il sopruso,
allora, solo allora si e' democratici, pacifisti e  di sinistra.
Che tristezza mi fanno quei vecchi amici che da due anni votano (quelli che
sono al governo e in parlamento) e sostengono (quelli che da quei luoghi
sono fuori ma vogliono attestare la loro fedelta' a chi e' dentro) la guerra
e il riarmo e il razzismo e la violazione della Costituzione, ed insieme
pretendono di dirsi addirittura "nonviolenti". Suvvia, in tanta tragedia un
po' di serieta' non guasterebbe.
*
I piu' obnubilati, o i piu' corrotti, arrivano a dire che chi ha votato per
la guerra e' buono, chi ha votato contro la guerra e' malvagio; chi ha
violato la Costituzione e' bravo, chi l'ha difesa e' debosciato; che i
delinquenti al potere fanno bene, e coloro che si battono per la legalita'
sono dei mascalzoni rifiniti; che chi ha fatto morire tante persone e' un
galantuomo, e chi si oppone agli omicidi e' un disgraziato.
Non mi sorprendo, no, di simili farneticazioni. So a quali deliri fa
arrivare il totalitarismo, e la prostituzione al potere assassino. Ma certo
mi addolora non poco che tante brave persone questa pessima fine abbiano
fatto. Quando basterebbe cosi' poco per difendere la propria dignita'.

3. MAESTRE. EMILY DICKINSON: SOPRAVVISSI, NON SO COME, ALLA NOTTE
[Da Emily Dickinson, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1997, 2005, p. 1215.
Emily Dickinson visse ad Amherst, Massachusetts, tra il 1830 e il 1886;
molte le edizioni delle sue poesie disponibili in italiano con testo
originale a fronte (tra cui quella integrale, a cura di Marisa Bulgheroni:
Emily Dickinson, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1997, 2005; ma vorremmo
segnalare anche almeno la fondamentale antologia curata da Guido Errante:
Emily Dickinson, Poesie, Mondadori, Milano 1956, poi Guanda, Parma 1975, e
Bompiani, Milano 1978; e la vasta silloge dei versi e dell'epistolario
curata da Margherita Guidacci: Emily Dickinson, Poesie e lettere, Sansoni,
Firenze 1961, Bompiani, Milano 1993, 2000); per un accostamento alla sua
figura e alla sua opera: Barbara Lanati, Vita di Emily Dickinson. L'alfabeto
dell'estasi, Feltrinelli, Milano 1998, 2000; Marisa Bulgheroni, Nei
sobborghi di un segreto. Vita di Emily Dickinson, Mondadori, Milano 2002]

Sopravvissi, non so come, alla notte,
entrai nel giorno;
per esser salvi, basta esser salvi,
senz'altra formula.

Da allora prendo il mio posto tra i vivi
come chi, commutata la sua pena,
e' candidato alla grazia dell'alba -
ma la sua vera dimora e' tra i morti.

4. INCONTRI. L'AUTOREVOLE OPINIONE DEL PROFESSOR FEDERICO VALERIO
[Riportiamo il seguente comunicato del 27 gennaio 2008 del comitato che si
oppone all'aeroporto di Viterbo e s'impegna per la riduzione del trasporto
aereo (per contatti: e-mail: info at coipiediperterra.org, sito:
www.coipiediperterra.org), dal titolo completo: "L'autorevole opinione del
professor Federico Valerio dell'Istituto nazionale per la ricerca sui tumori
di Genova costituisce un ennesimo prestigioso sostegno all'impegno del
comitato che si oppone al devastante mega-aeroporto a Viterbo e si batte
per la riduzione del trasporto aereo".
Federico Valerio e' direttore del Dipartimento di chimica ambientale
dell'Istituto nazionale per la ricerca sui tumori di Genova.
Antonella Litta e' la portavoce del Comitato che si oppone alla
realizzazione dell'aeroporto a Viterbo; svolge l'attivita' di medico di
medicina generale a Nepi (in provincia di Viterbo). E' specialista in
Reumatologia ed ha condotto una intensa attivita' di ricerca scientifica
presso l'Universita' di Roma "la Sapienza" e contribuito alla realizzazione
di uno tra i primi e piu' importanti studi scientifici italiani
sull'interazione tra campi elettromagnetici e sistemi viventi, pubblicato
sulla prestigiosa rivista "Clinical and Esperimental Rheumatology", n. 11,
pp. 41-47, 1993. E' referente locale dell'Associazione italiana medici per
l'ambiente (International Society of Doctors for the Environment - Italia).
Gia' responsabile dell'associazione Aires-onlus (Associazione internazionale
ricerca e salute) e' stata organizzatrice di numerosi convegni
medico-scientifici. Presta attivita' di medico volontario nei paesi
africani. E' partecipe e sostenitrice di programmi di solidarieta' nazionale
ed internazionale. Presidente del Comitato "Nepi per la pace", e' impegnata
in progetti di educazione alla pace, alla legalita', alla nonviolenza e al
rispetto dell'ambiente]

Si e' svolto sabato 26 gennaio 2008 a Terni un convegno scientifico sul tema
attualissimo ed urgente della gestione dei rifiuti e contro la realizzazione
di nocivi inceneritori, dall'eloquente titolo "Io consumo, tu bruci, egli
muore".
Al convegno, promosso dal comitato "S.O.S. salute ed ambiente" di Terni, ha
preso parte come relatore il professor Federico Valerio, direttore del
Dipartimento di chimica ambientale dell'Istituto nazionale per la ricerca
sui tumori di Genova, che ha argomentato con dovizia di dati scientifici
perche' l'incenerimento e' in assoluto la peggiore delle risposte al
problema rifiuti, indicando precise, adeguate ed immediatamente praticabili
alternative, economicamente vantaggiose ed ecologicamente sostenibili.
Un'altra relazione e' stata svolta dal dottor Giovanni Vantaggi, referente
regionale per l'Umbria di Isde-Italia (International Society of Doctors for
the Environment - Medici per l'Ambiente), gia' autore di vari contributi sul
tema con particolar riferimento ai dati epidemiologici relativi alle
malattie da polveri sottili.
Al convegno ha partecipato anche la dottoressa Antonella Litta, referente
per la provincia di Viterbo di Isde-Italia (International Society of Doctors
for the Environment - Medici per l'Ambiente) e portavoce del comitato che si
oppone all'aeroporto di Viterbo e s'impegna per la riduzione del trasporto
aereo.
*
Di fronte ad un uditorio attento e numeroso il professor Valerio ha parlato
dell'importanza della prevenzione e dell'informazione per salvaguardare la
salute dei cittadini, e della necessita' di ridurre l'esposizione delle
popolazioni a fattori cancerogeni. Dati e studi alla mano ha poi dimostrato
come la tecnica di incenerimento dei rifiuti sia dannosa per l'ambiente e la
salute e ben poco vantaggiosa dal punto di vista economico ed energetico. I
"termovalorizzatori", come ora si usa chiamare gli inceneritori, non
distruggono i rifiuti ma li trasformano in altro. I rifiuti che entrano
nell'inceneritore vengono trasformati in fumi, polveri sottili e scorie con
grave danno per la qualita' dell'aria, con aumento delle emissioni di
anidride carbonica e ossidi di azoto, anidride solforosa, metalli pesanti,
diossine e infine scorie. Scorie composte da sostanze tossiche assai
pericolose che devono successivamente essere smaltite in impianti speciali
con ulteriore spesa per i cittadini. Inoltre la combustione dei rifiuti
richiede dispendio di energia, energia prodotta con il petrolio, che quindi
determina un ulteriore aumento di anidride carbonica nell'atmosfera,
incrementando il surriscaldamento climatico. La convenienza dell'uso degli
inceneritori per il trattamento dei rifiuti e' solo per i gestori, che
ricevono dallo stato italiano, caso unico al mondo, da 25 ai 50 euro per
ogni tonnellata d'immondizia smaltita grazie al famigerato CIP6 (sigla che
indica il Comitato Interministeriale Prezzi e la sua delibera numero 6). Una
delibera che equipara i rifiuti a fonti di energia rinnovabile.
Il professor Valerio ha mostrato le alternative all'uso dei
termovalorizzatori gia' esistenti in Europa, in America ma anche in Italia
(vedi per esempio il ciclo di smaltimento dei rifiuti adottato nella
provincia di Savona e nella citta' di Bolzano). Il professor Valerio ha
ricordato che bisogna ridurre la produzione di rifiuti, rendere obbligatoria
nei comuni la raccolta porta a porta, incrementare la raccolta
differenziata, il riuso ed infine, e solo per la piccola parte residua,
utilizzare i cosiddetti sistemi meccanico-biologici a freddo di
biostabilizzazione che senza combustione agiscono sulla parte non
riutilizzabile dei rifiuti differenziati e non producono fumi dannosi,
polveri e scorie. Questi sono sistemi vantaggiosi ed a basso impatto
ambientale (per saperne di piu': http://federicovalerio.splinder.com e
www.centroriciclo.com).
*
Il dottor Giovanni Vantaggi nella sua relazione ha parlato anche della sua
esperienza di medico di base a Gubbio, del ruolo di responsabilita' che i
medici hanno anche nei confronti della salvaguardia dell'ambiente come
sancito dall'articolo 5 del nuovo codice deontologico, dell'impegno dei
Medici per l'ambiente (si veda anche il sito www.isde.it).
*
Al dibattito hanno preso parte anche numerosi cittadini impegnati nei
comitati umbri per la salvaguardia della salute e dell'ambiente, e da tutti
e' stata sottolineata la necessita' di far nascere nel piu' breve tempo
possibile un coordinamento regionale e nazionale di tutti i comitati
impegnati su questi temi.
*
Al temine della conferenza la dottoressa Litta ha chiesto un parere al
professor Valerio circa i danni derivanti dall'incremento del traffico aereo
e dalla costruzione di nuovi aeroporti.
Il professor Valerio ha espresso forte preoccupazione per queste scelte
economiche e politiche in quanto producono aumento dell'inquinamento
dell'aria e delle emissioni di anidride carbonica, e questo a causa del
cherosene utilizzato come carburante dagli aerei, poiche' esso e' meno
raffinato rispetto alle benzine o al gasolio utilizzato dalle auto e quindi
quando viene bruciato provoca effetti maggiori e piu' dannosi di quelli
prodotti dall'inquinamento derivante dal traffico automobilistico.
Il professor Valerio ha espresso quindi apprezzamento per l'iniziativa di
informazione, documentazione e sensibilizzazione promossa dal comitato
viterbese che si oppone al devastante aeroporto e s'impegna per la riduzione
del trasporto aereo, in difesa della salute della popolazione e
dell'ambiente.
L'autorevole opinione del prestigioso direttore del Dipartimento di chimica
ambientale dell'Istituto nazionale per la ricerca sui tumori di Genova,
conferma una volta di piu' come le voci piu' qualificate della comunita'
scientifica e medica condividano l'iniziativa per difendere la salute dei
cittadini e l'ambiente dall'ennesima grave aggressione.

5. STRUMENTI DI LAVORO. L'AGENDA DELL'ANTIMAFIA 2008
Uno strumento di lavoro che vivamente raccomandiamo: l'Agenda dell'antimafia
2008, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 2007,
euro 10. A cura di Anna Puglisi e Umberto Santino, edita dal Centro
Impastato con Addiopizzo, Cesvop, Comune di Gela, Consorzio Ulisse.
L'agenda puo' essere richiesta al Centro siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato", via Villa Sperlinga 15, 90144 Palermo, tel.
0916259789, fax: 0917301490, e-mail: csdgi at tin.it, sito:
www.centroimpastato.it

6. STRUMENTI DI LAVORO. L'AGENDA "GIORNI NONVIOLENTI" 2008
Dal 1994 ogni anno le Edizioni Qualevita pubblicano l'agenda "Giorni
nonviolenti" che nelle sue oltre 400 pagine offre spunti giornalieri di
riflessione tratti dagli scritti o dai discorsi di persone che alla
nonviolenza hanno dedicato una vita intera: ne risulta una sorta di
"antologia della nonviolenza" che ogni anno viene aggiornata e completamente
rinnovata. Uno strumento di lavoro che vivamente raccomandiamo.
Per richieste: Qualevita Edizioni, via Michelangelo 2, 67030 Torre dei Nolfi
(Aq), tel. e fax: 0864460006, cell. 3495843946, e-mail: info at qualevita.it,
sito: www.qualevita.it
Il costo di una copia di "Giorni nonviolenti" 2008 e' di 10 euro, sconti
progressivi per l'acquisto di un numero di copie maggiore.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 348 del 28 gennaio 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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