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Voci e volti della nonviolenza. 142



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 142 del 29 gennaio 2008

In questo numero:
1. Anna Bravo: Donne, guerra, memoria (parte seconda)
2. Et coetera

1. ANNA BRAVO: DONNE, GUERRA, MEMORIA (PARTE SECONDA)
[Nuovamente riproponiamo - e nuovamente ringraziamo di cuore Anna Bravo per
avercelo messo a disposizione - il primo capitolo del suo fondamentale libro
scritto in collaborazione con Anna Maria Bruzzone, In guerra senza armi.
Storie di donne. 1940-1945, Laterza, Roma-Bari 1995, 2000]

3. Con le armi e senza le armi
La seconda guerra mondiale e' un laboratorio di sentimenti e comportamenti
contrastanti. Forse e' particolarmente vero per l'Italia, dove il
rovesciamento delle alleanze e la guerra civile investono tradizioni
culturali, convinzioni politiche, fedi religiose, disegnando uno scenario
che cambia radicalmente nel tempo e nello spazio. Il discorso riguarda gli
uomini, che fra il '43 e il '45 danno vita a due eserciti, uno interamente
l'altro in parte volontario, e nello stesso tempo ai piu' grandi fenomeni di
sbandamento e diserzione della storia italiana. Ma tocca soprattutto le
donne.
Nel '40, nessuna organizzazione femminile, cattolica o laica, prende
posizione contro la guerra. L'8 settembre '43, quando l'esercito si disfa e
decine di migliaia di soldati si sbandano nel paese occupato dai tedeschi, a
soccorrerli, rivestendoli in borghese per sottrarli alla cattura e
indirizzandoli sulla via del ritorno a casa, sono soprattutto donne: per lo
piu' donne cosiddette "comuni", che agiscono senza il sostegno di ideologie
in senso stretto politiche, che non hanno armi per difendersi, e se le
avessero non saprebbero ne' probabilmente vorrebbero usarle. Ci si
aspetterebbe di vederle assistere in dolorosa rassegnazione alla cattura
degli sbandati. Invece li contendono a un esercito strapotente, e non di
rado con successo. "Pareva - scrive Luigi Meneghello - che volessero
coprirci con le sottane" (17).
Nel frattempo altre entrano nell'esercito sui generis della resistenza, e
sul fronte opposto nascono le ausiliarie di Salo', un corpo di volontarie
militarizzate che non portano le armi.
Agli inizi del '45, quando il governo Bonomi pretende di rendere operativo
il reclutamento degli uomini dai venti ai trent'anni nel nuovo esercito da
affiancare agli alleati, ancora le donne insieme con gli studenti tornano in
piazza contro la guerra. E' la rivolta dei "non si parte", che si estende in
tutto il centro-sud con scontri a fuoco, morti e feriti. Nella citta' di
Ragusa a prendere l'iniziativa e' Maria Occhipinti, ventitre' anni, incinta
di cinque mesi, di idee comuniste, che il 5 gennaio si stende davanti a un
camion carico di renitenti rastrellati, costringendo i carabinieri a
rilasciarli. Scontera' per questo carcere e confino (18).
Il senso comune dei contemporanei guarda senza stupore alle azioni di
sostegno ai renitenti: cosa puo' fare una donna di piu' naturale che opporsi
a chi le vuole portare via il marito, il figlio, e per estensione gli altri
uomini? Cosa puo' importarle che l'esercito in questione sia fascista o
antifascista?
Colpiscono di piu' le partigiane e le ausiliarie, donne che si "snaturano"
entrando negli spazi della politica e della guerra, eccezioni che rompono la
norma e nello stesso tempo la confermano.
Riprodurre nella ricerca gli orientamenti di allora identificando le "donne
comuni" con la ripetitivita' e la condizione di vittima, e le partigiane e
le ausiliarie con l'innovazione, il protagonismo, l'avventura, sarebbe una
fatica inutile, oltre che una doppia ingiustizia. Peggio ancora ragionare in
termini di "pacifiche" e "guerriere", "impolitiche" e "politiche". Con il
nostro lavoro vorremmo contribuire a renderlo chiaro.
Questo libro racconta storie di donne a Torino e nel Piemonte del '40-'45;
qualcuna di loro era partigiana; alcune sono state perseguitate e deportate
perche' ebree, altre per motivi politici; la maggior parte non ha avuto
particolari ruoli politici o militari, e secondo un vecchio stereotipo
storiografico rientrerebbe nella "zona grigia" di quelle e quelli che non
hanno scelto.
Racconta anche di donne rinchiuse in ospedale psichiatrico, di donne
condannate per aborto: nonostante lo sfascio istituzionale, l'ordine
fascista non dimentica i comportamenti femminili.
Di molte abbiamo sollecitato il racconto sotto forma di storia di vita o di
tranche autobiografica e qualcuna ci ha offerto anche lettere, documenti
personali e scritti di memoria; di altre abbiamo trovato traccia in carte
d'archivio. Su alcune esperienze, per esempio la prostituzione, c'e' ancora
una tale autocensura che e' stato impossibile ottenere anche una sola
narrazione diretta. Cosi' sulle condanne per aborto e per reati comuni.
Difficolta' di natura diversa hanno accompagnato la ricerca di donne ex
ausiliarie di Salo', e solo in fase di conclusione siamo arrivate a una
presa di contatto.
Da questo lavoro e' nata una mole di documenti e testimonianze inedite (19)
che ci sembra importante per capire quel periodo. Ci chiediamo allora quale
rapporto si possa costruire tra le riflessioni in atto su resistenza e
guerra e quelle sull'opera delle donne nelle sue molte forme.
Un punto di partenza puo' essere il vocabolario della storia, che per
indicare l'azione delle partigiane ha fatto ricorso per decenni a due
termini, contributo e partecipazione. Sono concetti deboli rispetto alla
ricchezza dell'esperienza, ma indicatori forti degli orientamenti
storiografici. Contribuire o partecipare non equivalgono a fare e a far
parte, anzi marcano il divario fra appartenenza e convergenza momentanea,
fra l'azione creativa e il suo contorno o supporto, che restano vaghi. Tanto
vaghi che le medesime parole sono state usate estensivamente per abbracciare
l'insieme delle iniziative femminili ritenute utili alla resistenza.
Forse e' cosi', le donne contribuiscono e partecipano, non fondano. Ma
dipende in primo luogo dai confini e dai contenuti che si danno al termine
resistenza.
Nel campo d'azione sia delle donne "comuni", sia delle partigiane e delle
militanti dei Gruppi di difesa della donna, ci sono molti comportamenti
tipici della resistenza civile, il concetto messo a punto dallo storico
francese Jacques Semelin (20) per indicare una pratica di lotta
caratterizzata nei suoi soggetti (appunto i civili), nei suoi mezzi (non le
armi, ma strumenti come il coraggio morale, la duttilita', la capacita' di
manipolare i rapporti, di cambiare le carte in tavola ai danni del nemico),
nei suoi obiettivi. Questi possono essere tanto l'appoggio alla resistenza
armata, quanto finalita' autonome che esprimono il rifiuto in prima persona
della societa' contro la pretesa nazista di dominio sulla sua vita e sulle
sue strutture. E' resistenza civile quando si sciopera o si manifesta per
migliori condizioni materiali, per ostacolare lo sfruttamento delle risorse
locali da parte degli occupanti, per testimoniare la propria identita'
nazionale; quando si agisce per isolare moralmente nazisti e
collaborazionisti; quando si tenta di mantenere una certa indipendenza di
gruppi sociali e  istituzioni (21), di impedire la distruzione di beni
essenziali, di contenere la violenza magari offrendosi come intermediari;
quando ci si fa carico di qualcuna delle innumerevoli vite messe a rischio
dalla guerra. A distinguere queste e altre pratiche dalle strategie di
emergenza messe in atto soprattutto dalle donne per far continuare la vita
quotidiana, sono l'intenzione e la funzione antinazista, anche se fra le due
aree di comportamenti possono esserci affinita' e sovrapposizioni.
A volte collettivi, piu' spesso individuali, frutto ora di una tessitura
minuziosa, ora di precipitazioni impreviste, le lotte sono per lo piu' non
violente, ma non sempre: per l'Italia, ricordiamo gli assalti a magazzini
viveri e a treni carichi di derrate o combustibili - l'altra guerra, la
definisce Miriam Mafai (22) - e non da ultimo le violenze collettive, spesso
amplificate nell'immaginario sociale, contro esponenti e favoreggiatori di
Salo'. Anche l'assenza di armi non e' sempre una scelta, in certi casi e'
semplicemente impossibile procurarsele.
Per molti protagonisti/e  valgono ragioni politiche in senso stretto. Per
moltissimi/e altri si tratta piuttosto di compassione verso chi e' in
pericolo, stanchezza della guerra, spirito di ribellione per il continuo
peggioramento delle condizioni materiali; a volte di orgoglio nazionale o
dignita' del proprio mestiere. Ma nessuna di queste spinte basterebbe, senza
un preventivo disconoscimento della legalita' fascista e senza
l'identificazione, per quanto embrionale e sotterranea, di una legittimita'
altra. E' forse il principale punto di convergenza fra protagonisti/e cosi'
eterogenei che a accomunarli e' quasi solo la condizione di cittadini di uno
stesso paese. Ma e' un punto forte: gia' negli scioperi del marzo '43, la
scintilla era nata dal rifiuto della legalita' vigente, che pretendeva di
imporre l'unione sacra in nome della patria, e si fondava su un'altra idea
di legittimita', secondo la quale e' immorale far pagare alle popolazioni
prezzi cosi' alti in termini di fame, freddo, fatica, rischio.
Nella resistenza civile italiana, la mobilitazione dell'8 settembre spicca
come un momento forte, esemplarmente pericoloso (23), con caratteristiche di
massa e esteso a tutto il territorio occupato. Alle sue radici, non tanto
una pieta' indifferenziata, quanto la disponibilita' femminile nei confronti
di un destinatario ben determinato, il giovane maschio vulnerabile che si
rivolge in quanto tale alla donna come a una figura forte e protettrice,
vale a dire a una madre. Per questo parleremmo qui di maternage di massa
(24) come forma di resistenza civile insieme rafforzata e mediata dalla
carica simbolica connessa alla figura femminile.
Nei venti mesi successivi, si contano piccoli e grandi fallimenti, piccoli e
grandi risultati. Si vanificano i piani nazisti, come quando le donne di
Carrara resistono agli ordini di sfollamento totale emanati nel luglio '44
per garantire alle truppe tedesche una via di ritirata attraverso territori
sgombri (25). Si strappano miglioramenti delle condizioni di vita. Si
delegittimano le istituzioni di Salo'. Si salvano persone, come fanno i
contadini toscani che ospitano per mesi i prigionieri alleati evasi dai
campi di concentramento italiani dopo l'armistizié (26).
Si tratta nel suo insieme di un enorme lavoro di tutela e trasformazione
dell'esistente, vite, rapporti, cose, che si contrappone sul piano sia
materiale sia simbolico alla terra bruciata perseguita dagli occupanti, e
che ha alti livelli di rischio, dalla denuncia alla deportazione e alla pena
di morte per chi fornisca documenti falsi ai ricercati, dia aiuto a
partigiani o, recita un decreto di Salo' del 9 ottobre 1943, dia rifugio a
prigionieri e militari alleati o ne faciliti la fuga. Del resto, nell'ordine
senza diritto imposto dall'occupazione, basta un rifiuto occasionale di
obbedienza a provocare conseguenze gravi. L'impegno nella resistenza civile
puo' contare e costare quanto quello nella resistenza armata.
Partiti, Cln e forze partigiane guardano con grande attenzione agli
orientamenti popolari. E' cosi' in tutta Europa, dove gia' alla vigilia
dell'occupazione cominciano a circolare testi che suggeriscono regole di
condotta nei confronti dei tedeschi. In qualche caso sono opera di ignoti o
di militanti isolati, in altri vengono da organizzazioni della resistenza. I
Dieci Comandamenti di un Danese propongono la linea della "spalla fredda",
che sollecita a rifiutarsi di andare a lavorare in Germania, a sabotare
macchinari e produzione, a proteggere chiunque sia ricercato, a trattare "i
traditori secondo quel che si meritano". In Italia nel dicembre 1943 un
opuscolo del partito d'azione chiede ai dipendenti pubblici rimasti in
servizio di ostacolare con ogni mezzo il funzionamento dell'amministrazione
fascista (27).
Al di la della loro ricaduta operativa, materiali come questi contribuiscono
a mettere in luce una delle caratteristiche piu' interessanti della
resistenza civile: il suo essere intessuta di iniziative ora solitarie ora
di gruppo ora di massa, e nutrita sia di elementi di organizzazione politica
sia di "spontaneita'", o, piu' precisamente, di forme diverse di
concertazione fondate su rapporti di paese, di quartiere, di caseggiato, su
reti parentali, di colleganza, di amicizia. In Italia, dove il fascismo ha
frantumato l'opposizione e infiltrato le strutture sociali e dove i gia'
deboli sentimenti civici sono sbriciolati, la funzione dei  reticoli
informali e' dominante.
Ma nelle rappresentazioni ufficiali e nell'immaginario d'epoca, resistente
e' chi ha combattuto in montagna, e nei giorni della liberazione, ha sfilato
nelle citta' incarnando anche visivamente l'irrompere del nuovo. In seconda
istanza viene l'esponente dei partiti del Cln. Figure inermi e debolmente
organizzate come i deportati e gli internati militari restano sullo sfondo,
e i criteri per l'attribuzione delle qualifiche partigiane rispecchiano
questa gerarchia. In Italia - stabilisce il decreto luogotenenziale del 21
agosto 1945 - e' dichiarato partigiano chi ha portato le armi per almeno tre
mesi in una formazione armata "regolarmente inquadrata nelle forze
riconosciute e dipendenti dal Comando volontari della liberta'", e ha preso
parte a almeno tre azioni di guerra o di sabotaggio. A chi e' stato in
carcere, al confino, in campo di concentramento, la qualifica viene
riconosciuta solo se la prigionia ha oltrepassato i tre mesi; almeno sei
sono necessari nel caso di servizio nelle strutture logistiche. A chi,
dall'esterno delle formazioni, abbia prestato aiuti particolarmente
rilevanti viene attribuito in qualche regione il titolo di benemerito.
Parametri simili vigono negli altri paesi europei, mentre solo il Belgio
introduce per pochissimi casi lo statuto di resistente civile.
Con questa consacrazione dell'iniziativa in armi e del legame politico - di
partito, di gruppo, di organismo di massa - si sancisce una strettoia che
penalizza molte forme di opposizione e moltissimi uomini e donne, comprese
le partigiane, che in vari casi non sono state inserite negli organici, e le
miltanti dei Gruppi di Difesa della donna.
Partigiana deportata a Ravensbrueck e coautrice di un libro di memoria e di
analisi sulla prigionia femminile (28), Lidia Beccaria Rolfi ricorda
l'atteggiamento con cui i compagni la accolgono al suo ritorno dal lager:
"Quando tu tentavi di raccontare la tua avventura, tiravano sempre fuori
l'atto eroico: '... pero' noi!'. I tedeschi li avevano ammazzati loro, i
fascisti li avevano fatti fuori loro... e noi eravamo prigionieri..." (29).
Dove l'ironia prende di mira, insieme all'autocelebrazione, i valori
celebrati: orgoglio militare, enfasi sulla morte, primato del combattente in
armi (30).
E' una critica che va alle radici, e non e' un caso che a farla sia una
donna. Nella resistenza e nello Stato che ne nasce, la spinta al
rinnovamento tocca aspetti decisivi dell'assetto politico e istituzionale.
Ma resta saldo, sul piano simbolico se non a livello giuridico, uno dei
fondamenti tradizionali della cittadinanza, che lega la sua pienezza al
diritto/dovere di portare le armi, facendo degli inermi per necessita' o per
scelta figure minori, cittadini in seconda. E' il modello consegnato alla
modernita' dalla rivoluzione francese e dalle sue leve di massa, paradigma
maschile e guerriero del rapporto individuo/Stato (31).
All'attualizzazione di quel primato contribuisce un intarsio di modelli
irriducibile a una posizione politica o di partito: dalla tradizione
marxista di appoggio alle guerre di liberazione alla figura del ribelle
risorgimentale, dalla memoria del combattente di Spagna al sogno del
proletario armato come avanguardia del movimento patriottico. A imporlo e a
farlo apparire naturale e' la stessa realta': quella di resistenza e' una
guerra. Che la guerra non si combatta solo con le armi e che la politica non
sia solo quella organizzata, e' un'idea lontana dall'Italia di allora.
Per le donne, si aggiunge il peso delle costruzioni simboliche sul femminile
da cui, a dispetto dei suoi sogni di cambiamento, il movimento resistenziale
non e' affatto immune. Perdura l'ideologia dell'inconciliabilita' fra donne
e  politica, in omaggio alla quale azioni simili hanno uno statuto diverso a
seconda di chi le compie: di una donna che cucina per i partigiani, cura i
feriti o segnala la presenza di tedeschi, si dice che da' un aiuto;
dell'addetto alla sussistenza di una formazione, del cuoco, dell'infermiere,
dell'informatore, si dice che sono partigiani. Lo stesso maternage dell'8
settembre, che salva fra l'altro la "materia prima" della resistenza armata,
viene dato quasi per scontato: le donne avrebbero agito come madri e spose,
ed e' come madri e spose che si cerca di guadagnarle alla causa - e che
nello stesso tempo se ne diffida per il loro "egoismo" familistico.
Sebbene la guerra sottoponga il concetto di politica a tensioni fortissime,
pochi fra i protagonisti sembrano capaci di vedere nelle pratiche delle
donne qualcosa di diverso dal prolungamento dei ruoli di assistenza e di
cura, espansi al di fuori del privato in deroga alla "naturale" divisione
degli spazi. Che a singole esponenti politiche siano assegnati incarichi di
rilievo in qualcuno dei territori provvisoriamente liberati dai partigiani,
e' un segnale importante, ma coesiste con il fatto che in nessuna di queste
zone viene riconosciuto alle donne il diritto di voto per l'elezione degli
organismi di autogoverno.
Perdura - ed e' stupefacente se si pensa ai pericoli per i civili, alla
fame, all'imprevedibilita' del domani - l'assimilazione fra vita quotidiana
e routine, con quel suo risvolto simmetrico che identifica emergenza e
caduta peccaminosa nel lassismo. Se la Chiesa rimprovera alle donne di
sfuggire la domesticita' con il pretesto della guerra e di non saper piu'
educare cristianamente le figlie, in una lettera della XL brigata Matteotti
(32) si arriva a invitare le compagne a impegnarsi per procurare quanto
necessario alla formazione, "abbandonando la vita metodica e casalinga"
(sic).
Nonostante il coraggio con cui una parte della dirigenza partigiana
stigmatizza i pregiudizi maschili, perdura anche l'ideologia
dell'incompatibilita' fra donne e armi, mentre in banda la divisione dei
compiti si modella sulla gerarchia di genere. Per molte che combattono,
poche accedono a ruoli politici o militari di rilievo, pochissime diventano
comandanti o commissari politici. E' cosi' in tutta la resistenza europea,
ma nei paesi latini si arriva al grottesco: una donna italiana si vede
attribuire la qualifica di soldato semplice proprio dal giovane partigiano
che lei stessa aveva messo a capo di una formazione quando esercitava in via
provvisoria il comando della piazza di Torino (33).
Lo stereotipo forse piu' imbarazzante per la sensibilita' dell'oggi e'
l'associazione tra femminilita' e impurita', contaminazione, disordine
sessuale, che nella resistenza solo piccole minoranze si propongono di
smontare. Mentre i rapporti di genere restano associati al privato, e il
privato viene temuto come luogo del cedimento e della perdizione (34), si
esaltano madri e sorelle putative, si guarda con diffidenza alla
femminilita' di ogni altra, comprese le partigiane. Un caso limite - rimasto
isolato, ma inizialmente proposto a modello dal comando generale del Corpo
volontari della liberta'  - e'  quello della piemontese XIX brigata
Garibaldi, dove le 38 donne del distaccamento femminile non solo lavorano di
cucito al chiuso sotto il controllo di un'anziana, non solo sono diffidate
dall'avere rapporti con i civili, ma vengono sottoposte a visita medica
settimanale per evitare casi "di malattie piu' o meno contagiose" (35). La
partigiana ideale e' la protagonista dell'Agnese va a morire (36), il
romanzo modello sulla resistenza femminile: informe, materna, in eta' non
sospetta.
Le altre, come e' risaputo, inquietano. Giovani, uscite non episodicamente
dal privato e mischiate ai maschi nelle formazioni, sfidano troppe
costruzioni ideologiche, a partire da quella per cui donne e uomini devono
avere spazi separati; e fanno a tal punto da catalizzatore del biasimo
antipartigiano che, in ossequio alla mentalita' diffusa, vengono non di rado
messe ai margini a emergenza finita. Che il "racconto" della resistenza come
nuova epopea nazionale nasca su questa rimozione del femminile non ha mai
occupato i pensieri degli storici.
Eppure affrontare quel vuoto aiuterebe a capire da dove veniamo, in
particolare per quanto riguarda modelli e politiche di genere, su cui forse
non esiste un rivelatore potente quanto il tempo della guerra.
Basta pensare, per esempio, all'impegno di tanti dirigenti politici e
militari italiani nell'evitare un'immagine promiscua della resistenza. Per
lo piu' lo si e' letto come un adeguamento all'arretratezza sociale e
culturale del paese e un residuo interno all'orizzonte nord-occidentale,
come se l'Italia non fosse invece fortemente legata alla tradizione del
bacino mediterraneo. Senza dimenticare lo scarto temporale e le differenze
che ci separano dai paesi della riva sud, sarebbe utile una riflessione
centrata sia sulla pretesa delle religioni a regolamentare direttamente o
indirettamente la vita delle donne e la morale privata, sia sul
riconoscimento che le forze politiche  sono costrette, avvezze, spesso
interessate, a dare a quella intromissione.
La riluttanza a far sfilare le partigiane nei cortei della liberazione come
versione evoluta del velo? Sarebbe un'ironia, se si pensa che nella guerra
appena conclusa a garantire la vita sono state donne visibili a livello di
massa nella sfera pubblica come mai prima (37); ma darebbe un elemento in
piu' per comprendere alcuni aspetti che ci sta a cuore sottolineare,
innanzitutto l'enorme legittimazione accordata al materno in quei momenti e
la sua poca resa in termini di liberta' e visibilita' femminili a emergenza
finita.
*
4. Interpretazioni
Questi orientamente hanno modellato per decenni i modi e tempi della
ricerca, che, come in tutta Europa, ha quasi ignorato la resistenza delle
donne e le lotte non armate.
Per quanto riguarda la prima, la sua marginalizzazione era evidentissima nel
disinteresse per il nodo donne/politica. Un problema lungamente dibattuto a
proposito degli scioperi del marzo 1943 - il rapporto fra organizzazione
politica e concertazione informale - e' stato del tutto trascurato per  le
donne. Le stesse divergenze fra partigiane, fra organizzazioni femminili e
al loro interno, venivano eluse a favore di un'immagine di quieto
unanimismo. Gia' a partire dagli anni settanta alcune studiose denunciavano
queste cecita' (38); ma in quella fase, e per vario tempo ancora, nella
comunita' delle storiche dominava la diffidenza verso i binomi che accostano
le donne agli eventi della cosiddetta grande storia (gli intrecci
donne/guerra, donne/resistenza e cosi' via), quasi fossero un cedimento alle
sue gerarchie di rilevanze. Anche per questo la storiografia reistenziale
poteva continuare indisturbata a "spiegare" l'opera delle donne in termini
di rapida politicizzazione (senza pero' verificarla), o di naturale
oblativita' femminile e di umanitarismo (seducenti parole tuttofare che
andrebbero a loro volta spiegate, perche' quei sentimenti non scattano
sempre ne' per chiunque).
In termini simili, e con la stessa distrazione, si guardava alle lotte senza
armi. Pochissime le ricerche, assolutamente imparagonabili alla mole di
studi sulla resistenza armata e sui gruppi politici, e dovute quasi soltanto
a esponenti e gruppi della nonviolenza.
Lo scarto era ancora maggiore per la sistemazione storico-teorica. Sul nodo
guerra di liberazione / guerra civile sono state scritte cose decisive e
probabilmente definitive (39), su quello lotta armata / lotta non armata e
sul modello di cittadinanza uscito dalla resistenza si e' pensato e detto
poco. A tutt'oggi manca del tutto, per esempio, una riflessione su quanto, e
se, abbiano influito su quel modello il carattere volontario
dell'arruolamento, la struttura meno gerarchica delle formazioni militari,
gli obiettivi di pace. Non in modo decisivo, a giudicare dall'indicatore
rappresentato dal linguaggio, che continua a fare del caduto la
personificazione eroica e virile del morto.
Certo la nostra realta' e' imparagonabile alle grandi mobilitazioni popolari
e istituzionali di altri paesi, e sovradimensionarla avvalorerebbe il mito
nazionale degli "italiani brava gente". Per quanto riguarda l'aiuto agli
ebrei, banco di prova della resistenza civile europea, non si hanno da noi
prese di posizione ufficiali ne' da parte di personalita' della cultura, ne'
di istituzioni religiose e civili o di ordini professionali; dissociazione
dalla politica razzista e sostegno concreto si realizzano in gran parte a
livello individuale o nelle reti di rapporti di piccolo raggio. Quanto
basta, pero', a rifiutare lo stereotipo speculare di un popolo geneticamente
afflitto da opportunismo e inclinazioni fascistoidi - la categoria di
carattere nazionale e' cosi' volatile che la si puo' tirare in qualsiasi
direzione.
Comunque si valuti la dimensione quantitativa, non perdono la loro vitalita'
i significati che l'area dei comportamenti conflittuali inermi offre, e che
ne' la cultura di sinistra ne' quella cattolica hanno colto e accolto. La
prima li ha trattati quasi come una componente ambientale che aderisce,
sabota o si astiene in una partita giocata tra fascisti e partigiani. La
seconda ha puntato a valorizzare sia l'azione disarmata sia la pietas che si
sforza di salvaguardare beni e persone, ma identificandole come espressioni
della coscienza cristiana e forme proprie della partecipazione cattolica
alla resistenza (40); a volte rivendicandole in esclusiva (41). Quasi che
atti e sentimenti simili non appartenessero anche all'esperienza del
combattente, o non potessero avere altra matrice che quella religiosa (42).
Si puo' dire, schematizzando, che questi orientamenti si sono riprodotti per
decenni, con le due parti che rivendicavano l'una il primato della lotta
armata nella guerra antifascista e nella fondazione democratica, l'altra
quello della resistenza senza armi. Restava cosi' irrisolto il problema di
una concettualizzazione della lotta civile che non ne facesse un puro
complemento di quella armata (43), ne' un fenomeno indistinto buono a
legittimare qualsiasi condotta, ne' il blasone dello schieramento cattolico;
e nell'opinione pubblica si tramandava la vecchia e settaria divisione dei
ruoli che assegna alle sinistre, in particolare ai comunisti,
l'organizzazione e la violenza, ai cattolici la spontaneita' e la pietas.
Il risultato e' che un intero universo di comportamenti rimaneva fuso e
confuso nello scenario della guerra civile, mentre il senso comune
storiografico recalcitrava di fronte alla prospettiva di riconoscergli il
titolo di resistenza. In qualche caso - per esempio i 600.000 militari
internati in Germania che rifiutano di arruolarsi nell'esercito di Salo' -
si parlava di "resistenza passiva", un termine gia' in uso all'epoca, che
per la cultura occidentale ha un segno negativo e che risulta davvero
stonato. Come si fa a definire "passivo" un no opposto ai nazisti
dall'interno di un campo di prigionia?
Ecco perche' il concetto di resistenza civile risulta prezioso. Individuare
nella societa' un luogo di antagonismo anziche' uno scenario, nei cittadini
e nei gruppi sociali i protagonisti anziche' le comparse, equivale a mettere
in questione automatismi fra i piu' radicati: non solo la polarita' fra un
maschile associato alla guerra e un femminile associato alla pace, ma anche
l'equiparazione fra comportamento attivo e presa delle armi, e
l'identificazione altrettanto arbitraria della scelta non violenta con
l'equidistanza dagli schieramenti. Se la resistenza civile puo' e spesso
deve cercare la mediazione, lo fa a partire da una scelta di campo.
Pensiamo dunque che meriti un posto a se' nel dibattito avviato in questi
anni su "zona grigia" e attendismo. Un posto contiguo, perche' spesso ne
condivide il contesto sociale e una frazione di percorso, e nello stesso
tempo lontanissimo, perche' non ne e' la faccia nascosta ma l'esatto
contrario. Ci sembra che lo sia anche se si adottano letture nuove e
sensibili degli atteggiamenti delle popolazioni, per esempio sottolineando
la fatica di sopravvivere e la sofferenza comuni, o rifiutando di assimilare
esitazioni e sentimenti di estraneita' a una palude opportunista (44). Sono
modi di rendere giustizia a chi, pur non facendosi parte attiva della lotta,
puo' aver condiviso momenti di solidarieta' o sforzi per limitare il peso
dell'emergenza.
Ma perche' la resistenza civile abbia a sua volta giustizia, il primo passo
e' proprio distinguerla da questo sfondo. Chi protegge un perseguitato non
si mette in posizione di attesa, non delega la salvezza dell'altro alla fine
vittoriosa della guerra, un evento che potrebbe arrivare troppo tardi.
Sceglie, si espone, e con il suo comportamento esemplifica il rapporto
semplice e cruciale che esiste fra il tema della resistenza civile e quello
della responsabilita' individuale. Se si indica come sola forma di
opposizione qualificata quella in armi, come solo antagonista decisivo il
partigiano, si finisce implicitamente per legittimare chi ha scelto di non
agire, e puo' giustificarlo invocando principi e infinite ragioni pratiche.
E' vero che non tutti possono sparare, lasciare la famiglia e la casa,
vivere in clandestinita', reggere grandi fatiche. La lotta armata,
soprattutto quella in montagna, chiede corpi giovani e sani.
Molto cambia se si afferma l'idea di una resistenza diversa, praticabile in
molti piu' luoghi e forme, accessibile a molti piu' soggetti, dalla madre di
famiglia al prete al nonviolento, ma anche a chi ha un'eta' anziana, o e'
infermo, magari fisicamente inetto. "Fai come me" e' un invito che il
resistente civile puo' estendere molto al di la' di quanto possa fare il
partigiano in armi. Il problema della colpa diventa cosi' meno
tranquillamente eludibile, sia sul piano individuale sia su quello
collettivo (45).
Qualcosa puo' cambiare anche per quanto riguarda un altro crocevia storico e
ideologico. Si discute da tempo in Italia sulle difficolta' della resistenza
a porsi come matrice dei sentimenti di appartenenza, sui modi di affrontare
le fratture politiche che segnano l'identita' nazionale. Ma esistono
divisioni legate al genere sessuale, alle fasce di eta', alle diverse
tradizioni, alla geografia, a cominciare da quella che giustappone un nord
cuore della lotta armata, virilmente attivo, innovatore, a un sud
"femminilmente" passivo, cooptato in un riscatto cui sarebbe rimasto
estraneo. Sono problemi non solo italiani, visto che tutti gli stati europei
hanno preso a simbolo della rinascita postbellica la figura minoritaria del
giovane maschio combattente.
Dare valore alla resistenza civile rimette in discussione questo assetto
politico e simbolico, fino a prospettare una ridefinizione di quel che si
intende per contributo di un gruppo, di una categoria, di un paese, alla
lotta antinazista. Oggi lo si valuta ancora in termini di morti in
combattimento; sarebbe giusto misurarlo anche sulla quantita' di energie, di
beni e soprattutto di vite strappate al III Reich.
*
Note
17. L. Meneghello, I piccoli maestri, Mondadori, Milano 1986, p. 27.
18. M. Occhipinti, Una donna di Ragusa (preceduto da Un altro dopoguerra, di
E. Forcella), Feltrinelli, Milano 1976. Come scrive Forcella, della rivolta
dei "non si parte" si e' parlato e scritto poco, soprattutto perche'
all'epoca era stata unitariamente interpretata come frutto di rigurgiti
fascisti e trame separatiste.
19. La ricerca e' stata svolta, oltre che dalle autrici, da Eleonora
Bisotti, Anna Gasco (che ha curato anche le videointerviste), Grazia
Giaretto, che hanno condotto la maggior parte delle interviste, contribuito
al lavoro di archivio, e costantemente partecipato alla riflessione sui
materiali. Lettere, scritti autobiografici, documenti personali, materiale
fotografico, testi video e le piu' di 8.000 pagine di trascrizione delle
interviste sono depositati a Torino presso l'Istituto storico della
Resistenza in Piemonte.  Nelle note delle citazioni si fa riferimento alle
pagine della trascizione.
20. J. Semelin, Senz'armi di fronte a Hitler. La Resistenza Civile in
Europa. 1939-1943, Sonda, Torino 1993, che propone la definizione sopra
citata, riferendola  alla mobilitazione sia delle popolazioni sia delle
istituzioni o di entrambe.
21. Fra le lotte di questo tipo, ricordiamo il rifiuto dei magistrati
torinesi di prestare giuramento alla repubblica di Salo', e la resistenza di
varie categorie di lavoratori e di sportivi contro l'iscrizione coatta a
associazioni professionali nazificate in Belgio, Olanda, Danimarca, Norvegia
(vedi rispettivamente A. Galante Garrone, Il mite giacobino, Donzelli, Roma
1994, pp. 89-90, e Semelin, Senz'armi cit.).
22. Numerosi esempi in M. Mafai, Pane nero, Mondadori, Milano 1987, pp. 246
sgg., e nel racconto di Nelia Benissone, in A. M. Bruzzone, R. Farina, La
Resistenza taciuta, La Pietra, Milano 1976.
23. Sulla durezza della repressione nazista contro le popolazioni, vedi L.
Klinkhammer, L'occupazione tedesca in Italia. 1943-1945, Bollati
Boringhieri, Torino 1993.
24. A. Bravo, Simboli del materno, in A. Bravo (a cura di), Donne e uomini
nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991.
25. Commissione provinciale pari opportunita' di Massa-Carrara, A Piazza
delle Erbe!, Provincia di Massa-Carrara, 1994, in particolare G. Bonansea,
Immagini e simboli nei racconti di partigiane carraresi. Le voci, il
racconto.
26. R. Absalom, La strana alleanza: prigionieri alleati e contadini dopo l'8
settembre 1943, Olschki, Firenze 1991.
27. Citato in C. Pavone, Per una riflessione critica su rivolta e violenza
nel Novecento, in "I viaggi di Erodoto", 28, 1996.
28. L. Beccaria Rolfi, A. M. Bruzzone, Le donne di Ravensbrueck.
Testimonianze di deportate politiche italiane, Einaudi, Torino 1978.
29. Cfr. A. Bravo, D. Jalla (a cura di), La vita offesa: storia e memoria
dei Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti, Franco Angeli,
Milano 1986, p. 383.
30. Per un'analisi critica dell'uso della violenza nella lotta antifascista
e dei problemi politici ed etici connessi, vedi l'ampia trattazione di C.
Pavone, Una guerra civile: saggio storico sulla moralita' nella Resistenza,
Bollati Boringhieri, Torino 1991, cap. VII, La violenza.
31. Della riflessione femminile sul rapporto fra cittadinanza e
diritto/dovere di portare le armi, un esempio importante e' Elshtain, Donne
e guerra cit., soprattutto la parte I, La virtu' civica armata. Vedi anche
G. Bonacchi, A. Groppi (a cura di), Il dilemma della cittadinanza. Diritti e
doveri delle donne, Laterza, Roma-Bari 1993, in particolare V. Fiorino,
Essere cittadine francesi: una riflessione sui principi dell'89.
32. Citata in Archivio centrale Udi, I gruppi di Difesa della donna
1943-1945, Ed. Archivio centrale Udi, Roma 1995.
33. M. Alloisio, G. Beltrami, Volontarie della liberta', Mazzotta, Milano
1981.
34. Pavone, Una guerra civile  cit., pp. 521 sgg.
35. Il documento e' in G. Rochat (a cura di), Atti del Comando generale del
CVL, Franco Angeli, Milano 1972, pp. 187-188. Una ferma denuncia contro un
trattamento che equipara le partigiane "alle puttane del reggimento" viene
dal Comando G. L. (G. De Luna, Storia del Partito d'Azione, Feltrinelli,
Milano 1982, p. 297).
36. R. Vigano', L'Agnese va a morire, Einaudi, Torino 1949, moltissime volte
ristampato.
37. Visibilita', mobilita' e politicizzazione delle donne sono fra gli
elementi sottolineati nell'interpretazione di E. Galli Della Loggia, Una
guerra "femminile"?, in Bravo, Donne e uomini nelle guerre mondiali cit.
38. Vedi, oltre a Bruzzone-Farina, La Resistenza taciuta cit., Guidetti
Serra, Compagne cit, Alloisio-Beltrami, Volontarie della liberta' cit, anche
R. Rossanda, Le altre, Bompiani, Milano 1979.
39. Pensiamo naturalmente a Una guerra civile di Pavone, dove
all'opposizione non armata e' pero' dedicato il solo paragrafo Lotta nella
societa' e lotta per la sopravvivenza.
40. P. Scoppola, La repubblica dei partiti. Profilo storico della democrazia
in Italia (1945-1990), Il Mulino, Bologna 1991, p. 109, n. 48.
41. Vedi soprattutto la posizione di Rocco Buttiglione, in "Il Tempo", 19
settembre 1992, denunciata da Norberto Bobbio, in N. Bobbio, G. E. Rusconi,
Lettere sull'azionismo, in "Il Mulino", a. XLI, 1992, n. 344. Sulla spinta
all'amore e alla tutela dell'esistente nel combattente in armi vedi
Elshtain, Donne e guerra cit., in particolare  il VI capitolo.
42. Per esempio la tradizione pacifista anarchica, o il millenarismo
contadino di cui parla Roger Absalom a proposito dei mezzadri toscani, vedi
Id., La strana alleanza cit.
43. Il rischio non e' solo italiano, come mostra la scelta di Semelin, nel
citato Senz'armi di fronte a Hitler, di dedicare l'analisi ad anni in cui la
resistenza armata era in Europa ancora inesistente o poco sviluppata.
44. Vedi rispettivamente P. Scoppola, 25 aprile. Liberazione, Einaudi,
Torino 1995, pp. 47-54, e G. E.Rusconi, Resistenza e postfascismo, Il
Mulino, Bologna, 1995, cap.I.
45. Intendiamo per colpa collettiva, sulla scorta di Jean Amery,
(Intellettuale a Auschwitz, Bollati Boringhieri, Torino 1987, p. 125) "la
somma, divenuta oggettivamente manifesta, di comportamenti colpevoli
individuali", per cui la colpa di ogni singolo nelle sue azioni e omissioni
"diviene la colpa complessiva di un popolo".
(Parte seconda - segue)

2. ET COETERA

Anna Bravo, storica e docente universitaria, vive e lavora a Torino, dove ha
insegnato Storia sociale. Si occupa di storia delle donne, di deportazione e
genocidio, resistenza armata e resistenza civile, cultura dei gruppi non
omogenei, storia orale; su questi temi ha anche partecipato a convegni
nazionali e internazionali. Ha fatto parte del comitato scientifico che ha
diretto la raccolta delle storie di vita promossa dall'Aned (Associazione
nazionale ex-deportati) del Piemonte; fa parte della Societa' italiana delle
storiche, e dei comitati scientifici dell'Istituto storico della Resistenza
in Piemonte, della Fondazione Alexander Langer e di altre istituzioni
culturali. Opere di Anna Bravo:  (con Daniele Jalla), La vita offesa,
Angeli, Milano 1986; Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza,
Roma-Bari 1991; (con Daniele Jalla), Una misura onesta. Gli scritti di
memoria della deportazione dall'Italia,  Angeli, Milano 1994; (con Anna
Maria Bruzzone), In guerra senza armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza,
Roma-Bari 1995, 2000; (con Lucetta Scaraffia), Donne del novecento, Liberal
Libri, 1999; (con Anna Foa e Lucetta Scaraffia), I fili della memoria.
Uomini e donne nella storia, Laterza, Roma-Bari 2000; (con Margherita
Pelaja, Alessandra Pescarolo, Lucetta Scaraffia), Storia sociale delle donne
nell'Italia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2001; Il fotoromanzo, Il
Mulino, Bologna 2003.
*
Anna Maria Bruzzone e' nata a Mondovi' e vive a Torino, dove ha insegnato.
Storica, saggista, ricercatrice sociale, acuta scrittrice di storia orale e
delle donne, impegnata per la pace e la dignita' umana. Opere di Anna Maria
Bruzzone: (con Rachele Farina), La Resistenza taciuta. Dodici vite di
partigiane piemontesi, La Pietra, Milano 1976, seconda edizione riveduta
Bollati Boringhieri, Torino 2003;  (con Lidia Beccaria Rolfi), Le donne di
Ravensbrueck, Einaudi, Torino 1978; Ci chiamavano matti, Einaudi, Torino
1979; (con Anna Bravo), In guerra senza armi. Storie di donne 1940-1945,
Laterza, Roma-Bari 1995, 2000.

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 142 del 29 gennaio 2008

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