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Nonviolenza. Femminile plurale. 155



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 155 del 31 gennaio 2008

In questo numero:
1. Maria Grazia Campari: Per un piano contro la violenza di genere
2. Lea Melandri: Ostacolo alla cultura del dominio
3. Giancarla Codrignani: Il mio Sessantotto
4. Anna Bravo ricorda Lidia Beccaria Rolfi
5. Anna Bravo ricorda Maria Occhipinti

1. PROPOSTE. MARIA GRAZIA CAMPARI: PER UN PIANO CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE
[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano
(www.universitadelledonne.it) riprendiamo il seguente testo dal titolo
completo "Per un piano nazionale di educazione e sensibilizzazione contro la
violenza di genere" del 21 gennaio 2008.
Maria Grazia Campari e' una prestigiosa giurista e intellettuale femminista,
impegnata nei movimenti per la pace e i diritti]

Premessa
In questa fase, la globalizzazione economica esercita un influsso prepotente
sulle vite di tutte e tutti, donne e uomini.
Le donne, in particolare, subiscono l'esito infausto del nesso fra egemonia
del mercato e politiche familistiche (uomo individualista economicamente
indipendente, donna dipendente al servizio della famiglia) al quale fa
seguito la diffusione di valori morali e giuridici di stampo
fondamentalista, implicanti una negazione di liberta' in primo luogo per le
donne, poi per tutti per la indivisibilita' di questo valore.
Questo ordine determina la negazione di qualsiasi relazione fra soggetti
dotati di pari valore, svalorizza l'autonomia e l'autodeterminazione delle
donne, nega loro fondamentali diritti della personalita'. Attraverso il
richiamo a valori religiosi dichiarati indisponibili, nega l'autogoverno
laico delle vite e avvolge tutte in una rete intessuta di nodi autoritari.
Questo ordine comporta, inoltre, precise ricadute sull'integrita' e sulla
vita stessa delle donne: dai gesti quotidiani di disvalore, alla inesistenza
di autonomia decisionale sul proprio corpo (sancita da leggi e regolamenti),
alla persecuzione con violenza, fino all'uccisione di chi ha scelto di
reggere il filo della propria vita con le proprie mani, senza affidarsi ai
ruoli imposti dalla tradizione e dalla cultura maschile.
La violenza, anche quando abbia luogo fra le mura domestiche, non e' un
fatto privato sulla cui origine i poteri pubblici possano stendere un velo
di silenzio e disinteresse, oppure tentare di porvi rimedio attraverso la
scorciatoia del solo diritto criminale, inasprendo la previsione di pene.
Come in altri Paesi europei (Spagna, ad esempio), le istituzioni sono
chiamate ad intervenire nella consapevolezza che e' lo svantaggio sociale
femminile il dato di base all'origine della violenza e che esso va rimosso
con sistemi adeguati.
Occorre pensare ad un piano nazionale di acculturamento e sensibilizzazione
rivolto a tutti; occorre una costante vigilanza sulla sua osservanza e
applicazione; occorre un piano legislativo che contenga un forte ed
esplicito messaggio culturale e politico per un cambiamento delle relazioni
fra donne e uomini. Una legge onnicomprensiva che evidenzi l'origine
sessista della violenza insita nella discriminazione contro le donne, che
evidenzi l'importanza della visibilita' e della prevenzione per un problema
da considerarsi grave problema sociale e da risolversi in tempi
ragionevolmente rapidi da parte dei poteri pubblici.
Seguono alcune proposte che, volutamente, prescindono dall'intervento
penale, considerato quale rimedio solo successivo e non risolutivo del
problema, riservato eventualmente agli esperti di settore.
*
Proposte di intervento integrato multidisciplinare
La Presidenza del Consiglio dei Ministri con l'intervento dei Ministeri
competenti (Sanita', Giustizia, Istruzione, Interni, Pari Opportunita'),
dovra' avviare un piano nazionale di sensibilizzazione e prevenzione della
violenza di genere che comprenda almeno i seguenti aspetti.
*
Introduzione e pubblicizzazione di una nuova scala di valori fondati sul
rispetto dei diritti e delle liberta' fondamentali, uguaglianza fra uomini e
donne, esercizio della solidarieta' e dell'accoglienza, in un quadro di
civile convivenza.
Tale scala di valori sara' rivolta a uomini e donne attraverso un lavoro
multiculturale posto a carico di tutti i pubblici poteri coinvolti. Dovra'
prevedere un programma di istruzione complementare e di formazione ad hoc
per tutti i professionisti in qualsiasi modo destinati ad intervenire in
situazioni caratterizzate dall'esercizio di violenza contro le donne.
Il programma di educazione/formazione sara' controllato da una Commissione
di esperti di nomina parlamentare, che dovra' essere rappresentativa di
tutti gli orientamenti politico-culturali e dovra' vedere la presenza di
professionisti di riconosciuta esperienza, rappresentanti istituzionali e
singoli esponenti di ong e associazioni dotati di comprovata pluriennale
capacita' di intervento nel campo.
Promozione e cura da parte dei pubblici poteri centrali e locali di campagne
di informazione e sensibilizzazione tendenti allo scopo di prevenire la
violenza di genere.
*
Principi per il sistema educativo
Il sistema educativo comprendera' fra i suoi obiettivi la formazione al
rispetto dei diritti e liberta' fondamentali, di uguaglianza, disponibilita'
all'accoglienza e soluzione pacifica dei conflitti.
Allo scopo di garantire l'uguaglianza effettiva fra uomini e donne sara'
precisa responsabilita' e onere del ministero e degli organi scolastici
competenti che nei materiali educativi di ogni ordine e grado siano rimossi
stereotipi sessisti e che venga promosso il pari valore di uomini e donne.
Anche per i docenti dovranno essere previsti piani di formazione che
includano l'educazione specifica in materia di uguaglianza, al fine di
assicurare loro specifiche competenze e conoscenze tecniche indispensabili
a:
1. incoraggiare capacita' che portino all'esercizio di diritti e obblighi
uguali per maschi e femmine nell'ambito sia pubblico che privato.
2. individuare precocemente situazioni di disagio o violenza nella sfera
famigliare e intervenire in forma istituzionalmente corretta ed efficace.
3. educare alla risoluzione nonviolenta dei conflitti.
*
Principi per il settore della comunicazione e della pubblicita'
E' da considerare illecita la pubblicita' che utilizza l'immagine femminile
in modo vessatorio e discriminatorio.
Le amministrazioni e le autorita' pubbliche a livello statale e locale
dovranno vigilare affinche' mezzi di stampa e audiovisivi adempiano
l'impegno di garantire un modo di trattare la figura femminile che sia
conforme ai principi e valori costituzionali.
In ambito statale, regionale e comunale dovranno essere individuati
organismi preposti alla vigilanza autorizzati ad esercitare azioni
giudiziarie urgenti aventi lo scopo di ottenere dall'autorita' giudiziaria
ordinaria l'interruzione e/o la soppressione della pubblicita' e delle
immagini illecite perche' contrastanti con le indicazioni sopra estese.
I mezzi di comunicazione dovranno rimuovere tutti gli aspetti che
favoriscano la situazione di disuguaglianza della donna e promuovere,
d'intesa con i pubblici poteri, campagne di sensibilizzazione verso
l'uguaglianza fra i sessi e per la repressione della violenza di genere.
*
Principi per il settore sanitario
Le amministrazioni centrali e locali avranno il compito di sostenere e
favorire le azioni degli operatori sanitari volte alla rilevazione precoce
della violenza di genere e di proporre le misure necessarie ad ottimizzare
il contributo del settore sanitario nella lotta contro questo tipo di
violenza.
Dovranno sviluppare programmi di sensibilizzazione e formazione continua del
personale sanitario allo scopo di promuovere la diagnosi precoce e
l'assistenza e il sostegno delle donne vittime di violenza.
Dovranno quindi provvedere, anche tramite gli istituti preposti,
all'introduzione nei corsi di studio e formazione professionale di
insegnamenti orientati al fine sopra enunciato.
*
I diritti delle donne vittime di violenza di genere
I principali diritti per le donne vittime di violenza sono quelli
all'informazione, assistenza sociale e legale; essi costituiscono la
condizione minima necessaria al reale godimento delle garanzie
costituzionali di liberta', inviolabilita' e sicurezza; essi saranno
pertanto assicurati, senza condizioni ne' preclusioni, a qualunque donna
residente nel territorio italiano.
Le amministrazioni pubbliche (centrali e locali) dovranno predisporre
servizi in grado di corrispondere alle vittime di violenza informazione
completa, assistenza medica e psicologica, sostegno sociale, supporto legale
e, in generale, assistenza adeguata alle loro condizioni personali e
sociali.
Si tratta di un'opera di soccorso e accoglienza multidisciplinare che
comprende: informazione alle donne interessate, attenzione e sostegno
sociale, supporto giudiziario, appoggio in materia di formazione e
inserimento professionale.
Tali prestazioni richiederanno una collaborazione integrata di vari settori
pubblici: servizi sanitari, di polizia, legali e giudiziari, scolastici e
formativi.
Tutta l'assistenza sara' gratuita.
Per le donne vittime di violenza e per i loro figli dovra' essere inoltre
previsto un aiuto economico adeguato ai loro bisogni esistenziali e dovra'
essere messa a disposizione un'abitazione protetta.
*
Compiti istituzionali
I Ministeri interessati (Sanita', Giustizia, Interni, Istruzione, Pari
Opportunita') dovranno  curare la costituzione nell'ambito degli addetti
alla giustizia, polizia e del personale sanitario di unita' specializzate
nella prevenzione della violenza di genere, nella protezione delle donne
esposte a tale rischio, nella repressione rapida di comportamenti violenti
e/o intimidatori, nella cooperazione alla effettiva applicazione delle
misure cautelari e repressive adottate dagli organi giudiziari.
Dovranno essere predisposti anche protocolli che assicurino una azione
globale e integrata, uniforme in tutto il territorio nazionale, fra le
diverse amministrazioni centrali e locali e i vari servizi ad hoc che ne
dipendono.

2. RIFLESSIONE. LEA MELANDRI: OSTACOLO ALLA CULTURA DEL DOMINIO
[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano
(www.universitadelledonne.it) riprendiamo il seguente articolo apparso sul
quotidiano "Liberazione" del 25 gennaio 2008 col titolo "La ragione
subordinata alla fede, il mondo alla rovescia dei laici".
Lea Melandri, nata nel 1941, acutissima intellettuale, fine saggista,
redattrice della rivista "L'erba voglio" (1971-1975), direttrice della
rivista "Lapis", e' impegnata nel movimento femminista e nella riflessione
teorica delle donne. Opere di Lea Melandri: segnaliamo particolarmente
L'infamia originaria, L'erba voglio, Milano 1977, Manifestolibri, Roma 1997;
Come nasce il sogno d'amore, Rizzoli, Milano 1988, Bollati Boringhieri,
Torino 2002; Lo strabismo della memoria, La Tartaruga, Milano 1991; La mappa
del cuore, Rubbettino, Soveria Mannelli 1992; Migliaia di foglietti, Moby
Dick 1996; Una visceralita' indicibile, Franco Angeli, Milano 2000; Le
passioni del corpo, Bollati Boringhieri, Torino 2001. Dal sito
www.universitadelledonne.it riprendiamo la seguente scheda: "Lea Melandri ha
insegnato in vari ordini di scuole e nei corsi per adulti. Attualmente tiene
corsi presso l'Associazione per una Libera Universita' delle Donne di
Milano, di cui e' stata promotrice insieme ad altre fin dal 1987. E' stata
redattrice, insieme allo psicanalista Elvio Fachinelli, della rivista L'erba
voglio (1971-1978), di cui ha curato l'antologia: L'erba voglio. Il
desiderio dissidente, Baldini & Castoldi 1998. Ha preso parte attiva al
movimento delle donne negli anni '70 e di questa ricerca sulla problematica
dei sessi, che continua fino ad oggi, sono testimonianza le pubblicazioni:
L'infamia originaria, edizioni L'erba voglio 1977 (Manifestolibri 1997);
Come nasce il sogno d'amore, Rizzoli 1988 ( ristampato da Bollati
Boringhieri, 2002); Lo strabismo della memoria, La Tartaruga edizioni 1991;
La mappa del cuore, Rubbettino 1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996;
Una visceralita' indicibile. La pratica dell'inconscio nel movimento delle
donne degli anni Settanta, Fondazione Badaracco, Franco Angeli editore 2000;
Le passioni del corpo. La vicenda dei sessi tra origine e storia, Bollati
Boringhieri 2001. Ha tenuto rubriche di posta su diversi giornali: 'Ragazza
In', 'Noi donne', 'Extra Manifesto', 'L'Unita''. Collaboratrice della
rivista 'Carnet' e di altre testate, ha diretto, dal 1987 al 1997, la
rivista 'Lapis. Percorsi della riflessione femminile', di cui ha curato,
insieme ad altre, l'antologia Lapis. Sezione aurea di una rivista,
Manifestolibri 1998. Nel sito dell'Universita' delle donne scrive per le
rubriche 'Pensiamoci' e 'Femminismi'"]

Quando in un Paese, che si proclama laico e democratico, politici e mezzi di
informazione invocano, quasi unanimemente, che venga data "liberta' di
parola" a un'istituzione che dichiaratamente si pone sulla sponda opposta -
in quanto depositaria di una verita' assoluta, di "valori fondamentali" che,
come ha scritto Navarro-Valls ("La Repubblica" del 15 gennaio 2008),
"precedono la politica", perche' "non dipendono da noi" -, i casi sono due:
o si e' convinti che le proprie istituzioni siano abbastanza forti e
temprate storicamente da reggere all'urto della potenza che ne minaccia
l'autonomia, oppure si e' gia' fatta propria inconsapevolmente la posizione
dell'altro.
Come spiegare altrimenti la sorprendente inversione di rotta che hanno preso
le accuse di intolleranza, fine della laicita', chiusura culturale, violenza
ideologica, nel momento in cui, a seguito del dissenso espresso da un gruppo
di docenti e studenti, il papa ha deciso di non presenziare
all'inaugurazione dell'anno accademico dell'universita' La Sapienza?
In modo del tutto speculare, il fronte laico si e' trovato a trasferire su
di se' le stesse critiche, le stesse accuse, che fino al giorno prima aveva
rivolto al pontificato di Benedetto XVI, o, in alcuni casi, a recitare
simultaneamente la parte della vittima e dell'aggressore.
Dopo aver deplorato la data infausta, che avrebbe messo fine a un Paese
"democratico" e affossato la speranza di vivere in una "Repubblica
serenamente laica", Ezio Mauro ("La Repubblica" del 16 gennaio 2008)
prosegue dicendo che la Chiesa e' tornata a "essere un primo attore in tutte
le vicende pubbliche", "pretende di determinare i comportamenti parlamentari
delle personalita' politiche cattoliche", si pone "come una riserva
superiore di verita' esterna al libero gioco democratico, una sorta di
obbligazione religiosa a fondamento delle leggi e delle scelte di un libero
Stato".
Benche' si dica convinto che una universita' di Stato non possa fare del
pensiero religioso "la fonte costitutiva del suo sistema culturale ed
educativo", all'autorita' massima che ne e' portatrice Ezio Mauro avrebbe
voluto che si aprissero le porte nel giorno simbolicamente piu'
significativo del suo percorso interno, quale e' l'inaugurazione dell'anno
accademico, in modo che i docenti "potessero interloquire, fissare e
ribadire l'autonomia dell'insegnamento e della liberta' di ricerca".
E' come dire che, per essere "tolleranti", si deve lasciar spazio
all'intolleranza, per essere "liberi" lasciarsi espropriare dei luoghi dove
la liberta', di pensiero e di parola, e' garantita dal dettato
costituzionale, oltre che dai regolamenti interni di una istituzione, per
essere "laici" cedere la lectio magistralis a un sapere confessionale, cioe'
a una verita' di fede. In altre parole, non e' previsto che si possa
dissentire, ribellarsi, chiedere che venga messo un limite la' dove la
liberta' di una parte interferisce con quella dell'altra, potendo contare su
una innegabile disparita' di potere. Nel momento stesso in cui si riconosce
che l'interlocutore laico ha subito una "riduzione di dignita'",
inspiegabilmente gli si chiede di accettare il dialogo, il confronto.
Guardare il mondo alla rovescia, pensare che la parola del papa, trasmessa
settimanalmente a tutto il mondo e quasi ogni giorno sui teleschermi di casa
nostra, abbia bisogno di essere protetta dalla "censura", dal rischio di
passare sotto silenzio, puo' essere lo scarto di prospettiva che,
paradossalmente, restituisce alle cose la giusta proporzione. Diventa
preoccupante quando si fa senso comune, visione condivisa, irragionevolezza
diffusa.
A questo punto le domande che dobbiamo porci sono altre. Di che pasta e'
fatto il consenso a una rappresentazione cosi' distante dalla realta'?
Perche' il papa appare intoccabile, al di sopra di ogni legge, di ogni
civile regola di convivenza, di ogni conquista di liberta'?
Perche' un sistema medioevale, che subordina la scienza, il diritto, e
quindi la politica, al superiore dettato della filosofia e della teologia -
la "coppia gemellare" di saperi a cui San Tommaso d'Aquino aveva affidato
"la ricerca sull'essere umano nella sua totalita'", il compito di "tener
desta la sensibilita' per la verita'", che ha il suo culmine nella fede
cristiana -, puo' essere scambiato oggi per l'espressione piu' alta della
ragione?
Nel discorso di Ratzinger, che deve essere risuonato ancora piu' solenne
letto in sua assenza, e' detto con chiarezza quali siano la radice e
l'albero, la forza propulsiva creatrice e le diramazioni dell'umano: "Se
pero' la ragione diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede
cristiana... inaridisce come un albero le cui radici non raggiungano piu' le
acque che gli danno vita... Applicato alla nostra cultura europea cio'
significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle
proprie argomentazioni e... preoccupata della sua laicita', si distacca
dalle radici delle quali vive, allora non diventa piu' ragionevole e piu'
pura, ma si scompone e si frantuma".
Dopo il lungo, combattuto percorso, che ha portato alla separazione tra
Chiesa e Stato, fede e conoscenza, come e' possibile che la fede torni ad
essere "forza purificatrice" che aiuta la ragione ad "essere piu' se
stessa"?
Una risposta, o una chiave interpretativa, la offre Giuliano Ferrara, il
paladino piu' acceso di quello che definisce il "Papa della ragione", nel
suo editoriale ("Il Foglio" del 17 gennaio 2008). Il merito, che fa di
Benedetto XVI un "Papa a disposizione del suo tempo", e' di aver rafforzato
"l'identita' cristiana  e cattolica nel mondo", di aver dato "un aiuto
insperato a un'epoca di svuotamento tendenziale del vivere e del convivere.
Specie in relazione al risveglio del temperamento piu' fanatico di un certo
islamismo radicale".
Che cosa si debba intendere per "vivere e convivere", e' detto piu'
estesamente da Ritanna Armeni su "Liberazione" (16 gennaio 2008): "Il papa
interviene sulle manifestazioni della vita e della societa' che toccano
aspetti fondanti dei valori religiosi cattolici: la vita, la morte, la pace,
la guerra, la scienza, la politica".
E' su questa "battaglia di valori", "iniziata dalla Chiesa, e non solo da
essa, sulla Legge 40 e proseguita sui vari terreni, dall'eutanasia alla
famiglia e alle unioni civili e ora all'aborto", che il fronte laico
dovrebbe "accettare il confronto". La "lezione" del papa alla Sapienza,
stando alle dichiarazioni del rettore, avrebbe dovuto essere "il polo di
irradiazione in altri atenei... per la proclamazione e la difesa di alcuni
valori... un momento importante di riflessione per credenti e non credenti
su problemi etici e civili, quale l'impegno per la moratoria della pena di
morte", e, prevedibilmente, per la moratoria sull'aborto.
Se la violazione piu' plateale della liberta' di ricerca, che ha
nell'universita' il suo luogo piu' autorevole, non ha registrato se non
qualche raro grido di allarme, e' perche' evidentemente la separazione tra
fede e conoscenza e' un traguardo ancora lontano dall'Occidente laico e
democratico, molto piu' di quanto lo sia quella tra Chiesa e Stato.
La "confusione" appare oggi piu' profonda - sedimento di pregiudizi e paure
antiche -, nel momento in cui affiorano alla sfera pubblica esperienze
essenziali dell'umano, come la nascita, la morte, la sessualita', la
procreazione.
E' su questo terreno che la "sensibilita' etica" va ad appiattirsi dentro
quella "sensibilita' alla verita'", di cui la Chiesa fa depositario il
messaggio cristiano, l'unica "istanza" che, secondo Benedetto XVI, sfugge al
le logiche dell'"interesse" e dell'"utile", dentro cui si muovono i partiti
e in generale le istituzioni laiche.
Di fronte agli sviluppi imprevedibili di un sapere tecnico-scientifico, che
sembra non conoscere limiti, sottoposto alla pressione di potenti interessi
economici e politici, non e' difficile, per una autorita' apparentemente
neutrale e dedita alle cose dello spirito, far balenare il pericolo di una
incombente "disumanita'", e convincere le scienze storiche e umanistiche ad
accogliere, "criticamente e insieme docilmente", la sapienza delle grandi
tradizioni religiose. In primis, del cattolicesimo.
Si comprende meglio, a questo punto, che cosa abbia aperto, sul fronte
laico, un vuoto cosi' grande di "ragioni" proprie: il discredito caduto
sulle istituzioni politiche, la resistenza della sinistra a trovare nessi
tra vita e politica, la tentazione di un potere in crisi di appoggiarsi alla
sua stampella secolare, il "sacro", e a chi se ne fa depositario unico,
cioe' la religione.
Ma, al centro, come ha visto lucidamente Enzo Mazzi ("Il manifesto" del 16
gennaio 2008) c'e' la competizione tra culture maschili, "la fede
impallidita" e la fiorente ragione scientifica, alleate "per togliersi di
mezzo la donna, radicale ostacolo alla cultura del dominio".

3. RIFLESSIONE. GIANCARLA CODRIGNANI: IL MIO SESSANTOTTO
[Dal sito di "Noi donne" (www.noidonne.org) riprendiamo il seguente
intervento.
Giancarla Codrignani, presidente della Loc (Lega degli obiettori di
coscienza al servizio militare), gia' parlamentare, saggista, impegnata nei
movimenti di liberazione, di solidarieta' e per la pace, e' tra le figure
piu' rappresentative della cultura e dell'impegno per la pace e la
nonviolenza. Tra le opere di Giancarla Codrignani: L'odissea intorno ai
telai, Thema, Bologna 1989; Amerindiana, Terra Nuova, Roma 1992; Ecuba e le
altre, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1994;
L'amore ordinato, Edizioni Com nuovi tempi, Roma 2005]

Prima c'erano stati i Beatles. Fu la prima contraddizione. Fu dura indurre
un amico che allora mi interessava a leggere i testi delle canzoni per
capirle.
Si percepiva molta insofferenza, anche dentro di noi: tutti stufi di leggere
cose stimolanti di una cultura che chiamavamo di sinistra, senza riuscire a
schiodare gli standard riduttivi del vivere democristiano. La sinistra piu'
esigente e, riconosciamolo, abbastanza viscerale veniva definita
"extraparlamentare" e sembrava pericolosa anche ai comunisti: diventera'
pericolosa anche perche' le fu fatto muro contro.
Poi entrarono in agitazione le universita' americane e, con loro, le
universita' di quasi tutti i paesi, compresa Praga, anticipazione di una
volonta' innovativa da reprimere. Anche in Italia il "maggio franceseî e
l'illusione che fosse "la rivoluzione" animarono gli studenti, che subito
fecero "movimento", "occuparono" gli istituti e riempirono le piazze contro
il democristiano Gui, ministro della pubblica istruzione.
Mio padre era contento che i giovani avessero ancora "spirito
rivoluzionario". Io insegnavo latino e greco a Reggio Emilia e, come tutti,
non sapevo che stavo vivendo il mitico Sessantotto. Alla Statale di Milano
era stata contestata la Divina Commedia e al Liceo Ariosto Omero e Virgilio
non erano il massimo del gradimento studentesco: quando consentii a
interrogare su Marcuse invece che su Euripide e tutti preferirono studiarsi
il greco, rimasi meravigliata per un'autorita' riconfermata con poco. Con i
colleghi non c'era accordo: non capivano che l'oggettivita' del voto e il
nozionismo erano arretratezza in un tempo che per i giovani sarebbe
diventato professionalmente e socialmente complesso. Ci inventammo di
sostituire le "versioni in classe" (ricordate quando ce le davano da
tradurre e noi tentavamo di copiare o di far copiare, mentre il "prof"
faceva il poliziotto?) con traduzioni di gruppo in biblioteca, consegnate in
redazione collettiva con a margine le note di chi non condivideva. Imparai
che non e' vero che i piu' bravi si impongono, ma, anzi, spesso si adeguano
anche al peggio. Mi venne in mente anche dopo, a Montecitorio.
Ma non c'era solo la scuola.
*
C'era il Vietnam. Difficile oggi rendersi conto della consapevolezza delle
cosiddette "masse" che, contro la guerra scatenata su un popolo analfabeta e
contadino che difendeva la sua autonomia, riempivano le piazze e le
assemblee nelle fabbriche. Fu un'altra occasione per aprire gli occhi e,
forse come correttivo alla mia passione per l'antichita', studiare i
problemi del mondo: il versante piu' fallimentare del socialismo fu,
infatti, a mio giudizio, l'"internazionalismo". C'erano anche gli slogan.
Belli: "l'immaginazione al potere", "fate l'amore, non la guerra". O
inquietanti: "Dio e' morto". Davvero un certo dio era morto e il Papa buono,
Giovanni XXIII, se ne era accorto e, con i "segni dei tempi" (l'avanzamento
sociale della classe operaia, delle donne, del popoli del Sud del mondo),
aveva riorientato lo sguardo dei credenti. Molti, intellettuali e no,
capivano che "anche Marx non stava troppo bene". Ma dominava l'assunzione
dogmatica, come se Marx non fosse morto nel 1883 e non si morisse a Praga:
in un circolo della sinistra extraparlamentare un lavoratore sostenne che
"se un cecoslovacco si rivoltava contro il comunismo perche' non possedeva
la macchina, allora era meglio il capitalismo che gliela dava". Spunti ancor
oggi attuali.
Infine le donne. Erano, forse, le piu' interessate ai cambiamenti;
certamente erano le piu' comprensive con le ragioni dei figli che
contestavano la scuola. Ma incominciavano anche a sentire - leggete i numeri
di "Noi donne" dell'epoca - che la societa' non andava da nessuna parte se
restava al palo della tradizione: le stesse nel 1974 difenderanno il
divorzio per la propria dignita'. Le piu' giovani sostenevano le lotte
studentesche e le esperienze trasgressive delle "comuni": "uguali" ai
maschi, anche se di fatto erano usate e, anche in "Lotta continua" o in
"Potop", gli "angeli del ciclostile" il "potere" se lo sognavano.
Quarant'anni fa.
*
Siamo certamente cambiati; non solo individualmente, ma come societa'. In
positivo (siamo diventati europei con una moneta comune, il benessere e'
maggiore, le nuove tecnologie hanno cambiato le comunicazioni, ci sono i
cellulari, le staminali potranno riparare i guasti del nostro corpo), ma
anche in negativo (il lavoro e' diventato precario, siamo pienamente
consumisti, accettiamo la piu' becera alienazione televisiva, disconosciamo
le regole del vivere civile, regaliamo ai figli delle playstation violente
che insegnano a uccidere senza soffrire). Ma domina il rimpianto di "quando
c'erano le passioni". Saro' illuminista, ma se erano illusorie, meglio
averle perdute. Infatti gli ideali e i principi restano il punto di
riferimento, ma conta di piu' studiare e progettare per fare migliore il
futuro.
Come donne, la storia delle passioni la conosciamo bene e, quando mettiamo
in piedi una famiglia, sappiamo che bisogna darsi da fare con le
possibilita' concrete. Adesso e' il tempo di fare lo stesso con la societa'
che vogliamo prendere in custodia: non vorremo mica che, se ci sono dei
posti per noi, non siamo in grado di riempirli del nostro linguaggio e delle
nostre proposte?
Forse, come dice Anna Finocchiaro ("L'Unita'", 12 dicembre 2007), "sta
cominciando la nostra era. Gli uomini sono un genere esausto: sono ricchi di
un'esperienza millenaria, ma hanno gia' dato. Se si valuta per meriti e
competenze vincono le donne".

4. MEMORIA. ANNA BRAVO RICORDA LIDIA BECCARIA ROLFI
[Riproponiamo ancora una volta il seguente testo di Anna Bravo
originariamente apparso nell'ampio lavoro collettaneo, a cura di Eugenia
Roccella e Lucetta Scaraffia, Italiane, 3 voll., Roma 2004 (nel volume
secondo, alle pp. 23-24).
Anna Bravo, storica e docente universitaria, vive e lavora a Torino, dove ha
insegnato Storia sociale. Si occupa di storia delle donne, di deportazione e
genocidio, resistenza armata e resistenza civile, cultura dei gruppi non
omogenei, storia orale; su questi temi ha anche partecipato a convegni
nazionali e internazionali. Ha fatto parte del comitato scientifico che ha
diretto la raccolta delle storie di vita promossa dall'Aned (Associazione
nazionale ex-deportati) del Piemonte; fa parte della Societa' italiana delle
storiche, e dei comitati scientifici dell'Istituto storico della Resistenza
in Piemonte, della Fondazione Alexander Langer e di altre istituzioni
culturali. Opere di Anna Bravo:  (con Daniele Jalla), La vita offesa,
Angeli, Milano 1986; Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza,
Roma-Bari 1991; (con Daniele Jalla), Una misura onesta. Gli scritti di
memoria della deportazione dall'Italia,  Angeli, Milano 1994; (con Anna
Maria Bruzzone), In guerra senza armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza,
Roma-Bari 1995, 2000; (con Lucetta Scaraffia), Donne del novecento, Liberal
Libri, 1999; (con Anna Foa e Lucetta Scaraffia), I fili della memoria.
Uomini e donne nella storia, Laterza, Roma-Bari 2000; (con Margherita
Pelaja, Alessandra Pescarolo, Lucetta Scaraffia), Storia sociale delle donne
nell'Italia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2001; Il fotoromanzo, Il
Mulino, Bologna 2003.
Lidia Beccaria Rolfi (1925-1996), nata a Mondovi' nel 1925, staffetta
partigiana nella Resistenza, nel '44 fu arrestata dai nazifascisti e
deportata nel campo di sterminio di Ravensbrueck. Insegnante, testimone, e'
deceduta nel 1996. Opere di Lidia Beccaria Rolfi: (con Anna Maria Bruzzone),
Le donne di Ravensbrueck, Einaudi, Torino 1978; L'esile filo della memoria,
Einaudi, Torino 1996; (con Bruno Maida), Il futuro spezzato, Giuntina,
Firenze 1997. Opere su Lidia Beccaria Rolfi: Bruno Maida (a cura di),
Un'etica della testimonianza. La memoria della deportazione femminile e
Lidia Beccaria Rolfi, Angeli, Milano 1997. Un ampio profilo di Lidia
Beccaria Rolfi scritto da Valentina Greco, con preziosa bibliografia, e' nei
nn. 1184-1185 de "La nonviolenza e' in cammino"]

"Per rappresentare la dialettica servo-padrone non c'e' bisogno del Lager,
per raccontare il Lager non c'e' bisogno di inventare una storia d'amore tra
carnefice e vittima" - diceva sempre Lidia Beccaria Rolfi, partigiana
piemontese deportata al campo nazista di Ravensbrueck. Alla prima del
"Portiere di notte" si era risentita di fronte alla rappresentazione del
rapporto fra l'ex deportata Charlotte Rapling e l'ex Ss Dirk Bogarde. Non
aveva dimenticato il suo ritorno, quando tanti pensavano che le donne
fossero state deportate per lo svago dei soldati tedeschi, esempio estremo
del sospetto che circonda sempre la prigionia femminile; e aveva in orrore
il repertorio di fantasie sadiche cresciuto rapidamente intorno al binomio
SS-prigioniere.
Maestra elementare di famiglia contadina, nel 1945 Lidia e' una ragazza
ardita e vulnerabile, un'antifascista esistenziale avida di cose fresche e
nuove. Ma sui libri di testo rifatti in fretta e furia trova al posto dei
balilla una schiera di orfanelli poveri tristi e operosi, al posto delle
storie di guerra storie di santi; negli uffici si scontra con i vecchi
funzionari del regime. Non entra in nessun partito, frequenta tutte le
riunioni politiche, lavora per 100 lire al giorno alla Camera del lavoro.
Riprende a insegnare. Al momento di partire per una scuoletta in cima alle
Langhe, e' "pronta a violare subito la nuova legge dell'Italia libera" -
fraternizzando con i genitori degli allievi, leggendo troppi libri e
giornali politici, trascurando le preghiere in classe. In piu' - bella,
bionda, minuta, penetranti occhi castani - si trucca e porta i pantaloni,
fuma, non va in chiesa, balla alle feste dei coscritti. Per la gente del
paese e' una persona cara. Per i benpensanti di campagna e di citta', una
strana ragazza che deve aver avuto una strana esperienza in Germania.
Presto si accorge che anche tra gli antifascisti di deportazione si sa poco,
e quella femminile non interessa proprio. "Deportata? - la apostrofa un
comandante della sua zona - le partigiane si fanno uccidere, non si fanno
prendere prigioniere". Tempo qualche anno, impara a contrattaccare in vari
modi. Insieme ad Anna Maria Bruzzone scrive Le donne di Ravensbrueck, la
prima opera analitico-narrativa sulle deportate politiche, uscita nel '78 e
all'indomani gia' un classico e un battistrada per altre ricerche;
sull'atteggiamento con cui i suoi compagni di partigianato l'accolgono al
ritorno da Ravensbrueck, dice parole essenziali: "Quando tu tentavi di
raccontare la tua avventura, tiravano sempre fuori l'atto eroico: '... pero'
noi!'. I tedeschi li avevano ammazzati loro, i fascisti li avevano fatti
fuori loro... e noi eravamo prigionieri..." - dove l'ironia prende di mira,
insieme all'autocelebrazione, i valori celebrati: orgoglio militare, enfasi
sulla morte, primato del combattente in armi. Per Lidia, a qualificare la
resistenza non sono gli strumenti con cui la si pratica.
Per quasi trent'anni si dedica a far conoscere la prigionia delle donne e a
correggere il clima che l'ha tenuta ai margini. Grande disturbatrice, la
battaglia contro fascismo e negazionismi non le impedisce di criticare
l'equazione resistenza=lotta armata, che oscura ogni altra forma di
opposizione antinazista, a cominciare da quelle attuate in Lager; di
strapazzare gli amici deportati per il loro maschilismo; di imporre la
presenza femminile nelle sedi piu' restie. Cuore vigile, prende posizione
contro i crimini del presente, convinta che compito dei sopravvissuti sia
testimoniare il Lager e insieme farsi portavoce di tutti gli oppressi, in
primo luogo dei meno ascoltati.
Muore nel '96, subito dopo aver pubblicato il racconto del suo ritorno - non
una parola sprecata ne' una mancata, nessun eufemismo linguistico e
politico: era il suo modo di raccontare, che ha portato in tante scuole, in
tante occasioni pubbliche. Lavorava da anni a un libro sull'infanzia sotto
il nazismo, dove accanto ai bambini dei ghetti e dei lager dovevano trovare
posto gli scolari e scolare tedeschi violentemente socializzati alla guerra
e alla riproduzione, i bambini uccisi nella cosiddetta "Operazione
Eutanasia", quelli vittime dell'"Operazione Lebensborn". Non riuscira' a
completarlo; ma dopo il Lager - diceva - era stata tutta vita regalata.

5. MEMORIA. ANNA BRAVO RICORDA MARIA OCCHIPINTI
[Riproponiamo ancora una volta il seguente testo di Anna Bravo
originariamente apparso nell'ampio lavoro collettaneo, a cura di Eugenia
Roccella e Lucetta Scaraffia, Italiane, 3 voll., Roma 2004 (nel volume
terzo, alle pp. 206-207).
Per un accostamento alla figura di Maria Occhipinti, dalla tesi di laurea di
Silvia Ragusa, "Maria Occhipinti: una ribelle del Novecento" (sostenuta
all'Universita' di Catania nell'anno accademico 2003-2004, disponibile nel
sito www.tesionline.it) riportiamo per stralci la seguente utile
bibliografia: a. Opere di Maria Occhipinti: Monito alle donne siciliane, in
"La comune anarchica", Siracusa 1947; Chi sono i colpevoli della
prostituzione?, In "Anarchismo", Napoli, numero unico maggio-marzo
1950-1951; Una donna di Ragusa, prefazione di Paolo Alatri e nota di Carlo
Levi, Landi Editore, Firenze 1957; Una donna di Ragusa, prefazione di Enzo
Forcella, Feltrinelli, Milano 1976; Lettera a Feliciano Rossitto, in
"L'Unita'", 5 maggio 1977; Mani in alto e fuori la terra!, in "L'Europeo", 8
novembre 1979; Sull'ospedale civile di Ragusa, in "Sicilia Libertaria", anno
IV, n. 15, novembre 1980; I terremoti, quelli creati dallo Stato, in "Lotta
Continua", 12 dicembre 1980; Una donna di Ragusa, nota di Carlo Levi,
Sellerio, Palermo 1993; Il carrubo ed altri racconti, introduzione di Gianni
Grassi, Sellerio, Palermo 1993; Una donna libera, nota di Marilena Licitra,
Sellerio, Palermo 2004. b. Studi critici in libri e riviste: Addonizio
Michele, Una donna contro il governo, la chiesa, la guerra, in "Lotta
Continua", 22 novembre 1979; Anonimo, A "Donna di Ragusa" di Maria
Occhipinti il premio Brancati, in "Corriere della Sera", 30 dicembre 1976;
Antoci Franca, Maria, la Pasionaria di Ragusa, in "La Sicilia", 8 marzo
1994; Eadem, Nelle lettere ai grandi la rabbia della ribelle, in "La
Sicilia", 8 marzo 1994; Asciolla Enzo, La Sicilia esca dal suo "letargo", in
"Gazzetta del Sud", 31 dicembre 1976; Barone Laura, Maria Occhipinti. Storia
di una donna libera, Sicilia Punto L, Ragusa 1984; Eadem, Il carrubo ed
altri racconti della ragusana Maria Occhipinti, in "Ragusa Sera", 17 luglio
1993; Eadem, Maria Occhipinti, in Rivolta e memoria storica. Atti del
convegno 1945-1995: le sommosse contro il richiamo alle armi, cinquant'anni
dopo, Sicilia Punto L, Ragusa 1995; Eadem, Una donna di Ragusa: Maria
Occhipinti, in Nella Sicilia del passato tra figure femminili e vecchi
mestieri, Fidapa, Distretto Sicilia 2002; Eadem, Maria Occhipinti, in Tra
terra e cielo. Due secoli di storia iblea al femminile, Donna e Comunita',
Ragusa 2002; Bonina Gianni, Dalla Russia con dolore, in "La Sicilia", 1
aprile 1995; Bravo Anna, La ribelle di Ragusa messa in galera dagli
antifascisti, in "Liberal", 21 maggio 1998; Calapso Jole, Donne ribelli,
Flaccovio, Palermo 1980; Cambria Adele, Un'isola di rabbia, in "Il
Messaggero", 5 luglio 1976; Catalfamo Antonio, Scrittori umanisti e
"cavalieri erranti" di Sicilia, Sicilia Punto L, Ragusa 2001; Chemello
Adriana, Una donna di Ragusa, in "Azione nonviolenta", novembre-dicembre
1976; Eadem, Una donna contro la guerra, in "Azione nonviolenta",
novembre-dicembre 1981; Cotensin Ismene, Maria Occhipinti e la rivolta di
Ragusa (gennaio 1954): un percorso intellettuale, politico e letterario,
Sicilia Punto L, Ragusa 2003; D'Aquino Alida, Maria Occhipinti, in Sarah
Zappulla Muscara' (a cura di), Letteratura siciliana al femminile: donne
scrittrici e donne personaggio, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta,
1987; D. S., Una donna di Ragusa - veicolo al verbo comunista, in "Avvenire
Ibleo", 22 febbraio 1958; Giarratana Letizia, Ciao Compagna, in "Sicilia
Libertaria", XX anno, n.146, Ragusa, settembre 1996; Giubilei Giuliano, Lo
Stato ruba la terra ai contadini ragusani, in "Paese Sera", 25 gennaio 1980;
G. V, Occhipinti-Cambria: meta' premio per ciascuna, in "Espresso Sera", 31
dicembre 1976; Mafai Simona, Le siciliane, in AA. VV., Essere donna in
Sicilia, Editori Riuniti, Roma 1976; Marzocchi Umberto, Un documento umano:
una donna di Ragusa, in "Umanita' Nova", 3 ottobre 1957; Mughini Giampiero,
Essere donna a Ragusa nel 1945, in "Paese Sera", 3 gennaio 1977; Nicolosi
Casimiro, Le donne protagoniste al "Brancati-Zafferana", in "La Sicilia", 28
dicembre 1976; Santi Correnti, Donne di Sicilia, Tringale Editore, Catania
1990; Stajano Corrado, Una donna di Ragusa, in "Linus", n.10, ottobre 1976;
Seroni Adriano, Una donna di Ragusa, in "L'Unita'", 17 settembre 1957;
Simonelli Giovanni, Una donna di Ragusa, in "6 gennaio 1945", Ragusa, maggio
1976; Teodori Maria Adele, La pasionaria di Ragusa, in "L'Europeo", 8
novembre 1979; c. Opere storiche d'inquadramento: AA. VV., Rivolta e memoria
storica. Atti del convegno 1945-1995: le sommosse contro il richiamo alle
armi, cinquant'anni dopo, Sicilia Punto L, Ragusa 1995; La Terra Giovanni,
Le sommosse nel ragusano: dicembre 1944 - gennaio 1945, Sicilia Punto L,
Ragusa 1980; Mangiafico Antonio, Gurrieri Pippo, Non si parte! Non si parte!
Le sommosse in Sicilia contro il richiamo alle armi, Sicilia Punto L, Ragusa
1991; Mangiamieli Rosario, La regione in guerra 1943-1950, in Storia
d'Italia. Dall'unita' a oggi: la Sicilia, Einaudi, Torino 1987; Nicolosi
Salvatore, Sicilia contro Italia (il separatismo siciliano), Tringali
Editore, Catania 1981; Nobile Giuseppe, Questi miserabili, S. E. I., Genova
1953; Ragionieri Ernesto, La storia politica e sociale, in Storia d'Italia.
Dall'unita' ad oggi, tomo III, Einaudi, Torino 1976; Romano Giosue' Luciano,
Moti rivoluzionari nel ragusano: dicembre 1944 - gennaio 1945, Sicilia Punto
L, Ragusa 1998. d. Altri saggi letterari: (...) [sono segnalati testi di
riferimento non specifici di Salvatore Battaglia, Italo Calvino, Franco
D'Intino, Danilo Dolci, Marizano Guglielminetti, Carlo Levi, Carlo Salinari,
Manfred Schneider, Leonardo Sciascia, Rocco Scotellaro, Ignazio Silone,
Carlo Varese - ndr]. e. Fonti internet, audio e video: (...) Adele Cambria,
La rivolta dei Non si parte, 17 settembre 2002, Raisat Album 2002; Silvana
Mazzocchi, Le ribelli del Novecento, 22 febbraio 2003, Raisat Album; 16
aprile 2004: Presentazione libro di Ismene Cotensin: Maria Occhipinti e la
rivolta di Ragusa (gennaio 1945). Un percosrso intellettuale, politico e
letterario, Sicilia Punto L, Sala Avis, Ragusa. Relatori: Laura Barone,
Marilena Licitra Occhipinti, Pippo Gurrieri, Ismene Cotensin; 10 luglio
2004: Intervista personale, riportata in appendice [alla tesi di laurea da
cui citiamo - ndr], con Marilena Licitra Occhipinti, Ragusa; 12 novembre
2004: Presentazione del libro postumo di Maria Occhipinti Una donna libera,
Sellerio, Centro Studi "Feliciano Rossitto", Ragusa. Relatori: Salvatore
Assenza, Laura Barone, Marilena Licitra Occhipinti, Pippo Gurrieri, presente
in sala Franco Leggio"]

Povera, combattiva, di sinistra, la giovane ragusana Maria Occhipinti
(1921-1996) non si capacitava che a chiuderla in galera in quel gennaio 1945
fosse la nuova Italia democratica e antifascista. Lei figlia di un muratore
e di una cucitrice, costretta a lasciare la scuola a dispetto dell'amore per
i libri, lei con la sua storia di sofferenze e riscatto, dall'infanzia
difficile alla guerra, da una gravidanza di stenti alla morte della bimba
appena nata, dalla ripresa degli studi all'approdo al comunismo, alle grandi
speranze all'arrivo degli americani, alle lotte contro il carovita. Quasi un
prototipo di biografia militante da portare a esempio - ma solo fino
all'inverno '44-'45, quando il governo Bonomi emana i bandi di leva per un
contingente da affiancare alle truppe alleate: al nord partigiano si addice
il volontariato, al sud toccano le cartoline rosa. Di fronte alla renitenza
generalizzata in tutto il centro-sud e nelle isole, si passa ai
rastrellamenti casa per casa e alle retate, e ne nascono scontri
violentissimi con migliaia di arresti, decine di morti e feriti. E' la
rivolta chiamata dei "non si parte", che cambia segno alla vita di Maria.
Sulla provinciale di Ragusa il 4 gennaio 1945 avanzava un camion carico di
ragazzi catturati nel popolare quartiere "Russia"; e tra la piccola folla di
donne disperate c'era lei, incinta di cinque mesi, che quattro anni prima
aveva visto partire il marito e ora, decisa a non sopportare piu' che lo
stato si impadronisca dei giovani, si stende davanti alle ruote, dando il
via alla fuga dei rastrellati. Comincia cosi' la breve epopea della citta',
e comincia la repressione giudiziaria. Identificata come leader, Maria e'
portata al confino a Ustica, dove partorisce la sua seconda bambina e
rischia di perderla per mancanza di cure, poi al carcere di Palermo. Quando
esce per amnistia, il 7 dicembre 1946, scopre che il marito l'ha
abbandonata, peregrina per molte citta', in Svizzera incontra un mondo
diverso, che le sembra piu' adulto, piu' rispettoso ed equilibrato nei
rapporti uomo/donna e che le fa apparire gli uomini siciliani "piccini,
quasi balbettanti". Resta fuori d'Italia per molti anni, mentre sulla lotta
dei "non si parte" c'e' un generale silenzio.
All'estero lavora duramente, ma trova il tempo di scrivere Una donna di
Ragusa, meta' autobiografia meta' cronaca della rivolta. Racconta i
protagonisti, studenti, donne, contadini, reduci da tutti i fronti, molti
socialisti e comunisti. Spiega che semplicemente nessuno voleva piu' saperne
di fare la guerra, tanto meno per Vittorio Emanule e Badoglio; che nessuno
credeva piu' sulla parola a chi prometteva un esercito diverso, epurato
dalle vecchie ingiustizie e gerarchie. Mostra quanto abbiano avuto torto le
forze politiche, compreso il suo partito di riferimento, il Pci, che hanno
liquidato la rivolta come frutto di manovre separatiste o di un rigurgito
fascista.
La calda simpatia di alcuni intellettuali, in primo luogo di Enzo Forcella,
non basta a creare consenso intorno a un testo scomodo e a una figura come
Maria, antifascista che disobbedisce agli ordini dell'antifascismo,
comunista dal cuore anarchico. Una donna di Ragusa resta a lungo un libro
per pochi , mentre nell'autrice si vede soprattutto l'erede delle donne di
ancien regime tante volte insorte a difesa degli interessi della comunita'.
in parte e' cosi'. Ma Maria e' anche una moderna ribelle che fa un gesto
imprevisto: molto prima che nascano l'interesse per la storia "dal basso" e
il mito della spontaneita' popolare, rivendica per se' il diritto di parola
e di giudizio disconoscendo a politici e specialisti il monopolio
dell'interpretazione. Dal suo racconto esce male la nuova Italia,
nordcentrica, sprezzante verso il sud, incapace di riconoscere le proprie
aporie e incline a vedere in ogni lotta "irregolare" un anacronismo o un
complotto; ne esce esaltata l'iniziativa personale, senza capi ne'
organizzazione. Ancora oggi, che abbiamo imparato a distinguere i diversi
dopoguerra e le diverse reazioni popolari, della difficilmente catalogabile
eroina di Ragusa nei convegni sulla Resistenza spesso ci si dimentica di
parlare.

==============================
NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 155 del 31 gennaio 2008

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