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La domenica della nonviolenza. 151



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 151 del 17 febbraio 2008

In questo numero:
Diana Napoli intervista Ettore Masina

RIFLESSIONE. DIANA NAPOLI INTERVISTA ETTORE MASINA
[Ringraziamo Diana Napoli (per contatti: e-mail: mir.brescia at libero.it,
sito: www.storiedellastoria.it) ed Ettore Masina  (per contatti: e-mail:
ettore at ettoremasina.it, sito: www.ettoremasina.it) per questa intervista,
realizzata a Roma il 21 gennaio 2008.
Diana Napoli, laureata in storia presso l'Universita' degli studi di Milano,
insegna nei licei, e' volontaria presso il Centro per la nonviolenza di
Brescia, cura un sito di studi storici.
Ettore Masina, nato a Breno (Bs) il 4 settembre 1928, giornalista,
scrittore, fondatore della Rete Radie' Resch, gia' parlamentare, e' una
delle figure piu' vive della cultura e della prassi di pace. Sulle sue
esperienze e riflessioni si vedano innanzitutto i suoi tre libri
autobiografici: Diario di un cattolico errante. Fra santi, burocrati e
guerriglieri (Gamberetti, 1997); Il prevalente passato. Un'autobiografia in
cammino (Rubbettino, 2000); L'airone di Orbetello. Storia e storie di un
cattocomunista (Rubbettino, 2005). Tra gli altri suoi libri: Il Vangelo
secondo gli anonimi (Cittadella, 1969, tradotto in Brasile), Un passo nella
storia (Cittadella, 1974), Il ferro e il miele (Rusconi, tradotto in
serbo-croato), El Nido de Oro. Viaggio all'interno del terzo Mondo: Brasile,
Corno d'Africa, Nicaragua (Marietti, 1989), Un inverno al Sud. Cile,
Vietnam, Sudafrica, Palestina (Marietti, 1992), L'arcivescovo deve morire.
Monsignor Oscar Romero e il suo popolo (Edizioni cultura della pace, 1993
col titolo Oscar Romero, poi in nuova edizione nelle Edizioni Gruppo Abele,
1995), Comprare un santo (Camunia, 1994; O. G. E., 2006), Il volo del
passero (San Paolo, tradotto in greco), I gabbiani di Fringen (San Paolo,
1999), Il Vincere (San Paolo, 2002). Un piu' ampio profilo di Ettore Masina,
scritto generosamente da lui stesso per il nostro foglio, e' nel n. 418 de
"La nonviolenza e' in cammino"]

- Ettore Masina: Vorrei fare una premessa. Nell'estate del 1991 mi  trovavo
in Nicaragua con mia moglie Clotilde. Viaggiavamo in una colonna militare e,
a un certo punto, sembro' che fossimo caduti in un'imboscata dei contras che
in quella zona erano particolarmente attivi e feroci. Fu un momento
altamente drammatico durante il quale mi domandai: "Se sono davvero i
contras, che devo fare? Chiedere un'arma o no?". Fortunatamente l'allarme
era ingiustificato ma io decisi allora che non avrei mai piu' giudicato il
comportamento di chi vive certe situazioni. In quell'occasione io avevo
sentito non soltanto il mio diritto alla legittima difesa ma anche il
desiderio di rispondere violentemente alla violenza altrui.
*
- Diana Napoli: Con questo vuoi dire che la nonviolenza non e' affatto una
questione di precetti...
- Ettore Masina: Dico che non e' solo questione di precetti. Aggiungo che,
soprattutto, mi infastidiscono le discussioni sui comportamenti altrui.
Proprio ieri ricordavo con un amico che quando ci fu il golpe in Cile, dopo
una mia relazione, a Viareggio, mi capito' di assistere a una discussione
molto accesa sul comportamento che i portuali italiani avrebbero dovuto
tenere se fosse arrivata una nave cilena. Poiche' il dibattito si faceva
piu' aspro, a un certo momento domandai quante navi cilene arrivavano a
Viareggio, e mi fu risposto che a memoria d'uomo non se ne ricordava
nessuna...
Il rifiuto di certe astrazioni, comunque, non mi rende meno sicuro del fatto
che una resistenza nonviolenta e' piu' radicale ed efficace che una
resistenza violenta. Qualunque tipo di violenza perpetua la cultura
dell'odio. Per questo la Rete Radie' Resch ha scelto di non appoggiare
gruppi armati, neppure quando - come in Salvador, Nicaragua, Palestina -
l'uso della forza armata appariva legittimo. Il fronte della difesa della
dignita' umana e' lunghissimo, noi abbiamo scelto di essere presenti nel
settore in cui gli oppressi cercavano di costruire liberta' e giustizia
nella maniera piu' pacifica. Abbiamo compreso che una lotta nonviolenta,
creativa e coerente rende sicuramente meno "necessaria" la lotta armata.
*
- Diana Napoli: Tu come hai iniziato? In una delle tue ultime lettere
leggevo che deprecavi fortemente la presenza di tanti "profeti di sventura",
cosi' come il fatto che sono in molti a pretendere di rilasciare una sorta
di "garanzia" o "bollino" per la speranza, per avere speranza, come se
questo sentimento non potesse piu' esistere in se', nutrito solo di se'. Il
tuo impegno come e' nato? O esisteva una speranza particolare, come facevate
a fare le cose guardando il futuro?
- Ettore Masina: Mah, forse guardavamo il presente! Il futuro e' contenuto
nel presente. Pero' si', l'importante per noi era esprimere la speranza che
le cose potessero cambiare e migliorare. Pochi lo sanno, ma "un altro mondo
e' possibile", il motto dei Social Forum, compare in un documento dei
vescovi del nord-est brasiliano pubblicato nel 1973, l'anno piu' terribile
della dittatura. Al termine di una lunga vita, posso dire che certe speranze
nascono anche nel buio delle notti peggiori.
La mia generazione l'ha visto anche in campo religioso. Noi abbiamo vissuto
la fine del "pacellismo", cioe' del pontificato di Pio XII. Da un lato c'era
un papa che pretendeva di dire tutto su tutto (altro che Ruini!), dall'altro
c'era la destra che per paura del comunismo era disponibile a ripristinare
il fascismo. Quando e' arrivato questo papa Giovanni, questo vecchio
giovanissimo, abbiamo avuto conferma del fatto che cio' in cui credevamo
poteva diventare futuro, il nostro futuro.
Il Concilio ci ha portato altre speranze, imprevedibili. Ci siamo accorti
che la Chiesa non era soltanto italiana. Arrivavano vescovi e teologi da
tutte le parti del mondo e portavano non soltanto nuove idee ma anche nuovi
comportamenti, piu' liberi. Tanto per dire: mi ricordo la sala stampa nella
prima sessione del Concilio: da una parte c'erano gli italiani che, quando
arrivava un vescovo, si inginocchiavano e gli baciavano l'anello; dall'altra
parte c'era la sala stampa di lingua inglese dove capitava che qualche
giornalista americano quando arrivava un vescovo gli battesse una pacca
sulla spalla e quella per noi era l'immagine di una Chiesa piu' viva in
mezzo agli uomini, senza etichette formali. Fu un'immagine di apertura
incredibile.
In molti non avevamo grandi idee su quello che stava succedendo, ma abbiamo
pensato subito che era molto importante aprirci come potevamo. Come ha
ricordato il giornalista Giancarlo Zizola: "La casa di Ettore e di Clotilde
Masina divenne un centro di aggregazione di vescovi, teologi, giornalisti di
tutto il mondo". Tutte le sere ci riunivamo nel modo piu' informale.
Scherzando diciamo ancora oggi che Clotilde praticamente ha messo al mondo
il terzo figlio in mezzo alla gente. Venivano vescovi come Camara, apostoli
come Gauthier, teologi come Rahner, giornalisti come La Valle; e spesso i
vescovi e i sacerdoti chiedevano il nostro parere. Questa apertura ci ha
consentito l'incontro con persone straordinarie che non erano  tali solo dal
punto di vista culturale, ma anche dal punto di vista spirituale. Io e
Clotilde abbiamo vissuto con certezza la realta' descritta nella lettera di
Paolo agli Ebrei in cui si dice che a chi pratica l'ospitalita' puo'
capitare, senza saperlo, di ospitare un angelo. Noi siamo sicuri che dalla
nostra casa siano passati davvero degli angeli. Questo ha significato udire
spesso terribili racconti di sofferenze ma anche vivere situazioni di festa.
Ridiamo ancora ricordando la sera in cui Clotilde, rientrando da qualche
incombenza, apri' la porta di casa, vide un grande gruppo di sconosciuti e
allora si scuso' pensando di avere sbagliato appartamento... Dimenticarci
dell'etichetta, del ben vivere, del galateo... oggi ci sono delle persone
che ti danno la mano, ma tendono il braccio per tenerti lontano: noi ci
abbracciavamo, ci salutavamo con calore... Erano caduti alcuni steccati nei
quali eravamo stati bravissimi a farci paralizzare. Io credo che questa
speranza nascesse da uno stile nuovo di vita, in cui abbiamo cominciato
anche a spendere i soldi diversamente: quest'ospitalita' costava, ma il
denaro invece di venire speso in divertimenti veniva speso in ospitalita'.
E' stato un periodo molto bello e quasi irripetibile. Poi e' cominciata la
normalizzazione. Paolo VI, un grande papa, che io ho molto amato per la sua
intelligenza e santita', si e' impaurito che il Concilio potesse generare
eccessi e dichiaro' che al periodo sovvertitore dell'aratro doveva seguire
il periodo della semina e del raccolto; questo voleva dire, in sostanza, che
era giunta l'ora di fermare le innovazioni che si era tentato di fare.
*
- Diana Napoli: Dalle tue parole (ma non solo le tue, bensi' da molto amici
della nonviolenza) si induce che il grande sommovimento degli anni
successivi (il '68 e tutto il resto) avesse avuto quasi origine da questo
movimento promosso dalla Chiesa...
- Ettore Masina: Guarda, quando ero ragazzino sentivo parlare dei missionari
in due occasioni: quando mangiavo i cioccolatini perche' si doveva mettere
da parte la carta stagnola per i missionari, cosi' si diceva (forse la
fondevano per ricavarne dello stagno) e poi perche' pagando una certa cifra
si poteva scegliere il nome di un "negretto" da battezzare: una volta ero
innamorato di una ragazza di nome Cristina e pagai perche' una neonata fosse
battezzata con quel nome. Eravamo figli del colonialismo, non avevamo idea
che il Terzo mondo potesse rappresentare qualcosa di importante dal punto di
vista politico e culturale - e meno ancora dal punto di vista religioso. Il
Concilio ci ha scardinato le porte, mostrandoci che c'era al  di la'
dell'Europa un mondo grande e vitale che non potevamo ignorare e che in quel
mondo una quantita' enorme di poveri e poverissimi attendevano giustizia. Di
piu': che questi poveri erano immagine del Cristo e portatori di un vero e
proprio magistero. Gesu' dice, e gioisce dicendolo - e' l'unico punto nel
vangelo in cui si parla di una gioia di Gesu' - "Grazie, Padre, perche'
queste cose le hai rivelate ai piccoli". C'e' un'investitura che il Padre
da' ai poveri affinche' annuncino il vangelo. Noi non avevamo idea di queste
cose. Per me e' cambiata radicalmente la vita quando Paolo VI ha deciso di
fare un viaggio in Palestina: innanzitutto, con questa iniziativa egli
ribadiva il cristocentrismo della Chiesa, non piu' una religione spicciola
che andava seguendo solo i santi; in secondo luogo ha costretto noi
giornalisti a vedere la poverta' di massa, che noi non conoscevamo. Da
ragazzo, a Varese, avevo lavorato con la San Vincenzo degli universitari e
conosciuto tanti poveri, ma essi erano, per cosi' dire, marginali,
sottoproletari che aspettavano da noi il chilo di zucchero, che non ci
baciavano la mano perche' noi non lo permettevamo, ma l'atteggiamento era
quello. Quando io sono arrivato in Palestina ho trovato che ad essere povera
era la grande massa, su cento persone che incontravo ce n'erano novantanove
che vivevano in assoluta miseria; e grazie soprattutto ai vescovi del
Concilio scoprii che cosi' era in tanti luoghi della Terra. E i vescovi che
venivano da li' ci diedero anche un'altra consapevolezza. Dicevano: "Badate
che questi non erano poveri originariamente, sono diventati cosi', li
abbiamo impoveriti noi europei, con la violenza delle nostre strutture
capitaliste e colonialiste". Ci veniva posta la necessita' di una radicale
conversione. Tornato dalla Palestina, io dissi a mia moglie che non potevo
continuare a vivere come se non avessi visto certe cose. Lei ha preso i
pochi risparmi che avevamo e li abbiamo mandati a Paul Gauthier, un prete
francese che viveva a Nazareth facendo il falegname come Gesu', perche' li
desse a una famiglia araba. Lui, invece di risponderci: "Oh, ma che bravi!",
ci scrisse che se avevamo capito qualcosa, e cioe' che i poveri erano nostri
fratelli e che il Cristo era presente in loro, non potevamo cavarcela con
un'offerta una tantum ma dovevamo rivedere la nostra vita. E ci suggeri' di
fondare un'associazione che aiutasse non un generico pauperismo, ma dei
gruppi di poveri in lotta pacifica per liberarsi dall'oppressione. Cosi' e'
partita la Rete Radie' Resch che oggi ha piu' di 40 anni.
*
- Diana Napoli: Sei stato sempre cattolico?
- Ettore Masina: Io vengo da una famiglia cattolica quasi soltanto di nome.
Religione e galateo andavano a braccetto e mi pare che prevalesse il
secondo. Mio padre conosceva ben poco del catechismo, aveva una fede candida
nella misericordia di Dio, per il resto era un anticlericale, teneva molto
alle feste religiose come occasioni per rinsaldare la vita della famiglia.
Era un militare di carriera (come i miei due nonni), aveva combattuto due
guerre, temo spietatamente. Da vecchio cerco', e trovo', l'aiuto della
Chiesa. Mia madre, come spesso le donne della Valcamonica, era molto
generosa ma si negava l'espressione dei sentimenti, tanto da  apparire dura.
Credeva in un Dio terribile che andava blandito con preghiere e sacrifici.
Quanto a me, nella mia infanzia e poi nella mia adolescenza ho avuto qualche
esperienza che forse si puo' definire mistica. Quando avevo 16 anni,
attraverso un mio compagno di scuola, sono entrato in contatto con una
piccola comunita' giovanile. Ho letto allora il vangelo e ho imparato a
pregare. Piu' tardi sono stato "convertito" alla causa dei poveri dalla
lettura del libro della grande Simone Weil sulla condizione operaia e da un
romanzo di Steinbeck intitolato La battaglia. Era un libro su uno sciopero
dei coltivatori di mele in California e Steinbeck era un grande autore
americano bravo che poi ha fatto molti zig-zag politici ma che a quell'epoca
era un comunista, o anche, diciamo, un socialista internazionalista. In
seguito ho stretto delle amicizie importanti con molti coetanei cattolici e
col tempo sono diventato prima collaboratore e poi, a 23 anni, direttore di
un settimanale dei giovani di Azione Cattolica di Milano, "l'Azione
giovanile", e li' sono passato completamente nel mondo cattolico sempre
stando nella frangia "di sinistra". E' cominciata allora la mia passione per
il giornalismo e la mia teoria di "grane". Il cardinale Schuster,
arcivescovo di Milano, per esempio, mi impose un censore perche' io avevo
scritto che al mondo le due grandi eresie del nostro tempo erano il
comunismo materialista e il capitalismo.
*
- Diana Napoli: In quegli anni eri gia' impegnato in politica?
- Ettore Masina: Dipende da quello che vuol dire "impegno". Da un lato,
certamente "facevo politica" con il giornale, dall'altro non mi sono mai
iscritto a un partito politico, essendo troppo geloso della mia liberta'. Ho
fatto invece parte di un gruppo chiamato "La Corrente", una specie di
associazione che visse qualche anno a Milano, e non ebbe mai veste formale.
Si ispirava alle scelte di Dossetti, che era appena uscito dalla Dc,
essendosi convinto che fosse necessario rifondare una presenza dei cattolici
nella vita sociale, non piu' legata alla forma di partito ma piuttosto a
quella di gruppi di animazione sociale. Quanto al mio comportamento
elettorale, per qualche tempo ho avuto una cotta per "Comunita'" di
Olivetti, ma ho dato quasi sempre il mio voto ai socialisti. Appena ho
potuto sono andato a lavorare a "Il Giorno", che era un quotidiano di
centrosinistra, diciamo moroteo. E li' sono stato bene perche' ho potuto
lavorare molto liberamente.
*
- Diana Napoli: La maggior parte dell'impegno tuo successivo e' stato con la
Rete per il Terzo mondo. E per quanto riguarda l'Italia cosa dicevate? E di
Moro, per dire?
- Ettore Masina: Io non ero moroteo, consideravo Moro troppo moderato, anche
se apprezzavo il suo tentativo di "aprire" a sinistra. Non ero nella
redazione politica del giornale ma proponevo inchieste su temi che avevano
rapporti con la politica. Ho fatto quella che si potrebbe definire una
grande inchiesta sulla scuola italiana, sul fatto che i professori stessero
facendo una levata di scudi per il fatto che arrivavano alla scuola media i
figli dei poveri. Poi mi sono occupato a fondo dell'immigrazione interna,
contro il razzismo dei settentrionali. Poi (1964) e' venuto anche l'impegno
della Rete, e li' si puo' dire che il mio interesse fosse prevalentemente
religioso, il vangelo come animazione della societa'. La Rete fu molto
attiva, a favore dei profughi palestinesi, contro le dittature
latinoamericane e soprattutto contro la tortura, che io considero la piu'
vergognosa violenza dell'uomo sull'uomo. Anche questo lavoro mi avvicino'
alla sinistra come matrice di resistenze. Finii per essere considerato
comunista (essere comunista, in quegli anni, in Italia era molto scomodo) e
questo mi costo' molto nella Rai. Nella Rai io ero entrato su loro richiesta
e ho avuto anche posti di responsabilita', ma non ho mai avuto ne' una
promozione ne' un aumento  di stipendio. Il Pci mi offri' una candidatura
una prima volta gia' nel 1976, ma io rifiutai perche' preferivo fare il
giornalista. Poi pero' nel 1982 i craxiani mi "fecero fuori". Era gia'
accaduto nel 1974 per volere del Vaticano e a causa della mia posizione a
favore del mantenimento del divorzio nella legislazione italiana. Quella
volta rimasi sette mesi senza tornare in video, fino a che il direttore
generale Bernabei non se ne ando', e questo mi stronco' la carriera. Poi ci
fu la divisione in due parti del telegiornale, con la creazione del TG1
democristiano e del TG2 di centrosinistra, e io passai li'. Poi pero' io
difesi il direttore Barbato, considerato troppo comunista, e il risultato fu
che i socialisti fecero fuori me. Allora quando i comunisti mi offrirono di
nuovo di candidarmi (era il 1983) accettai, ponendo pero' alcune condizioni:
non mi sarei iscritto al Pci e, se eletto, sarei entrato nella Commissione
Esteri per verificare da vicino la politica italiana di cooperazione
internazionale. In effetti il Pci lascio' sempre una piena liberta' agli
indipendenti eletti nelle loro liste e che avevano dato vita a un gruppo
parlamentare a parte. Soltanto una volta i loro dirigenti protestarono con
noi: quando noi votammo contro il concordato di Craxi mentre i comunisti si
astenevano e si sentirono per questo scavalcati a sinistra.
*
- Diana Napoli: Perche' non volevate?
- Ettore Masina: Perche' ci sarebbe stato un bilanciamento di poteri per cui
uno avrebbe aiutato l'altro (lo Stato la Chiesa e viceversa) e dunque la
laicita' dello Stato sarebbe andata a farsi benedire.
Il mio lavoro alla Camera comunque mi interesso' moltissimo. Alla mia
seconda legislatura mi accorsi che avevo guadagnato un po' di prestigio: a
un certo punto si e' doveva formare un comitato per la difesa dei diritti
umani e tutti i gruppi, escluso quello radicale, concordarono che ne fossi
il presidente. Cosi' ho portato una delegazione della Camera a visitare i
campi profughi palestinesi. E devo dire che ho avuto molti riconoscimenti,
anche importanti. Sono stato molto contento della mia esperienza
parlamentare, perche' ho visto che il Parlamento non era solo quella
"schifezza" che qualcuno diceva: c'erano anche persone per bene e c'era
voglia di lavorare; adesso e' peggiorato enormemente.
Io non vado quasi mai alla Camera, non sono un deputato nostalgico, ma mi e'
capitato una volta di veder passare Berlusconi attorniato da piu' di venti
persone che letteralmente gli scopavano il suolo davanti ai piedi, come i
giocatori di curling (hai presente?); quanto a quelli della Lega, in genere
sono dei bifolchi spaventosi.
*
- Diana Napoli: Allora oggi e' difficile fare quello che si e' fatto negli
anni Ottanta...
- Ettore Masina: Credo che il lavoro di quegli anni in Parlamento (IX e X
legislatura) sia stato il massimo che si sia potuto fare: per esempio,
abbiamo fatto leggi discrete su problemi di grande importanza come il
commercio delle armi, la cooperazione internazionale, l'obiezione di
coscienza, ed abbiamo avviato una riflessione sulle possibilita' di
riconversione dell'industria bellica, di definizione del reato di tortura,
etc. Poi ci sono stati degli errori drammatici. Te ne dico due: il primo e'
stato quello che ha portato al fenomeno eversivo della Lega, il secondo
l'adesione alla prima guerra del Golfo. Io sono stato eletto, nel 1983,
nella circoscrizione Varese-Como-Sondrio e Brescia-Bergamo; poi, nel  1987,
di nuovo nella circoscrizione Brescia-Bergamo. Sono, come vedi, le culle
della Lega. Gia' dagli inizi mi sembrava evidente la crescita di un
malcontento nei confronti della burocrazia romana, i suoi errori, le sue
stupidita'. Il Pci, che non partecipava al governo centrale, avrebbe potuto
guidare quella protesta, ma non lo fece, forse per ideologia statalista. Il
secondo errore dell'opposizione fu anche piu' grave: il non avere compreso
che la partecipazione dell'Italia alla guerra contro Saddam Hussein avrebbe
provocato una specie di mutazione antropologica della politica italiana. La
logica della guerra prevaleva sulla Costituzione. In quel momento anche
Giovanni Paolo II levo' la sua voce contro la violenza insensata del
conflitto, ma la sinistra fu incapace di sollevare nel paese (o non volle)
una grande ondata di protesta.
*
- Diana Napoli: Oggi forse pero' l'inazione e' dovuta anche al ricatto
costante di una vittoria di nuovo della destra e di Berlusconi, che
paralizza molte attivita' e soprattutto molte possibili opposizioni.
- Ettore Masina: Questo e' un problema gravissimo, perche' Berlusconi sara'
rieletto, suppongo, e avra' in mano tutti i mass-media. Colpa, naturalmente,
di una mancata legge sul conflitto di interessi e di una mancata revisione
della legge elettorale. Prodi, poi, si e' ritrovato con un governo quasi
minoritario e di una composizione variegata come la veste di Arlecchino.
*
- Diana Napoli: Per esempio uno dei temi emersi dalle conversazioni fatte
con altre persone e' stato quello dell'immigrazione, tema su cui da dire
c'e' ancora qualcosa, forse tutto, le questioni essenziali.
- Ettore Masina: Secondo me il problema principale che ha l'Italia e' quello
della scuola. L'integrazione degli immigrati, il loro trattamento, la caduta
dei pregiudizio, il riconoscimento che il pluralismo culturale puo'
arricchire la nostra identita', tutto cio' dipende massimamente dalla
scuola: se l'immigrazione trova una scuola che, come vorrebbe la Moratti,
discrimina fra bambini, o che, come avviene in certi istituti, permette che
alcuni bulli si accaniscano contro i compagni che vengono dal cosiddetto
Terzo Mondo, allora e' inevitabile che si formino ghetti e centri di
violenza. La seconda grande istituzione che in certe zone potrebbe e
dovrebbe fare di piu' e', naturalmente, la Chiesa, purtroppo dominata
dall'ossessione islamica allo stesso modo in cui un tempo era dominata
dall'ossessione comunista. Da questo punto di vista e' ben doloroso che
abbiamo perso in questi anni tanti maestri. E' morto Balducci, e' morto
Turoldo (anche lui era un grande amico: nel 1945, quando i fascisti lo
cercavano, e' stato nascosto in casa di Clotilde, quando ci siamo sposati io
e Clotilde lui commentava le varie fasi della messa), e' morto Tonino Bello,
il piu' grande santo che ci sia stato in Italia dopo il Concilio, adesso e'
morto Giuseppe Alberigo, e' morto Pietro Scoppola... Pero', nonostante
tutto, io mi irrito quando i giovani mi dicono che non hanno maestri.
Neanche noi, nella nostra adolescenza ai margini del fascismo, abbiamo avuto
maestri. Noi i nostri maestri li abbiamo trovati in biblioteca; e' stato
leggendo i grandi libri russi, Tolstoj, Dostoevskij, i libri francesi,
americani, che abbiamo scoperto i moti dell'anima. Poi attraverso loro siamo
stati portati a conoscere anche altro, a vedere cosa diceva chi questi libri
li aveva letti prima di noi; e questi fratelli maggiori ci insegnavano che
non tutte le eclissi sono sempre fatali. Pero', ritornando alla scuola, il
problema e' di enorme importanza. Se la gente non e' alfabetizzata
civilmente ed emotivamente, allora, come si dice a Roma, avvengono "le
peggio cose". Pensa ai ragazzi che fanno i teppisti: si lasciano guidare da
emozioni che non sono in grado di controllare e che non conoscono. A Roma,
quando un giovane tifoso e' stato ucciso da un poliziotto, siamo stati a un
passo dalla guerra civile, hanno assaltato le caserme della polizia come se
ci fosse un complotto preparato da tempo, e non e' escluso che ci fosse
qualcuno a tirare le fila di tutto. Questi ragazzi non resistono  alle
emozioni.
*
- Diana Napoli: E come mai non resistono alle emozioni?
- Ettore Masina: Guarda, io penso che ci fosse piu' tensione quando io ero
giovane. Pensa a cos'era il mondo operaio: in fabbrica, se c'era uno
sciopero indetto dall'una o dall'altra sigla sindacale, capitava che un
ragazzo di 18, 20 anni, politicamente solo in quel reparto, avesse il
coraggio di incrociare le braccia e bloccare per due o tre ore la catena di
montaggio. Molte volte rischiava il licenziamento, qualche volta rischiava
la pelle. Ebbene, uno cosi', capace di padroneggiare le sue emozioni, era un
esempio, una forma di identita' talmente forte che trascinava con il suo
gesto altra gente. Oggi invece i giovani trovano pochi testimoni di valori e
di coraggiosa coerenza. Allora non erano pochi anche se era difficile.
Penso, per esempio, all'emarginazione che pativano tanti comunisti, poteva
essere pericoloso all'epoca fare il sindacalista o il comunista...
*
- Diana Napoli: "Fare" il comunista...
- Ettore Masina: Fare il comunista, era una cosa che mi impressionava, anche
se io non sono mai stato iscritto al partito. Il ragazzo che la domenica
mattina andava a vendere "l'Unita'" casa per casa dava un esempio a quelli
che andavano al bar. C'erano delle testimonianze che ti chiamavano in causa.
Poi qualcuno poteva dire che erano dei fanatici, lo erano talvolta, ma
adesso mi sembra peggio. I ragazzi d'oggi vivono fra scuola, piscina,
pallavolo, stadio, internet e telvisione, una specie di marmellata
ideologica che confonde il virtuale con il reale, il necessario con il
superfluo, il valore con la griffe. Sino a che sono studenti hanno ben pochi
problemi pratici da risolvere, poche responsabilita', quasi nessun dovere.
Una situazione della quale non hanno colpa e che certamente non genera
felicita'.
*
- Diana Napoli: Pensi che oggi la partita si giochi ancora sui temi della
poverta' e del terzo mondo? Da un certo punto di vista, retrospettivamente,
per le tue battaglie le cose non sono andate molto male.
- Ettore Masina: Mah, le cose sono andate positivamente e negativamente.
Positivamente nel senso che a un certo punto il capitalismo ha deciso che le
dittature erano troppo stupide e feroci e quindi non le ha piu' appoggiate e
questo ha comportato la sparizione di molti regimi autoritari e
massacratori, il che e' stato naturalmente un miglioramento immenso. Ma e'
anche vero che stiamo vivendo ancora i risultati di queste dittature, che
hanno spaccato i rapporti sociali. In Argentina, per esempio, e' scomparsa
una generazione di ragazzi e si sente, c'e' un invecchiamento artificiale
che si sente, e inoltre la gente ha cominciato a dire, per sopravvivere, che
se allora erano scomparsi forse pero' qualche cosa c'era, hanno cominciato a
domandarsi se nella lotta politica non avessero ragione un po' anche i
militari. Moltissime delle persone che sono in giro ai posti di comando
hanno fatto parte della dittatura militare; anche la Bachelet, in Cile, ha a
che fare con ufficiali che fino all'altro giorno stavano con Pinochet, per
cui non sempre c'e' stato il miglioramento che pensavamo possibile. Inoltre
anche dove le sinistre sono andate al governo hanno dovuto rendersi conto
che questo non significava avere tutto il potere, che ci sono delle briglie
corte per i paesi del terzo mondo, il Fondo Monetario Internazionale li
strattona, come comincia a fare, del resto, anche con l'Italia.
A questo proposito direi che l'esperienza che noi abbiamo fatto come Rete
Radie' Resch e' stata profetica. Cercando di essere solidali con popoli
schiacciati dal connubio fra militari e capitalisti abbiamo incontrato
trent'anni fa fenomeni che oggi toccano da vicino anche l'Italia: le
devastazioni ecologiche, l'impoverimento della piccola borghesia, la
precarieta' del lavoro. si stanno avvicinando all'Italia. Il Terzo Mondo non
e' piu' separato da noi, le realta' si incastrano e se non siamo in grado di
collegarci davvero (di unirci: da questo punto di vista Marx era quello che
aveva visto piu' giusto), se non ci sono i collegamenti tra i cittadini del
mondo che escono psicologicamente dalle piccole patrie per costruire una
patria sola, planetaria, andiamo male. Ma questo richiede una cultura che la
scuola e la politica dovrebbero diffondere maggiormente.
Detto questo, pero', io sono ottimista; ho visto spesso che nel cuore
dell'uomo c'e' anche una possibilita' di insorgenza importante. Ci possono
avere due tipi di insorgenza, la rabbia e l'indignazione. La rabbia e'
quella dell'ubriacone che torna a casa e picchia la moglie e i figli perche'
il mondo fa schifo; la seconda opzione e' quella di Martin Luther King che
diceva "vi prego di indignarvi ogni giorno", cioe' non mi sta bene il mondo
cosi' com'e' e mi metto insieme a quelli che la pensano come me per cercare
di cambiare. E io penso che le cose cosi' possano cambiare, che sia
possibile avere di risultati concreti da questo punto di vista, anche con
piccole forze. Prendi la Rete Radie' Resch: un'associazione cosi', che sta
in piedi da 40 anni, senza aver avuto mai un impiegato, un tesseramento,
un'elezione, una sede, avendo una percentuale di giovani che si rinnova, non
e' mai invecchiata definitivamente... questo significa che se tu riesci a
far correre alcune verita' e le testimoni e' possibile creare delle realta'
nuove.
*
- Diana Napoli: Hai conosciuto personalmente don Milani?
- Ettore Masina: No, perche' ero convinto che odiasse tutti i giornalisti e
avevo paura che mi trattasse malissimo. Da una lettera di don Milani a sua
madre poi ho saputo che lui faceva seguire il Concilio attraverso i miei
articoli; allora ho scritto a sua madre, quando l'ho saputo, per scusarmi.
*
- Diana Napoli: E Romero? Scrivono di te che sei stato uno dei pochi ad
averne trasmesso una vera immagine.
- Ettore Masina: Dunque, le cose sono andate in questo modo. Io non lo
conoscevo, non ero mai stato nel Salvador, anche se sapevo delle cose sulla
sua attivita' e il suo pensiero che mi commuovevano molto. A dieci anni
dalla sua morte, nel 1990, una casa del popolo di Firenze mi invito' a
parlare di lui. Io andai e alle due di notte ne stavamo parlando ancora: le
persone erano sconvolte, sentivamo di avere bisogno di profeti, di uomini
coraggiosi pronti a morire. Il mattino seguente mi chiamo' padre Balducci,
con cui eravamo grandi amici, per dirmi che aveva saputo del "successo"
della serata e per chiedermi di scrivere una biografia di Romero per la sua
casa editrice, le Edizioni cultura della pace. Io rifiutai: primo, perche'
facevo il deputato e dunque non avevo il tempo per scrivere una biografia
che richiedeva un impianto scientifico. Secondo, io non scrivevo mai di
Paesi che non avevo visto, e non ero mai stato nel Salvador. Inoltre, anche
se non glielo dissi, sono della Valcamonica, dunque un testone, e lui mi
sembrava essere stato un po' troppo imperativo nella sua richiesta. Solo che
anche lui era testone, del Monte Amiata, e quindi nel notiziario della casa
editrice continuava a pubblicare: in preparazione, Oscar Romero, di Ettore
Masina, lire diecimila! Ma ecco che, improvvisamente, nel gennaio del 1992,
mi mando' a chiamare Nilde Iotti, la presidente della Camera. Aveva ricevuto
una lettera dai democratici del Salvador che andavano verso l'armistizio col
governo fascista e chiedevano che andasse laggiu' qualche rappresentante dei
parlamenti europei perche' i fascisti sapessero che il processo di pace era
controllato dall'Europa. La Iotti mi chiese di formare una delegazione e di
andare a rappresentare il parlamento italiano. Io cercai di formare una
delegazione, ma il 5 aprile c'erano le elezioni e dunque non trovai nessuno
disponibile, per cui andai da solo. Arrivando come rappresentante della
Camera, l'ambasciatore italiano mi chiese cosa avrei voluto vedere, a quali
pranzi avrei voluto partecipare eccetera, chi avrei voluto come invitato...
Forse si aspettava che volessi vedere rappresentanti delle camere di
commercio e simili, ma io dissi solo che mi interessava incontrare la gente
di Romero. In questo modo ho potuto vedere luoghi e persone di quella
bellissima storia e sono tornato indietro con 40 chili di documenti,
domandandomi se un giorno o l'altro mi sarei messo a scrivere. Dopo pochi
giorni, con le elezioni del 1992, non ero piu' deputato, non ero stato
rieletto; sono tornato in Rai dove pero' mi hanno detto che non avevano per
me non solo una stanza, ma nemmeno una scrivania, per cui potevo stare a
casa che' se avessero avuto bisogno mi avrebbero chiamato, cosa che fecero
una volta sola nel corso di 18 mesi, per un servizio su papa Giovanni...
Avevo dunque tempo per scrivere. Poi il 25 aprile mori' Balducci, e dunque
non potevo piu' dirgli di no. Ci lavorai otto mesi a tempo pieno.
*
- Diana Napoli: Qual e' il tuo piu' bel ricordo?
- Ettore Masina: L'anno scorso e' venuto qui a trovarci un gruppetto di
brasiliani guidati da una persona di cui ci eravamo occupati nel 1972,
quando era ancora una bambina. Janaina era figlia di due resistenti
brasiliani che erano stati una notte prelevati dalla polizia e portati in
caserma. Insieme a loro erano stati portati via anche i figli, Janaina, che
aveva sette anni e suo fratello, di cinque. Questi due bambini in caserma si
erano intrufolati in una stanza in cui avevano visto i propri genitori
completamente sfigurati per le torture. Poi, mentre i genitori erano in
carcere, erano stati affidati a un parente della madre che pero' era un
fascista che li trattava malissimo e li picchiava. Dopo diverso tempo ci fu
un'amnistia, per cui tutta la famiglia si ricongiunse, ma oramai i due
bambini avevano avuto dei traumi spaventosi; Janaina aveva allora scritto
una poesia con una specie di ritornello che diceva "Fa tanto male voler bene
agi altri". Allora come Rete abbiamo diffuso questa lettera in tutta
l'Italia come un vero e proprio documento sulle ferocia della dittatura
militare brasiliana. E intanto siamo riusciti a garantire le cure
psicanalitiche a questi due bambini e ai loro genitori. Trent'anni dopo,
ecco Janaina a  Roma. Da tanti anni non sapevamo piu' nulla di lei e invece
lei e i suoi familiari non avevano smesso di pensare a noi e venendo in
Europa ci hanno cercato e sono venuti a dirci grazie. Ci e' sembrato
bellissimo che la loro visita sia coincisa con il cinquantesimo anniversario
del nostro matrimonio!
Ma comunque questa casa e' un museo di ricordi. Vedi quella maschera
amazzonica? Ti racconto come l'ho avuta. E' la maschera della fecondita'.
C'era un vescovo del nord-est brasiliano che invio' da me una persona a
raccontarmi questa storia: nella diocesi di Goania questo vescovo aveva
lanciato l'idea di gruppi di studio del vangelo, cioe' della gente che una
volta alla settimana si riuniva a studiare il vangelo. Un grosso
proprietario terriero aveva voluto fare il gruppo con i suoi contadini e nel
giro di due settimane, in seguito a quest'esperienza, aveva deciso che:
primo, i suoi contadini erano dei pericolosi comunisti; secondo, che lui con
i comunisti non voleva avere a che fare e quindi li aveva cacciati tutti
dalla sua azienda. Erano circa dieci famiglie, novanta persone che non
sapevano dove andare, sarebbero andati a fare i favelados da qualche parte.
Il vescovo aveva trovato una grande fattoria che era stata lasciata andare,
ma di terra buona, e che si poteva comprare se si fossero trovati 35 milioni
di lire. Era il 1974-'75, e lui non aveva piu' soldi perche' aveva venduto
tutti i beni della Chiesa per aiutare i poveri, aveva dunque mandato una
persona da me per vedere se avrei potuto dare loro un aiuto. In quel
periodo, pero', Clotilde ed io oltre alla Rete eravamo impegnati  su un
fatto personale. Un amico dei nostri figli, in seguito a problemi familiari,
si era drogato; questi problemi familiari avevano comportato anche il
sequestro di tutti i beni della famiglia, tra cui un pianoforte che lui
suonava molto bene e molto volentieri. La psicologa ci aveva detto che
sarebbe stato importatissimo se lui avesse almeno potuto continuare a
suonare, ma il fatto era che all'epoca un pianoforte nuovo costava circa un
milione e mezzo e noi non sapevamo piu' dove andare a prendere i soldi. Per
cui quando viene questa signora dal Brasile che voleva 35 milioni, figurati!
"E li vuole da me?", chiesi. "Si', da lei mi hanno mandato". Non se ne parla
neanche, le dissi. Ma mentre se ne andava tutta triste per le scale pensai
anche: "Ma chi sono io per dire di no? Magari invece poi si trovano!".
Allora le corsi dietro e le proposi un patto: se avessi trovato i soldi poi
il vescovo, che era "protettore degli indios" mi avrebbe regalato una
maschera amazzonica, a me piacciono tanto. Cominciai a raccontare la vicenda
nelle parrocchie e nelle associazioni che conoscevo... e i soldi iniziarono
ad arrivare: 5 milioni, 10, 20, 25... Era sotto Natale e in un paio di mesi
racimolammo la somma; la gente e' migliore di quello che credi, se riesci a
presentare proposte concrete e di sicura onesta'. Io tenevo una
corrispondenza con questi campesinos, una corrispondenza peraltro strana nel
senso che io scrivevo le lettere, poi la persona che era stata qui le
leggeva a loro riuniti in assemblea. Loro erano analfabeti e quindi
registravano delle bobine e poi me le mandavano. I soldi continuavano ad
arrivare anche dopo aver raggiunto la cifra dei 35 milioni, allora io in una
lettera scrissi a questi contadini ponendo loro un problema: ovvero, io
avevo raccolto i soldi ma avevo anche da occuparmi di un ragazzo che
rispetto a loro era piu' ricco ma anche piu' povero. Piu' ricco perche'
aveva un tetto, ma piu' povero perche' aveva fame di padre eccetera.
Raccontai loro la storia del pianoforte e chiesi loro se con i soldi in
piu', quelli arrivati una volta raggiunta la cifra dei 35 milioni, potevo
comprare il pianoforte al ragazzo. Come risposta ricevetti la solita
cassetta in cui mi dicevano che per prima cosa avevano mandato uno dei loro
compagni a Goiania per vedere cosa fosse un pianoforte. Appurato che era un
grosso strumento musicale, avevano riflettuto sul fatto che loro erano
poverissimi, ma possedevano tutti o un'armonica a bocca o una chitarra, e
sapevano quanto era importante nei momenti difficili poter suonare qualcosa.
Per cui mi davano il permesso di comprare il pianoforte a Carlos - cosi' si
chiamava il ragazzo - che quando sarebbe cresciuto avrebbe aiutato i poveri
anche lui. E il vescovo mi ha poi mandato la maschera. Questa storia la
raccontai a diverse persone, perche' mi sembrava quasi una storia
incredibile, e dopo un po' mi arriva un quadro di un pittore naif che non ho
mai conosciuto e quel quadro rappresenta un gruppo di campesinos intorno a
un pianoforte e una nave che sta per portarlo in Italia.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 151 del 17 febbraio 2008

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