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Coi piedi per terra. 85



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COI PIEDI PER TERRA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 85 del 31 marzo 2008

In questo numero:
1. Una sezione in inglese nel sito www.coipiediperterra.org
2. Alcuni estratti da "Un altro mondo e' possibile se..." di Susan George
3. Per contattare il comitato che si oppone all'aeroporto di Viterbo

1. MATERIALI. UNA SEZIONE IN INGLESE NEL SITO WWW.COIPIEDIPERTERRA.ORG

Il sito del comitato che si oppone all'aeroporto di Viterbo e s'impegna per
la riduzione del trasporto aereo, in difesa della salute, dell'ambiente,
della democrazia, dei diritti di tutti, www.coipiediperterra.org, si e'
arricchito di una sezione in inglese.
Tra i primi testi disponibili anche in inglese: la lettera del Comitato al
Ministro dei Trasporti del settembre 2007; il capitolo sul trasporto aereo
dell'ultimo libro di Marinella Correggia, La rivoluzione dei dettagli,
Feltrinelli, Milano 2007; e prossimamente la Lettera aperta ai medici
dell'Alto Lazio sui danni alla salute provocati dall'attivita' aeroportuale,
lettera aperta promossa da tre medici dell'Isde  - Associazione italiana
medici per l'ambiente (International Society of Doctors for the
Environment - Italia).

2. LIBRI. ALCUNI ESTRATTI DA "UN ALTRO MONDO E' POSSIBILE SE..." DI SUSAN
GEORGE
[Dal sito www.tecalibri.it riprendiamo il seguente estratto dal libro di
Susan George, Un altro mondo e' possibile se..., Feltrinelli, Milano 2004.
Susan George, nata negli Stati Uniti ma cittadina francese dal 1994, e' tra
figure piu' autorevoli di Attac; economista, tra i maggiori esperti
internazionali dei rapporti Nord/Sud, una delle piu' autorevoli studiose
sulla questione della fame nel mondo, direttrice del Transnational Institute
di Amsterdam, impegnata nei movimenti ambientalisti, pacifisti, nonviolenti,
di solidarieta'. Tra le opere di Susan George: Come muore l'altra meta' del
mondo. Le vere ragioni della fame mondiale, Feltrinelli, Milano 1978; Il
debito del Terzo Mondo, Edizioni Lavoro, Roma 1989; Il boomerang del debito,
Edizioni Lavoro, Roma 1992; Il boomerang del debito estero, in Susan George,
Massimo Micarelli, Antonio Papisca, Un'economia che uccide, L'altrapagina,
Citta' di Castello 1993; Crediti senza frontiere, Edizioni Gruppo Abele,
Torino 1994; Il rapporto Lugano, Asterios, Trieste 2000; Un altro mondo e'
possibile se..., Feltrinelli, Milano 2004; cfr. anche il libro di Roberto
Bosio, Verso l'alternativa. Intervista a Susan George, Emi, Bologna 2001.
Cfr. anche il sito www.tni.org]

Indice del volume: Introduzione; Parte prima. Un altro mondo e' possibile
se...: 1. Un altro mondo e' possibile se... sappiamo di che cosa stiamo
parlando; 2. Un altro mondo e' possibile se... tuteliamo la salute del
pianeta; 3. Un altro mondo e' possibile se... identifichiamo gli attori
della globalizzazione; 4. Un altro mondo e' possibile se... identifichiamo i
veri avversari; 5. Un altro mondo e' possibile se... l'Europa vincera' la
guerra all'interno dell'Occidente; Parte seconda. Un altro mondo e' a
portata di mano se...: 6. Un altro mondo e' a portata di mano se... sapremo
essere inclusivi e stringere alleanze; 7. Un altro mondo e' a portata di
mano se... uniremo il sapere alla politica; 8. Un altro mondo e' a portata
di mano se... gli educatori fanno bene il proprio mestiere; 9. Un altro
mondo e' a portata di mano se... abbandoniamo le illusioni piu' care; 10. Un
altro mondo e' a portata di mano se... pratichiamo la nonviolenza;
Conclusioni; Note.
*
Da pagina 7 e seguenti
Introduzione
Negli articoli di giornale, l'eterogenea moltitudine di persone che spesso
scende in piazza per manifestare e' generalmente definita come il "movimento
no global" o "antiglobalizzazione". Gli interessati si riferiscono
collettivamente a se stessi come al "movimento di giustizia globale" o
"movimento della societa' civile" o "dei cittadini". Alla peggio, se lo
spazio per il titolo e' davvero ridotto, si accontenteranno di un "altro-"
("altramondializzazione"): sempre meglio dello scorretto, e perfino
insultante, "anti". Il movimento non e' "anti": e' internazionalista, e
intensamente partecipe delle tematiche globali e della sorte di ogni singolo
abitante del pianeta. La ricchezza di proposte concrete di cui si e'
mostrato capace lo rende piu' qualificato a essere definito
"proglobalizzazione" di quanto in realta' non lo siano i suoi avversari.
Tutto dipende da quale tipo di globalizzazione si intende, e a vantaggio di
chi.
Le persone che si sentono parte di questo movimento sono sicuramente una
combriccola molto varia, ma se c'e' una cosa che le unisce e' la convinzione
che "Un altro mondo e' possibile". Questo slogan ormai familiare compare sui
manifesti, sulle magliette, sugli striscioni; tanti oratori, me compresa, lo
scandiscono alla fine dei loro discorsi, e i brasiliani, ne hanno ricavato
una samba: "Um outro mundo e' possivel".
Ma lo e' veramente? Io credo che la risposta possa essere affermativa, se...
Questo libro e' dedicato a esplorare quelle due lettere che possono cambiare
ogni cosa.
Quando mi sono unita al "movimento", come lo si chiamava, senza aggettivi,
alla fine degli anni Sessanta, si poteva dire (o gridare) "Fuori gli Usa dal
Vietnam" e tutti capivano di che cosa si stesse parlando. Trentacinque anni
dopo, se voi dite - di gridarlo neanche a parlarne - "Imponiamo una
moratoria sul Gats" o "Aboliamo l'aggiustamento strutturale", e' probabile
che siate ricambiati da uno sguardo privo di espressione. Conquistare un
altro mondo possibile oggi richiede cittadini molto ben informati.
Spero che anche gli attivisti piu' collaudati e i piu' esperti militanti del
cambiamento trovino utile questo libro, che e' anche, in parte, una specie
di manuale su "La globalizzazione e il movimento di giustizia globale per
principianti". Il divario tra politica e conoscenza si sta ampliando, e
molti non si sentono all'altezza di partecipare a una politica di
cambiamento, anche se ammettono di sentirne terribilmente il bisogno.
Inoltre, la crescita dell'astensionismo in tutte le elezioni nazionali
dimostra che molti hanno scarsa fiducia nella democrazia rappresentativa; o
sono disgustati dai politici tradizionali, che accusano di essere "tutti
uguali" o, peggio, "tutti corrotti"; o, ancora, giudicano semplicemente
inadeguati sia i politici sia i partiti. Rifiutandosi di mescolarsi con la
vita pubblica, preferiscono ritirarsi nella loro dimensione privata.
Il problema di questo atteggiamento e' che oggi la dimensione privata non
puo' piu' - se mai ha potuto - restare disgiunta dal mondo esterno e dalla
sfera piu' ampia in cui e' calata. La politica si insinua in tutte le nostre
vite. In misura sempre crescente, i problemi si rivelano tali da non poter
essere risolti a livello individuale, locale e neppure nazionale; perche' la
globalizzazione e' piu' di uno slogan o di un'ideologia: e' anche uno
spostamento del potere a un livello cosi' stratosferico che le voci dei
cittadini vi arrivano deboli e lontane. Prendendo atto, implicitamente o
esplicitamente, di questo, le persone possono sentirsi ancora piu' frustrate
e impotenti, ritirarsi ancor piu' nel privato, innescando cosi' un circolo
vizioso.
Questo libro cerca di chiarire il significato di quella sfera piu' ampia e
di quel piano irraggiungibile. E' rivolto a tutti coloro, e sono molti, che
sperano e credono che il cambiamento sia possibile e stanno gia' lavorando
per realizzarlo. Fino a che non si entra attivamente nel movimento di
giustizia globale, e' impossibile immaginare quante altre persone
coraggiose, energiche, intelligenti, siano animate dalle nostre stesse
convinzioni e siano pronte a battersi per difenderle - questa, almeno, e'
stata la mia felice esperienza.
E' dedicato a tutti coloro che esitano e dubitano che si possa fare qualche
cosa, come pure a quelli che non sanno come fare a tuffarsi nella mischia.
Anche chi e' solo interessato a capire il movimento di giustizia globale
come nuovo fenomeno politico e attore sulla scena mondiale potra' trovare
utile questo libro, che spiega quali sono le molle che lo fanno - e ci
fanno - girare: le nostre motivazioni, le nostre visioni del mondo, le
nostre speranze, i nostri obiettivi.
E' dedicato a quelle persone che hanno alzato la mano durante il dibattito
seguito a una delle mie conferenze dicendo: "Probabilmente troverete stupida
questa domanda, ma..." (errato: nessuna domanda e' stupida e tanti fenomeni
sono davvero difficili da comprendere). Ai tre studenti liceali,
visibilmente intelligenti, che mi hanno detto: "Abbiamo letto il manifesto
di Attac e non lo abbiamo capito"; alle donne che hanno ammesso di avere
rinunciato a frequentare le riunioni del gruppo locale di
"altramondializzazione" perche' non riuscivano a seguire i discorsi. E'
dedicato ai molti che esprimono indignazione e rivolta contro la politica
convenzionale ma non vedono alternative, nonche' a quella celebre e
certamente mitica creatura che e' il "cittadino medio", ovvero il "lettore
generico intelligente".
Che vi annoveriate tra questi ultimi o tra i militanti con piu' esperienza,
se avete letto fin qui sarete probabilmente come me sgomenti per le tortuose
oscillazioni dell'economia mondiale, scioccati per le scoperte quotidiane di
corruzione nelle alte sfere, nauseati alla vista delle grandi multinazionali
che "smarriscono" miliardi di dollari con la complicita' dei propri
revisori, dei banchieri e dei presunti "cani da guardia" del governo. Vedete
che la disoccupazione e il lavoro precario continuano ad aumentare e che a
esserne colpiti sono soprattutto i giovani; sapete che l'ambiente e'
sull'orlo del collasso e che il mutamento climatico mette a rischio la
nostra sopravvivenza con devastanti periodi di calura, con cicloni,
inondazioni, inaridimento delle colture, incalcolabile distruzione e forse
perfino estinzione delle specie.
Siete preoccupati per la crescente poverta' che assilla centinaia di milioni
di persone, e pensate che sia collegata alla guerra e al terrorismo. Avete
visto scatenarsi senza freno le ambizioni dell'unica iper-mega-superpotenza
mondiale, in particolare in una guerra che milioni di persone hanno cercato
di evitare e le cui conseguenze a lungo termine ancora oggi e' impossibile
prevedere.
In breve, vedete che la "globalizzazione" sta gia' avendo effetti
estremamente negativi su di voi, sulla vostra famiglia, sui vostri amici e
sulla comunita' in cui vivete, sull'economia e la societa' del vostro paese,
sulla pace e la sicurezza mondiali e sul pianeta nel suo insieme.
E' davvero impossibile controllare tutti questi processi? L'opinione dei
cittadini conta ancora qualcosa? Come rispondiamo all'annosa domanda "che
fare"?
Io rispondo che un altro mondo e' realmente possibile soltanto se il piu'
alto numero di persone, con il piu' ampio bagaglio di esperienze,
concezioni, capacita', si uniranno per farlo accadere. Le cose cambiano
perche' un numero sufficiente di persone non si stanca di volerlo e di darsi
da fare in quel senso. Nessuno dovrebbe essere escluso, o autoescludersi per
timore di non essere in grado di dare un contributo. Nessuno che desideri
contribuire a costruire un mondo diverso dovrebbe, per mancanza di
informazioni o collegamenti, restare a guardare fuori campo.
Con modestia cerchero' di condividere una parte delle informazioni e dei
collegamenti di cui dispongo. Non c'e' bisogno di avere competenze
nell'ambito dell'economia o di altre discipline, per mia fortuna dato che
non sono un'economista. Ma bazzico molto in questi territori, e so che cosa
vuole dire attraversare le loro aride steppe e fitte foreste in cerca di
spiegazioni. Questo viaggio mi ha aiutata a comprendere le persone che
ritengono, erroneamente, di non poter capire o influenzare il modo in cui il
mondo attualmente funziona. Garantisco che possono riuscire sia nell'uno sia
nell'altro intento.
Un altro mondo sara' inoltre possibile se eviteremo alcuni degli errori piu'
frequenti, se individueremo i giusti obiettivi e applicheremo le giuste
strategie. Non pretendo certamente di fornire tutte le risposte, ma forse la
mia esperienza di scrittrice, di conferenziera e di militante del
cambiamento, acquisita nell'arco di decenni, mi qualifichera' se non altro a
porre alcune domande pertinenti, a indicare alcuni percorsi e a dare alcuni
avvertimenti. Nelle pagine che seguono non esitero' a fare riferimento a
questa esperienza personale, se riterro' che possa essere utile ad altri.
Molte risposte potranno solo essere frutto di uno sforzo collettivo
all'interno di un dibattito democratico. Il momento che abbiamo di fronte
non ha precedenti nella storia: nessuno ha mai cercato di democratizzare lo
spazio internazionale e di assicurare una vita dignitosa a ogni abitante del
pianeta. Queste conquiste non sono piu' un'utopia ma una prospettiva
concreta: dichiariamo che un altro mondo e' possibile perche' realmente lo
e'.
*
Da pagina 24 e seguenti
Il "Consensus di Washington"
La globalizzazione neoliberista non e' stata di certo un fenomeno
improvviso, un ciclone storico che ha avuto la forza di spazzar via tutto
cio' che esisteva in precedenza, qualche cosa che nessuno poteva prevedere
ne' tanto meno controllare. Al contrario, e' l'esito di piu' di vent'anni di
scelte politiche precise, compiute dagli attori piu' potenti sulla scena
mondiale.
L'insieme delle politiche da essi propugnate viene spesso indicato come il
"Consensus di Washington", perche' quella visione del mondo e' nata negli
Stati Uniti. La dottrina neoliberista appoggiata dal governo statunitense,
adottata e praticata dalle istituzioni internazionali, e' stata
implacabilmente imposta in tutto il mondo, determinando palesi
disuguaglianze, indegne del progresso e in stridente contrasto con le
conoscenze raggiunte nel XXI secolo.
In quale modo e' stata imposta? Spesso attraverso il meccanismo del debito.
I paesi del Sud in via di sviluppo e quelli in via di "transizione" (le ex
repubbliche dell'Unione Sovietica e i paesi satellite) - in tutto piu' di un
centinaio -, pesantemente oberati dal debito, per evitare la bancarotta
hanno dovuto piegarsi alle ingiunzioni del Fondo monetario internazionale.
Il Fmi e' una delle istituzioni che hanno maggiormente contribuito a rendere
operativo il "Consensus di Washington" (Washington Consensus, che di qui in
avanti chiameremo semplicemente Wc). L'esistenza del debito gli permette di
agire come una sorta di sbirro internazionale e di dare ordini a governi
ipoteticamente sovrani, perche' senza il suo sigillo essi non potrebbero
ottenere credito da nessuna fonte, ne' pubblica ne' privata. Altri
sostenitori del Consensus sono la Banca mondiale e il Wto, le cui politiche
assomigliano vistosamente a quelle del dipartimento del Tesoro statunitense.
Quando i vari elementi della dottrina del Wc vengono applicati ai paesi
indebitati, vengono definiti come "programmi di aggiustamento strutturale"
o, piu' adeguatamente, "terapie d'urto". I dettami della dottrina del Wc
rappresentano una specie di breviario economico e politico della
globalizzazione neoliberista, e possono essere sintetizzati come segue:
- Incoraggiare la concorrenza in tutti i campi e a ogni livello. Le persone,
le aziende, le regioni, le nazioni sono in concorrenza tra loro. A esprimere
questo spirito si prestano gli slogan piu' triti come "la sopravvivenza del
piu' adatto", "l'ultimo e' del diavolo", "chi si ferma e' perduto". In
un'epoca in cui gli scienziati sono indotti sempre piu' a riconoscere il
ruolo vitale della cooperazione nella conservazione della specie e dei
sistemi naturali, gli economisti e gli uomini d'affari dell'ortodossia
imperante si appellano come mai prima d'ora a un primitivo darwinismo o a
valori di stampo ottocentesco nel promuovere la guerra di tutti contro
tutti.
A questa legge di competizione selvaggia si sottraggono solo le maggiori
aziende multinazionali, che sui prezzi si fanno sempre meno concorrenza.
Mentre il forte fagocita il debole, in molti settori si afferma sempre piu'
decisamente l'egemonia di cartelli, strutturati o informali, controllati da
un ristretto numero di multinazionali.
- Tenere bassa l'inflazione, cioe' prevenire la spirale di aumento di
salari-prezzi-salari che riduce il potere di acquisto della moneta. Al
minimo segnale di inflazione, aumentare i tassi d'interesse. Questo rendera'
il credito oneroso e conterra' l'offerta di denaro. L'unico mandato della
Banca centrale europea e' quello di controllare l'inflazione: non una parola
sull'occupazione o sull'espansione economica. L'occupazione viene favorita
dai bassi tassi d'interesse perche' questi consentono alle aziende e ai
singoli di prendere in prestito denaro, specie per l'acquisto di beni
costosi come l'auto o gli arredi domestici, contribuendo in definitiva a far
girare l'economia e a incrementare i posti di lavoro.
Ma talvolta le economie rimangono incagliate in una fossa, dove, pur non
essendoci inflazione, l'attivita' economica e' pigra o inerte. Molti
sostengono che in Europa e negli Stati Uniti i tassi d'interesse siano stati
abbassati troppo poco o troppo tardi, e che queste politiche sarebbero
responsabili della stagnazione economica e della perdita di posti di lavoro.
In ogni caso, per i neoliberisti del Wc, il nome dell'insigne economista
inglese John Maynard Keynes, che predicava le politiche espansionistiche e
l'intervento dello stato, non e' certo oggetto di venerazione.
- Concentrarsi sull'esportazione e aumentare il volume degli scambi
commerciali. Gli scambi commerciali sono buoni per definizione, non importa
se sconvolgano l'ambiente e rovinino i produttori locali. Che dispongano o
no di reali alternative economiche, ancora una volta ci si aspetta che
questi si "adattino", e alla fine tutto si risolvera' per il meglio. Ormai
si suppone che lo scambio sia libero, anche se a questa regola vi sono
decine di eccezioni, molte delle quali intese a proteggere il Nord dalle
esportazioni provenienti dal Sud. Tutti i negoziati sono volti a renderlo
ancora piu' libero. Le "tigri" asiatiche (Corea, Taiwan, Singapore, Hong
Kong, ma a volte all'elenco se ne aggiungono altre) sono grandi paesi
esportatori. Nell'arco di pochi decenni sono passati dalla produzione di
merci a basso costo a quella di articoli ad alto valore commerciale, e hanno
incominciato a rifornire i mercati dei paesi industrializzati.
L'hanno fatto usando le barriere doganali per proteggere dalle importazioni
le loro industrie neonate, e attuando altre politiche interventiste che oggi
sono considerate un'eresia in quanto contrarie alla dottrina del Wc. In
tempi piu' remoti, nazioni oggi avanzate come gli Stati Uniti, la Gran
Bretagna, la Francia, la Germania, il Giappone hanno fatto esattamente lo
stesso; per tutte, la ricetta del successo e' stata una miscela di
protezionismo e interventi mirati dello stato. Oggi, le regole del Wc
impediscono una politica del genere. Ogni paese tende di conseguenza a
rimanere congelato nel posto che occupava prima di entrare nel gioco della
globalizzazione, con ovvio vantaggio per quelli che si trovano in cima alla
piramide e hanno gia' conseguito la prosperita'.
- Permettere al capitale, e anche a quello speculativo a breve termine, di
migrare liberamente da un paese all'altro, benche' sia stato dimostrato a
piu' riprese che tali movimenti finiscano immancabilmente per produrre crisi
finanziarie e quindi sociali. Il capitale speculativo a breve termine
investito in titoli e azioni di imprese locali puo' abbandonare un paese -
come infatti avviene - nel giro di pochi secondi, se le cerchie affaristiche
influenti di New York o Londra iniziano ad avvertire difficolta'. In questo
modo, centinaia di aziende locali falliscono, e migliaia di persone perdono
il posto di lavoro.
Durante la crisi finanziaria asiatica del 1998, la Malaysia e la Cina
applicarono misure di controllo per impedire l'esodo dei capitali. Di
conseguenza, furono colpite molto meno dalla crisi, rispetto ai paesi
vicini. Non essendo pesantemente indebitate, ed essendo quindi piu' libere
dai condizionamenti del Fmi, poterono contravvenire alla dottrina del Wc; ma
pochi paesi sono in grado di permettersi questa scelta, come Messico,
Brasile, Thailandia, Indonesia, Corea, Russia e altri hanno imparato a
proprie spese.
- Diminuire le tasse alle grandi imprese e ai singoli capitalisti: cosi',
secondo la teoria, cio' che essi risparmieranno sara' "investito" generando
nuovi posti di lavoro. In realta', il risparmio sulle imposte viene piu'
spesso collocato negli investimenti a breve termine gia' menzionati, o
depositato in paradisi fiscali fuori dal paese.
- Non procedere tuttavia alla chiusura dei paradisi fiscali, in cui numerose
aziende e singoli capitalisti ricoverano il proprio denaro al sicuro dalle
grinfie del fisco. Il pagamento delle tasse all'erario statale ricade cosi'
in misura crescente sulle spalle dei lavoratori stipendiati e salariati, sui
consumatori e sulle piccole aziende, di solito radicati in un luogo fisico e
non alla portata di paradisi come Monaco o le Isole Cayman. La quota dei
bilanci statali coperta dal contributo delle grandi aziende e' notevolmente
diminuita nell'ultimo ventennio, mentre quella derivante dalle imposte sul
reddito, sui consumi e sul lavoro dipendente e' aumentata nella stessa
proporzione.
- Privatizzare, privatizzare, privatizzare. Uno dei postulati del Wc e' che
i mercati, lasciati a se stessi, produrranno i migliori risultati in ambito
economico, e quindi anche sociale, tanto all'interno del paese quanto a
livello internazionale. I mercati sono "efficienti", i governi non lo sono.
L'ideale sarebbe che lo stato avesse solo un ruolo di supervisione a
distanza, imponesse solo le regole che le imprese stesse richiedono, e
intervenisse esclusivamente nei rari casi di "insufficienza del mercato". I
governi dovrebbero avere scarsa parte, o nessuna, nella produzione di beni e
servizi, tra cui anche i cosiddetti "servizi pubblici".
"Privatizzazione" e' l'eufemismo che viene usato in luogo di "alienazione" o
"svendita" dei beni pubblici. L'impresa statale che viene "privatizzata" e'
il prezioso risultato di anni di impegno di centinaia e migliaia di
lavoratori. Con la privatizzazione, essa viene sbrigativamente ceduta a
ricchi investitori, singoli o istituzioni. Decine di studi, in particolare
riguardanti la Gran Bretagna, che di questa tendenza e' stata la punta
avanzata, dimostrano che la privatizzazione e' nociva in base a qualunque
parametro: qualita', prezzo, possibilita' di accesso, efficienza, sicurezza.
Pensate a quanto sono insicuri e inefficienti i treni inglesi.
- Rendere "flessibile" il mercato della forza lavoro e aumentare la
competizione tra i lavoratori. Abolire le misure che tutelano i lavoratori,
come le norme che regolano l'assunzione e il licenziamento; eliminare le
indennita' sociali obbligatorie come le ferie pagate, l'assistenza
sanitaria, il congedo di maternita'/paternita', i minimi salariali;
ridimensionare i sussidi di disoccupazione. Questi costi indesiderati e
ingiustificati dovranno essere soppressi in nome della "concorrenza".
- Praticare il "recupero dei costi". Per esempio introdurre una tassa per la
fruizione di servizi un tempo gratuiti come le scuole e gli ambulatori, pur
sapendo che le conseguenze saranno disastrose, soprattutto per le ragazze e
le donne.
Alcuni imprenditori ed esponenti del Wc auspicano perfino la completa
liberalizzazione dei movimenti di persone, ritenendo, del resto giustamente,
che la migrazione non regolamentata condurrebbe rapidamente e ovunque alla
riduzione dei salari e delle indennita' sociali a livelli da Terzo mondo.
Essi cercano inoltre di far abbassare gli standard relativi all'impiego di
manodopera facendo pressione sui governi, e di solito ci riescono senza che
nessuno realmente vi si opponga. Di solito ma non sempre: in Francia, in
Italia e in altri paesi ci sono stati grandi scioperi e sono nati forti
movimenti in seno alla societa' civile per difendere i diritti dei
lavoratori e dei pensionati.
*
Da pagina 36 e seguenti
Un altro mondo e' possibile se... tuteliamo la salute del pianeta
Economia ed ecologia
Oltre a non curarsi degli esseri umani e delle societa', i giganti
dell'economia sono ciechi anche alla natura quando essa non serva
direttamente ai loro scopi in termini di profitto o immagine.
A mio avviso, del resto, capitalismo e sostenibilita' ambientale - come oggi
si usa chiamarla - sono termini incompatibili sul piano sia logico sia
concettuale. Due visioni del mondo - la visione economica e la visione
ecologica - si affrontano oggi in una guerra che non sempre e ovunque e'
riconosciuta. L'esito di questa guerra decidera' nientemeno che il futuro
dell'umanita', anzi decidera' se l'umanita' avra' o no un futuro.
So che il mio tono puo' sembrare apocalittico; d'altra parte, l'antagonismo
tra economia ed ecologia e' cosi' profondo che ignorarlo significa andare
incontro a gravi rischi. Malgrado lo slogan "Turtles and Teamsters united at
last" [tartarughe e camionisti finalmente uniti] dipinto sugli striscioni di
Seattle, temo che gran parte del movimento di giustizia globale non abbia
ancora inserito l'ambiente tra i suoi temi di azione e di riflessione. Sotto
questo aspetto, purtroppo, non e' molto piu' avanti dei suoi avversari.
L'"eco" di economia ed ecologia rimanda alla radice greca oikos, la tenuta,
il dominio, la casa con i suoi abitanti. L'eco-nomos e' la legge (o
l'insieme di leggi) con cui si amministra il dominio. L'eco-logos e' il
principio istitutivo, lo spirito, la ragione di tutto: nel senso inteso da
Giovanni all'inizio del suo vangelo: "In principio era il logos",
abitualmente tradotto come il "Verbo".
Considerando la radice greca, verrebbe da pensare che il logos debba essere
ritenuto il piu' importante tra i due, e quindi sopravanzi il nomos.
Normalmente, lo spirito e il principio istitutivo vengono prima delle leggi
e dei regolamenti, e anzi li determinano, per cui dovrebbe essere
l'eco-logos la forza che dirige l'economia.
Non avviene cosi' nell'economia capitalistica globalizzata, che detta le
regole alla societa'. A modellare la maggior parte dei rapporti tra gli
uomini, e degli uomini con il mondo naturale, sono le forze del mercato.
L'eco-nomos, l'economia globalizzata, il luogo di mercato, non vuol essere
secondo al logos ne' ad alcuna altra cosa. Il nomos rivendica l'autorita' su
tutto il pianeta.
Segnali di pericolo
Oltre a essere consapevoli degli orrori economici della globalizzazione,
molti di noi hanno gia' familiarita' con il catalogo dei rischi ambientali:
i mutamenti climatici e il riscaldamento del pianeta, l'assottigliamento
della fascia di ozono, l'abbattimento delle foreste, l'estinzione di una
grande varieta' di specie, l'inquinamento dell'aria e dell'acqua, la
deturpazione delle coste, la desertificazione, salinizzazione e
cementificazione della terra - e l'elenco non e' ancora esaurito.
Lo stato del Mar Mediterraneo, un tempo culla della civilta' europea, e' un
esempio che rende l'idea in tutto il suo orrore. Oggi il Mediterraneo offre
di se' un'immagine alquanto deprimente. Lungo i suoi quarantaseimila
chilometri di coste vivono stabilmente centotrenta milioni di persone, cui
si aggiungono ogni anno almeno cento milioni di turisti. Il bacino
mediterraneo accoglie un buon terzo di tutto il turismo mondiale. Questa
massa di persone produce annualmente intorno ai cinquecento milioni di
tonnellate di rifiuti liquidi, parte dei quali, non trattata, viene
scaricata direttamente in mare. I progressi nel trattamento dei rifiuti
compiuti nell'ultimo decennio tendono a essere vanificati dall'aumento della
popolazione lungo le coste del Mediterraneo orientale e meridionale. Se si
aggiungono annualmente sessantamila tonnellate di detersivi, parecchie
migliaia di tonnellate di metalli pesanti, enormi quantita' di nitrati
provenienti dai fertilizzanti, e almeno seicentomila tonnellate di petrolio
dovute alle dispersioni e al lavaggio in mare delle petroliere, si comincia
ad avere un quadro completo di tutta la deplorevole situazione.
*
Da pagina 50
Alcuni biologi hanno stimato che l'uomo si sta gia' accaparrando, per il
proprio uso, circa il 40% di quello che viene chiamato il prodotto primario
netto, o prodotto fotosintetico netto, o Pfn, e cioe', fondamentalmente,
tutto cio' che l'energia del Sole oggi produce o ha prodotto. Il Pfn misura
l'incidenza dell'uso di alimenti, combustibili, fibre e altri prodotti
vegetali da parte dell'uomo, unita agli effetti distruttivi dell'intervento
umano sul potenziale dell'ecosistema causati dalla deforestazione, dal
saccheggio della fauna ittica, dalla desertificazione e cosi' via. E' stato
calcolato che anche il tasso di appropriazione del Pfn da parte dell'uomo si
raddoppi circa ogni venticinque anni. Se queste cifre sono esatte -
l'articolo scientifico che fornisce i dettagli e' stato pubblicato nel 1986
e un altro li ha riconfermati nel 2001 - significa che, proseguendo con i
ritmi attuali, il tasso di appropriazione del Pfn arriverebbe all'80% entro
il 2015 e al 160% entro il 2040: ma prima di allora la Terra sara' bell'e
spacciata.
*
Da pagina 51 e seguenti
Le impossibilita' logiche della crescita
Benche' i dati avanzati da questi biologi ed ecologi siano puramente
ipotetici, essi illustrano tuttavia il dilemma ecologico che abbiamo di
fronte. Gli esseri umani dipendono da altre specie; non possono
semplicemente arraffare tutto il Pfn disponibile e non lasciare nulla per le
altre creature viventi, se non altro perche' questo sarebbe suicida. Si
tratta di un fenomeno che ne' il Forum economico mondiale di Davos, ne' Bill
Gates, ne' nessun altro possono controllare. Per la prima volta nella
storia, l'uomo e' costretto a confrontarsi non solo con un'impossibilita'
naturale, ma anche con un'impossibilita' logica e matematica, ma non sembra
voler accettare questo fatto.
Non stupisce che gli esperti di economia ostacolino e respingano il punto di
vista degli ecologi: essi credono che la soluzione di tutti i problemi
risieda nella crescita continua. Ma, come ci ricordava il defunto economista
ed ecologo Kenneth Boulding, "quando una cosa cresce, diventa piu' grande".
La crescita non e' la soluzione ma il problema. Per la maggior parte degli
economisti, questa e' la piu' grave delle eresie, troppo scioccante perche'
la si possa perfino contemplare o discutere. La negazione della realta'
fisica e biologica puo' diventare un modo di pensare e uno stile di vita.
Alcuni economisti tentano di sfuggire al dilemma affermando che il capitale
costruito dall'uomo puo' sostituire il capitale naturale. Dobbiamo quindi
investire per migliorare la tecnologia, al punto da rendere irrilevante
quanto capitale naturale sottraiamo al pianeta. Questa e' un'altra
argomentazione capziosa. Gran parte del capitale costruito dall'uomo dipende
pur sempre direttamente dalle risorse naturali di base. Per usare uno degli
esempi di Herman Daly, non conta avere tante segherie se poi non ci sono
piu' alberi; o avere tanti pescherecci e tante fabbriche di inscatolamento
del pesce se poi non ci sono piu' pesci. Quanto alla funzione di "discarica"
della natura, come quella che assolve accogliendo il rilascio di CO2
nell'atmosfera, qual e' il capitale costruito dall'uomo che potra' salvarci
dalle conseguenze di un grave mutamento climatico?
Che cosa succederebbe se abbracciassimo la logica alternativa, la visione
non convenzionale degli economisti attenti all'ecologia, riconoscendo che la
natura e' il sistema totale e l'economia costruita dall'uomo soltanto un
sottosistema soggetto alle sue leggi? Significherebbe, questo, la fine di
una vita confortevole? Sicuramente no. In realta', abbiamo tutto da
guadagnare da una visione realistica, non romantica, della biosfera come
sistema integrale e dell'economia come sottosistema; non solo perche' la
nostra vita e il nostro futuro dipendono da essa, ma anche perche' quella
vita sarebbe effettivamente migliore.
In termini pratici, se accettassimo le premesse e quindi la concezione
alternativa, la prima domanda sarebbe: quanto puo' ingrandirsi l'economia e,
secondo, quanto dovrebbe ingrandirsi? Chiaramente non potra' continuare a
raddoppiare ogni venticinque anni. E questo sara' tanto di guadagnato. Molto
di quello che noi definiamo come crescita non e' altro che il reddito
derivante dalla distruzione del capitale naturale.
Inoltre, gran parte della cosiddetta "crescita" in realta' ci rende piu'
poveri, o cerca vanamente di compensare i passati fallimenti sul piano
economico e sociale. La costruzione di carceri, la chirurgia plastica, le
terapie contro il cancro, i dispositivi antifurto sulle auto, la
ricostruzione dopo le guerre o gli attacchi terroristici, sono tutti fattori
che contribuiscono alla crescita. Sarebbe assurdo dedurne che sia
desiderabile che esista un maggior numero di carcerati, di ladri, di cancri
e cosi' via.
E' vero: un tempo la crescita economica era abbastanza strettamente
correlata all'aumento del benessere generale, ma ormai non e' piu' cosi' da
almeno vent'anni. La crescita e' sempre piu' collegata a fenomeni di cui la
maggior parte della gente farebbe volentieri a meno. Nei prossimi anni, gli
interventi di bonifica su un ambiente sempre piu' degradato avranno
certamente un posto preminente tra i progetti induttori di crescita. Ma
perche' non cominciare fin d'ora a cercare di mantenerlo in salute? Il
benessere generale aumenterebbe, anche senza un aumento della crescita.
*
Da pagina 67 e seguenti
Attori privati. L'inpatto delle multinazionali
In base a qualunque metro di giudizio, il capitalismo mondiale, nella sua
versione piu' recente, e' ingeneroso nei confronti dei poveri e non tratta
equamente le persone e il pianeta; ma affermare solo questo significa dare
una visione estremamente riduttiva del problema. In realta', la
globalizzazione neoliberista e il benessere umano sono fondamentalmente
antagonistici. Come gia' abbiamo visto nel caso dell'ambiente, essi sono
incompatibili sia sul piano della pratica sia su quello della teoria. [...]
Mi sorprendo sempre quando altri si meravigliano dei licenziamenti. Un
incredibile numero di persone, per altri versi intelligenti, sembra credere
che il fine di un'economia capitalistica sia quello di creare posti di
lavoro. Il fine di un'economia capitalistica e' quello di creare profitti e
accrescere "il valore per gli azionisti", punto e basta. Se avviene che
soddisfi delle necessita' umane, tra cui la necessita' di lavorare, si
tratta di un effetto collaterale.
Come d'autunno gli alberi perdono le foglie, cosi' le aziende "perdono" i
lavoratori. Anche quando un'azienda e' sana e redditizia puo' fare ricorso
al licenziamenti: dal punto di vista del mercato, le persone non sono
"esseri umani" con un nome e una famiglia alle spalle, ma "manodopera" o
"risorse umane", e nei libri dell'azienda sono annotate come un costo, non
come un patrimonio. Malgrado gli enormi investimenti tecnologici, la
manodopera e' ancora la voce che comporta singolarmente piu' costi per le
multinazionali, ed e' logico quindi che sia la prima a essere tagliata.
Ecco come si comporta, per esempio, una rinomata azienda di prodotti di
consumo. Nike ha lasciato gli Stati Uniti negli anni Ottanta per trasferirsi
in Corea; quando gli operai coreani hanno cominciato a scioperare per
ottenere salari piu' alti, Nike si e' spostata in Indonesia, dove all'epoca
i salari erano appena sufficienti a garantire la sopravvivenza fisica. Anche
gli operai indonesiani hanno lottato per avere paghe migliori, e quando i
salari hanno raggiunto la quota di 2,50 dollari al giorno, Nike ha
trasferito parte della produzione in Vietnam. Come molte multinazionali,
Nike subappalta il lavoro a ditte che possono subappaltarlo a loro volta,
per cui e' difficile dall'esterno conoscere l'ubicazione esatta della
produzione.
*
Da pagina 111 e seguenti
Libero scambio, libere volpi e liberi pollai
O l'Europa cedera' alle pressioni degli americani - purtroppo il corso piu'
probabile, dati i politici attualmente al governo - oppure dovra' prendere
atto che e' arrivato il momento di riportare in uso un linguaggio che forse
suonera' indelicato alle orecchie di gente raffinata, un linguaggio che usa
termini vili come "sussidi" e "protezionismo". Presto l'Europa contera'
almeno quattrocentotrenta milioni di persone e venticinque paesi membri,
cifre che in seguito potranno ulteriormente ingrossarsi con l'inclusione dei
Balcani, della Russia e di alcune delle ex Repubbliche socialiste. Se
l'Europa fosse capace di compiere uno sforzo costoso e incondizionato per
portare a regime questi nuovi arrivati (come ha fatto in passato con i
Pigs - Portogallo, Italia meridionale, Grecia e Spagna) e desse quindi la
priorita' al commercio intraeuropeo e al mantenimento dei posti di lavoro in
Europa, non sarebbe questo un mercato primario sufficientemente vasto?
L'Europa dovrebbe inoltre privilegiare gli scambi con i paesi piu' vicini, e
in particolare con quelli del Mediterraneo orientale e meridionale.
Peraltro, le attuali norme del Wto non permettono a nessuno di accordare
preferenze commerciali di questo tipo. Le norme preferenziali e commerciali
europee dovrebbero inoltre essere rivedute in modo da includere merci
provenienti dai paesi piu' poveri (soprattutto dalle ex colonie europee), a
partire dai generi alimentari fino ai prodotti tessili, di pelletteria e
abbigliamento. I neoprotezionisti, che insistono sulla necessita' di
"vendere dove si produce", questa volta hanno proprio ragione: perche',
infatti, dovremmo acquistare le merci prodotte dalle "nostre" aziende in
Cina o in altri paesi poveri lontani con lo sfruttamento di una manodopera
oppressa e non sindacalizzata?
Grideranno a questo punto i neoliberisti: "Allora era vero quello che
pensavamo: voi siete contro lo sviluppo!". Nulla di piu' falso: noi
acquistiamo prodotti da chiunque rispetti le convenzioni dell'Oil
[l'Organizzazione internazionale del lavoro], il Protocollo di Kyoto e gli
Accordi multilaterali sull'ambiente. Ma il commercio puo' e deve essere uno
strumento di attuazione delle politiche; e la politica europea deve dare la
precedenza all'Europa allargata, all'area vasta del Mediterraneo e agli ex
possedimenti coloniali.
Cio' non significa, peraltro, fare come gli Stati Uniti, che usano il
commercio nella guerra interna all'Occidente. Il "libero scambio" e' lo
zoccolo su cui si fonda il dogma neoliberista, e su questo gli Stati Uniti
non tollerano impertinenze. Robert Zoellick, US Trade Representative, ha
informato il resto del mondo che chi non appoggia a tutto campo la politica
estera statunitense non potra' stringere accordi commerciali e
d'investimento con gli Stati Uniti. La Nuova Zelanda, per esempio, e' tenuta
fuori dal giro per aver negato i suoi porti e le sue acque alle navi
nucleari statunitensi. Gli americani hanno la memoria lunga.
E, sempre Zoellick, due mesi dopo l'11 settembre, con l'appoggio del
commissario europeo Pascal Lamy, ha usato tutta la potenza del suo eloquio
per indurre il vertice dei ministri del Wto, riunito a Doha, a firmare il
cosiddetto "Doha Development Round", proclamando con grande sfoggio di
retorica: "Potranno anche distruggerne la sede, ma mai riusciranno a
distruggere il commercio mondiale; un nuovo accordo sara' il mezzo migliore
per rispondere al terrorismo".
Puo' darsi, ma il Sud, come in seguito e' apparso evidente, non ha
guadagnato nulla da questo accordo. Esso e' servito unicamente ad accelerare
gli accordi sui servizi e sulla proprieta' intellettuale (Gats e Trips), e
ad aprire la strada a nuovi patti sugli investimenti, gli approvvigionamenti
governativi e la concorrenza. Se gli americani vogliono che ogni forma di
attivita' sia regolata dal Wto e' soprattutto perche' questo fa i loro
interessi, con il complice aiuto dell'Europa.
Oggi, attraverso le norme commerciali, l'America aspira a controllare quasi
ogni aspetto della nostra esistenza: dai film che vediamo al cibo che
mangiamo. Gli Stati Uniti hanno usato abilmente gli accordi del Wto per
costringere altri paesi a concedere brevetti ventennali, perfino sulle
piante e sulle specie locali. Oggi, attraverso il Gats, le regole del
commercio si insinuano in ogni ambito della vita umana: dall'istruzione alla
sanita', alla cultura, all'acqua, ai servizi pubblici e cosi' via.
La Coalizione americana delle industrie dei servizi esercita forti pressioni
sul US Trade Representative affinche' questi si adoperi per ottenere
l'apertura dei servizi europei - per esempio la sanita' - alle aziende
statunitensi. Ben sappiamo che il governo statunitense ha appoggiato le
istanze delle industrie farmaceutiche che rifiutano all'Africa il beneficio
dei farmaci generici contro l'Aids e altre malattie, malgrado le scelte
formulate dal vertice ministeriale del Wto durante l'incontro di Doha nel
2002.
Gli Stati Uniti hanno inoltre deciso di attaccare l'Europa sul tema degli
organismi geneticamente modificati. Il teatro della sfida sugli Ogm e contro
le misure restrittive dell'Europa e' l'Organo di risoluzione delle
controversie del Wto. Gli Stati Uniti affermano che in base alle norme del
Wto tali misure sarebbero illegittime, e ne chiedono quindi l'abolizione,
definendole barriere commerciali non necessarie che causano loro una perdita
di oltre trecento milioni di dollari l'anno per mancate esportazioni. E'
probabile che gli Stati Uniti finiscano per vincere la vertenza; ma il fatto
paradossale e' che gli stessi commissari europei Lamy e Fischler sembrano
stare dalla loro parte.
Il problema, in realta', non e' tanto la perdita causata dalla mancata
vendita dei raccolti, quanto la messa in discussione di un principio, cioe'
il diritto delle aziende americane di vendere e piantare semi Ogm in ogni
parte del mondo a loro completa discrezione. Se quest'ultima opzione dovesse
passare, gli Ogm si diffonderebbero ovunque, e l'agricoltura biologica
diverrebbe pian piano impossibile; i giganti delle biotecnologie come
Monsanto venderebbero ogni anno i loro prodotti agli agricoltori, rendendoli
prigionieri di un sistema totalmente imposto. Le aziende sono cosi'
disperatamente in cerca di un aggancio, che in Spagna, nella provincia di
Aragona, stanno distribuendo gratis i semi agli agricoltori in modo da
creare dipendenza. La denuncia al Wto costituisce una minaccia diretta non
solo alle scorte alimentari europee, ma anche alla liberta' dell'Europa di
scegliere i propri sistemi di coltura. Spero che questa volta gli Stati
Uniti incontrino una ferma risposta.
*
Da pagina 118
Quale altro mondo, e come?
Quando il movimento di giustizia globale afferma che "un altro mondo e'
possibile", sintetizza una tesi che mi limito qui a riassumere brevemente,
dal momento che essa gia' permea ogni pagina di questo libro.
Forse per la prima volta nella storia, il mondo potrebbe davvero permettersi
di offrire a ogni abitante della Terra l'opportunita' di una vita decente -
cibo a sufficienza, acqua pulita, alloggi adeguati, istruzione di base,
assistenza sanitaria e servizi pubblici - come enunciato nella Dichiarazione
dei diritti dell'uomo del 1948. Ovviamente occorrerebbe denaro: e dove si
potrebbe reperirlo? Principalmente laddove si trova: nella sfera
internazionale, nei profitti delle megacorporation e sui mercati finanziari;
nella cancellazione del debito ai paesi poveri, nella chiusura dei paradisi
fiscali, nel costringere le societa' a pagare le tasse, nel fare del
cosiddetto "libero scambio" uno scambio basato sull'equita'.
Un altro mondo dovra' cominciare con un nuovo programma di tassazione e
ridistribuzione di stampo keynesiano da applicarsi su scala mondiale, simile
a quello che, su scala nazionale, e' stato introdotto un secolo fa nei paesi
ricchi di oggi. Tale programma dovrebbe essere gestito democraticamente, in
modo tale che i cittadini condividano la responsabilita' di individuare le
priorita' e di sorvegliarne la corretta applicazione in ogni paese. Questa
specie di "Piano Marshall" applicato su scala mondiale imprimerebbe un forte
impulso al mondo stagnante dell'economia, come avvenne negli Stati Uniti
degli anni Trenta con il New Deal, e creerebbe piu' spazio politico perche'
la gente possa decidere quale tipo di economia e di societa' incontri
maggiormente il suo favore.
Accetto l'obiezione che, anche quando si riesca a ottenerlo, il denaro
occorrente per tale ciclopica impresa proverrebbe comunque almeno in parte
dai profitti delle multinazionali e dai mercati finanziari. Questa soluzione
implica quindi che tali forme di produzione e di scambio continueranno a
esistere. Deduzione corretta. Ma accettiamo che sia necessaria una fase di
transizione. I paesi poveri risultano a tal punto devastati, e i paesi
ricchi hanno subito tali scacchi sociali che una robusta iniezione
riparatrice di denaro e' necessaria. Troppe persone vivono attualmente in
condizioni meno che umane, e non possiamo aspettare di aver cambiato
l'intero apparato capitalistico per fare qualche cosa in proposito.
Di sicuro non e' solo questione di denaro, ma senza di esso centinaia di
milioni di persone saranno condannate alla mera sopravvivenza. Aspettando
che la democrazia civile conquisti piu' spazio, possiamo intanto affinare
l'inventiva per trovare nuovi metodi di creazione e distribuzione della
ricchezza.

3. RIFERIMENTI. PER CONTATTARE IL COMITATO CHE SI OPPONE ALL'AEROPORTO DI
VITERBO

Per informazioni e contatti: Comitato contro l'aeroporto di Viterbo e per la
riduzione del trasporto aereo: e-mail: info at coipiediperterra.org , sito:
www.coipiediperterra.org
Per contattare direttamente la portavoce del comitato, la dottoressa
Antonella Litta: tel. 3383810091, e-mail: antonella.litta at libero.it
Per ricevere questo notiziario: nbawac at tin.it

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COI PIEDI PER TERRA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 85 del 31 marzo 2008

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