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Minime. 424



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 424 del 13 aprile 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Il 19 aprile a Bologna
2. Enrico Piovesana: Processi sommari
3. Enrico Piovesana: Guantanamo si e' spostata in Afghanistan
4. Enrico Piovesana: Il lager Usa di Bagram (2004)
5. Francesco Pistolato intervista Alberto L'Abate
6. Il 5 per mille al Movimento Nonviolento
7. Alcuni estratti da "Tra Oriente e Occidente" di Luce Irigaray
8. Sara Sesti presenta "La vita sullo schermo" di Sherry Turkle
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. INCONTRI. IL 19 APRILE A BOLOGNA

Sabato 19 aprile, dalle ore 10 alle 17, a Bologna, nella sala sindacale
della stazione ferroviaria, si terra' l'assemblea "per una rete di donne e
uomini per l'ecologia, il femminismo e la nonviolenza" promossa dai
partecipanti al precedente incontro del 2 marzo realizzato a seguito
dell'appello diffuso lo scorso febbraio da Michele Boato, Maria G. Di Rienzo
e Mao Valpiana.
Per informazioni e contatti coi promotori dell'iniziativa: Michele Boato:
micheleboato at tin.it, Maria G. Di Rienzo: sheela59 at libero.it, Mao Valpiana:
mao at nonviolenti.org

2. AFGHANISTAN. ENRICO PIOVESANA: PROCESSI SOMMARI
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente
articolo dell'11 aprile 2008, dal titolo "Afghanistan, giustizia arbitraria"
e il sommario "Processi sommari a porte chiuse su commissione della
giustizia militare statunitense".
Enrico Piovesana, giornalista, lavora a "Peacereporter", per cui segue la
zona dell'Asia centrale e del Caucaso; e' stato piu' volte in Afghanistan in
qualita' di inviato]

Un rapporto dell'organizzazione statunitense Human Rights First denuncia che
nel braccio D della prigione afgana di Pol-i-Charki, alla periferia di
Kabul, si tengono processi sommari a porte chiuse agli ex prigionieri di
Guantanamo e della base Usa afgana di Bagram. Processi-lampo, nei quali
l'imputato, nel giro di 10-20 minuti, viene condannato a decenni di prigione
sulla sola base delle discutibili prove fornite dalla giustizia militare
statunitense. In molti casi, senza nemmeno la presenza di un avvocato
difensore. Tutto questo, ironia della sorte, in virtu' di una legge speciale
del codice penale afgano approvata nel 1987, durante l'occupazione
sovietica. Alla faccia della riforma della giustizia afgana gestita dal
governo italiano.
*
Prove inconsistenti, perfino per i tribunali militari di Guantanamo
Dal 2002, l'amministrazione Bush ha condizionato l'estradizione dei detenuti
di Guantanamo alla promessa che i "prigionieri di guerra" rimpatriati
sarebbero stati processati nel loro Paese d'origine.
La maggior parte degli Stati interessati, perfino gli alleati piu' fedeli
come la Gran Bretagna, si sono sempre rifiutati, dicendo che le prove
fornite dalla giustizia militare statunitense non avrebbero retto in nessun
tribunale degno di questo nome. L'Afghanistan occupato dalla Nato e
controllato dal governo filo-Usa di Karzai rappresenta la principale
eccezione.
"Le prove fornite ai giudici afgani dalla giustizia militare Usa sarebbero
inammissibili non solo nei tribunali di uno Stato di diritto, ma perfino nei
tribunali militari di Guantanamo", spiega Jonathan Horowitz, investigatore
di Human Rigts First.
*
Il Pentagono prende le distanze, ma i giudici afgani confermano
Sandra Hodgkinson, assistente per le politiche detentive del Pentagono,
prende le distanze: "Questi non sono processi istruiti su richiesta del
governo degli Stati Uniti: sono procedimenti istruiti dalla giustizia afgana
per crimini commessi in territorio afgano".
Ma il giudice afgano Rashid, intervistato da Human Rigts First, non e' di
questo avviso: "Tutti questi processi sono stati preparati dai nostri amici
americani, sulla base di informazioni fornite da loro che noi riteniamo
della massima affidabilita'".
*
Un esempio delle prove "made in Usa"
Rais Muhammad Khan e' stato arrestato al confine con il Pakistan nel 2006
perche' sospettato di aver preso parte a un fallito attentato suicida.
Secondo la giustizia militare Usa, nonostante la totale mancanza di prove e
testimonianze, Khan e' colpevole perche' avrebbe mentito alla macchina della
verita'. Su questa base, l'imputato e' stato condannato a otto anni di
prigione.
Questi processi sommari sono gestiti dai servizi segreti afgani comandati da
Amrullah Saleh, sotto la responsabilita' del direttore del braccio D di
Pol-i-Charki, il generale Safiullah Safi.
Dallo scorso ottobre questi processi sono stati 82, di cui 65 si sono
conclusi con pesanti condanne detentive. Altri 120 sono in programma per i
prossimi mesi.

3. AFGHANISTAN. ENRICO PIOVESANA: GUANTANAMO SI E' SPOSTATA IN AFGHANISTAN
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente
articolo del 9 gennaio 2008, dal titolo "Guantanamo si e' spostata in
Afghanistan" e il sommario "Camp Delta si svuota mentre la prigione Usa di
Bagram, vicino Kabul, straripa di detenuti"]

Anni di denunce e di battaglie condotte dalle organizzazioni per la difesa
dei diritti umani di mezzo mondo hanno costretto l'amministrazione Bush a
cedere sul lager di Guantanamo, ormai destinato alla chiusura e gia' oggi
parzialmente svuotato. Una vittoria solo apparente, visto che lontano dai
riflettori, in Afghanistan, il Pentagono ha nel frattempo ampliato quella
che si puo' a buon titolo definire come "la madre di tutte le prigioni Usa
della vergogna": il centro di detenzione militare statunitense di Bagram, a
nord di Kabul, dove nel 2002 vennero sperimentate le tecniche
d'interrogatorio successivamente esportate ad Abu Ghraib e nella stessa
Guantanamo.
Inizialmente usata come centro di detenzione temporanea dei prigionieri di
guerra appena catturati in Afghanistan e Pakistan, in attesa del loro
trasferimento oltreoceano a Guantanamo, Bagram, con la progressiva
dismissione della prigione cubana, ha accumulato detenuti prendendo di fatto
il posto del famigerato "Camp Delta" come centro di detenzione Usa in via
definitiva. Se i detenuti di Guantanamo sono scesi dai 775 iniziali ai 275
di oggi, gli "ospiti" di Bagram sono progressivamente cresciuti fino agli
attuali 630.
*
Torture e violenze sistematiche
Nei mesi scorsi, la Croce Rossa Internazionale (Icrc), unica organizzazione
ad avere un limitato acceso a Bagram, ha denunciato che nella "nuova
Guantanamo" i detenuti vengono trattati peggio che nella vecchia, sottoposti
a "trattamenti crudeli contrari alle Convenzioni di Ginevra".
Gia' nel 2004, quando Bagram era ancora un piccola prigione, Human Rights
Watch aveva denunciato le torture e le violenze, spesso letali, a cui i
prigionieri vengono sottoposti in questo centro di detenzione: privazione
del sonno, del cibo e della luce, isolamento completo dei detenuti, tenuti
per giorni incappucciati, appesi per i polsi e violentemente picchiati a
intervalli regolari. Emblematica la storia di Habibullah e Dilawar, 28 e 22
anni: il primo mori' il 4 dicembre 2002, appeso al soffitto della sua cella,
per un'embolia polmonare dovuta ai grumi di sangue provocati dalle percosse
ricevute; il secondo mori' sei giorni dopo in seguito a un infarto,
anch'esso attribuito alle percosse.
*
Bagram, dove tutto e' iniziato
A ideare questi sistemi "sperimentali" di interrogatorio nel 2002 fu il
capitano Carolyn Wood, una soldatessa di 34 anni, comandante del plotone
d'interrogatorio di Bagram, che nel gennaio 2003 venne premiata con una
medaglia al valore per il suo "servizio eccezionalmente meritevole". Nel
luglio del 2003, la "signora delle torture" e la sua squadra vennero
trasferiti dall'Afghanistan all'Iraq con la missione di insegnare il
"modello Bagram" ai carcerieri della prigione militare di Abu Ghraib, dove
la Wood fece affiggere un cartellone d'istruzioni che prescriveva in maniera
dettagliata il ricorso alle tecniche sperimentate a Bagram, compresa la
sospensione al soffitto e l'utilizzo dei cani. L'estate scorsa l'esercito
Usa ha lasciato il carcere di Abu Ghraib in mano agli iracheni. Buona
notizia, almeno per le coscienze degli statunitensi.
Ora il cerchio si chiude e tutto torna dove era iniziato, a Bagram,
destinato a diventare il piu' grande lager statunitense del mondo.

4. AFGHANISTAN. ENRICO PIOVESANA: IL LAGER USA DI BAGRAM (2004)
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente
articolo del 9 marzo 2004, dal titolo "Il lager Usa di Bagram" e il sommario
"Dal rapporto di Human Rights Watch"]

Gli ex detenuti nel campo di prigionia Usa della base militare di Bagram,
raccontano i maltrattamenti fisici e psicologici cui sono stati sottoposti
dai soldati americani. Privazione prolungata del sonno, divieto assoluto di
parlare con chiunque, punizioni corporali e costrizione in posizioni
dolorose, pestaggi, esposizione a temperature estreme, catene sempre ai
piedi e umiliazioni di ogni genere. Tutte "tecniche comuni" confermate dagli
ufficiali della base.
Mohammed Naim e' stato arrestato nel marzo 2002 in un villaggio vicino a
Gardez, nella provincia di Paktia, assieme ad altre quattro persone. "Ci
hanno portati via in piena notte, in elicottero. Ci hanno legato le mani
dietro la schiena con dei nastri di plastica e messo un cappuccio nero in
testa. Per tutto il viaggio ci hanno tenuto i fucili puntati addosso. Appena
atterrati alla base di Bagram, ci hanno buttati in un'altra stanza e
costretti per ore faccia a terra. Poi mi hanno fatto alzare e mi hanno
portato in una stanza. Qui mi hanno denudato, rasato barba e capelli e mi
hanno fatto ristendere sul pavimento. Un soldato mi immobilizzava tenendomi
uno scarpone pigiato sulla schiena. Poi hanno cominciato a farmi domande e a
fotografarmi, mentre ero ancora nudo. Tutto nudo! Continuavano a chiedermi
cose che non sapevo, a domandarmi se conoscessi i comandanti talebani, e io
continuavo a rispondere che faccio il macellaio nel mio villaggio".
Saif-ur Rahman e' stato arrestato nell'agosto del 2002. Lo hanno portato via
dal suo villaggio nella provincia di Kunar in elicottero nella prigione di
Bagram. Appena arrivato lo hanno spogliato e gli hanno fatto passare la
prima notte in una cella frigorifera dopo averlo "lavato" con un getto di
acqua fredda. Il giorno dopo lo hanno portato in catene in una stanza,
sempre nudo. Qui i soldati Usa lo hanno fatto stendere faccia a terra sul
pavimento, immobilizzandolo con una sedia. Poi e' cominciato
l'interrogatorio, la cui dinamica e' stata raccontata da diversi
ex-detenuti.
Il prigioniero viene fatto stare in piedi, spesso nudo, per ore e ore, con
un potente faro puntato in faccia. Solo dopo un'ora in cui l'interrogato
riesce a rimanere perfettamente fermo e in silenzio, iniziano le domande. A
ogni movimento o parola, i soldati "resettano l'orologio" facendo ripartire
il conto dell'ora. L'interrogatorio e' estremamente duro. I militari urlano
domande e insulti da dietro il faro e non di rado, se non ottengono le
risposte desiderate, passano alle pressioni fisiche, cioe' calci e pugni. Ma
sanno bene che le prime volte i prigionieri non parlano, e che prima bisogna
"ammorbidirli" con un trattamento studiato nei minimi particolari.
Tutti i detenuti intervistati dopo il rilascio da Bagram raccontano di
essere stati tenuti sempre nudi e in catene, anche durante la notte. Notti
insonni, dato che le celle in cui venivano stipati erano costantemente
illuminate da luci molto forti e i soldati, ogni quarto d'ora, li
svegliavano battendo sulle porte di metallo. Questa privazione del sonno
durava per settimane. Di giorno i prigionieri, sempre tenuti in catene,
tranne che per gli interrogatori, non potevano parlare tra loro ne' ai
soldati, se non interpellati. Chi trasgrediva veniva incatenato per le mani
ad una trave sopra una porta, rimanendo cosi' per ore con le braccia alzate
sopra la testa: una punizione molto dolorosa secondo quelli che l'hanno
subita.
Roger King, portavoce militare della base di Bagram, conferma tutto. "Si',
abbiamo notato che la prolungata privazione del sonno e' un modo efficace di
ridurre l'inibizione dei detenuti a parlare, la loro resistenza a rispondere
agli interrogatori. E lo stesso vale per il divieto assoluto di parlarsi tra
loro: se lo fanno si danno coraggio e si sostengono, diventando troppo
sicuri di loro stessi. Chi infrange questa regola, per punizione, viene
costretto a stare in posizioni scomode per un po' di tempo".
Altri ufficiali Usa della base, rimanendo anonimi, hanno confermato che i
prigionieri vengono tenuti sempre in catene, anche quando dormono. Vengono
liberati dai ceppi solo per gli interrogatori, durante i quali sono
costretti a stare in piedi, in ginocchio o in altre posizioni che provocano
dolore per ore, con un cappuccio nero in testa o occhiali oscurati con spray
nero. Hanno confermato anche che i detenuti vengono privati del sonno o
tenuti in condizioni di isolamento per tempi prolungati, o esposti a
temperature estreme, caldo asfissiante di giorno e gelo di notte.

5. RIFLESSIONE. FRANCESCO PISTOLATO INTERVISTA ALBERTO L'ABATE
[Ringraziamo Francesco Pistolato (per contatti: fpistolato at yahoo.it) per
averci messo a disposizione la seguente intervista pubblicata sul
"Messaggero Veneto" di Udine il 7 aprile 2008.
Francesco Pistolato, studioso, docente, impegnato nel Centro
interdipartimentale di ricerca sulla pace "Irene" dell'Universita' di Udine,
e' coordinatore scientifico della Biblioteca di studi austriaci presso
l'Universita' di Udine; si occupa di diffusione della lingua tedesca, della
cultura austriaca e della cultura della pace; e' tra i promotori di un
programma di cultura di pace all'interno delle universita' e delle scuole
della macroregione Alpe Adria, comprendente il Friuli-Venezia Giulia, la
Carinzia e la Slovenia; e' altresi' impegnato nell'Associazione Biblioteca
Austriaca di Udine, che ha tra l'altro realizzato una mostra fotografica
itinerante sulla Resistenza, gia' esposta in vari luoghi, tra cui la Risiera
di S. Sabba di Trieste, e che e a fine 2005 e' stata esposta nella
Gedenkstaette des Deutschen Widerstands di Berlino, ed e' visitabile in rete
nel sito: www.abaudine.org/virtunascosta/virtu.htm Tra le opere di Francesco
Pistolato: (a cura di), Per un'idea di pace, Cleup, Padova 2006; (a cura
di), Die verborgene Tugend - La virtu' nascosta. Eroi sconosciuti e
dittatura in Austria 1938-1945, Europrint Editore, Quinto di Treviso 2007.
Alberto L'Abate e' nato a Brindisi nel 1931, docente universitario di
sociologia dei conflitti e ricerca per la pace, promotore del corso di
laurea in "Operazioni di pace, gestione e mediazione dei conflitti"
dell'Universita' di Firenze, e' impegnato nel Movimento Nonviolento, nella
Peace Research, nell'attivita' di addestramento alla nonviolenza, nelle
attivita' della diplomazia non ufficiale per prevenire i conflitti; amico e
collaboratore di Aldo Capitini, ha collaborato alle iniziative di Danilo
Dolci e preso parte a numerose iniziative nonviolente; come ricercatore e
programmatore socio-sanitario e' stato anche un esperto dell'Onu, del
Consiglio d'Europa e dell'Organizzazione Mondiale della Sanita'; ha promosso
e condotto l'esperienza dell'ambasciata di pace a Pristina, e si e'
impegnato nella "Campagna Kossovo per la nonviolenza e la riconciliazione";
e' portavoce dei "Berretti Bianchi" e promotore dei Corpi civili di pace.
Tra le opere di Alberto L'Abate: segnaliamo almeno Addestramento alla
nonviolenza, Satyagraha, Torino 1985; Consenso, conflitto e mutamento
sociale, Angeli, Milano 1990; Prevenire la guerra nel Kossovo, La Meridiana,
Molfetta 1997; Kossovo: una guerra annunciata, La Meridiana, Molfetta 1999;
Giovani e pace, Pangea, Torino 2001]

- Francesco Pistolato: Parliamo di prevenzione dei conflitti: perche' si fa
poco o niente per prevenire le guerre?
- Alberto L'Abate: La prima ragione deriva da quella che chiamo la cultura
militarista, inficiata dall'idea della cattiveria connaturata dell'uomo,
cattiveria che e' stata smentita da ricerche scientifiche e dalla
Dichiarazione di Siviglia, pure essa opera di scienziati; tuttavia continua
a essere opinione comune che di guerra non se ne possa fare a meno. Un'altra
ragione e' che la guerra serve a far vendere le armi a molti paesi, compreso
il nostro. Il superamento del conflitto est-ovest fu seguito da un momento
di disorientamento dei venditori di armi, tanto che esistono documenti, non
smentiti ufficialmente, che indicano che ci si dovette dar da fare per
trovare un altro nemico, poi identificato in Saddam. Anche la ricostruzione
postbellica e' un grande affare. Invece per la prevenzione non si spende
quasi niente. Secondo stime, nemmeno le piu' pessimistiche, il rapporto tra
spese per la prevenzione e spese per la guerra e' di 1 a 10.000: dunque non
si spende ad esempio per i corpi civili di pace, proposti da Alex Langer al
Parlamento Europeo gia' nel 1995, ma non ancora realizzati, mentre si spende
moltissimo per la guerra. La prevenzione e' studiata teoricamente, ma i
decisori reali, gli Stati, non puntano sulla prevenzione, ma sulla guerra.
*
- Francesco Pistolato: Cosa sono i corpi civili di pace?
- Alberto L'Abate: Sono corpi addestrati, professionali, con il compito di
operare in maniera nonviolenta, facendo opera di mediazione, pacificazione e
interposizione nonviolenta; questa in particolare funziona soprattutto se
effettuata da persone interne al conflitto, coordinate con altre esterne al
conflitto stesso. Poi molto importante dopo il conflitto e' la
riconciliazione, alla quale non ci e' quasi mai dedicati: e' evidente che la
guerra causa odi e difficolta' di dialogo, che occorre superare se si vuole
veramente la pace. Qui gruppi di civili disarmati possono operare
concretamente, come si rese conto il Generale Harbottle, che  aveva scritto
il primo manuale di peacekeeping delle Nazioni Unite, e che era il
comandante dei Caschi Blu a Cipro. Egli, vedendo che il lavoro delle World
Peace Brigades, che operavano in quella stessa isola, era piu' efficace nel
superamento del conflitto di quello dei militari perche' riusciva a mettere
insieme sia greci che turchi per ricostruire le case distrutte dai due
eserciti, divenne un importante consulente delle Brigate di pace e dette
vita, in Inghilterra, ad un noto Centro studi per la risoluzione Nonviolenta
dei conflitti.
*
- Francesco Pistolato: Com'e' la legislazione in Europa  in materia di corpi
civili di pace?
- Alberto L'Abate: In Europa piu' avanti di tutti sono i tedeschi, che
finanziano, con cifre considerevoli, interventi civili attraverso il
servizio civile di pace. La nostra legge ha creato un comitato consultivo
per la difesa popolare nonviolenta, che pero' finora non ha funzionato e non
si sa come possa evolvere. A livello europeo ci sono varie dichiarazioni del
Parlamento sull'importanza della prevenzione e dei corpi civili di pace, ma
il tutto si e' annacquato anche a causa delle difficolta' ad approvare una
vera e propria Costituzione europea. Che io sappia e' stato finanziato solo
uno studio di fattibilita'.
*
- Francesco Pistolato: Ci parli del suo tentativo di prevenire la guerra in
Kosovo.
- Alberto L'Abate: Trovammo una situazione di conflittualita' aperta e non
dialogo, un muro tra le due parti. Proponemmo l'apertura di un'ambasciata di
pace finanziata dagli obiettori alle spese militari italiane, che avesse il
compito di studiare il problema e trovare possibili soluzioni: autonomia
particolare come le Isole Aland: neutralita' non armata e protezione
internazionale; era il 1995, discutemmo con tutti i leader albanesi compreso
Rugova e con quelli serbi dell'opposizione - non con quelli del governo, che
consideravano il tutto un problema interno. Milosevic avrebbe accettato i
corpi civili di pace, come accetto' i verificatori, ma la comunita'
internazionale avrebbe dovuto interessarsi prima della cosa, e invece non
venne fatto nulla fino al conflitto. Gli albanesi dicevano: noi lottiamo con
la nonviolenza, ma se la comunita' internazionale non ci sostiene, saremo
costretti a ricorrere alla violenza, il che sara' la rovina, perche' i serbi
hanno molte piu' armi, e cosi' e' successo. Con una politica di prevenzione
la guerra in Jugoslavia si sarebbe potuta evitare.

6. PROPOSTE. IL 5 PER MILLE AL MOVIMENTO NONVIOLENTO
[Dal sito www.nonviolenti.org riprendiamo e diffondiamo]

Anche con la prossima dichiarazione dei redditi sara' possibile
sottoscrivere un versamento al Movimento Nonviolento (associazione di
promozione sociale).
Non si tratta di versare soldi in piu', ma solo di utilizzare diversamente
soldi gia' destinati allo Stato.
Destinare il 5 per mille delle proprie tasse al Movimento Nonviolento e'
facile: basta apporre la propria firma nell'apposito spazio e scrivere il
numero di codice fiscale dell'associazione.
Il codice fiscale del Movimento Nonviolento da trascrivere e': 93100500235.
Sono moltissime le associazioni cui e' possibile destinare il 5 mille. Per
molti di questi soggetti qualche centinaio di euro in piu' o in meno non
fara' nessuna differenza, mentre per il Movimento Nonviolento ogni piccola
quota sara' determinante perche' ci basiamo esclusivamente sul volontariato,
la gratuita', le donazioni.
I contributi raccolti verranno utilizzati a sostegno della attivita' del
Movimento Nonviolento ed in particolare per rendere operativa la "Casa per
la pace" di Ghilarza (Sardegna), un immobile di cui abbiamo accettato la
generosa donazione per farlo diventare un centro di iniziative per la
promozione della cultura della nonviolenza (seminari, convegni, campi
estivi, eccetera).
Vi proponiamo di sostenere il Movimento Nonviolento che da oltre
quarant'anni con coerenza lavora per la crescita e la diffusione della
nonviolenza.
Grazie.
Il Movimento Nonviolento
*
P. S.: se non fai la dichiarazione in proprio, ma ti avvali del
commercialista o di un Caf, consegna il numero di codice fiscale e di'
chiaramente che vuoi destinare il 5 per mille al Movimento Nonviolento.
Nel 2007 le opzioni a favore del Movimento Nonviolento sono state 261
(corrispondenti a circa 8.500 euro, non ancora versati dall'Agenzia delle
Entrate) con un piccolo incremento rispetto all'anno precedente. Un grazie a
tutti quelli che hanno fatto questa scelta, e che la confermeranno.
*
Per ulteriori informazioni e contatti: via Spagna 8, 37123 Verona, tel.
0458009803, fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

7. LIBRI. ALCUNI ESTRATTI DA "TRA ORIENTE E OCCIDENTE" DI LUCE IRIGARAY
[Dal sito www.tecalibri.it riprendiamo i seguenti estratti dal libro di Luce
Irigaray, Tra Oriente e Occidente. Dalla singolarita' alla comunita',
Manifestolibri, Roma 1997.
Luce Irigaray, nata in Belgio, direttrice di ricerca al Cnrs a Parigi, e'
tra le piu' influenti pensatrici degli ultimi decenni. Tra le opere di Luce
Irigaray: Speculum. L'altra donna, Feltrinelli, Milano 1975; Questo sesso
che non e' un sesso, Feltrinelli, Milano 1978;  Amante marina. Friedrich
Nietzsche, Feltrinelli, Milano 1981, Luca Sossella Editore, 2003; Passioni
elementari, Feltrinelli, Milano 1983; Etica della differenza sessuale,
Feltrinelli, Milano 1985; Sessi e genealogie, La Tartaruga, Milano 1987,
Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007; Il tempo della differenza, Editori
Riuniti, Roma 1989; Parlare non e' mai neutro, Editori Riuniti, Roma 1991;
Io, tu, noi, Bollati Boringhieri, Torino 1992; Amo a te, Bollati
Boringhieri, Torino 1993; Essere due, Bollati Boringhieri, Torino 1994; La
democrazia comincia a due, Bollati Boringhieri, Torino 1994; L'oblio
dell'aria, Bollati Boringhieri, Torino 1996; Tra Oriente e Occidente,
Manifestolibri, Roma 1997; Il respiro delle donne, Il Saggiatore, Milano
1997, 2000; In tutto il mondo siamo sempre in due, Baldini Castoldi Dalai,
Milano 2006; Preghiere quotidiane, Heimat, 2007; La via dell'amore, Bollati
Boringhieri, Torino 2007; Oltre i propri confini, Baldini Castoldi Dalai,
Milano 2007]

Indice del volume: Introduzione; Il tempo della vita. Dalla specie al
genere; Insegnamenti orientali; La via del respiro; La dialettica infinita
del genere; La famiglia comincia a due; Avvicinarsi all'altro come altro; La
differenza, principio di rifondazione della comunita'.
*
Da p. 101
La famiglia comincia a due
Recentemente, in occasione di una presentazione del libro La democrazia
comincia a due, un uomo e' intervenuto nel dibattito per dire che la
famiglia incomincia a tre, e non a due. Non mi sento in accordo con simile
affermazione. A mio parere, una famiglia nasce quando due persone, di solito
un uomo e una donna, decidono di vivere insieme in un modo duraturo, come si
dice "per sempre", cioe' quando decidono di "fondare un focolare" per usare
un'antica parola che, in fondo, e' bella.
Fondare un focolare significa stabilire una nuova dimora, creare una nuova
casa, in particolare attorno a un centro spesso assimilato al fuoco
domestico: luogo che serve a cucinare, a riscaldarsi, ad avvicinarsi, ecc.
Cosi' si racconta che nel passato, in Grecia, la madre portava una fiamma
del suo stesso focolare per accendere il fuoco domestico della figlia
novella sposa.
La famiglia, di fatto, non e' basata sul tre ma sul due. Farla incominciare
a tre rischia di ridurla a quell'unita' indifferenziata che ha descritto
Hegel, unita' nella quale l'uomo, la donna, il figlio o i figli, perdono o
alienano ogni identita' propria, sia fisica che affettiva e giuridica, in un
tutto cementato da una naturalita' di fatto gia' astratta e neutra.
In questo tipo di organizzazione familiare, la promessa da parte di un uomo
e di una donna di vivere insieme, in due, svanisce di fronte alla
sottomissione dell'uomo, della donna e dei figli alle necessita' della
riproduzione naturale, ormai legata alla riproduzione della societa' e dello
Stato.
La famiglia allora non e' fondata su un legame d'amore e di spiritualita' ma
corrisponde a un insieme piu' o meno unificato attraverso la procreazione,
la genealogia o filiazione, l'autorita' parentale, in particolare paterna, e
il possesso di beni.
*
Da p. 112
Diventare genitori, diventare cittadini
La generazione, di fatto, avverra' da se stessa quando la sovrabbondanza
dell'amore vorra' frutti diversi dal divenire dell'uomo e della donna. Ma la
generazione non deve imporsi come limite a priori dell'amore sotto pena di
mutilare l'identita' dell'uomo, della donna, e del figlio.
Non credo che la salvezza della famiglia possa limitarsi a considerare la
semplice naturalita', almeno quella che oggi si ritiene tale, come sacra. Ho
letto con stupore una simile affermazione proveniente da un responsabile
religioso del livello piu' alto. Un tale discorso sembra pagano, e annulla
la Storia, in particolare quella cristiana.
Non e' la riduzione della famiglia alla sola naturalita' che la salvera', ma
la cultura dell'unione fra l'uomo e la donna nel rispetto della loro
differenza, cio' che implica che la natura divenga coscienza. Per essere due
nell'amore, compreso quello carnale, bisogna in effetti che il corpo sia
carne svegliata dalla parola, dalla coscienza. Bisogna che l'uomo e la donna
abbiano una dignita' equivalente, e che cerchino insieme come alleare la
natura e la spiritualita' attraverso le loro differenze di corpo e di
soggettivita'. Se compiono cosi' la loro alleanza, non c'e' dubbio che
l'uomo e la donna diventeranno cittadini preparati alla condivisione della
vita comunitaria; la tappa piu' difficile per raggiungere un tale
atteggiamento l'hanno gia' superata.
Saranno anche preparati al compito parentale. La condivisione orizzontale
fra l'uomo e la donna, la piu' necessaria, la piu' desiderabile ma la piu'
difficile da realizzare, apre naturalmente e spiritualmente al rispetto
degli antenati e all'accoglienza nei confronti delle future generazioni. Ma
non conviene imporre come ostacolo prima cio' che avverra' da se stesso
dopo.
Il primo e principale compito per fondare o rifondare una famiglia e' il
lavoro dell'amore tra un uomo e una donna che, in nome del desiderio, si
propongono di vivere insieme in un modo duraturo, di alleare, in loro e fra
loro, il sorgere o l'apparire dell'attrazione alla perennita' o eternita'
dell'amore.
*
Da p. 115
Avvicinarsi all'altro come altro
Siamo stati(e) educati(e) a fare nostro tutto cio' che ci piace, tutto cio'
che e' vicino a noi, fa parte della nostra intimita'.
Sia a livello della conoscenza sia a quello dei sentimenti facciamo nostro
tutto cio' che accostiamo, che si avvicina a noi.
Il nostro modo di ragionare, il nostro modo di amare corrisponde ad
un'appropriazione. La nostra cultura, la nostra istruzione scolastica,
vogliono che imparare e sapere equivalgano a far nostro attraverso strumenti
di conoscenza capaci, lo crediamo, di apprendere, di capire, di dominare
tutta la realta', tutto cio' che esiste, tutto quello che percepiamo con i
nostri sensi e cio' che e' al di la' di essi.
Vogliamo avere l'intero universo nella nostra testa, talvolta l'intero mondo
nel nostro cuore. Non vediamo che un tale gesto trasforma la vita del mondo
in qualcosa di finito, di morto in un certo senso, perche' il mondo perde
cosi' la sua propria vita sempre estranea a noi, esterna a noi, altra da
noi.
Faro' un esempio. Se capissimo esattamente quello che fa la primavera,
perderemmo probabilmente la contemplazione stupita davanti al mistero della
crescita primaverile, perderemmo la vita, la vitalita' alle quali tale
rinascita universale ci consente di partecipare senza che possiamo conoscere
ne' controllare donde ci arrivino la gioia, la forza, il desiderio che ci
animano. Ammesso che fosse possibile analizzare ogni elemento di energia che
avviene nell'esplosione della primavera, ne perderemmo lo stato globale che
proviamo quando siamo immersi(e) in essa con tutti i nostri sensi, il nostro
intero corpo, la nostra anima.
Questo stato, mi permettero' di dire: questo stato di grazia, che ci procura
la primavera, lo conosciamo talvolta, per lo meno parzialmente, quando ci
troviamo in un nuovo paesaggio, in una manifestazione cosmica straordinaria,
in un ambiente che ci e' insieme percettibile e impercettibile, conosciuto e
sconosciuto, visibile e invisibile. Siamo situati, in tal caso, in
un'atmosfera, in un evento che sfuggono al nostro controllo, alla nostra
competenza, alla nostra intenzione, al nostro stesso immaginario. La nostra
risposta a tale "mistero" allora puo' essere la sorpresa, l'incanto, la
lode, talvolta l'interrogazione, ma non puo' essere l'appropriazione, la
riproduzione, la ripetizione.
*
La trascendenza irriducibile del tu
Lo stato - fisico o spirituale - che produce in noi la primavera, certi
paesaggi, certi fenomeni cosmici, puo' accadere all'inizio di un incontro
con altri. L'altro ci commuove in tal modo nei primi momenti di un incontro,
toccandoci in maniera globale, non conoscibile, non padroneggiabile. Poi,
troppo spesso, lo facciamo nostro - o la facciamo nostra - attraverso la
conoscenza, la sensibilita', la cultura. Entrando nel nostro orizzonte, nel
nostro mondo, l'altro perde la stranezza della sua attrazione. La sua
presenza ci circondava di un certo mistero, comunicandoci un risveglio sia
corporeo sia spirituale, ma lo riconduciamo a noi, lo conglobiamo a nostra
volta. Al limite, non lo vediamo piu', non lo udiamo piu', non lo percepiamo
piu'. Fa parte di noi. A meno che non lo respingiamo.
L'altro e' dentro o fuori. Non e' dentro e fuori, facendo parte della nostra
interiorita' ma rimanendo anche fuori, esterno, estraneo a noi, altro.
Svegliandoci con la sua alterita', con il suo mistero, con l'infinito (in
due parole: con l'assoluto) che rappresenta per noi. E' proprio quando non
lo conosciamo, o quando accettiamo che resti per noi non conoscibile, che
l'altro ci illumina in qualche modo, ma di una luce che ci rischiara senza
che sia possibile afferrarla, capirla, analizzarla, farla nostra.
La totalita' dell'altro, come quella della primavera, ci tocca al di la' di
ogni conoscenza, di ogni giudizio, di ogni riduzione a noi, al nostro, a
cio' che ci e' in qualche modo proprio. In termini un po' eruditi, potrei
dire che l'altro, l'altro in quanto tale, in quanto altro, esiste al di la'
di ogni predicato attribuito da noi: non e' mai un questo o un quello
assegnato a lui/lei da noi. E' proprio quando sfugge a ogni giudizio da
parte nostra che l'altro emerge come un tu, sempre altro e inappropriabile
dall'io.
*
Da p. 122
Rifondare la societa', la cultura sulla differenza sessuale, significa anche
chiamare in causa in modo radicale le nozioni di proprio, di proprieta', di
appropriazione che regolano le nostre consuetudini mentali, culturali e
sociali. Implica imparare a rinunciare, al livello piu' intimo, piu'
appassionato e carnale della relazione con l'altro, a ogni possesso, a ogni
appropriazione per rispettare nella relazione i due soggetti, senza mai
ridurre l'uno all'altro.
Affermare che l'uomo e la donna sono realmente due soggetti diversi non
corrisponde pertanto a rinviarli a un destino biologico, a una semplice
appartenenza naturale. L'uomo e la donna sono diversi culturalmente. Ed e'
bene che la cosa sia cosi': risulta da una costruzione diversa della loro
soggettivita'. La soggettivita' dell'uomo e quella della donna si
costituiscono a partire da un'identita' relazionale specifica all'uno e
all'altro. Questa identita' relazionale si situa fra natura e cultura e
assicura un ponte grazie al quale e' possibile andare dall'una all'altra
rispettandole tutte e due. Questa identita' relazionale specifica e' basata
su alcuni dati irriducibili. Ad esempio: la donna nasce da una donna, da
qualcuno del suo genere, l'uomo invece nasce da qualcuno di un genere
diverso dal suo. La donna puo' generare in se' come sua madre, l'uomo invece
genera fuori di se'. La prima situazione relazionale e' dunque molto diversa
per il ragazzo e per la ragazza. E costruiscono la loro relazione con
l'altro in modo molto differente.
La ragazza e' situata dall'origine in un rapporto fra soggetti dello stesso
genere che l'aiuta a strutturare un rapporto con l'altro, piu' difficile da
costruire per il ragazzo. Ma il soggetto femminile e' piu' vulnerabile
perche' ospita l'altro in se': nell'amore, nella maternita'.
La costituzione della soggettivita' per la donna implica che lei esca da un
rapporto esclusivo con la medesima di se', e che sia capace di scoprire una
relazione con un altro diverso da se' rimanendo pure se stessa.
Le strategie dell'uguaglianza e dei separatismo non possono risolvere un
simile problema. Cio' che puo' incitare la donna a divenire soggetto e' la
scoperta dell'altro, l'uomo, come trascendente in modo orizzontale, e non
verticale, rispetto a lei. Non e' la sottomissione, l'assoggettamento alla
legge del padre che puo' consentire alla donna il divenire se stessa, in
modo corporale e spirituale, ma il riconoscimento, nell'amore e nella
civilta', dell'altro come altro. Questo divenire culturale della donna
potra' in seguito aiutare l'uomo a diventare uomo, e non padrone e padre del
mondo.

8. LIBRI. SARA SESTI PRESENTA "LA VITA SULLO SCHERMO" DI SHERRY TURKLE
[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano
(www.universitadelledonne.it) riprendiamo la seguente recensione.
Sara Sesti, insegnante di matematica, fa parte dell'associazione Donne e
scienza e collabora con la Mathesis. Ha curato, per il centro di ricerca
Pristem dell'Universita' Bocconi, la mostra "Scienziate d'Occidente. Due
secoli di storia", e ha fatto parte della redazione delle riviste "Lapis" e
"Il Paese delle donne". Ha pubblicato con Liliana Moro il libro Donne di
scienza. 55 biografie dall'antichita' al duemila", Pristem - Universita'
Bocconi, Milano 2002. Tiene i corsi di informatica della Libera Universita'
delle Donne di Milano. E' una delle webmaster del sito
www.universitadelledonne.it, per cui cura la ricerca delle immagini e le
rubriche Scienza e tecnologie, Libri, Film, Mostre e Pensiamoci. Opere di
Sara Sesti: con Liliana Moro, Donne di scienza. 55 biografie dall'antichita'
al duemila, Pristem - Universita' Bocconi, seconda edizione 2002, ora nella
nuova edizione ampliata Scienziate nel tempo. 65 biografie, Edizioni Lud,
Milano 2008.
Su Sherry Turkle dalla Wikipedia, edizione italiana, stralciamo il seguente
profilo: "Definita come 'l'antropologa del cyberspazio', e' nata a New York
nel 1948, ha studiato al Radcliffe College, con il Committee on Social
Thought alla University of Chicago, si e' laureata in Sociologia ed in
Psicologia della Personalita' presso l'Universita' di Harvard nel 1976, con
una tesi dal titolo 'Psychoanalysis and Society: The Emergence of French
Freud', ed e' psicologa clinica. Docente di Sociologia della Scienza
nell'ambito del Programma su Scienza, Tecnologia e Societa' presso il
Massachusetts Institute of Technology (Mit) e' anche membro della Boston
Psychoanalytic Society, a Boston vive ed esercita la sua attivita'
professionale. Consulente di psicologia del Department of Mental Health
della Harvard University e co-presidente della Commission on Technology,
Gender, and Teacher Education della American Association of University Women
Educational Foundation, fa inoltre parte del Women Studies Steering
Committee, del Massachussetts Women's Forum. Nota studiosa della cultura
relativa ai mezzi di comunicazione informatici, analizza e studia le
influenze psicologiche che il computer puo' avere nel sociale in rapporto
alla costruzione dell'io individuale e alla percezione del mondo
circostante; ha scritto in proposito alcuni saggi noti a livello
internazionale come importanti punti di riferimento nell'ambito della
sociologia per lo studio dei fenomeni virtuali legati al mondo digitale. Tra
le sue pubblicazioni ricordiamo La vita sullo schermo: nuove identita' e
relazioni sociali nell'epoca di Internet, libro tradotto e pubblicato anche
in Italia da Apogeo nel 1997; ha scritto inoltre numerosi articoli su
psicoanalisi, sociologia e cultura, sugli aspetti relazionali tra individui
e tecnologia. Ha ricevuto riconoscimenti sia in ambito accademico che
extra-accademico: tra questi citiamo il Peter Livingston Award for Research
in the Behavioral Sciences and Psychiatry (1975), il Matrix Award dalla
Association for Women in Communications (1985), il Melcher Book Award da
parte del Cambridge Forum per il libro Il secondo io. E' stata scelta come
'Donna dell'anno' da 'Ms Magazine' (1984), tra i '50 for the Future: the
Most Influential People to Watch in Cyberspace' da 'Newsweek Magazine'
(1995). Fa parte della 'Top 50 Cyber Elite' di 'Time Digital Magazine'
(1997) ed e' una delle 'Boston's Top Wired Women' secondo Boston Webgirls.
E' membro del Board of Incorporators dell''Harvard Magazine' e
dell'Editorial Advisory Board di 'Science, Technology, and Human Values'.
Tiene varie conferenze e corsi specialistici di cui ricordiamo: 'Identita' e
Internet' (1996), 'Genere, tecnologia e cultura informatica' (1998)". Opere
di Sherry Turkle: La vita sullo schermo, Apogeo, 1997]

Sherry Turkle, La vita sullo schermo, Apogeo, 1997.
*
Negli ultimi dieci anni siamo andati incontro a grandi cambiamenti nel modo
di usare e intendere il computer.
Non si inviano piu' semplicemente comandi a una macchina, ma si dialoga con
essa, si naviga in mondi simulati, si creano ambienti di realta' virtuale.
L'interazione individuo-macchina non e' piu' a livello singolo, oggi milioni
di persone interagiscono tra loro attraverso le reti telematiche che offrono
la possibilita' di discutere, scambiare idee e sentimenti, assumere
identita' appositamente create.
Questo testo non si occupa di computer, ma piuttosto della gente e di come
la macchina ci consenta di riconsiderare le nostre identita' nell'epoca di
Internet.
L'autrice, sociologa al Mit, esamina una serie di percorsi di confine,
mentre racconta la storia dell'evoluzione che ha avuto l'impatto del
computer sulle nostre vite psicologiche e sulle nostre concezioni della
mente, del corpo, delle macchine.
"La tendenza emergente, dice la Turkle, e' un nuovo senso di identita',
decentrata e multipla". E ne descrive l'ascesa in campi quali progettazione
di computer e intelligenza artificiale oltre che nelle esperienze di quanti
popolano gli ambienti virtuali, ottenendo la piena conferma dell'enorme
cambiamento in corso sul concetto di se', dell'altro, delle macchine e del
mondo.

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 424 del 13 aprile 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web:
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