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Voci e volti della nonviolenza. 170



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 170 del 22 aprile 2008

In questo numero:
1. Nadine Gordimer: Lessico famigliare (2001)
2. Roberto Carnero intervista Nadine Gordimer (2007)
3. Mariella Delfanti intervista Nadine Gordimer (2007)
4. Alessandra Iadicicco intervista Nadine Gordimer (2008)
5. Emilia Ippolito intervista Nadine Gordimer (2008)

1. NADINE GORDIMER: LESSICO FAMIGLIARE (2001)
[Dal "Corriere della sera" del 22 agosto 2001, col titolo "Gordimer: io, una
Ginzburg sudafricana" e il sommario "La scrittrice nemica dell'apartheid,
premio Nobel per la letteratura, si ispira al Lessico famigliare
dell'autrice italiana per raccontare la storia della propria famiglia".
Nadine Gordimer e' una delle piu' grandi scrittrici contemporanee,
sudafricana, impegnata contro l'apartheid, Premio Nobel per la letteratura.
Opere di Nadine Gordimer: oltre i suoi numerosi volumi di racconti e romanzi
(tra cui: Un mondo di stranieri, Occasione d'amore, Il mondo tardoborghese,
Un ospite d'onore, La figlia di Burger, Luglio, Qualcosa la' fuori, Storia
di mio figlio, L'aggancio, Sveglia, Beethoven era per un sedicesimo nero,
tutti presso Feltrinelli; Il bacio del soldato, presso La Tartaruga)
segnaliamo Vivere nell'interregno, Feltrinelli, Milano 1990; Scrivere ed
essere, Feltrinelli, Milano 1996. Opere su Nadine Gordimer: AA. VV., Nadine
Gordimer: a bibliography of primary and secondary sources, 1937-1992, Hans
Zell, London 1994]

Ora che quei lessici familiari mi tornano in mente dalla casa nella citta'
mineraria in Sudafrica dove sono nata e cresciuta, comincio a rendermi conto
che, coinvolta com'ero da razzismo e antirazzismo, non sentivo l'altra voce,
di cui non avevo mai cercato di capire il senso. E' un dato di fatto: non
conosci i tuoi genitori, mai, soprattutto se sono emigranti e ti hanno fatto
crescere, com'e' successo a me, totalmente immersa nella realta' del Paese
dove sei nato e non nel loro Paese d'origine. Mia madre e i nonni materni
(gli unici che abbia mai conosciuto) sono arrivati in Sudafrica
dall'Inghilterra; mio padre dalla Lettonia. In Europa c'erano rivoluzioni e
guerre; nessuno torno' indietro. Posso dire con certezza che abbiamo vissuto
interamente nel presente, nella citta' mineraria dove abitavamo. Per me, la
vita dei miei genitori e dei miei nonni, inizio' con la mia. Il mio tempo,
il mio luogo. Solo ora sono portata a decodificare i lessici famigliari che
costituiscono l'Atlantide sommersa del passato dove hanno vissuto senza di
me, prima di me.
Mio nonno, Mark Myers, era innamorato della sua vecchia moglie, Phoebe,
questo lo si vedeva, ma era scettico sulla sua intelligenza come
compratrice. Quando lei arrivava al suo appartamento di Johannesburg, di
ritorno dal fruttivendolo, doveva svuotare la borsa a rete davanti ai suoi
occhi. Lui prendeva il melone e lo annusava, poi passava un dito sopra la
peluria della pesca, pronto a scoprire l'ammaccatura. A volte era l'avocado,
troppo duro o troppo maturo. Poi la presa in giro, addolcita dall'uso di un
vezzeggiativo dei vecchi tempi: "Bob, ti hanno vista arrivare". Nella lingua
del Sudafrica non esiste il rimprovero spiritoso. Mark Myers era un tipico
londinese che aveva imparato tutti i modi di dire al Covent Garden. Nessuno
di noi sapeva quale fosse il suo lavoro prima di arrivare in Africa con
l'intento di cercare, senza successo, i diamanti a Kimberley. Ma il lessico
e' diventato nostro; se qualcuno nella famiglia rimaneva fregato, la beffa
affettuosa era a portata di mano, da Londra: Bob, ti hanno vista arrivare.
Se per mio nonno il passato esisteva ancora, in modo privato, nelle copie
del "News of the World", un giornale scandalistico londinese che gli
arrivava per posta, il passato di mio padre era affondato a cinque braccia
di profondita'.
*
Il classico "shtetl", il villaggio ebraico della regione di Riga da cui
proveniva, era scomparso oppure gli avevano cambiato nome in seguito allo
spostamento delle frontiere; i suoi abitanti rimasti uccisi in un pogrom o
piu' tardi in guerra. Aveva lasciato la scuola quando aveva 11 anni,
apprendista orologiaio, e, dopo l'immigrazione in Sudafrica a 13 anni, per
un certo periodo esercito' la sua attivita' nelle miniere d'oro. Riusci' a
diventare proprietario di una gioielleria, dove ebbe abbastanza successo per
assumere qualcun altro che riparasse gli orologi. Questo era quanto
sapevamo. Ed era tutto: chiaramente le sue origini erano modeste, se
paragonate a quelle di mia madre, il cui padre si guadagnava da vivere con i
mezzi sofisticati del gioco della Borsa, un giocatore d'azzardo
rispettabile. Mia madre era il prodotto di una buona scuola per ragazze e
suonava il piano. Non rassicuro' in alcun modo suo marito sulle sue origini;
quando litigavano, lei aveva l'ultima parola apostrofandolo con una battuta
familiare: proviene da persone che "hanno dormito sulla stufa". Mio padre
non parlo' mai del suo Paese d'origine, ed io, senza dubbio influenzata dal
rifiuto che mia madre aveva del suo modesto passato straniero, non gli
chiesi mai nulla. Il senso d'inferiorita' di mio padre, per contro, aveva un
aspetto di superiorita'. Si era sposato "al di sopra delle sue
possibilita'", come mia madre gli sottolineava sempre. Forse lui non
conosceva l'espressione, ma di certo era consapevole del suo significato. A
differenza di altri suoi compatrioti, non aveva mandato a chiamare dal suo
Paese d'origine una moglie del suo rango, una di quelle che "dormivano sulla
stufa". La fonte principale della sua inferiorita' superiore era che mia
madre era di madrelingua inglese, con autentici genitori inglesi. Era uno
dei vantaggi del vivere con lei; ascoltandola ed avendo almeno la fortuna di
avere un orecchio da pappagallo, parlo' quella lingua senza quasi alcun
accento da ebreo dell'Europa Orientale. La lingua di sua madre doveva essere
l'yiddish. Nessuno, nella nostra famiglia lo ha mai parlato: per lui era una
lingua morta.
Quando alcune persone di lingua tedesca, immigrati, questa volta dal pogrom
nazista, divennero clienti del suo negozio, si scopri' che mio padre sapeva
un poco di tedesco, imparato nel suo breve periodo scolastico. Durante la
seconda guerra mondiale, quando giungevano notizie dal fronte russo, si
scopri' che sapeva anche un po' di russo. Aveva imparato abbastanza
afrikaans per trattare con i clienti bianchi, gli afrikaaner che vivevano in
citta'. In piu' aveva imparato qualcosa di quel modo di comunicare inventato
dalle societa' minerarie coloniali per permettere ai capi bianchi di
comunicare con gli operai neri provenienti dall'Africa del Sud, centrale e
orientale: una lingua composta da verbi e sostantivi, piu' o meno
comprensibile a tutti, una miscela di zulu, afrikaans ed inglese, conosciuta
come "Fanagalo". Un linguaggio che consisteva soprattutto di imperativi: sii
cosi', fai questo, comportati in questo modo. Un linguaggio che deve aver
acquisito quando andava di miniera in miniera a riparare gli orologi degli
operai.
Mio padre aveva un inglese sufficientemente fluente per consentire la nostra
comunicazione quotidiana. Aveva affinato la sua pronuncia con la scelta
della moglie. Aveva figlie inglesi che leggevano accanto a lui, la sera,
Dottor Dolittle e Piccole donne, libri di cui non aveva mai sentito parlare
appartenenti a una cultura che sua moglie gli assicurava non appartenergli.
Ora lo sento ancora. Quando rientrava dal negozio, alla fine della giornata
e gli amici di mia madre erano raccolti intorno ai loro gin e vermut,
avrebbe salutato tutti con "Che cosa c'e' di nuovo sul Rialto?". Da dove
veniva questa citazione? Non leggeva altro che il quotidiano; sicuramente
non aveva mai letto Il mercante di Venezia. Quanto deve avere lottato con il
dizionario, quanto deve aver risparmiato per permettersi quelle lezioni
d'inglese che gli consentivano di padroneggiare il lessico familiare? Il
linguaggio di mio nonno, tipicamente londinese, affermava il suo passato;
quello di mio padre rappresentava la sua necessita' di mantenere un posto
nel presente. Quando la gente si lamentava di una disgrazia, delle mancanze
del consiglio municipale o dei problemi di guadagnarsi la vita, egli aveva
un'altra massima, piu' espressiva nel suo afrikaans adottivo che nel suo
equivalente inglese: "So gaan dit in die wereld", cosi' va il mondo. Era
pronto con "More is nog 'n dag", domani e' un altro giorno, se qualcuno si
disperava per qualcosa di grave o perdeva il primo giro a un torneo di golf.
Non riconoscevo in questi modi di dire, sentiti piu' e piu' volte, la
tattica di un immigrante che cercava accettazione. Lo sconosciuto che mio
padre era, stava cercando attenzione, stava reinventando qualcosa: se
stesso.
*
Quanta parte dell'autostima deriva dall'avere qualcuno che si puo'
considerare inferiore nella scala sociale? Per caso e storia, mio padre e'
arrivato in un paese dove l'autostima, attraverso il razzismo, e' stata
appagata da coloro che avevano forza politica e controllo sociale. Quella
comunita' bianca del Sudafrica - alla quale egli poteva "appartenere" almeno
per il pallore della pelle - disprezzava la gente di colore, alla quale
aveva colonizzato il Paese e su cui governava con la forza. Quindi, anche un
immigrante proveniente da un popolo "che dorme sulle stufe", poteva
considerare qualche essere umano inferiore a lui. Mio padre si e' conformato
ai giudizi sociali razzisti dei cittadini bianchi, i nostri amici di
famiglia, i suoi colleghi negozianti, che usavano il lessico di questa
famiglia allargata di bianchi. Quando un bianco, ubriaco o sobrio, si
comportava in modo grezzo, il modo piu' duro per condannarlo era quello di
chiamarlo "un negro bianco". Tra gli ebrei vi era un'altra espressione di
disgusto: di un ebreo che si comportava in modo offensivo e volgare si
diceva "Quello e' un vero peruviano". Perche' questo comportamento volgare
dovrebbe essere associato al Peru', dove nessuno della nostra comunita' era
mai stato? Oltretutto tra la nostra popolazione bianca di origine inglese,
scozzese, irlandese, gallese, olandese, ebrea, tedesca e greca, nessuno
proveniva da questo Paese. Per chi usava questa espressione, il Peru'
rappresentava la fine della Terra, oltre la civilizzazione, l'ultimo luogo
creato da Dio; remoto, come l'Africa potrebbe sembrare ai peruviani.
*
In questi giorni, passeggio nei viali eleganti dello shopping nei sobborghi
di Johannesburg, attraverso mercati dove ci sono maschere e gioielli,
intagli e sculture, sonagli di conchiglie e di semi. I venditori sono
arrivati da tutta l'Africa; tra loro parlano le lingue madri dei loro vecchi
Paesi - Mali, Nigeria, Congo, Zimbabwe, Zambia, Kenya, Senegal, Etiopia -,
dovunque e in ogni luogo c'e' una guerra, disastri naturali quali
inondazioni, siccita' e poverta', al cui confronto noi siamo un Paese ricco,
nonostante la nostra parte di poveri e senza lavoro.
Le frasi usate e riportate in modo persuasivo, comprese soltanto nel loro
significato generale, rappresentano il loro lessico familiare. Sono gli
ultimi arrivi dell'infinita "No nation" degli immigranti, che formano e
riformano il mondo, una globalizzazione che da tempo precede qualsiasi
concetto attuale.
C'e' questo di nuovo, sul Rialto: niente di nuovo. Solamente la
sopravvivenza.

2. ROBERTO CARNERO INTERVISTA NADINE GORDIMER (2007)
[Da "Letture", n. 635, marzo 2007, col titolo "Gordimer: Africa, e' ora di
scrivere!", e il sommario "Nella figura del Nobel sudafricano la dimensione
della scrittura e quella dell'impegno civile sono intrecciate in una
eccezionale carriera, a cui sono stati tributati numerosi riconoscimenti:
ultimo il Grinzane Cavour per la letteratura"]

Annuncia l'uscita, il prossimo autunno, di una raccolta di tredici racconti
sui temi dell'amore, della politica, del razzismo, della storia del suo
Sudafrica. Sono questi, del resto, i motivi tradizionalmente presenti un po'
in tutta l'opera di Nadine Gordimer. Opera che nel 1991 le merito' il Nobel
per la letteratura. Allora nel suo Paese c'era l'apartheid e lei ricorda
ancora oggi l'amarezza di un ritorno in patria, dopo la cerimonia a
Stoccolma, nell'assenza di qualsiasi cenno di congratulazioni da parte del
governo. Ma anche se era la prima volta che quel prestigioso riconoscimento
andava al Sudafrica, quella freddezza non la stupi' piu' di tanto, poiche'
sapeva che i suoi libri cosi' scomodi e la sua militanza per l'abolizione
del regime di segregazione la rendevano sgradita alle forze piu'
reazionarie.
Oggi Nadine Gordimer e' un'elegante signora di 83 anni (e' nata nei pressi
di Johannesburg il 20 novembre 1923) che, anche se per fortuna molte cose
nella sua nazione sono cambiate, non ha perso la voglia di combattere per
denunciare le ingiustizie presenti nel mondo. E' forse per questo che il
Grinzane Cavour le ha attribuito a gennaio il Premio per la letteratura -
Fondazione Crt 2007, una sorta di omaggio alla carriera dato ogni anno a una
personalita' di rilievo mondiale: una carriera che conta quattordici romanzi
(di cui l'ultimo, Sveglia!, e' stato pubblicato in Italia da Feltrinelli lo
scorso anno), oltre a numerosi altri libri di racconti e interventi.
*
- Roberto Carnero: Signora Gordimer, grazie a Dio in Sudafrica oggi
l'apartheid non c'e' piu'. Quali sono le sue nuove battaglie?
- Nadine Gordimer: Non mancano le tematiche di cui uno scrittore, un
intellettuale deve interessarsi. Oggi il pericolo piu' grande e' il
fondamentalismo religioso, ma anche questioni come la tragedia dell'Aids o
il problema dello sviluppo sostenibile suscitano il mio interesse.
*
- Roberto Carnero: Qual e' secondo lei il destino delle societa'
multiculturali?
- Nadine Gordimer: Penso che, affinche' si realizzi una convivenza pacifica
e virtuosa tra le diverse componenti, vi debba essere uno scambio tra i vari
gruppi etnici e religiosi. I problemi piu' grossi sorgono quando le persone
non parlano tra di loro, ma si isolano in piccole comunita'. Questo genera
sospetto e incomprensioni reciproche.
*
- Roberto Carnero: Qual e' la situazione attuale del suo Paese? Il sogno di
Nelson Mandela di un Sudafrica autenticamente democratico si e' realizzato?
- Nadine Gordimer: Abbiamo alcuni problemi, che sono i problemi di tutte le
democrazie: la poverta', le sperequazioni sociali, la criminalita', la
corruzione... Ma per fortuna c'e' una stampa libera, e cio' consente che di
questi argomenti si parli apertamente e che essi vengano discussi alla luce
del sole, cosa che in molti Paesi africani purtroppo non accade. C'e' un
detto, in inglese, che recita "I poveri sono sempre con noi". Io dico
invece: "I ricchi sono sempre con noi". Perch'e e' il capitalismo selvaggio
a impoverire le masse. Questo mi sembra il maggiore fallimento della
globalizzazione. Cosi', dopo la disillusione del comunismo (che era
diventato dittatura), oggi viviamo la disillusione della globalizzazione. E
anche una grande democrazia come gli Stati Uniti, per il tipo della loro
presenza sullo scacchiere internazionale, oggi assomiglia a una dittatura.
*
- Roberto Carnero: In Sudafrica c'e' piena democrazia?
- Nadine Gordimer: Stiamo cercando di costruirla, e mi pare che siamo a un
buon punto, se si pensa che sono passati solo sedici anni dalla fine
dell'apartheid. E non dobbiamo dimenticare che alle spalle non abbiamo solo
l'apartheid, ma anche secoli di colonialismo. In fondo anche molti Stati
europei, con le loro antiche tradizioni democratiche, si trovano oggi ad
affrontare gli stessi nostri problemi.
*
- Roberto Carnero: Dunque e' ottimista sul futuro?
- Nadine Gordimer: Sono, insieme, ottimista e realista. Mi sembra che il
Sudafrica stia facendo tutto il possibile per risolvere i suoi problemi. Ma
so anche che sono problemi enormi.
*
- Roberto Carnero: Veniamo alla letteratura. Per quello che ci e' dato
conoscere, in Europa a volte abbiamo l'impressione di una grande vitalita'
dell'attuale produzione africana, a fronte di una certa stagnazione in
quella europea. E' cosi'?
- Nadine Gordimer: Rispetto alla letteratura europea, quella africana e'
molto piu' giovane, ma c'e', in Africa, una tradizione orale molto antica,
che oggi sta transitando alla pagina scritta attraverso modalita' molto
interessanti. Cio' e' un bene, perche' la narrazione orale ha un suo fascino
primigenio, ma per forza di cose la sua diffusione e' limitata a piccole
comunita' e la sua fruizione legata all'atto performativo di chi parla.
Percio' dico che l'Africa oggi deve scrivere.
*
- Roberto Carnero: E in Sudafrica questo succede?
- Nadine Gordimer: Abbiamo una notevole generazione di nuovi scrittori, nati
e a volte anche cresciuti durante l'apartheid, che magari hanno fatto pure
l'esperienza del carcere e comunque hanno vissuto sulla propria pelle, o su
quella dei propri amici e familiari, quella situazione. E' per questo che
spesso tali scrittori tendono ad andare indietro nel passato, alla loro
storia, a quella dei loro genitori o dei loro nonni. Il presente invece e'
poco rappresentato nella narrativa odierna. In parte lo fa il teatro, ma il
romanzo ancora troppo poco.
*
- Roberto Carnero: Secondo lei la letteratura africana e' sufficientemente
tradotta in Occidente?
- Nadine Gordimer: Credo proprio di no, ma questo e' un problema legato
all'industria editoriale. Tuttavia non si puo' neanche fare un torto agli
editori attribuendo loro tutta la colpa. Perche' giustamente un editore
prima di far tradurre e stampare un libro si deve chiedere chi lo leggera',
quante copie potra' vendere. Dunque il punto critico non e' l'editoria, ma
l'assenza di lettori. Mi ha stupito, ad esempio, apprendere che oggi in
Italia i lettori sono percentualmente meno di quelli che erano una
generazione fa. Una volta c'erano anche piu' riviste di recensioni e di
informazioni librarie. Questo e' un servizio molto importante ai lettori e
se periodici di questo tipo vengono a mancare la situazione della lettura in
un dato Paese non puo' che peggiorare.
*
- Roberto Carnero: Pensa che Internet possa fare qualcosa per la
letteratura? Oppure, come sostengono alcuni, questa nuova risorsa
rappresenta una minaccia?
- Nadine Gordimer: Non credo, come qualcuno ritiene, che Internet mettera' a
repentaglio l'esistenza dell'oggetto-libro. Non penso, cioe', che un giorno
leggeremo i romanzi su uno schermo a cristalli liquidi. Ma non penso neanche
che Internet possa fare granche' per la letteratura. Caso mai puo' fare
qualcosa, anzi puo' fare molto, per l'informazione, favorendo l'accesso ad
essa da parte di un sempre piu' ampio numero di persone, soprattutto nei
Paesi meno avanzati.
*
- Roberto Carnero: Lei apri' il discorso per l'assegnazione del Nobel con
una citazione: il prologo del Vangelo di Giovanni. Perche'?
- Nadine Gordimer: "In principio era il verbo" significa, per me, che nella
parola, e quindi nella letteratura, risiede la sapienza piu' antica degli
uomini. Le sue origini sono gia' nei primi graffiti tracciati sulle pareti
delle caverne dagli uomini primitivi. Da li' l'uomo ha iniziato a
umanizzarsi.

3. MARIELLA DELFANTI INTERVISTA NADINE GORDIMER (2007)
[Dal "Corriere del Ticino" del 20 gennaio 2007, col titolo "Nadine Gordimer,
la forza del verbo", e il sommario "La scrittrice sudafricana ospite d'onore
del Grinzane Cavour"]

In una gremitissima sala dell'Accademia delle Scienze di Torino, Nadine
Gordimer, premio Nobel della letteratura, ha inaugurato giovedi', con una
Lectio magistralis dal titolo "Il leone nella letteratura", le giornate che
il Premio Grinzane Cavour dedica quest'anno alla letteratura africana. Il
Grinzane, che gia' nel 1986 le aveva attribuito il sommo riconoscimento per
la Sezione narrativa straniera, celebra cosi' per la seconda volta l'autrice
sudafricana, e le consegnera' oggi pomeriggio a Palazzo Reale il Premio
Grinzane Lettura.
Cinquant'anni di militanza letteraria e di passione civile continuano ad
illuminare lo sguardo e a sostanziare la coerenza di questa ottantatreenne
esile e austera, parca nell'esibire emozioni, essenziale come i suoi
scritti, animata da una fiducia aliena dalla retorica nel potere della
parola scritta. "In principio era il verbo" recitava il suo discorso di
accettazione del Nobel nel 1991 e il "verbo", la parola, e' il potere divino
della creazione: lo ha ribadito nella Lectio magistralis sottolineando
l'universale capacita' della parola scritta di resistere a tutto cio' che
vorrebbe marginalizzarla o ridurla all'oblio. In questa funzione di denuncia
e di all'erta la scrittrice ha creduto per tutta la sua carriera letteraria.
Nel frattempo il suo orizzonte si e' allargato dai problemi
dell'emarginazione a quelli delle nuove emergenze del pianeta - dall'Aids
all'inquinamento, allo strapotere delle multinazionali - come si e' visto
nel suo ultimo libro, Sveglia!, pubblicato come tutti gli altri in italiano
da Feltrinelli. Di Nadine Gordimer uscira' a breve termine una nuova
raccolta di racconti. Ecco cosa ci ha detto.
*
- Mariella Delfanti: Signora Gordimer, lei ha vissuto in prima persona le
conseguenze dell'apartheid: tre dei suoi libri sono stati messi al bando e
il regime sudafricano ha sempre mal tollerato la sua opera. Come mai nel
mondo si ha tanta paura degli scrittori: significa che essi hanno una reale
incidenza sul corso degli eventi?
- Nadine Gordimer: Penso che sia abbastanza lusinghiero dire che uno
scrittore sia temuto, perche' significherebbe riconoscere la sua influenza.
Invece, se guardo indietro alla mia esperienza e a quella di altri, mi
sembra che i casi in cui la letteratura ha avuto un effetto sui governi
siano davvero rari. Solo Jean-Paul Sartre e Albert Camus in Francia ci sono
riusciti. E' vero che tre dei miei romanzi sono stati messi al bando, cosi'
come una raccolta di testi di poeti africani che avevo messo insieme, ma
questo non significa che la mia opera abbia avuto qualche effetto immediato.
Pero' quando si scrive in una lingua conosciuta in tutto il mondo, come nel
mio caso, la possibilita' di far sentire la propria voce fuori dai confini
ha certamente un impatto sull'opinione pubblica internazionale. La stampa e
la televisione mostravano gli eventi, le uccisioni, i disordini, ma era
questione di un attimo, mentre noi scrittori raccontavamo che incidenza
avevano questi episodi sulla vita delle persone, delle loro famiglie; che
cosa dava loro la forza, l'audacia di sfidare la polizia, anche a livello
dei bambini che a scuola si rifiutavano di studiare in afrikaans, ossia
nella lingua dell'oppressore. Leggendo le nostre storie la gente capiva
quali forme l'apartheid assumeva e questo ha portato il mondo a mettersi
piu' in opposizione al regime.
*
- Mariella Delfanti: Lei ha vinto un premio Nobel in un momento decisivo per
la storia del Sudafrica; quest'anno il premio allo scrittore turco Orhan
Pamuk ha sottolineato una situazione altrettanto critica vissuta dal suo
Paese. Quanto crede che vincere un Nobel possa aiutare una buona causa?
- Nadine Gordimer: Spesso ha l'effetto contrario a quello che ci si aspetta.
Nel mio caso addirittura controproducente. Il primo ministro, di fronte al
primo Nobel mai attribuito a uno scrittore di quella parte dell'Africa,
semplicemente lo ignoro'. Per me questo ha significato il riconoscimento
ufficiale della mia opposizione ferrea nei confronti del regime.
*
- Mariella Delfanti: Dopo l'apartheid il Sudafrica non sembra ancora avviato
sulla strada della "normalizzazione"; la corruzione non risparmia nessuno,
la violenza che vi si esercita e' oggi indipendente dal colore della pelle e
il governo non sembra capace di farvi fronte. Lo scrittore sudafricano
Andre' Brink ha addirittura parlato di tradimento del sogno di Nelson
Mandela. Cosa ne pensa?
- Nadine Gordimer: E' vero, abbiamo grossi problemi, ma molti di questi sono
comuni a tutto il mondo. La corruzione nei circoli politici e' purtroppo
diffusa a livello planetario. Sembra che sia nella natura stessa del
potere - e non solo del potere assoluto - la capacita' di corrompere; quindi
anche noi abbiamo la nostra parte. Pero' quando questo succede, viene
rapidamente alla luce, perche' abbiamo, per fortuna, una stampa libera, cosa
importantissima, di cui non tutte le nazioni possono godere, soprattutto
quelle in via di sviluppo. Quanto alla violenza, questa e' un'altra
emergenza planetaria ed e' la conseguenza dell'enorme divario tra ricchi e
poveri. Secondo un detto in inglese, i poveri sono sempre con noi. Io dico
che i ricchi sono sempre con noi. Il predominio di grandi poteri finanziari
internazionali ha un tale effetto che la gente comune non puo' reagire. Ed
e' questo uno dei fallimenti della globalizzazione, che in un certo senso
sembrava affermarsi come una nuova fede. La mia generazione e' stata delusa
dal comunismo che purtroppo e' confluito nelle dittature, delusa dal potere
delle grandi democrazie, perche' abbiamo visto dove si e' spinta la
democrazia americana. Pero' sono passati solo sedici anni da quando si e'
instaurata la democrazia nel nostro Paese e abbiamo vissuto centinaia di
anni di dominazione coloniale e di conseguente razzismo, perche' e' nella
natura del colonialismo essere razzista: aspettarsi una democrazia compiuta
significa non tener conto di tutto cio'. Come potremmo aver risolto il
problema della poverta' e gli altri problemi che ci affliggono, con alle
nostre spalle una storia come questa, quando la stessa Europa sta ancora
lottando, dopo secoli, per stabilire delle vere democrazie e risolvere il
problema del divario tra ricchi e poveri?
*
- Mariella Delfanti: Dunque il suo sguardo sulla realta' del Sudafrica e'
ottimista?
- Nadine Gordimer: Io mi definisco un'ottimista realista. Sono convinta che
stiamo facendo tutto quello che e' in nostro potere per ridurre le
disuguaglianze dopo centinaia di anni di oppressione, ma ho una visione
realistica della gravita' ed estensione di questi problemi.
*
- Mariella Delfanti: Come mai il suo Paese adotta modelli cosi' invasivi di
sviluppo come quelli della costruzione di un reattore nucleare che lei
denuncia nel suo ultimo libro?
- Nadine Gordimer: La scelta del governo circa il reattore di Pebble Bed e'
inquietante, ed e' altrettanto inquietante che queste notizie non occupino
mai le prime pagine. Ci sono organizzazioni ambientaliste che hanno espresso
le loro preoccupazioni, ma il governo ha scelto di sostenere i finanziatori
del progetto e avviato una controricerca per dimostrare che il luogo dove e'
posizionato il reattore e' sicuro. Per giunta si tratta di un luogo ad alta
densita' di popolazione e si tratta di popolazioni povere, ovviamente.
Questo e' in contraddizione con il fatto che abbiamo firmato il trattato di
non proliferazione delle armi nucleari. Ma il rischio piu' probabile non e'
la conversione della centrale in attivita' belliche, ma la possibilita' che
ci siano delle fughe di materiale radioattivo.
*
- Mariella Delfanti: Che cosa pensa dell'apporto alle letteratura degli
scrittori africani che sembrano molto vivaci e in movimento, rispetto a un
panorama come quello occidentale contemporaneo piuttosto cristallizzato e
fiacco?
- Nadine Gordimer: La letteratura africana e' cosi' giovane che certamente
ha una carica diversa, sconosciuta in Europa. Puo' contare ad esempio su una
tradizione orale molto ricca, ma questa tradizione, appunto perche' orale,
e' limitata alla fruizione del momento. Cosi', malgrado sia tramandata di
generazione in generazione, e dunque sia qualcosa di antico, non puo' avere
una distribuzione, ne' puo' essere ripercorsa, quindi ha una diffusione
limitata nello spazio e nel tempo. Se ci basiamo sulla letteratura scritta,
pero', ci sono oggi in Africa dei grandi scrittori; basti pensare a Chinua
Achebe, Wole Soyinka, per citarne solo alcuni. In Sudafrica abbiamo ancora
una certa lentezza nell'indagare sul presente. E' come se i giovani fossero
ancora freudianamente attratti dal rimosso, avesse avuto un'eccellente
generazione di scrittori durante l'apartheid, talvolta nelle celle delle
prigioni. Nel nuovo Sudafrica invece noto ancora come avessero bisogno di
liberarsi di un passato vissuto personalmente sulla loro pelle e quella
delle loro famiglie, e opponessero una certa resistenza. Non nel teatro, che
invece sta affrontando con determinazione il qui ed ora.

4. ALESSANDRA IADICICCO INTERVISTA NADINE GORDIMER (2008)
[Da "Il giornale" del 6 aprile 2008, col titolo "Nadine Gordimer: io, bianca
e nera", e il sommario "Intervista alla scrittrice sudafricana premio Nobel
nel 1991. Che parla dell'apartheid e di Tolstoj, dei suoi personaggi e di
come potrebbe essere l'aldila'..."]

Dedica la sua vita alla letteratura da oltre settant'anni, Nadine Gordimer.
Dal 1937 del Sudafrica d'anteguerra in cui - quattordicenne - faceva i primi
esperimenti di scrittura. Agli anni Sessanta delle piu' aspre lotte
antiapartheid in cui, scrittrice affermata, scendeva in campo con l'African
National Congress di Nelson Mandela. Agli anni Novanta in cui teneva a
battesimo la neonata democrazia incoronata gia' da un Premio Nobel. E oltre
ancora...
Dedica a lei quindici giorni di festival la citta' di Pordenone. Due
settimane per leggerla, approfondirla, incontrarla, conoscerla. E' il minimo
per prendere le misure di una simile gigantessa. Minuta e delicata nella
persona quanto alata e grandiosa negli slanci. Sottile (e tagliente)
nell'invenzione. Acuta (puntuta) nell'ironia. Eccola, Nadine Gordimer e'
proprio cosi', come ci aspettavamo: severa, appassionata, implacabile,
irresistibile. Ma non serve aspettarla, adesso e' qui, fino al 19 di aprile.
Per dare lumi tra l'altro, o lampi, sullo spettacolo del nuovo Sudafrica.
Dove ultimamente e' venuto fuori che Beethoven era per un sedicesimo nero.
Cosi' annuncia lo speaker alla radio con una battuta ripresa nel titolo del
primo racconto e poi di tutta la raccolta ora uscita da Feltrinelli nella
traduzione di Grazia Gatti (pp. 180, euro 16).
*
- Alessandra Iadicicco: Beethoven era nero, davvero?
- Nadine Gordimer: Qualcuno lo dice. Nel seguito del racconto non ho
appurato la diceria. Ma e' utile a illustrare l'attuale cambiamento nel
senso dell'identita' in Sudafrica. In un Paese da sempre attraversato da
differenze razziali, sociali e politiche la gente comincia a rovesciare i
criteri di valutazione. Ai tempi della discriminazione istituzionalizzata
era una colpa, una macchia avere parentele di colore. Ora cambia tutto. Pur
di mostrarsi liberi da pregiudizi, si va sbandierando la piu' lontana
discendenza da parenti neri. E' buffo. Ma sia chiaro: non prendo in giro
nessuno. Mi sarebbe piaciuto che il fenomeno si fosse manifestato tempo fa.
Mi piacerebbe vantare io stessa un sedicesimo di sangue nero. Ma non ho la
fortuna di Beethoven. Non si sa mai pero'. Dovrei farmi un test del Dna...
*
- Alessandra Iadicicco: Nelle sue vene pero' scorre sangue ebraico, tali
erano suo padre e sua madre. Nella sua vena d'artista c'e' tutta l'eredita'
della narrativa europea: Joyce, Camus, Tolstoj. O Kafka: evocato fin in
questi racconti. La sua esistenza e militanza si radicano in Sudafrica. Come
si intrecciano tante radici nella sua identita'?
- Nadine Gordimer: Io sono africana, non sono europea. Sono bianca e sono
nata in Africa. (Punto fermo e lunga pausa di silenzio. Non c'e' altro da
aggiungere. A meno che...) Aggiungo, per capire. Se sei bianco e sei nato in
Sudafrica non ti basta essere nativo per definire la tua identita'. Ci vuole
di piu'. Ci vuole la tua partecipazione attiva al movimento e allo slancio
che hanno trasformato il Paese. Essere un bianco sudafricano significa
impegnarsi per il Sudafrica. Potrai dirti figlio di questo Paese solo se lo
avrai meritato.
*
- Alessandra Iadicicco: "Frederick Morris (ovviamente non e' il suo nome:
presto capirete che sto parlando di me)", dice presentando un suo
personaggio. E' sincera? Parla di se' attraverso i suoi personaggi?
- Nadine Gordimer: Mai. Mento, fingo. Sempre. Ne ho fatto un punto fermo
della mia narrativa. Letteratura non e' autobiografia. Non e' di me che
scrivo. Anche se scrivo in prima persona. Ho dato voce a personaggi che non
mi somigliano per niente. Diversi da me per sesso, eta', razza, specie (nel
racconto "Una lunga solitudine" e' addirittura una tenia a prendere la
parola - ndr). L'unico caso in cui ho voluto mettere un puntino, tradurre in
finzione una minuscola parte di me e' il racconto Sognando i morti. Vi evoco
in sogno gli amici che mi hanno lasciata, Edward Said e Susan Sontag, e
immagino di incontrarli in un ristorante cinese di New York. Quella
sognatrice potrei essere io.
*
- Alessandra Iadicicco: E a un certo punto quella sognatrice si rivolge a un
"tu". Con un pensiero di delicatezza indicibile, come svelasse un segreto
ineffabile: "Io aspettavo te". Indelicato chiederle chi e'?
- Nadine Gordimer: Vogliamo parlare di cose delicate? Va bene. E' mio
marito, Reinhold Cassirer. E' lui che avrei voluto incontrare, che avrei
sognato di aspettare se fossi stata quella sognatrice. Ma e' solo un sogno.
Ne' io ne' lui abbiamo mai creduto in Dio. Non credo che avro' l'occasione
di incontrarlo al di la' della veglia o della vita.
*
- Alessandra Iadicicco: L'aldila'. Ne da' due visioni spregiudicate, in
queste storie. Le appare in sogno come un convivio degli amici. E poi in
volo, dal finestrino di un aereo, come "il niente, il vuoto che dalla terra
chiamiamo cielo". Sara' cosi' il Paradiso? Un niente, il tavolo di un
ristorante?
- Nadine Gordimer: Non sappiamo. Non possiamo credere. I poeti ci aiutano a
immaginare. Yeats in particolare, mio amatissimo insieme a Rilke, accenna a
un misterioso faccia a faccia con cui ci troveremo uno di fronte all'altro
al di la' del tempo e della vita. "What do we know/ but that we face/ one
another in this place...". E' una bella scena. Da tirarci fuori un racconto.
*
- Alessandra Iadicicco: In vita pero', nei romanzi, ha evocato personaggi
storici e viventi. Anthony Sampson, direttore britannico della leggendaria
rivista "Drum", appare sotto falso nome in Un mondo di stranieri, del '58. E
Abraham Fischer, l'avvocato comunista arrestato e condannato all'ergastolo
dal regime di Pretoria nel '62 con Mandela, e' il padre di La figlia di
Burger del '79...
- Nadine Gordimer: Ma chi vuole che li riconosca? Forse il lettore li
ignora. O non si ricorda di loro. E comunque non sono loro: non gli stessi.
E' impossibile, credo, e sbagliato appropriarsi della vita di un altro per
raccontare una storia. Tanti lo fanno, non io. Per quanto bene tu conosca
una persona, per quanto a lungo tu abbia vissuto al suo fianco, ti sfuggira'
sempre il lato di lui che lo distingue dal tuo personaggio. La finzione non
e' una realta'.
*
- Alessandra Iadicicco: Ma la finzione puo' raccontare la realta'. Una
storia insegna piu' che un libro di storia...
- Nadine Gordimer: Se e' cosi' che la mettiamo, si'. Un racconto, un romanzo
va piu' in la', piu' in fondo di un manuale o un reportage. Se vuoi
conoscere i fatti della campagna napoleonica di Russia puoi studiare tutti i
libri di storia che credi. Ma per imparare qualcosa sulla verita' della
guerra e dei destini umani che ne sono coinvolti, devi leggere Guerra e pace
di Tolstoj.
*
- Alessandra Iadicicco: Pero' lei per anni ha letto anche Gramsci. Nel
luglio 1981 (il romanzo Luglio scritto nell'81) cita una sua frase: "Il
vecchio muore e il nuovo non puo' nascere: in questo interregno si
verificano i fenomeni morbosi piu' svariati". Potrebbe ripeterla adesso,
riguardo al lungo, quindicinale interregno del Sudafrica post-apartheid?
- Nadine Gordimer: E' un'idea interessante. La situazione non e' piu' tanto
drammatica. Ma si', quelle parole valgono ancora per il mio Paese. E forse
anche per il vostro...
*
- Alessandra Iadicicco: Il nostro non e' un Paese multirazziale, se mai
multiculturale. Qual e' la differenza?
- Nadine Gordimer: Un Paese multirazziale ha in piu' tutte le differenze di
cultura, religione, classi, tradizioni che la globalizzazione tende a
inglobare.
*
- Alessandra Iadicicco: E se le differenze sessuali incrociano la
discriminazione razziale, che succede?
- Nadine Gordimer: Quel che e' successo a una ragazza nera in minigonna
violentata alla fermata dell'autobus da un gruppo di taxisti di colore.
All'arroganza maschile, al pregiudizio di classe, allo sconcerto nel vedere
una donna in atteggiamento rispettabile e in vesti (a parer loro)
indecorose, si assomma la percezione della femmina nella cultura
tradizionale. S'e' visto il risultato. Ultimamente pero' un corteo di donne
bianche e nere unite per la stessa causa ha manifestato in minigonna
cortissima.
*
- Alessandra Iadicicco: Un atto di coraggio. Lei e' sempre stata una donna
coraggiosa. Nemmeno l'aggressione nella sua villa di Johannesburg l'anno
scorso le ha messo paura. Eppure "la vita e' pericolosa", scrive, "la lotta
continua a esistere". E il pendolo vita/paura/vita/paura ritma e conclude
uno dei suoi romanzi piu' belli, Il mondo tardoborghese. La sua arma di
difesa e' la scrittura?
- Nadine Gordimer: Scrivo, ma non per paura. E poi, io non ho trascorso 27
anni nella prigione di Robben Island... La scrittura e' per me altrimenti
un'arma. Serve a pungolare e tener viva quella curiosita' sul mistero della
vita e della morte che e' in realta' un desiderio piu' profondo, che si
dovra' sondare scavando molto a fondo...

5. EMILIA IPPOLITO INTERVISTA NADINE GORDIMER (2008)
[Da "L'espresso", n.4, 2008, col titolo "Il mio Sudafrica. Colloquio con
Nadine Gordimer"]

"Gli esseri umani sono sempre una sorpresa. Anche se ami una persona, anche
se ci vivi insieme per decenni, non la conosci mai abbastanza. Certo, c'e'
identificazione ed empatia, ma una totale unita' di intenti e di sentimenti,
quella no. Il fatto e' che a tanti di noi piace fare due vite parallele,
senza sapere neanche perche'. Forse e' la forza sorprendente e travolgente
della passione..." A 85 anni, un Nobel vinto nel 1991, 15 lauree honoris
causa tra cui quelle di Yale, Oxford e Cambridge, e con 70 anni di lavoro di
scrittrice alle spalle, Nadine Gordimer, e' un'acclamata regina della
letteratura mondiale, nonche' una delle teste piu' lucide e spregiudicate
del globo terrestre.
Sudafricana, militante dell'African national congress, il partito di Nelson
Mandela (era tra le prime persone che lui ha voluto vedere, appena liberato
dalla prigione di Robben Island; mentre il suo impegno politico diretto
risale al massacro di Sharpeville nel 1960), presidente del Pen Club
International, la Gordimer dice a "L'espresso": "Ho avuto fortuna nella
vita, ho conosciuto persone meravigliose come Mandela, ho potuto inventarmi
dei personaggi immaginari, ho vissuto tempi di lotta all'apartheid e ho
potuto raccontare tutto questo. Durante l'adolescenza mia madre mi
incoraggiava a scrivere, forse per questo sono diventata una scrittrice".
Infatti, la bibliografia di Gordimer conta svariate decine di titoli, non
solo romanzi e racconti, ma anche testi politici e filosofici. Nata a
Springs, un sobborgo di Johannesburg, Nadine a soli 15 anni pubblicava i
suoi racconti. Nel 1949 esordisce con un vero libro, Faccia a faccia. Tra i
lavori piu' recenti: L'aggancio, Sveglia!, Il salto, pubblicati in Italia da
Feltrinelli. Ora, sempre da Feltrinelli sta per uscire: Beethoven era per un
sedicesimo nero. E' un insieme di racconti, lodatissimi dalla critica
anglosassone, in cui si parla di identita', amore, rapporti di coppia, e
ovviamente del Sudafrica e della violenza. L'anno scorso, la Gordimer
infatti fu aggredita a mano armata nella sua villa a Johannesburg. Ma non
vuole dare ascolto a chi, tra gli amici, le consiglia di andarsene via.
"Sarebbe ridicolo farlo dopo aver sopportato le difficolta' di 46 anni di
segregazione razziale. E poi, cosa andrei a fare in Europa? Io sono africana
e voglio cambiare la realta' del mio Paese", dice.
*
- Emilia Ippolito: Signora Gordimer, partiamo dal libro. Il racconto da cui
prende il titolo, "Beethoven era per un sedicesimo nero", narra la storia di
un accademico sudafricano bianco che all'improvviso scopre di avere antenati
di colore. Ma la cosa non lo spaventa, anzi e' motivo di vanto e gioia.
- Nadine Gordimer: Fino a poco tempo fa tutti noi, non soltanto nel mio
Paese, ma ovunque, eravamo convinti che i bianchi, gli europei, dovessero
governare il mondo. Ora quest'idea e' obsoleta. Ovunque stiamo scoprendo che
siamo tutti un po' di colore. Non solo. Abbiamo scoperto di avere tante
identita', spesso contraddittorie. Pensi a Daniel Barenboim, israeliano e
allo stesso tempo, da pochi giorni, cittadino palestinese. Riconoscere e
accettare tutte queste nostre identita' e' auspicabile ed e' utile. Non si
perde niente, ci si guadagna: altri sogni, altri amici. Le sorprese fanno
bene agli umani.
*
- Emilia Ippolito: Amore, passione, tradimento, le tensioni tra desiderio di
una famiglia e allo stesso tempo di eterna indipendenza, la perdita
dell'innocenza e l'illusione dei sogni di gioventu'. Coppie che vivono
questi conflitti popolano i suoi libri. Da dove prende spunto per queste
tormentate vite di coppia?
- Nadine Gordimer: L'essere umano e' sostanza complessa e non convenzionale,
che genera storie intricate. Abbiamo mariti che all'improvviso si innamorano
di una giovane donna dopo trent'anni di matrimonio perfetto, o donne in
carriera che hanno un amante per anni, vivendo nell'ambiguita' di una vita
matrimoniale armoniosa da un lato e di una passione torrida dall'altro.
*
- Emilia Ippolito: E come si vive questa ambiguita'?
- Nadine Gordimer: Piu' o meno tranquillamente. Si vivono infatti due vite
parallele. Ma sarebbe riduttivo e banale dire che tutto questo lo si fa
semplicemente per soddisfare un latente desiderio di trasgressione.
*
- Emilia Ippolito: Vale a dire?
- Nadine Gordimer: Bisogna accettare le persone, partner inclusi, per quello
che sono.
*
- Emilia Ippolito: "Sognando i morti" e "Allesverloren", altri due racconti
del libro in uscita, trattano il tema dell'aldila', della negazione della
morte e della perdita a essa legata. Nel testo ricorda due dei suoi migliori
amici che sono mancati da pochi anni: Susan Sontag ed Edward Said. La
memoria puo' alleviare il dolore di una perdita definitiva?
- Nadine Gordimer: La memoria ha un doppio valore. Puo' essere magnifico
ricreare lieti eventi del passato legati a persone che abbiamo perso. E'
bello sognare gli amici o i genitori che non ci sono piu'. Ma puo' essere
terribile ricordare eventi spiacevoli, specie se legati a errori o a
brutalita'. Molti sudafricani neri ricordano ogni giorno l'esperienza del
carcere, o i propri morti assassinati. E questi ricordi influenzano il
presente e quindi anche il futuro. Dall'altro lato esiste il ricordo
personale, per esempio di una appassionata storia d'amore. Ma un bel ricordo
di torride passioni ognuno se lo tiene gelosamente per se', nell'ambito
strettamente individuale.
*
- Emilia Ippolito: Lei lo fa? Non usa le sue passioni come materiale
narrativo?
- Nadine Gordimer: Io faccio la scrittrice. La letteratura non e'
autobiografia.
*
- Emilia Ippolito: Da tutto quello che ha detto si puo' desumere che la
vita, per essere degna di essere vissuta, deve essere sorprendente. Lo
suggerisce anche in "Finali alternativi", dove auspica addirittura la
necessita' di una varieta' di finali in romanzi e racconti.
- Nadine Gordimer: Gli scrittori non amano parlare di come scrivono. Si
scrive e basta. Certo, ci vuole empatia e fantasia. Mi spiego. Se decidessi
di scrivere su di lei, una giornalista che, un giorno, interrompe le sue
attivita' quotidiane per chiedere di parlare con una scrittrice straniera
all'altro capo del mondo, immaginerei lei, la sua casa, la sua giornata, le
sue attivita', i suoi pensieri ed emozioni. In altre parole: in questo
istante sto inventando la sua vita. Questa sua nuova vita inventata, quindi
alternativa, non corrisponderebbe pero' alla sua vita reale, dal momento che
non la conosco. Ecco le vite e i finali alternativi. Sono scelte arbitrarie
che un autore compie di continuo, fa parte del mestiere.
*
- Emilia Ippolito: Nei suoi racconti parla pero' spesso della difficile
situazione economica, e non solo, nel suo Paese, e della politica delle pari
opportunita' che al momento colpisce i bianchi a vantaggio dei neri. Qualche
volta la fiction ricalca la realta'?
- Nadine Gordimer: Le difficolta' le provano soprattutto i cittadini di
colore.
*
- Emilia Ippolito: Ma se il Sudafrica e' pieno di manager neri...
- Nadine Gordimer: Nelle grandi citta' i neri stanno facendo carriere
eccellenti, uguali ai bianchi. Ma nelle zone rurali vivono nelle baracche,
senza luce, acqua o gas. Per quanto riguarda le pari opportunita', non
dimentichiamo che il razzismo in Sudafrica e' stato istituzionalizzato per
46 anni, quindi non credo che noi sudafricani bianchi abbiamo motivo e
diritto di lamentarci. Dobbiamo fare i conti con una eredita' terribile e
vecchia alcuni secoli. E' a partire dal '700 che i bianchi, da queste parti,
hanno oppresso chiunque fosse di colore diverso. Adesso tanti si sorprendono
e mi chiedono: come mai ci sono tuttora tanti problemi in Sudafrica? Trovo
questa ingenuita' storica sconcertante. Scusate, ma siamo una democrazia da
appena tredici anni, meno di una generazione. Persino antichissime
democrazie europee, come quella francese, si confrontano quotidianamente con
problemi di criminalita' e sicurezza legati a conflitti razziali e sociali.
Dateci tempo.
*
- Emilia Ippolito: Lei, oltre a scrivere libri, e' militante dell'Anc. Nel
suo precedente romanzo Sveglia! (2006), parla di Aids, inquinamento,
analfabetismo.
- Nadine Gordimer: Sono problemi da risolvere. E ci sono le idee per
affrontarli. Manca pero' il personale. I migliori professionisti vanno
all'estero, dove sono meglio retribuiti. E sono preoccupata per la recente
elezione di Jacob Zuma alla presidenza dell'Anc (carica da cui vorrebbe
candidarsi a presidente della Repubblica - ndr). Zuma e' sospettato di
corruzione in traffico d'armi. Si parla di somme ingenti. Ma non c'e' ancora
una data per il processo. E non sappiamo se ci sara', e se verra'
condannato.

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
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Numero 170 del 22 aprile 2008

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