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Minime. 435



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 435 del 24 aprile 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Le due politiche
2. Stefania Cantatore: Le morti minori
3. Oggi a Roma
4. Enrico Piovesana: Un paese che si sta ritalebanizzando
5. Enrico Piovesana intervista Luciano Violante
6. Stefano Longagnani: Partecipazione, apertura, trasparenza
7. Il 5 per mille al Movimento Nonviolento
8. Adriano Prosperi presenta "Modi di morire" di Iona Heath
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. LE DUE POLITICHE

Vi sono solo due politiche: quella dello stupro, e quella dell'umanita'.
La prima e' la politica della guerra e del razzismo, del maschilismo e del
patriarcato, dell'ecocidio e della mafia, del militarismo e della gerarchia.
La politica che uccide.
La seconda e' quella del femminismo.
*
Una politica della nonviolenza o e' femminista o non e'.
Una politica dell'ecologia o e' femminista o non e'.
Una politica della pace e della dignita' umana o e' femminista o non e'.
Una politica della responsabilita' e della condivisione o e' femminista o
non e'.
Una politica della liberazione e del rispetto di tutti e di ciascuno o e'
femminista o non e'.
*
Non ci possono essere reticenze su questo. Chi non sceglie la seconda si fa
complice della prima.
Non ci possono essere indulgenze con la politica della violenza. O si
resiste ad essa, la si contrasta, si e' solidali fino in fondo con le
vittime, o si e' complici dell'orrore.
*
La cosiddetta "cronaca nera" non e' altra cosa dalla politica: e' una delle
conseguenze e delle manifestazioni della politica. E' l'ideologia
maschilista che arma la mano dello stupratore come del ministro della
guerra, del prete pedofilo come dell'ufficiale di Abu Ghraib.
*
Questa antica parola: tutti gli esseri umani nascono eguali in diritti, o
noi la facciamo diventare verita' quotidiana, o il mondo non avra' scampo.

2. RIFLESSIONE. STEFANIA CANTATORE: LE MORTI MINORI
[Da varie persone amiche riceviamo e diffondiamo.
Stefania Cantatore, impegnata nel movimento delle donne e promotrice di
molte iniziative per la pace e i diritti umani, e' una delle animatrici
dell'Udi (Unione donne in Italia) di Napoli e a livello nazionale]

Non c'e' che da essere indignate per il ritorno ai toni antichi da parte del
linguaggio pubblico. Quel linguaggio pubblico che, nel nostro paese di
certo, rappresenta la guida ed non l'espressione del sentimento.
In questi giorni, dopo mesi di silenzio, la cronaca, segnala il ritrovamento
almeno di una delle donne senza nome che, non sappiamo con quale frequenza,
perdono la vita nel nostro paese. Il timore e' che, come sempre, la vittima
ritorni nel buio della folla cui appartiene, dopo un breve spot pensato per
veicolare una nuova campagna per il decoro pubblico.
Dopo mesi di silenzio, la stampa da' conto di questo delitto, tra l'altro
facendo intendere che sarebbe l'ultimo di una serie, riesumando un
linguaggio spaziante nella gamma che va da prostituta a lucciola,
restaurando la categoria delle vittime minori.
Per secoli il femminicidio e' stata la strage sopportabile, sia per i regimi
totalitari che per le democrazie. Le ragioni si fondano "nel diritto di
stupro" appannaggio degli uomini, opposto al diritto di scelta delle donne.
Tutti quanti, partiti ed istituzioni, a corto di argomenti politici, in
risposta alle denunce del movimento delle donne, e rispetto al deflagrare di
quella parola, si adeguarono verbalmente senza capire, compiacendosi di
compiacere un femminismo ancora sconosciuto e forse da colonizzare.
Ma non c'era da confondersi: per la politica e per l'ordine gerarchico dei
privilegiati in diverso grado, fino al piu' povero dei padri, davvero, la
morte di una donna resta sopportabile e prevedibile come sempre. Prostituta
morta, vittima di un serial killer di lucciole, rumena uccisa, nigeriana
sgozzata. Donna.
C'e' di che essere indignate, non solo per il cinismo che gia' conosciamo
rispetto a quelle vittime minori, ma per la sfida che dagli stessi smemorati
emuli di quella parola sconosciuta, femminicidio, e' lanciata al movimento
delle donne che non si e' lasciato colonizzare.
La sfida e' sanguinosa, sfacciata e grossolana: e' la pretesa di infrangere
la consapevolezza raggiunta dalle cittadine, la tolleranza per morte e
stupro, per la sottomissione, e' l'esclusione dalle sfere decisionali. E'
una sfida che parte dalla rievocazione delle categorie che ristabiliscano i
diversi generi femminili, dove solo le meritevoli e le compiacenti abbiano
accesso alla fiducia per agire le liberta' previste dagli uomini per loro.
Il linguaggio e' la spia ma anche lo strumento, e' esso stesso sfida aperta
tesa a trasformare in sopportazione il senso diffuso e la rivolta civile
delle donne. Rispuntano le casalinghe, le padrone di casa, le massaie, le
guardiane del successo dei capi, le poverelle da soccorrere, mai solo donne.
Il linguaggio si e' fatto confuso su tutto, tutti parlano di tutto, e nella
sinfonia dodecafonica per soli tenori che ne risulta, l'assenza e' il vero
punto critico: la parola donna nell'ultima campagna elettorale e' scomparsa.
E' scomparsa la rappresentanza, e' scomparso il sangue che scorre dalla
violenza sessuata, e' scomparsa la facolta' di generare e la 194. Invece
compaiono gli spot degli antiabortisti, il coprifuoco all'ora di cena, e
continuano le inserzioni delle offerte di lavoro a base di bella presenza,
nubile ecc.
Non sapremo mai cosa realmente sia successo nei seggi elettorali: fluttuano
i numeri invisibili, come lo sono le donne, per volere di quegli uomini
indisponibili a cambiare, quelli che hanno miracolosamente semplificato un
sistema opaco, ma ancora troppo trasparente, rendendolo ancora piu'
inaccessibile alle lacere. Semplificare: la politica comanda, la Chiesa
assiste e persuade. Tutto va al suo posto.
Era necessario, perche' siamo nel terzo millennio, e le donne ci sono
ancora. In tutto il mondo.

3. INIZIATIVE. OGGI A ROMA
[Da info at controviolenzadonne.org riceviamo e diffondiamo questo documento
emerso dalla riunione del 22 aprile 2008 alla Casa Internazionale delle
Donne di Roma]

Presidio di donne a Campo dei fiori, a Roma, giovedi' 24 aprile.
In risposta all'ennesimo abuso di una giovane donna aggredita e violentata
alla stazione La Storta le donne di Roma esprimono la loro solidarieta' e
vicinanza alla ragazza stuprata. Come abbiamo affermato con forza nella
manifestazione del 24 novembre 2007 a Roma, la violenza maschile sulle donne
non ha confini e non sara' nessun decreto sicurezza a porvi fine, ne'
braccialetti ne' ronde. Non accettiamo nessuna strumentalizzazione politica
e partitica, a fini elettorali o di campagna xenofoba e razzista. Invitiamo
tutte le donne e tutte le realta' femminili, femministe e lesbiche a
ritrovarsi in piazza. Solo la solidarieta' fra donne puo' fermare la
violenza patriarcale, da sole la subiamo, insieme la sconfiggiamo.
*
Per informazioni e adesioni: info at controviolenzadonne.org

4. AFGHANISTAN. ENRICO PIOVESANA: UN PAESE CHE SI STA RITALEBANIZZANDO
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente
articolo del 22 aprile 2008, col titolo "Afghanistan, ritorno al passato" e
il sommario "Vietate le soap opera indiane. Il Paese si sta
ritalebanizzando".
Enrico Piovesana, giornalista, lavora a "Peacereporter", per cui segue la
zona dell'Asia centrale e del Caucaso; e' stato piu' volte in Afghanistan in
qualita' di inviato]

Le televisione afgane non possono piu' trasmettere le soap-opera indiane.
Scade oggi il termine fissato dal ministero afgano dell'Informazione e della
Cultura per l'interruzione di queste trasmissioni, giudicate "offensive
della morale pubblica e della religione islamica". Motivo: i sari delle
attrici che lasciano scoperti i fianchi, i ragazzi e le ragazze che escono
assieme, i frequenti riferimenti alla religione induista. Il provvedimento,
voluto dai parlamentari conservatori e dal clero islamico, e' stato
sostenuto anche dal presidente Hamid Karzai, secondo il quale "questi
programmi contraddicono la vita quotidiana degli afgani, la nostra gente non
li accetta, quindi vanno interrotti".
*
ToloTv non molla, nonostante le minacce
Peccato che, invece, gli afgani, soprattutto i piu' giovani, passino ore e
ore incollati agli schermi delle altre emittenti private che trasmettono le
colorate e melense soap di Bollywood. In particolare quelle trasmesse da
ToloTv, la piu' popolare rete televisiva afgana, che non ha nessuna
intenzione di rispettare il divieto governativo: "Questa decisione e'
incostituzionale e noi non la rispetteremo: continueremo a trasmettere soap
opera", ha dichiarato giorni fa Masoud Qiam, uno dei piu' noti presentatori
dell'emittente. Gli aveva subito risposto Ensayatullah Balegh, uno dei piu'
importanti mullah conservatori del Paese, dichiarando che se ToloTv non
rispettera' il divieto, lui e i suoi seguaci saliranno sulla collina fuori
Kabul che ospita i ripetitori televisivi e faranno saltare in aria quello
dell'emittente blasfema.
*
Il Paese va verso la "ritalebanizzazione"
Il divieto delle soap indiane potrebbe essere solo l'inizio della
"ritalebanizzazione" della societa' afgana. La commissione Affari Morali del
parlamento di Kabul ha infatti proposto la settimana scorsa una legge che
vieta agli uomini di indossare t-shirt e jeans, di farsi crescere i capelli
e di indossare braccialetti e collanine, e alle donne di truccarsi, mostrare
i capelli e vestire abiti occidentali. Vietati anche il biliardo, i
videogames, la musica ad alto volume, i combattimenti tra galli e cani, i
giochi con i piccioni ammaestrati e le feste di matrimonio promiscue, ovvero
quelle dove uomini e donne non festeggiano separatamente. Per i trasgressori
sono previste multe salatissime che arrivano fino a 100 dollari (mesi di
stipendio per un afgano medio).
*
Il modernismo politico non porta consensi
Contrariamente al bando delle soap opera, questa legge forse non passera',
ne' otterra' l'avallo presidenziale. Ma il solo fatto che sia stata
formalmente proposta dal parlamento e' indicativo del clima che si respira a
Kabul, dove i politici fanno a gara per mostrarsi integerrimi difensori
della morale tradizionale e della religione islamica in vista delle elezioni
generali del prossimo anno. Anche il presidente Karzai cavalca l'onda,
sperando che questo gli garantisca un secondo mandato.
Visto dalla sempre piu' "occidentalizzata" Kabul, colonizzata da migliaia di
stranieri, questo ritorno al passato appare contraddittorio. Ma non lo e'
affatto se si pensa che nel tradizionalista e conservatore Afghanistan
rurale, genuina espressione del "paese reale", un afgano su tre (dati Senlis
Council, 2007) si dichiara pubblicamente a favore del ritorno al potere dei
talebani.

5. AFGHANISTAN. ENRICO PIOVESANA INTERVISTA LUCIANO VIOLANTE
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo la seguente
intervista del 22 aprile 2008, col titolo "Italiani brava gente" e il
sommario "Intervista a Luciano Violante, dopo il suo viaggio in
Afghanistan".
Luciano Violante, magistrato, parlamentare, docente universitario, gia'
presidente della Commissione parlamentare antimafia (che sotto la sua
presidenza diede un contributo notevole alla lotta contro i poteri
criminali), e gia' presidente della Camera dei Deputati. Tra le opere di
Luciano Violante segnaliamo particolarmente: La mafia dell'eroina, Editori
Riuniti, Roma; sua e' la relazione della Commissione parlamentare antimafia
su Mafia e politica, Laterza, Roma-Bari; I corleonesi, L'Unita', Roma; Non
e' la piovra, Einaudi, Torino (un testo sintetico e di grandissima
utilita'); ha curato (e pubblicato presso Laterza) i tre rapporti annuali
sulla mafia: Mafia e antimafia. Rapporto '96; Mafia e societa' italiana.
Rapporto '97; I soldi della mafia. Rapporto '98; sua la cura del ponderoso
volume su La criminalita', volume 12 degli Annali della Storia d'Italia,
Einaudi, Torino; segnaliamo inoltre Il ciclo mafioso, Laterza, Roma-Bari
2002; Un mondo asimmetrico, Einaudi, Torino 2003. Dal sito
www.lucianoviolante.it riportiamo alcuni stralci di un'ampia notizia
biografica (risalente a qualche anno fa): "Luciano Violante e' professore
ordinario di istituzioni di diritto e procedura penale presso l'Universita'
di Camerino. Deputato dei Ds-l'Ulivo di Torino, e' nato il 25 settembre 1941
a Dire Daua in Etiopia dove il padre, giornalista e comunista, dovette
emigrare. La famiglia fu poi internata dagli inglesi in un campo di
concentramento, dove Luciano Violante nacque e rimase sino a tutto il 1943.
Laureato in giurisprudenza a Bari nel 1963, entra in magistratura nel 1966.
Nel 1970 diviene libero docente di diritto penale presso l'Universita' di
Torino dove dal 1974 al 1981 e' professore incaricato di istituzioni di
diritto pubblico. E' giudice istruttore a Torino sino al 1977. Dal 1977 al
1979 lavora presso l'ufficio legislativo del Ministero della Giustizia,
occupandosi prevalentemente della lotta contro il terrorismo. E' deputato
dal 1979, prima nelle liste del Pci, partito al quale si iscrive nello
stesso anno, poi in quelle del Pds e quindi dei Ds-l'Ulivo. Nel 1983 vince
la cattedra di istituzioni di diritto e procedura penale e si dimette dalla
magistratura. Dal 1980 al 1987 e' responsabile per le politiche della
giustizia del Pci, di cui diviene poi vicepresidente del gruppo
parlamentare. Ha fatto parte della Commissione d'inchiesta sul caso Moro,
della Commissione antimafia, del Comitato parlamentare per i servizi di
sicurezza, della Commissione per la riforma del codice di procedura penale,
della Commissione Giustizia e della Giunta per il Regolamento della Camera
dei Deputati. E' presidente della Commissione Antimafia dal settembre 1992
al marzo 1994. Dal 1994 al 1996 e' vicepresidente della Camera dei Deputati.
Il 10 maggio 1996 viene eletto presidente della Camera dei Deputati per la
XIII Legislatura. Nella XIII Legislatura la Presidenza della Camera dei
Deputati e' impegnata nella trasparenza, nella modernizzazione,
nell'apertura alla societa' e nella proiezione internazionale di
Montecitorio. (...) Il 31 maggio 2001 viene eletto presidente del gruppo
Ds-l'Ulivo della Camera dei Deputati. Nel 2006 e' eletto nella
circoscrizione XXV (Sicilia 2) nella lista de l'Ulivo. E' iscritto al gruppo
parlamentare: L'Ulivo dal 3 maggio 2006. Il 6 giugno 2006 Ë eletto
presidente della I Commissione (...). [Nel 2008 non si e' ricandidato -
ndr]. Ha pubblicato, nel 1994 con Einaudi Non e' la piovra. Nel 1995 con
Bollati Borighieri la Cantata per i bambini morti di mafia. Ha curato i
volumi Dizionario delle istituzioni e dei diritti del cittadino, Editori
Riuniti, 1996; Mafie e antimafia - Rapporto 1996, Mafia e societa'
italiana - Rapporto 1997, I soldi della mafia - Rapporto 1998, Laterza. Per
Einaudi ha curato inoltre il volume degli Annali della Storia d'Italia La
criminalita', 1997, e il volume Legge Diritto Giustizia, 1998, della stessa
collana. Per Mondadori ha pubblicato il libro L'Italia dopo il 1999, la
sfida per la stabilita', 1998. Nei Saggi di Laterza il volume Le due
liberta'. Contributo per l'identita' della sinistra, 1999. E' autore del
saggio L'evoluzione delle Istituzioni Parlamentari, pubblicato ne Il Caso
Italiano 2 - 2001, Garzanti (traduzione dei volumi 'Italy: resilient and
vulnerable' della rivista 'Daedalus' dell'American Academy of Arts and
Sciences). Ha curato per Einaudi il volume degli Annali della Storia
d'Italia Il Parlamento, pubblicato nell'ottobre 2001. Per Laterza ha
pubblicato, nel maggio 2002, Il ciclo mafioso. Per Garzanti, nel giugno
2002, ha pubblicato, in collaborazione con i professori Carlo Federico
Grosso e Guido Neppi Modona, il manuale di diritto e procedura penale
Giustizia penale e poteri dello Stato. Nel 2003 ha pubblicato per Einaudi Un
mondo asimmetrico. Nel 2004 Il Prato dei Quarzi con le edizioni Le Chateau.
Con le edizioni Piemme ha pubblicato nel 2005 Secondo Qoelet. Dialogo fra
gli uomini e Dio; nel 2006 Lettera ai giovani sulla Costituzione; nel 2007
Uncorrect. Dieci passi per evitare il fallimento del Partito Democratico"]

Su "La Stampa" di ieri e' uscito un reportage dall'Afghanistan, scritto da
Luciano Violante.
L'ex magistrato ed ex presidente della Camera, esponente di spicco dei Ds e
oggi del Pd (non ricandidatosi alle ultime elezioni), scrive: "In
Afghanistan, noi italiani garantiamo sicurezza, distribuiamo viveri e
attrezzature, curiamo le persone, i nostri veterinari curano le bestie
ammalate (...). Noi non abbiamo bombardato (...) Forse e' cosi' che si
esporta la democrazia".
O forse no. Soprattutto se queste attivita' umanitarie militari - tutt'altro
che disinteressate, in quanto usate come "armi psicologiche" per ottenere la
collaborazione della popolazione locale - si accompagnano a operazioni
belliche, non solo difensive, cui le forze italiane partecipano da oltre un
anno e mezzo. Con gli inevitabili "danni collaterali" che ne conseguono.
*
- Enrico Piovesana: Dottor Violante, nel suo reportage non si fa cenno alla
partecipazione delle nostre truppe a operazioni di guerra.
- Luciano Violante: Io ho scritto quel che ho visto. E non ho visto
operazioni di guerra, ne' ne ho sentito parlare ai briefing militari cui ho
avuto modo di assistere.
*
- Enrico Piovesana: Certo, ma scrivere considerazioni generali sulla nostra
missione militare senza parlare dei nostri soldati impegnati a fare la
guerra non le pare scorretto?
- Luciano Violante: Noi non siamo in Afghanistan per fare la guerra: quella
la fanno gli americani di Enduring Freedom. La missione Isaf, di cui noi
facciamo parte, ha lo scopo di offrire assistenza e sicurezza alla
popolazione. Certo, se un nostro convoglio militare viene attaccato, i
nostri soldati rispondono al fuoco.
*
- Enrico Piovesana: Ma dall'estate 2006 anche la missione Isaf a guida Nato
e' impegnata nella guerra ai talebani, esattamente come Enduring Freedom.
Dal 2006 le nostre forze speciali impegnate nell'operazione "Sarissa" e la
nostra Forza di reazione rapida dotata di carri cingolati ed elicotteri da
guerra hanno partecipato a molti combattimenti, anche vere e proprie
offensive, non solo azioni difensive.
- Luciano Violante: Io non ho visto niente del genere, e non ne ho sentito
nemmeno parlare dai nostri militari. E' ovvio che collaboriamo con gli
alleati nel contrastare i talebani, ma lo facciamo nel rispetto delle regole
d'ingaggio. Noi italiani non bombardiamo!
*
- Enrico Piovesana: Ma siamo a pieno titolo parte di una missione che lo fa:
le forze Nato bombardano villaggi e fanno stragi di civili. E anche le forze
italiane sono state coinvolte in azioni che hanno causato vittime civili:
all'inizio di febbraio, le autorita' locali afgane hanno denunciato un raid
condotto da truppe italiane che avrebbe causato una decina di vittime
civili.
- Luciano Violante: Di questo non so nulla, a me non risulta. Noi italiani
non facciamo la guerra. Noi costruiamo scuole, ospedali e altre strutture
utili alla popolazione. Lo ho visto a Kabul, l'ho visto a Herat. E' cosi'
che combattiamo contro i talebani, che invece le scuole le distruggono:
guadagnandoci la fiducia della popolazione.
*
- Enrico Piovesana: Numerose Ong internazionali, recentemente l'Oxfam, hanno
denunciato un uso "militare" degli aiuti alla popolazione, usati come moneta
di scambio per ottenere informazioni sul nemico, per ricattare le comunita'
locali: aiuti solo a chi collabora.
- Luciano Violante: Questo potrebbe essere accaduto, ma non agli italiani,
il cui operato e' estremamente apprezzato dalle popolazioni locali. Portare
dalla propria parte la gente aiutandola mi pare un obiettivo piu' che
legittimo.
*
- Enrico Piovesana: Nel suo articolo scrive che la Nato fa bene a chiedere
piu' truppe. Quindi per lei la strategia attuale e' quella giusta per
risolvere il conflitto afgano?
- Luciano Violante: Piu' truppe sono necessarie per garantire la sicurezza
in un territorio cosi' vasto. I talebani vanno combattuti e sconfitti. Non
ci sono alternative, se non quelle di consegnare il Paese nelle loro mani. E
questo, come ho scritto, sarebbe un pericolo per tutta la regione e per
tutto l'Occidente, Italia compresa.

6. RIFLESSIONE. STEFANO LONGAGNANI: PARTECIPAZIONE, APERTURA, TRASPARENZA
[Ringraziamo Stefano Longagnani (per contatti: stefano.longagnani at gmail.com)
per questo intervento - che estraiamo da una piu' ampia lettera personale -,
contributo all'assemblea del 19 aprile 2008 a Bologna "per una rete di donne
e uomini per l'ecologia, il femminismo e la nonviolenza".
Stefano Longagnani e' impegnato nei movimenti di solidarieta', per la pace e
la nonviolenza, nell'educazione alla pace e ai diritti umani, ed e' una
delle persone piu' sagge e miti e generose che abbiamo avuto l'immensa
fortuna di conoscere]

A mio parere i tanti problemi che ogni giorno le nostre comunita' sono
chiamate ad affrontare possono meglio risolversi cercando strutturalmente di
favorire la partecipazione democratica di tutti i cittadini. Mi spiego:
l'attuale classe politica (di cui non e' bene far di tutta l'erba un fascio)
non si preoccupa abbastanza di favorire e incentivare la partecipazione
della cittadinanza alla risoluzione dei problemi comuni (in molti casi si
cerca addirittura di fare in modo che i cittadini non "rompano le scatole").
Qualunque nuovo o vecchio soggetto politico che voglia onestamente cercare
il bene comune deve fare in modo che tra i suoi fondamenti, tra le sue
regole di funzionamento "istituzionale", ce ne siano alcune, tra le piu'
importanti, che imbriglino le spinte leaderistiche, le ambizioni personali,
i gretti interessi di carriera (senza per questo mortificare i singoli).
Questo si puo' ottenere con regole che puntino ad ottenere e preservare:
- la massima partecipazione alle decisioni assunte da parte di tutti (in
questo senso sarebbe bene che i rappresentanti, i portavoce, i leader, gli
eletti in ogni ambito, avessero esclusivamente funzioni di servizio, senza
poter decidere autonomamente quasi nulla);
- la massima apertura verso chi si avvicina per la prima volta od
occasionalmente, favorendo  la partecipazione da subito alle decisioni
collettive:
- la massima trasparenza sia organizzativa sia sugli aspetti economici,
anche in modo da privilegiare l'orizzontalita' organizzativa e la sobrieta'
economica.
Se la nuova rete che stiamo fondando avra' cura di interiorizzare questi tre
irrinunciabili requisiti (che gli attuali partiti non considerano se non
occasionalmente) ci sara' in Italia un'esperienza politica che piano piano
diventera' una buona e grossa novita' del panorama nazionale.

7. PROPOSTE. IL 5 PER MILLE AL MOVIMENTO NONVIOLENTO
[Dal sito www.nonviolenti.org riprendiamo e diffondiamo]

Anche con la prossima dichiarazione dei redditi sara' possibile
sottoscrivere un versamento al Movimento Nonviolento (associazione di
promozione sociale).
Non si tratta di versare soldi in piu', ma solo di utilizzare diversamente
soldi gia' destinati allo Stato.
Destinare il 5 per mille delle proprie tasse al Movimento Nonviolento e'
facile: basta apporre la propria firma nell'apposito spazio e scrivere il
numero di codice fiscale dell'associazione.
Il codice fiscale del Movimento Nonviolento da trascrivere e': 93100500235.
Sono moltissime le associazioni cui e' possibile destinare il 5 mille. Per
molti di questi soggetti qualche centinaio di euro in piu' o in meno non
fara' nessuna differenza, mentre per il Movimento Nonviolento ogni piccola
quota sara' determinante perche' ci basiamo esclusivamente sul volontariato,
la gratuita', le donazioni.
I contributi raccolti verranno utilizzati a sostegno della attivita' del
Movimento Nonviolento ed in particolare per rendere operativa la "Casa per
la pace" di Ghilarza (Sardegna), un immobile di cui abbiamo accettato la
generosa donazione per farlo diventare un centro di iniziative per la
promozione della cultura della nonviolenza (seminari, convegni, campi
estivi, eccetera).
Vi proponiamo di sostenere il Movimento Nonviolento che da oltre
quarant'anni con coerenza lavora per la crescita e la diffusione della
nonviolenza.
Grazie.
Il Movimento Nonviolento
*
P. S.: se non fai la dichiarazione in proprio, ma ti avvali del
commercialista o di un Caf, consegna il numero di codice fiscale e di'
chiaramente che vuoi destinare il 5 per mille al Movimento Nonviolento.
Nel 2007 le opzioni a favore del Movimento Nonviolento sono state 261
(corrispondenti a circa 8.500 euro, non ancora versati dall'Agenzia delle
Entrate) con un piccolo incremento rispetto all'anno precedente. Un grazie a
tutti quelli che hanno fatto questa scelta, e che la confermeranno.
*
Per ulteriori informazioni e contatti: via Spagna 8, 37123 Verona, tel.
0458009803, fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

8. LIBRI. ADRANO PROSPERI PRESENTA "MODI DI MORIRE" DI IONA HEATH
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 aprile 2008, col titolo "Di fronte
all'ultima scadenza il coraggio di uno sguardo sereno" e il sommario "Ultimi
ambasciatori tra il mondo di chi muore e i suoi affetti, i medici dovrebbero
imparare dai poeti la capacita' di aiutare i pazienti a rielaborare la
memoria del proprio passato. Il delicato rapporto che il medico dovrebbe
avere con chi si trova alla fine della vita e' al centro del libro della
inglese Iona Heath, Modi di morire, uscito per Bollati Boringhieri.
Adriano Prosperi , nato a Cerretto Guidi (Firenze) il 21 agosto del 1939,
docente di storia moderna all'Universita' di Pisa, ha insegnato nelle
Universita' di Bologna e della Calabria; collabora a riviste storiche tra le
quali "Quaderni storici", "Critica storica", "Annali dell'Istituto
italo-germanico in Trento" e "Studi storici"; si e' occupato nei suoi studi
di Storia della Chiesa e della vita religiosa nell'eta' della Riforma e
della Controriforma; negli ultimi anni ha rivolto un'attenzione particolare
alle strategie di disciplinamento delle coscienze e di regolazione dei
comportamenti collettivi, messe in atto dalle istituzioni ecclesiastiche
nell'Italia post-tridentina. Tra le opere di Adriano Prosperi: Tra
evangelismo e Controriforma: Gian Matteo Giberti (1495-1543), Roma 1969;
(con Carlo Ginzburg), Giochi di pazienza, Torino 1975; Tribunali della
coscienza: inquisitori, confessori, missionari, Torino 1996; L'eresia del
Libro Grande. Storia di Giorgio Siculo e della sua setta, Milano 2000; Dalla
Peste Nera alla guerra dei Trent'anni, Torino 2000; Il Concilio di Trento:
una introduzione storica, Torino 2001; L'Inquisizione romana. Letture e
ricerche, Roma 2003; Dare l'anima, Torino 2005.
Iona Heath, medico, lavora dal 1975 presso il Caversham Group Practice di
Kentish Town, nella zona di Camden, a Londra. Da oltre vent'anni membro del
Council of the Royal College of General Practitioners, dal 1997 al 2003 ha
presieduto l'Health Inequalities Standing Group e dal 1998 al 2004 il
Committee on Medical Ethics. Dal 1997 al 1999 ha fatto parte della Royal
Commission on Long Term Care for the Elderly e dal 2004 al 2007 della Human
Genetics Commission. Oggi e' presidente del College's International
Committee e dell'Ethics Committee del "British Medical Journal". E' autrice
di vari saggi, tra cui The Mystery of General Practice (1996) e - in
collaborazione con Patricia E. Hutt e Roger Neighbour - Confronting an Ill
Society: David Widgery, General Practice, Idealism and the Chase for Change
(2004). Modi di morire (Matters of Life and Death, Radcliffe Publishing,
London 2007) e' la sua prima opera tradotta in italiano]

Il libro di Iona Heath Modi di morire (traduzione italiana a cura di Maria
Nadotti, postfazione di John Berger, Bollati Boringhieri, pp. 116, euro 10)
porta nell'Italia delle polemiche su eutanasia e aborto i pensieri di una
diversa cultura. Porta soprattutto una voce pacata che parla serenamente
della morte e del rapporto che un medico dovrebbe avere coi morenti.
Ora, in questa Italia dei nostri tempi non solo e' sempre piu' difficile
vivere ma e' anche e soprattutto difficile morire. Come tutti sanno, da noi
stenta a entrare nel costume civile la liceita' dei mezzi per diminuire la
sofferenza dei malati terminali: ed e' emerso in casi clamorosi quanto sia
arduo disporre della propria vita con l'aiuto dei medici anche quando la
malattia non ha nessuno sbocco salvo la morte.
*
Il primato della longevita'
Le autorita' della Chiesa influenzano in molti modi i comportamenti dei
medici e il funzionamento delle istituzioni per imporre a tutti un'idea
della vita e del dolore che appartiene ai soli cattolici, ma che intanto
invade il terreno della sanita' pubblica e influenza il comportamento degli
operatori sanitari e delle autorita' civili. Se poi parliamo di sanita'
pubblica, quella che al suo nascere nel '700 il medico tedesco Johann Peter
Frank defini' la "polizia medica", ci si chiede che cosa sia piu' efficace
davanti all'emergenza, se i sussurri o le grida. Le grida riempiono le
cronache recenti non solo per i casi di criminalita' e di corruzione, ma
anche per l'ordinaria difficolta' di accedere ai servizi della sanita'
pubblica e per l'ordinaria carenza dei servizi stessi.
Naturalmente ci sono anche i successi del sistema. Nella faccia della
medaglia che viene piu' volentieri esibita questi successi sono riassunti in
un dato: l'Italia e' il paese che gode il primato della longevita'. La vita
si allunga; non e' ancora l'immortalita' ma e' pur sempre un passo in quella
direzione. Sulla base di queste statistiche accompagnate dalle voci suadenti
di membri dell'establishment politico-sanitario il bilancio della sanita'
pubblica si e' irrobustito e con esso gli appetiti delle mafie. Dunque bene
e male sono legati a doppio filo. Ma e' poi vero bene quel bene? La domanda
e' legittima davanti al crescente frastuono di un partito trasversale al
quale e' facile pronosticare il successo, benedetto com'e' da destra e da
sinistra, da clericali e atei: il partito della vita. Tutti vogliono la
vita, tutti la promettono o almeno si impegnano a difenderla a ogni costo.
Chi vuol morire e' un nemico pubblico: anche la Chiesa cattolica,
impegnandosi nella battaglia per la vita (quella terrena, di questo mondo)
sembra aver messo da parte quella capacita' di ascoltare i morenti che era
un tempo la prerogativa dei sacerdoti. C'e' chi nasconde la morte con metodi
che ricordano il capolavoro di Gogol, Le anime morte: in Italia sembra che
il Nucleo speciale spesa pubblica della Guardia di Finanza abbia scoperto
379.000 morti assistiti, cioe' defunti a cui lo Stato corrisponde ancora la
pensione. Non c'e' da stupirsi che un imprenditore della politica sanitaria
in Calabria praticasse sul piano industriale questo antico metodo
trasferendo altrove come ancora vivi i degenti che morivano nel suo
ospedale.
In un paese cosi' belluinamente vitale e' impopolare e maleducato parlare
della morte, anzi addirittura dei modi di morire. E tuttavia proprio su
questo ci invita a riflettere il piccolo libro di Iona Heath. Lo fa in tono
sommesso, con pagine delicate e citazioni di poeti. Sussurri: ma dopo averlo
letto bisogna ammettere che c'e' un buon fondamento nell'antica massima
secondo la quale le cose piu' importanti vanno dette abbassando la voce.
Niente di piu' naturale, di piu' generalmente umano della morte. Ma a fronte
di numeri che ci dicono che ogni anno una percentuale elevata della
popolazione mondiale e' toccata da vicino dalla morte, la risposta pubblica
resta divisa tra sensazionalismo e silenzio. Non e' la prima volta che siamo
costretti a riflettere su questo fenomeno: anni fa furono un sociologo
americano (Geoffrey Gorer) e uno storico francese (Philippe Aries) a notare
che la societa' moderna tratta il morente come una presenza oscena, da
nascondere il piu' possibile per non disturbare una vita sociale dominata
dai miti dell'efficienza e del successo. Di fatto la morte dei nostri tempi
e dei nostri paesi non e' piu' la condizione naturale del vivente, il
compimento inevitabile di un'esistenza nel luogo e tra le cose e le persone
della vita di ogni giorno.
*
Storie di criminalita' sanitaria
Oggi nel mondo ci sono ancora societa' e culture arcaiche nei paesi
cosiddetti arretrati dove si muore nei luoghi dove si e' vissuti, accanto a
persone e cose familiari, con un volto amico che ti sta accanto. Nelle
societa' del mondo ricco e progredito - dunque anche in Inghilterra, anche
in Italia - si muore solo negli ospedali e da soli, fra quattro mura o
dietro un paravento se in corsia: e, se va bene, con accanto un medico. E'
per questo che il medico deve imparare a svolgere il suo compito: che e'
quello di lottare contro il cedimento del corpo, finche' puo' e finche' la
cosa ha senso. Il medico sa che la morte e' inevitabile: deve imparare ad
affrontarla, non solo, ma anche a difendersi dal senso di colpa che il
diniego generalizzato della morte gli scarica sulle spalle e che prende
sempre piu' spesso la forma di accuse, processi, richieste di risarcimenti,
diffamazioni mediatiche.
Quello che dice la dottoressa Iona Heath rientra perfettamente nella cornice
ordinaria di un sistema capace di produrre da noi - solo da noi? - le storie
turpi della criminalita' politico-sanitaria: persone che muoiono nelle
stanze di ospedali senza nessuna presenza umana, sballottate, trasferite,
trattate come rifiuti.
Certo, il sistema italiano ha raggiunto una dimensione criminale speciale,
in cui si sposano arretratezza civile e grande modernita' delle tecniche.
Qui la politica come corsa verso i posti, cioe' verso il danaro, di cui
Vittorio Foa ha parlato nel suo ultimo libro sul degrado del linguaggio che
accompagna il degrado del paesaggio sociale (Le parole della politica, con
Federica Montevecchi, Einaudi), ha trovato nella sanita' pubblica l'eldorado
della ricchezza senza misura dove nel futuro dei signori della salute c'e'
la prospettiva di quel sofa' imbottito di pietre preziose che divenne
celebre ai tempi del caso De Lorenzo. E questo spiega perche' ai primari
degli ospedali pubblici italiani sia richiesta l'omogeneita' col partito del
cosiddetto "Governatore" (quante parole della puritana democrazia americana
coprono oggi lo stravolgimento della Costituzione italiana?). Le statistiche
delle appartenenze politiche dei primari degli ospedali pubblici italiani
sono il prodotto di un sistema che da un lato ci promette la sconfitta del
cancro entro un decennio e dall'altro cresce esso stesso come un cancro
inarrestabile. Ebbene, tutto questo non e' un problema solo italiano. Basta
leggere la limpida e sommessa diagnosi di Iona Heath: "l'arroganza della
medicina scientifica alimenta crescenti aspettative pubbliche di perfetta
salute e tenace longevita' e questi processi sono sfruttati con avidita' da
giornalisti e uomini politici e, soprattutto, dall'industria farmaceutica".
Gia': a proposito, perche' si parla cosi' poco in Italia dell'industria
farmaceutica e delle aziende fornitrici degli ospedali pubblici?
In materia di salute e malattia Iona Heath dice sommessamente cose che
suonano come smentite inesorabili delle certezze stampate sui pacchetti di
sigarette e iscritte nell'intolleranza sociale crescente verso ogni genere
di rifiuto - soprattutto verso il piu' intollerabile dei rifiuti, il
morente. Queste pagine cancellano dolcemente ma fermamente le nostre piu'
radicate illusioni: "Ci piace credere che, se ci comportiamo bene, se
mangiamo con moderazione i cibi giusti, se facciamo esercizi fisici con
regolarita', e cosi' via, avremo in premio una vita lunga e sana". Non per
niente chi si ammala e' visto come colpevole. E' nella sua condotta di vita
che il nostro invincibile ottimismo cerca le tracce degli errori di cui
paghera' il fio, cosi' come il peccatore del tempo antico pagava col mal
francese le colpe del sesso.
Questa illusione ha una cosi' robusta radice che ci vorra' ben altro che
queste paginette per metterla in crisi. Anche perche' il sistema della
comunicazione pubblica ci chiude gli occhi e ci impedisce di riconoscere nel
cancro quel "promemoria sconvolgente dell'ostinato grado di
imprevedibilita', incertezza e ingiustizia della condizione umana" di cui ha
scritto Arthur Kleinmann.
Supremamente ingiusta, la morte sconvolge ogni tentativo di far quadrare i
conti e di trovare un senso alle cose della vita. Resta salda e
incancellabile la realta' di una morte dalla quale, come scrisse san
Francesco d'Assisi, nessun uomo vivente puo' scampare. Ma non e' per il
lettore qualunque che Iona Heath dice cose come queste, tanto evidenti
quanto difficili da accettare: il suo libro si rivolge soprattutto ai
medici. Sono loro che debbono imparare a svolgere il compito piu'
impegnativo che li attende, quello di assistere i morenti.
Delegati ultimi del mondo di affetti e di relazioni di chi muore, dovranno
prima di tutto costruire coi pazienti un rapporto di una certa continuita':
e' tragico che le esigenze della medicina parcellizzata vadano in direzione
opposta, obbedendo alla norma della competenza tecnica nei confronti di un
corpo concepito come macchina e passato di mano in mano a seconda del pezzo
da aggiustare. Di quel rapporto tra due esseri umani fa parte la parola e
ancor piu' lo sguardo: il medico deve imparare a non distogliere lo sguardo
dal morente, come viene istintivo fare: lo sguardo e' il tramite di un
rapporto vivo tra vivi (lo ha scritto Tolstoi in Anna Karenina), negare lo
sguardo a chi muore significa annunciargli che lo si considera gia' morto. I
medici debbono fare di piu': debbono, ad esempio, imparare dai poeti a
inserire tra le cure palliative la capacita' di aiutare i pazienti a
rielaborare la memoria del passato rievocando tutte le cose belle che una
vita ha avuto - quelle cose che vengono dette soltanto ai funerali e che il
morto non potra' piu' ascoltare. Dagli scrittori e dai poeti il medico
potra' imparare la capacita' di costruire quel senso del rapporto tra
passato, presente e futuro di cui il morente sente l'intollerabile venir
meno.
*
Una eredita' di memorie
Al lettore italiano viene in mente un memorabile "soliloquio" pubblicato
dall'ormai anziano Benedetto Croce nei "Quaderni della Critica": vi si
parlava dell'imparare a morire. Nella cultura italiana si affacciava cosi'
la riflessione piana e serena di un vecchio uomo che pensava all'avvicinarsi
della morte come al chiudersi di una lunga giornata di lavoro e vi si
preparava ponendo quella scadenza al centro dei propri pensieri, senza
cercare altri conforti che quelli della coscienza severa del compito svolto
e della trasmissione tutta e solo terrena di un'eredita' di valori e di
memorie. Era un testo insolito nella moderna cultura italiana.
Qui nei secoli dell'eta' moderna i modelli narrativi esemplari delle morti
eroiche degli antichi hanno lasciato il posto alle morti sante dei cristiani
e ai piu' recenti modelli del morire per la patria o per altre piu' e meno
generose idealita'. Per la morte come evento normale e obbligato di ogni
vivente l'editoria italiana ha lungamente offerto le "arti del ben morire"
scritte da uomini di chiesa, dal domenicano Savonarola al santo vescovo
settecentesco Alfonso de' Liguori: con quelle in mano si veniva educati a
combattere la paura delle cose ultime - la morte, il Giudizio di Dio - con
la speranza cristiana della vita eterna dell'anima nell'aldila'.
Ma di quel genere di disincantata meditazione che l'essere umano deve alla
sua condizione di mortale e che puo' essere condotta anche senza i conforti
della religione, forse solo Leopardi con la sua versione del Manuale di
Epitteto ha fornito una traccia. Viene cosi' la curiosita' di vedere quante
voci italiane hanno risuonato nella memoria di Iona Heath durante i suoi
anni di riflessioni e di esperienze ospedaliere. La risposta e' in un
brevissimo elenco: Dante Alighieri, Guido Ceronetti, ma soprattutto Primo
Levi, che in Se questo e' un uomo parlo' della finitezza della vita umana
come "limite a ogni gioia ma anche a ogni dolore".
*
Postilla biobibliografica. A contatto con i malati fra etica e medicina
Anche se Modi di morire (nell'originale, Matters of Life and Death) e' la
sua prima opera tradotta in italiano, Iona Heath e' autrice di vari saggi,
tra i quali The Mystery of General Practice, del 1996, e Confronting an ill
Society (2004, scritto in collaborazione con Patricia E. Hutt e Roger
Neighbour).
Da oltre trent'anni Iona Heath lavora come medico di base presso il
Caversham Group Practice di Kentish Town, a Londra. Membro del Council of
the Royal College of General Practitioners, e' presidente dell'Ethics
Committee del "British Medical Journal".

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 435 del 24 aprile 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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