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La domenica della nonviolenza. 165



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 165 del 25 maggio 2008

In questo numero:
1. Tre tesi
2. Giuseppe Di Lello: Lo scempio del diritto
3. Enrico Piovesana intervista Marco Rovelli
4. Alex Zanotelli: No al razzismo dilagante
5. Rosie DiManno: I sudari sono per i morti
6. Benedetto Vecchi intervista Mark LeVine
7. Letture: Umberto Santino: Dalla mafia alle mafie
8. Riletture: Miguel de Unamuno, Antologia poetica
9. Riedizioni: Geoffrey Parker, La rivoluzione militare
10. Riedizioni: Sabina Pavone, Le astuzie dei gesuiti

1. EDITORIALE. TRE TESI

1. Nulla mi toglie dalla testa che se non si contrasta il maschilismo, non
vi e' possibilita' alcuna di contrastare efficacemente il razzismo e la
guerra, le mafie e l'ecocidio.
*
2. La ferocia razzista e la legittimazione del fascismo sono cresciute in
Italia negli ultimi vent'anni giorno dopo giorno, con una progressione cosi'
evidente che solo i privilegiati i cui privilegi il razzismo e il fascismo
sono funzionali a difendere potevano non vedere poiche' vederla non
volevano. Fa parte della vittoria del razzismo e del fascismo che tanti
messeri se ne accorgano e ne menino scandalo solo quando governa il
cosiddetto centrodestra e fingano di non vederla quando governa il
cosiddetto centrosinistra.
*
3. O si afferma e si pratica il riconoscimento di tutti i diritti umani per
tutti gli esseri umani, o non vi sara' scampo per nessuno. O si sceglie la
politica della nonviolenza, o non si potra' fermare la barbarie.

2. RIFLESSIONE. GIUSEPPE DI LELLO: LO SCEMPIO DEL DIRITTO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 maggio 2008 col titolo "Lo scempio del
diritto".
Giuseppe Di Lello, nato nel 1940, magistrato, gia' membro del pool antimafia
di Palermo che istrui' il maxiprocesso alla mafia che costitui' un punto di
svolta nella lotta contro i poteri criminali in Italia, e' stato poi
parlamentare europeo, senatore e membro della Commissione parlamentare
d'inchiesta sul fenomeno della criminalita' organizzata mafiosa o similare.
Tra le opere di Giuseppe Di Lello: Giudici, Sellerio, Palermo 1994]

Il pacchetto sicurezza del governo meriterebbe un esame complessivo piu'
dettagliato e, tuttavia, si puo' gia' rilevare l'estrema disinvoltura con la
quale tenta di travolgere alcuni principi della Costituzione. Con
particolare allarme vanno considerati l'introduzione del reato
d'immigrazione clandestina e l'estensione della detenzione amministrativa
nei Cpt dagli attuali 60 giorni a 18 mesi.
Nulla toglie alla gravita' di questo nuovo reato la scelta normativa del
disegno di legge che, con la violenza dei numeri in Parlamento, verra' a
breve inserito nel nostro ordinamento. La norma dovrebbe avere una forte
carica deterrente perche' servirebbe a legittimare la reclusione dei
migranti nonche' un abnorme trattenimento in strutture detentive. Sortira'
l'effetto voluto o sara' la solita norma simbolica tendente a soddisfare le
pulsioni xenofobe del popolo delle "liberta'" e non solo di quello?
Consideriamo innanzitutto l'enorme numero di clandestini che dovrebbero
essere trattenuti e giudicati: se applicata, affonderebbe definitivamente
sia le strutture carcerarie che il sistema giudiziario gia' intasato di
centinaia di migliaia di processi in attesa di definizione. La stragrande
maggioranza di clandestini, poi, provenendo da aree di fame, guerre e
persecuzioni, non ha gia' nulla da perdere e non sarebbe certo fermata dalla
prospettiva della detenzione e del processo.
Un simile reato, inoltre, violerebbe i principi costituzionali di
eguaglianza, ragionevolezza e di proporzionalita' tra pene e reati e su cio'
la Corte Costituzionale si e' gia' chiaramente espressa (sentenza 22/2007).
Trattando del sistema sanzionatorio del ben piu' grave reato di
ingiustificato trattenimento nel territorio dello stato in violazione di un
legittimo ordine di allontanamento, la Corte lo ha ritenuto "sproporzionato,
squilibrato, disarmonico, violativo" dei principi di cui sopra nonche' del
fine rieducativo di cui all'art. 27 Cost. e ha sollecitato il legislatore a
valutare l'opportunita' di un sollecito intervento volto a eliminare gli
squilibri, le sproporzioni e le disarmonie rilevate nella disciplina
dell'immigrazione: invito prontamente disatteso da Maroni & Co.
C'e' inoltre un palese contrasto con lo jus migrandi sancito dall'art. 35
della Costituzione che, riconoscendo la liberta' di emigrazione, seppure nel
rispetto delle leggi, non sembra consentire la trasformazione dell'esercizio
di una tale liberta' in reato: non a caso fino ad ora si e' optato solo per
una qualifica di illecito amministrativo.
Dubbia poi e' la costituzionalita' di una detenzione amministrativa
protratta per ben 18 mesi di chi non ha documenti di identificazione e cio'
perche', tra l'altro, assolutamente sproporzionata al fine della
identificazione stessa. I lavori della commissione de Mistura hanno
dimostrato che i tempi tecnici per l'identificazione non superano mai i 60
giorni: se non si raggiunge lo scopo in 60 giorni e' praticamente
impossibile farlo in seguito.
Anche dopo 18 mesi resterebbe comunque sempre problematica l'espulsione
dello straniero, dato che l'Italia ha firmato solo pochissimi accordi di
riammissione. Un migrante che non ha un paese che se lo riprenda o che non
e' identificato rimarra' in Italia e dopo aver scontato 18 mesi di
"gratuita" detenzione ritornera' clandestino, preda molto piu' ambita di
sfruttamento, lavoro nero e propensione al crimine.
Certo, per qualche tempo si attenderanno i frutti "benefici" delle misure
forti e, nell'attesa, e' possibile che si plachino gli istinti belluini di
quanti credono di risolvere, indistintamente, con i roghi i problemi della
spazzatura e degli immigrati. La realta' drammatica dell'immigrazione, e
della sua inarrestabilita' con misure di polizia, tornera' a imporsi e
rimarra' solo un ulteriore scempio dello stato di diritto, con norme
liberticide pronte a essere utilizzate anche per altri contesti di
disgregazione sociale.

3. RIFLESSIONE. ENRICO PIOVESANA INTERVISTA MARCO ROVELLI
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo la seguente
intervista del 21 maggio 2008 col titolo "Pericoloso e assurdo il reato di
clandestinita'. Marco Rovelli, autore di Lager italiani, sulle misure del
governo contro gli immigrati
Enrico Piovesana, giornalista, lavora a "Peacereporter", per cui segue la
zona dell'Asia centrale e del Caucaso; e' stato piu' volte in Afghanistan in
qualita' di inviato.
Marco Rovelli, scrittore, musicista (cantante e autore nel gruppo musicale
Les Anarchistes), ricercatore sociale, insegna storia e filosofia nei licei.
Tra le opere di Marco Rovelli: Atlante storico, Garzanti, Milano 2003; Lager
Italiani, Bur-Rcs, Milano 2006]

Abbiamo chiesto la sua opinione a Marco Rovelli, autore del libro sui cpt
Lager italiani (Bur Rizzoli, Milano 2006): giudica in maniera estremamente
negativa l'intenzione del governo Berlusconi di introdurre il reato di
immigrazione clandestina. A suo parere, criminalizzare gli immigrati non e'
solo razzistico: e' pericoloso per la nostra democrazia e assurdo da un
punto di vista pratico.
*
- Enrico Piovesana: Rovelli, cosa pensa delle misure che il governo intende
adottare per contrastare l'immigrazione clandestina?
- Marco Rovelli: Far rientrare la figura dell'immigrato irregolare nel
penale e' un orrore sotto tutti i punti di vista. Innanzitutto significa
creare dal nulla una popolazione di quasi un milione di latitanti che
andrebbero individuati e arrestati: questo vuol dire trasformare il nostro
Paese di uno Stato di polizia, creando un clima di arbitrio poliziesco di
cui gli immigrati non sarebbero gli unici a fare le spese.
*
- Enrico Piovesana: Poi, che fine farebbero queste migliaia e migliaia di
immigrati arrestati nelle retate e le centinaia di nuovi irregolari che ogni
giorno sbarcano sulle nostre coste?
- Marco Rovelli: Pare li vogliano rinchiudere nei cpt per un anno e mezzo,
invece che per due mesi come accade oggi. Ma come sara' possibile, visto che
oggi di questi lager in Italia ce ne sono solo quattordici, con una capienza
complessiva di circa duemila persone? Di certo non li potranno sbattere
nelle patrie galere, gia' sovraffollate: verranno allora appositamente
riaperte le antiche prigioni di Pianosa e dell'Asinara, come qualcuno ha
gia' proposto? Per non parlare dell'impatto destabilizzante che tutto questo
avrebbe sul nostro sistema giudiziario.

4. APPELLI. ALEX ZANOTELLI: NO AL RAZZISMO DILAGANTE
[Dal sito di "Nigrizia" (www.nigrizia.it) col titolo "No al dilagante
razzismo in Italia" e il sommario "Un paese che ha bisogno di stranieri ma
che non li vuole integrare. Che dimentica il suo passato da migrante. Che si
dice cattolico ma che non vuole seguire l'esempio di Cristo. L'appello di
padre Alex Zanotelli".
Alessandro Zanotelli, missionario comboniano, ha diretto per anni la rivista
"Nigrizia" conducendo inchieste sugli aiuti e sulla vendita delle armi del
governo italiano ai paesi del Sud del mondo, scontrandosi con il potere
politico, economico e militare italiano: rimosso dall'incarico e' tornato in
Africa a condividere per molti anni vita e speranze dei poveri, solo
recentemente e' tornato in Italia; e' direttore responsabile della rivista
"Mosaico di pace" promossa da Pax Christi; e' tra i promotori della "rete di
Lilliput" ed e' una delle voci piu' prestigiose della nonviolenza nel nostro
paese. Tra le opere di Alessandro Zanotelli: La morte promessa. Armi, droga
e fame nel terzo mondo, Publiprint, Trento 1987; Il coraggio dell'utopia,
Publiprint, Trento 1988; I poveri non ci lasceranno dormire, Monti, Saronno
1996; Leggere l'impero. Il potere tra l'Apocalisse e l'Esodo, La meridiana,
Molfetta 1996; Sulle strade di Pasqua, Emi, Bologna 1998; Inno alla vita,
Emi, Bologna 1998; Ti no ses mia nat par noi, Cum, Verona 1998; La
solidarieta' di Dio, Emi, Bologna 2000; R...esistenza e dialogo, Emi,
Bologna 2001; (con Pietro Ingrao), Non ci sto!, Piero Manni, Lecce 2003;
(con Mario Lancisi), Fa' strada ai poveri senza farti strada. Don Milani, il
Vangelo e la poverta' nel mondo d'oggi, Emi, Bologna 2003; Nel cuore del
sistema: quale missione? Emi, Bologna 2003; Korogocho, Feltrinelli, Milano
2003. Opere su Alessandro Zanotelli: Mario Lancisi, Alex Zanotelli. Sfida
alla globalizzazione, Piemme, Casale Monferrato (Al) 2003]

E' agghiacciante quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi in questo
nostro paese.
I campi rom di Ponticelli (Napoli) in fiamme, il nuovo pacchetto di
sicurezza del ministro Maroni, il montante razzismo e la pervasiva
xenofobia, la caccia al diverso, la fobia della sicurezza, la nascita delle
ronde notturne... offrono un'agghiacciante fotografia dell'Italia 2008.
"Mi vergogno di essere italiano e cristiano", fu la mia reazione, da poco
rientrato in Italia da Korogocho, all'approvazione della legge Bossi-Fini
(2002). Questi sei anni hanno visto un notevole peggioramento del razzismo e
della xenofobia nella societa' italiana, cavalcati dalla Lega (la vera
vincitrice delle elezioni 2008) e incarnati oggi nel governo Berlusconi
(posso dire questo perche' sono stato altrettanto duro con il governo Prodi
e con i sindaci di sinistra, da Cofferati a Dominici...). Oggi doppiamente
mi vergogno di essere italiano e cristiano.
Mi vergogno di appartenere a una societa' sempre piu' razzista verso
l'altro, il diverso, la gente di colore e soprattutto il musulmano, che e'
diventato oggi il nemico per eccellenza.
Mi vergogno di appartenere a un paese il cui governo ha varato un "pacchetto
sicurezza" dove clandestino e' uguale a criminale. Ritengo che non sia un
crimine migrare, ma che invece criminale e' un sistema economico-finanziario
mondiale (l'11% della popolazione mondiale consuma l'88% delle risorse) che
forza la gente a fuggire dalla propria terra per sopravvivere.
L'Onu prevede che entro il 2050 avremo per i cambiamenti climatici un
miliardo di "rifugiati climatici". I ricchi inquinano, i poveri pagano. Dove
andranno? Stiamo criminalizzando i poveri?
Mi vergogno di appartenere a un paese che ha assoluto bisogno degli
immigrati per funzionare, ma che poi li rifiuta, li emargina, li umilia con
un linguaggio leghista da far inorridire.
Mi vergogno di appartenere a un paese che da' la caccia ai rom, come fossero
la feccia della societa'. Questa e' la strada che ci porta dritti
all'Olocausto (ricordiamoci che molti dei cremati nei lager nazisti erano
rom!). Abbiamo fatto dei rom il nuovo capo espiatorio.
Mi vergogno di appartenere a un popolo che non si ricorda che e' stato fino
a ieri un popolo di migranti ("Quando gli albanesi eravamo noi"): si tratta
di oltre sessanta milioni di italiani che vivono oggi all'estero. I nostri
migranti sono stati trattati male un po' ovunque e hanno dovuto lottare per
i loro diritti. Perche' ora trattiamo allo stesso modo gli immigrati in
mezzo a noi? Cos'e' che ci ha fatto perdere la memoria in tempi cosi' brevi?
Il benessere?
Come possiamo criminalizzare il clandestino in mezzo a noi? Come possiamo
accettare che migliaia di persone muoiano nel tentativo di attraversare il
Mediterraneo per arrivare nel nostro "Paradiso"? E' la nuova tratta degli
schiavi che lascia una lunga scia di cadaveri dal cuore dell'Africa
all'Europa.
Mi vergogno di appartenere a un paese che si dice cristiano, ma che di
cristiano ha ben poco. I cristiani sono i seguaci di Gesu' di Nazareth,
povero, crocifisso "fuori dalle mura", che si e' identificato con gli
affamati, i carcerati, gli stranieri. "Quello che avrete fatto a uno di
questi miei fratelli piu' piccoli lo avrete fatto a me".
Come possiamo dirci cristiani, mentre dalla nostra bocca escono parole di
odio e disprezzo verso gli immigrati e i rom? Come possiamo gloriarci di
fare le adozioni a distanza, mentre ci rifiutiamo di fare le "adozioni da
vicino"?
Come e' possibile avere comunita' cristiane che non si ribellano contro
queste tendenze razziste e xenofobe? E quand'e' che i pastori prenderanno
posizione forte contro tutto questo, proprio perche' tendenze necrofile?
Come missionario, da una vita impegnato a fianco degli impoveriti della
terra, oggi che opero su Napoli, sento che devo schierarmi dalla parte degli
emarginati, degli immigrati, dei Rom contro ogni tendenza razzista della
societa' e del nostro governo.
Rimanere in silenzio oggi vuol dire essere responsabili dei disastri di
domani.
Vorrei ricordare le parole del pastore Martin Niemoeller della Chiesa
confessante sotto Hitler: "Quando le SS sono venute ad arrestare i
sindacalisti, non ho protestato perche' non ero un sindacalista. Quando sono
venute ad arrestare i rom, non ho protestato perche' non ero un rom. Quando
sono venute ad arrestare gli ebrei, non ho protestato perche' non ero un
ebreo. Quando, alla fine, sono venute ad arrestare me, non c'era piu'
nessuno a protestare".
Non possiamo stare zitti: dobbiamo parlare, gridare, urlare. E' in ballo il
futuro del nostro paese. Soprattutto e' in ballo il futuro dell'umanita'.
Anzi, della vita stessa.
Diamoci da fare perche' vinca la vita!
Questa e' la mia reazione davanti agli ultimi avvenimenti nel nostro paese.
Se la condividi, aggiungi la tua firma, inviando una e-mail a:
online at nigrizia.it

5. AFGHANISTAN. ROSIE DIMANNO: I SUDARI SONO PER I MORTI
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo di
Rosie DiManno apparso sul "Toronto Star" del 16 maggio 2008.
Rosie DiManno, giornalista, editorialista del "Toronto Star", e'
corrispondente dall'Afghanistan dal 2001]

Kabul, Afghanistan. I sudari servono per i funerali. Ma non in Afghanistan,
dove la vita pubblica per le donne gira ancora tutta sul coprirsi,
sull'oscurare l'essere femmine. Sei anni dopo la caduta dei talebani il
burqa c'e' ancora, persino in una capitale che sembra correre a rotta di
collo verso la modernita', come se volesse saltare millenni in un unico
respiro affannoso. Tradizione, pressioni familiari, timidezza, sicurezza
personale, sono le ragioni addotte per cucire metri e metri di tessuto
ondeggiante che formano una cascata dalla testa alle caviglie. La diffusione
del burqa resta immutata, anche se nella capitale e' indossato solo da una
ristretta minoranza di donne. Fuori da Kabul, specialmente nel sud pashtun
ultrafondamentalista, la maggior parte delle femmine adulte non si
avventurerebbe mai per strada senza di esso, non si sognerebbe neppure di
farlo.
A dir la verita', il burqa non rende le donne nemmeno un briciolo meno
"provocanti" (se e' questa la paura), perche' cio' che e' proibito e' sempre
allettante per la natura umana. C'e' una civetteria "ti vedo e non ti vedo"
appena sotto la superficie nascosta, il lampo di un lembo di carne, unghie
dei piedi dipinte in sandali elaborati, braccialetti che tintinnano ai polsi
nudi. Persino le donne piu' conservatrici, anziane signore che sotto il
vestito che c'e' sotto il burqa indossano vecchi pantaloni, rivelano un
qualche vezzo nel voluminoso involucro. L'emancipazione e' una cosa in
incremento, in Afghanistan, letteralmente si puo' misurarla in centimetri.
Quelle donne che si erano tolte di dosso i burqa dopo la caduta dei talebani
ora vestono in abiti che coprono quasi tutte le gambe e portano magliette a
maniche lunghe, non importa quanto caldo faccia. E hanno sempre una sciarpa
su testa e spalle, spesso con un lembo alzato a coprire la meta' inferiore
dei loro volti. E' un gesto che hanno appreso dall'infanzia. Ma almeno
possono vedere e respirare piu' facilmente. Il burqa, che e' scomodissimo
perche' tutto il peso della stoffa e' sorretto dallo stretto cappuccio,
ottunde le percezioni sensorie, causa inciampi e cadute, perche' le donne
non possono vedere i propri piedi e il mondo attorno lo percepiscono
oscurato attraverso una fessura ricamata. Non c'e' alcuna giustificazione
religiosa per il burqa. E' interamente un prodotto del paternalismo e del
patriarcato, l'affermazione della proprieta' delle donne da parte degli
uomini, i soli autorizzati a vederle nella sfera privata della casa. Ma il
burqa, ben piu' del chador o del velo, e' qualcosa che rende le donne
infantili, come se fossero neonate avvolte nelle fasce. Indossandolo, le
donne sono costrette e controllate, non solo in modo simbolico. La
costrizione c'e' in ogni faticoso passo che una donna fa indossandolo.
*
La produzione di massa dei burqa ha accresciuto la loro scomodita', perche'
il modello piu' a buon mercato, che si puo' acquistare nei bazar per cinque
dollari, e' attualmente prodotto in Cina e fatto di poliestere, in cui si
respira ancora meno che nel cotone. Conosciuto come "il burqa di Herat",
perche' e' dapprima diventato disponibile in quella provincia occidentale,
non perde mai la pieghettatura o il colore. Il modello in cotone (in
maggioranza blu, ma ve ne sono anche di bianchi, marroncini e verdi) deve
essere regolarmente ricolorato, perche' stinge nel lavaggio, e le pieghe
devono essere laboriosamente rifatte.
I burqa piu' costosi, quelli attorno ai venti dollari, hanno almeno 400
pieghe fatte a coltello. Produrli a mano e' un'industria che sta svanendo a
Kabul, per via delle spese e del tedioso lavorio che comporta. Poiche' la
maggior parte del lavoro e' fatto dalle donne nelle loro case, e' difficile
per una straniera essere presente. Ma il "Toronto Star" ha ottenuto il
permesso di osservare il processo di fabbricazione di un burqa in una casa
privata, sebbene vi sia stata la proibizione di fotografare le femmine, due
sorelle adolescenti che passano ore a fare pieghe dopo essere tornate da
scuola. Hanno a disposizione strumenti primitivi. Lunghe pezze di stoffa
vengono distese e tenute ferme da mattoni e placche di metallo, mentre
vecchi ferri da stiro sono scaldati su una fiamma al propano. Una spugna
imbevuta di acqua, bianco d'uovo e amido e' usata per inumidire la stoffa.
Lavorando metodicamente, usando le dita dei piedi per contribuire a tener
teso il tessuto, le ragazze formano piega dopo piega, pochi centimetri alla
volta, ruotando i ferri caldi sulla stoffa man mano che procedono. La stanza
e' soffocante. Le ragazze guadagnano due dollari a pezza.
Il loro fratello maggiore Masjidi, che invece puo' essere fotografato, sta
dando una mano per l'ordinazione di oggi. Spiega che alle sue due sorelle
non e' ancora richiesto di indossare i burqa che fanno per via della loro
eta': hanno entrambe meno di 16 anni. Ma il loro momento si avvicina
rapidamente. "Il burqa non sparira' mai dall'Afghanistan", dice Masjidi, "E'
del tutto impossibile".
In altre case della citta', perche' persino la fabbricazione dei burqa e'
diventata un processo lavorativo da catena di montaggio, uomini e donne si
applicano al dettagliato ricamo, di solito usando macchine per cucire: i
finissimi ricami a mano possono prendere settimane per un solo abito, ed e'
roba per la nobilta' e per le mogli dei signori della guerra.
I pezzi vengono assemblati ad un ulteriore stadio di produzione, in un'altra
casa privata. Ed e' qui che saltano fuori persone come Mohammed Yaqub.
Cinquantenne, padre di otto figli, Mohammed passa l'intera giornata chino su
una vecchia macchina per cucire cinese, un attrezzo con manovella. Taglia la
stoffa pieghettata, velocemente crea la parte del cappuccio e cuce i pezzi
insieme. Ne fa 140 a settimana, e guadagna venti centesimi per ogni capo
completo.
Mohammed Yaqub pensava che dopo la caduta dei talebani il burqa sarebbe
scomparso in fretta, almeno da Kabul. Ma non e' accaduto: "Le donne si
sentono piu' sicure, in strada, se lo indossano. E la maggior parte degli
uomini vuole che le loro donne nascondano il viso. Svergognano la famiglia,
se non lo fanno". Mohammed aggiunge pero' che non sarebbe affatto
dispiaciuto se il burqa diventasse una reliquia di tempi passati. "Sono
stanco di questo lavoro", dice, "E sto diventando cieco a farlo".

6. RIFLESSIONE. BENEDETTO VECCHI INTERVISTA MARK LEVINE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 21 maggio 2008, col titolo "Quell'uscita
di sicurezza dal Wal-Mart dell'identita'" e il sommario "Un'intervista con
l'autore del libro Perche' non ci odiano. La vera storia dello scontro di
civilta'. Una corrosiva e brillante analisi della globalizzazione e delle
forme di resistenza che si sviluppano nel Nord e nel Sud del pianeta".
Benedetto Vecchi e' redattore delle pagine culturali del quotidiano "Il
manifesto"; nel 2003 ha pubblicato per Laterza una Intervista sull'identita'
a Zygmunt Bauman.
Mark LeVine e' docente di Storia moderna del Medio Oriente alla University
of California, saggista, poliedrico intellettuale. Opere di Mark LeVine:
Perche' non ci odiano, DeriveApprodi, 2008 (ma cfr. anche la postilla
bibliografica in coda all'intervista che segue)]

Lo stile di vita, le istituzioni politiche, insomma l'ethos dominante negli
Stati Uniti rischia di essere sommerso dalla crescente marea dei latinos,
portatori di identita' altre rispetto a quella statunitense. Si chiude cosi'
il libro di Samuel Hungtinton sul sotterraneo !scontro di civilta'" che
caratterizza la vita del pianeta. Il discusso studioso americano non poteva
certo prevedere che il titolo del suo pamphlet diventasse la chiave
interpretativa di tutti i conflitti che vedono coinvolti gli Stati Uniti.
C'e' lo scontro di civilta', infatti, dietro l'attacco dell'11 settembre al
World Trade Center e la reazione statunitense culminata nell'invasione
dell'Afghanistan e dell'Iraq. C'e' scontro di civilt‡ dietro le tensioni tra
gli Stati Uniti e l'Iran o tra Washington e la Corea del Nord. All'orizzonte
si sta profilando forse il padre di tutti gli scontri di civilta' del
futuro, quello cioe' tra Pechino e tutto il mondo occidentale. Da una parte
quindi il "nostro" Occidente, dall'altra il resto del pianeta. Una
rappresentazione dove all'Occidente spetta la palma della superiorita' nelle
istituzioni politiche, nel rispetto dei diritti individuali, della
democrazia, mentre il libero mercato, va da se', e' il modo migliore per
produrre la ricchezza.
Mark LeVine e' un giovane studioso - insegna Storia moderna del Medio
Oriente alla University of California - a cui il paradigma dello scontro di
civilta' sta stretto, anzi lo considera il risultato di una vera e propria
campagna ideologica per garantire l'egemonia occidentale sul pianeta. Nel
volume Perche' non ci odiano (DerivaApprodi, pp. 314, euro 20) sostiene che
ci sono molti piu' punti di contatto tra un businessman del Marocco e della
California che non tra un operaio di Chicago e un manager wasp di Wal Mart.
Per LeVine, infatti, la globalizzazione ha favorito la crescita di una elite
globale che condivide non la religione, ma la stessa propensione a vivere
come un corpo seprato all'interno degli stati-nazione dove sono nati. Per il
resto della popolazione mondiale, invece, l'articolazione delle identita',
delle forme di vita produce un patchwork in cui, ad esempio, l'Islam convive
con la musica heavy metal o il rap.
L'intervista e' avvenuta in due tornate. Prima in rete e poi vis-a'-vis,
visto che lo studioso e' in Italia per presentera il suo libro.
*
- Benedetto Vecchi: Il tuo libro ribalta l'immagine dominante sull'ostilita'
dell'Islam verso l'Occidente. Sostieni, ad esempio, che non ci sono molte
differenze tra un musulmano del Cairo e un "americano medio" verso i
terroristi; e che entrambi manifestano una certo ostilita' verso il potere
costituito. E' proprio cosi'?
- Mark LeVine: Le differenze culturali tra l'America profonda -
un'espressione che negli Stati Uniti viene usata per indicare i bianchi
evangelici, i colletti bianchi o gli operai triturati dalla
globalizzazione - e i musulmani conservatori del mondo arabo sono di gran
lunga meno profonde di quanto gli studiosi mainstream sostengono. Entrambi
propongono una lettura nazionalista e religiosa del proprio mondo,
rappresentato come un fortino assediato da infidi nemici al soldo di Satana.
Una visione luciferina della realta' che li porta a giustificare, seppur da
parti opposte della barricata, il conflitto tra gli Stati Uniti e il mondo
islamico. Le identita' che esprimono sono "identita' resistenti"
caratterizzate dalla paura verso tutto cio' che mette in discussione stili
di vita e autorita' consolidate. Da qui la richiesta di leaders che
esprimano virilmente forza e determinazione nel reagire, a nome del gruppo,
alle minacce dei "nemici". Questi i punti di contatto. C'e' pero' una cosa
che mi ha enormente sorpreso nei miei prolungati soggiorni nel mondo
islamico: i musulmani conoscono meglio di noi statunitensi la storia dei
rapporti tra Occidente e mondo islamico. Questo provoca una "disconnessione"
tra quanto pensano gli americani e la maggioranza dei musulmani. Negli Stati
Uniti, ad esempio, la maggioranza della popolazione ha ritenuto che la
scelta di Washington di invadere l'Afghnaistan e l'Iraq era mossa da
intenzioni "nobili" - la liberta', la democrazia, i diritti umani, la
sicurezza -, e nonostante i disastri sociali e politici provocati pochi sono
i dubbi manifestati sulla buona fede della nostra politica estera. Diverso
e' invece il giudizio dei musulmani, che si limitano a constatare
empiricamente che quelle scelte erano un non senso. Questa disconnessione
non produce pero' un odio verso gli statunitensi: semmai e' odiata, come ha
ammesso piu' volte lo stesso Pentagono, la politica estera di Washington.
Per queste ragioni considero essenziale definire un'agenda politica che
favorisca il rapporto tra attivisti europei, statunitensi e attivisti
presenti nei paesi islamici. Un'agenda politica che porti a quella "cultura
jamming" all'interno della quale tessere alleanze per costruire una
globalizzazione inclusiva, basata su uno sviluppo economico sostenibile ed
egualitario.
*
- Benedetto Vecchi: Scrivi molto della diffusione globale di stili di
espressione, di forme artistiche che vengono plasmate a secondo dei contesti
locali. Vuoi dire che la globalizzazione neoliberista vada fermata, mentre
quella culturale no?
- Mark LeVine: Nell'attuale globalizzazione il sociale e l'economico sono
stati "culturalizzati". Mi spiego: le imprese basano oramia i loro profitti
sul potere del brand, mentre fanno fare il lavoro "sporco" a una rete di
imprese esterne. Tutto questo significa che imprese come Nike o Microsoft
vendono idee di una merce che e' prodotta da altri. Inoltre, nel libro
scrivo della "walmartizzazione" dell'economia globale. Wal Mart non e' solo
un'impresa transnazionale, ma anche un modello di relazione tra capitale e
forza-lavoro opposto a quello comunemente definito fordista. Nelle fabbrica
automobilistiche di Henry Ford, e' noto, i salari erano relativamente alti
in modo tale che operai potevano acquistare il modello T che producevano.
Wal Mart paga invece salari cosi' bassi che i suoi dipendenti riescono solo
a sopravvivere. Questa tendenza al ribasso salariale vale in tutto il mondo.
Ad esempio, in Giordania, le imprese non assumono lavoratori giordani o
palestinesi, bensi' uomini e donne provenienti dal Bangladesh o dal Pakistan
perche' sono "cheaper", cosi' leggeri che possono essere pagati pochissimo e
essere sostituiti in ogni momento. E questo accade anche a Dubai, in
Israele, ovunque. Attualmente Rotana, il gigante saudita
dell'intrattenimento, sforna merci culturali all'interno di uno modo di
produzione che non e' poi cosi' diverso da quello che gli intellettuali
islamici denunciavano come strumento occidentale per cancellare la
diversita' culturale dell'Islam. Allo stesso tempo, si sono manifestate
forti tendenze underground dove l'ibridazione tra l'Islam e altre "culture"
e' molto accentuata. Ad esempio i giovani musulmani - il piu' importante
gruppo demografico dei paesi arabi - producono artefatti culturali
"contaminati". E cosi' esistono moltissime band di giovani islamici che
fanno Heavy Metal. Questa e' la "cultura jamming", il lato positivo della
globalizzazione che puo' aiutare la formazione di azioni politiche e
relazioni economiche alternative a quelle proposte dagli estremisti
neoliberisti o religiosi.
*
- Benedetto Vecchi: Nel volume la globalizzazione e' sinonimo di
diseguaglianze, una bomba a tempo che puo' portare a una nuova guerra
globale, ben piu' temibile di quella preventiva voluta da Goerge W. Bush. Ti
dilunghi inoltre sull'ascesa della Cina e dell'India. Non credi che proprio
il loro fragoroso ingresso nel salotto buono dell'economia mondiale portera'
a un altro tipo di globalizzazione e che occorrera' considerare ricomposta
quella che lo studioso Ken Pomeranz ha chiamato chiama "grande divergenza"?
- Mark LeVine: Il libro di Pomeranz La grande divergenza e' importante
perche' invita a guardare alle vicende attuali all'interno di una
prospettiva storica di lunga durata. Pomeranz afferma che fino al 1750 la
Cina era la societa' economicamente e socialmente piu' sviluppata del mondo.
Poi, una combinazione di fattori (presenza di enormi risorse naturali come
il carbone e il legname unita all'accesso coloniale alle miniere di argento
del Nuovo mondo) ha permesso ad alcuni paesi del vecchio continente -
Inghilterra, Francia e piu' tardi la Germania - di conquistare la leadership
dell'economia mondiale. Concordo con questa ricostruzione, perche' aiuta a
comprendere il fatto che lo sviluppo capitalista europeo e piu' tardi
statunitense si e' basato su cio' che io chiamo la "matrice della
modernita'". Il colonialismo e il nazionalismo sono fenomeni ampiamente
studiati: senza di essi non sarebbe stato possibile lo sviluppo capitalista.
Altrettanto studiata e' la tendenza a ridurre a entita' misurabili i
fenomeni sociali. Una tendenza alla razionalizzazione usata per costruire
l'ideologia della superiorita' etica, culturale dell'Occidente rispetto al
resto del pianeta. L'attuale rilevanza della Cina e dell'India nel panorama
mondiale e' sicuramente in controtendenza rispetto alla storia degli ulrimi
secoli. Tuttavia la realta' che si cela dietro il "miracolo asiatico" e'
meno rosea di quanto venga sostenuto. In Cina, ad esempio, la democrazia
rimane un miraggio, mentre l'oppressione in cui e' tenuta gran parte della
popolazione e l'aumento delle diseguaglianze sociali sono i prezzi pagati
dai cinesi per lo sviluppo economico. A completare questo fosco affresco
c'e' il vorticoso spostamento di milioni di contadini verso le metropoli.
L'India, dal canto suo, e' certo un paese democratico, ma con milioni di
lavoratori che ricevono salari poco sopra il livello di poverta', mentre si
moltiplicano le denunce di corruzione del personale politico e della
burocrazia statale. Il miracolo economico cinese e indiano sta si' cambiando
gli equilibri nella globalizzazione, ma non rappresenta un modello
alternativo ad essa. La Cina e l'India costituiscono semmai un esempio di
come funziona oggi la globalizzazione.
*
- Benedetto Vecchi: Secondo te l'Islam e' diventato un brand globale.
Provocazione per provocazione: non pensi che la rivendicazione di una
identita' islamica sia proprio un modo per affermare un brand che partecipa
al grande banchetto dell'economia mondiale?
- Mark LeVine: Dipende di quale Islam si parla. Esistono infatti
innumerevoli espressioni della cultura islamica, molte delle quali sono in
profondo e spesso radicale conflitto l'una contro l'altra. Ad esempio, si e'
sviluppata una cultura islamica neoliberista, spesso derisa come l'"Islam da
aria condizionata", che e' espressa dalla borghesia musulmana, una classe
sociale protagonista nella definizione delle politiche neoliberiste di
regime autoritari come l'Egitto, il Marocco, la Tunisia, dove la repressione
dei gruppi islamici e di altri oppositori e' stata particolarmente brutale.
Le elite islamiche neoliberiste vivono in comunita' recintate, sfoggiano
merci griffate, sono sempre connessi alla rete, proprio come le elite
occidentali. Comportamenti e stili di vita che hanno la loro
rappresentazioni nelle visioni distopiche proposte dall'architettura di
Dubai. Credo quindi anch'io che le elite dei paesi musulmani partecipano al
grande banchetto dell'economia mondiale. Ci sono pero' donne e uomini
islamici che si battono contro la poverta' nei loro paesi. La vera questione
e' come tutti noi, indipendentemente dalla nostra religione e nazionalita',
possiamo sederci a un tavolo dove ognuno possa mangiare secondo i suoi
bisogni. Questo significa trovare una via d'uscita dal neoliberismo, prima
che i danni sociali, ambientali e politici da esso prodotti diventino
irreversibili.
*
Appendice. Colpi di jamming contro il pensiero unico
Cultura jamming, ovvero manipolare artefatti culturali mainstream per
scagliarli contro l'ordine del discorso dominante. E' quanto fanno gruppi di
attivisti nel Nord e nel Sud del pianeta. Ma la cultura jamming e' anche il
risultato della fusione tra diverse culture all'interno di flussi che vanno
dal globale al locale e viceversa. Aiuta dunque a dimostrare il carattere
ideologico che assume il tema dell'identita' all'interno del discorso
politico contemporaneo. L'identita', infatti, e' sempre il risultato di un
processo di elaborazione di alcune caratteristiche per rendere omogenei
gruppi di uomini e donne segnati da differenze incommensurabili al loro
interno. L'identita' e' inoltre un patchwork di caratteristiche generiche
della specie umana approntato per rispondere a una contingenza o alla
richiesta di un trattamento differenziato di alcuni gruppi umani nel governo
politico della societa'. La politica dell'identita' e' l'ancella rispettosa
dell'ethos dominante. Piu' che mettere in discussione il monopolio
dell'esercizio del potere si propone infatti di renderlo piu' flessibile nel
rispondere alle insorgenze della realta' sociale. Per questo la tecnica
dello jamming diventa un potente strumento per svelare il carattere
artificiale del cosiddetto pensiero unico della globalizzazione. Perche'
invita a destrutturare l'immaginario collettivo, introducendo elementi che
ne evidenziano sempre il carattere ambivalente tra liberazione e
assoggettamento che esso ha. Il fatto che i giovani arabi sviluppino, come
dimostra Mak LeVine in Perche' non ci odiano, le loro culture jamming mostra
le faglie, i punti di rottura e le possibili via di fuga di un pensiero
unico che non riesce a normalizzare e pacificare societa' sempre piu'
globalizzate. La cultura jamming e' infine un potente antidoto alla
metafisica del suolo e del sangue, ma anche rispetto alla sua postmoderna
versione, il territorio. Al pari dell'identita', il territorio e' anch'esso
un'invenzione tesa a occultare i dominanti rapporti sociali "locali". E' la
matrice su cui viene inscritto il globale nel locale per sfruttarne le
potenzialita' e innovare cosi' le tecniche di governo del globale. La
cultura jamming corre cosi' in soccorso nella lotta contro le "ronde
culturali" approntate per prevenire la dissoluzione in atto del pensiero
unico.
*
Postilla bibliografica. Ritmi e parole di un Islam contro. Uno studioso
oltre lo scontro di civilta'. E oggi a Bologna presentazione del suo libro
Mark LeVine e' docente di Storia moderna del Medio Oriente alla University
of California. Ha pubblicato Reapproaching Borders: New Perspectives on the
Study of Israel-Palestine (Rowman and Littlefield); An Impossible Peace:
Oslo and the Burdens of History (Zed Books); Heavy Metal Islam: Rock,
Resistance and the Struggle for the Soul of Islam (Random House/Harmony
Books/Verso). Insieme a Viggo Mortensen ha curato Twilight of Empire:
Responses to Occupation (Perceval Press). Oltre all'attivita' accademica
LeVine ha lavorato, suonato e inciso pezzi con autori quali Mick Jagger,
Chuck D, Michael Franti, Dr. John, Ozomatli, Hassan Hakmoun, The Kordz
(Libano), MC Rai (Tunisia), Salman Ahmed (Pakistan), Reda Zine (Morocco),
Ghidian Qaymari (Palestina). Il suo libro Perche' non ci odiano. La vera
storia dello scontro di civilta' verra' presentato stasera a Bologna alle
ore 21 presso lo spazio pubblico XM24, via Fioravanti 24. A discutere con
l'autore su "Islam-Occidente e cultural jamming" ci saranno Sandro Mezzadra
(Universita' di Bologna) e Armando Salvatore (Universita' Orientale di
Napoli).

7. LETTURE. UMBERTO SANTINO: DALLA MAFIA ALLE MAFIE
Umberto Santino: Dalla mafia alle mafie. Scienze sociali e crimine
organizzato, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, pp. XII + 338, euro 22.
Un'opera di straordinaria rilevanza del maggior studioso dei poteri
criminali e punto di riferimento fondamentale del movimento antimafia.
Sviluppando considerevolmente il suo precedente La mafia interpretata, del
1995, in questo volume Umberto Santino offre ad un tempo sia una panoramica
critica della riflessione delle scienze umane sul fenomeno mafioso, sia per
cosi' dire una summa della sua proposta ermeneutica ed operativa (quel
"paradigma della complessita'" che ci sembra l'acquisto teorico cruciale del
movimento antimafia dell'ultimo mezzo secolo, e lo strumento fondamentale
suo per un agire consapevole e adeguato). Le parti su sociologia,
storiografia, criminologia ed economia sono di grande precisione ed
acutezza, quelle su psicologia, psicoanalisi e teologia piu' cursorie (anche
perche' la scelta dei testi di riferimento e' piu' ristretta e talora meno
perspicua, e non si tiene conto di altre opere specifiche e contestuali di
gran lunga piu' interessanti di quelle prese in considerazione - talche'
queste parti del libro potranno essere notevolmente approfondite e ampliate
in una prossima edizione. (Se dinanzi a un libro di tanto merito e' lecita
una puntuale perplessita' su un punto che potra' sembrar marginale: la
riflessione e l'azione della nonviolenza contro la mafia non e' riducibile
ne' alla sola opera ed eredita' grande di Danilo Dolci - che pure e' in
questo ambito, e non solo, la decisiva figura di riferimento -, ne'
tantomeno alla tradizione che fa specifico riferimento alla figura di Lanza
del Vasto; due esperienze peraltro assai distanti tra loro, la seconda delle
quali temiamo possa aver anche dato luogo a qualche possibile e non lieve
equivoco e fraintendimento). Con una simpatetica presentazione di Paolo
Jedlowski e Renate Siebert. Un libro la cui lettura e' indispensabile.

8. RILETTURE. MIGUEL DE UNAMUNO: ANTOLOGIA POETICA
Miguel de Unamuno, Antologia poetica, Alianza, Madrid 1977, 1986, pp. 112. A
cura di Jose' Maria Valverde, una selezione dell'opera poetica del grande,
grande don Miguel. Cosi' diceva Annibale Scarpante: "Ogni volta che sono
tornato ai versi di Unamuno sempre mi sono detto: quando saro' vecchio e
saggio mi dedichero' a volgerli in italiano, cosi' da illuminare i miei
tardi giorni e lenti. Ma vecchio sono ormai, e non diventero' mai saggio".

9. RIEDIZIONI. GEOFFREY PARKER: LA RIVOLUZIONE MILITARE
Geoffrey Parker, La rivoluzione militare, Il Mulino, Bologna 1990, "Il
giornale", Milano s.d. ma 2008, pp. 346, euro 6,90 (in supplemento al
quotidiano "Il giornale"). Un libro di grande interesse (purtroppo la
traduzione non e' sempre perspicua) che ricostruisce ed interpreta il ruolo
decisivo della innovazione tecnologica ed organizzativa in campo militare
nell'imposizione del dominio europeo sugli altri continenti nell'eta'
moderna.

10. RIEDIZIONI. SABINA PAVONE: LE ASTUZIE DEI GESUITI
Sabina Pavone, Le astuzie dei gesuiti. Le false "istruzioni segrete" della
Compagnia di Gesu' e la polemica antigesuita nei secoli XVII e XVIII,
Salerno, Roma 2000, "Il giornale", Milano s.d. ma 2008, pp. 310, euro 6,90
(in supplemento al quotidiano "Il giornale"). Non inganni il nudo titolo, e'
un libro di grande interesse di una storica di vaglia che acutamente
ricostruisce e interpreta la vicenda del celebre falso seicentesco dei
"Monita privata", del suo contesto e del suo impatto. Con una presentazione
di Adriano Prosperi. Una lettura che raccomandiamo.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 165 del 25 maggio 2008

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