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Voci e volti della nonviolenza. 184



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 184 del 30 maggio 2008

In questo numero:
1. Stefano Rodota': I diritti e la barbarie
2. Stefano Rodota': La politica e le torture di Bolzaneto
3. Stefano Rodota': Le leggi speciali
4. Et coetera

1. STEFANO RODOTA': I DIRITTI E LA BARBARIE
[Dal quotidiano "La Repubblica" del 22 marzo 2008 col titolo "I diritti e la
barbarie"]

Sacrificate ovunque in nome della sicurezza, le liberta' civili hanno
ricevuto un inatteso aiuto pochi giorni fa dalla Corte costituzionale
tedesca, che ha ritenuto illegittima una norma antiterrorismo fortemente
restrittiva dei diritti. Questa decisione e' importante per due motivi.
Perche' offre indicazioni nuove e significative per cogliere in concreto il
modo in cui si stanno modificando i rapporti tra i cittadini e lo Stato, per
individuare i rischi ai quali e' esposta la stessa democrazia e,
soprattutto, per mettere a fuoco le trasformazioni che sta conoscendo la
nostra personalita'. E perche' consente di misurare l'adeguatezza dei
programmi elettorali in circolazione rispetto alle complesse questioni ogni
giorno proposte dall'innovazione scientifica e tecnologica.
E al di la' di questo, perche' ci impone riflessioni su come la dignita'
delle persone sia oggi considerata nel nostro paese.
I giudici costituzionali tedeschi si sono trovati di fronte a questo
problema: fino a che punto si puo' frugare nei personal computer delle
persone, a loro insaputa, indagando su ogni loro attivita' e comunicazione,
magari predisponendo i computer proprio per renderne possibile il controllo
in qualsiasi momento? Una questione, come ben si vede, che riguarda tutti e
che rivela prospettive inquietanti. Tecnologie della liberta' - che ci hanno
appunto liberato dai vincoli del tempo e dello spazio, che hanno avviato un
nuovo modo di costruire le relazioni, personali, sociali, politiche -
possono essere integralmente rovesciate in tecnologie del controllo.
Consapevole di tutto questo la Corte non si e' limitata ad affermare
l'illegittimita' di quella norma, contenuta in una legge del land Nord
Reno-Westfalia, imponendo restrizioni rigorosissime a questa nuova forma di
perquisizione. Ha creato un nuovo diritto della persona: "il diritto
fondamentale alla garanzia della confidenzialita' e dell'integrita' del
proprio sistema tecnico-informativo", come espressione del diritto della
personalita'. La novita' e' grande. Il corpo di ciascuno di noi si allarga
fino a comprendere gli strumenti tecnologici di cui ci serviamo nella vita
quotidiana. La Corte costituzionale tedesca non rafforza solo la garanzia
giuridica. Crea una nuova antropologia. Su questo nuovo corpo, insieme
fisico e tecnologico, "non si possono mettere le mani". Viene cosi'
rinnovata l'antica promessa della Magna Charta e nasce un nuovo habeas
corpus.
Questa decisione non arriva a caso. Alle sue spalle vi e' una lunga
riflessione, cominciata nel 1983 con una sentenza sempre della Corte
costituzionale tedesca che, riconoscendo il diritto all'autodeterminazione
informativa, ha notevolmente influenzato l'intera riflessione su privacy e
liberta'. E', dunque, il risultato di una cultura sedimentata che, proprio
per questo, fornisce anticorpi adeguati, che consentono di affrontare i
problemi senza abbandonarsi alle derive tecnologiche, senza diventare
ostaggi della regressione civile che fa diventare la sicurezza un imperativo
totalizzante, in nome del quale diritti e liberta' possono essere
tranquillamente accantonati.
Se proviamo a cercare tracce di una simile cultura nei nostri programmi
elettorali, si e' a dir poco delusi. Con tanto parlare di modernita' e di
futuro, e' sostanzialmente scomparsa proprio l'intera questione del
significato e degli effetti delle innovazioni scientifiche e tecnologiche,
dunque il tema capitale del nostro tempo. I problemi legati alla biologia ed
alla genetica, quelli cosiddetti "eticamente sensibili", non devono entrare
nella campagna elettorale perche' "divisivi", perche' possono turbare
qualche finto idillio tra schieramenti e dividere i partiti al loro interno.
Ai problemi tecnologici si dedica qualche scappellata, simile
all'indimenticata promessa di "un computer per ogni studente". Oggi, ad
esempio, si promette "banda larga per tutti". Ma, se pure questo programma
venisse realizzato e cosi' reso piu' agevole e generalizzato l'accesso al
sistema della comunicazione elettronica, quali sarebbero i suoi effetti?
Senza affrontare la questione delle garanzie dei diritti si creerebbe una
situazione nella quale i cittadini vedrebbero si' allargata la possibilita'
del loro agire tecnologico, ma al tempo stesso si trasformerebbero in
ostaggi di una tecnologia che permette di scrutare nel profondo la loro
vita. Per salvarsi, dovrebbero rinunciare proprio ad utilizzare la
tecnologia loro elargita. La contraddizione e' evidente, ma e' facilmente
spiegabile tenendo presente l'enfasi ossessiva sulla sicurezza, la palese
rinuncia a subordinare le logiche di polizia al rispetto dei vecchi e nuovi
diritti fondamentali delle persone.
La salvezza arrivera' da lontano, dalla lungimiranza di giudici come quelli
tedeschi? "Dalla barbarie ci salvera' l'Europa", era il titolo di un
bell'articolo di Antonio Cassese che richiamava l'attenzione su due sentenze
della Corte europea dei diritti dell'uomo che ribadivano con forza come le
esigenze della lotta al terrorismo "non possono assolutamente portare ad una
compressione dei nostri diritti umani, ne' di quelli dei presunti
terroristi". La sentenza della Corte costituzionale tedesca e' una sfida ad
un'altra Europa, quella dei ministri degli Interni e di quei commissari
europei che vogliono realizzare proprio le forme di controllo capillare
ritenute incompatibili con la liberta' della persona. E rende cosi'
manifesto il conflitto tra una politica sempre meno attenta ai diritti e una
giustizia, costituzionale ma non solo, che incarna in modo sempre piu' netto
il soggetto istituzionale al quale e' affidato il compito di garantire,
insieme ai diritti, gli equilibri democratici. Basta ricordare, ad esempio,
l'intervento della Corte Suprema degli Stati Uniti sulla vicenda di
Guantanamo o le sentenze della Corte costituzionale italiana su alcune delle
cosiddette "leggi vergogna" del quinquennio berlusconiano.
Grande e' la responsabilita' dei giudici costituzionali e della cultura
giuridico-politica nel garantire il pieno rispetto e lo sviluppo delle
liberta' e dei diritti fondamentali. Ne' occhi chiusi, ne' sguardo rivolto
all'indietro. Bisogna reinterpretare le norme costituzionali esistenti, non
solo creare diritti nuovi. Ad esempio: che cosa diventa la liberta' di
circolazione in citta' sempre piu' videosorvegliate? Si puo' continuare a
parlare di liberta' e sicurezza delle comunicazioni quando i dati
riguardanti il traffico telefonico sono conservati per otto anni? Se non si
risponde in modo adeguato a queste domande, si rischia di lasciare senza
garanzie costituzionali proprio le situazioni piu' fortemente modificate
dalle tecnologie.
Bisogna opporsi ad ogni forma di "degradazione dell'individuo", dando la
piu' ampia portata a questa efficace espressione dei nostri giudici
costituzionali. Di nuovo i giudici. Ad essi, e solo ad essi, si deve
l'agghiacciante catalogo delle violenze nella caserma di Bolzaneto a Genova.
Una sequenza di orrori che, senza esagerazioni, richiama quelli della
prigione irachena di Abu Ghraib, di fronte ai quali le altre istituzioni
erano rimaste sostanzialmente silenziose e ai quali una parte consistente
del mondo politico aveva offerto una vergognosa copertura (sarebbe il caso
di ripubblicare, senza commenti, molte dichiarazioni di questi anni). La
dignita' umana, cardine della nostra Costituzione e proclamata "inviolabile"
in apertura della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, non
aveva mai conosciuto in Italia una cosi' profonda mortificazione.
"Pieta' l'e' morta"? Vien proprio voglia di rispondere di si' quando, ad
esempio, si torna con la memoria alla violenza esercitata su una donna che,
a Napoli, aveva legittimamente interrotto la sua gravidanza. Violenza che
non e' tanto quella dell'interrogatorio poliziesco, ma di chi ha
ripetutamente e pubblicamente accusato quella donna di "aver ucciso un
bambino malato". La cultura del rispetto e' scomparsa da tempo dal nostro
dibattito politico, ma non era mai accaduto che la violazione della dignita'
costituisse il segno d'una posizione politica ufficiale.

2. STEFANO RODOTA': LA POLITICA E LE TORTURE DI BOLZANETO
[Dal quotidiano "La Repubblica" del 28 marzo 2008 col titolo "La politica e
le torture di Bolzaneto"]

Quando a Bruxelles si scriveva la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione
europea, qualcuno osservo' che forse non era il caso di fare un riferimento
esplicito alla tortura. La prima dichiarazione dei diritti del nuovo
millennio, si diceva, doveva guardare al futuro, non attardarsi su
anacronismi, certamente nobili, ma che l'Occidente civilizzato si era ormai
lasciati alle spalle. Saggiamente si decise di resistere a questa
tentazione, e cosi' il divieto, gia' con forza ribadito dalla Convenzione
dell'Onu del 1984, e' stato mantenuto nell'articolo 4 della Carta: "Nessuno
puo' essere sottoposto a tortura, ne' a trattamenti inumani o degradanti".
Si era alla fine del 2000. Di li' a poco sarebbero venuti Guantanamo e Abu
Ghraib, le deportazioni verso compiacenti paesi torturatori, i suggerimenti
del professor Dershowitz per una tortura "legalizzata" e il veto del
presidente Bush contro una sia pur limitata legge antitortura. E Bolzaneto,
Italia. L'Occidente ha dovuto di nuovo fare i conti con il suo lato piu'
oscuro, rimosso non cancellato.
In Italia tutti sapevano, o comunque si era di fronte ad una vicenda per la
quale davvero l'ignoranza non scusa. Voci diverse si erano levate, le
testimonianze si moltiplicavano, ricordo tra le tante la narrazione di un
noto giornalista sportivo che, con una straordinaria freddezza di cronista,
riferiva lo stato in cui aveva ritrovato suo figlio. Ma i fatti della Diaz e
di Bolzaneto venivano progressivamente respinti sullo sfondo, sopraffatti
dalle violenze dei black block e dall'uccisione di Carlo Giuliani. Sembrava
quasi che le violenze dei manifestanti e la reazione mortale d'un
carabiniere appartenessero ad una normalita' perversa, ma governata da una
sorta d'invincibile fatalita'; e descrivessero comunque qualcosa che puo'
accadere quando pulsioni e paure si fanno troppo forti.
Bolzaneto no. Da li' si voleva distogliere lo sguardo. In quelle stanze
s'era manifestata all'estremo la "degradazione dell'individuo" tante volte
ritenuta inammissibile dalla Corte costituzionale. Ufficialita', perbenismo,
cattiva coscienza rifiutavano di specchiarsi nella negazione dell'umano.
Proprio quella negazione e' svelata dal tremendo catalogo compilato dai
magistrati genovesi, e squadernato davanti all'opinione pubblica
dall'iniziativa di questo giornale, dagli implacabili reportage di Giuseppe
D'Avanzo. Il silenzio istituzionale e' stato rotto, la stampa ha ritrovato
la sua funzione di ombudsman diffuso, l'opinione pubblica non puo' piu'
trincerarsi dietro il "non sapevo". E tuttavia la reazione gia' appare
attutita, inadeguata. Non e' venuta un'attenzione corale del sistema
dell'informazione: rispetto della regola gelosa per cui non si riprendono le
notizie lanciate dagli altri? Non e' venuta un'attenzione vera e intensa
dall'intero sistema politico: l'eterno gioco delle convenienze, l'eterna
vocazione a minimizzare? Sta di fatto che, dopo i fuochi dei primi giorni,
e' tutto un troncare, sopire... Le norme non ci sono - si dice. Al massimo
ci saranno stati comportamenti "devianti" di qualche sconsiderato. E ci si
acquieta.
Ma i Paesi davvero civili, le democrazie non ancora perdute dietro riti
televisivi insensati reagiscono quando scoprono i loro vuoti, le loro
inadeguatezze. S'interrogano sulle ragioni, si mettono in discussione.
Proprio il trovarsi nel cuore d'una campagna elettorale avrebbe dovuto
favorire il parlar chiaro, gli impegni netti, la sfida alle proprie
pigrizie. Perche' non dire subito che la prima proposta di legge (o la
seconda o la terza, non importa) sarebbe stata proprio quella volta a
colmare la vergognosa lacuna dell'assenza di una norma sulla tortura, che
rende inadempiente l'Italia non di fronte a un trattato tra i tanti, ma di
fronte all'umanita' intera? Perche', tra le varie iniziative e commissioni
annunciate con fragore di trombe, non ne e' stata inclusa una incaricata di
preparare proprio quel testo? Perche' tra gli impegni bipartisan su temi di
grande e comune interesse, che dovrebbero vedere dopo le elezioni gli sforzi
congiunti di maggioranza e opposizione, non compare la questione della
tortura, l'impegno a rendere finalmente operante in Italia la Convenzione
dell'Onu dopo un quarto di secolo di disattenzioni e di ritardi?
Non basta tornare sulla proposta di una commissione parlamentare
d'inchiesta. Conosciamo, purtroppo, il degrado di questo strumento: non sono
piu' i tempi della Commissione De Martino sul caso Sindona o della
Commissione Anselmi sulla P2. E, comunque, si tratta di qualcosa di la' da
venire, che puo' assumere il sapore del rinvio. Mentre gia' oggi, pur con le
lacune della legislazione penale, sono possibili impegni istituzionali e
politici, vincolanti almeno per il futuro ministro dell'Interno: ricorso a
tutti gli strumenti amministrativi disponibili per emarginare chi e' stato
protagonista di quelle vicende; pubblica condanna, senza troppi distinguo,
nel momento stesso dell'assunzione dell'incarico. Una difesa della polizia
in quanto tale puo' essere intesa come una promessa di copertura, la
banalizzazione degli atti di violenza assomiglia ad una sorta di annuncio di
una loro inevitabile ripetizione. Che cosa dire di fronte all'affermazione
di un ex-ministro della Giustizia che, parlando di persone obbligate tra
l'altro a stare in piedi per ore, si sente autorizzato a fare battute di
pessimo gusto sui metalmeccanici che sono in questa condizione ogni giorno
per otto ore? Ma l'irresponsabilita' politica viene da lontano. Ricordo un
sottosegretario alla Giustizia, poi transitato nelle schiere garantiste
quando le inchieste giudiziarie cominciarono a riguardare il ceto politico,
che venne alla Camera dei deputati a parlare di violenze carcerarie
sostenendo che, avvertiti di un trasferimento, alcuni detenuti si erano
"sporcati il viso con vernice rossa".
Giuliano Amato ha sottolineato che "si e' strillato molto piu' per
Guantanamo che non per Genova. Siamo piu' sensibili ai diritti umani nel
mondo che al loro rispetto in casa nostra". Chiediamoci perche', allora. E
la risposta va cercata proprio nell'eclissi sempre piu' totale della cultura
dei diritti, sopraffatta da un'enfasi sproporzionata e strumentale sul
bisogno di sicurezza. I diritti disturbano, possono essere sospesi, com'e'
appunto accaduto a Bolzaneto. La fabbrica della paura e' divenuta parte
integrante della fabbrica del consenso. Basta girare per il centro di Roma,
dove si circola senza particolari problemi, invaso da manifesti davvero
bipartisan che ossessivamente promettono sicurezza, e solo sicurezza. Quale
enorme responsabilita' assume in questo modo la politica, creando un clima
che induce a ritenere giustificata qualsiasi reazione.
E non si insiste, come sarebbe doveroso, sul fatto che la magistratura, una
volta di piu', e' stata l'unica istituzione capace di vera e civile
reazione. Si colgono, anzi, atteggiamenti stizziti, dietro i quali non e'
difficile scorgere il disagio di chi avverte che l'inchiesta di Genova non
rivela soltanto comportamenti inqualificabili, ma mette a nudo i limiti
della politica. Si celebrano i giudici lontani, com'e' giustamente accaduto
quando la Corte Suprema degli Stati Uniti condanno' le violazioni dei
diritti a Guantanamo. Troppi dimenticano di dire che la vergogna di Genova
puo' cominciare ad essere riscattata solo contrapponendo la civilta'
giuridica e la lealta' istituzionale dei magistrati genovesi alla violenza
contro l'umano e la legalita' consumata a Bolzaneto.

3. STEFANO RODOTA': LE LEGGI SPECIALI
[Dal quotidiano "La Repubblica" del 27 maggio 2008 col titolo "Le leggi
speciali"]

Disse una volta il primo ministro inglese Margareth Thatcher: "La societa'
non esiste". Simile l'impostazione del "pacchetto sicurezza", all'origine di
quella "politica militarizzata" sulla quale ha richiamato l'attenzione
Giuseppe D'Avanzo.
Ma, inviato a Napoli con un ruolo a meta' tra il Fassbinder di Germania in
autunno (dove la madre del regista invoca un dittatore "buono e giusto") e
il Tarantino di Pulp Fiction ("Il mio nome e' Wolf, risolvo problemi"), il
sottosegretario Bertolaso ha subito dovuto fare i conti proprio con la
societa', ha dovuto mettere tra parentesi gli strumenti autoritari e si e'
incontrato con i sindaci, i rappresentanti dei partiti e persino con i
rappresentanti dei terribili centri sociali.
Non e' il caso di fare previsioni sull'esito di questa partita
difficilissima. Registriamo uno scacco della logica militare, ma non
lasciamoci fuorviare da un episodio e consideriamo con attenzione il nuovo
modello di governo della societa' affermato con il "pacchetto". E' accaduto
qualcosa di nuovo, che mette alla prova i principi della democrazia e dello
Stato costituzionale di diritto, ponendo l'eterna questione del modo in cui
si puo' legittimamente reagire ad emergenze difficili senza travolgere quei
principi. La storia e' piena di queste vicende, molte delle quali hanno
provocato trasformazioni che, in modo duro o "soffice", hanno alterato la
natura della democrazia.
Un punto e' indiscutibile. E' nato un diritto "speciale", fondato su una
sostanziale sospensione di garanzie fondamentali. Una duplice specialita'.
Da una parte riguarda il territorio, poiche' ormai in Campania vige un
diritto diverso da quello di altre regioni. Dall'altra riguarda le persone,
perche' per lo straniero vige un diritto che lo discrimina e punisce in
quanto tale, anche per comportamenti per i quali la sanzione penale e'
chiaramente impropria e sproporzionata o ingiustificatamente diversa da
quella prevista per altri soggetti che commettono lo stesso reato.
Colpisce la contemporaneita' di provvedimenti che sembrano collocare nella
categoria dei "rifiuti" sia le cose che le persone, la spazzatura da
smaltire e l'immigrato da allontanare. E tuttavia una distinzione bisogna
farla, non per attenuare la gravita' di quanto e' avvenuto, ma per
analizzare ciascuna questione nel modo piu' adeguato. L'emergenza rifiuti in
Campania ha una evidenza tale, una tale carica di pericolosita' anche per la
salute, da rendere indifferibili provvedimenti urgenti. Ma l'insieme delle
nuove regole fa nascere un modello che produce una "eccedenza" autoritaria
inaccettabile.
In Campania, in materia di rifiuti, e' stato cancellato il sistema del
governo locale. Le aree individuate per la loro gestione sono dichiarate "di
interesse strategico nazionale", con conseguente militarizzazione e
attribuzione al sottosegretario Bertolaso della direzione di tutte le
autorita' pubbliche: a lui vengono subordinati "la forza pubblica, i
prefetti, i questori, le forze armate e le altre autorita' competenti", con
una concentrazione di potere assoluto davvero senza precedenti. Un
accentramento di potere si ha anche per la magistratura, con la creazione di
una superprocura per i rifiuti, con la centralizzazione dell'esercizio
dell'azione penale e dello svolgimento delle indagini preliminari. La stessa
logica accentratrice e' alla base dell'attribuzione al solo giudice
amministrativo di tutte le controversie riguardanti la gestione dei rifiuti,
anche per le "controversie relative a diritti costituzionalmente garantiti".
Vengono creati nuovi reati, per il semplice fatto di introdursi in una delle
aree "militarizzate" o per l'aver reso l'accesso "piu' difficoltoso": una
formula, questa, di cosi' larga interpretazione che puo' risolversi in
inammissibili restrizioni di diritti costituzionalmente garantiti, come
quello di manifestare liberamente.
L'insieme di questi provvedimenti e' impressionante. Nessuno, ovviamente,
puo' spendere una sola parola a difesa di un sistema di governo locale
assolutamente inefficiente. E' essenziale, tuttavia, rimuovere anche le
cause ambientali, camorristiche e affaristiche, che hanno accompagnato
l'inerzia e la complicita' degli amministratori locali: senza queste misure,
il ritorno della mala amministrazione, magari in altre forme, rischia
d'essere inevitabile e le misure prese rischiano di non funzionare (come si
allentera' la presa camorristica sul trasporto dei rifiuti?). Inaccettabile,
pero', appare la manipolazione del sistema giudiziario. Il Governo si
sceglie i magistrati che devono controllare le sue iniziative. Viene
aggirato l'articolo 102 della Costituzione, che vieta l'istituzione di
giudici straordinari o speciali. La garanzia dei diritti costituzionalmente
garantiti e' degradata. La legalita' costituzionale e' complessivamente
incrinata.
Interrogativi analoghi pone l'altro diritto "speciale", riguardante gli
immigrati. A parte l'inammissibilita' di alcune scelte generali, contrarie
ai principi costituzionali riguardanti l'eguaglianza e la stessa dignita'
delle persone, siamo di fronte a norme destinate a far crescere inefficienza
e arbitri, a perpetuare un sistema che genera irregolarita'. Si e'
sottolineata l'impossibilita' di applicare le nuove misure senza far saltare
il sistema giudiziario e carcerario. Tardivamente ci si e' resi conto che si
possono provocare sconquassi sociali, e si e' detto che si porra' rimedio al
problema delle badanti, distinguendo caso per caso. Ma sara' davvero
possibile fare accertamenti di massa, controllare centinaia di migliaia di
persone? E ha senso limitarsi alle badanti o e' indispensabile prendere in
considerazione anche colf e altre categorie di lavoratori altrettanto
indispensabili, come hanno sottolineato molte organizzazioni, Caritas in
testa? Provvedimenti giustificati con la volonta' di ristabilire l'ordine,
si rivelano fonte di nuovo disordine e ulteriori irregolarita'.
Ma contraddizioni, difficolta' di funzionamento, smagliature, non possono
far sottovalutare la creazione di un modello di governo della societa' che
ha tutti i tratti della "democrazia autoritaria": centralizzazione dei
poteri, abbattimento delle garanzie, restrizione di liberta' e diritti,
sostegno plebiscitario. Si affrontano questioni dell'oggi, ma si parla del
futuro. Si coglie la societa' italiana in un momento di debolezza
strutturale, e si modificano le condizioni dell'agire politico. Si lancia un
messaggio che rafforza i pregiudizi e diffonde la logica della mano dura:
non sono un caso le aggressioni romane a immigrati e gay. Qui e' la vera
riforma istituzionale, qui il rischio di uno strisciante mutamento di
regime.
Un virus e' stato inoculato nel sistema politico e istituzionale. Esistono
anticorpi che possano contrastarlo? In democrazia, questi consistono nel
Parlamento, nel ruolo dell'opposizione, nel controllo di costituzionalita',
nella vitalita' dell'opinione pubblica. Ma una ferrea maggioranza annuncia
il Parlamento come luogo di pura ratifica delle decisioni del Governo.
L'opposizione sembra riservarsi quasi esclusivamente "un potere di
emendamento", che la mette a rimorchio delle iniziative del Governo. Molto
lavoro attende la Corte costituzionale, come accade nei tempi difficili di
tutte le democrazie.
I cittadini, l'opinione pubblica? Sulle capacita' di reazione di un mondo
reduce da una batosta elettorale si puo' sospendere il giudizio. Ma i disagi
profondi e le insicurezze reali vengono ormai governati con l'accorta
manipolazione dei sondaggi, con una presa diretta delle pulsioni sulla
decisione politica, con una logica sostanzialmente plebiscitaria che li
capitalizza a fini di consenso. Si imbocca cosi' una strada vicina a quella
che ha portato alla crisi di molte democrazie nel secolo passato. Certo,
tempi e contesti mutano. L'Europa ci guarda e, per molti versi, ci
garantisce. E tuttavia il populismo ci insidia tutti, sfrutta ogni debolezza
della democrazia e dei suoi fedeli, ci consegna a logiche autoritarie. E'
una tendenza ormai irreversibile, come piu' d'uno ormai teme? O non bisogna
perdere la fede, e cogliere proprio le occasioni difficili per continuare a
lavorare sulla democrazia possibile?

4. ET COETERA

Stefano Rodota' e' nato a Cosenza nel 1933, giurista, docente
all'Universita' degli Studi di Roma "La Sapienza" (ha inoltre tenuto corsi e
seminari nelle Universita' di Parigi, Francoforte, Strasburgo, Edimburgo,
Barcellona, Lima, Caracas, Rio de Janeiro, Citta' del Messico, ed e'
Visiting fellow, presso l'All Souls College dell'Universita' di Oxford e
Professor alla Stanford School of Law, California), direttore dele riviste
"Politica del diritto" e "Rivista critica del diritto privato", deputato al
Parlamento dal 1979 al 1994, autorevole membro di prestigiosi comitati
internazionali sulla bioetica e la societa' dell'informazione, dal 1997 al
2005 e' stato presidente dell'Autorita' garante per la protezione dei dati
personali. Tra le opere di Stefano Rodota': Il problema della
responsabilita' civile, Giuffre', Milano 1964; Il diritto privato nella
societa' moderna, Il Mulino, Bologna 1971; Elaboratori elettronici e
controllo sociale, Il Mulino, Bologna 1973; (a cura di), Il controllo
sociale delle attivita' private, Il Mulino, Bologna 1977; Il terribile
diritto. Studi sulla proprieta' privata, Il Mulino, Bologna 1981; Repertorio
di fine secolo, Laterza, Roma-Bari, 1992; (a cura di), Questioni di
Bioetica, Laterza, Roma-Bari, 1993, 1997; Quale Stato, Sisifo, Roma 1994;
Tecnologie e diritti, Il Mulino, Bologna 1995; Tecnopolitica. La democrazia
e le nuove tecnologie della comunicazione, Laterza, Roma-Bari, 1997;
Liberta' e diritti in Italia, Donzelli, Roma 1997. Alle origini della
Costituzione, Il Mulino, Bologna, Il Mulino, 1998; Intervista su privacy e
liberta', Laterza, Roma-Bari 2005; La vita e le regole, Feltrinelli, Milano
2006.

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 184 del 30 maggio 2008

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