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Minime. 498



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 498 del 26 giugno 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Enrico Piovesana: La spirale dell'odio
2. Enzo Bianchi presenta "Roma, due del mattino" di Helder Camara
3. Giovanni De Luna presenta "Gomorra", il film di Matteo Garrone e il libro
di Roberto Saviano
4. Idolina Landolfi presenta "Melanie Klein" di Julia Kristeva
5. Renata Sarfati presenta "Israele e la Shoah" di Idith Zertal
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. AFGHANISTAN. ENRICO PIOVESANA: LA SPIRALE DELL'ODIO
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente
articolo del 25 giugno 2008 col titolo "Afghanistan, la spirale dell'odio" e
il sommario "Sempre piu' forte il risentimento popolare verso le truppe
occidentali".
Enrico Piovesana, giornalista, lavora a "Peacereporter", per cui segue la
zona dell'Asia centrale e del Caucaso; e' stato piu' volte in Afghanistan in
qualita' di inviato]

Amir, un ragazzo pashtun di 25 anni, usa internet per tenersi informato su
quel che accade nel suo Paese. Ogni giorno legge sui siti in lingua locale
di decine di afgani, talebani o civili, uccisi dalle forze Nato. "La gente
dei nostri villaggi e' ignorante e dopo tutti questi anni di guerra
considera ogni occidentale un 'bastardo americano' da far fuori. Tra la
popolazione c'e' un crescente sentimento di ribellione e di odio verso gli
stranieri e un sempre maggiore sostegno per i talebani".
L'ostilita' degli afgani verso le truppe occidentali e' sempre piu' forte e
sempre piu' spesso esplode in rabbiose proteste. Come e' accaduto lunedi'
mattina a Khogyani, nella provincia orientale di Nangarhar, dove centinaia
di persone sono scese in strada al grido di "Morte all'America" dopo che un
missile lanciato da un elicottero Apache aveva distrutto una casa uccidendo
due civili: un bambino e suo padre. La Nato ha negato l'accaduto.
*
Civili vittime di bombardamenti e gravi abusi
A fomentare l'odio della popolazione afgana verso le truppe straniere non
sono solo i tanti civili uccisi dalle bombe e dai missili della Nato -
spesso vere e proprie stragi, come i 33 civili uccisi in un bombardamento
aereo lo scorso 10 giugno nel villaggio di Ebrahim Kariz, nella provincia di
Paktika.
A gettare benzina sul fuoco sono anche le violenze commesse dai soldati
governativi afgani che operano a fianco delle truppe occidentali, le quali
si guardano bene dal contrastare e denunciare le aberranti malefatte dei
soldati locali.
E' di pochi giorni fa la notizia che i comandi canadesi hanno dato ordine ai
propri soldati di "ignorare" i casi di stupri di bambini commessi da
militari afgani. Casi che pare siano cosi' frequenti da aver causato traumi
psicologici a molti reduci canadesi.
*
La Nato in difficolta' chiede ancora rinforzi
Intanto la guerra continua sempre piu' violenta, sia sul terreno militare
che su quello della propaganda.
Ogni giorno i portavoce alleati annunciano l'uccisione di decine di
"insorti" in seguito a combattimenti e raid aerei: i talebani negano,
ammettendo pochissime perdite o dicendo che i morti sono in realta' civili.
Dal canto loro, i portavoce talebani annunciano quotidianamente di aver
ucciso molti soldati occidentali in scontri a fuoco, agguati e abbattimenti
di elicotteri: i comandi Nato non commentano o smentiscono regolarmente.
Intanto pero' chiedono continuamente nuovi rinforzi per far fronte a una
situazione oggettivamente sempre piu' difficile: lunedi' il comandante delle
forze Usa Michael Mullen ha detto di aver bisogno di almeno altri 10.000
soldati per combattere i talebani. Il mese di giugno e' stato per la Nato il
piu' sanguinoso dall'inizio della guerra, con trentadue soldati caduti,
secondo i dati ufficiali.

2. LIBRI. ENZO BIANCHI PRESENTA "ROMA, DUE DEL MATTINO" DI HELDER CAMARA
[Dal supplemento "Tuttolibri" del quotidiano "La stampa" del 21 giugno 2008
col titolo "Helder Camara santo davvero" e il sommario "Il vescovo di
Recife, 'la voce dei senza voce' nel Nordeste del Brasile: ora escono le sue
lettere, scritte negli anni del Concilio Vaticano II".
Enzo Bianchi e' animatore della comunita' di Bose. Dal sito
www.festivaletteratura.it riprendiamo questa scheda: "Enzo Bianchi e' nato a
Castel Foglione nel Monferrato nel 1943 ed e' fondatore e priore della
comunita' monastica di Bose. Nel 1966 ha infatti raggiunto il villaggio di
Bose a Magnano (Vercelli) e ha dato inizio a una comunita' monastica
ecumenica cui tuttora presiede. Enzo Bianchi e' direttore della rivista
biblica "Parola, Spirito e Vita", membro della redazione della rivista
internazionale "Concilium" ed autore di numerosi testi, tradotti in molte
lingue, sulla spiritualita' cristiana e sulla grande tradizione della
Chiesa, scritti tenendo sempre conto del vasto e multiforme mondo di oggi.
Collabora a "La stampa", "Avvenire" e "Luoghi dell'infinito"". Tra le opere
di Enzo Bianchi: Il radicalismo cristiano, Gribaudi, 1980; Lontano da chi,
Gribaudi, 1984; Un rabbi che amava i banchetti, Marietti, 1985; Il corvo di
Elia, Gribaudi, 1986; Amici del Signore, Gribaudi, 1990; Pregare la parola,
Gribaudi, 1990; Il profeta che raccontava Dio agli uomini, Marietti, 1990;
Apocalisse di Giovanni, Qiqajon, 1990; Magnificat, benedictus, nunc
dimittis, Qiqajon, 1990; Ricominciare, Marietti, 1991; Vivere la morte,
Gribaudi, 1992; Preghiere della tavola, Qiqajon, 1994; Adamo, dove sei,
Qiqajon, 1994; Il giorno del signore, giorno dell'uomo, Piemme, 1994; Da
forestiero, Piemme, 1995; Aids. Vivere e morire in comunione, Qiqajon, 1997;
Pregare i salmi, Gribaudi, 1997; Come evangelizzare oggi, Qiqajon, 1997;
Libro delle preghiere, Einaudi, 1997; Altrimenti. Credere e narrare il Dio,
Piemme, 1998; Poesie di Dio, Einaudi, 1999; Altrimenti. Credere e narrare il
Dio dei cristiani, Piemme, 1999; Da forestiero. Nella compagnia degli
uomini, Piemme, 1999; Giorno del Signore, giorno dell'uomo. Per un
rinnovamento della domenica, Piemme, 1999; I paradossi della croce,
Morcelliana, 1999; Le parole della spiritualita'. Per un lessico della vita
interiore, Rizzoli, 1999; Ricominciare. Nell'anima, nella Chiesa, nel mondo,
Marietti, 1999; Accanto al malato. Riflessioni sul senso della malattia e
sull'accompagnamento dei malati, Qiqajon, 2000; L'Apocalisse di Giovanni.
Commento esegetico-spirituale, Qiqajon, 2000; Come vivere il Giubileo del
2000, Qiqajon, 2000; La lettura spirituale della Bibbia, Piemme, 2000; Non
siamo migliori. La vita religiosa nella Chiesa, tra gli uomini, Qiqajon,
2002; Quale fede?, Morcelliana, 2002; I Cristiani nella societa', Rizzoli,
2003; La differenza cristiana, Einaudi, 2006.
Helder Camara, nato nel 1909, scomparso nel 1999, arcivescovo di Recife nel
nordeste brasiliano, straordinario difensore dei diritti umani, e' stato una
delle voci piu' autorevoli del sud del mondo e della nonviolenza in cammino.
Tra le opere di Helder Camara: Chi sono io?, Cittadella; Il deserto e'
fecondo, Cittadella; Il vangelo con dom Helder, Cittadella; Interrogativi
per vivere, Cittadella; Fame e sete di pace con giustizia, Massimo; Violenza
dei pacifici, Massimo. Tra le opere su Helder Camara: Jean Toulat, Don
Helder Camara, Cittadella]

Quando andai a trovare padre Michele Pellegrino nella casa di Vallo Torinese
dove si era ritirato dopo aver lasciato la cura pastorale della diocesi di
Torino, osservai sulla sua scrivania una bella foto in bianco e nero di un
abbraccio tra lui e Helder Camara, vescovo di Recife in Brasile. Avendo
notato il mio interesse, padre Pellegrino mi disse semplicemente: "La tengo
davanti a me, perche' i profeti preferisco onorarli da vivi".
Si', molti, anche tra i vescovi e i padri conciliari, consideravano Camara
un profeta, capace di narrare Dio agli uomini e di parlare degli uomini a
Dio. "Voce dei senza voce" era stato definito quel minuscolo vescovo del
Nordeste brasiliano che a 34 anni aveva scritto di se': "Attraversero' la
vita senza lasciare nessun segno incisivo, nessun marchio duraturo e
indelebile". In realta' dom Helder un segno forte lo avrebbe lasciato, non
solo in America Latina ma anche, quello che piu' conta, nel cuore di tanti
uomini e donne di buona volonta'.
Ma leggere Roma, due del mattino (San Paolo, pp. 498, euro 28), che
raccoglie le Lettere dal Concilio Vaticano II scritte da Helder Camara alla
sua Chiesa e ai suoi amici brasiliani, ci permette non solo di conoscere
tutto lo spessore umano e spirituale di una delle figure piu' significative
della Chiesa cattolica nel secolo scorso, ma anche di rivivere qualcosa
dell'evento del Concilio, del suo essere realta' "divina", "soffio dello
Spirito" che penetra nella pasta dell'umanita' e la fa lievitare.
Certo, di un Concilio cio' che e' decisivo sono i documenti votati dai padri
e confermati dal Papa, ma a distanza di alcuni decenni, man mano che vengono
pubblicate lettere, diari, memorie dei partecipanti, scopriamo tutta la
ricchezza umana e spirituale che vi era dietro a quei testi, come ci ricorda
anche la prefazione di un altro padre conciliare, il vescovo Luigi Bettazzi.
Intuiamo la passione pastorale che abitava i vescovi, la costante
preoccupazione per la Chiesa particolare loro affidata ma anche per
l'insieme della Chiesa universale e per l'umanita' tutta; scopriamo la
fraternita' che si veniva a creare tra persone di lingue, culture e
continenti diversi quando si rendevano conto che il Signore che li univa era
molto piu' grande di cio' che li separava; ammiriamo la loro capacita' di
apertura sincera verso gli osservatori non cattolici - "Roger mi ha dato il
suo breviario personale (Office de Taize'); a partire da oggi comincero' a
usarlo nell'ora dell'opus Dei: sono sicuro che Dio mi capisce" -; la loro
capacita' di non dimenticare mai l'essenziale: "La cosa piu' essenziale e'
essere santi per davvero: essere sempre piu' uniti a Cristo e metterci nelle
mani del Padre... con o senza possibilita' di agire, in terra o in cielo".
Riscopriamo cosi' anche la straordinaria ricchezza di quell'"omino piccolo e
fragile, che nella sua terra e in ogni luogo in cui e' passato, gode ancora
oggi della fama di santo".

3 LIBRI E FILM. GIOVANNI DE LUNA PRESENTA "GOMORRA", IL FILM DI MATTEO
GARRONE E IL LIBRO DI ROBERTO SAVIANO
[Dal supplemento librario "Tuttolibri" del quotidiano "La stampa" del 31
maggio 2008 col titolo "Il dialetto della nuda vita" e il sommario "In
Gomorra, film e libro, l''osservazione partecipante' propria della ricerca
etnografica".
Giovanni De Luna e' storico e docente universitario. Tra le opere di
Giovanni De Luna: Storia del Partito d'Azione 1942-1947, nuova edizione
Editori Riuniti, Roma 1997; (con Marco Revelli), Fascismo antifascismo, La
Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1995; Il corpo del nemico ucciso, Einaudi,
Torino 2006.
Matteo Garrone (Roma, 15 ottobre 1968), regista cinematografico, nel 1996
vince il Sacher d'Oro con il cortometraggio Silhouette, che diventera' uno
dei tre episodi del suo primo lungometraggio Terra di mezzo. Per i suoi film
ha ricevuto vari riconoscimenti (recentemente il Grand Prix al Festival di
Cannes per Gomorra). Tra le opere di Matteo Garrone: Terra di mezzo (1997);
Oreste Pipolo, fotografo di matrimoni (1998); Ospiti (1998); Estate romana
(2000); L'imbalsamatore (2002); Primo amore (2003); Gomorra (2008).
Roberto Saviano (Napoli, 1979) e' giornalista e scrittore; laureato in
filosofia all'Universita' di Napoli "Federico II" dove e' stato allievo
dello storico meridionalista Francesco Barbagallo; fa parte del gruppo di
ricercatori dell'Osservatorio sulla camorra e l'illegalita'; per la sua
attivita di scrittore d'inchiesta e denuncia ha subito minacce di morte da
parte della camorra; collabora con varie testate ("L'espresso", "La
Repubblica", "Il manifesto", "Il corriere del mezzogiorno", "Nuovi
argomenti", "Lo straniero",  "Sud", "Pulp", nazioneindiana.com); suoi
racconti e reportages si trovano inclusi in diverse antologie fra cui Best
Off. Il meglio delle riviste letterarie italiane, Minimum Fax, 2005; Napoli
comincia a Scampia, L'Ancora del Mediterraneo 2005. Opere di Roberto
Saviano: Gomorra, Mondadori, Milano 2006; Il contrario della morte, Corriere
della Sera, Milano 2007]

Gomorra, il film di Matteo Garrone premiato a Cannes, tratto dal libro di
Roberto Saviano, e' interamente recitato in dialetto; un napoletano
strettissimo, incomprensibile senza l'aiuto dei sottotitoli in italiano.
Sessant'anni fa Luchino Visconti anticipo' le scelte di Garrone nel suo
indimenticabile La terra trema. Recentemente anche Salvatore Mereu ha fatto
parlare rigorosamente in sardo i protagonisti di Sonetaula, dal racconto di
Giuseppe Fiori. Sia la Sicilia di Visconti che la Sardegna di Mereu
raccontavano il cuore del Novecento, gli anni a cavallo della seconda guerra
mondiale, proponendoci un'Italia frastagliata in frammenti di realta'
disuguali e contrapposti, un intreccio tra isole di benessere e oceani di
poverta' a cui corrispondeva un caleidoscopio di culture, dialetti,
identita' "separate", la prova del fallimento del tentativo di "fare gli
italiani" perseguito in vent'anni di fascismo.
Di qui la scelta di accentuare l'"insularita'" per sottolineare la
separatezza etnico-linguistica della Sicilia e della Sardegna rispetto al
continente, l'intraducibilita' all'esterno di un linguaggio che nasce e si
sviluppa solo all'interno della comunita' isolana. Non esisteva allora un
mercato nazionale pienamente unificato ed era anche difficile vedere
nell'italiano una lingua comune (al Sud la percentuale di analfabetismo
sfiorava il 30%).
Gomorra racconta invece l'Italia di oggi, ambienta la sua vicenda in un
paese del tutto omologato dalla cultura dei mezzi di comunicazione di massa
e da un mercato che all'insegna dei consumi ha piallato differenze
ideologiche, appartenenze politiche, identita' territoriali. Gomorra allude
a traffici di uomini, merci e capitali pienamente inseriti nell'economia dei
flussi della globalizzazione. Proprio per questo la scelta del dialetto
appare ancora piu' tremendamente significativa.
*
I palazzoni di Scampia si offrono allo spettatore in una loro disperata
"separatezza", con i propri riti, le proprie gerarchie, un loro apparato
della forza a presidiare il territorio, le proprie leggi applicate con
feroce determinazione. Non c'e' lo Stato. Lo si intravede appena nelle
inutili ronde delle "pantere" della polizia o nell'intervento delle
ambulanze che raccolgono i cadaveri della guerra contro gli "scissionisti".
Non ci sono gli strumenti di "inclusione" con cui lo Stato allarga la sfera
della cittadinanza, non ci sono le scuole. I ragazzini pascolano tutto il
giorno intorno agli adulti spiandone le mosse per imparare il mestiere, per
prepararsi a diventare ggente 'e miezz'a via. Tutta questa realta' sembra
negarsi all'inchiesta sociologica o alla ricerca storica. Non al libro di
Saviano e al film di Garrone. Il romanzo e' un'inchiesta e ha un taglio
storico; quell'arrivare in Vespa sui luoghi della carneficina sembra
ispirarsi all'"osservazione partecipante" che caratterizza i metodi della
ricerca etnografica.
Sul lavoro di Saviano e sulle sue tesi interpretative si sono interrogati
storici e sociologi (Alessandro Dal Lago, Marcella Marmo, Domenico Perrotta
e, da ultima, in un editoriale che apparira' sul prossimo numero di "Passato
e Presente", Renate Siebert). Ma Saviano non puo' essere collocato in un
"genere" o in una disciplina accademica; il suo romanzo trabocca di dolore e
di rancore, "Sono nato in terra di camorra, nel luogo con piu' morti
ammazzati d'Europa... Mi tormentavo, cercando di capire se fosse possibile
tentare di capire, scoprire senza essere divorati, triturati" (Gomorra, p.
330).
Il libro scaturisce da questa rabbia, e tra il libro e il film si stabilisce
una perfetta complementarita': se il primo riesce con grande efficacia a
illustrare l'intreccio tra legalita' e illegalita', a togliere ogni
innocenza alle merci e ai prodotti che consumiamo tutti i giorni, il secondo
e' straordinario nel restituire a quegli intrecci corpi e volti, donne che
vivono perennemente in tuta o in pigiama, chiuse in interni domestici
conservati ossessivamente puliti per tenere lontana la monnezza esterna
(gente e spazzatura), uomini con pance spropositate e facce gonfie di cibo e
ansia.
Garrone, come Saviano, odia i camorristi. Sia il romanzo che il film gridano
le loro invettive mostrandoli nella loro "nuda vita", nella loro pochezza
umana. E' questo che ha fatto schiumare di rabbia i "casalesi" ed e' questo
che ci consente di conoscere oggi la schifezza di quel mondo.

4. LIBRI. IDOLINA LANDOLFI PRESENTA "MELANIE KLEIN" DI JULIA KRISTEVA
[Dal quotidiano "Il giornale" del 28 settembre 2006 col titolo "Melanie
Klein. Il gioco dell'inconscio".
Idolina Landolfi e' scrittrice, traduttrice, critica letteraria. Dal sito
ufficiale dedicato a Tommaso Landolfi riprendiamo la seguente scheda:
"Idolina Landolfi si e' laureata in letteratura italiana all'Universita' di
Firenze; vive tra l'Italia e Parigi. Scrittrice e traduttrice, ha
collaborato come critico letterario, con articoli su autori italiani e
francesi dell'Ottocento e del Novecento, agli inserti culturali di vari
quotidiani e settimanali, tra cui "La Stampa", "la Repubblica", "Il
Mattino", "il manifesto", "Diario" e ha scritto continuativamente per piu'
di dieci anni per "Il Giornale" di Montanelli. Attualmente collabora a "Le
Monde Diplomatique", "Il Giornale", "Il Piccolo", "Stilos", "Europe",
"Chroniques italiennes". Suoi racconti e articoli sono apparsi in
"Paragone", "Panta", "Nuovi Argomenti", "Il Ponte", "Semicerchio", "Poesia".
Traduce, dal francese e dall'inglese, testi di narrativa e saggistica per le
maggiori case editrici italiane. Tra i suoi libri, le raccolte di racconti
Sotto altra stella (Udine, Campanotto 1996), Scemo d'amore (Roma, EmpirÏa
1999), Matracci e storte (Napoli, Graus, 2004), il romanzo per ragazzi I
litosauri (Bari, Laterza 1999), il libro d'arte Parvenze, cinque racconti e
otto incisioni di Antonio Petti (Nola, Stamperia d'Arte "Il Laboratorio",
2002). Ha diretto a lungo, all'interno di un progetto finanziato dalla
Provincia di Salerno, la rassegna internazionale di poesia "DiVersi
Racconti" e il premio di narrativa "Lo Stellato", curando i relativi volumi
di racconti e poesie. E per alcuni anni ha coordinato la sezione dedicata
alla letteratura nell'ambito del festival "Benevento Citta' Spettacolo". Da
piu' di vent'anni si occupa delle opere del padre, Tommaso, ripubblicandone
le opere, con apparati critici e note. Ha fondato, nel 1996, il Centro Studi
Landolfiani (di cui e' presidente), che raccoglie i materiali bibliografici
riguardanti lo scrittore e organizza conferenze e convegni sulla sua opera.
Redige inoltre la rivista "Diario perpetuo", bollettino del Centro Studi
Landolfiani. Ha tenuto e tiene corsi di scrittura creativa ed editing a
Firenze e a Roma; a Benevento, alla scuola "Techne'". E seminari sulla
traduzione letteraria presso varie universita'. Tra le pubblicazioni
dedicate a Landolfi, ha curato la miscellanea Le lunazioni del cuore. Saggi
su Tommaso Landolfi, Firenze, La Nuova Italia 1996; "La liquida vertigine",
Atti delle giornate di studio, Prato, 5-6 febbraio 1999, Firenze, Olschki,
2002; Gli 'Altrove' di Tommaso Landolfi, Atti del convegno di studi,
Firenze, 4-5 dicembre 2001, Roma, Bulzoni, 2004; "Un linguaggio dell'anima",
Atti della giornata di studio, Siena, 3 novembre 2004, Lecce, Manni, 2006.
Tra i libri di altro genere, un'edizione di S. Corazzini, Poesie (Milano,
Rizzoli 1992); Lautreamont, I Canti di Maldoror (Rizzoli 1995); Lesage, Il
Diavolo zoppo (Roma, Fazi 1996); Th. Gautier, Smalti e cammei (Cava de'
Tirreni, Avagliano 2000); G. de Nerval, Le notti d'ottobre (Latina,
L'Argonauta 1998); Paroles, traduzioni da Bernard Noel e Serge Pey
(Avagliano 1998); Villiers de l'Isle-Adam, Claire Lenoir (L'Argonauta,
1999); Barbey d'Aurevilly, Il piu' bell'amore di Don Giovanni (L'Argonauta,
2000). E inoltre traduzioni di opere di J. Derrida, Michel Tournier, Elie
Wiesel, Eugene Dabit, Boris Vian ecc.".
Julia Kristeva e' nata a Sofia in Bulgaria nel 1941, si trasferisce a Parigi
nel 1965; studi di linguistica con Benveniste; intensa collaborazione con
Sollers e la rivista "Tel Quel"; impegnata nel movimento delle donne,
psicoanalista, ha dedicato una particolare attenzione alla pratica della
scrittura ed alla figura della madre; e' docente all'Universita'  di Paris
VII. Opere di Julia Kristeva: tra quelle tradotte in italiano segnaliamo
particolarmente: Semeiotike', Feltrinelli, Milano; Donne cinesi,
Feltrinelli, Milano; La rivoluzione del linguaggio poetico, Marsilio,
Venezia; In principio era l'amore, Il Mulino, Bologna; Sole nero,
Feltrinelli, Milano; Stranieri a se stessi, Feltrinelli, Milano; I samurai,
Einaudi, Torino; Colette, Donzelli, Roma; Hannah Arendt. La vita, le parole,
Donzelli, Roma; Melanie Klein, Donzelli, Roma. In francese: presso Seuil:
Semeiotike', 1969, 1978; La revolution du langage poetique, 1974, 1985; (AA.
VV.), La traversee des signes, 1975; Polylogue, 1977; (AA. VV.), Folle
verite', 1979; Pouvoirs de l'horreur, 1980, 1983; Le langage, cet inconnu,
1969, 1981; presso Fayard: Etrangers a nous-memes, 1988; Les samourais,
1990; Le vieil homme et les loups, 1991; Les nouvelles maladies de l'ame,
1993; Possessions, 1996; Sens et non-sens de la revolte, 1996; La revolte
intime, 1997; presso Gallimard, Soleil noir, 1987; Le temps sensible, 1994;
presso Denoel: Histoires d'amour, 1983; presso Mouton, Le texte du roman,
1970; presso le Editions des femmes, Des Chinoises, 1974; presso Hachette:
Au commencement etait l'amour, 1985. Dal sito dell'Enciclopedia multimediale
delle scienze filosofiche (www.emsf.rai.it) riprendiamo la seguente scheda:
"Julia Kristeva e' nata il 24 giugno 1941 a Silven, Bulgaria. Nel 1963 si
diploma in filologia romanza all'Universita' di Sofia, Bulgaria. Nel 1964
prepara un dottorato in letteratura comparata all'Accademia delle Scienze di
Sofia; nel 1965 ottiene una borsa di studio nel quadro di accordi
franco-bulgari e dopo il 1965 prosegue gli studi e il lavoro di ricerca in
Francia all'Ecole Pratique des Hautes Etudes. Nel 1968 consegue il dottorato
sotto la direzione di Lucien Goldmann (con Roland Barthes e J. Dubois).
Sempre nel 1968 e' eletta segretario generale dell'Association
internationale de semiologie ed entra nel comitato di redazione del suo
organo, la rivista 'Semiotica'. Nel 1973 consegue il dottorato di stato in
lettere sotto la direzione di J. C. Chevalier. Dal 1967 al 1973 e'
ricercatrice al Cnrs di linguistica e letteratura francese, al Laboratoire
d'anthropologie sociale, al College de France e all'Ecole des Hautes Etudes
en sciences sociales. Nel 1972 tiene un corso di linguistica e semiologia
all'Ufr di Letteratura, scienze dei testi e documenti dell'Universita' Paris
VII 'Denis Diderot'. E' nominata direttore del Dea di Etudes Litteraires.
Nel 1974 viene eletta Permanent visiting professor al Dipartimento di
letteratura francese della Columbia University, New York. Nel 1988 e'
responsabile del Draps (Diplome de recherches approfondies en
psycopathologie et semiologie). Nel 1992 e' nominata direttore della Scuola
di dottorato "Langues, litteratures et civilisations, recherches
transculturelles: monde anglophone - monde francophone", all'Universita' di
Paris VII 'Denis Diderot' e Permanent Visiting Professor al Dipartimento di
Letteratura comparata dell'Universita' di Toronto, Canada. Nel 1993 e'
nominata membro del comitato scientifico, che affianca il ministro
dell'educazione nazionale. Attualmente e' professoressa all'Universita'
Paris VII 'Denis Diderot'. Dal 1978 dopo una psicoanalisi personale e una
analisi didattica presso l'Institut de psychanalyse, esercita come
psicoanalista. Gli interessi scientifici di Julia Kristeva vanno dalla
linguistica alla semiologia, alla psicoanalisi, alla letteratura del XIX
secolo. Esponente di spicco della corrente strutturalista francese e in
particolare del gruppo di 'Tel Quel', che ha sviluppato in Francia le
ricerche iniziate dai formalisti russi negli anni Venti e continuate dal
Circolo linguistico di Praga e da Jakobson, Julia Kristeva ritiene che la
semiotica sia la scienza pilota nel campo delle cosiddette 'scienze umane'.
Pervenuta oggi a un'estrema formalizzazione, in cui la nozione stessa di
segno si dissolve, la semiotica si deve rivolgere alla psicoanalisi per
rimettere in questione il soggetto senza di cui la lingua come sistema
formale non si realizza nell'atto di parola, indagare la diversita' dei modi
della significazione e le loro trasformazioni storiche, e costituirsi infine
come teoria generale della significazione, intesa non come semplice
estensione del modello linguistico allo studio di ogni oggetto fornito di
senso, ma come una critica del concetto stesso di semiosi. Opere di Julia
Kristeva: Semeiotike'. Recherches pour une semanalyse, Seuil, Paris 1969; Le
texte du roman, Mouton, La Haye 197l; La revolution du language poetique.
L'avant-garde a' la fin du XIX siecle: Lautreamont et Mallarme', Seuil,
Paris 1974; Des chinoises, Editions des femmes, Paris l974; Polylogue,
Seuil, Paris 1977; Pouvoirs de l'horreur. Essai sur l'abjection, Seuil,
Paris 1980; Le language, cet inconnu. Une initiation a' la linguistique,
Seuil, Paris 198l; Soleil noir. Depression et melancolie, Gallimard, Paris
1987; Les Samourais, Fayard, Paris 1990; Le temps sensible. Proust et
l'experience litteraire, Gallimard, Paris l994. Numerosi articoli di Julia
Kristeva sono apparsi sulle riviste 'Tel Quel', 'Languages', 'Critique',
'L'Infini', 'Revue francaise de psychanalyse', 'Partisan Review', 'Critical
Inquiry' e molte altre. Tra le opere della Kristeva tradotte in italiano,
ricordiamo: Semeiotike'. Ricerche per una semanalisi, Feltrinelli, Milano
1978; La rivoluzione del linguaggio poetico, Marsilio, Venezia 1979; Storia
d'amore, Editori Riuniti, Roma 1985; Sole nero. Depressione e melanconia,
Feltrinelli, Milano 1986; In principio era l'amore. Psicoanalisi e fede, Il
Mulino, Bologna 1987; Stranieri a se stessi, Feltrinelli, Milano; Poteri
dell'orrore, Spirali/Vel, Venezia; I samurai, Einaudi, Torino 1991; La donna
decapitata, Sellerio, Palermo 1997".
Melanie Klein, illustre psicoanalista (Vienna 1882 - Londra, 1960). Opere di
Melanie Klein: Scritti (1921-1958), Boringhieri, Torino 1978; La
psicoanalisi dei bambini, Martinelli, Firenze 1970; Nuove vie della
psicoanalisi, Il Saggiatore, Milano 1982; Il nostro mondo adulto ed altri
saggi, Martinelli, Firenze 1972; Invidia e gratitudine, Martinelli, Firenze
1969; Analisi di un bambino, Boringhieri, Torino 1961. Opere su Melanie
Klein: Hanna Segal, Introduzione all'opera di Melanie Klein, Martinelli,
Firenze 1968; Hanna Segal, Melanie Klein, Bollati Boringhieri, Torino 1981,
1994; Julia Kristeva, Melanie Klein, Donzelli, Roma 2006; Franco Fornari (a
cura di), Fantasmi, gioco e societa', Il Saggiatore, Milano 1976]

"Dissidenti rispetto ai loro ambienti d'origine e professionali, vittime
dell'ostilita' dei clan normativi, ma capaci anche di combattere senza
quartiere per sviluppare e difendere le loro idee originali, la Arendt e la
Klein sono donne indomite, il cui genio e' consistito nel correre il rischio
di pensare": cosi' conclude Julia Kristeva la sua introduzione a questo
secondo volume (ma terzo in traduzione italiana) dedicato al genio
femminile. Si tratta della trilogia uscita da Fayard tra il 1999 e il 2002:
Le genie feminin: la vie, la folie, les mots, ovvero Hannah Arendt (I),
Melanie Klein (II), Colette (III). Le edizioni nel nostro paese sono quelle
di Donzelli, di cui la piu' recente, appunto, e' questa Melanie Klein. La
madre, la follia, a cura di Monica Guerra (pp. 290, euro 23,50).
Indomita la Kristeva stessa, che da sessant'anni "corre il rischio di
pensare", e cerca e ritrova in ciascuna delle sue "eroine" un po' di se',
della sua natura complessa, del suo genio femminile poliedrico.
Bulgara trasferitasi presto, dopo la laurea, a Parigi, dove continua i suoi
studi di linguistica e di semiotica, vi affianca un lungo percorso
psicoanalitico: ora insegna a Parigi - e, come visiting professor, in
qualche altra universita' del mondo - ed e' psicoanalista. I suoi interessi
spaziano dalle scienze che abbiamo nominato a molto altro, la sociologia, la
politica e ovviamente la letteratura: citiamo solo il bellissimo saggio del
1974 su Lautreamont et Mallarme', o quello su Proust et l'experience
litteraire, del 1994. In Italia viene spesso e volentieri. A marzo di
quest'anno era a Roma, dove le hanno assegnato il premio Amelia Rosselli per
il volume su Hannah Arendt.
Ecco allora la biografia "totale" di Colette, in cui l'analisi delle opere
e' spesso preceduta o seguita da una lettura attenta dei dati biografici,
particolarmente importanti soprattutto per un'autrice del suo genere:
autobiografia e letteratura s'intrecciano senza posa, la sua libera vita, le
sue avventure amorose, tutto si riverbera nelle sue pagine, lei per la
quale, ricorda la Kristeva, "tutti i sensi sono organi sessuali".
Ed ecco quella di Hannah Arendt, con la sua visione della filosofia, della
metafisica, che servano ad alimentare la vita dello spirito, donandogli la
facolta' di rinascere infinite volte; e che sappiano "scendere in campo",
coniugandosi con l'esperienza politica e sociale. "La Arendt afferma - ha
dichiarato Julia Kristeva in una recente intervista - che il modo migliore
di opporsi alle diverse forme di globalizzazione e di totalitarismo sta nel
tentativo di ricreare nel pensiero e nel legame sociale il 'miracolo della
nascita'. E' il fondamento ontologico della liberta'. Grazie al fatto che
nasciamo, e ci sono sempre nuovi individui che vengono al mondo, siamo
capaci di liberta'".
Saga della conquistata - ritrovata - liberta', dunque, per le donne della
sua trilogia: e accanto a "la vie" di una donna che si occupa di filosofia e
di politica, "les mots" della scrittrice che attraverso la pagina raggiunge
il pieno riconoscimento di se', ecco "la folie" della fondatrice della
psicoanalisi infantile, che ad essa approda dopo un percorso difficile di
figlia (della terribile, prevaricante Libussa), di moglie e di madre a sua
volta; colei che non si scoraggia dinanzi agli attacchi dei colleghi
psicoanalisti, e che mai fa mancare l'amore a quello che considera "l'altro
mio figlio: il lavoro".
Indagando in primo luogo se stessa, le proprie pulsioni (il legame quasi
incestuoso col fratello Emanuel, ad esempio), e poi il rapporto con il
marito e i tre figli - i suoi primi analizzati -, Melanie Klein, ebrea
viennese, studia psicoanalisi con Ferenczi a Budapest, dove si trasferisce
da sposata, e seguita a Vienna con Karl Abraham. Diviene psicoanalista a
quarant'anni, nel 1922, ed acquisisce fama immediata dopo il suo
trasferimento a Londra. Il saggio La psicoanalisi dei bambini, del 1932,
sancisce definitivamente la sua posizione scientifica. Imprescindibili i
suoi studi sulle psicosi infantili, sull'autismo; e il suo metodo fondato
sul gioco (cosi' ad esempio nel trattamento, ampiamente descritto, del
figlio Erich): "giocare sara' la strada maestra dell'inconscio allo stesso
titolo del sogno di Freud", in quanto vi si palesa tutta una gamma di
segnali, linguistici, gestuali che l'analista, e co-giocatore, sapra'
interpretare.
Lavorando sulle teorie freudiane, la Klein ne amplia ed arricchisce la
portata; la sua vis innovativa sta soprattutto nell'aver attribuito
importanza capitale alla figura materna ("Questa figura arcaica minaccia e
terrorizza nella sua onnipotenza"), nella sua parte piu' emblematica (il
seno) e nella sua totalita'; con cio' che discende dalla loro alternanza di
presenza/assenza.
La Klein sposta in un tempo assai piu' precoce (parla dei sei mesi) la
sofferenza dell'individuo, il senso della perdita e l'angoscia di morte. La
perdita, e il senso di colpa che l'accompagna, la sofferenza del lutto e la
conseguente "riparazione", ovvero la simbolizzazione dell'oggetto perduto
interno ed esterno, sono alla base della creativita': "le idee sono
surrogati del dispiacere" scriveva Marcel Proust, essendo giunto per altre
vie alla medesima conclusione.
"Freud incentra la vita psichica del soggetto sull'esperienza della
castrazione e sulla funzione del padre", spiega la Kristeva; "senza
ignorarle, Melanie Klein le fa poggiare su una funzione materna. Eppure la
madre, cosi' privilegiata, e' lontana dall'ergersi a culto, come sostengono
troppo semplicisticamente i suoi avversari. Il matricidio infatti, che la
Klein fu la prima a concepire non senza audacia, e' all'origine, insieme con
invidia e gratitudine, proprio della nostra capacita' di pensare".
Matricidio metaforico dal quale prende avvio la crescita del soggetto,
ovvero, ancora una volta, la sua capacita' simbolica.
Il saggio della Kristeva, pur essendo molto tecnico, si apre tuttavia anche
alla comprensione del pubblico non specialistico, che vi trova continui
spunti per una lettura piu' approfondita del proprio vissuto, da
considerarsi - e grazie alla Klein e' ormai dato acquisito - a partire dai
primissimi mesi o meglio dalla chiusa vita prenatale.

5. LIBRI. RENATA SARFATI PRESENTA "ISRAELE E LA SHOAH" DI IDITH ZERTAL
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it).
Renata Sarfati vive a Milano, dove lavora presso uno studio di traduzioni.
Idith Zertal, storica, e' docente all'Universita' ebraica di Gerusalemme.
Opere di Idith Zertal: Israele e la Shoah. La nazione e il culto della
tragedia, Einaudi, Torino 2007]

L'autrice, studiosa di storia contemporanea e molto apprezzata in Israele,
insegna all'Universita' ebraica di Gerusalemme. Questo libro intenso e
appassionato (Idith Zertal, Israele e la Shoah. La nazione e il culto della
tragedia, Einaudi. Torino 2007) e' fondamentale per comprendere la societa'
israeliana di oggi. Attraverso l'analisi del dibattito politico del paese
negli ultimi quarant'anni, dimostra come le catastrofi della storia ebraica
siano state trasformate in eroismo, vittoria e redenzione, creando in
qualche modo un'ossessione per la morte e il martirio.
Con la morte negli anni '20 di Trumpeldor, primo eroe della comunita'
ebraica in Palestina, evento che servi' da modello alla rivolta del ghetto
di Varsavia nel 1943, ebbe inizio la costruzione dell'ideologia dell'"ebreo
nuovo", che doveva morire per difendere la patria, in contrapposizione alle
masse ebree della diaspora, pronte a morire "come agnelli". Quando, negli
anni Quaranta, la comunita' di immigrati in Palestina dovette confrontarsi
con la Shoah, fu esaltato il coraggio dei pochi che osarono ribellarsi ai
nazisti perche' lo stato aveva bisogno di eroi e non di vittime, escludendo
i veri portatori di quella memoria, i sopravvissuti.
Col processo Eichmann il paese si trovo' per la prima volta a doversi
confrontare con l'enormita' di quanto accadde agli ebrei d'Europa. Questo
processo sollevo' un immenso dibattito critico, laico, avviato soprattutto
da Hannah Arendt, sul comportamento delle persone, sia vittime sia
persecutori, in situazioni estreme. Il dibattito, che si diffuse non solo in
Israele ma in tutta Europa, e' ampiamente trattato dell'autrice che
considera questo libro dedicato in larga misura alla Arendt.
Il paese elaboro' questo trauma con la costruzione del ricordo e della
dimenticanza della Shoah basata sull'organizzazione di una memoria
didascalica fatta di rituali. Zertal esamina poi l'evolversi di questo
discorso dal punto di vista della costruzione della potenza militare
d'Israele e della giustificazione dell'occupazione israeliana di un
territorio occupato da un altro popolo.
"Come in passato, gli avvenimenti dell'oggi sembrano mostrare che il
processo di sacralizzazione della Shoah... ha trasformato un rifugio, un
focolare, in una patria, in un tempio e in un altare perpetuo", conclude
Zertal nella sua introduzione.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 498 del 26 giugno 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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