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Minime. 502



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 502 del 30 giugno 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Che fare
2. Annamaria Rivera: Una "banalita'" dopo l'altra
3. Hannah Arendt: La Resistenza nonviolenta in Danimarca
4. Maria Serena Palieri intervista Bahiyyih Nakhjavani
5. Giovanna Boursier presenta "La citta' fragile" di Beppe Rosso e Filippo
Taricco
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. CHE FARE

Opporsi al razzismo.
Opporsi alla guerra.
Opporsi alla devastazione ambientale e allo sfruttamento onnicida.
Opporsi al femminicidio.
Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.

2. EDITORIALE. ANNAMARIA RIVERA: UNA "BANALITA'" DOPO L'ALTRA
[Ringraziamo Annamaria Rivera (per contatti: annamariarivera at libero.it) per
averci messo a disposizione il seguente articolo apparso sul quotidiano "Il
manifesto" del 28 giugno 2008 col titolo "La banalita' del male minore".
Annamaria Rivera, antropologa, vive a Roma e insegna etnologia
all'Universita' di Bari. Fortemente impegnata nella difesa dei diritti umani
di tutti gli esseri umani, ha sempre cercato di coniugare lo studio e la
ricerca con l'impegno sociale e politico. Attiva nei movimenti femminista,
antirazzista e per la pace, si occupa, anche professionalmente, di temi
attinenti. Al centro della sua ricerca, infatti, sono l'analisi delle
molteplici forme di razzismo, l'indagine sui nodi e i problemi della
societa' pluriculturale, la ricerca di modelli, strategie e pratiche di
concittadinanza e convivenza fra eguali e diversi. Fra le opere di Annamaria
Rivera piu' recenti: (con Gallissot e Kilani), L'imbroglio etnico, in
quattordici parole-chiave, Dedalo, Bari 2001; (a cura di), L'inquietudine
dell'Islam, Dedalo, Bari 2002; Estranei e nemici. Discriminazione e violenza
razzista in Italia, DeriveApprodi, Roma 2003; La guerra dei simboli. Veli
postcoloniali e retoriche sull'alterita', Dedalo, Bari 2005]

Chissa' quanti hanno potuto vedere il film di Eyal Sivan e Rony Brauman, Un
specialiste. Portrait d'un criminel moderne, basato sulle immagini
realizzate durante il processo ad Eichmann. Piu' che dal libro famoso di
Hannah Arendt, al quale il film si ispira, e' da queste immagini che emerge
in modo pregnante la mostruosa banalita' del male: Eichmann, responsabile
dal 1941 al '45 del rastrellamento e del trasferimento verso i lager di
innumerevoli vittime della Shoah - ebrei, slavi e gitani d'Europa -, ci e'
restituito dalle sequenze del processo come un ometto normale, mediocre,
beneducato, che di eccessivo ha solo la fissazione burocratica e la
propensione conseguente a tradurre in eufemismi abomini e crimini sommi: il
rastrellamento e' un "problema tecnico", la deportazione e' la "questione
trasporti", le morti nei vagoni blindati nient'altro che "deplorevoli
inconvenienti", gli intoppi nella macchina della deportazione "inadeguatezze
ed errori" da correggere.
E' a quelle immagini che ho pensato leggendo le dichiarazioni minimizzanti
del ministro dell'interno e dei suoi collaboratori a proposito della
schedatura e delle impronte digitali riservate ai rom, bambini compresi,
cioe' di un provvedimento che somiglia alle schedature razziste dei regimi
nazifascisti, finalizzate a costruire archivi per l'individuazione,
segregazione, concentramento, deportazione delle minoranze. Vogliamo che i
bambini vivano una vita normale, in condizioni decenti, senza topi, "senza
essere obbligati all'accattonaggio o a peggio ancora", dichiara Maroni. E
Mantovano, di rincalzo: "La norma sulle impronte e' finalizzata a
identificare, se si perde un bambino, chi siano i suoi genitori". Tutto
normale, no? Che c'e' da gridare allo scandalo? Perche' l'Unicef, il
Consiglio d'Europa, il Garante della privacy, l'Aned, la Tavola valdese,
Amos Luzzatto, qualche esponente dell'opposizione, per fortuna raro e
flebile, e i soliti scalmanati difensori del "nomadi" s'indignano tanto?
Certo, Maroni non e' Eichmann, non avendone neppure la meticolosita' e
l'aspirazione al rigore amministrativo. Ma le misure che propone e
l'ideologia con cui le giustifica - esattamente quella del "male minore" di
cui parlava Hannah Arendt - dovrebbero suscitare l'allarme corale dei
cittadini democratici.
Non e' cosi'. E' almeno dal 1991, cioe' dal trattamento alla cilena dei
profughi albanesi nello stadio di Bari, che governi di centrodestra e di
centrosinistra compiono atti e misure razziste banalizzandoli e
giustificandoli dietro formule burocratiche. E una buona parte della
societa' civile reagisce con l'indifferenza, la rimozione o l'ideologia
degli "italiani, brava gente". Il razzismo e' un sistema che si costruisce
cumulativamente, una "banalita'" dopo l'altra. Credo che oggi, con il
governo di destradestra e con la saldatura fra razzismo "popolare" e
razzismo istituzionale, siamo giunti al suo compimento sistemico. La
sinistra e' indebolita dalla batosta elettorale, si dice, non ce la fa a
reagire.
Che reagisca, allora, chiunque ha a cuore la difesa dei diritti umani o la
sorte dei bambini: che ognuno chieda di essere schedato insieme ai rom.

3. MEMORIA. HANNAH ARENDT: LA RESISTENZA NONVIOLENTA IN DANIMARCA
[Da Hannah Arendt, La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme,
Feltrinelli, Milano 1964, 1993, alle pp. 177-182. E' un brano che abbiamo
gia' altre volte riprodotto su questo foglio.
Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906, fu allieva
di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del nazismo la costringe
all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule in America; e' tra le
massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice, intervenne
ripetutamente sulle questioni di attualita' da un punto di vista
rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori' a New York nel
1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti
tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo
l'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo l'anno dell'edizione
originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951),
Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen
(1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti,
Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli,
Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e incompiuto e'
apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di
brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna, Sugarco, Milano,
1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969.
Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra
amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975,
Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e' Archivio
Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2.
1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita'
e giudizio, Einaudi, Torino 2004; la recente Antologia, Feltrinelli, Milano
2006; i recentemente pubblicati Quaderni e diari, Neri Pozza, 2007. Opere su
Hannah Arendt: fondamentale e' la biografia di Elisabeth Young-Bruehl,
Hannah Arendt, Bollati Boringhieri, Torino 1994; tra gli studi critici:
Laura Boella, Hannah Arendt, Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito,
L'origine della politica: Hannah Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996;
Paolo Flores d'Arcais, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti,
Vita della mente e tempo della polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona
Forti (a cura di), Hannah Arendt, Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi
politici: quattro sguardi su Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994;
Friedrich G. Friedmann, Hannah Arendt, Giuntina, Firenze 2001; Julia
Kristeva, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 2005. Per chi legge il tedesco due
piacevoli monografie divulgative-introduttive (con ricco apparato
iconografico) sono: Wolfgang Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei
Hamburg 1987, 1999; Ingeborg Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000]

La storia degli ebrei danesi e' una storia sui generis, e il comportamento
della popolazione e del governo danese non trova riscontro in nessun altro
paese d'Europa, occupato o alleato dell'Asse o neutrale e indipendente che
fosse. Su questa storia si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte
le universita' ove vi sia una facolta' di scienze politiche, per dare
un'idea della potenza enorme della nonviolenza e della resistenza passiva,
anche se l'avversario e' violento e dispone di mezzi infinitamente
superiori. Certo, anche altri paesi d'Europa difettavano di "comprensione
per la questione ebraica", e anzi si puo' dire che la maggioranza dei paesi
europei fossero contrari alle soluzioni "radicali" e "finali". Come la
Danimarca, anche la Svezia, l'Italia e la Bulgaria si rivelarono quasi
immuni dall'antisemitismo, ma delle tre di queste nazioni che si trovavano
sotto il tallone tedesco soltanto la danese oso' esprimere apertamente cio'
che pensava. L'Italia e la Bulgaria sabotarono gli ordini della Germania e
svolsero un complicato doppio gioco, salvando i loro ebrei con un tour de
force d'ingegnosita', ma non contestarono mai la politica antisemita in
quanto tale. Era esattamente l'opposto di quello che fecero i danesi. Quando
i tedeschi, con una certa cautela, li invitarono a introdurre il distintivo
giallo, essi risposero che il re sarebbe stato il primo a portarlo, e i
ministri danesi fecero presente che qualsiasi provvedimento antisemita
avrebbe provocato le loro immediate dimissioni. Decisivo fu poi il fatto che
i tedeschi non riuscirono nemmeno a imporre che si facesse una distinzione
tra gli ebrei di origine danese (che erano circa seimilaquattrocento) e i
millequattrocento ebrei di origine tedesca che erano riparati in Danimarca
prima della guerra e che ora il governo del Reich aveva dichiarato apolidi.
Il rifiuto opposto dai danesi dovette stupire enormemente i tedeschi,
poiche' ai loro occhi era quanto mai "illogico" che un governo proteggesse
gente a cui pure aveva negato categoricamente la cittadinanza e anche il
permesso di lavorare. (Dal punto di vista giuridico, prima della guerra la
situazione dei profughi in Danimarca non era diversa da quella che c'era in
Francia, con la sola differenza che la corruzione dilagante nella vita
amministrativa della Terza Repubblica permetteva ad alcuni di farsi
naturalizzare, grazie a mance o "aderenze", e a molti di lavorare anche
senza un permesso; la Danimarca invece, come la Svizzera, non era un paese
pour se debrouiller). I danesi spiegarono ai capi tedeschi che siccome i
profughi, in quanto apolidi, non erano piu' cittadini tedeschi, i nazisti
non potevano pretendere la loro consegna senza il consenso danese. Fu uno
dei pochi casi in cui la condizione di apolide si rivelo' un buon pretesto,
anche se naturalmente non fu per il fatto in se' di essere apolidi che gli
ebrei si salvarono, ma perche' il governo danese aveva deciso di difenderli.
Cosi' i nazisti non poterono compiere nessuno di quei passi preliminari che
erano tanto importanti nella burocrazia dello sterminio, e le operazioni
furono rinviate all'autunno del 1943.
Quello che accadde allora fu veramente stupefacente; per i tedeschi, in
confronto a  cio' che avveniva in altri paesi d'Europa, fu un grande
scompiglio. Nell'agosto del 1943 (quando ormai l'offensiva tedesca in Russia
era fallita, l'Afrika Korps si era arreso in Tunisia e gli Alleati erano
sbarcati in Italia) il governo svedese annullo' l'accordo concluso con la
Germania nel 1940, in base al quale le truppe tedesche  avevano il diritto
di attraversare la Svezia. A questo punto i danesi decisero di accelerare un
po' le cose: nei cantieri della Danimarca ci furono sommosse, gli operai si
rifiutarono di riparare le navi tedesche e scesero in sciopero. Il
comandante militare tedesco proclamo' lo stato d'emergenza e impose la legge
marziale, e Himmler penso' che fosse il momento buono per affrontare il
problema ebraico, la cui "soluzione" si era fatta attendere fin troppo. Ma
un fatto che Himmler trascuro' fu che (a parte la resistenza danese) i capi
tedeschi che ormai da anni vivevano in Danimarca non erano piu' quelli di un
tempo. Non solo il generale von Hannecken, il comandante militare, si
rifiuto' di mettere truppe a disposizione del dott. Werner Best,
plenipotenziario del Reich; ma anche le unita' speciali delle SS (gli
Einsatzkommandos) che lavoravano in Danimarca trovarono molto da ridire sui
"provvedimenti ordinati dagli uffici centrali", come disse Best nella
deposizione che rese poi a Norimberga. E lo stesso Best, che veniva dalla
Gestapo ed era stato consigliere di Heydrich e aveva scritto un famoso libro
sulla polizia e aveva lavorato per il governo militare di Parigi con piena
soddisfazione dei suoi superiori, non era piu' una persona fidata, anche se
non e' certo che a Berlino se ne rendessero perfettamente conto. Comunque,
fin dall'inizio era chiaro che le cose non sarebbero andate bene, e
l'ufficio di Eichmann mando' allora in Danimarca uno dei suoi uomini
migliori, Rolf Guenther, che sicuramente nessuno poteva accusare di non
avere la necessaria "durezza". Ma Guenther non fece nessuna impressione ai
suoi colleghi di Copenhagen, e von Hannecken si rifiuto' addirittura di
emanare un decreto che imponesse a tutti gli ebrei di presentarsi per essere
mandati a lavorare.
Best ando' a Berlino e ottenne la promessa che tutti gli ebrei danesi
sarebbero stati inviati a Theresienstadt, a qualunque categoria
appartenessero - una concessione molto importante, dal punto di vista dei
nazisti. Come data del loro arresto e della loro immediata deportazione (le
navi erano gia' pronte nei porti) fu fissata la notte del primo ottobre, e
non potendosi fare affidamento ne' sui danesi ne' sugli ebrei ne' sulle
truppe tedesche di stanza in Danimarca, arrivarono dalla Germania unita'
della polizia tedesca, per effettuare una perquisizione casa per casa. Ma
all'ultimo momento Best proibi' a queste unita' di entrare negli alloggi,
perche' c'era il rischio che la polizia danese intervenisse e, se la
popolazione danese si fosse scatenata, era probabile che i tedeschi avessero
la peggio. Cosi' poterono essere catturati soltanto quegli ebrei che
aprivano volontariamente la porta. I tedeschi trovarono esattamente 477
persone (su piu' di 7.800) in casa e disposte a lasciarli entrare. Pochi
giorni prima della data fatale un agente marittimo tedesco, certo Georg F.
Duckwitz, probabilmente istruito dallo stesso Best, aveva rivelato tutto il
piano al governo danese, che a sua volta si era affrettato a informare i
capi della comunita' ebraica. E questi, all'opposto dei capi ebraici di
altri paesi, avevano comunicato apertamente la notizia ai fedeli, nelle
sinagoghe, in occasione delle funzioni religiose del capodanno ebraico. Gli
ebrei ebbero appena il tempo di lasciare le loro case e di nascondersi, cosa
che fu molto facile perche', come si espresse la sentenza, "tutto il popolo
danese, dal re al piu' umile cittadino", era pronto a ospitarli.
Probabilmente sarebbero dovuti rimanere nascosti per tutta la durata della
guerra se la Danimarca non avesse avuto la fortuna di essere vicina alla
Svezia. Si ritenne opportuno trasportare tutti gli ebrei in Svezia, e cosi'
si fece con l'aiuto della flotta da pesca danese. Le spese di trasporto per
i non abbienti (circa cento dollari a persona) furono pagate in gran parte
da ricchi cittadini danesi, e questa fu forse la cosa piu' stupefacente di
tutte, perche' negli altri paesi gli ebrei pagavano da se' le spese della
propria deportazione, gli ebrei ricchi spendevano tesori per comprarsi
permessi di uscita (in Olanda, Slovacchia e piu' tardi Ungheria), o
corrompendo le autorita' locali o trattando "legalmente" con le SS, le quali
accettavano soltanto valuta pregiata e, per esempio in Olanda, volevano dai
cinquemila ai diecimila dollari per persona. Anche dove la popolazione
simpatizzava per loro e cercava sinceramente di aiutarli, gli ebrei dovevano
pagare se volevano andar via, e quindi le possibilita' di fuggire, per i
poveri, erano nulle.
Occorse quasi tutto ottobre per traghettare gli ebrei attraverso le
cinque-quindici miglia di mare che separano la Danimarca dalla Svezia. Gli
svedesi accolsero 5.919 profughi, di cui almeno 1.000 erano di origine
tedesca, 1.310 erano mezzi ebrei e 686 erano non ebrei sposati ad ebrei.
(Quasi la meta' degli ebrei di origine danese rimase invece in Danimarca, e
si salvo' tenendosi nascosta). Gli ebrei non danesi si trovarono bene come
non mai, giacche' tutti ottennero il permesso di lavorare. Le poche
centinaia di persone che la polizia tedesca era riuscita ad arrestare furono
trasportate a Theresienstadt: erano persone anziane o povere, che o non
erano state avvertite in tempo o non avevano capito la gravita' della
situazione. Nel ghetto godettero di privilegi come nessun altro gruppo,
grazie all'incessante campagna che in Danimarca fecero su di loro le
autorita' e privati cittadini. Ne perirono quarantotto, una percentuale non
molto alta, se si pensa alla loro eta' media. Quando tutto fu finito,
Eichmann si senti' in dovere di riconoscere che "per varie ragioni" l'azione
contro gli ebrei danesi era stata un "fallimento"; invece quel singolare
individuo che era il dott. Best dichiaro': "Obiettivo dell'operazione non
era arrestare un gran numero di ebrei, ma ripulire la Danimarca dagli ebrei:
ed ora questo obiettivo e' stato raggiunto".
L'aspetto politicamente e psicologicamente piu' interessante di tutta questa
vicenda e' forse costituito dal comportamento delle autorita' tedesche
insediate in Danimarca, dal loro evidente sabotaggio degli ordini che
giungevano da Berlino. A quel che si sa, fu questa l'unica volta che i
nazisti incontrarono una resistenza aperta, e il risultato fu a quanto pare
che quelli di loro che vi si trovarono coinvolti cambiarono mentalita'. Non
vedevano piu' lo sterminio di un intero popolo come una cosa ovvia. Avevano
urtato in una resistenza basata su saldi principi, e la loro "durezza" si
era sciolta come ghiaccio al sole permettendo il riaffiorare, sia pur
timido, di un po' di vero coraggio. Del resto, che l'ideale della "durezza",
eccezion fatta forse per qualche bruto, fosse soltanto un mito creato
apposta per autoingannarsi, un mito che nascondeva uno sfrenato desiderio di
irreggimentarsi a qualunque prezzo, lo si vide chiaramente al processo di
Norimberga, dove gli imputati si accusarono e si tradirono a vicenda
giurando e spergiurando di essere sempre stati "contrari" o sostenendo, come
fece piu' tardi anche Eichmann, che i loro superiori avevano abusato delle
loro migliori qualita'. (A Gerusalemme Eichmann accuso' "quelli al potere"
di avere abusato della sua "obbedienza": "il suddito di un governo buono e'
fortunato, il suddito di un governo cattivo e' sfortunato: io non ho avuto
fortuna"). Ora avevano perduto l'altezzosita' d'un tempo, e benche' i piu'
di loro dovessero ben sapere che non sarebbero sfuggiti alla condanna,
nessuno ebbe il fegato di difendere l'ideologia nazista.

4. LIBRI. MARIA SERENA PALIERI INTERVISTA BAHIYYIH NAKHJAVANI
[Dal quotidiano "L'Unita'" del 21 febbraio 2008 col titolo "Nakhjavani: Il
velo? Non copre il corpo, ma l'anima" e il sommario "Intervista. Parla
l'iraniana Nakhjavani che ha dedicato un romanzo alla figura oscura e
luminosa di Tahirith, poetessa Baha'i che nel suo Paese nell'800 sfido' il
diritto girando a volto scoperto"
Maria Serena Palieri (Roma, 1953) giornalista, dal 1979 scrive su
"L'Unita'", attualmente lavora alle pagine culturali e si occupa di
narrativa italiana e internazionale e mercato editoriale; ha collaborato con
diverse testate, tra cui "l'Espresso" e "Marie Claire", e' stata consulente
di Rai Educational e autrice-conduttrice per Radiodue; in campo editoriale
lavora anche come editor e traduttrice dal francese; un suo libro-intervista
con Domenico de Masi, Ozio creativo, sui tempi di vita, ha avuto quattro
edizioni (Ediesse, Rizzoli) ed e' stato pubblicato in Brasile da Sextante.
Bahiyyih Nakhjavani, scrittrice, nata in Iran, ha studiato in Inghilterra e
negli Stati Uniti; vive fra Inghilterra e Francia; il suo romanzo La
bisaccia e' stato un bestseller internazionale ed e' tradotto in dieci
lingue. Opere di Bahiyyih Nakhjavani: La bisaccia, Le Lettere, Firenze 2001;
La donna che leggeva troppo, Rizzoli, Milano 2007]

Tahirih Qurratu'l-Ayn, una giovane che nell'Impero persiano della dinastia
Qajar predico' la tolleranza e la liberta' interiore secondo il verbo della
confessione Baha'i, si ribello' al velo e, col bellissimo viso scoperto,
insegno' ai piu' poveri a scrivere, compose poesie e, per la sua poetica
capacita' di prevedere il futuro, fu chiamata strega, per finire, accusata
di omicidio, incarcerata a Teheran e poi assassinata, e' l'eroina della
Donna che leggeva troppo, romanzo di affascinante lettura, edito da Rizzoli,
di Bahiyyih Nakhjavani, gia' autrice della Bisaccia. Sessant'anni, minuta,
sguardo vivace e grandi occhiaie scure singolarmente ammalianti, la
scrittrice porta questo nome la cui grafia, per noi di ceppo latino, e'
impossibile compitare. In realta' e' naturalizzata europea dall'infanzia e
scrive in inglese: a tre anni con la famiglia emigro' in Uganda, allora
colonia, a undici arrivo' in Gran Bretagna, oggi vive tra li' e la Francia.
E, ci spiega, questo suo sradicamento e' il motivo per cui ha costruito in
modo cosi' anomalo il romanzo con cui - con l'anima - e' "tornata" nel suo
Paese. Ripercorrendone un pezzo di storia ottocentesca, i quarant'anni di
regno dell'effeminato e imbelle Shah Nasiru'd-Din, schiacciato prima dalla
madre, la Reggente Mahd-i-Olya, poi da due Imperi prepotenti, il Britannico
e il Russo.
*
- Maria Serena Palieri: Signora Nakhjavani, la poetessa di Qazvin in che
misura e' un personaggio storico e in che misura nasce dalla sua fantasia?
- Bahiyyih Nakhjavani: Ho ereditato dalla Storia la sua storia. Fino da
bambina ne conoscevo le gesta, perche', per noi di cultura Baha'i, e' una
figura importante. Ma negli ultimi centosessant'anni su di lei sono state
costruite anche molte "verita'" non vere, di volta in volta e' stata
esaltata o messa all'indice. I cosiddetti fatti sono anch'essi invenzioni, e
andavano vagliati. Da parte mia ho inventato, ma in coda al libro ho messo
un elenco di dati storici e una bibliografia che consentono al lettore di
farsi una propria idea. Perche' oggi e' in voga sbandierare la liberta'
creativa dell'autore. Ma io ho sentito una responsabilita' precisa verso
questa donna vessata nella sua vita vera, la cui voce e' stata strozzata in
senso letterale. Non volevo essere io a lapidarla di nuovo, a velarla di
nuovo. I diritti umani dei morti vanno rispettati.
*
- Maria Serena Palieri: Sfuggente ma centrale nel suo romanzo c'e', appunto,
la figura di una professionista della morte, la donna che lava i cadaveri.
Come si e' imposta alla sua fantasia?
- Bahiyyih Nakhjavani: Ho voluto dare a Tahirih il funerale che non ha mai
avuto e seppellirla col giusto onore. Questa donna e' colei che per prima
legge la sua storia. Lavare un defunto non significa lavare un corpo del suo
passato? Ma, tornando a quella prima questione, su verita' e invenzione,
documentandomi su Tahirih io stessa ho trovato molti dati contraddittori. E
allora ho usato un altro strumento narrativo: il pettegolezzo. Attraverso il
gossip femminile, un continuo cicaleccio, puoi fare e disfare le verita'
molte volte. Ecco queste bocche di principesse e dame, ma anche di donne che
lavano i cadaveri, che narrano fatti pero' ricamano su di essi. Con le loro
chiacchiere "lavano" dei fatti che sono morti.
*
- Maria Serena Palieri: Lei, nella scrittura, impiega una splendida ironia.
L'ironia e' un frutto culturale, come la conosciamo noi oggi e' erede di
un'epoca, del razionalismo seicentesco e di Voltaire. Per la cultura
persiana essa esiste?
- Bahiyyih Nakhjavani: I persiani sono i piu' raffinati utilizzatori della
lingua, suonano, danzano con le parole, giocano con esse fino a sdoppiarne e
triplicarne il senso. E questo e' il seme dell'ironia. Ma e' da li' che
viene la mia? Quando mi trovo tra dei persiani raffinati, mi sento un
ippopotamo. Parlo di un certo tipo di conversazione, tutta garbo e sorrisi,
dove di colpo ti senti perforato da un commento sarcastico, pungente, e devi
saper lavorare di fioretto. Sono un'analfabeta, allevata nella cultura
anglosassone, non leggo ne' scrivo il farsi. Ecco il dilemma da cui sono
partita quando ho deciso di scrivere la storia della donna persiana piu'
raffinata del suo tempo nell'eloquio e nello scrivere. Percio', per tradurre
in inglese quei raffinatissimi giochi di parole, ho scelto una prosa vicina
a quella inglese del Settecento e primo Ottocento, Swift, Carlyle, Pope. E
Gibbon, coi suoi elementi retorici, tesi e antitesi che convivono nella
stessa frase: parti con un concetto, poi lo ribalti, ma come una sorta di
eco nel periodare persiste la prima versione... Ecco il nucleo dell'ironia.
Ed ecco un modo di parlare molto persiano.
*
- Maria Serena Palieri: Benche' ambientato in quest'Ottocento appartato, La
donna che leggeva troppo e' un romanzo che parla forte e limpido al mondo di
oggi. Cosa pensa Bahiyyih Nakhjavani dell'Iran attuale di Amadinejad?
- Bahiyyih Nakhjavani: Ne so per i racconti dei miei amici. Ci sono tornata
una sola volta a diciannove anni, ed ero un personaggio tipico, la
studentessa emancipata che, inorridita, si vede levare il passaporto
all'arrivo per vederselo restituito solo alla fine del soggiorno, si accorge
che deve uscire con uno chaperon e stare per lo piu' rinchiusa in casa con
le altre donne che lavorano al piccolo punto coi bigodini in testa. Se
tornassi oggi verrei arrestata, perche' sono Baha'i. Due settimane fa
cinquantaquattro cittadini, tutti Baha'i, sono stati condannati perche'
insegnavano a leggere e scrivere ai poveri di Shiraz. Verrei arrestata
perche' in un romanzo come La bisaccia ho analizzato con occhio relativista
continuita' e progresso nella religione. E la pressione dei mullah e'
fortissima. Dunque, per sentito dire so che dietro l'immagine ufficiale del
Paese ci sono le masse iraniane di giovanissimi scontenti.
*
- Maria Serena Palieri: La sua poetessa rifiuta il velo perche' strumento di
oppressione. Anche lei, oggi, lo considera tale?
- Bahiyyih Nakhjavani: Cio' che mi turba e' che, tramite la moda del velo,
gli adolescenti siano sottoposti a una politicizzazione di massa. Alle
ragazzine, in un'eta' per natura difficile, viene offerta questa "risorsa":
velarsi. E' l'equivalente della moda gotica offerta ai ragazzini di qui:
quelle ferramenta mortuarie da appendersi alle orecchie, offerte a degli
adolescenti che, per eta', sono ossessionati da problemi di sesso,
identita', morte. E che gli colonizzano il cervello.
*
- Maria Serena Palieri: Nel suo romanzo una cosa e' chiarissima:
l'oppressione delle donne deriva dalla paura che ne hanno gli uomini. Oggi
e' lo stesso?
- Bahiyyih Nakhjavani: Si'. Una scrittrice marocchina, Fatima Mernissi, si
e' chiesta: cosa c'era prima dell'anno zero dell'Islam, della Rivelazione di
Maometto? Sappiamo che c'era il Buio, un equivalente del Medio Evo per
l'Europa. Ma cos'era? Lei ha ipotizzato che ci fosse una civilta'
matriarcale. Ecco, credo che oggi serpeggi il terrore che quel Buio torni, e
con esso il potere delle donne. Sa quell'immagine delle soldatesse americane
bionde sbarcate in Kuwait dai tanks americani? Quella e' stata dinamite nei
cervelli dei fondamentalisti. Percio' fanno di tutto per schiacciare la
liberta' femminile.

5. LIBRI. GIOVANNA BOURSIER PRESENTA "LA CITTA' FRAGILE" DI BEPPE ROSSO E
FILIPPO TARICCO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 19 giugno 2008 col titolo "Precarieta'
allo specchio dei ghetti metropolitani. La citta' fragile di Beppe Rosso e
Filippo Taricco".
Giovanna Boursier, giornalista, e' anche una studiosa che ha dedicato
particolare attenzione ed importanti ricerche alla storia e alla cultura dei
rom, alla storia della lotta partigiana in Italia, allo sterminio nazista.
Nata a Torino nel 1966, laureata in lettere e filosofia; tra i suoi scritti:
Lo terminio degli zingari", in "Studi storici", n. 3, 1995; e' coautrice di
Zigeuner. Lo sterminio dimenticato, Sinnos, Roma 1996; ha collaborato a vari
lavori collettanei, tra cui Piero Brunello (a cura di), L'urbanistica del
disprezzo, Manifestolibri, Roma 1996; ha realizzato diversi documentari e
reportage di documentazione sociale; dopo aver collaborato come regista ai
programmi Rai Diario italiano e La base inizia a lavorare come
videogiornalista per Report nel 2002; per Report ha realizzato, tra le
altre, le inchieste Amianto sul mare (2002), Clandestini (2004), Perche' le
centrali? (2004), Chi non vola e' perduto (2008); nel 1994 e' stata
consulente storica e della regia del documentario Pane, pace e liberta' di
Mimmo Calopresti; nel 1995 collabora alla ricerca storica del documentario
Torino in guerra di Guido Chiesa; l'anno successivo collabora alla regia del
documentario Confini di Mimmo Calopresti e sempre con lui realizza Tutto era
Fiat; dal 1999 viene coinvolta nel progetto Shoah Visual History Foundation
di Steven Spielberg, come intervistatrice; nel 2001 vince il Premio Cipputi
al Torino Film Festival; nel 2002 ha realizzato, insieme a Pierfranco
Milanese, il documentario Storie di lotte e deportazione; ha collaborato al
Dvd + libretto "A forza di essere vento. Lo sterminio nazista degli
zingari", Editrice A, Milano 2006; attualmente vive a Roma.
Beppe Rosso, attore, regista e autore teatrale, negli anni Ottanta fonda la
compagnia Granbado' Produzioni Teatrali e collabora stabilmente con il
Laboratorio Teatro Settimo. Come drammaturgo scrive e allestisce con il
Teatro Stabile di Torino una serie di testi che affrontano il disagio del
vivere contemporaneo: Camminanti, la Trilogia dell'Invisibilita', Fantasmi
d'Acciaio.
Filippo Taricco, autore teatrale, ha curato un volume sulla punteggiatura
per la collana "Holden Maps", ha collaborato con Radio 3 Rai e scritto
numerosi testi allestiti da Acti Teatri Indipendenti e dal Teatro Stabile di
Torino.
Marco Revelli, storico e saggista, figlio di Nuto Revelli, e' docente di
scienza della politica all'Universita' del Piemonte Orientale. Opere di
Marco Revelli: Lavorare in Fiat, Garzanti, Milano 1989; (con Giovanni De
Luna), Fascismo/antifascismo, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1995; Le due
destre, Bollati Boringhieri, Torino 1996; La sinistra sociale, Bollati
Boringhieri, Torino 1997; Fuori luogo, Bollati Boringhieri, Torino 1999;
Oltre il Novecento, Einaudi, Torino 2001; La politica perduta, Einaudi,
Torino 2003; (con Fausto Bertinotti e Lidia Menapace), Nonviolenza. Le
ragioni del pacifismo, Fazi, Roma 2004; Carta d'identita', Intra Moenia -
Carta, Napoli-Roma 2005; Sinistra destra. L'identita' smarrita, Laterza,
Roma-Bari 2007. Ha anche curato l'edizione italiana del libro di T. Ohno, Lo
spirito Toyota, Einaudi, Torino 1993; un suo importante saggio e' in Pietro
Ingrao, Rossana Rossanda, Appuntamenti di fine secolo, Manifestolibri, Roma
1995]

In ogni citta', di giorno, ci sono strade dove si incontrano mendicanti e,
di notte, ci sono viali che si popolano di prostitute e clienti. E, nelle
stesse citta', normalmente in periferia, vicino a una discarica, o sul greto
di un fiume, ci sono i rom, costretti a vivere nei giganteschi ghetti che si
chiamano campi, monumenti postmoderni all'esclusione. Ovunque, quindi, ci
sono spazi urbani inesplorati, "inconfessabili", dove chi si crede cittadino
piu' di altri dice di non mettere piede e definisce chi vi abita soprattutto
per differenza ed estraneita'. Accade raramente, infatti, che chi oggi si
incarica di compiti securitari in nome della tolleranza zero, conosca, se
non per eccesso, quello che in questi luoghi si vive davvero. Se ne scrive
poco, se non per emergenza.
Per questo vale ancora di piu' leggere il libro di Beppe Rosso e Filippo
Taricco La citta' fragile (Bollati Boringhieri, pp. 96, 12 euro). Che di
puttane, zingari e barboni parla: tre racconti (piu' una postfazione di
Marco Revelli), tutti nati da precedenti lavori teatrali messi in scena
dagli autori negli ultimi anni per il Teatro Stabile di Torino. Come se da
scrittura scaturisse scrittura, in una lunga ricerca sul campo che diventa
un viaggio e ci porta in quei luoghi sommersi delle metropoli, per
restituircene storie.
Nella prima, Seppellitemi in piedi, ispirata a un fatto accaduto dieci anni
fa alle porte di Torino (di cui aveva scritto Revelli nel suo Fuori luogo),
ci sono i rom scappati dall'incendio del loro villaggio in Romania e
accampati su un piazzale al confine tra due citta', dove chiedono asilo
politico e invece saranno di nuovo cacciati, con un foglio su cui c'e'
scritto "deportation order". Il titolo si ispira alla frase che dice il
vecchio Carfin in punto di morte in una delle roulottes sul piazzale: "Ho
passato la vita in ginocchio, quando moriro' seppellitemi in piedi". E prima
aveva detto di gente piegata, spinta sempre fuori, ai bordi, costretta a
spostarsi e rendersi invisibile in spazi che gli altri trascurano o
immaginano vuoti. Come succede anche alle prostitute del secondo racconto,
La fortezza di Rozafat, in cui la protagonista e' una delle tante ragazze
rapite in Albania e schiavizzate sui marciapiedi a fare marchette. E come
succede anche ai senza tetto, i poveri - protagonisti della terza storia,
Senza -, che oggi aumentano in tutte le metropoli e muoiono di freddo
nell'indifferenza di molti.
La narrazione e' rapida, stempera la durezza con l'ironia, ha il ritmo che
deve avere il teatro e, tra l'altro, dice di gente che a teatro non ci va
mai. Vive e lavora sulla strada (e il merito di questo lavoro e' anche di
farti pensare che la scena, oggi, e' soprattutto li') e quando ci avvicina
lo fa spesso per chiedere: carita', soldi in cambio di sesso, aiuto. Noi, se
diamo, lo facciamo perche' ci sentiamo protetti ma anche colpevoli, nella
certezza di casette a schiera con giardino, tv satellitare e poco altro. Per
questo, come in un paradosso, e come scrive Revelli, La citta' fragile parla
soprattutto di noi (e del fallimento della politica): lo fanno i rom
sgomberati che dicono del nostro sradicamento, i barboni in coda per la
mensa che dicono della nostra precarieta', le prostitute di fronte alla fila
di auto dei loro clienti, che dicono delle nostre solitudini. Tutti insieme
ci parlano dell'incertezza diventata sistema, della possibilita' sempre piu'
attuale di essere messi da parte, di come e' diventato facile varcare il
confine tra chi e' dentro e chi e' fuori. E scivolare fino a cadere. In
"periferia", appunto. Diventa evidente, insomma, che la distanza che ci
separa da quelli che chiamiamo "stranieri" e cerchiamo di allontanare, e' la
stessa che ci separa da noi, facendoci credere a illusioni pericolose, senza
considerare che le responsabilita' non sono tanto verso di loro ma
soprattutto verso noi stessi. Perche' la violenza dell'esclusione permette
di credere di sopravvivere. Trovando capri espiatori alle inquietudini e
all'insicurezza. Primi tra tutti sempre i rom, che non riusciamo nemmeno a
definire oltre i pregiudizi: da figli del vento a ladri, fino a crederli non
italiani o nomadi, cosa che non sono piu' da decenni.
Attraverso questo libro, quindi, gli autori svelano paure e verita'.
Soprattutto perche' modificano il punto di vista. Il loro, prima di tutto,
quando si accorgono, per esempio, che il problema piu' grande di un barbone
non e' tanto la fame quanto il dover usare la strada come bagno, o che
appena "passi il confine, negli occhi della gente il centro diventa
periferia". Mano a mano capisci che e' un libro sulle nostre citta', e
sposti lo sguardo dove, comunque, resistono culture preziose. Non ci sono
giudizi, solo distanze che si colmano: i vuoti urbani si riempiono,
diventando un palcoscenico nel quale, in fondo, tutti recitiamo. Un po'
spaventati, forse, ma con l'idea che sulla strada sarebbe meglio starci
insieme. Tanto piu' oggi, che la geografia dell'emarginazione e' diffusa e
pericolosa, perche' le menti si abituano al rifiuto che si trasforma in una
norma sociale.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 502 del 30 giugno 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004
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