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Voci e volti della nonviolenza. 205



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 205 del 26 luglio 2008

In questo numero:
1. Luciano Bonfrate: Prudenza
2. Sergio Bartolommei: Quando la vita
3. Emma Fattorini: I grandi dilemmi bioetici e le concrete esperienze
esistenziali
4. Enzo Mazzi: La vita e il sacro
5. Adriano Prosperi: La moderna danza macabra
6. Severino Vardacampi: Della lotta contro la morte e della difesa della
dignita' umana nel morire

1. EDITORIALE. LUCIANO BONFRATE: PRUDENZA

Chi ha letto E non disse nemmeno una parola, forse il libro piu' grande del
grande maestro nostro Heinrich Boell, ricordera' quel leitmotiv delle
conversazioni lungo la linea telefonica della curia: "Prudenza".
Chi ha letto Mohandas Gandhi o Hannah Arendt, Hans Jonas o Vandana Shiva, o
si ricorda di certi processi ad Atene e a Gerusalemme qualche millennio fa,
sa che ogni volta che si riflette su gravi vicende che riguardano la
concreta vita e la concreta morte, la concreta esistenza di esseri viventi,
quella buona parola di cui sovente sorridiamo ancora e ancora soccorrerci
deve.
Ogni astratto sillogizzare, ogni dogmatico asseverare, cedano il passo
dinanzi a questo dovere ultimo: la misericordia.
E per dirla tutta: la misericordia che non e' la giustizia, ma quella
giustizia oltre la giustizia che la giustizia adegua all'esistenza. La
misericorda che e' il contrario dell'ingiustizia proprio mentre giustizia
invera in forme che possono apparire - e in qualche misura essere -
ingiuste. La misericordia che e' l'irruzione del dono nella trama delle
relazioni: il dono, il perdono, la comune umanita'.
Talvolta giustizia e misericordia sembrano confliggere; sembrano confliggere
talvolta la norma giuridica e il sentire morale: sembrano confliggere e
talvolta confliggono veramente. Alle radici della nostra coscienza vi e' il
dramma di Antigone.
E talvolta sembrano confliggere, e talvolta veramente confliggono, verita' e
prudenza, giustizia  e prudenza, misericordia e prudenza. Come tutto e'
enigmatico e arduo in questo mondo di labirinti e di specchi lungo la via
che mena a Tebe, ove sempre si torna.
A questo principio vorremmo tenerci fermi: tu non uccidere altre persone. Tu
salva se puoi le vite. Tu non essere sordo al dolore degli altri. Tu
riconosci i limiti dell'umana esistenza. Tu non mentire. Tu sappi dire
quando sei turbato, quando non hai le risposte che tagliano netto, quando in
timore e tremore sei dinanzi alla scelta tragica. A questo principio
vorremmo tenerci fermi: tu non uccidere altre persone. Tu salva se puoi le
vite.
Sapendo, certo, che ad impossibilia nemo tenetur. Sapendo, certo, che solo a
te stesso qui stai parlando.
Poi ascolta tutte le voci, inchinati a chiunque si alzi a parlare in
modestia e semplicita' persuaso di recare un giovevole consiglio, dinanzi al
fuoco, in questa assemblea. Oltre il cerchio buia e' la notte, e fredda.
Siamo solo esseri umani, in cammino.

2. RIFLESSIONE. SERGIO BARTOLOMMEI: QUANDO LA VITA
[Dal quotidiano "L'Unita'" del 25 luglio 2008 col titolo "Quando la vita si
fa crudele dittatura".
Sergio Bartolommei (Fucecchio, Firenze, 1952) e' docente di bioetica
all'Universita' di Pisa. Tra le opere di Sergio Bartolommei: Illuminismo e
utopia, Il Saggiatore, Milano 1978; Etica e ambiente, Guerini e associati,
Milano 1989; Etica e natura, Laterza, Roma-Bari 1995; Etica e biocultura. La
bioetica filosofica e l'agricoltura geneticamente modificata, Ets, Pisa
2003]

Sono giorni concitati e drammatici per le cronache bioetiche del nostro
Paese. Al Nord un corpo che aveva ospitato una persona di nome Eluana
Englaro, scomparsa insieme alla sua coscienza 16 anni fa dopo un incidente
stradale, sta per essere trasferito da una casa di cura a un Hospice dopo
che sara' stato disattivato il sondino naso-gastrico che lo alimenta
artificialmente. Con l'esaurirsi delle funzioni dell'involucro corporeo,
alla morte biografica di Eluana - la morte della possibilita' di
raccontarsi, di mettersi in relazione e di dare un senso alla sua propria
vita - seguira' cosi' anche quella organica e anagrafica. Solo allora, e
grazie a due storiche sentenze giudiziarie, si avra' il riconoscimento delle
sue volonta': quelle che aveva espresso quando, ignara della sua sorte
futura, era capace di pronunciarsi su cosa per lei sarebbe stata dignita'
del vivere e del morire nell'ipotesi di poter piombare un giorno nel buio
dello stato vegetativo permanente (Svp) in cui purtroppo poi le accadde
effettivamente di entrare.
Al Sud un neonato di tre mesi, Davide Marasco, nato il 28 aprile scorso a
Foggia e protagonista di un caso assurto alle cronache nazionali, e' morto
dopo essere stato sottoposto a rianimazione e dialisi forzate nel tentativo
di farlo sopravvivere. Davide era affetto da sindrome di Potter e presentava
un quadro clinico caratterizzato da mancanza dei reni, inadeguato sviluppo
degli ureteri, della vescica e dei polmoni, malformazioni intestinali e
rettali.
Sia lo Svp che la sopravvivenza di neonati colpiti da patologie
incompatibili con la vita sono, paradossalmente, nuove condizioni del morire
rese possibili dall'avvento delle tecnologie di rianimazione e sostegno
vitale. Fino a qualche decennio fa il corso "naturale" delle cose avrebbe
portato alla morte quasi istantanea i protagonisti di queste due tragiche
vicende. Oggi il loro destino dipende in gran parte dalle nostre decisioni e
dalla nostra responsabilita'.
Sia nel caso di Eluana che in quello di Davide si e' optato per soluzioni
vitalistiche, pensando che il miglior interesse dei due fosse di
prolungarla, la vita, il piu' possibile, in nome della sua sacralita'. Il
paternalismo medico e' venuto in soccorso del vitalismo. Nel caso della
Englaro si sono moltiplicate anche in queste ultime ore una serie di
(irrispettose) pressioni - politiche, accademiche, religiose - affinche' il
padre-tutore non la faccia morire come ella desiderava e come due Tribunali
della Repubblica hanno giudicato lecito autorizzare a fare.
Nel caso di Davide e' bastato che i genitori manifestassero una titubanza
nel dare il consenso alle cure intensive che subito il bimbo e' stato
sottratto alla loro potesta' e affidato al primario degli Ospedali Riuniti
di Foggia per essere sottoposto a rianimazione e dialisi. Prigionieri forse
dell'alone positivo e di mistero che circonda la parola "vita", si fatica a
misurarsi con l'idea che ci siano situazioni in cui vivere e' un disvalore o
un'oppressione, o perche' il vivere e' ridotto alle sofferenze e agli
accanimenti di quella che non e' terapia ma devastante e coatta
sperimentazione medica (Davide), o perche' le condizioni della vita sono
divenute radicalmente incompatibili con le idee di dignita' personale
nutrite nel corso dell'esistenza cosciente (Eluana).
E' difficile pero' scalfire lo zelo dei vitalisti. Essi non si accorgono che
l'astratta ideologia cui aderiscono - "la Vita e' sacra" - puo' rivelarsi
crudele nelle situazioni in cui, applicandola con fanatica coerenza, genera
solo una inutile e penosa sospensione del morire. Incapace in questi casi di
garantire un miglioramento delle condizioni di salute, il vitalismo si
rivela spesso veicolo dei danni provocati da un interventismo medico fine a
se stesso. Cio' che fa apparire l'uno e l'altro "giusti" e' che sembrano la
soluzione piu' semplice e ovvia, optando per la quale sembra di essere meno
in gioco con le nostre responsabilita'.

3. RIFLESSIONE. EMMA FATTORINI: I GRANDI DILEMMI BIOETICI E LE CONCRETE
ESPERIENZE ESISTENZIALI
[Dal quotidiano "Il Riformista" del 21 luglio 2008 col titolo "Eluana,
macabro caso di accanimento biopolitico" e il sommario "Englaro. Abbiamo
visto il peggio delle culture in campo".
Emma Fattorini si e' occupata del problema religioso nelle sue implicazioni
teoriche e storiche, fin dalla sua tesi laurea in filosofia morale, con
studi sulla questione religiosa in Italia nei suoi rapporti con la cultura e
la politica Otto-Novecentesca. Le sue ricerche si non concentrate poi sullo
studio dei cattolicesimi europei nell'Ottocento e nel Novecento e in
particolare sul modello tedesco: la lotta del Kulturkampf, il romaticismo
religioso ottocentesco, la storia del piu' antico partito cattolico e della
piu' fitta rete associativa cattolica, fino agli anni della seconda guerra
mondiale (I cattolici tedeschi. Dall'intransigenza alla modernita'.
1870-1953, Brescia 1997). Ha condotto ricerche di storia
politico-diplomatica sul nuovo ruolo che viene assumendo nello scenario
internazionale la Santa Sede all'indomani della prima guerra mondiale
pubblicando i rapporti inediti del nunzio Pacelli in Germania e anticipando
cosi' una documentazione che sara' al centro delle polemiche internazionali
degli ultimi anni sui silenzi di Pio XII nei confronti del nazismo (Germania
e Santa Sede. Le Nunziature di Pacelli tra la Grande guerra e la repubblica
di Weimar, Bologna 1992. Ora e' in corso di pubblicazione un lavoro sulla
politica di pace di Benedetto XV durante la grande guerra). Ha poi condotto
studi sulla pieta' religiosa, sulle devozioni e sulla santita', con una
particolare attenzione al culto mariano nei suoi significati religiosi,
politici e sociali, ricostruendo il tracciato di modernita' e arretratezza
che e' contenuto in queste forme solo apparentemente arcaiche di
religiosita', sottraendole dunque a quella lettura sociologica e
antropologica che le relegava alla mera sfera dell'arretratezza e del
folklore (ha curato il volume collettaneo: Santi, culti, simboli nell'eta'
della secolarizzazione. 1815-1915, Torino 1997, le sue ricerche sul culto
della Vergine sono in parte contenute nel recente Il culto mariano nell'Otto
e Novecento, Simboli e Devozioni, Roma 2000). Sempre valorizzando gli
aspetti modernizzanti e anticipatori ha studiato la religiosita' femminile,
il primo associazionismo femminile, le forme di culto piu' vicine alle
donne, coordinando anche un gruppo di ricerca tra laureande su questi temi e
partecipando, tra le fondatrici, alla Societa' delle storiche. Ha svolto,
negli anni passati una intensa attivita' pubblicistica, collaborando con
diversi istituti di ricerca e scrivendo su riviste e quotidiani]

Ex male, bonum. Tra i pochissimi segnali positivi di una stagione morale e
culturale cosi' triste, potevamo, almeno, essere contenti per l'affievolirsi
di quel furioso e regressivo bipolarismo etico che nell'ultimo decennio ha
coperto vuoti culturali, politici e purtroppo anche religiosi. Saggiamente
auspicato da Antonio Polito su queste pagine e rimpianto da chi, invece,
vuole rilanciare la contrapposizione astiosa sui temi ultimi. Uno scontro
che si autoalimenta e che ha espresso il peggio delle culture in campo:
l'umanesimo laico in nome della liberta' e della qualita' della vita
piuttosto che seguire i sentieri della pieta' e dell'umanita' si e'
arroccato sulla burocratica richiesta legislativa, il fronte cattolico ha
rischiato una difesa sempre piu' "materialistica" della vita intesa nella
sua pura naturalita' biologica, nella sua mera artificialita'.
Ora, invece, sulla sorte della povera Eluana si riaccende, purtroppo, il
macabro spettacolo nazionale: il magazine del "Corriere della sera" invita i
lettori a votare pro o contro, come in un nuovo gioco estivo, mentre i
cattolici intransigenti si permettono di accusare il padre di egoismo e
crudelta'.
Anch'io, come Polito, lascerei "le cose come stanno": ben diverso dal caso
Welby, dove c'era un reale accanimento, una crescita di sofferenza, una
volonta' chiara ed esplicita del malato e dove sarebbe stata sacrosanta una
legge che ne consentisse la volonta', quello di Eluana e' tutto un altro
caso. Da un punto strettamente bioeticistico aprirebbe un precedente di
carattere eutanasico perche' siamo in una palese sospensione non delle cure
ma della nutrizione. Una distinzione pero' che fuori dalle disquisizioni
giuridiche e bioetiche, in molti altri casi, nella vita concreta del
paziente suona quanto mai artificiosa, pretestuosa e ipocrita: c'e' un
momento in cui l'alimentazione e' la cura.
La mancanza di un minimo di legislazione sulla fine vita fa si' che, ancora
una volta, sia la giustizia a supplire, a sostituirsi alla politica.
Troviamo dei paletti per i casi estremi, visto che ormai concordiamo tutti
sul bisogno di dettare alcune regole. Lo hanno detto molto bene Eugenia
Roccella e Gaetano Quagliariello.
Senza illudersi che il testamento biologico (orrenda dizione) risolva
magicamente problemi quasi insolubili fuori da un buon rapporto
medico-paziente: dopo una malattia, dopo una certa eta', dopo una
maturazione interiore e' frequentissimo cambiare idea sull'accettabilita'
delle proprie condizioni di vita, pochi comunque restano lucidi e
consapevoli. Ma per chi ha questa "fortuna" e, all'opposto, per i casi
estremi si deve approntare un testo legislativo minimo, che accetti la
richiesta di sospensione delle cure. Perche' dopo anni di estenuante
dibattito sul testamento biologico non si pensa anche alla normalita' della
morte e non si trova un accordo sulle cure palliative e le terapie del
dolore, non si potenzia l'uso degli oppiacei, se ne agevola la
somministrazione?
Piu' i grandi dilemmi bioetici si affrontano nella concreta esperienza delle
vite umane piuttosto che a partire dalle contrapposizioni ideal-ideologiche
e piu' si trovano soluzioni largamente condivise. Non e' relativismo. Non e'
una rinuncia ai propri principi. E' una constatazione misurata anche
"statisticamente", quantitativamente, da molti tra i piu' autorevoli
bioeticisti di tutto il mondo, soprattutto americani. Dati e inchieste alla
mano. Nella angosciante scelta circa la sospensione delle cure, la
stragrande maggioranza delle decisioni si risolve in una dolente intesa tra
medico, paziente e famiglia. Non sembri una semplificazione di buon senso:
e' davvero cosi'. Ma l'opinione pubblica e' spesso tratta in inganno dalla
esasperazione di casi limite enfatizzati dai media e dalle polemiche
politiche e non riesce a vedere come siano sempre superiori le ragioni di
una comune visione umana. Perche'? Questa e' la vera domanda.
L'esasperazione intollerante, l'enfatizzazione ideologica delle divisioni di
principio testimonia della crisi profonda della nostra cultura politica sia
laica sia cattolica. Eppure proprio perche' i problemi sono gravi, perche'
non c'e' piu' un umanesimo credibile in grado di accogliere queste verita',
proprio perche' esiste un'emergenza morale dobbiamo ripartire dalle concrete
esperienze esistenziali delle persone e scopriremmo che sulle domande
essenziali del dolore e della morte sono piu' le cose che ci uniscono di
quelle che ci dividono.

4. RIFLESSIONE. ENZO MAZZI: LA VITA E IL SACRO
[Dal quotidiano "L'Unita'" del 20 luglio 2008 col titolo "Eluana, quando la
sacralita' e' disumana" e il sommario "Sradichiamo la violenza dall'apparato
mummificato delle culture del sacro".
Enzo Mazzi, animatore dell'esperienza della comunita' dell'Isolotto a
Firenze, e' una delle figure piu' vive dell'esperienza delle comunita'
cristiane di base, e della riflessione e delle prassi di pace, solidarieta',
liberazione, nonviolenza. Tra le opere di Enzo Mazzi e della Comunita'
dell'Isolotto segnaliamo almeno: Isolotto 1954/1969, Laterza, Bari 1969;
Ernesto Balducci e il dissenso creativo, Manifestolibri, Roma 2002]

Eluana Englaro cessera' di vivere o ricomincera' a vivere? Questo
interrogativo scuote le coscienze di fronte alla interruzione
dell'alimentazione forzata di una donna da sedici anni in coma
irreversibile. La vita di Eluana e' identificabile col battito cardiaco o
con la funzione digestiva assicurate non dalla autonomia del proprio sistema
biologico ma solo dalla potenza della tecnologia medica, oppure e' forza
vitale in continuo divenire che preme per essere liberata da un corpo che da
se stesso non sarebbe piu' in grado di contenerla? E chi ama di piu' la
vita: la suorina che vorrebbe continuare ad alimentare forzatamente la donna
in coma o il padre che ha scelto di generare di nuovo la figlia liberando la
forza vitale di lei imprigionata da sedici anni in un corpo incapace di
funzioni vitali autonome? E non e' tutto. Perche' l'interrogativo
riguardante la vita e la morte di Eluana e' forse la domanda fondamentale
che accompagna l'umanita' fin dalla sua origine e che costituisce la spinta
della trasformazione creatrice. Eluana e' tutti noi, e' ogni donna e ogni
uomo.
Mia figlia - ha detto a piu' riprese il padre di Eluana - aveva un senso del
morire come parte del vivere e non avrebbe accettato di essere una vittima
sacrificale di una concezione sacrale della morte come realta' separata e
opposta alla vita.
Puo' darsi che sfugga la pregnanza di un simile messaggio. Ma e' proprio li'
in quell'angoscioso intreccio di vita/morte che si radica da sempre ed oggi
in modo particolarmente intenso la spinta dell'evoluzione culturale.
Al fondo della crudelta' insensata che tutt'ora insanguina il mondo c'e' la
persistenza di un senso alienato della vita derivante dal dominio del sacro
e dalla sua penetrazione nella societa' moderna. La vita e' sacra. E' un
principio etico fondamentale. Ma e' sacra in quanto parte della sacralita'
di un tutto in divenire che comprende finitezza e morte. Questo dice la
saggezza dei secoli a chi ha orecchi per intendere. La cultura sacrale
invece separa la vita dalla sua finitezza. La vita viene sacralizzata come
dimensione astratta contrapposta alla dimensione altrettanto astratta della
morte. La sacralita', intesa come astrazione, separazione e contrapposizione
fra le varie dimensioni della nostra esistenza, e' la proiezione di
un'angoscia irrisolta, di una frattura interna, di una mancanza di autonomia
e infine di una alienazione della propria soggettivita' nelle mani del
potere.
La critica che e' rivolta alla gerarchia cattolica ormai da molti credenti,
compresi tanti teologi e teologhe di valore, riguarda proprio l'incapacita'
a liberarsi e liberare dal dominio del sacro. "La proprieta' dell'Evangelo
e' quella di metterci in una intransigente lotta contro il sacro... in
quanto la sacralizzazione e' la stessa cosa che l'alienazione dell'uomo...
ma noi dobbiamo constatare che la fede cristiana si e' come corrotta,
imputridita...". Queste affermazioni forti di padre Ernesto Balducci sono
condivise da molti nella Chiesa e sono alla base della critica per
l'intransigenza della gerarchia verso le posizioni etiche espresse da Eluana
e dai genitori di lei.
E' un compito immane la liberazione del profondo dalla cultura sacrale che
genera violenza. Bisogna andare finalmente alle radici, individuare e tentar
di sradicare il gene della violenza che cova in tutto l'apparato
mummificato, simbolico e normativo, delle culture del sacro tanto laiche che
religiose.
Ognuno deve fare la sua parte, dovunque si trova ad operare, usando gli
strumenti di conoscenza e di saggezza che gli sono stati forniti
dall'esperienza di vita e dalla rete delle relazioni che ha potuto
intrecciare.
Eluana e suo padre stanno facendo la propria parte. Seminano senso positivo
della vita con sofferenza e con forza.
A loro dobbiamo essere profondamente grati.

5. RIFLESSIONE. ADRIANO PROSPERI: LA MODERNA DANZA MACABRA
[Dal quotidiano "La Repubblica" del 21 luglio 2008 col titolo "Il diritto di
morire nel nostro Medioevo".
Adriano Prosperi, nato a Cerretto Guidi (Firenze) nel 1939, docente di
storia moderna all'Universita' di Pisa, ha insegnato nelle Universita' di
Bologna e della Calabria; collabora a riviste storiche tra le quali
"Quaderni storici", "Critica storica", "Annali dell'Istituto italo-germanico
in Trento" e "Studi storici"; si e' occupato nei suoi studi di Storia della
Chiesa e della vita religiosa nell'eta' della Riforma e della Controriforma;
negli ultimi anni ha rivolto un'attenzione particolare alle strategie di
disciplinamento delle coscienze e di regolazione dei comportamenti
collettivi, messe in atto dalle istituzioni ecclesiastiche nell'Italia
post-tridentina. Tra le opere di Adriano Prosperi: Tra evangelismo e
Controriforma: Gian Matteo Giberti (1495-1543), Roma 1969; (con Carlo
Ginzburg), Giochi di pazienza, Torino 1975; Tribunali della coscienza:
inquisitori, confessori, missionari, Torino 1996; L'eresia del Libro Grande.
Storia di Giorgio Siculo e della sua setta, Milano 2000; Dalla Peste Nera
alla guerra dei Trent'anni, Torino 2000; Il Concilio di Trento: una
introduzione storica, Torino 2001; L'Inquisizione romana. Letture e
ricerche, Roma 2003; Dare l'anima, Torino 2005]

Una antica rissa cristiana sembra essersi riaccesa in Italia intorno al piu'
cupo dei diritti, quello di morire: suore uscite per un attimo dall'ombra di
una vita di carita', prelati e dotti teologi offrono gli argomenti della
religione a un movimento assai composito di gente comune e di affannati
politicanti. Ed e' un dolce nome di donna quello a cui tocca ancora una
volta il compito di portare il simbolo dell'offesa e della violenza patita.
Ma la schiuma della cronaca talvolta nasconde piuttosto che rivelare le
correnti profonde. Per questo non faremo quel nome. Per una volta almeno non
sara' pronunziato il nome di donna a cui tocca oggi - in attesa di altri
candidati che non mancheranno - il compito di rappresentare nella piazza
mediatica il dramma della nostra impotenza davanti alle crudelta' della
natura e di offrire il suo volto indifeso alle bandiere di un "partito"
contro un altro - un sedicente partito della vita in lotta contro un
improbabile partito della morte. Tacerlo e' la sola cosa che resta da fare,
non solo per pudore e per pieta', ma anche perche' tutto il necessario e'
stato detto e tutte le risorse e i saperi delle istituzioni sono stati messi
a frutto.
Qui si tratta piuttosto di capire la sostanza dei problemi che agitano la
societa' e che muovono ciascuno di noi a partecipare intensamente, coi
sentimenti e con le idee, alla tempesta che ogni volta si scatena intorno a
questi casi. Ogni volta questa speciale forma di morte chiama in gioco la
medicina e il diritto, la religione e la politica. E' la moderna danza
macabra di un nuovo Medioevo, ossessionato come l'antico dalla paura di un
nemico terribile: che non e' piu' la morte improvvisa e senza sacramenti
della peste, ma e' la minaccia congiunta di una vita che non e' vita e di
una morte debole, inavvertita e sfuggente.
Le ragioni del diritto le ha esposte ieri con la solita inappuntabile
precisione Stefano Rodota'. Ma e' la medicina che viene prima di tutto. A
lei, in una celebre intervista del 1957, un lungimirante Pio XII lascio' il
compito e la responsabilita' di individuare il segno del confine tra la vita
e la morte. E ben prima di allora i medici hanno cercato di fare propria
l'antica certezza di Re Lear: "Io so ben riconoscere quando uno e' morto e
quando vive". Ci sono riusciti? non sembra. Oggi negli Stati Uniti d'America
puo' accadere che una persona - la stessa persona - sia ritenuta legalmente
morta in California e ancora in vita nel Missouri. Il caso (reale) e'
raccontato dal professor Carlo Alberto Defanti, nella prima pagina di un
libro che sembra scritto apposta per guidare con l'aiuto della scienza
medica i lettori dei nostri tempi, in sosta angosciati davanti al passaggio
estremo: Soglie. Medicina e fine della vita (Bollati Boringhieri, Torino
2007, pp. 270).
Quali le soglie su cui si e' attestato nel nostro provvisorio presente il
limite estremo della vita umana? sono ancora quelle antiche, in contrasto da
secoli: il battito del cuore, la scintilla del cervello. La medicina si e'
impadronita della questione quando, col ritorno alla pratica anatomica alla
fine del Medioevo, la foresta degli organi e' cominciata ad emergere dietro
l'unita' della pianta umana. E fin da allora la pratica medica concepi'
quella fame di corpi che non doveva piu' lasciarla: la "fabbrica del corpo
umano" (il titolo fu di Andrea Vesalio) doveva essere chiamata nel '900 -
dopo la celebre operazione di Christian Barnard - a fornire tanti pezzi di
ricambio. Questo non e' un dettaglio ma un punto nodale dei problemi
attuali. L'offerta di corpi umani, possibilmente ancora palpitanti di una
vita residua, ha alimentato i progressi della medicina.
Ma per ottenerli e' stata necessaria una alleanza coi poteri della religione
e dello Stato: fin dagli inizi. Come si racconta in un libro collettivo,
uscito contemporaneamente a quello di Defanti (Misericordie, Confessioni
sotto il patibolo, Edizioni della Normale 2007) si ricorse per secoli alle
forniture dei patiboli e alle membra piu' "vili", quelle dei condannati a
morte. E ci volle uno speciale investimento di pratiche e di rituali per
saldare il necessario circuito tra potere e religione, tra erogazione della
morte e promessa di vita - quella dell'aldila' ai condannati e quella di
questo mondo agli ammirati spettatori delle meravigliose operazioni della
scienza medica. Da allora in poi quel circuito doveva ripresentarsi
costantemente, sia pure sotto altre forme.
Le tappe successive della storia scientifica della questione ci portano
ancora alla diarchia cuore-cervello. Il "miracolo" della rianimazione
(dall'inglese "resuscitation") apri' la strada alle moderne cure intensive
con le tecniche per far ripartire un cuore arrestato e ventilare chi non era
in grado di respirare autonomamente (il polmone d'acciaio e' del 1927). Ma
quando si scopri' nel 1959 che in determinati stati di coma
l'elettroencefalogramma non rilevava piu' onde elettriche cerebrali, si pose
il problema se valesse la pena proseguire l'assistenza ventilatoria. Dalla
scoperta del coma irreversibile derivo' la proposta del comitato della
Harvard Medical School di considerare questo stato come "sindrome della
morte cerebrale" e di fissarlo come nuovo criterio di morte. La data del
documento (1968) segna una svolta storica importante, come mostra Defanti
che ne analizza il contesto e le ragioni, scientifiche ed economiche, e
segnala la cautela con cui fu cercato l'avallo delle autorita' religiose. E'
su questa base che fu definita la procedura per ottenere organi utilizzabili
per trapianti, pezzi per l'officina delle riparazioni chirurgiche. Ma, come
sanno o dovrebbero sapere tutti coloro che hanno nel portafoglio
l'autorizzazione all'espianto dei propri organi, quel criterio fu scelto per
ragioni pratiche da chi sapeva quanto fosse difficile fissare l'attimo
decisivo su di un orologio della morte che e' capace di misurare solo un
processo graduale e differenziato. Cosi' anche il documento di Harvard non
segno' la fine della questione. Da un lato la diffusione clamorosa con
Barnard del trapianto di cuore spinse potentemente in direzione
dell'eutanasia attiva e dell'espianto di cuori funzionanti; dall'altro
l'esplorazione del cervello ha dissolto l'unita' di questo organo in entita'
diverse, ognuna con una vita e una morte propria.
Se lasciamo l'ancoraggio delle ricerche mediche, ci si apre davanti
l'universo dei sentimenti: specialmente di quella paura della morte di se'
che in ciascuno si scatena davanti alla morte degli altri. E qui la realta'
del nostro tempo rivela la sua irrecuperabile lontananza dall'antica
religione che oggi lotta con tutte le sue forze contro i suoi nemici di
sempre. Eutanasia, questa e' la parola: parola ambigua, odiata e ripudiata
quando si presenta con l'orrendo volto nazista della soppressione forzata di
un'umanita' difettiva, ma che cela nel suo benevolo suono la voce di una
sirena antica: il desiderio e l'augurio - per se' e per i propri cari - di
una morte rapida e totale, senza sofferenze; ma anche la convinzione ormai
acquisita che disporre della sorte del proprio corpo rientra fra i diritti
dell'individuo. Qui si incontrano i bisogni profondi del nostro tempo. E si
capisce perche' ci colpisce tanto la storia di quella dolce figura
femminile, che appare oggi ancora viva almeno nella cronaca lacerata del
paese: e' la nostra storia, una possibile, sempre piu' probabile storia
della fine che aspetta ciascuno di noi. Qui si misura l'arretramento
drammatico del senso cristiano della morte, di quella morte gioiosa del
credente che detto' a Martin Lutero uno dei suoi scritti piu' belli e che
doveva animare la fede dei martiri della Riforma mentre salivano lietamente
sui patiboli dell'Inquisizione. Oggi solo la deliberata ambiguita' della
scelta di una parola, la vita - termine che i credenti possono intendere nel
senso di vita dell'aldila' e tutti gli altri sono liberi di applicare alla
vita che abbiamo qui - sostiene le incongrue alleanze costruite per battere
le leggi sull'aborto e le proposte di testamento biologico.
Il filo che ci porta al presente comincio' quando nella cultura europea del
'700 razionalista prese corpo il rischio della morte apparente. Come ha
raccontato anni fa Claudio Milanesi furono allora elaborate norme precise
tuttora valide per scongiurare il pericolo della sepoltura di persone in
stato di catalessi; e tutti conoscono in che modo la fantasia romantica di
Edgar Allan Poe desse poi corpo a quei fantasmi dei morti viventi che
abitano oggi negli incubi del nostro presente e ci vengono incontro nelle
corsie delle cliniche.
Dunque, una conclusione si impone. La storia ci ha condotti a questo punto,
per molte e complicate vie che fanno parte incancellabile della realta' di
un paese moderno. Pertanto non ci sono alternative alla messa in opera delle
regole faticosamente elaborate per conciliare il diritto individuale a
disporre del proprio corpo con l'obbligo istituzionale a fornire tutte le
cure necessarie alla persona malata: obbligo che non si deve tuttavia
spingere alla "tortura inutile" di cui scriveva Paolo VI nella lettera del
1970 citata da Rodota'. E se le attuali gerarchie cattoliche farebbero bene
a meditare quelle parole, spetta invece allo Stato italiano affrontare sia
il gravissimo problema delle carenze delle strutture sanitarie che oggi
obbligano le famiglie a sostenere il peso anche morale di situazioni
dolorosissime, sia introdurre finalmente una regolamentazione adeguata del
testamento biologico. Nell'immediato, spetta a noi tutti fare un passo
indietro, recedere dal clamore indecente che oggi assedia chi ha diritto al
rispetto e al silenzio.

6. LE PENULTIME COSE. SEVERINO VARDACAMPI: DELLA LOTTA CONTRO LA MORTE E
DELLA DIFESA DELLA DIGNITA' UMANA NEL MORIRE

Sono due cose distinte la morte e il morire. Ed entrambe legate alla vita,
con nodi diversi.
*
Come tutto e' sempre terribilmente complicato, e come i novissimi sfuggono
al tentativo di ingabbiarli entro le rigide armature dell'etica, del
diritto, della teologia, della psicologia, della medicina, della politica.
*
Se tutta la cultura e' funzione apotropaica, gesto e costruzione di
stornamento della morte, perche' stupirsi della paura che ci coglie quando
la dobbiamo non solo nominare, ma in qualche modo e misura fronteggiare in
ravvicinato duello?
*
Non si conosce piu' l'arte del ben morire. La medicina reca con i suoi doni
anche questa maledizione.
*
Qui non soccorre aver lungamente sfogliato tutte le biblioteche: il corpo
dell'altro che muore ti convoca oltre ogni detto.
*
A nessuno puo' essere sottratto il suo diritto di morire. A nessuno puo'
essere concesso il potere di uccidere altri che se'.
*
E le ragioni della scienza, le procedure dei protocolli, le norme del
diritto, non hanno alcun peso per chi sempre spera nell'irruzione del
miracolo.
*
Non vi e' solo l'opposizione tra ingiustizia e giustizia, tra crimine e
giustizia, tra violenza e giustizia. Vi e' anche quella tra giustizia e
pieta', giustizia e misericordia, giustizia e perdono.
*
Resta il dolore, il dolore infinito di chi muore, il dolore infinito di chi
resta.

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 205 del 26 luglio 2008

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