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Minime. 531



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 531 del 29 luglio 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Soldati Nato uccidono bambini in Afghanistan
2. Peppe Sini: Col sorcio in bocca
3. Giulio Vittorangeli: Continuare
4. Arnold I. Davidson e Carlo Ginzburg: Sul lavoro dello storico
5. Giuseppe Galasso: Sul lavoro dello storico
6. Ricciardo Aloisi: Minima una postilla ai testi che precedono
7. Hannah Arendt: Le cose buone
8. Edizioni Qualevita: Disponibile il diario scolastico 2008-2009 "A scuola
di pace"
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. GUERRA. SOLDATI NATO UCCIDONO BAMBINI IN AFGHANISTAN
[Dal sito del quotidiano "Il messaggero" (www.ilmessaggero.it) riprendiamo
la seguente notizia del 28 luglio 2008 dal titolo "Afghanistan, soldati Nato
uccidono due bambini"]

Due bambini uccisi dal fuoco di due soldati Nato a Kandahar, in Afghanistan.
I militari hanno aperto il fuoco contro l'auto nella quale viaggiavano i
bambini dopo che la vettura non si e' fermata ad un posto di controllo. Lo
riferisce l'Isaf precisando che un uomo e' rimasto gravemente ferito nello
stesso episodio. I soldati "hanno aperto il fuoco contro un'auto, che
viaggiava in maniera minacciosa e ha ignorato gli avvertimenti, due bambini
che erano a bordo sono rimasti uccisi", comunica l'Isaf.
Sabato scorso  alcuni soldati britannici hanno ucciso quattro civili che
anche in quel caso si trovavano a bordo di un'auto che non si e' fermata a
un posto di controllo, nel distretto di Sangin, nella provincia di Helmand.

2. EDITORIALE. PEPPE SINI: COL SORCIO IN BOCCA

Riferiscono le cronache e i presenti che nella seduta di venerdi' 25 luglio
2008 il consiglio comunale di Viterbo ha deliberato pressoche'
all'unanimita' (unico voto contrario quello del consigliere Enrico Mezzetti,
e merito gliene sia reso) di chiedere alla Regione Lazio che il territorio
del Comune di Viterbo sia stralciato dal Piano territoriale paesaggistico
regionale con la conseguente revoca delle norme di salvaguardia.
Che tradotto in lingua corrente significa che il Comune di Viterbo chiede
alla Regione che a Viterbo non valgano le norme di tutela del territorio che
valgono per tutto il resto del Lazio.
Una richiesta semplicemente grottesca ed abnorme sotto ogni profilo.
*
Far west
Non e' chi non veda l'irricevibilita' della richiesta: se la Regione
accedesse all'idea che a Viterbo non debbano valere i vincoli e le norme del
Piano regionale contro la speculazione e la devastazione del territorio,
perche' dovrebbero valere altrove? Sarebbe il precedente in forza del quale
ogni Comune del Lazio in cui domini una lobby speculativa potrebbe chiedere
analogo stralcio, col risultato che chiunque puo' immaginare.
E non e' chi non veda l'insostenibilita' tecnica, amministrativa e
procedurale di una tale deliberazione: predisposta in fretta e furia ed
approvata in quattro e quattr'otto, quando gia' sono abbondantemente
superati i termini originariamente previsti per la presentazione delle
osservazioni al Piano, e quando e' palese che una tale richiesta e'
inammissibile tanto de jure quanto de facto alla luce della normativa
vigente - oltre che alla luce del rispetto dovuto all'intelligenza e la
dignita' delle persone, e del rispetto dovuto al decoro, alla legittimita'
ed alle funzioni delle istituzioni. Un piccolo, ignobile colpo di mano.
*
La lobby smascherata
Ma questa delibera insostenibile, inammissibile ed irricevibile, destinata
peraltro a non avere efficacia perche' palesemente irragionevole e contra
legem, che restera' negli annali come esempio di insipienza ed
irresponsabilita' - ed usiamo degli eufemismi -, e' anche straordinariamente
rivelatrice di una semplice verita' che andiamo enunciando da molti mesi.
La verita' che la realizzazione del devastante mega-aeroporto per voli low
cost a Viterbo e' impossibile ed illegale.
Poiche' chiedere che per l'intero territorio viterbese (ovvero per cospicue
porzioni di esso) si deroghi dai vincoli del Piano territoriale
paesaggistico regionale equivale ad un'ammissione bella e buona della
illiceita' di quell'opera nociva e distruttiva: quel mega-aeroporto la cui
realizzazione implicherebbe la devastazione dell'area termale del Bulicame,
e danni enormi al termalismo, alle colture agricole di qualita', alle
emergenze archeologiche, all'Orto botanico dell'Universita' ed all'attivita'
scientifica ad esso connessa, agli ulteriori beni ambientali, culturali ed
economici insistenti nell'area investita, ed ancora: implicherebbe danni
enormi alla salute, alla sicurezza, alla qualita' della vita, ai diritti
soggettivi ed ai legittimi interessi di migliaia di cittadini viterbesi.
*
Col sorcio in bocca
Con questa delibera ancora una volta la lobby del devastante mega-aeroporto
si e' fatta cogliere "col sorcio in bocca", per usare di questa vernacolare
ma icastica espressione.
*
La nave dei folli e la secessione ruspante
Ed anche se - per colmo di follia, o peggio - la Regione Lazio dovesse
anch'essa prostituirsi alla lobby politico-affaristica del devastante
mega-aeroporto, e consentire alla maxi-deroga dai vincoli del Piano, non si
illudano i messeri che tanto danno vogliono provocare al territorio, alla
salute e ai diritti dei cittadini viterbesi, poiche' basta ed avanza la
vigente legislazione italiana ed europea a garantire che quell'opera
dissennata non si realizzi perche' fuorilegge. E stando cosi' le cose o il
Comune di Viterbo delibera la secessione della citta' dall'Italia e
dall'Europa, oppure si adegua al rispetto delle leggi e rinuncia ad una
protervia ed una follia con cui si e' baloccato fin troppo a lungo, a
scandalo e danno di tutti i cittadini.
*
Ci rivedremo a Filippi
Attendiamo adesso che essa delibera sia ufficialmente affissa all'albo e
resa di pubblico dominio, onde estrarne copia ed avviare anche quelle azioni
previste dalla legge avverso gli atti che si ha ragione di ritenere
inammissibili.

3. RIFLESSIONE. GIULIO VITTORANGELI: CONTINUARE
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento.
Giulio Vittorangeli e' uno dei fondamentali collaboratori di questo
notiziario; nato a Tuscania (Vt) il 18 dicembre 1953, impegnato da sempre
nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di
solidarieta' internazionale, con una lucidita' di pensiero e un rigore di
condotta impareggiabili; e' il responsabile dell'Associazione
Italia-Nicaragua di Viterbo, ha promosso numerosi convegni ed occasioni di
studio e confronto, ed e' impegnato in rilevanti progetti di solidarieta'
concreta; ha costantemente svolto anche un'alacre attivita' di costruzione
di occasioni di incontro, coordinamento, riflessione e lavoro comune tra
soggetti diversi impegnati per la pace, la solidarieta', i diritti umani. Ha
svolto altresi' un'intensa attivita' pubblicistica di documentazione e
riflessione, dispersa in riviste ed atti di convegni; suoi rilevanti
interventi sono negli atti di diversi convegni; tra i convegni da lui
promossi ed introdotti di cui sono stati pubblicati gli atti segnaliamo, tra
altri di non minor rilevanza: Silvia, Gabriella e le altre, Viterbo, ottobre
1995; Innamorati della liberta', liberi di innamorarsi. Ernesto Che Guevara,
la storia e la memoria, Viterbo, gennaio 1996; Oscar Romero e il suo popolo,
Viterbo, marzo 1996; Il Centroamerica desaparecido, Celleno, luglio 1996;
Primo Levi, testimone della dignita' umana, Bolsena, maggio 1998; La
solidarieta' nell'era della globalizzazione, Celleno, luglio 1998; I
movimenti ecopacifisti e della solidarieta' da soggetto culturale a soggetto
politico, Viterbo, ottobre 1998; Rosa Luxemburg, una donna straordinaria,
una grande personalita' politica, Viterbo, maggio 1999; Nicaragua: tra
neoliberismo e catastrofi naturali, Celleno, luglio 1999; La sfida della
solidarieta' internazionale nell'epoca della globalizzazione, Celleno,
luglio 2000; Ripensiamo la solidarieta' internazionale, Celleno, luglio
2001; America Latina: il continente insubordinato, Viterbo, marzo 2003. Per
anni ha curato una rubrica di politica internazionale e sui temi della
solidarieta' sul settimanale viterbese "Sotto Voce" (periodico che ha
cessato le pubblicazioni nel 1997). Cura il notiziario "Quelli che
solidarieta'"]

I mesi trascorsi dalle elezioni di aprile, non hanno fatto altro che
confermare quanto di peggio sta vivendo la societa' e la democrazia
italiana.
La vittoria della destra non e' il 1994, e' peggio, perche' quello che
allora era nuovo, oggi e' solidificato, attrezzato e scaltrito.
La destra e' saldamente tenuta assieme, nelle sue componenti post, anti ed
extracostituzionali, dal progetto di cambiare la Costituzione formale nata
dalla Resistenza (nella quale la destra non si riconosce) dopo aver cambiato
quella materiale del paese. "Adeguarla" ai nuovi precetti delle ormai
dilaganti culture neoliberiste, incardinate sui bisogni delle imprese
anziche' sui diritti dei cittadini e dei lavoratori, sulla prevalenza degli
interessi privati del mercato rispetto alle funzioni pubbliche, sull'egoismo
sociale contrapposto al bene comune, sul primato dell'economia rispetto alla
regolazione politica e sociale: esattamente l'opposto dei valori cosi'
avanzati la cui garanzia fu sancita nel 1948.
La destra piu' rozza dell'Europa occidentale s'e' impadronita della mente
degli italiani, facendo del nostro un paese egoista e miope, nel quale
ognuno si e' chiuso in quel che crede il suo interesse piu' immediato mentre
d'una democrazia decente piu' nulla importa. In parlamento non ci sono piu'
comunisti e socialisti, ma da Ciarrapico alla Mussolini i fascisti ci sono
ancora, unica ideologia del Novecento viva e vegeta nel terzo millennio.
"Quasi meta' degli italiani guarda a una destra senza piu' remore, neanche
elementarmente antifasciste, e a una generosa conflittualita' sociale s'e'
sostituito in gran parte dell'elettorato, un modello di ineguaglianza e
marginalizzazioni, giudicato inevitabile" (Rossana Rossanda, "Il manifesto"
del 14 aprile 2008).
La destra ha vinto perche' non c'e' sinistra; la cui sconfitta politica e'
stata preceduta dalla sconfitta sociale e culturale. Paradossalmente avevamo
perso anche se le elezioni le vincevamo, sarebbe stata una vittoria di
Pirro.
Diventa difficile partire solo dai partiti politici; il tentativo di mettere
al centro il "che fare" invece d'un regolamento dei conti sembra fallito: la
ricerca delle colpe va a tutto vapore, in quella che voleva essere la
Sinistra arcobaleno. Mentre il Partito democratico si e' dimostrato
fallimentare nel suo tentativo di competizione al centro, di dare forma alla
grande mucillagine italiana (e' mucillagine anch'esso).
Restano i movimenti, ma strutturalmente minoritari, separati e quindi non in
grado di esercitare un'egemonia, almeno nell'immediato. Si deve percio'
lavorare a lunga scadenza (lo si sapeva fin dall'inizio), senza illusioni
sul successo immediato.
Perche' la sconfitta elettorale non significa che non esista piu' una
sinistra nella societa', pensiamo alle identita' individuali e alle energie
collettive che chiedono uguaglianza, giustizia economica e sociale, tutela
del lavoro, democrazia, pace, protezione dell'ambiente.
Le reti di societa' civile che hanno tradotto i valori in proposte
politiche, sviluppando identita' multiple e tolleranti, capaci di vedere il
rapporto con la politica non come una affermazione di identita' non
negoziabili, ma come la faticosa pratica di tradurre i principi in pratiche,
in politiche concrete che possono essere realizzate nella politica locale,
in quella nazionale e a scala mondiale.
Per tutto questo dobbiamo continuare con coraggio per ogni piccolo giorno
guadagnato di esistenza libera per tutte e tutti.

4. DIBATTITO. ARNOLD I. DAVIDSON E CARLO GINZBURG: SUL LAVORO DELLO STORICO
[Dal "Corriere della sera" del 24 luglio 2008 col titolo "Ginzburg: il
pre-giudizio aiuta la ricerca storica", il sommario "Su 'Aut Aut' dibattito
tra lo studioso italiano e l'americano Arnold I. Davidson. Metodi, obiettivi
e pericoli nella lettura critica dei documenti. Se non si parte da una
ipotesi si rischia di non capire nulla, bisogna saper imparare dal testo.
Colloquio tra Carlo Ginzburg e Arnold I. Davidson" e la nota "Pubblichiamo
uno stralcio del dialogo tra Carlo Ginzburg e Arnold I. Davidson, sul tema
"Il mestiere dello storico e la filosofia", contenuto nel numero in uscita
della rivista "Aut Aut", edita dal Saggiatore e diretta da Pier Aldo
Rovatti. In questa conversazione, organizzata dal festival "Vicino/lontano"
di Udine, lo storico italiano affronta con il suo interlocutore (studioso
americano di Foucault e autore del saggio The Emergence of Sexuality,
Harvard University Press) i problemi cognitivi ed etici con cui si confronta
la storiografia nel ricostruire il passato sulla base dei documenti".
Arnold Ira Davidson e' docente universitario all'Universita' di Chicago e
all'Universita' di Pisa, dove insegna storia della filosofia politica;
saggista, e' editore esecutivo della rivista "Critical Inquiry"; e' stato
allievo di John Rawls, Hilary Putnam, Jacques Derrida e Michel Foucault (col
quale strinse un intenso rapporto di amicizia); i suoi principali ambiti di
ricerca sono la filosofia continentale contemporanea, la filosofia morale e
politica, la storia della teologia, la storia del pensiero scientifico e
delle scienze umane. Tra le opere di Arnold I. Davidson: (con M. H. Lytle,
J. W. Davidson), After the fact, 1992; (con J. Chandler, H. D. Harootunian),
Questions of Evidence: Proof, Practice, and Persuasion across the
Disciplines, 1994; (con P. Hadot), Philosophy As a Way of Life: Spiritual
Exercises from Socrates to Foucault, 1995; Foucault and his Interlocutors,
1998; The Emergence of Sexuality: Historical Epistemology and the Formation
of Concepts, 2004; (con W. J. T. Mitchell), The late Derrida, 2007; (con P.
Hadot, Jeannie Carlier), La filosofia come modo di vivere, Einaudi, Torino
2008.
Carlo Ginzburg (Torino 1939), illustre storico, ha insegnato a lungo a
Bologna, dal 1988 insegna all'Universita' della California a Los Angeles
(Ucla). I suoi libri sono tradotti in piu' di venti lingue. Tra le opere di
Carlo Ginzburg: I benandanti, Einaudi, Torino 1966; Il formaggio e i vermi,
Einaudi, Torino 1976; Indagini su Piero, Einaudi, Torino 1981, 2001; Storia
notturna, Einaudi, Torino 1989; Il giudice e lo storico, Einaudi, Torino
1991; Miti emblemi spie, Einaudi, Torino 1992; Occhiacci di legno,
Feltrinelli, Milano 1998; Nessuna isola e' un'isola. Quattro sguardi sulla
letteratura inglese, Feltrinelli, Milano 2002; (con Vittorio Foa), Un
dialogo, Feltrinelli, Milano 2003; Il filo e le tracce, Feltrinelli, Milano
2006]

- Arnold I. Davidson: Il tema dello straniamento, vale a dire entrare in
un'altra prospettiva per riesaminare la nostra e capirne i presupposti
epistemologici, mostra molto bene il ruolo di un certo tipo di pratica
all'interno della storia, ma anche all'interno della filosofia. Lo
straniamento ci consente di mettere in risalto la nostra prospettiva, e poi
di esaminare, di discutere e di accettare in modo piu' conscio, oppure di
rifiutare, la prospettiva altrui. Carlo Ginzburg ha insistito tantissimo
sull'aspetto cognitivo della prospettiva. Il fatto che abbiamo tutti una
prospettiva, che c'e' sempre una prospettiva particolare, locale, non
esclude che possiamo discutere le nostre prospettive, dibattere
filosoficamente. Non si va dalla prospettiva particolare al relativismo
assoluto: certo, c'e' una prospettiva, ma si puo' argomentare intorno ad
essa per valutare qualcosa che di solito non vediamo. Quindi la prospettiva
ha questo aspetto conoscitivo.
Ma lo straniamento non e' la sola posta in gioco, perche' c'e' anche una
posta in gioco morale ed etica. Io penso sinceramente che lo storico non
possa e non debba evitare nella sua scrittura, sempre, una prospettiva di
valutazione; non soltanto di cognizione, ma di valutazione. Ogni frase
scritta da uno storico implica una prospettiva di valutazione, per cui il
problema e' come mettere insieme il lavoro storico e la necessita' di una
prospettiva di valutazione. L'idea che il sapere sia sempre prospettico e'
un'idea fondamentale. Tuttavia, il problema per Ginzburg e' che la
prospettiva non si riduce a un rapporto di forza, non e' soltanto politica:
c'e' un aspetto conoscitivo, ma c'e' anche un altro aspetto che riguarda la
prospettiva di valutazione.
La prospettiva di valutazione ha un ruolo nella storia che e' molto diverso
da quello che assume in un trattato di filosofia morale, dove troviamo i
concetti classici di bene, male, giustizia, ingiustizia. Si tratta sempre di
un giudizio, per cosi' dire, che viene pronunciato dalla cattedra - questo
e' il bene, questo e' il male - e implica il tentativo di giustificare con
l'argomentazione filosofica il giudizio morale. Ma chi esprime un giudizio
morale di questo tipo in un libro di storia perde un certo compito della
storia, che non e' quello di emettere giudizi morali di genere filosofico,
anche se il giudizio morale non si puo' evitare.
Il problema allora e' questo: cosa fa uno storico, che non puo' evitare
impliciti giudizi etici, morali, quando questi giudizi sono al centro di un
dibattito? Come puo' giustificare, non l'indagine storica in quanto tale,
cioe' i fatti, la descrizione degli eventi - perche' per la prospettiva
cognitiva c'e' un legame con la verita' che in un certo senso controlla e
regola la prospettiva, che dice questo e' vero, questo non lo e'. C'e',
insomma, un modello di verita' che regola la prospettiva. Ma nel caso della
moralita', qual e' il quadro di regolazione? E qual e' il rapporto tra la
prospettiva conoscitiva, al centro del lavoro di Ginzburg, e la prospettiva
di valutazione, dove c'entrano la filosofia morale e la politica?
*
- Carlo Ginzburg: Bisogna superare l'idea illusoria che il rapporto con i
testi o con le persone sia facile: la trasparenza e' un inganno. Il primo
aiuto forse ci viene dalla nozione di straniamento, che e' stata evocata
prima: un atteggiamento che ci fa guardare a un testo come a qualcosa di
opaco. E' un atteggiamento che puo' essere spontaneo; piu' spesso, e' il
frutto di una tecnica deliberata: non capire un testo come premessa per
capirlo meglio, non capire una persona come premessa per capirla meglio.
Diffido profondamente delle metodologie che trapassano i testi come un
coltello taglia il burro. La loro apparente potenza e' illusoria.
In realta' l'interprete trova solo se stesso.
La stessa cosa succede con le persone. L'idea che tutti si capiscano e'
illusoria. Al contrario, il fraintendimento, la difficolta' di comprensione
fa parte dei rapporti normali, anche fra persone che appartengono alla
stessa cultura. Questo sforzo, quindi, e' necessario e passa attraverso il
riconoscimento dell'opacita'. Cosa dice questo testo? Cosa mi dice questa
persona? Perche' fa cosi'? Io credo che domande di questo tipo debbano
essere continuamente poste. Quindi bisogna autoeducarsi a farsi domande: nei
confronti dei testi, per chi fa questo mestiere; nei confronti delle
persone, per chiunque - perche' questo fa parte del mestiere di vivere.
Ora cerco di rispondere alla domanda che mi ha posto Arnold Davidson. Direi
che, anche se ammettiamo che prospettiva cognitiva e giudizio morale siano
intrecciati, nel momento in cui si fa il mestiere di storico, meno si parla
di morale meglio e'. Ma credo che nell'idea di prospettiva ci sia anche la
prospettiva morale. Nel libro del grande storico dell'arte Ernst Gombrich
Arte e illusione, l'autore evoca un aneddoto: all'inizio dell'Ottocento un
gruppo di pittori va nella campagna romana a dipingere lo stesso luogo e ne
vengono fuori molti quadri diversi. Come mai? Ognuno di loro si accostava
allo stesso paesaggio non solo con un bagaglio tecnico, ma con qualcosa che
era legato alla propria formazione. In questa specie di griglia, in questo
filtro mentale entrano, io credo, anche i valori morali. Bisogna
sottolineare da un lato la diversita'; dall'altro, la traducibilita'.
Il lavoro che facciamo di fronte a un testo e' di interpretarlo, e cioe',
anzitutto, di tradurlo. Possiamo dire allora che c'e' un conflitto fra
giudizio morale e prospettiva cognitiva? Io credo di no, a patto di
ammettere che la prospettiva cognitiva non e' mai neutra, sebbene sia
traducibile. Molti elementi entrano nella prospettiva cognitiva, inclusi gli
elementi morali, politici ecc. Tutti devono, per quanto e' possibile,
entrare a far parte della consapevolezza. Dobbiamo diventare consapevoli dei
nostri pre-giudizi. Stacco pre-giudizi, perche' siamo abituati a dare alla
parola pregiudizio una connotazione negativa: mentre qualche forma di
pre-giudizio, cioe' di giudizio anticipato, e' auspicabile, come sa bene chi
studia testi. Se non si parte da un'ipotesi non si capisce nulla. Certo,
dobbiamo evitare di imporre il nostro pre-giudizio. Dobbiamo essere disposti
a imparare dal testo.
*
- Arnold I. Davidson: Vorrei ritornare sullo straniamento, perche' il
problema principale sta nel fatto che e' difficile da attuare. E' un
esercizio, una pratica, una tecnica difficile, dato che non si puo' stare
sempre nell'atteggiamento dello straniamento.
C'e' pero' una cosa piu' profonda: la prospettiva cognitiva e' anche una
prospettiva di valutazione. A questo proposito, leggendo un testo del grande
storico italiano Arnaldo Momigliano, mi ha colpito il suo atteggiamento
opposto. Egli dice: "O possediamo una fede religiosa o morale, indipendente
dalla storia, che ci permette di emettere giudizi sugli avvenimenti storici,
oppure dobbiamo lasciare perdere il giudizio morale. Proprio perche' la
storia ci insegna quanti codici morali ha avuto l'umanita', non possiamo
derivare il giudizio morale dalla storia". Su quest'ultima affermazione sono
d'accordo: non possiamo derivare il giudizio morale dalla storia. Tuttavia
l'atteggiamento di Momigliano e' che c'e' un'opposizione fra la prospettiva
morale, che per lui e' astorica, e la storia in quanto tale. Se rifiutiamo
questo presunto punto di vista, per cosi' dire, dell'eternita', fuori della
storia, bisogna trovare un giudizio morale all'interno della storia, che non
si puo' derivare dalla storia, ma che e' comunque all'interno della storia.
Qui, pero', c'e' un problema, perche' Carlo rifiuta l'idea che il giudizio
morale sia soltanto un giudizio che viene da un rapporto di forza. Se il
giudizio morale e' immanente alla storia, qual e' la base, il fondamento del
giudizio morale che non si riduce alla storia, ma che e' immanente alla
storia? Dove si trova il punto di appoggio per quel difficile tipo di
giudizio?
*
- Carlo Ginzburg: Mi fa molto piacere che Arnold abbia citato Momigliano,
una delle persone che hanno contato di piu' nella mia formazione. Ora, provo
a immaginare di proseguire una delle discussioni che ho avuto con lui. Che
cosa direi? Direi che a mio parere la frase citata da Davidson forse non
tiene abbastanza conto del punto di vista dell'osservatore. Se ci accostiamo
alla varieta' di comportamenti morali partendo dall'osservatore, troviamo,
paradossalmente, una via che ci puo' portare verso l'oggettivita'. In che
senso? Dobbiamo distinguere tra il linguaggio dell'attore e il linguaggio
dell'osservatore. Tener presente questa distinzione e' utile, perche' troppo
spesso gli storici si comportano come ventriloqui, facendo parlare gli
attori con la propria voce. Ma non credo che si debba scegliere tra i due
livelli di analisi: entrambi sono necessari. Dobbiamo cercare di ascoltare i
valori degli altri, anche quelli che ci appaiono dei disvalori; ma non
possiamo non partire dai valori nostri, nei cui confronti un atteggiamento
di assoluto distacco e' impossibile, perche' questo c'impedirebbe di vivere.
L'osservatore e' legato a una prospettiva locale: e' un uomo o una donna,
appartiene a un ambiente sociale, a una comunita' linguistica. Ma
obiettivita' e investimento emotivo, politico, morale non sono
incompatibili: si tratta di stabilire un rapporto tra loro. L'oggettivita'
puo' emergere solo da quest'intreccio di domande e risposte.

5. DIBATTITO. GIUSEPPE GALASSO: SUL LAVORO DELLO STORICO
[Dal "Corriere della sera" del 27 luglio 2008 col titolo "Ma lo storico vive
dentro la storia" e il sommario "Il confronto Ginzburg-Davidson. Filologia e
morale sono essenziali nel ricostruire gli eventi passati".
Giuseppe Galasso (Napoli, 1929), illustre storico, docente universitario,
editorialista, meridionalista, e' stato pubblico amministratore,
parlamentare, sottosegretario. Tra le opere di Giuseppe Galasso: Mezzogiorno
medievale e moderno, Einaudi, Torino 1965; Economia e societa' nella
Calabria del '500, Universita' di Napoli, Napoli 1967; Croce, Gramsci ed
altri storici, Il Saggiatore, Milano 1969; Dal Comune medievale all'unita'.
Linee di storia meridionale, Laterza, Bari 1969; Napoli spagnola dopo
Masaniello. Politica cultura societa', Esi, Napoli 1972; Potere e
istituzioni in Italia. Dalla caduta dell'Impero romano ad oggi, Einaudi,
Torino 1974 Da Mazzini a Salvemini. Il pensiero democratico nell'Italia
moderna, Le Monnier, Firenze 1975; Il Mezzogiorno nella storia d'Italia.
Lineamenti di storia meridionale e due momenti di storia regionale, Le
Monnier, Firenze 1977; Passato e presente del meridionalismo (vol. I: Genesi
e sviluppo; vol. II: Cronache discontinue degli anni Settanta), Guida,
Napoli 1978; (con G. Chiaromonte), L'Italia dimezzata. Dibattito sulla
questione meridionale, Laterza, Bari 1980; L'altra Europa. Per
un'antropologia storica del Mezzogiorno d'Italia, Mondadori, Milano 1982;
L'Italia come problema storiografico, Utet, Torino 1979; La democrazia da
Cattaneo a Rosselli, Le Monnier, Firenze 1986; L'Italia democratica. Dai
giacobini al Partito d'Azione, Le Monnier, Firenze 1986; (con R. Zangheri e
V. Castronovo), Storia del movimento cooperativo in Italia. La lega
Nazionale delle cooperative e mutue. 1886-1986, Einaudi, Torino 1987; "La
filosofia in soccorso de' governi". La cultura napoletana del Settecento,
Guida, Napoli 1989; Croce e lo spirito del suo tempo, Il Saggiatore, Milano
1990; Il Regno di Napoli. Il Mezzogiorno angioino e aragonese (1266-1494),
Utet, Torino 1992; Italia nazione difficile. Contributo alla storia politica
e culturale dell'Italia unita, Le Monnier, Firenze 1994; Alla periferia
dell'impero. Il Regno di Napoli nei secoli XVI-XVII, Utet, Torino 1994;
Sicilia in Italia. Per la storia sociale e culturale della Sicilia
nell'Italia unita, Edizioni del Prisma, Catania 1994; Beni e mali culturali,
Editoriale Scientifica, Napoli 1996; Storia d'Europa, 3 voll., Laterza, Bari
1996; Dalla "liberta' d'Italia" alle preponderanze straniere, Editoriale
Scientifica, Napoli 1997; Seguendo il Pci. Da Togliatti a D'Alema
(1955-1996), Costantino Marco, Lungro 1998; (con L. Mascilli Migliorini),
L'Italia moderna e l'unita' nazionale, Utet, Torino 1998; Nient'altro che
storia. Saggi di teoria e metodologia della storia, Il Mulino, Bologna 2000;
Croce e lo spirito del suo tempo, Laterza, Bari 2002; Napoli capitale.
Identita' politica e identita' cittadina. Studi e ricerche 1266-1860,
Electa, Napoli 2003; Capri insula e dintorni, La Conchiglia, 2004; Il
Mezzogiorno. Da "questione" a "problema aperto", Lacaita, Manduria 2005;
Carlo V e Spagna imperiale. Studi e ricerche, Storia e Letteratura, Roma
2006; La tutela del paesaggio in Italia (1984,2005), Editoriale Scientifica,
Napoli 2007; (con Massimo Cacciari e Biagio De Giovanni), Sul Partito
democratico. Opinioni a confronto, Guida, Napoli 2007]

Che c'e' di nuovo?, chiederei, per dire con schiettezza, come piu' che mai
si conviene per il rispetto dovuto agli interlocutori, la mia reazione al
dibattito fra Carlo Ginzburg e Arnold J. Davidson, moderatore Pier Aldo
Rovatti, per la rivista "Aut Aut" (il Saggiatore), su "Il mestiere dello
storico e la filosofia", ampiamente riportato dal "Corriere" di giovedi'
scorso. I problemi storici e storiografici di cui vi si parla sono pur
quelli sui quali si e' arrovellata la riflessione europea dai tempi ormai
lontani del positivismo. E questo, per la verita', non basta. Quel che
Ginzburg definisce pre-giudizio (staccando i due termini), e che precisa poi
essere l'ipotesi di lavoro da cui lo storico non puo' non partire, e' una
condizione del lavoro scientifico nota almeno dai tempi di Galilei (e, sia
detto per inciso, l'ipotesi di lavoro non e' un "giudizio" preesistente; e',
semmai, un "giudizio", a voler proprio usare questo termine, qui incongruo,
provvisorio e soggetto a continue riformulazioni in corso d'opera).
Allo stesso modo, l'insistere sul rapporto tra cognizione e valutazione nel
lavoro dello storico mi richiama la regola che giornalisti saccenti
insegnano come propria del loro mestiere: distinguere fatti e commenti. Come
se il modo di presentare i fatti non contenesse in se' fatalmente un
giudizio. I giornali francesi del marzo 1815 parlavano del ritorno di
Napoleone dall'Elba definendolo via via il mostro, l'usurpatore e, infine,
l'imperatore. E' una novita'? E lo "straniamento" teorizzato per lo studioso
rispetto ai testi? Sarebbe "un atteggiamento che ci fa guardare a un testo
come a qualcosa di opaco". Traduco per quanto capisco: diffidare della
lettera e del significato immediato del testo e mantenerne sempre attivo un
vaglio critico. E che cosa, dai tempi almeno di Lorenzo Valla, fa e insegna
a fare la filologia, della quale si parla anche qui, ma che non e' nata
ieri, e neppure l'altro ieri? Ginzburg dice bene che nel lavoro
storiografico "meno si parla di morale meglio e'". Ha ragione, ma va intesa
qui per morale il pregiudizio (pregiudizio qui in senso proprio)
moralistico. Lo storico che fa il proprio mestiere e' sempre un uomo intero,
totus homo, e non puo' resecare da se' una parte, e metterla... da parte:
ora mi spoglio delle mie opinioni, idee, sensibilita' in fatto di morale, e
valuto le cose prescindendone. In realta', lo storico subisce il
condizionamento storico che subiscono tutti, uomini e cose, vivendo nella
storia, e fuori del quale non sono neppure pensabili, e Ginzburg dice cose
giuste al riguardo, ma nella scia, mi pare, anche qui, di idee non recenti.
E la dialettica del distante/vicino nel lavoro storico, non s'intende piu'
presto e meglio se assorbita nel problema della cosiddetta "contemporaneita'
della storia"?
Tralascio, comunque, altri punti (tra cui quello della "traducibilita'",
ossia il problema di identificare e interpretare il senso di cio' che
leggiamo o ascoltiamo, su cui Ginzburg svolge considerazioni fra le sue
migliori qui) e vengo al punto sottostante, mi pare, alla natura dei
problemi discussi: il punto della verita' che nel lavoro storico - si dice -
traspare o non traspare per spie e indizi, e' implicita o esplicita, pura o
non pura, oggettiva o soggettiva. Ma nel lavoro storico la verita' e'
anch'essa un dato storico. Si forma nel dibattito assiduo e dialettico degli
studi e delle discipline che li coltivano, e di tutta la vita morale e
culturale dell'uomo nel corso del tempo. Non e' mai una verita' definitiva,
una prigione da cui non si possa piu' evadere. Certo, la nostra verita'
sulla storia romana e' piu' complessa, profonda e attendibile di quella di
Livio o di Tacito, che tuttavia resta per sempre la loro verita', della
quale anche noi viviamo e senza la quale, o dimenticandola, neppure la
verita' nostra sarebbe nata e si manterrebbe.
Relativismo? Non vi sarebbe nulla di male, ma non e' questo. Un autore a me
molto caro lo disse come meglio non si potrebbe: "Il concetto della verita'
come storia modera l'orgoglio del presente ed apre le speranze
dell'avvenire; e sostituisce alla disperata coscienza di strappare il velo a
cio' che sempre sfugge e si cela, la coscienza del sempre possedere cio' che
sempre si arricchisce" nel succedersi delle umane vicende ed esperienze.

6. DIBATTITO. RICCIARDO ALOISI: MINIMA UNA POSTILLA AI TESTI CHE PRECEDONO

Non soggettivita' vs oggettivita', ma intersoggettivita'.
Non descrizione vs interpretazione, ma comprensione.
Per comprensione intendendo la consapevolezza della propria medesima
collocazione in quella trama relazionale di cui storia e morale, evento e
valore, sono solo flusso e specola, immagine e parola - ma che e' un unico
cosmo, che chiamiamo: civilta' umana, comune umanita'.

7. MAESTRE. HANNAH ARENDT: LE COSE BUONE
[Da Hannah Arendt, Politica e menzogna, Sugarco, Milano 1985, p. 257. E' un
frammento da un'intervista del 1970.
Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906, fu allieva
di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del nazismo la costringe
all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule in America; e' tra le
massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice, intervenne
ripetutamente sulle questioni di attualita' da un punto di vista
rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori' a New York nel
1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti
tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo
l'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo l'anno dell'edizione
originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951),
Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen
(1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti,
Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli,
Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e incompiuto e'
apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di
brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna, Sugarco, Milano,
1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969.
Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra
amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975,
Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e' Archivio
Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2.
1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita'
e giudizio, Einaudi, Torino 2004; la recente Antologia, Feltrinelli, Milano
2006; i recentemente pubblicati Quaderni e diari, Neri Pozza, 2007. Opere su
Hannah Arendt: fondamentale e' la biografia di Elisabeth Young-Bruehl,
Hannah Arendt, Bollati Boringhieri, Torino 1994; tra gli studi critici:
Laura Boella, Hannah Arendt, Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito,
L'origine della politica: Hannah Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996;
Paolo Flores d'Arcais, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti,
Vita della mente e tempo della polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona
Forti (a cura di), Hannah Arendt, Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi
politici: quattro sguardi su Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994;
Friedrich G. Friedmann, Hannah Arendt, Giuntina, Firenze 2001; Julia
Kristeva, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 2005. Per chi legge il tedesco due
piacevoli monografie divulgative-introduttive (con ricco apparato
iconografico) sono: Wolfgang Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei
Hamburg 1987, 1999; Ingeborg Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000]

Le cose buone nella storia hanno di solito una durata molto breve, ma poi
hanno un'influenza decisiva su quanto accade per lunghi periodi di tempo.
Pensi soltanto a quanto e' stato breve il vero periodo classico in Grecia,
di cui tuttora continuiamo ad alimentarci.

8. STRUMENTI. EDIZIONI QUALEVITA: DISPONIBILE IL DIARIO SCOLASTICO 2008-2009
"A SCUOLA DI PACE"
[Dalle Edizioni Qualevita (per contatti: Edizioni Qualevita, via
Michelangelo 2, 67030 Torre dei Nolfi (Aq), tel. 0864460006 oppure
3495843946, e-mail: info at qualevita.it oppure qualevita3 at tele2.it, sito:
www.qualevita.it) riceviamo e diffondiamo]

E' pronto il diario scolastico 2008-2009 "A scuola di pace".
Se ogni mattina, quando i nostri ragazzi entrano in classe con i loro
insegnanti e compagni, potessero avere la percezione che, oltre che andare a
scuola di matematica, di italiano, di musica, di lingua straniera, vanno "a
scuola di pace", certamente la loro giornata diventerebbe piu' colorata,
piu' ricca, piu' appassionante, piu' felice.
Queste pagine di diario sono state pensate per fornire una pista leggera ma
precisa sulle vie della pace. Abbiamo sparso dei semi. Spetta a chi usa
queste pagine curarli, annaffiarli, aiutarli a nascere, crescere e poi
fruttificare. Tutti i giorni. Non bisogna stancarsi ne' spaventarsi di
fronte all'impegno di costruire una societa' piu' umana, in cui anche noi
vivremo sicuramente meglio.
Lo impariamo - giorno dopo giorno - a scuola di pace.
Preghiamo chi fosse intenzionato a mettere nelle mani dei propri figli,
nipoti, amici, questo strumento di pace che li accompagnera' lungo tutto
l'anno scolastico, di farne richiesta al piu' presto. Provvederemo entro
brevissimo tempo a spedire al vostro indirizzo le copie del diario. Grazie.
I prezzi sono uguali a quelli dell'agenda "Giorni nonviolenti" perche', a
fronte di un numero inferiore di pagine, trattandosi di ragazzi, la stampa
dovra' essere piu' rispondente alla loro sensibilita' (verranno usati i
colori) e pertanto piu' costosa.
Per ordini del diario scolastico 2008-2009:
- 1 copia: euro 10 (comprese spese di spedizione)
- 3 copie: euro 9,30 cad. (comprese spese di spedizione)
- 5 copie: euro 8,60 cad. (comprese spese di spedizione)
- 10 copie: euro 8,10 cad. (comprese spese di spedizione)
- Per ordini oltre le 10 copie il prezzo e' di euro 8: costo dovuto al fatto
che quest'anno ci limitiamo ad effettuarne una tiratura limitata.
Per informazioni e ordinazioni: Edizioni Qualevita, via Michelangelo 2,
67030 Torre dei Nolfi (Aq), tel. 0864460006 oppure 3495843946, e-mail:
info at qualevita.it, sito: www.qualevita.it

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 531 del 29 luglio 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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