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Nonviolenza. Femminile plurale. 199



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 199 del 31 luglio 2008

In questo numero:
1. Fernanda Pivano ricorda Susan Sontag (2004)
2. Oreste Pivetta ricorda Susan Sontag (2004)
3. Piero Sansonetti intervista Susan Sontag (2003)
4. Oreste Pivetta intervista Susan Sontag (2002)

1. MEMORIA. FERNANDA PIVANO RICORDA SUSAN SONTAG (2004)
[Dal "Corriere della sera" del 29 dicembre 2004 col titolo "Susan,
anticonformista con la ciocca bianca" e il sommario "La Sontag, morta a New
York. Libri, diritti umani, grandi polemiche. Divenne famosa negli anni
Sessanta per la sua passione femminista e le sue lotte contro la guerra in
Vietnam".
Fernanda Pivano, intellettuale italiana impegnata nei movimenti per i
diritti civili, studiosa della cultura americana e personalmente
intensamente partecipe delle piu' rilevanti esperienze di impegno civile,
artistiche, letterarie e culturali nordamericane novecentesche (e
particolarmente di quelle legate alla cultura ed alla militanza democratica
e radicale, pacifista ed antirazzista, di opposizione e di contestazione, ed
agli stili di vita alternativi), generosa maestra, amica della nonviolenza.
Tra le opere di Fernanda Pivano: oltre a numerose e giustamente celebri
traduzioni (tra cui la classica versione dell'Antologia di Spoon River, di
Edgar Lee Masters; la stupenda raccolta di poesie di Allen Ginsberg, Jukebox
all'idrogeno; la fondamentale antologia Poesia degli ultimi americani), ha
pubblicato tra altri volumi: La balena bianca e altri miti, 1961; America
rosso e nera, 1964; Le belle ragazze, 1965; L'altra America negli anni
Sessanta, 1971; "Pianeta Fresco", 1967; Beat hippie yippie, 1972, Mostri
degli anni Venti, 1976, C'era una volta il beat, 1976, Hemingway, 1985. Dal
sito di "Rai news 24" riprendiamo la seguente scheda: "Ferdinanda Pivano e'
una figura di rilievo nella scena culturale italiana soprattutto per il suo
contributo alla divulgazione della letteratura americana in Italia. Ha
iniziato l'attivita' letteraria sotto la guida di Cesare Pavese nel 1943 con
la traduzione dell'Antologia di Spoon River di Edgard Lee Masters. Da allora
ha tradotto molti romanzieri americani (fra gli altri Faulkner, Hemingway,
Fitzgerald, Anderson, Gertrude Stein) e a quasi tutte le traduzioni ha
preposto lunghi saggi bio-socio-critici. Come talent scout editoriale ha
suggerito la pubblicazione degli scrittori contemporanei piu' significativi
d'America, da quelli citati degli Anni Venti e a quelli del dissenso nero
(come Richard Wright) ai protagonisti del dissenso nonviolento degli anni
Sessanta (quali Ginsberg, Kerouac, Burroughs, Ferlinghetti, Corso) agli
autori ora giovanissimi quali Leavitt, McInerney, Ellis (per il quale ha
scritto un lungo saggio che costituisce una breve storia del minimalismo
letterario americano). Si e' presto affermata come saggista confermando in
Italia un metodo critico basato sulla testimonianza diretta, sulla storia
del costume e sull'indagine storico-sociale degli scrittori e dei fenomeni
letterari. Opere di Fernanda Pivano: La balena bianca e altri miti,
Mondadori, 1961, Il Saggiatore, 1995; America rossa e nera, Vallecchi, 1964;
Beat hippie yippie, Arcana, 1972, Bompiani, 2004; Mostri degli anni Venti,
Formichiere, 1976, Rizzoli, 1976; C'era una volta un Beat, Arcana 1976,
Frassinelli, 2003; L'altra America negli anni Sessanta,
Officina-Formichiere, 1971, 1993; Intervista a Bukowski, Sugar, 1982;
Biografia di Hemingway, Rusconi, 1985; Cos'e' piu' la virtu', Rusconi, 1986;
La mia kasbah, Rusconi, 1988, Marsilio, 1998; La balena bianca e altri miti,
Il Saggiatore, 1995; Altri amici, Mondadori, 1996; Amici scrittori,
Mondadori, 1996; Hemingway, Rusconi, 1996, Bompiani 2001; Dov'e' piu' la
virtu', Marsilio, 1997; Viaggio americano, Bompiani, 1997; Album americano.
Dalla generazione perduta agli scrittori della realta' virtuale,
Frassinelli, 1997; I miei quadrifogli, Frassinelli, 2000; Dopo Hemingway.
Libri, arte ed emozioni d'America, Pironti, 2000; Una favola, Pagine d'arte,
2001; Un po' di emozioni, Fandango, 2002; Mostri degli anni Venti, La
Tartaruga, 2002; De Andre' il corsaro, con C. G. Romana e M. Serra,
Interlinea, 2002; The beat goes on, Mondadori, 2004". Tra le piu' recenti
pubblicazioni: Pagine americane. Narrativa e poesia 1943-2005, Frassinelli,
2005; I miei amici cantautori, Mondadori, 2005; (con William Willinghton),
Spoon River, ciao, Dreams Creek, 2006; Ho fatto una pace separata, Dreams
Creek, 2006; Lo scrittore americano e la ragazza per bene. Storia di un
amore: Nelson Algren e Simone de Beauvoir, Pironti, 2007; Complice la
musica. 30+1 cantautori italiani si raccontano a Fernanda Pivano, Rizzoli,
2008; Diari 1917-1973, Bompiani, 2008.
Susan Sontag e' stata una prestigiosa intellettuale femminista e pacifista
americana, nata a New York nel 1933, deceduta sul finire del 2004;
acutissima interprete e critica dei costumi e dei linguaggi, fortemente
impegnata per i diritti civili e la dignita' umana; tra i molti suoi libri
segnaliamo alcuni suoi stupendi saggi, come quelli raccolti in Contro
l'interpretazione e Stili di volonta' radicale, presso Mondadori; e Malattia
come metafora, presso Einaudi; tra i suoi lavori piu' recenti segnaliamo
particolarmente il notevole Davanti al dolore degli altri, Mondadori. Tra i
suoi piu' rilevanti libri tradotti in italiano: Contro l'interpretazione,
Mondadori, 1967, 1998; Il kit della morte, Einaudi, 1973; Sulla fotografia,
Einaudi, 1977, 2004; Malattia come metafora, Einaudi, 1979; Io, eccetera,
Einaudi, 1980, Mondadori, 2000; Sotto il segno di Saturno, Einaudi, 1980;
L'Aids e le sue metafore, Einaudi, 1989; Il benefattore, Mondadori, 1997;
L'amante del vulcano, Mondadori, 1997; Stili di volonta' radicale,
Mondadori, 1999; In America, Mondadori, 2000, 2003; Malattia come metafora.
Cancro e Aids, Mondadori, 2002; Davanti al dolore degli altri, Mondadori,
2003; Tradurre letteratura, Archinto, 2004; Pellegrinaggio, Archinto,
2004;(con Tzvetan Todorov, Michael Ignatieff et alii), Troppo umano. La
giustizia nell'era della globalizzazione, Mondadori, 2005; (con Kenzaburo
Oe), La nobile tradizione del dissenso, Archinto, 2005; Nello stesso tempo.
Saggi di letteratura e politica, Mondadori, 2008]

E' morta Susan Sontag, a 71 anni, in un ospedale di New York. Era da tempo
malata di leucemia. Ha pubblicato diciassette libri ma e' diventata famosa
per uno studio del 1964 sull'omosessualita' intitolato molto polemicamente
Notes on Camp, che ha fatto conoscere questa parola "camp" fino allora poco
piu' che popolare. Piu' che per i libri la Sontag era forse famosa per il
suo attivismo, un po' in tutti i campi. Le piaceva molto sorprendere i suoi
lettori e il suo pubblico con battute che diventavano subito definizioni
popolari: perfino in Notes on Camp ha inventato una battuta: "Cosi' cattivo
che e' buono", e nel saggio Contro l'interpretazione lei, considerata la
scrittrice piu' analitica di tutti, ha detto che "l'analisi critica era
coinvolta col potere incantatore e magico dell'arte". Battute a parte era
famosa per il suo interesse multiforme: era una studiosa del balletto e
della fotografia, un'attivista appassionata nei problemi dei diritti umani,
ma forse ancora piu' famosa perche' aveva divulgato i suoi autori preferiti,
Walter Benjamin e Elias Canetti.
In Italia era popolarissima, specialmente a Roma, dove aveva diretto una
commedia di Pirandello e dove aveva fatto una riduzione cinematografica di
una sua commedia. In America aveva diretto in teatro Aspettando Godot di
Samuel Beckett; ma ha lavorato per il teatro un po' in tutto il mondo, per
esempio a Sarajevo sotto assedio dove e' stata nominata cittadina onoraria.
La conoscevamo un po' tutti, come illustre scrittrice e come irrefrenabile
provocatrice. Io ero diventata un po' sua amica nei due anni in cui e' stata
presidente del Pen Club americano. In quel periodo c'era stata una riunione
molto polemica perche' Norman Mailer aveva voluto nominare presidente un
alto funzionario di Stato. Il grosso problema era stato una rottura fra i
delegati di sinistra (come per esempio Kurt Vonnegut) e quelli di destra
(come per esempio Saul Bellow) e i due gruppi facevano lunghi interventi
sostenendo ciascuno i propri punti di vista.
I punti di vista di Susan Sontag erano sempre intriganti: pareva che si
divertisse a mettere in imbarazzo il suo pubblico. Era diventata molto
popolare per esempio la sua definizione del fascismo rosso, la sua idea che
tra fascismo e comunismo non c'era poi tanta differenza a causa
dell'autorita' assoluta che veniva dai loro dittatori.
Le sue idee spesso in contrasto con le idee correnti erano basate sul suo
attivismo nelle cause dei diritti umani, che venivano divulgate sia dalla
sua assidua presenza in tutte le citta' del mondo quando c'erano dei
problemi politici sia dalla sua straordinaria abilita' nel fare ritratti di
personaggi controversi, per esempio di Antonin Artaud: non si stancava mai
di sfidare il pensiero convenzionale. Forse questo piacere le era venuto fin
da bambina, figlia di una madre alcolizzata e di un padre convenzionale.
Si era sposata con un compagno all'Universita' di Chicago conosciuto dieci
giorni prima, aveva avuto a diciannove anni un figlio (gli aveva ceduto il
suo splendido loft con una terrazza), ma dopo nove anni aveva divorziato e
non si era piu' sposata. Quel marito lo avevo conosciuto a Venezia in un bar
frequentato da Hemingway. E' sempre difficile capire le ragioni dei divorzi.
E' anche difficile capire da che cosa nascano le simpatie di uno scrittore
per altri scrittori. Per esempio, e' strano pensare che Susan Sontag avesse
tanta ammirazione per una scrittrice "difficile" come Djuna Barnes e poi
anche per I Miserabili di Victor Hugo: non mi ha mai detto quale dei due
libri l'ha fatta "singhiozzare e gemere" e pensare che fossero scrittori. In
generale dei libri pensava che "leggere un libro era come entrare in uno
specchio"; le piaceva anche dire che aveva deciso di diventare uno scrittore
da bambina quando aveva letto il Martin Eden di Jack London. In
un'intervista della "Paris Revue" ha detto che leggeva "in un delirio di
esaltazioni letterarie".
Naturalmente leggeva tutte le riviste letterarie del mondo ed era presto
diventata amica di Elizabeth Hardwick, fondatrice della "New York Review of
Books" di cui e' sempre stata una importantissima collaboratrice.
Non mi va in questo momento di parlare di quelli che gettavano discredito
sulle sue idee; invece vorrei ricordare volentieri che le piaceva citare e
adottare la celebre frase di Johann Wolfgang von Goethe secondo il quale la
cultura consisteva nel "sapere tutto". E lei leggeva tutto: le piaceva dire
che la principale ragione per cui leggeva era che "le piaceva leggere".
Un'altra cosa che le piaceva dire era che aveva sempre cercato di combattere
"la distinzione tra pensiero e sentimento", che in realta' e' la base di
tutti i punti di vista anti-intellettuali. Diceva che "pensare e' una forma
di sentimento; e sentimento e' una forma di pensiero".
Quando si e' accorta di essere malata ha scritto il libro intitolato
Malattia come metafora e, per non contraddire la sua idea che non bisogna
essere indulgenti con le proprie malattie, non ne parlava mai.
Naturalmente non era favorevole alla guerra in Vietnam e questo l'aveva
molto avvicinata a Allen Ginsberg: si frequentavano da vecchi amici in
quegli anni del Pen Club. Anch'io in quegli anni andavo sempre con loro nel
ristorante dove si svolgeva il convegno, felice come sempre quando potevo
ascoltare, diciamo cosi', "in liberta'", geni straordinari com'erano loro.
Questa bellissima signora, con una ciocca bianca sulla fronte famosa almeno
quanto i suoi libri, manchera' a molti di noi: a noi europei e forse ancora
di piu' nei Paesi extraeuropei dove affermava continuamente con la sua
presenza la sua popolarita': iconoclasta nell'aggredire sia la destra sia la
sinistra, nel sostenere sola fra gli americani un intervento nei Balcani
contro l'assedio di Sarajevo, o nelle sue dichiarazioni a proposito degli
attacchi terroristici; abbastanza da essere accusata di antiamericanismo,
forse soprattutto dall'invidia dei suoi oppositori.
Ai suoi oppositori non importava la sua convinzione che "un romanzo e' degno
di essere letto quando e' un'educazione del cuore". Le sue massime non
finivano mai: come Henry James diceva: "Non esiste una mia ultima parola su
niente".
Ricordiamola con rispetto, con ammirazione e con riconoscenza per le idee
che ci ha dato.

2. MEMORIA. ORESTE PIVETTA RICORDA SUSAN SONTAG (2004)
[Dal quotidiano "L'Unita'" del 29 dicembre 2004 col titolo "Un'americana
contro".
Oreste Pivetta, "nato a Milano nel 1949, dove tuttora vive e lavora,
laureato in architettura, e' giornalista, scrittore e critico letterario.
Firma, da sempre, dell'Unita' ha diretto per anni la rivista culturale Linea
d'ombra. E' collaboratore di numerose riviste, tra le quali Casabella,
L'Indice dei libri, Lo straniero. E' curatore di Io venditore di elefanti.
Una vita per forza tra Dakar, Parigi e Milano (Bollati, 1990), testimonianza
che corregge molti pregiudizi a proposito di immigrazione, romanzo-reportage
costruito sulla storia raccontata da un immigrato senegalese, Pap Khouma, a
Oreste Pivetta, alla scoperta di una realta' conosciuta spesso solo
superficialmente e di una metamorfosi sociale in atto". Tra le opere di
Oreste Pivetta: Candido Nord, Feltrinelli, 1993; Tre per due, Donzelli,
1994; (con Clara Sereni), Si puo', e/o, 1996]

"Anni fa mi venne diagnosticato un tumore. Era una sentenza di morte,
perche' mi venne detto che il cancro era all'ultimo livello. Sopportai cure
pesanti e ne uscii. Allora scrissi Illness as metaphor, la malattia come
metafora. Non volevo dire di me, ma del modo in cui il malato e la malattia
venivano stigmatizzati dalla coscienza comune. Per questo volevo fosse un
libro utile. Credo d'esserci riuscita, non solo perche' ha venduto tante
copie in tante lingue diverse (trenta), ma perche' la gente mi ringrazia
ancora. Uscire dal ghetto della malattia, dai luoghi comuni che quasi
additano la colpevolezza del malato. Quattro anni fa il cancro mi tocco' per
la seconda volta. La diagnosi arrivo' molto presto. Mi sottoposi a un
intervento chirurgico e alla chemioterapia. Sto bene. Non come una volta, ma
sto bene e sono fiduciosa. Mi raccontero' un po' di piu'...".
Susan Sontag non raccontera' piu'. Non raccontera' del suo male, della
guerra, del suo paese, l'America, e di Bush, della fotografia e di un modo
di fissare la realta' del mondo (ed eventualmente di cambiarla), della
liberta', della democrazia, dell'eguaglianza, come le puo' intendere una
donna di sinistra.
Aveva settantun anni e incontrandola un paio di anni fa ci sembro' di una
felicita' contagiosa, anche se l'aspetto non era dei migliori, con i capelli
troppo lunghi, sottili e troppo grigi, con i gesti duri, con il viso pero'
ancora bello e forte, quando s'animava di idee, di spiegazioni, di
riflessioni. Le sue parole erano brio e intelligenza: sapevano colpirti e
sorprenderti, sempre un poco avanti... serena nella sua lucidita'.
*
Susan Sontag fu conosciuta in Italia grazie a una raccolta di saggi tradotta
da Mondadori nel 1967 e pubblicata con il titolo Contro l'interpretazione (e
contro un senso dell'arte ristretto nel contenuto, per l'interpretazione
intuitiva contro quella analitica). Poco dopo sarebbe venuto Stili della
volonta' radicale. Ma credo che qualcosa di piu', nel senso della
comprensione e della condivisione, abbia rappresentato per noi, in mezzo,
Viaggio ad Hanoi. Era proprio il 1968 e c'era un'altra guerra, spietata ma
anche semplice nella definizione dell'amico e del nemico, un'altra guerra,
mentre da Berkeley in poi si era rivelata un'altra America, tra gli
studenti, i figli dei fiori, Marcuse, Angela Davis, Carmichael... Susan
Sontag ci mostro' che cosa fosse il reportage di guerra. Soprattutto divenne
l'intellettuale che si univa ad altri intellettuali che dall'altra parte
dell'Oceano ci insegnavano che cosa fosse mai l'impegno ideale, la politica,
il ritorno a una pratica pacifista, il rifiuto della violenza, la battaglia
per i diritti civili, il libero esercizio della critica, antiideologico per
definizione. Il nostro Sessantotto sarebbe durato poco e sarebbe approdato
altrove, avrebbe conosciuto giorni neri. Susan Sontag ci rimase cosi', nella
mente, testimone di quel viaggio, di una sofferenza, di tanti lutti. Che per
noi aveva cercato di spiegare, per mostrarci come evitare le false
interpretazioni, gli inganni che ne erano stati la causa.
Ad esempio, dopo l'11 settembre, cerco' di mostrarci l'inganno di Bush: "Dal
suicidio dell'impero sovietico, l'impero americano ha fatto il possibile per
inventarsi un nuovo nemico, che non poteva identificare in un paese, sempre
troppo piccolo davanti alla superpotenza. Per essere credibile il nemico
doveva essere transnazionale, tale da giustificare la presenza americana e
delle basi americane in tutto il mondo... L'11 settembre e' stato il piu'
grande regalo a un gruppo di potere che si e' riconosciuto
nell'amministrazione Bush, un gruppo che stava all'estrema destra e che
adesso si e' ricollocato al centro, scalzando il centro di Clinton che
sembra diventato l'estrema sinistra... La parola terrorista funziona come in
passato funzionava la parola comunista. Ovunque, in qualsiasi angolo del
pianeta, si possono nascondere cellule terroriste. Un nuovo attacco
alimenterebbe quello che Bush suggerisce, cioe' l'immagine di uno stato
assediato, di un fortino circondato, e giustificherebbe la militarizzazione
che protegge dall'attacco e che restringe gli spazi di ogni opposizione
democratica, di ogni discussione.... Il problema grave e' quello di una
modernita' nostra che non funziona ovunque allo stesso modo e che per molti
paesi e' diventata un oltraggio. Credo che per paesi cosi' il linguaggio
della Jihad possa risultare assai attraente. Credo che una buona via per
capire la loro antimodernita' (e l'uso della religione) sia la condizione
della donna. In compenso a chi sta contro piacciono le semplificazioni, che
annullano i problemi o li classificano sotto una stessa voce, il nemico
necessario". Si diceva del successo clamoroso di un pamphlet italiano, per
via della semplificazione...
*
Susan Sontag era nata a New York nel 1933. Era cresciuta a Tucson in Arizona
e poi a Los Angeles, figlia di una madre alcolizzata e di un padre mercante
di pellicce morto in Cina di tubercolosi durante l'invasione giapponese
quando la piccola Susan aveva cinque anni. Era stata una bambina prodigio: a
tre anni aveva gia' imparato a leggere, a sedici frequentava il college.
Aveva studiato all'Universita' di Chicago, ad Harvard e al St. Anne's
College di Oxford. Aveva studiato letteratura, filosofia, teologia. A
trent'anni aveva pubblicato il suo primo romanzo, Il benefattore, uno studio
sulla formazione della personalita', nelle cui pagine si ritrovano le sue
letture di Kafka e di Freud e la lezione di Roland Barthes (cui avrebbe
dedicato piu' tardi un saggio). Seguirono altri romanzi, come Il kit della
morte, romanzi di scrittura raffinata e di sensibilita' saggistica.
Famosissimo L'amante del vulcano, che e' un romanzo "italiano", perche'
ambientato a Napoli, nel regno borbonico, con l'ammiraglio Nelson tra i
protagonisti. Presto comincio' a scrivere per le grandi riviste di lingua
inglese, "New Yorker", "New York Review of Books", "Times Literary
Supplement", "Granta", versatile, discutendo di cinema, di Godard, Bergman,
Bresson, Resnais, di teatro e di fotografia, leggendo il senso dell'immagine
e della sua riproduzione nella societa' contemporanea, senza cadere
all'interno di una corrente filosofica precisa, strutturalismo,
decostruzionismo, ermeneutica, ma collocandosi su un asse ideale che collega
Benjamin al postmoderno. Sulla fotografia, arrivato in Italia alla fine
degli anni Settanta, e' una prova di questa ricerca e della seduzione
esercitata dal carattere di leggibilita' universale dell'immagine, per
l'intrinseca democraticita' del suo valore testimoniale, che puo' valicare
barriere di lingue e culture, per la diffusione che puo' essere pero' anche
moltiplicazione della mistificazione.
*
Uno dei suoi libri piu' recenti fu In America, storia di una attrice polacca
che con i familiari e gli amici emigra dall'Europa di fine Ottocento in un
paese dove si e' liberi di "immaginarsi come non si e' ancora", perche' e'
"un intero paese di gente che crede nella volonta'". Quasi una storia
personale. Susan Sontag era di origine ebraica, un po' figlia dunque di
quell'immigrazione. Ma In America e' un romanzo, e' invenzione,
l'autobiografia puo' essere nei sentimenti, nelle sensazioni che disegnano i
paesaggi delle sue pagine. "Scrivere romanzi, abitare altre identita' -
aveva annotato in un breve saggio - da' la sensazione di perdere se stessi".
Importano le storie: "Cio' che scrivo e' diverso da me. Cio' che scrivo e'
piu' brillante di me. perche' posso riscriverlo". Si scrive per leggere,
sperando che gli altri possano leggere "un libro pieno di saggezza, che
sappia far giocare la mente, che dilati la capacita' di comprendere e
partecipare, che registri un mondo reale (non solo l'agitazione di una mente
singola), al servizio della storia, che difenda emozioni contrarie e
ardite".
*
L'ultimo libro fu Regarding the pain of others, guardando il dolore degli
altri. Ma forse guardare non rende. Sarebbe qualche cosa di piu':
considerare e vedere... Ancora la fotografia e ancora la morte: d'altra
parte tra l'una e l'altra vi e' stato sempre un rapporto, perche' la
fotografia e', forse prima di tutto, memoria dei morti, intanto un volto da
conservare. Penso' a quel libro in uno dei suoi soggiorni a Sarajevo, quando
chiunque in qualunque momento poteva morire: "Ricordo quei giorni: non c'era
la luce, non c'era l'acqua, si faticava a trovare da mangiare, la posta non
funzionava. In albergo, nella camera, avevo due secchielli di metallo. In
uno raccoglievo l'acqua per lavarmi. L'altro era il mio cestino dei rifiuti,
che rimaneva inesorabilmente vuoto, tutt'al piu' qualche pacchetto di
sigarette acquistato al mercato nero. Era un'esperienza di spoliazione, di
riduzione all'essenziale, nella quale al terrore s'aggiungeva l'euforia
della sopravvivenza, come nella malattia e all'ospedale". Un altro viaggio
nella guerra come fu Hanoi. O come, dopo il Vietnam, erano stati il Rwanda e
l'Afghanistan.
Anche a Sarajevo chiunque in qualunque momento poteva morire (e Susan Sontag
chiese che si intervenisse per finire quello strazio di un paese). Ci furono
persone che morirono nel proprio letto, in strada, persino in un cimitero
mentre andavano a seppellire altri morti. La morte era sempre accanto. Il
legame con la malattia e' ovvio. Da malati si vive con la morte al fianco,
soprattutto con la morte degli altri. Vale per i familiari, per gli amici,
per chiunque assista: "Ho vissuto ore e ore di chemioterapia e il giorno
dopo potevo non rivedere piu' chi sedeva accanto a me il giorno prima. Per
questo non farei una distinzione sul senso di un vivere collettivo: chi
s'ammala e chi gli sta vicino entra in una comunita', spogliata dei
caratteri dell'esistenza quotidiana, nella forma non identica ma parallela
di chi soffre l'assedio di una guerra".
*
Vorrei ancora citare una storia che mi racconto' a proposito della sua
malattia: "In chemioterapia con me era un amico colpito dalla leucemia. Mi
lasciai sfuggire una domanda: non e' divertente? Mi riferivo alla nostra
sfida, alla coesistenza con il dolore e con la paura, alle scoperte. Rispose
di si'. Poco dopo sarebbe morto. Nella guerra come nella malattia non si sa
come possa andare a finire. Sarebbero narrazioni cariche di suspense. Mesi
fa in un incidente stradale mi procurai varie fratture: ma era tutto
scontato. Mi sarei riaggiustata...".
Susan Sontag aveva ricevuto molte premi, dal Premio per la Pace a
Francoforte al National Book Award (per il romanzo In America). L'ultimo,
quest'anno, e' stato italiano: il premio Omegna citta' della Resistenza
(dopo Sartre, Camus, Anders, Frantz Fanon, Fenoglio, Kapuscinski).
Purtroppo, per tutti, e' mancata alla premiazione.

3. RIFLESSIONE. PIERO SANSONETTI INTERVISTA SUSAN SONTAG (2003)
[Dal quotidiano "L'Unita'" del 9 giugno 2003 riprendiamo la seguente
intervista dal titolo "La mia America e' l'Impero".
Piero Sansonetti (Roma, 1951), giornalista, per molti anni a "L'Unita'",
attualmente dirige il quotidiano "Liberazione". Tra le opere di Piero
Sansonetti: I due volti dell'America. Gli Stati Uniti tra capitalismo
selvaggio e Stato sociale, Editori Riuniti, 1996; Dal '68 ai no-global.
Trent'anni di movimento, Baldini Castoldi Dalai, 2002; (con Antonella
Marrone), Ne' un uomo ne' un soldo. Una cronaca del pacifismo italiano del
Novecento, Baldini Castoldi Dalai, 2003]

Susan Sontag e' una signora di settant'anni, assai giovanile, con dei
capelli lunghissimi, le mani magre e gli occhi neri molto profondi. Parla
senza fermarsi mai, seguendo il filo del suo ragionamento che e' sempre teso
a distinguere tra la realta' e l'immagine che la realta' riflette. Ha paura
di farsi irretire dall'immagine, visto che la societa' moderna - dice - vive
sotto la dittatura dell'immagine. Susan Sontag e' una delle maggiori e piu'
celebri intellettuali americane. Scrittrice, romanziera, saggista, un po'
sociologa, un po' politologa, parecchio filosofa, autrice di una decina di
libri famosi e di molti articoli sui maggiori giornali e sulle maggiori
riviste americane.
Vive a New York, ma ha lavorato e studiato in varie zone d'America, da
Chicago alla California. Parla e scrive sempre dando l'impressione di
assoluto equilibrio e di non partigianeria. Pero' e' capace di giudizi
feroci. E di scatti improvvisi: secchi, micidiali. Nel settembre del 2001,
per esempio, fu l'unica persona pubblica al mondo che oso' affermare: "non
mi pare che si possa dire che i kamikaze sono dei vigliacchi. Hanno mostrato
un certo coraggio...". Fu un grande scandalo.
Ora e' a Roma, e stasera a Massenzio, alle 21, presentera' il suo ultimo
libro (insieme a Laura Morante e a Ludovico Einaudi). Il suo ultimo libro si
chiama Davanti al dolore degli altri (Mondadori, pagine 112, euro 13). E' un
libro sulla differenza tra immagine e realta'. Molto critico con la
fotografia, i film, la televisione. Se pero' le chiedi: signora, di cosa
parla il suo libro? Lei risponde: "della guerra". Lei sente di avere scritto
un libro sulla guerra, e probabilmente e' cosi'. Lei la guerra l'ha vista,
per esempio ha passato tre anni a Sarajevo, tra il '93 e il '95, durante il
furibondo assedio dei serbi. E sa che averla vista ha condizionato
moltissimo il suo modo di pensare e ha intaccato la sua struttura di fredda
intellettuale newyorkese.
*
- Piero Sansonetti: Signora, leggendo il suo libro mi sembra di aver capito
questo: lei pensa che la scrittura sia molto superiore all'immagine. Lei
pensa che la scrittura trasmette informazioni, pensiero, giudizi; l'immagine
invece, da sola, trasmette pochissimo. E' cosi'?
- Susan Sontag: Se uno vuole ricordare, allora ha bisogno dell'immagine; se
uno invece vuole capire, allora ha bisogno della parola, della scrittura. Io
non sarei mai disposta a rinunciare alle immagini, al piacere che
un'immagine mi da', che non e' per nulla un piacere inferiore a quello che
mi da' la conoscenza; e' un piacere diverso. Se il problema e' quello di
capire una cosa, pero', allora si': le parole sono superiori.
*
- Piero Sansonetti: Nel suo libro lei fa notare che gli americani sono
formidabili nel curare la memoria degli orrori commessi dagli altri popoli,
ma invece sono incapaci di parlare dei propri orrori. Lei dice, ad esempio,
che in America non c'e' un museo sulla schiavitu', non c'e' un museo su
Hiroshima, non ce ne e' uno sul genocidio dei pellerossa. Qual e' il motivo
di queste dimenticanze?
- Susan Sontag: La grande forza, il grande potere degli Stati Uniti si basa
su tre convinzioni inattaccabili che il nostro popolo conserva intatte. La
prima convinzione e' che gli Stati Uniti sono l'eccezione a tutte le regole
storiche. Le regole dicono che i popoli e gli Stati sbagliano? Gli Stati
Uniti non sbagliano mai. La seconda convinzione e' che gli Stati Uniti non
possono perdere: trionfano sempre. La terza convinzione e' che gli Stati
Uniti sono sempre bravi, fanno sempre le cose giuste. Poi c'e' un'altra
certezza, connessa a queste tre: che nessun leader americano e' stato
malvagio. Qualcuno magari un po' corrotto, un po' mediocre, ma cattivo mai.
In nessun altro paese al mondo e' cosi'. Non si e' mai visto ne' in Italia,
ne' in Germania, ne' in Francia. Voi non difendereste mai Mussolini o
Hitler, o il terrore di Robespierre... lei capisce che sulla base di queste
idee e' ben difficile conservare il ricordo dei grandi errori o dei grandi
orrori del proprio paese. Pensi che cinque o sei anni fa la Smithsonian
(importante istituzione culturale di Washington) decise di allestire una
mostra su Hiroshima. Raccolse tutti i documenti, le dichiarazioni di Truman,
le ricostruzioni, eccetera. E poi, in una saletta piu' piccola, mise su' un
pezzo di mostra nel quale si mostravano i "capi d'accusa": cioe' si
esponevano le tesi e i documenti di quelli che sostengono che non c'era
bisogno di lanciare la bomba atomica perche' la guerra era gia' vinta, o di
quelli che dicono che fu un crimine di guerra, o che prima di lanciare la
bomba su Nagasaki si poteva almeno aspettare qualche settimane per vedere se
il Giappone si arrendeva. Qualcuno vide in anticipo questo pezzo di mostra e
protesto', la faccenda ando' di fronte al Senato e la mostra non si fece.
*
- Piero Sansonetti: Lei vuol dire che in America c'e' una discreta censura?
- Susan Sontag: Certo che c'e' censura. Guardi la storia recentissima. Il
governo ha deciso di fare la guerra in Iraq. Bene, sui nostri media, sulle
tv, non si fanno vedere le vittime civili, si trascurano notizie fastidiose,
si nascondono fatti, avvenimenti, immagini. Chi lo decide? Il governo, i
politici? No, lo decidono i responsabili dell'informazione. Sono loro che
stabiliscono cosa e' patriottico e cosa no. Se una certa informazione o un
certo servizio non sono patriottici non si trasmettono. Ogni governo ha un
suo sistema di censura. Anche in Italia il governo Berlusconi ha interesse a
operare delle censure. Non c'e' niente di nuovo e neanche di tanto
sorprendente. L'importante e' che la censura non sia completa, non sia
totalitaria. Voi in Italia non avete problemi a criticare l'Italia. In
America questo talvolta non e' possibile. C'e' il mito dell'innocenza eterna
degli Stati Uniti che non si puo' violare.
*
- Piero Sansonetti: Mi dica la sua opinione sulla guerra dell'Iraq.
- Susan Sontag: E' stata la conseguenza della decisione del governo
americano di dominare il mondo piu' attivamente. Questo fondamentalmente per
due ragioni. La prima ragione sta nel giudizio che gli Stati Uniti danno sul
Medio Oriente: pensano che sia un luogo instabile e minaccioso. La seconda
ragione e' che il governo americano non si sente (ne' si sentira') in alcun
modo vincolato da alcun trattato, ne' dal diritto internazionale. Per questo
ha deciso di conquistare un paese del Medio Oriente e ha scelto il piu'
debole.
*
- Piero Sansonetti: Lei pensa che l'Iraq fosse il paese militarmente piu'
debole del Medioriente?
- Susan Sontag: Si', penso questo. Si sapeva benissimo che era un paese
molto debole e si sapeva che non aveva armi di sterminio di massa. Per
questo e' stato scelto. La conquista dell'Iraq ha consentito di raggiungere
tre obiettivi: 1) dimostrare che quella parte del mondo puo' essere invasa;
2) ottenere un certo controllo sul petrolio; 3) giungere a una forma di
occupazione permanente, in modo da indebolire la posizione della Turchia e
dell'Arabia Saudita, che ora non sono piu' alleati indispensabili. Era
questo il piano imperialistico degli americani, ed e' stato portato a
termine con successo in piena violazione del diritto internazionale. Tutto
cio' non toglie niente alla mia convinzione che Saddam fosse un orribile
dittatore...
*
- Piero Sansonetti: Lei pero', quattro anni fa, fu favorevole alla guerra
del Kosovo. Perche' rovesciare Saddam e' imperialismo e rovesciare Milosevic
va bene? Forse Milosevic era piu' pericoloso di Saddam?
- Susan Sontag: Saddam era pericoloso, molto pericoloso per la sua gente.
Non per il mondo. E' vero, io ho sostenuto il tentativo di deporre
Milosevic. Perche'? Il governo jugoslavo stava compiendo dei massacri. La
guerra era iniziata vari anni prima, nel '92, in Croazia e poi in Bosnia. Io
mi ricordo che ero qui in Italia in quegli anni e mi stupivo. Dicevo:
"stanno bombardando Dubrovnik, stanno facendo a pezzi la costa dalmata,
possibile che voi parliate di queste cose come di fatti normali, non vi
rendete conto che la guerra e' tornata in Europa?". Per questo sono stata
favorevole all'intervento contro Milosevic. Io credo che in alcuni casi una
spedizione militare contro un leader che sta compiendo dei massacri, dentro
e fuori dai suoi confini, sia una spedizione legittima. Per esempio io sono
stata favorevole all'intervento inglese in Sierra Leone, e mi sarebbe
piaciuto che fosse mandato qualcuno a fermare il genocidio in Ruanda.
*
- Piero Sansonetti: Quindi lei non ha critiche verso quella guerra?
- Susan Sontag: Le critiche le ho. Per esempio deploro quei bombardamenti da
diecimila metri, che provocavano vittime civili e danni indiscriminati. Ma
queste critiche non mi fanno cambiare idea sulla sostanza. Io ho
giustificato l'intervento americano in Jugoslavia soprattutto per questo
motivo: era chiaro che gli americani non volevano occupare la Jugoslavia o
mettere su una base militare a Belgrado. Vede quanto e' grande la differenza
con l'Iraq? Quella in Iraq e' stata un ritorno alla vecchia guerra di
occupazione imperialistica. Come successe nel 1898, quando gli americani
sconfissero gli spagnoli e si presero la base di Guantanamo, a Cuba, e la
trasformarono in un'Isola del Diavolo, dove non c'e' Stato, non c'e' legge,
non ci sono diritti. E ora stanno usando Guantanamo. Pare che addirittura
stiano mettendo su' una camera della morte dove eseguire sentenze capitali
senza intervento della magistratura.
*
- Piero Sansonetti: Lei ha vissuto tre anni a Sarajevo, sotto il fuoco delle
bombe serbe. Questa sua esperienza ha pesato sulla sua posizione a proposito
della guerra americana a Milosevic?
- Susan Sontag: Me lo chiedo continuamente anch'io. Si', credo di si', credo
che sulla mia soffertissima decisione di dare supporto a un'azione militare,
abbia avuto influenza la mia esperienza, l'aver visto la gente morire tutti
giorni a Sarajevo. Mi ricordo che in quel periodo Noam Chomsky denunciava
l'intervento americano. Io ammiro Noam Chomsky e condivido moltissime cose
che lui sostiene, pero' in quei giorni pensavo: "ma cosa dice quest'uomo che
non ha mai visto una guerra? cosa dice dal suo ufficio di Cambridge in
Massachussets?". Capisco che e' una risposta debole alla sua domanda, pero'
e' una risposta.

4. RIFLESSIONE. ORESTE PIVETTA INTERVISTA SUSAN SONTAG (2002)
[Dal quotidiano "L'Unita'" del 25 giugno 2002 col titolo "Il nemico
necessario". Vari passi di questa intervista sono citati nel necrologio - di
due anni successivo - che abbiamo riproposto sopra]

Susan Sontag, nata a New York nel 1933, di origine ebraica, e' un po' figlia
di quell'immigrazione. Ma In America e' un romanzo, e' un'invenzione,
l'autobiografia puo' essere nei sentimenti, nelle sensazioni che disegnano i
paesaggi delle sue pagine. "Scrivere romanzi, abitare altre identita' -
aveva annotato in un breve saggio - da' la sensazione di perdere se stessi".
Importano le storie: "Cio' che scrivo e' piu' brillante di me, perche' posso
riscriverlo". Si scrive per leggere, sperando che gli altri possano leggere
"un libro pieno di saggezza, che sappia far giocare la mente, che dilati la
capacita' di comprendere e partecipare, che registri un mondo reale (non
solo l'agitazione di una mente singola), al servizio della storia, che
difenda emozioni contrarie e ardite". Breve introduzione all'arte del
romanzo.
*
- Oreste Pivetta: E adesso, dopo il romanzo, signora Sontag, che cosa sta
scrivendo?
- Susan Sontag: Un altro romanzo, al quale penso dopo aver finito In
America. Sara' pronto l'anno prossimo. Intanto preparo due brevi saggi, una
novantina di pagine ciascuno. Per riflettere attorno a due esperienze: la
guerra e la malattia. Ero a Serajevo e ho sofferto il dolore della gente. Ho
in testa un titolo: Regarding the pain of others.
*
- Oreste Pivetta: In italiano sarebbe "Guardando il dolore degli altri". Ma
forse guardare non rende. Sarebbe qualche cosa di piu': considerare e
vedere...
- Susan Sontag: Sara' un saggio sulla rappresentazione della guerra
attraverso la fotografia, i video, i film, l'immagine insomma...
*
- Oreste Pivetta: Tornando a un vecchio e famoso saggio, "On photography"...
- Susan Sontag: Ho visto la guerra non solo a Sarajevo. Prima ad Hanoi, poi
in Rwanda, adesso in Afghanistan. Vorrei mostrare come l'immagine naturale
falsifica la guerra e la sofferenza che ne nasce. Il secondo libro,
anch'esso breve, sara' sulla malattia. Un'altra esperienza mia, in questo
caso saro' piu' autobiografica. Anni fa mi venne diagnosticato un tumore.
Era una sentenza di morte, perche' mi venne detto che il cancro era
all'ultimo livello. Sopportai cure pesanti e ne uscii. Allora scrissi
Illness as metaphor, la malattia come metafora. Non volevo dire di me, ma
del modo in cui il malato e la malattia venivano stigmatizzati dalla
coscienza comune. Per questo volevo fosse un libro utile. Credo d'esserci
riuscita, non solo perche' ha venduto tante copie in tante lingue (trenta),
ma perche' la gente mi ringrazia ancora. Uscire dal ghetto della malattia,
dai luoghi comuni che quasi additano la colpevolezza del malato. Quattro
anni fa il cancro mi tocco' per la seconda volta. La diagnosi arrivo' molto
presto. Mi sottoposi a un intervento chirurgico e alla chemioterapia. Sto
bene. Non come una volta, ma sto bene e sono fiduciosa. Mi raccontero' un
po' di piu'. Le idee erano nell'altro libro, in questo caso mi sembra giusto
parlare di me. Non lo faccio abitualmente. Scrivere non e' esprimere se
stessi, il romanzo prende vita attraverso un personaggio inventato... Anche
se ho l'impressione che in larga parte del pubblico l'idea di letteratura si
sia ristretta a qualche cosa di personale, di biografico e basta.
*
- Oreste Pivetta: La guerra, la malattia, quella malattia vissuta un tempo
come un tabu', qualcosa da nascondere. Due esperienze estreme di vita e di
morte, una collettiva, l'altra intima. Insieme possono diventare una lente
particolare sul mondo?
- Susan Sontag: A Sarajevo chiunque in qualunque momento poteva morire. Ci
sono persone che sono morte nel proprio letto, in strada, persino in un
cimitero mentre andavano a seppellire altri morti. La morte era sempre
accanto. Il legame con la malattia e' ovvio. Da malati si vive con la morte
a fianco, soprattutto con la morte degli altri. Vale per i familiari, per
gli amici, per chiunque assista. Ho vissuto ore e ore di chemioterapia e il
giorno dopo potevo non rivedere piu' chi sedeva accanto a me il giorno
prima. Per questo non farei una distinzione sul senso di un vivere
collettivo: chi s'ammala e chi gli sta vicino entra in una comunita',
spogliata dei caratteri dell'esistenza quotidiana, nella forma non identica
ma parallela di chi soffre l'assedio di una guerra, come a Sarajevo. Ricordo
quei giorni quando non c'era la luce, non c'era l'acqua, si faticava a
trovare da mangiare, la posta non funzionava. In albergo, nella camera,
avevo due secchielli di metallo. In uno raccoglievo l'acqua per lavarmi.
L'altro era il mio cestino dei rifiuti, che rimaneva inesorabilmente vuoto,
tutt'al piu' qualche pacchetto di sigarette acquistato al mercato nero. Era
un'esperienza di spoliazione, di riduzione all'essenziale, nella quale al
terrore s'aggiungeva l'euforia della sopravvivenza, come nella malattia e
all'ospedale. E' molto complicato ed e' quasi indecente ammetterlo, ma sono
prove in cui a ciascuno di noi si rivelano il corpo, i sentimenti. In
chemioterapia con me era un amico colpito dalla leucemia. Era Steven Gould.
Mi lasciai sfuggire una domanda: non e' divertente? Mi riferivo alla nostra
sfida, alla coesistenza con il dolore e con la paura, alle scoperte. Rispose
di si'. Poco dopo sarebbe morto. Nella guerra come nella malattia non si sa
come possa andare a finire, narrazioni cariche di suspense. Mesi fa in un
incidente stradale mi procurai varie fratture, ma era tutto scontato. Mi
sarei riaggiustata...
*
- Oreste Pivetta: Ancora la guerra. I giornali scrivono che Osama Bin Laden
sta bene, che il mullah Omar sta bene, che insieme preparano nuovi
attentati. Che impressione le fa leggere queste notizie dopo l'11 settembre
e la guerra in Afghanistan?
- Susan Sontag: Dal suicido dell'impero sovietico, l'impero americano ha
fatto il possibile per inventarsi un nuovo nemico, che non poteva
identificare in un paese, sempre troppo piccolo davanti alla superpotenza.
Per essere credibile il nemico doveva essere transnazionale, tale da
giustificare la presenza americana e delle basi americane in tutto il mondo.
Cosi' si scopri' la droga e si mise in moto la guerra alla droga. Poca cosa:
non s'andava oltre la Colombia, le Filippine, l'Afghanistan. L'11 settembre
e' stato il piu' grande regalo a un gruppo di potere che si e' riconosciuto
nell'amministrazione Bush, un gruppo che stava all'estrema destra e che
adesso si e' ricollocato al centro, scalzando il centro di Clinton che
sembra diventato l'estrema sinistra. La parola terrorismo puo' funzionare
come in passato funzionava la parola comunista. Ovunque, in qualsiasi angolo
del pianeta, si possono nascondere cellule terroriste. Un nuovo attacco
alimenterebbe quello che Bush suggerisce, cioe' l'immagine di uno stato
assediato, di un fortino circondato, e giustificherebbe la militarizzazione
che protegge dall'attacco e che restringe gli spazi di ogni opposizione
democratica e di ogni discussione. Quando, dopo l'11 settembre, scrissi un
articolo invitando a riflettere sulle ragioni di quell'atto, perche' -
dicevo - non bisogna giustificare, ma si deve tentare di capire, venni
insultata e qualcuno invito' persino le autorita' a deportarmi. Deportarmi
per aver scritto solo cose di buon senso e della minaccia di gente che usa
la religione come un'arma ideologica. Il problema grave e' quello di una
modernita' nostra che non funziona ovunque allo stesso modo e che per molti
paesi e' diventata un oltraggio. Credo che per paesi cosi' il linguaggio
della Jihad possa risultare assai attraente. Credo che una buona via per
capire la loro antimodernita' (e l'uso della religione) sia la condizione
della donna. In compenso a chi sta contro piacciono le semplificazioni, che
annullano i problemi o li classificano sotto una stessa voce, il nemico
necessario. Ci sono libri che hanno fatto la loro fortuna semplificando
l'attacco dell'11 settembre...
*
- Oreste Pivetta: Faccia qualche nome, per capire...
- Susan Sontag: Lei e' gentile. Non mi chieda tanto.
*
- Oreste Pivetta: Gia', troppo chiasso...
- Susan Sontag: In Europa vale di fronte all'immigrazione. In America e'
un'altra cosa, non ha lo stesso peso simbolico, perche' l'America e' un
paese disegnato dall'immigrazione. Ma l'immigrazione in Europa e' il
fantasma di un pericolo, l'invenzione simbolica di un'emergenza che fugge la
politica...

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
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Numero 199 del 31 luglio 2008

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