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Minime. 553



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 553 del 20 agosto 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Opporsi alla guerra, opporsi alle stragi
2. Se dell'orrore
3. Enrico Piovesana: Kabul accerchiata dagli attacchi dei talebani
4. "Peacereporter": Attacchi e combattimenti in tutto il paese
5. Germinal
6. Curzia Ferrari ricorda Anna Achmatova
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. OPPORSI ALLA GUERRA, OPPORSI ALLE STRAGI

In Afghanistan la carneficina, non lo stillicidio ma il diluvio di strazio e
di sangue e di tenebre.
La guerra terrorista e stragista, la guerra imperialista e razzista.
E la criminale partecipazione militare italiana ad essa.
E il silenzio vigliacco e complice del popolo italiano con i massacri in
corso.
*
La guerra e' nemica dell'umanita'.
La pace si costruisce solo con la pace.
Perche' questo truce silenzio? Cosa si aspetta ancora a tornar nelle piazze
per chiedere il rispetto della legalita' costituzionale che ripudia la
guerra, cosa si aspetta ancora a tornar nelle piazze per chiedere il
rispetto del diritto internazionale, cosa si aspetta ancora a tornar nelle
piazze per cercar di salvare umane vite?
Cosa aspettano i tanti sedicenti pacifisti e nonviolenti che negli ultimi
anni si sono prostituiti alla guerra a tornare in se stessi, a rinsavire, ad
opporsi infine alla guerra facendo finalmente ammenda della loro pregressa
infame complicita' con gli assassini?
*
Non si vede che la casa brucia?
Opporsi alla guerra occorre. Opporsi agli eserciti e alle armi. Opporsi a
tutti gli omicidi.
Costruire la pace occorre. Costruire la pace salvando le vite, riconoscendo
che vi e' una sola umanita'.
Scegliere la nonviolenza occorre. Solo la nonviolenza puo' salvare
l'umanita'.

2. EDITORIALE. SE DELL'ORRORE

Se dell'orrore si provasse orrore
e del dolor dolore si sentisse
ogni tuo sforzo e tutte le tue ore
daresti a far cessar queste empie risse.

Ma nulla piu' ti scuote dal torpore
ne' la morale legge ne' le fisse
stelle sai piu', che divorato il core
t'hanno gli inganni dei potenti, e scisse

ormai sono del nosse, il posse, il velle
le facolta', e l'anima e' gia' stanca
gia' al sol sentir si' rie novelle e felle:

cupa un'eclisse tutto involve e abbranca.
Ma tu resister devi alle procelle
e reca aita e di' con voce franca.

3. AFGHANISTAN. ENRICO PIOVESANA: KABUL ACCERCHIATA DAGLI ATTACCHI DEI
TALEBANI
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo la seguente
notizia del 19 agosto 2008 col titolo "Afghanistan, uccisi dieci soldati
francesi" e il sommario "Vittime di un'imboscata a Surobi, alle porte della
capitale Kabul".
Enrico Piovesana, giornalista, lavora a "Peacereporter", per cui segue la
zona dell'Asia centrale e del Caucaso; e' stato piu' volte in Afghanistan in
qualita' di inviato]

Dieci paracadutisti francesi dell'VIII Reggimento della fanterie di marina
di Castres sono morti ieri sera in un'imboscata dei talebani nel distretto
di Surobi, circa 60 chilometri a est della capitale Kabul. Altri ventuno
militari francesi sono rimasti feriti. Lo hanno dichiarato fonti militari
afgane, successivamente confermate dall'Eliseo.
*
Prima c'erano gli italiani
La strategica zona di Surobi, porta d'accesso orientale alla capitale afgana
dal Pakistan via Jalalabad, fino a due settimane fa era difesa dai soldati
italiani della "Task Force Surobi", composta dai Rangers del IV reggimento
Alpini Paracadutisti e dai Paracadutisti del 185mo reggimento della Folgore.
Proprio in questa zona, lo scorso 13 febbraio, in un'altra imboscata
talebana rimase ucciso il maresciallo italiano Giovanni Pezzullo.
Lo scorso 5 agosto gli italiani hanno ceduto il comando regionale della
capitale, che detengono dallo scorso dicembre, proprio ai francesi, i quali
hanno gia' concentrato attorno a Kabul i loro tremila soldati.
*
Kabul ormai e' accerchiata
L'avvicendamento e' avvenuto in un momento molto critico, con i talebani che
ormai accerchiano la capitale afgana da est (Surobi), sud (Ghazni e
Paktika), ovest (Vardak) e nord (Kapisa). Combattimenti tra truppe Nato e
talebani sono segnalati sempre piu' spesso attorno a Kabul.
la conferma viene anche dalle fonti ospedaliere di Emergency nella capitale.
"In questi giorni stanno arrivando molti piu' feriti del solito", dichiara
Danilo Ghirelli, chirurgo della clinica dell'ong italiana. "Sono feriti da
combattimenti, colpiti da pallottole, e arrivano da tutte le regioni intorno
a Kabul, il che fa supporre che combattimenti siano un po' ovunque".

4. AFGHANISTAN. "PEACEREPORTER": ATTACCHI E COMBATTIMENTI IN TUTTO IL PAESE
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo la seguente
notizia del 19 agosto 2008 col titolo "Afghanistan, attacchi e combattimenti
in tutto il Paese: decine di morti" e il sommario "E' di almeno trenta morti
il bilancio dei combattimenti e degli attentati che hanno insanguinato
l'Afghanistan tra ieri sera e questa mattina"]

Questa notte decine di talebani, tra cui molti kamikaze, hanno attaccato
nuovamente Camp Salerno, la principale base militare Usa nella provincia
orientale di Khost. Le forze statunitensi hanno respinto l'assalto
bombardando le vicine case dove i talebani si sono rifugiati: uccisi almeno
tredici miliziani e diversi civili. Nell'attacco sarebbe morto anche un
soldato Usa. Ieri mattina la base era gia' stata attaccata da un kamikaze.
Altri dieci ribelli, secondo il ministero della Difesa afgano, sarebbero
stati uccisi nella notte nella provincia meridionale di Helmand.
E a Kandahar, un afgano e' stato ucciso in un attentato suicida contro un
convoglio militare Isaf canadese.
Fonti del ministero dell'Interno afgano affermano che stanotte due razzi
sono caduti sulla capitale Kabul, senza provocare danni, mentre nella vicina
provincia di Kapisa sei talebani venivano uccisi in combattimento dalle
truppe Nato.

5. EDITORIALE. GERMINAL

Prima della nascita delle organizzazioni del movimento operaio se un
lavoratore denunciava l'irresponsabilita' e i crimini dei padroni subiva le
piu' selvagge ed infami rappresaglie.
A questo siamo tornati con il proditorio licenziamento di Dante De Angelis.
*
A Dante De Angelis, lavoratore e cittadino impegnato in difesa dei diritti e
della sicurezza degli utenti e dei lavoratori del trasporto ferroviario,
persona sollecita del pubblico bene e della vita degli esseri umani, va la
nostra piena solidarieta'.
*
Opporsi a questo licenziamento, opporsi a questa persecuzione, e' una
questione di democrazia, di etica pubblica, di umana dignita' che tutte le
persone riguarda.
Opporsi a questo licenziamento, opporsi a questa persecuzione, e'
riaffermare il diritto degli oppressi a difendersi dalla violenza degli
oppressori, e' riaffermare i diritti sociali sanciti dalla Costituzione
della Repubblica Italiana.
Opporsi a questo licenziamento, opporsi a questa persecuzione, e' diritto e
dovere di chiunque ritenga che i diritti umani debbano prevalere sulla
logica del profitto.
*
E' ancora nostro quell'appello antico: lavoratori di tutti i paesi, unitevi.

6. MEMORIA. CURZIA FERRARI RICORDA ANNA ACHMATOVA
[Dal mensile "Letture", n. 626, aprile 2006 col titolo "Anna Achmatova" e il
sommario "Quarant'anni fa moriva Anna Achmatova, poetessa capace di dar voce
toccante alla struggente polifonia dei sentimenti russi, ma anche alla
propria delicata sensibilita'. Un personaggio dal fascino enigmatico e
inquieto".
Curzia Ferrari, scrittrice e giornalista, critica d'arte, slavista, autrice
di biografie, ha pubblicato numerosi testi tradotti in tutte le principali
lingue. Tra le opere di Curzia Ferrari: Rita. Vita e miracoli della santa di
Cascia, Camunia, 1988; Il vagabondo e le stelle. Vita di Massimo Gorkij, De
Agostini, 1990; Il convertito di Loyola. L'esperienza religiosa di
Sant'Ignazio, Edb, 1990; L'amoroso nulla. Vita del beato Innocenzo da Berzo,
Morcelliana, 1993; Magnificat, La Vita Felice, 1996; Angela Merici. Tra Dio
e il secolo, Morcelliana, 1998; Santa Rita da Cascia. Vita e miracoli,
Gribaudi, 1999; Donne e Madonne. Le sacre maternita' di Giovanni Bellini,
Ancora, 2000; Il cavaliere nero. Il romanzo di Ignazio di Loyola, San Paolo
Edizioni, 2001; Gorkij. Fra la critica e il dogma, Editori Riuniti, 2002; Il
mondo femminile di Francesco d'Assisi, Ancora, 2003; A fuochi spenti nel
buio, Aragno, 2004; Quadro velato. Il romanzo di Margherita da Cortona,
Ancora, 2005; Fondotinta, Aragno, 2006; Isadora, Viennepierre, 2007; (con
Giovanni Lodetti), Un cielo dipinto di rossonero, Ancora, 2007; Dio nel
silenzio, apri la solitudine, Ancora, 2008.
Anna Achmatova (pseudonimo di Anna Andreevna Gorenko, nata a Odessa nel 1889
e deceduta a Domodedovo, presso Mosca, nel 1966) e' una delle grandi
poetesse del Novecento, e delle piu' alte voci contro la guerra e il
totalitarismo. Opere di Anna Achmatova: in italiano sono disponibili varie
raccolte di scritti di Anna Achmatova, tra esse segnaliamo particolarmente:
Poema senza eroe, Einaudi, Torino 1966, 1993; Io sono la vostra voce,
Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1990, 1995; La corsa del tempo. Liriche e
poemi, Einaudi, Torino 1992; Lo stormo bianco, Edizioni San Paolo, Cinisello
Balsamo 1995, Fabbri, Milano 1997. Tra le opere su Anna Achmatova segnaliamo
particolarmente Lidija Cukovskaja, Incontri con Anna Achmatova. 1938-1941,
Adelphi, Milano 1990]

Dalla pelle dell'Achmatova, nata Gorenko, saltano fuori molte dimensioni.
Terza di sei figli, nasce nel 1889 a Bolscioj Fontan (Odessa), da una
famiglia piccolo-borghese. Restera' una borghese per tutta la vita. Il padre
e' ingegnere nautico, la madre, Inna Erazmovna Stogova, ha principi
libertari e legge ai suoi figli versi di Derzavin e Nekrasov. L'idea del
nuovo esercitera' sempre su di lei una grande seduzione. Via da Odessa, i
Gorenko vanno ad abitare a Tarskoe Selo, dove nel 1915 verra' fondata la
Societa' per la rinascita della Rus' artistica che considerava il
classicismo slavo una fatalita' storica e dove un contadino di nome Rasputin
aveva iniziato il suo funesto assedio alla corte imperiale. I Gorenko si
trasferiscono in quella cittadina deliziosa, residenza estiva degli zar,
quando Anna e' ancora molto piccola. La bellezza di Tarskoe Selo le restera'
in mente per sempre, insieme ai ricordi della detestata vita scolastica
interrotta, alle soglie dell'universita', dal matrimonio con il poeta
Nikolaj Gumilev.
La storia di Anna comincia, si puo' dire, a questo punto: ed e' un confronto
con se stessa, con l'epoca in cui le e' dato vivere, con la poesia. I due si
erano conosciuti nel 1903. Quattordici anni lei, diciassette lui. Imbottiti
di Baudelaire e di Verlaine, entrambi scrivevano versi, lei di nascosto,
riconoscendo la musa di Gumilev piu' matura della sua. Del resto, lui era
stato a Parigi, aveva frequentato l'ambiente artistico di Montparnasse, e ne
aveva assorbito gli umori; quando nel 1905 tenta il suicidio poiche' la
signorina Gorenko gli rifiuta la sua mano, anche questo fa parte del quadro
"amore e morte" allora tanto di moda. Si sposano nel 1910, dopo due puntate
di Gumilev in Africa ad arricchire di esotico il proprio gusto, e il primo
affacciarsi alla ribalta di Anna che ha mutato il suo nome in Achmatova per
"non infangare il nome dei Gorenko", avversi da sempre ai suoi progetti di
scrittura.
*
Musa di Modi'
Alla vigilia di un'epoca fatale, che la vedra' protagonista e poi vittima di
lunghi, oscuri silenzi, Achmatova si presenta in una veste remissiva e un
po' malinconica. E' una donna pensosa, solitaria. Gia' nel 1906, all'eta' di
diciassette anni, scriveva al cognato Sergej von Stein, emigrato in
Germania: "E' quasi impossibile trovare una persona piu' sola di me". Sta
sempre un passo dietro suo marito, rozzo, barbarico e traditore, animatore
di circoli culturali, cantore della "terra forte, cattiva e gaia",
antifemminista e un po' folle. Se lo spazio lo consentisse, varrebbe la pena
seguire le vicende coniugali di questa implume Achmatova, per capire il suo
ulteriore sviluppo, le sue scelte, le sue profezie. Trasmigrata per alcun
tempo a Parigi, capisce all'istante che la poesia francese "si e' mangiata
quella russa", e cammina molti passi avanti. Sono gli anni di Djaghilev, di
Isadora Duncan, la danza ispira i pittori, Rodin disegna e ridisegna
Isadora, anche Anna si esibisce in privato per il marito: pratica la danza
del serpente, e lo fa talmente bene che una sera Nikolaj, forse esaltato da
un bicchiere di troppo, pretende che mostri in pubblico la sua abilita' di
contorsionista. Nel salotto c'e', fra gli altri, Amedeo Modigliani. Si
rivedranno due anni dopo, a Venezia. Anna era diventata improvvisamente
famosa e Modi', affascinato dalla sua grazia piena di mistero, la
immortalera' in una serie di ritratti. Che cos'era accaduto in quei due
anni?
Stanca e pur sempre innamorata di Nikolaj, chiamato in una lettera "il mio
Destino", era diventata amica del poeta acmeista Innokentij Annenskij. Legge
le sue opere "dimenticando ogni cosa al mondo", ma egli capisce che
nell'allieva si prefigura un talento di grande rilievo. Quella scrittura che
scherma le immagini come una tenda davanti ai vetri e' cosi' tesa e
coinvolgente, cosi' immediata e al contempo avvolta in una rete di sfumature
formali, che la spinge a pubblicare la sua prima raccolta di versi. Si
intitola Sera. Scoppia il caso Achmatova. Ma un caso non scoppia "per caso".
A Pietroburgo, dove i Gumilev sono andati a vivere, lei si e' gia' resa nota
collaborando ad alcuni almanacchi letterari degli acmeisti e soprattutto ha
fatto colpo la sua singolare personalita', definita da molti bizzarra.
"Aveva un viso severo, di novizia da eremo di vecchi-credenti", ha ricordato
Vera Nevedomskaja, "i suoi occhi grigi erano senza sorriso. Taceva sempre.
Talora indossava un vestito di cotone scuro, come un sarafan, altre volte
stravaganti abiti parigini molto aderenti e con uno spacco. Il suo corpo
aveva una meravigliosa flessibilita', nella danza del serpente si portava
facilmente una gamba oltre il volto, si torceva i talloni con la nuca,
conservando in tutto questo il suo severo viso da novizia". Posta in una
immediata equazione con la sua vita, la poesia di Sera parlava della coppia
a tutte le coppie di innamorati della Russia. C'erano dentro dedizione,
abbandoni, tradimenti, lunghe attese, umiliazioni, e un senso sospeso delle
cose mai interamente compiute, cose spezzate quasi per il presentimento di
un mondo che stava per capovolgersi e di cui le questioni interpersonali
diventavano il paradigma. "Come dimenticare? Usci' barcollando / con una
smorfia tormentosa della bocca, / scesi senza toccare la ringhiera, / gli
corsi dietro fino al portone. / Ansimando gridai. - E' uno scherzo / Tutto
cio' che e' stato? Moriro' se te ne vai.- / Sorrise calmo, terribile, / e mi
disse: - Non stare nel vento". All'infuori di due lunghi poemetti narrativi
(Proprio sul mare e Poema senza eroe), le liriche di Achmatova sono brevi
come madrigali, come epigrammi o ute giapponesi, e non parlano mai del
presente. Parlano del passato oppure del futuro, domestiche e gravi,
misteriose come la superficie di un lago di cui si vede solo "la tovaglia
dell'acqua".
Il successo di Sera coincise con la nascita dell'unico figlio della coppia,
Lev Gumilev che, a suo tempo, conoscera' la durezza dei lager staliniani.
*
Fine di un amore
Il secondo libro di Achmatova, Rosario (1914) non fece che confermare quanto
veridiche fossero le previsioni di Annenskij e quanto meritati gli elogi
spesi dal meglio della critica, Blok compreso. Con dei quadretti fulminei
come lampi, la poetessa registra i sentimenti di un amore giunto al
capolinea, come al capolinea e' quasi arrivato il movimento degli acmeisti,
i cui impulsi emotivi stanno per essere sovrastati dal cubofuturismo, piu'
attento a cogliere le discordanze, le nubi e gli echi dell'epoca che avanza.
"Il filo al collo d'un piccolo rosario, / Celo le mani nell'ampio manicotto,
/ E gli occhi guardano distrattamente / E piu' non piangono ormai".
Il realismo acmeistico di Achmatova era comunque un qualcosa di
assolutamente personale, infinitamente diverso, ad esempio, da quello di suo
marito, molto vicino alla cifra e agli umori di D'Annunzio, che il
poeta-corsaro conobbe di persona durante l'epopea di Fiume. Era cosi'
sofferto e vero, per nulla manierato, da risultare inimitabile. Si e' detto
che per il suo saper trovare ad ogni cosa e ogni situazione il tono piu'
preciso, il colore perfetto, Achmatova puo' essere relazionata a quel grande
stilizzatore che fu Michail Kuzmin, nemico del simbolismo in nome della
"bella chiarezza", della parola assoluta e inalienabile. Con la differenza
che la scrittura di Achmatova e' profondamente psicologica, tutto e'
diaristico, il mito non ha asilo nel suo tessuto spirituale. Ci sono le
persone e gli oggetti, il senso istintivo di minacce ignote e una forma di
divinazione prettamente femminile, alla Saffo. Ed e' questa la ragione della
sua popolarita'.
Negli ultimi mesi del 1914 il matrimonio con Gumilev sfocia di fatto in una
separazione. Ne e' molto addolorata. La risarcisce pero' la fama. Anna e' il
personaggio piu' amato delle serate pietroburghesi dell'immediato
anteguerra. Alterna le sue letture con Chlebnikov, inventore di un
linguaggio detto transmentale, con lo stravagante Sersenevi, Elena Guro',
l'egofuturista Severjanin e il grande Majakovski che - come scrisse la
Cvetaeva - con le sue parole riversava nel locale "un rimbombo
d'acciottolato". Lei ha conservato il viso severo da novizia, ancora piu'
pallido e affilato dopo che la Tbc la costringe a un'energica serie di cure
e il cuore fatica, al di la' del previsto, a darsi ragione dell'abbandono
maritale.
Scrive in Separazione, dalla campagna di Slepnevo: "Serale e obliqua / ho
davanti la via. / Ieri ancora, innamorato, / invocava: - Non dimenticarmi. -
/ E oggi solo i venti / e i gridi dei pastori, / i cedri turbati / presso le
fonti pure". A dire il vero e' un taglio crudele anche per lo spavaldo
Nikolaj che l'ha molto amata, nonostante avesse intrecciato e sciolto, in
quegli anni, un'infinita' di romanzetti. Le poesie che le dedica hanno un
tono elegiaco, da liturgia funebre: la donna che si allontana silenziosa, in
semplice abito scuro, e' simile "a un antico crocefisso".
*
Religione "alla russa"
Una dimensione poco rilevata della poesia di Achmatova e' la sua
religiosita'. Una religiosita' tipicamente russa, che accomuna l'idea di Dio
all'idea della persona e della casa (il rosario al collo, il tappetino
logoro sotto l'icona con il lume acceso, la Bibbia sul comodino, le
preghiere serali), e all'idea della propria terra, specie quando e'
minacciata. Nel suo terzo libro, Stormo bianco, che esce alla vigilia della
guerra mondiale, leggiamo questa supplichevole lirica intitolata Preghiera:
"Dammi anni amari d'infermita', / d'affanno, di febbre, d'insonnia, /
prendimi il figlio e l'amato, / e il misterioso dono del canto. / Cosi'
prego nella Tua liturgia / dopo tanti giorni tormentosi, / perche' il nembo
sulla buia Russia / diventi nuvola in una gloria di raggi". E nel '22,
quando la maggior parte degli intellettuali aveva lasciato la Russia, lei, a
fronte alta, dichiara: "Con coloro io non sto che la terra / abbandonano ai
nemici da straziare. / La rozza loro lusinga non intendo, non daro' loro i
miei canti". La poetessa che si esprimeva secondo una concezione apollinea
dell'arte (non a caso si chiamava Apollon la rivista degli acmeisti), parla
da eroina e si offre al martirio. La religiosita' e il senso dellí'olocausto
sono un patrimonio interiore dei poeti russi. In Achmatova assumono un tono
mistico, che si accentuera' con il passare degli anni e con il tragico
sociale che irrompe nella sua vita. "Dio, Dio, Dio! / Come di fronte a te
gravemente peccai! / Lasciami almeno la pieta'...", invoca in una poesia. E
in Poema senza eroe: "Per un solo istante di pace / all'eterna pace
rinuncerei".
Certo, e' anche contraddittoria. Nei diciassette mesi in cui piange "ai
piedi del boia" per ottenere clemenza al figlio recluso, scrive con una
durezza quasi minerale, per lei inconsueta: "Bisogna uccidere la memoria,
bisogna che l'anima impietrisca, bisogna imparare a vivere di nuovo". Dio e'
lontano. Siano gli altri a pregare per lei. "Questa donna e' malata,/ questa
donna e' sola./ Il marito nella tomba, il figlio in prigione./ Pregate per
me" (da Requiem).
La narrazione dell'istante visivo achmatoviano e' sempre raggrumata nel
contrasto con l'eternita' - una cosa chiara incalzata da una cosa buia, il
pianto a ridosso della gioia, il molto al cospetto del poco, "I gradini mi
parvero molti, / ma io sapevo che erano tre soli" - rende irresolvibile il
rappresentato del suo mondo perche' ci troviamo di fronte al problema del
Tempo. Anche nel momento in cui lei si obbliga "a vivere di nuovo", reca con
se' questa condanna. Tanto che un critico tra i piu' famosi, Lev Grossman,
ha scritto: "[...] quando il discorso va sull'Achmatova, si puo' non temere
di pronunciare una parola impegnativa come tragedia". Tragedia per il senso
di lacerazione universale che traspare dalle sue pagine d'album, sino allo
spezzettato e poi ricomposto Poema senza eroe, dedicato alla memoria degli
amici e concittadini periti a Leningrado durante l'assedio tedesco. "Mi
sottometto alla sola volonta' del Signore", ha cantato in Anno Domini
MCMXXI, il libro investito, ancor piu' di altri, dal presagio di una
dilagante e inarrestabile angoscia. E' il Signore triste e sempre addolorato
dell'anima russa. Colui che detta una scala cromatica dominata dal grigio in
tutte le sue sfumature, grigio-piombo, grigio fumo, grigio-perla a tratti
lampeggiante come in un'aurora boreale.
Del resto la vita stessa dell'Achmatova fu una tragedia. Fucilato nel '21
Nikolaj Gumilev per il sospetto di aver preso parte a un complotto
monarchico, morto suicida nel medesimo anno il fratello Andrej e scomparso
nel nulla Viktor, il fratello piu' giovane, poi la perdita di tanti amici,
emigrati. E, sempre nel '21, la fine di Aleksandr Blok, a lei tanto caro. Si
aggiunga nel '38 la condanna a 5 anni di lager del figlio Lev, poi ancora
due arresti e la deportazione in Siberia. Per alleviare la sorte del
prigioniero, la poetessa pieghera' la propria Musa ad alcuni versi in onore
di Stalin per il popolarissimo settimanale "Ogoniok".
*
Piu' pittrice che musicista
A quell'epoca l'acmeismo era solo un ricordo. Altre correnti letterarie lo
avevano spazzato via, o perlomeno avevano tentato di farlo. Come dice la
parola, l'acmeismo ha origine dal greco acme' (punto culminante). Viktor
Sklovskij, che fu uno dei fondatori della Societa' per lo studio della
lingua poetica (Opojaz), asserisce che nei suoi esponenti "il pittoresco
trionfava sul musicale", il musicale dei simbolisti di cui, in qualche modo,
gli acmeisti potevano considerarsi una costola. Se cio' vale per la maggior
parte degli appartenenti a questo gruppo, Achmatova fa del contenuto umano,
anzi della confessione personale, l'elemento fondante della sua poesia,
spingendolo a sovrastare - quasi un ponte - i principi estetici del
movimento. E c'e' sempre quella sfumatura di religiosita', assente nel
catalogo acmeista; perfino nell'epoca dei festini pietroburghesi, consumati
in un'aria di demonia tra gli anni 1911-16 sulle panche della celebre
cantina detta del "Cane randagio", ricordata da Blaise Cendrars nel suo
romanzo Le plan de l'aiguille. L'Achmatova vi campeggia, esile, diafana, le
clavicole sporgenti, la fronte coperta da una frangetta di lacca nera, lo
scialle spagnolo, il desiderio di apparire sfacciata come lei stessa ha
confessato; per sottolineare, nel contesto di una lirica famosa che descrive
l'atmosfera di quel cabaret, la sua inalienabile tristezza di fondo: "Qui
siamo tutti gaudenti e peccatrici, / Com'e' triste per noi stare insieme!".
Dal lato della salute, il ritiro di Slepnovo non ha sortito grandi frutti:
la tisi la minaccera' per tutta la vita, insieme ai problemi economici.
"Caro Kolja, - scrive al marito nel luglio del 1914 da quel luogo campestre
e solitario - penso che in autunno avremo molti problemi con i soldi. Io non
ho nulla, tu nemmeno. Da Apollon ricaverai solo degli spiccioli. E a noi
gia' in agosto servira' qualche centinaio di rubli. Sarebbe bello ricavare
qualche cosa da Rosario. Tutto cio' mi preoccupa molto. Non dimenticare che
le nostre cose sono impegnate".
*
La citta' e lo scrittore
Achmatova ha avuto una passione speciale per l'architettura. Al poeta estone
Alexis Rannit scrisse di essere andata in estasi davanti ai palazzi di
Venezia, e molti critici hanno insistito nel sottolineare come abbia
disseminato la sua opera del granito di Pietroburgo. I suoi passi appaiono
costantemente vigilati dagli edifici e dai ponti di questa misteriosa
citta', e sorvegliati dall'ombra di Puskin, qui presente dovunque, in
monumenti, musei, statue, teatri. Le pietre incantano Achmatova. Non a caso,
forse, il suo secondo marito fu il critico d'arte e archeologo Vladimir
Silejko conosciuto ai tempi della confraternita acmeista.
Il mito della citta' equivale in Achmatova alla predilezione per la forma.
Ha scritto Lev Gancikov: "I russi lottano per la vita, non per la forma",
alludendo all'agra secolare civilta' contadina, e allo scompiglio mentale
delle masse inurbate. Pietroburgo e' di per se' la citta' - voluta, imposta,
tragicamente nuova in un secolare mondo di isbe - che non ha lasciato
indifferente nessun poeta o scrittore. Non si e' mai scritto tanto su una
citta' come su Pietroburgo. In Achmatova si inserisce pero' un elemento
nuovo. L'amore per la perfezione architettonica costituisce per lei un
contrasto amaro con l'imperfezione del dettaglio esistenziale quotidiano.
Ecco perche' l'infinita' di torri, di ponti, di cupole, di volte, di archi
che troviamo nelle sue liriche, non sono una cornice gratuita: sono la
storia, il simulacro dello spirito razionale sotteso alla sua poesia,
incline a conferire artificiosamente un aspetto di costruzione granitica
anche all'avvicendarsi delle stagioni: "Un insolito autunno aveva edificato
una cupola eccelsa...". L'elegia in lei si tinge cosi' di illuminismo,
diventa "moderna". Perfino la sua liberta', il giorno in cui la dichiara
all'amato, viene sancita dall'imperituro sorriso di una statua: "Sei libero,
io sono libera, / domani sara' meglio di ieri: / sulle acque buie della
Neva, / sotto il freddo sorriso / dell'imperatore Pietro".
La seconda costante pietroburghese nella partitura di Achmatova e' Puskin.
Guarda a quel grande modello, che era stato capace di racchiudere nella
propria opera tutti i generi futuri della letteratura russa, e si mette a
studiarlo con l'impegno severo dei critici addetti alla puskinistica. Scrive
due importantissimi saggi, gia' nel 1911 gli dedica una poesia, poi altre.
"Da secoli noi accarezziamo / l'appena percettibile fruscio dei suoi passi"
annota, perche' Puskin e Pietroburgo hanno un rapporto speculare, e
Achmatova li avverte come un essere unico. Certo, il mondo raggiante di
Puskin sembra abbia poco a condividere con il mondo costantemente patetico
di Achmatova. Ma entrambi hanno in comune l'evidenza di produrre una poesia
oggettiva, e la consapevolezza del fatto che vita e opera letteraria sono
una sola nudita'. Qualche volta Achmatova gioca con rime infantilmente
comunicative una partita mortale. Una partita con il peso del Tempo che
"sloga" la sua femminile fragilita', mai e poi mai contamina la sua
eleganza. Passo passo, dagli juvenilia in poi, si incontrano, nei versi
della signora-rimasta-borghese, molte private inezie femminili, i guanti, la
pelliccia, gli scialli, la vanita' della bellezza e la classe con cui
affronta (o subisce) l'evento peggiore. La bellezza, un sentimento non
stravagante nemmeno per Puskin.
*
L'esilio dalle "lettere"
Per alcuni decenni, dal momento in cui Stalin stesso favori' nel 1930
"l'arruolamento dei lavoratori d'urto nella letteratura", la poesia di
Achmatova fu considerata antisovietica. Il mondo dei sentimenti aveva ceduto
il passo al mondo della didattica, dell'ottimismo, dell'eroismo. Il grande
inquisitore Zdanov ordiva congiure e decretava ostracismi. Eppure egli non
riusci' a fare il deserto perche' molta buona poesia fiori' dopo che la
scrittura, asservita al Politbjuro, venne liberata del limite di strumento
di propaganda.
I quindici anni di oscuramento di Anna hanno inizio con una decisione del
Comitato centrale del partito nell'agosto del 1946. Durante la guerra lei
era sfollata a Taskent, nell'Uzbekistan, da dove, in silenzio, coglieva
avidamente notizie dal fronte. Leggiamo in Luna allo zenit: "Molto ancora,
e' probabile, vuole / essere cantato dalla mia voce: / strepita cio' che non
ha parola, / o affila nel buio la pietra sotterranea, / o s'apre un varco
nel fumo". Arrivo' invece la chiusura totale. Si dedico' alla saggistica e
alle traduzioni. Le poche lettere che si sono salvate grazie alla
disubbidienza dei destinatari ("Distrugga, per favore, le mie lettere",
scriveva al cognato gia' da ragazza, convinta che la prosa epistolare non le
fosse affatto confacente) ci parlano dei suoi mali fisici, della sua
indigenza, delle preoccupazioni per il figlio, della sua generosa presenza
nelle sventure degli altri e di mille piccole cose, insieme ad appunti
sull'arte, fulminei.
Era inevitabile che qualche motivo sociale si introducesse, in questo
periodo, nel suo tessuto creativo; ma si tratta sempre di lampi che si
riflettono su un'intimita' poetica raccolta e pensosa. Si ritira nei
ricordi, cioe' nell'evasione. Taskent decreta la fine della realistica
Achmatova. Il trittico Poema senza eroe, in cui anche il linguaggio si regge
su una discorde impalcatura strutturale, ne e' l'esempio evidente.
*
Italia, seconda patria
Una delle poetesse piu' note e piu' tradotte, una delle piu' europee per
cultura e stile, ha viaggiato pochissimo. Dopo il 1912, si e' mossa
dall'Urss solo due volte. Nel dicembre del 1964 per venire in Italia a
ricevere il Premio Etna-Taormina e per visitare la casa di Leopardi, e nel
'65 per la laurea honoris causa a Oxford. In occasione del suo soggiorno da
noi, ho avuto la fortuna di conoscerla personalmente e di intervistarla,
grazie a Giancarlo Vigorelli, allora segretario della Comunita' europea
degli scrittori. Era una vecchia ingobbita e stanca, che temeva i fotografi
e la "minaccia" della televisione. Dell'estenuata bellezza, che tanto era
piaciuta a Modigliani, non era rimasto niente, solo gli occhi, forse, cosi'
melanconici che ci si poteva leggere dentro il clima della sua poesia.
Di questo viaggio troviamo alcuni riscontri nel suo epistolario. Ci sono
cartoline veloci spedite da Roma all'amico e poeta Anatolij Najman, il piu'
diffuso memorialista di Achmatova. Il giovane Najman fu uno degli ultimi
suoi affetti. Dal '61 era priva di rapporti con il figlio, che l'aveva
incolpata di non aver mosso un dito per affrettare la sua liberazione dalla
prigionia. Non era vero. Per distruggere eventuali prove del suo
antisovietismo Anna aveva dato alle fiamme il proprio archivio e, come gia'
accennato, si era prostituita a cantare Stalin in un ciclo di poesie
intitolate Gloria alla pace. Abbiamo motivo di credere che i versi finali
della poesia Ricordo, inclusa nella raccolta La rosa canina fiorisce, si
riferiscano proprio a quel rogo volontario: "E tu venisti a me come guidato
da una stella, / incedendo per un tragico autunno, / in quella casa
devastata per sempre, / da cui uno stormo di versi bruciati si parti'".
All'epoca del suo viaggio in Italia, infranto il muro di silenzio intorno al
suo nome, Achmatova aveva ricominciato a pubblicare e aveva ottenuto una
casetta di legno (una "cuccia", come lei la definisce) nel villaggio degli
scrittori a Komarovo, periferia di Leningrado. In America una sua antologia
si era esaurita in poche ore. Mentre in Russia la risalita fu lenta. Appare
una piccola selezione di 85 liriche. La raccolta Il settimo libro, divenuta
poi La corsa del tempo non ottiene l'autorizzazione della censura: il
manoscritto le viene restituito con una lettera ingiuriosa. Ne' hanno
miglior fortuna le memorie su Modigliani inviate alla rivista "Znamja" (La
bandiera). Agli occhi dei giudicanti, Achmatova ha il torto di non rinnegare
se stessa. La sua musa continua a guardare il tempo e lo spazio attraverso
le palpebre socchiuse. Aveva scritto, e' vero, che l'anima doveva
impietrarsi, ma non ne era stata capace. In tale modo la sua natura
femminile, sebbene talvolta ceda a dure impennate di virilita', la conduce
ad essere sempre piu' isolata nel suo vivere estremo, nell'immaginare una
pienezza mai esistita e che mai esistera'. La grande storia le striscia
accanto. "Albeggia - e' il Giudizio universale...", suona l'ironico incipit
di una lirica sulla gloria, mandata per lettera a Josif Brodskij. E questi
sono gli accenti che nel 1945 le sgorgano dalla penna alla fine del
conflitto: "E nel Giorno della Vittoria, dolce e brumoso, / quando l'aurora
e' un bagliore rosso, / come una vedova sulla tomba senza nome / si
affaccenda la primavera in ritardo.../ A levarsi sulle ginocchia non si
affretta, / alitera' su una gemma carezzando l'erba, / e dalla spalla
deporra' sulla terra una farfalla / che il primo soffione rendera' piumoso".
*
Unico compromesso, la morte
Il suicidio di Cvetaeva e il silenzio imposto ad Achmatova crearono un certo
imbarazzo a coloro che preferirono sottomettersi piuttosto che accettare lo
straniamento. Ne e' la prova il post-scriptum firmato dal poeta-poliziotto
Aleksej Surkov alla raccolta delle 85 liriche comparsa a Mosca nel '61: "Per
le poesie che ha scritto durante gli ultimi quindici anni, Anna Achmatova si
e' conquistata una particolare posizione personale nella poesia sovietica
contemporanea, una posizione che non ha pagato attraverso alcun compromesso
morale o creativo". Scegliendo come interlocutori il tempo e la memoria,
Achmatova ha combattuto un'ostinata battaglia contro il sistema. L'immagine
del cigno che ammira il proprio sosia "nuotando nel tempo" e le migliaia di
passi "di nemici e d'amici, d'amici e di nemici che dormono esanimi"
accompagneranno il suo percorso sino all'ultimo, nell'ospedale di
Domodedovo, presso Mosca, dove muore il 5 marzo del 1966, esattamente
tredici anni dopo Stalin. Il suo ritratto spirituale piu' penetrante lo ha
fatto Blok, mettendo in bocca a lei stessa queste parole: "Non sono
terribile ne' semplice, io; / non sono cosi' terribile per uccidere /
semplicemente; ne' cosi' semplice sono io / per non sapere come la vita e'
terribile!".
*
Anna Gorenko, in arte Achmatova. Vita
Anna Andreevna Gorenko, che adotto' in seguito come pseudonimo il cognome
della nonna tartara Achmatova, nacque a Bolscioj Fontan, un sobborgo di
Odessa, l'11 giugno 1889. Trasferitasi la famiglia Gorenko al Nord, Anna
frequento' le scuole superiori a Pietroburgo, dove conobbe i personaggi
dell'intellighenzia russa, fra questi il poeta Nikolaj Gumilev che divenne
suo marito. Pubblico' la sua prima poesia (ancora con la firma A. Gorenko)
nel 1907 sulla rivista "Sirius" edita a Parigi da Gumilev. Nel 1911-12 visse
nella capitale francese dove incontro' Amedeo Modigliani che la ritrasse in
numerosi disegni. In quegli anni viaggio' anche per l'Italia settentrionale,
le cui bellezze artistiche non dimentico' mai. Divorziatasi da Gumilev, che
le aveva dato un figlio, sposo' l'archeologo Vladimir Silejko e,
successivamente, lo storico d'arte Nikolaj Punin. Il comunismo escluse
Achmatova dall'ufficialita', il suo nome fu cancellato dall'Unione scrittori
sovietici, e solo nel 1950 le sue poesie cominciarono a circolare di nuovo.
Mori' a Domodedovo, presso Mosca, il 5 marzo 1966.
*
Opere
Anna Achmatova e' tradotta in tutto il mondo. In Italia se ne sono occupati
principalmente gli slavisti Angelo Maria Ripellino, Renato Poggioli, Eridano
Bazzarelli, Bruno Carnevali e Carlo Riccio. Nel 2005 e' uscito il suo
carteggio per i tipi dell'editore Archinto dal titolo Distrugga per favore
le mie lettere (pp. 253, euro 17, traduzione di Valerio Sirovski e Allegra
Rossignotti Sonego).
Poesia: Sera (1912) con prefazione di Michail Kuzmin; Rosario (1914); Stormo
bianco (1917); Piantaggine (1921); Anno Domini MCMXXI (1922); Il salice
(1940); Sesto libro (1940); Luna allo zenit (1950); Requiem, pubblicato per
la prima volta nel 1963, ma scritto negli anni Trenta; Poema senza eroe,
pubblicato la prima volta in America nel 1961. Molte liriche di Achmatova
sono comprese in riviste e almanacchi dell'acmeismo. Ha tradotto una scelta
di poesie di Leopardi.
Saggistica: Il galletto d'oro, vita e opera di Puskin (1925-1926);
Sull'Adolphe di Benjamin Constant e Sul Convitato di pietra di Puskin
(1926); La fine di Puskin (1944).

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 553 del 20 agosto 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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