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Minime. 555



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 555 del 22 agosto 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. "Peacereporter": Ancora stragi di civili
2. Ermanno Paccagnini: Anna Maria Ortese (1997)
3. La "Carta" del Movimento Nonviolento
4. Per saperne di piu'

1. AFGHANISTAN. "PEACEREPORTER": ANCORA STRAGI DI CIVILI
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo la seguente
notizia del 21 agosto 2008 col titolo "Afghanistan, 23 civili uccisi in un
raid aereo Nato. Morti altri tre soldati Isaf" e il sommario "Secondo una
fonte di PeaceReporter, nel raid aereo portato a segno ieri dalla coalizione
Nato sono rimasti uccisi decine di civili, oltre i trenta presunti
talebani"]

Le operazioni, condotte nella provincia di Laghman, circa 80 chilometri a
est di Kabul, hanno provocato, in due attacchi separati, la morte di 23
persone e il ferimento di altre 14. Tutti civili. Un aereo della coalizione
ha colpito e distrutto un edificio nel villaggio di Bad Pesh, all'interno
del quale si stava organizzando una festa di matrimonio: 19 morti, 14
feriti. Nell'altro raid aereo, sempre ieri, altri quattro civili uccisi. A
quanto pare, anche in questo caso si trattava di una festa di matrimonio,
scambiata probabilmente per un raduno di guerriglieri. Un portavoce del
comando Usa ha, tuttavia, riferito di non essere in possesso di dati circa
la morte di non combattenti.
Il problema delle uccisioni di civili provocate dalle forze della
coalizione, ha portato a una rottura tra Kabul e i paesi occidentali
coinvolti nelle operazioni militari. Proprio all'inizio del mese, il
presidente Hamid Karzai aveva sentenziato: "Gli attacchi aerei della
coalizione servono solo per uccidere civili e non per vincere la guerra".
Tre militari Nato sono morti in seguito all'esplosione di una bomba,
nascosta sotto il manto stradale, al passaggio del convoglio sul quale
viaggiavano. Il fatto sarebbe accaduto nella provincia di Ghazni, dove sono
di pattuglia i soldati dell'esercito polacco. Sebbene il comando Isaf non
abbia rilasciato le generalita' dei militari uccisi, l'agenzia di stampa
polacca Pap, ha citato un ufficiale della missione polacca il quale ha
affermato che l'attacco e' avvenuto a 20 chilometri dalla loro base.

2. PROFILI. ERMANNO PACCAGNINI: ANNA MARIA ORTESE (1997)
[Dal mensile "Letture", n. 536, aprile 1997 col titolo "I dolori
dell'angelica Ortese" e il sommario "Nell'opera prima ci sono la
trasfigurazione di momenti autobiografici in chiave universale e il primo
termine della dialettica sogno-realta' che giungera' a sintesi in Alonso e i
visionari: con il Puma summa dei dolori del mondo e la confessione d'un
itinerario della mente e del cuore".
Ermanno Paccagnini e' docente di Letteratura italiana contemporanea
all'Universita' cattolica di Milano; si e' occupato in particolare di
Scapigliatura milanese, di fonti manzoniane (i processi alla monaca di Monza
e agli untori), di rapporti letteratura-giornalismo, curando altresi'
riedizione di testi seicenteschi e otto-novecenteschi; si segnala in
particolare il commento alle due redazioni della Storia della colonna infame
di Manzoni nei Meridiani Mondadori; per un quindicennio critico letterario
del supplemento domenicale del "Sole-24 ore", poi collaboratore del
"Corriere della sera". Tra le opere di Ermanno Paccagnini: (con Edmondo
Berselli), Mille libri per il Duemila, Il Sole 24 Ore Libri, 1999; (con
Giuseppe Farinelli e Antonia Mazza), La letteratura italiana dell'Ottocento,
Carocci, 2002.
Anna Maria Ortese (Roma 1914 - Rapallo 1998), giornalista e narratrice, e'
una delle maggiori e piu' originali scrittrici italiane del Novecento. Opere
su Anna Maria Ortese: per un avvio cfr. Monica Farnetti, Anna Maria Ortese,
Bruno Mondadori, Milano 1998]

Affrontare l'opera letteraria di Anna Maria Ortese, nata a Roma il 13 giugno
1914, significa imbattersi innanzitutto in un problema editoriale
determinato dalle schizofrenie dell'industria culturale, con ricadute
potenzialmente distorcenti sulla lettura delle sue opere. Dimenticata per
anni, ogni qual volta e' intervenuta nei suoi confronti la giustizia di un
premio letterario, ecco regolarmente scattare riproposte che hanno creato
situazioni anche imbarazzanti. Il riferimento e' ai numerosi titoli della
sua bibliografia e al carattere di ripetitivita' di alcuni di essi, con gran
parte dei racconti delle sue due prime opere, Angelici dolori (Bompiani
1937) e L'infanta sepolta (Milano-Sera 1950), riciclati in raccolte
successive spesso con titolo mutato e senza alcuna indicazione editoriale.
Cosi' e' avvenuto per i sedici racconti de I giorni del cielo (Mondadori
1958), otto dei quali provengono dalla prima raccolta e sette dalla seconda;
accade lo stesso con i 6 racconti de La luna sul muro (Vallecchi 1968), due
dei quali ripresi dall'Infanta sepolta (e rititolati) e con i quindici de
L'alone grigio (Vallecchi 1969), tre soli dei quali non presenti in
precedenti raccolte ("racconti apparsi molti anni fa su periodici o in
edizioni poco diffuse" dice una noterella di G. P[ampaloni]).
Il problema non e' di poco conto e, data la ricaduta interpretativa, deve
suggerire cautela al critico onde evitare affermazioni quali (e' solo uno
dei tanti esempi): "Nel romanzo L'Iguana (1965) e nella raccolta di racconti
L'alone grigio (1969) la Ortese supera i moduli neorealistici de Il mare non
bagna Napoli per proiettarsi in una dimensione fantastica non priva di
elementi surreali". Che e' indubbiamente vero per L'Iguana; assai meno per
l'altro, visto che undici dei suoi quindici racconti erano stati editi
vent'anni prima.
Quindi, e semmai, non mutamento di rotta, ma ripresa d'un percorso da
leggersi guardando alle connotazioni nuove intervenute; e, sul piano piu'
propriamente critico-filologico, la valutazione da dare a tali riedizioni,
anche nella considerazione del tasso di volonta' dell'autrice a ricomporre
nuove sillogi o della sua disponibilita' a lasciar fare a critici, redattori
e strategie editoriali conseguenti a premiazioni (il Viareggio 1953, con Il
mare non bagna Napoli ex aequo con Novelle del ducato in fiamme di Gadda; lo
Strega 1967 con Poveri e semplici).
*
All'insegna di un premio
Del resto, la carriera dell'Ortese parte proprio all'insegna di un premio.
Angelici dolori approda alle stampe dopo che l'inedito viene encomiato,
"primo tra gli encomi letterari letti", alla seduta reale dell'Accademia
d'Italia con la motivazione (riportata da Massimo Bontempelli sulla
"Gazzetta del popolo" del 22 aprile 1937): "Rivela una rara potenza di
creazione fantastica, un istinto sicuro di espressione, un senso religioso
delle realta' quotidiane, che per virtu' di poesia appaiono ivi
continuamente trasfigurate in luce di bellezza". Non tutta la critica
concorda con il riconoscimento e con il giudizio entusiastico di
Bontempelli. Falqui, per fare un esempio, avanza severe critiche
all'aggettivazione esagerata, all'abbondanza di maiuscole e all'angelicita'
dei personaggi ("rozzezza decadentissimamente partenopea, pur nella sua
illusoria auroralita'").
*
Una novecentesca "Vita nova"
Di certo, al di la' dei comprensibili difetti da opera prima consistenti in
un elevato e persin troppo ricercato tasso di letterarieta', il volume - e
la situazione si ripetera' con tutte le successive opere - spiazza la
critica proprio per la sua inappartenenza ai generi; e se pur s'avvicina ai
moduli del realismo magico di Bontempelli, avanza comunque stilemi propri.
Quei racconti si propongono - e per il titolo, e per i raccordi interni di
nomi, personaggi, situazioni, leitmotiv anche coloristici (il giallo,
l'oro), e forse un po' troppe lacrime - quale novecentesca Vita nova (con
momenti da Cantico dei cantici) trascorrente tra realta' e sogno in un
territorio abitato da immagini e figure del fantastico o del ricordo (tra
essi spicca il fratello Manuele, marinaio, morto alla Martinica, oggetto
delle sue prime poesie ora riunite con altre in Il mio paese e' la notte,
Empiria, Roma 1996); territorio popolato da cose che si animano (lumi che
chiamano, luna che parla, vento dalle "mani meravigliose") o che fanno
esplodere improvviso da un mobile, da un libro, da una minuzia un
fantasmatico e fantasmagorico viaggio che si traduce in spostamenti da
deriva, trascinati dalle sotterranee correnti del fantastico (tra l'altro,
maggio e' il mese principe di questo libro giocato sulla struttura di un io
che narra la propria "terribile" vita oscillante "tra l'incanto e la
tristezza, tra i cieli e la squallida gente", pervasa dall'"incubo di una
imminente voragine" sempre in agguato).
Ecco quindi le stanze, luoghi privilegiati di questo narrare ("prigione
tetra e disperata" si legge nella "Collana dei Tappi Sacri" dell'Infanta
sepolta; "In tutte le stanze m'aspetta il dolore", ribadira' la poesia "Gli
ambasciatori" del 1980), che si riempiono trasformando la propria realta' di
luogo chiuso in scatole magiche del sogno e dell'onirico, che poi esplodono
quale specchio dell'esplosione dell'interiorita', aprendo sul mondo finestre
che restano pero' invalicabili, secondo la via ossimorica suggerita dal
titolo (e d'ossimori l'opera e' sin troppo ricca: da "male di gioia" a
"terribile e squisito male", per un cammino avviato alla "prediletta
penombra del sogno"). Del resto gia' il primo, letteratissimo racconto,
"Isola", col suo scarno dialogo mutuato dalle fiabe, suggerisce atmosfere
fiabesche. E l'ossimoro principe, dopo quello del porto - luogo protetto, ma
pure di partenze e separazioni spesso definitive -, e' la "solitudine
popolatissima" che chiama a se' cio' che ha perso (si veda il magistrale
"Solitario lume").
Angelici dolori, pur con le incertezze ricordate e una scrittura alla cui
ricercatezza formale pare essere demandata una valenza catartica, e' libro
fondamentale per capire la Ortese. Non solo perche' offre gia' un esauriente
catalogo di cose e oggetti (il dialogo con le cose, il mare, la casa e il
muro, il sole, la luna, gli alberi, gli uccelli) oltre alla trasfigurazione
tangenziale di momenti autobiografici tesa a una cifra di
universalizzazione, poi costanti nella sua opera; soprattutto perche' qui si
esplicita con chiarezza, e i successivi recuperi dei racconti lo dimostrano,
il primo termine di quella dialettica sogno-realta' che gradualmente apre
alla sperimentazione anche del secondo termine: si' da poter in seguito
approdare a quella loro forma narrativamente connaturata in sintesi attiva
anche nel recentissimo Alonso e i visionari.
*
L'esperienza in un quotidiano
Ed e' quanto accade a partire dai diciassette racconti de L'infanta sepolta,
nati a contatto dell'esperienza giornalistica di inviato per "Milano-Sera"
(cio' che spiega lo stile piu' secco): una raccolta inferiore e piu'
discontinua della precedente, ma con taluni esiti felicissimi. Un volume
chiaramente di transizione che, dal racconto iniziale, "Indifferenza della
madre", dichiarazione di poetica ancora nel senso di Angelici dolori col suo
riattraversare il mondo interiore dell'infanzia nel segno del conforto della
"felicita' solitaria", della "potenza amara dei sogni", dello spauramento di
fronte alle "cose immense" senza "il prodigarsi di una maternita' infinita e
giusta per tutti" cui si puo' reagire "amando e proteggendo qualche cosa:
forse un filo d'erba, un uccello ferito" ("a volte, il cuore di un fanciullo
e' veramente una cella troppo stretta per i suoi sorrisi, per i suoi
dolori", si legge nel secondo brano dal significativo titolo "Occhi
obliqui"), approda con Il mare di Napoli della terza parte alla prevalenza
del reale nei termini tra reportage ed elzeviro narrativo. Meno
impalpabilmente trasfusi risultano, rispetto ad Angelici dolori, le
tonalita' autobiografiche (un gioco di presenze-assenze costante, dal
racconto "Che?... Che cosa?..." a Poveri e semplici, Il porto di Toledo, Il
cappello piumato); che pero' fungono da veicolo a una lettura piu' estesa,
generalizzata: per un occhio che si abbassa sulla condizione di miseria
dell'uomo; per una piu' immediata traduzione dell'auscultazione della vita
del mondo e del problema del male che vi regna; non pero' senza momenti
propri della tradizione letteraria (il Leopardi del jardin en souffrance,
Kafka). Sicche' - e lo annuncia "Un personaggio singolare" che apre la parte
terza dedicata a Napoli, "una citta' veramente eccezionale" - il reale resta
tale nella sua essenza, ma vien reso stilisticamente con lo sguardo che
sublima senza tradire la condizione di terrestrita' dei personaggi (si pensi
a quelli del racconto "Gli Ombra"): tutti quanti circonfusi dalla tematica
forte del senso della perdita, della separazione, dell'abbandono (della
madre, del padre-Dio), dello smarrimento dell'anima; e dell'animismo che
opera nel mondo (tra l'altro, su "Milano-Sera" del 12 aprile 1950 si legge
un quanto mai significativo "Gli animali sono importanti").
Da materiale di iniziale destinazione giornalistica viene pure il dittico
Napoli-Milano de Il mare non bagna Napoli (Einaudi 1953) e Silenzio a Milano
(Laterza 1958; poi La Tartaruga 1986). Un volume, il primo, che solleva
polemiche puntualmente ripropostesi in occasione della ristampa Adelphi
1994, arricchita, oltre che da una "rivisitazione", da una pacificatrice
"Guida alla lettura". Questo perche', a una lettura attenta a strutture e
scrittura visionaria del libro, altri hanno preferito uno sguardo piu'
referenziale che ha comportato l'accusa all'autrice di far ricorso a "un
gusto un po' morboso e naturalistico di descrivere cio' che di sporco, di
disgustoso, di orrido si puo' trovare nelle vie e nelle case di Napoli, un
gusto minuzioso, curioso e un po' pettegolo" (Salinari) e di intenzioni
denigratorie verso gli intellettuali cittadini, peraltro nell'ultimo
racconto resi talora "al vetriolo" (ci sono Domenico Rea, Michele Prisco e,
simbolo d'un modo di essere intellettuale napoletano "errato", perche'
implicito a Napoli, quasi da funzionario dell'intellighenzia, Luigi
Compagnone). Sennonche' e' poi proprio Prisco a invitare i lettori a
"correre a comperarlo", perche' "costa poco, e comincia con uno dei piu' bei
racconti che siano stati scritti negli ultimi vent'anni".
*
La ragazza "cecata" con gli occhiali
Il riferimento e' a "Un paio di occhiali", stupendo racconto di una ragazza
"cecata" che vive visionariamente e nel desiderio degli occhiali: ma che,
avutili, nel guardarsi intorno sta male (di spirito analogo e' "Interno
familiare", ove la vicenda di "cecatura" e' interiorizzata a livello di
sentimenti). La lettura piu' opportuna resta quella che non distingue tra i
due racconti veri e propri e i tre a struttura giornalistica, facendo cosi'
coesistere "Il silenzio della ragione", disilluso viaggio tra gli
intellettuali napoletani, col "Paio d'occhiali" in forza del riferimento
agli occhiali della illusione-disillusione, d'un impegno che, abortito per
ragioni umane e politiche, consegna alla storia quegli intellettuali come
relitti.
Di qui la sfiduciata rabbia, a tratti taglientemente perfida, della Ortese;
ma anche la sua angoscia che, bloccata in "Oro a Forcella" nel bozzettismo
ben confezionato pur felicemente disturbato da squarci di sottrazione al
realismo, assume piu' spesso le forme contrarie di visionarieta'
espressionisticamente esasperata da "ai confini della realta'": la quale
nella "Citta' involontaria" consegna all'apparentemente giornalistico
reportage un procedere da viaggio dantesco che, nei richiami anche numerici
(Granili III, IV), si traduce in una sorta di raffigurazione da gironi
infernali.
*
Metafora della condizione cittadina
Che e' poi lo stesso clima che pervade i sette racconti-reportage di
Silenzio a Milano, la' dove la ricerca del materiale per un articolo
abbastanza tecnico, nel caso di "Una notte alla stazione", viene cadenzato
da un campo onomasiologico che verte sul nero, il malessere, l'oscura e
inumana grandezza del luogo, l'incubo, e converte il reportage in metafora
della condizione cittadina e, ancor piu', dell'umano dolore (gli incontri
sono sempre con una umanita' emarginata, sola e sofferente).
Qui il dato realistico (nel caso de "I ragazzi di Arese" un realismo
addirittura patetico) incuba e fa gradualmente scaturire l'allucinazione,
che negli angoli bui dello Shangai, "paradiso di carta" delle notti milanesi
("Locali notturni"), si popola d'un universo femminile scandito dai colori
forti dei vestiti e di uno maschile animalizzato (l'uomo-topo,
l'uomo-uccello). Un universo di solitudine che ha il suo spazio piu'
rappresentativo nelle monadi che popolano gli alveari delle Case-Albergo
dalle stanze di "pulita e disperata atmosfera" (una loro vivisezione
dall'interno la fornira' l'io narrante femminile di Poveri e semplici e Il
cappello piumato, che li abita). Un universo che tritura ogni possibilita'
di autentico rapporto umano e schiaccia chi non vuol farsi omologare ("Il
disoccupato").
Un universo di gente che "continua a vivere per timidezza, per non
disturbare", come i due fratelli de "Lo sgombero": la "muta, goffa, matta"
Masa, "ferma in mezzo alla vita", "pietra, selciato nella vita" con le sue
tenerezze e durezze, frutto di parole di cui si sente ricca ma che non sanno
uscire o escono depotenziate; e Alberto, amorevole e protettivo sin quasi a
farsi odiare da lei, cui resta solo la ricchezza anche dolorosa dei ricordi,
delle speranze infrante, dei sogni irrealizzati. Uno dei racconti piu' belli
della Ortese, in cui s'affaccia pure la problematica della disillusione
dell'utopia comunista dopo i fatti d'Ungheria, che trovera' voce piu'
articolata in Poveri e semplici e nel Cappello piumato; e nel quale la
scrittura si fa concreta testimonianza del dolore dell'umanita'
impregnandosene palpabilmente.
Con la ricordata "antologia" I giorni del cielo si chiude praticamente la
prima stagione narrativa della Ortese, caratterizzata unicamente dalla
narrazione breve. Non mancheranno in futuro volumi di racconti, come La luna
sul muro (Vallecchi, 1968) e L'alone grigio (Vallecchi, 1969), con testi
inediti in cui s'affaccia la tematica dell'inesorabile e duramente
indifferente ma pure miracoloso fluire della vita e con approdi (nel brano
che titola il secondo volume) a un'inquietante allucinazione in cui la
detemporalizzazione del vivere ricrea situazioni da "ritorni dal/al
passato", con una situazione potenzialmente da fantascienza o apocalisse
intrecciata a un atteggiamento spirituale del singolo di incanto e attesa,
di annullamento della paura del vivere tradotta, una volta sparito il
miracolo e tornata "a imporsi l'infinita lontananza di sempre" tra gli
esseri, in coscienziale domanda sul senso del vivere, sul come
quotidianamente affrontarlo.
*
La sintesi del reale-fantastico
Una misura, quella del racconto, che caratterizza anche le dieci tra novelle
e prose di varia natura e consistenza di In sonno e in veglia (Adelphi
1987), che ripropone tematiche ormai consuete della scrittrice ora nel
versante della confessione in pubblico (in "Piccolo drago" rilegge la lotta
con san Michele come prevaricazione dell'istituzione, della forza e del
"diritto" sulla condizione di doglianza del vivere dell'animale), ora della
sintesi di reale-fantastico propria delle sue ultime opere ("La casa del
bosco"). Quelli del dopoguerra sono anche anni di diversi viaggi in Italia e
all'estero quale corrispondente (esperienze poi rivissute in Poveri e
semplici e Il cappello piumato e che le fruttano due Premi Saint-Vincent di
giornalismo): pagine tra il giornalistico e il narrativo raccolte dapprima
in sillogi (Il treno russo, Pellicanolibri 1983; Il mormorio di Parigi,
Theoria 1986; Estivi terrori, Pellicanolibri 1987), quindi integralmente
recuperate in La lente scura, Marcos y Marcos 1991).
*
"L'Iguana" apre una nuova stagione
La seconda stagione narrativa della Ortese si inaugura dunque nel 1965 con
L'Iguana (Vallecchi; ora Adelphi 1986), romanzo dall'andamento anomalo, tra
fiaba e ironia, "ballata, filastrocca, sogno, delirio, allegoria psichica"
(Manganelli), con tratti che richiamano Cervantes; e che si presenta - si
legge nel romanzo - quasi come "una tormentata storia del Seicento spagnolo,
pazzesca nella nostra epoca tanto chiara" coi suoi "continui passaggi da un
luogo all'altro, e mutamenti di scena, e spezzati dialoghi, e rapido
inserirsi di un luogo in un altro" e incessanti "intarsi di casa, di vento,
di pozzo, di sentieri frementi e muti interni, [...] di cammino e di stasi,
di immobilita' e movimento, e soprattutto di un crescente dolore, di una
tristezza senza requie, di una rabbia indicibile, mista a parole usuali".
E' l'avventura senza ritorno del milanese conte Daddo nell'isola di Ocana
per acquistare terreni in cui costruire "ville e circoli nautici" per la
buona societa' milanese in cerca di natura incontaminata (una delle tante
"rabbie" ortesiane che attraversano il libro; altre riguardano l'industria
culturale e la societa' letteraria); e che s'innamora dell'Iguana Estrellita
che gli appare non come personificazione del Male (tale il giudizio altrui),
ma come creatura abbandonata alla fredda disperazione della solitudine dai
padroni che, dopo averla vezzeggiata, la abbandonano a se stessa e se ne
disfano ("essendo la bonta' e la grazia cose non di questo mondo") di fronte
all'occasione d'un matrimonio economicamente salvifico per il padrone. Che
e' soltanto un generico riferimento all'andamento di un libro praticamente
irriassumibile nella sua straordinaria e felice liberta' inventiva che si
muove con modularita' mozartiane in costante, reciproca trasfusione di
realta' e sogno, immaginazione e allucinazione, visione e "straziata
esigenza del reale", grazia e "sotterranea malinconia", entro un libero
gioco inventivo dalle strategie depistanti, ove ad esempio un'aura da grande
mistero (ad esempio la fanciulla-Iguana) si puo' risolvere nel segno del
"mistero semplice" (un matrimonio combinato), salvo poi intervenire una
allucinazione che rimette nuovamente tutto in gioco (del resto, si legge,
"il reale e' a piu' strati, e l'intero Creato, quando si e' giunti ad
analizzare fin l'ultimo strato, non risulta affatto reale, ma pura e
profonda immaginazione").
Da qui scaturisce anche la possibilita' di muoversi ad ampio raggio nelle
allegorie della Ortese tra le possibili e tutte avallabili interpretazioni
(politiche, economiche, culturali, metafisiche), siano esse relative alla
vicenda, a Daddo ("spirito estatico, che dappertutto, nel meccanismo della
natura, scorgeva un'anima uguale, e avvertiva un appello alla propria
fraternita'", con risvolti da vittima autosacrificale), oppure a Estrellita,
un ulteriore ritratto dell'ormai ricca galleria dei "puri" reietti ortesiani
sfumato nei significati troppo specifici.
*
Memoria di fatti e luoghi immaginari
Forma su cui la Ortese non indugia (la riprendera' piu' tardi con Il
cardillo addolorato), virando stilisticamente ancora una volta e ponendo al
centro della sua narrativa direttamente se stessa e le diverse forme di
spersonalizzazione. Ne viene un capitolo in tre atti, l'uno diverso
dall'altro: la rivisitazione delle utopie degli anni Cinquanta (Poveri e
semplici); quindi, con brusca virata, il furente riattraversamento del suo
apprendistato letterario tra anteguerra e immediato dopoguerra (Il porto di
Toledo); la ripresa delle vicende del dopoguerra dal punto di abbandono in
Poveri e semplici, ma con diverso stile e prospettiva, nel malinconico
acquetamento del Cappello piumato. Romanzi di memoria ("non c'e' nulla che
dimentichiamo, portiamo con noi tutto", si leggeva nello "Sgombero"): ma
d'una memorialita' sempre diversa, d'una "forma autobiografica" che
l'Avvertenza di Poveri e semplici vuole intesa "come una normale narrazione
di fatti e luoghi immaginari".
E' la Milano del dopoguerra e delle Case-Albergo a darsi come luogo d'azione
sia di questo racconto di memoria e di innamoramento, sia del romanzo di
memoria e d'amore che lo continua, seppur in un universo umano piu'
circoscritto, col passaggio dalla comunita' di piccoli amici del primo libro
al rapporto a due tra Bettina e Gilliat del secondo (stando alla
dichiarazione d'autrice, Poveri e semplici sarebbe una rielaborazione delle
prime 40 pagine d'un "fascetto di carte" memoriali, mentre Il cappello
piumato riprenderebbe, con pochi interventi tra cui un capitolo-sutura
iniziale, le restanti 100 pagine del brogliaccio originario).
*
Le utopie politiche bruciate
Romanzi-interrogazione, Poveri e semplici e Il cappello piumato: sul proprio
essere artisti, sui modi della propria appartenenza a un clima in cui si
bruciano le utopie (i fatti d'Ungheria, i crimini di Stalin) e la passione
politica interferisce inesorabilmente con i sentimenti dell'amicizia e
dell'amore; sulla propria essenza. Romanzi-ricordo: di una esistenza.
Romanzi-nostalgia: di una fede in una "ferma bonta' alle radici del Cosmo",
e della sua traduzione in "grande febbre" collaborativa "affinche' il
mondo - da triste e ingiusto che era - divenisse lieto e provvido per
tutti". Romanzi delle ragioni del cuore, ma anche "dello spavento del
vivere": dei "piu' bei giorni della mia vita" (il primo), attraversato dalla
sensazione sottile della "fine" malinconia, dal dittico speranza-tristezza,
dal senso del tempo che se ne va inesorabilmente. Un romanzo, Poveri e
semplici, che si offre con un pudore e un candore che si bagnano nello stile
semplice, in una dimessa quanto avvincente colloquialita' da Fioretti;
caratteristica che non avra' invece Il cappello piumato, in cui il ricorso
all'arma dell'autoironia non riesce a far velo al senso della definitiva
perdita di un mondo e a un tono di mesta amarezza per gli inaridimenti umani
(qui di Gilliat).
Con, in mezzo, quel senso di perdita e allontanamento dal "paesaggio scuro e
doloroso che si chiama gioventu'" avvertito in Poveri e semplici, che si
traduce nel furioso tentativo di riappropriazione del Porto di Toledo.
Ricordi della vita irreale. Libro dai bagliori mistici nella memorialita'
deformata di Damasa, "proiezione perversa" dell'autrice dotata di propria
percettivita' e autonomia ("onorava lo scrivere un solo istante; nel
successivo, lo deformava. Fino a piegarlo, sprezzarlo e cancellarlo del
tutto"). Quindi anche stilisticamente furioso, con tutte le sue sofferte,
continue riscritture nel corso del quindicennio 1969-'85 che sul piano
strutturale hanno comportato alle oltre 500 fitte pagine sbandamenti che ne
costituiscono a un tempo il limite ma anche il perverso fascino (ne' si
dimentichi, con quanto di allegorico comporta, che Anna Hurdle, dedicataria
del libro, e' una ventitreenne impiccata due secoli fa a Londra per spaccio
di moneta falsa).
C'e' qui un modo antipodico di rivivere il ricordo e riappropriarsi del
proprio passato: anche materialmente, perche' nello sperimentalissimo
romanzo confluiscono i materiali piu' disparati, dal racconto alla
digressione, al commento, dai testi poetici agli inserti epistolari, da
brevi note a pie' di pagina esplicative d'un modo di dire o d'un concetto
alla riscrittura d'una decina di racconti di Angelici dolori (la prima idea,
poi deflagrata nella complessa struttura irriducibile all'esposizione d'una
trama, era d'una loro semplice riscrittura).
Un riattraversamento, dunque, piu' che un recupero degli anni dell'infanzia,
quello del Porto di Toledo, che la Ortese compie attraverso la figura di
Damasa, al tempo stesso suo "se'" ma pure "altro da se'" (sino ad apparire a
tratti personaggio maschile, oltre che femminile): cio' che le consente la
duplicita' della riappropriazione, ma pure della spersonalizzazione e
trasfigurazione in funzione di una cifra di dolore universale per tale
perdita. Reale e visionario si intersecano a ogni passo nel segno
dell'allucinazione: a partire dal titolo stesso, che mentre richiama una
delle vie piu' antiche di una Napoli, qui "citta' di sogno, ispanica,
terribile, leggendaria e mortuaria" (cosi' Dario Bellezza per il quale Il
Porto e' il "suo romanzo piu' angelico e infernale, summa di tutte le sue
maniere narrative"), si permea anche del ricordo, e dei colori, e delle
deformazioni fisiognomiche suggerite dal Seppellimento del Conte D'Orgaz, il
quadro di El Greco da lei visto proprio a Toledo.
Del pari si incrociano personaggi reali appena travestiti (tra essi i
genitori Apo e Apa; "El Rey fragile e piccolo", quel suo "vicere'" Don
Pedro, infine "per i piedi appeso affinche' i corvi lo beccassero") e altri
ricifrati in una oscurita' che li ripropone "a chiave"; e lo stesso modo del
linguaggio risulta digitato su varie scale stilistiche, sino al neologismo
allusivo.
Un libro destinato ad accompagnare negli anni la sua autrice con i suoi
fantasmi, a dispetto di cifre piu' malinconicamente lievi, quali quelle del
Cappello piumato. E dei due ultimi romanzi, dalla gestazione parallela, pur
nello scarto editoriale che vede Il cardillo addolorato (Adelphi, 1993)
scavalcare Alonso e i visionari (Adelphi, 1996).
*
Il segreto di donna Elmina
Il cardillo e' la "strana storia del viaggio di Bellerofonte e i suoi amici
a Napoli, del segreto di donna Elmina, di tante fantasticherie - passioni e
grazia -, tanti interventi del Cardillo, nella Napoli assediata dalle sirene
e dai Francesi", tra Borboni e rivoluzione, in cui i tre amici si recano per
vedere le leggendarie figlie "belle e insopportabilmente mute" del Guantaio
di Santa Lucia, tra cui Elmina.
Un'opera che, impiegando quale collante l'ambiguo sorriso ironico,
"pasticcia" felicemente romanzo d'appendice e racconto orale, gotico e nero,
cronaca e leggenda, storia e chiacchiera, menzogna e fiabesco, fantastico
alla Hoffmann & dintorni e pseudoscioglimenti che si rivelano in realta'
aperture di nuovi misteri in un ventaglio inarrestabile, romanzo di viaggio
settecentesco e dialoghi con il lettore per avvisarlo o depistarlo,
illuderlo o deluderlo, metanarrativita' e digressione, richiami all'oggi,
analessi prolessi e agnizioni che si falsificano vicendevolmente tra figlie
che figlie non sono, fratelli e sorelle che tali non sono e cosi' via, in un
tourbillon di sorprese e viaggi nel fondo della levita' stessa delle parole,
nel buco nero che si apre subito dietro ogni presunta realta' in una discesa
agli inferi della inattingibile conoscenza (sia operata con la Ragione, la
Natura o col magico negromantico).
*
Il bugiardo e depistante "Cardillo"
E tra personaggi grandi e piccoli nessuno dei quali alla fine e' cio' che
era, o cio' che sembrava essere, o cio' che si credeva o che l'autrice
"perfidamente" suggeriva che fosse. Un romanzo bugiardo e depistante, che
gioca tra testo, paratesto ed extratesto, racconto e commento, sogno e
ipotesi, visioni e onniscienza narrativa, subito ribaltata dallo sguardo
stupefatto dello stesso narratore di fronte ad avvenimenti che dichiara di
scoprire insieme al lettore; salvo poi, con dosi che da inizialmente
inavvertite si fanno via via piu' tangibili, intriderlo d'un senso di
mistero, inquietudine, angoscia.
Un libro insomma in persistente commistione di solarita' e cupezza,
divertissement frenato dall'amarezza e sgomento rialzato da un sorriso, in
cui i "tempi" (allegro, grave, scherzo...) da struttura sinfonica si
decompongono in sette movimenti da poema sinfonico il cui tono baldanzoso, a
mezzo tra divertita ballata popolare e romanzo picaresco da Siglo de oro,
del primo tempo, scivola in un viaggio che si impregna del "secondo" mondo
(quello del "vero reale", opposto a quello ombra della quotidianita'), per
poi tradurre il fiabesco dall'iniziale tenue atmosfera di sogno in un
onirico popolato di morti che tornano per maledire o contrattare vendite ed
eredita', e che cifra di inquietudine anche i piccoli misteriosi e sfuggenti
folletti di trecent'anni in perenne sporgenza su una morte che non viene:
tutto scandito dal canto-verso del Cardillo, quell'Oh! Oh! a un tempo
stupido e irridente, angelico e demoniaco, accorato e addolorato sempre,
solo cerchio non chiuso dei tanti anelli strutturali di continuo aperti e
sapientemente sigillati dall'autrice.
"Storia tanto intricata e oscura che abbiamo la sfortuna di narrare", diceva
del Cardillo la Ortese. "Non-storia" dice di Alonso e i visionari, racconto
calibrato sull'invisibile discrimine continuamente valicato nei due sensi di
realta'-visione e allucinazione (e allucinazione, e fors'anche follia era
pure l'approdo degli Eroi del Cardillo). "Diario" lo definisce l'io
narrante, l'americana Stella Winter.
"Deposizione-confessione" lo direi, piuttosto: scritto testimoniale e
testamentario che, nella volonta' di ricostruzione puntigliosa d'ogni
passaggio (orale, epistolare, documentale) d'una vicenda sempre sfuggente al
reale per farsi visione, si offre quale autentico Itinerarium mentis et
cordis ad... deum. Ove deum e' Alonso, piccolo Puma che il bimbo Decio
raccoglie nel deserto dell'Arizona morendo per salvarlo; e che portato in
Italia dal padre, il professore nichilista Antonio Decimo, si fa elemento di
contraddizione per lui e l'altro figlio, Julio, sanguinario terrorista
"metafisico" in lotta contro lo Spirito del Mondo.
Uno zigzagante "itinerario" depistante nel travalicare la struttura
romanzesca, e dai diversi, anche diseguali, ritmi della scrittura: dandosi
si' come racconto ricostruibile quale puzzle anche oltre la stessa lettura
(il thriller della misteriosa morte di Julio); ma soprattutto come
mescolanza di elementi raziocinanti (dialoghi filosofico-metafisici serrati,
talora ingarbugliati) con altri visionariamente favolistici che travalicano
i primi, reclamando atti e impegni di fede; e, ancora, di silenzi e paesaggi
parlanti. Itinerario di comprensione e adesione tra ragione e cuore, non
senza resistenze al voler sapere, quello di Stella, alter-ego ma soltanto
parziale della Ortese nel cammino di formazione, dandosi l'alter-ego piu'
importante in Jimmy Opfering, professore americano dal cuore puro,
totalmente aderente a cio' che crede e vuol testimoniare, difendendolo sino
al sacrificio di se' (offerta, vittima, sacrificio, martire: quindi
testimone, significa il suo cognome; e anche in questo e' un ideale fratello
del Daddo dell'Iguana). Riferimenti, questi, che ben indicano l'ipostasi del
romanzo: una religiosita' tra cristianesimo e paganesimo, tra Dio, Uomo e
Natura; d'un evangelismo riletto attraverso san Francesco e deteologizzato,
che in piu' punti riprende il modello non solo narrativo del Vangelo in
quanto "buona novella" e che nell'opzione antifrastica del Puma Alonso,
summa dei dolori del mondo, "piccolo cristo" che non sai quando ma che "non
visto, verra'", incarna in una fiera il simbolo della mitezza dallo sguardo
catartico, elemento di contraddizione con la ferinita' del mondo umano.
*
L'ultimo "Corpo celeste"
Un Puma il cui messaggio si radica nelle Beatitudini; che attraversa
risurrezioni, apparizioni quali segni da cogliere, reincarnazioni, ritorni a
sollecitare coscienze e responsabilita', non senza la valenza del "giudizio"
che ti rende evidente in un solo attimo, al suo solo apparire, la tua reale
condizione di miseria interiore. E che ha in Op il proprio apostolo. Puma
quindi come luogo e possibilita' del mutamento per i personaggi. Puma come
ancestralita': luogo incorrotto del desiderio del ritorno; come condizione
primordiale di pace con se stessi e con gli altri, e agnello sacrificale per
quel ritorno. Puma come insieme di valori sprezzati da una societa' come la
nostra: simbolo del richiamo a una scelta di responsabilita' e di armonia
col mondo: a quella purezza e mitezza di cuore che, sole, faranno "ereditare
la terra". Tutto cio' dovrebbe trovare una conferma, stando alle
dichiarazioni della stessa Ortese, in Corpo celeste (che sta per uscire da
Adelphi).

3. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

4. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 555 del 22 agosto 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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