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Nonviolenza. Femminile plurale. 203



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 203 del 22 agosto 2008

In questo numero:
1. Lea Melandri: Senza
2. Giovanni Godio intervista Sandra Cisneros
3. Roberto Carnero intervista Erica Jong
4. Federico Bastiani intervista Naomi Klein

1. RIFLESSIONE. LEA MELANDRI: SENZA
[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano
(www.universitadelledonne.it) riprendamo il seguente articolo apparso sul
quotidiano "Liberazione" del 13 agosto 2008 col titolo "Chi ricomincera' a
lottare? quelli che sono 'senza'".
Lea Melandri, nata nel 1941, acutissima intellettuale, fine saggista,
redattrice della rivista "L'erba voglio" (1971-1975), direttrice della
rivista "Lapis", e' impegnata nel movimento femminista e nella riflessione
teorica delle donne. Opere di Lea Melandri: segnaliamo particolarmente
L'infamia originaria, L'erba voglio, Milano 1977, Manifestolibri, Roma 1997;
Come nasce il sogno d'amore, Rizzoli, Milano 1988, Bollati Boringhieri,
Torino 2002; Lo strabismo della memoria, La Tartaruga, Milano 1991; La mappa
del cuore, Rubbettino, Soveria Mannelli 1992; Migliaia di foglietti, Moby
Dick 1996; Una visceralita' indicibile, Franco Angeli, Milano 2000; Le
passioni del corpo, Bollati Boringhieri, Torino 2001. Dal sito
www.universitadelledonne.it riprendiamo la seguente scheda: "Lea Melandri ha
insegnato in vari ordini di scuole e nei corsi per adulti. Attualmente tiene
corsi presso l'Associazione per una Libera Universita' delle Donne di
Milano, di cui e' stata promotrice insieme ad altre fin dal 1987. E' stata
redattrice, insieme allo psicanalista Elvio Fachinelli, della rivista L'erba
voglio (1971-1978), di cui ha curato l'antologia: L'erba voglio. Il
desiderio dissidente, Baldini & Castoldi 1998. Ha preso parte attiva al
movimento delle donne negli anni '70 e di questa ricerca sulla problematica
dei sessi, che continua fino ad oggi, sono testimonianza le pubblicazioni:
L'infamia originaria, edizioni L'erba voglio 1977 (Manifestolibri 1997);
Come nasce il sogno d'amore, Rizzoli 1988 ( ristampato da Bollati
Boringhieri, 2002); Lo strabismo della memoria, La Tartaruga edizioni 1991;
La mappa del cuore, Rubbettino 1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996;
Una visceralita' indicibile. La pratica dell'inconscio nel movimento delle
donne degli anni Settanta, Fondazione Badaracco, Franco Angeli editore 2000;
Le passioni del corpo. La vicenda dei sessi tra origine e storia, Bollati
Boringhieri 2001. Ha tenuto rubriche di posta su diversi giornali: 'Ragazza
In', 'Noi donne', 'Extra Manifesto', 'L'Unita''. Collaboratrice della
rivista 'Carnet' e di altre testate, ha diretto, dal 1987 al 1997, la
rivista 'Lapis. Percorsi della riflessione femminile', di cui ha curato,
insieme ad altre, l'antologia Lapis. Sezione aurea di una rivista,
Manifestolibri 1998. Nel sito dell'Universita' delle donne scrive per le
rubriche 'Pensiamoci' e 'Femminismi'"]

"Por donde saldra' el sol? Da dove sorgera' il sole? E' la speranza che vive
nel cuore della notte a parlare in questa domanda degli indiani d'America.
Come sanno gli indiani, la notte puo' essere lunga. Molto lunga talvolta.
Una notte di  cinque secoli, cosi' essi definiscono la colonizzazione, il
genocidio, la quasi scomparsa del loro popolo. Noi, eredi di quell'Occidente
che li ha sterminati, possiamo oggi fare nostro il loro interrogativo... La
nostra e' un'epoca in crisi. E' scoccato da tempo il nuovo millennio, ma la
miseria, la tristezza, la sofferenza del mondo non sono mai apparse in una
luce tanto definitiva".
Con un suggestivo richiamo alle "molteplici dimensioni  dell'esistenza",
senza le quali "la vita non puo' perdurare e dispiegarsi appieno", Miguel
Benasayag e Angelique Del Rey chiudono le pagine di un libro (Elogio del
conflitto, Feltrinelli) raro in un'epoca che sembra fatalmente attratta da
logiche opposte, di semplificazione e di scontro, di chiusure identitarie e
di rigetto, rispetto a tutto cio' che e' dissimile o che esce dall'ordine
costituito. Ma quali sono le "ombre" che minacciano di precipitare
l'Occidente "civilizzato" in una nuova barbarie?
Contro quali "rischi" si accaniscono le politiche sicuritarie, le misure
sempre piu' invasive di controllo con cui si pensa di poter immunizzare il
corpo sociale da un pericolo diffuso e inafferrabile? Parlare di luci ed
ombre, contraddizioni e conflitti che si radicano nella molteplicita'
concreta di ogni vita, vuol dire andare oltre la denuncia di un sistema di
potere costretto ad armarsi contro quegli scarti, rifiuti, eccedenze,
materiali e umane, che esso stesso produce.
Ogni sollecitazione alla protesta e all'impegno, che non voglia restare
volontaristica, deve fare i conti oggi con una "mutazione antropologica" che
richiede nuovi criteri interpretativi, per i quali, come ha detto Marco
Revelli nell'intervista a "Liberazione" del 31 luglio 2008, "non ci aiutano
ne' Lenin ne' Trotsky" ma "il fare da noi". Non dovrebbe essere difficile
riconoscere che lo "straniero", il "povero", il "fuori norma", il migrante
ridotto alle necessita' vitali, incarnano, portandolo in questo modo allo
scoperto, il "rimosso" originario di una civilta' che, separando corpo e
linguaggio, biologia e storia, ha costruito sbarramenti e frontiere fin
dentro i corpi e la vita psichica, e posto le premesse perche' quella
demarcazione andasse progressivamente a scomparire.
La minaccia - come scrivono Benasayag e Del Rey - viene anche da dentro:
"nuclei di razionalita' e saggezza vivono l'assedio di pulsioni e passioni
non civilizzate... Si tratta di imparare a convivere con tutto cio' che
abbiamo rimosso e abbandonato come un'anomalia inammissibile. Si tratta di
capire in che modo l'essere umano, l'essere umano cosi' com'e', l'essere
umano con il suo fondo di costitutiva oscurita', possa costruire le
condizioni di un vivere comune malgrado il conflitto e anzi attraverso il
conflitto, mettendo fine al sogno o all'incubo di chi vorrebbe eliminare
tutto cio' che vi e', in lui, di ingovernabile".
Se dominanti sono diventati la logica dell'utile e dell'efficacia, l'uomo
dell'impresa e della produzione, se la norma ha messo radici nei vissuti
piu' intimi dell'individuo, tanto da essere indotti a cercare il senso della
vita in "immagini identificatorie della felicita'" - un'automobile, una
vacanza, un paio di calzini, un dentifricio, ecc. -, significa che e'
proprio questa riduttivita' estrema a fare oggi da ostacolo alla
possibilita' di riconoscere altre dimensioni dell'umano. Il ritorno di cio'
che e' stato escluso - i corpi, la vita dei singoli nella sua complessita' e
interezza, passioni, fantasmi contraddittori - puo' tradursi in una
inevitabile barbarie, ma puo' anche riaprire la strada al desiderio e al
conflitto, alla possibilita' di ridefinire su basi meno astratte il legame
sociale.
La semplificazione, l'unidimensionalita', appartengono prioritariamente al
sistema capitalistico, ma le politiche e i programmi della sinistra non ne
sono esenti, dal momento che "muovono senza eccezione dal principio secondo
il quale un progetto serio non puo' non fare i conti con la realta'
economica dell'ordine mondiale, ordine in base al quale il sostrato di ogni
cosa e' un sostrato di natura economica".
La consapevolezza da cui riprendere a interrogare l'azione politica e'
allora quella espressa molto chiaramente da Ulrich  Beck ("La Repubblica"
del 7 giugno 2008): "la propria vita e' quel mondo che contiene in se' tutti
gli ambienti... occuparsi di se', porsi determinate domande (chi sono? cosa
voglio? dove sto andando?) sono atteggiamenti che lo schema sinistra-destra
interpreta come segni di perdita, rischio, caduta e fallimento o, in altre
parole, come il peccato originale dell'individualismo. Sorgono allora altre
domande: in che modo determinate dipendenze e interdipendenze che sono parti
integranti della propria vita, possono interagire tra loro, elevarsi a
responsabilita' e acquisire validita' sul piano politico e su quello
privato? La vita propria e allo stesso tempo globale e' diventata
l'orizzonte a partire dal quale in futuro occorrera' elaborare e
giustificare il concetto di dimensione sociale".
Gli scarti, le eccedenze indesiderate, i rifiuti urbani e umani, hanno preso
non a caso una valenza che va al di la' del sistema mercantile e
consumistico che li produce. Rappresentano, come ha scritto Guido Viale ("La
Repubblica" del 23 maggio 2008), un modo di essere e di pensare -
"accumulare cose che non ci servono e buttar via a casaccio tutto cio' che
ci da' fastidio" -, sono il volto capovolto, negativo, del privilegio di cui
ancora godiamo e che temiamo di perdere.
Ma guardati dall'ombra che la storia si porta dietro, sono anche
potenzialita' di vita che una lunga esclusione ha deformato, reso
irriconoscibili.
Partire da questo fondo oscuro, da cui le esperienze individuali e
collettive emergono nella loro complessita' - contraddittorie, molteplici,
conflittuali -, porta a ripensare il potere sia nel suo aspetto visibile,
macroscopico, sia nelle sue ramificazioni diffuse, incorporate nei modi di
pensare e di vivere del singolo e delle comunita', induce a una valutazione
diversa del rapporto tra istituzioni e rapporti sociali, tra politica
organizzata e movimenti: "Il ruolo centralizzatore delle istituzioni del
macropotere ha contribuito ad alimentare l'idea che le istituzioni siano il
luogo a partire dal quale viene diretta la vita di una societa', ma la
realta' dei fatti e' ben diversa, e il meccanismo della centralizzazione,
paradossalmente, non riserva alle istituzioni che una funzione solo
periferica. Il macropotere non racchiude l'insieme del processo politico e
tanto meno sociale. Non ne e' che un archivio o un'espressione seconda.
Lungi dal racchiudere in se' la potenza del politico, ne e' piuttosto
racchiuso, orientato, diretto. E' quindi attraverso modificazioni
conflittuali dell'assetto dei micropoteri, che si realizzano i mutamenti
piu' radicali dei modi di vita e dei meccanismi di riproduzione sociale".
Pratiche di contropotere sono percio' non solo le associazioni, le ong, i
comitati, ma i percorsi piu' diversi: dell'arte, della medicina,
dell'educazione, ma anche dell'urbanistica e dello sport, processi
molteplici in grado di "restituire la trama della societa' a livelli
antropologici".
Nessun preciso fronte politico, percio', nessuna avanguardia dotata di
funzioni direttive, quale potrebbe essere il partito. Una realta' di questo
tipo - osservano Benasayag e Del Rey - "non e' in genere ben accetta da
parte dei militanti di stampo classico, che in essa vedono il rischio della
dispersione". Eppure, e' proprio l'"azione circoscritta" che permette di
vedere i conflitti che ci attraversano, e di riconoscere l'illusorieta'
delle situazioni definitive. "Noi siamo strutturalmente vincolati ad agire e
pensare in situazione, e, se e' vero che una situazione coincide sempre, sul
piano intensivo, con una serie infinita, sul piano estensivo questo si
traduce nella condanna ad agire sempre in condizioni di almeno parziale
ignoranza, dato che non e' possibile prevedere lo sviluppo del sistema
dinamico che nasce dall'articolazione reciproca di piu' situazioni".
Il "modello forte" di pratica politica, che viene qui proposto, e' quello
che sa tenere insieme la rinuncia alle soluzioni universali e la prospettiva
unitaria entro cui disporre il molteplice delle nostre azioni. L'elogio del
conflitto, al contrario delle logiche di guerra oggi diffuse - paura,
invenzione, persecuzione del nemico -, e', percio', anche "elogio della
vita" in tutte le sue manifestazioni.
La tentazione di dare un "soggetto" al movimento reticolare che opera per la
creazione di un'alternativa, fa la sua comparsa la' dove l'analisi si
sofferma sulla forza trainante, "decisiva", che possono avere le lotte dei
"senza": senza tetto, senza fissa dimora, senza lavoro, strati di
popolazione sempre piu' violentemente messi al bando. Apparentemente, chi si
viene a trovare in questa condizione desidera solo cio' che gli manca e che
gli integrati gia' possiedono.
A differenza dei proletari, delle donne, delle minoranze nazionali e
sessuali, mancherebbe a queste nuove figure del disagio sociale quella
"promessa" che li fa eccedere rispetto agli ambiti di appartenenza, per
investire, esplicitamente o implicitamente, l'intera societa'.
Occorre percio' "costruire uno zoccolo comune delle varie figure dei
'senza': categoria che va riconquistata a gruppi di diverso genere, la cui
definizione non deve peraltro rinviare solamente alla privazione di un certo
bene". E' questo allargamento di una condizione che riguarda oggi i
protagonisti piu' diversi del vivere sociale - dal migrante al ricercatore
che difende la sua scienza contro l'esigenza utilitaristica delle scienze
odierne, dall'artista che rifiuta di svendere il suo desiderio di creazione
all'insegnante, al disoccupato -, che va a collocare i "senza" nel cuore di
un passaggio nodale del nostro tempo, "incarnando il punto in cui la
promessa della modernita' si rovescia nel divenire 'senza' della
popolazione".
Questi movimenti mostrano, con la loro stessa esistenza, quello che e' il
difetto macroscopico del sistema, cioe' l'impossibilita' della sua
estensione universale. La "materialita' del nuovo secolo", per usare una
espressione di Marco Revelli, trova effettivamente in questo, come in altri
saggi di Benasayag, uno sguardo originale, capace di portare allo scoperto
le molteplici, contraddittorie facce di un potere che intreccia produzione e
modi di vita, relazioni sociali e vissuti personali, sessualita' e politica.
Di conseguenza, si fanno piu' chiari anche i molti, diversi percorsi
attraverso cui si manifestano segni di ribellione, dissenso, conflitto e
resistenza: dalle frontiere interne della societa' ai confini interiori
dell'individuo, dalla norma che interviene dall'esterno sulle nostre vite a
quella che agisce, invisibile, come imperativo incorporato. Da questo
orizzonte, che sposta i confini della politica spingendola fino "alle radici
dell'umano", si apre la prospettiva, sia pure a lungo termine, di movimenti
multiformi, collegamenti insospettati, capacita' creative che gia' il '68
aveva fatto intuire, nel momento in cui aveva posto come elementi
indisgiungibili del processo rivoluzionario: corpo, individuo e legame
sociale.

2. RIFLESSIONE. GIOVANNI GODIO INTERVISTA SANDRA CISNEROS
[Dal mensile "Letture", n. 640, ottobre 2007 col titolo "Sandra Cisneros,
una voce per chi non ha voce" e il sommario "Americana di origini messicane,
l'autrice di La casa di Mango Street fa dell'impegno sociale un suo tratto
distintivo, convinta che anche 'usando la penna si puo' cambiare la vita
delle persone'".
Giovanni Godio, giornalista pubblicista, vive e lavora a Torino, dove e'
nato nel 1968: laureato in lettere, ha lavorato a lungo nel non profit come
addetto stampa e giornalista per poi passare al settore dell'editoria
educativa, e collabora con testate a diffusione nazionale e locale su
argomenti sociali e culturali; nel campo dell'informazione sociale ha curato
alcuni saggi o sezioni monografiche di saggi per gli editori Sperling &
Kupfer, Feltrinelli, La Meridiana ed Ediesse; in particolare, negli anni ha
seguito i temi della poverta' economica, della sicurezza sul lavoro,
dell'handicap, della salute mentale, della salvaguardia ambientale, delle
spiritualita' "di confine" (le cosiddette "nuove religioni"), ma anche della
condizione dei minori e delle politiche giovanili (un interesse,
quest'ultimo, legato a una lunga esperienza nel movimento educativo
dell'Agesci). Tra le opere di Giovanni Godio:  Il coraggio di una vita
normale. Speranze, delusioni e conquiste: lunga lotta delle famiglie dei
disabili intellettivi e relazionali, Sperling & Kupfer, 1999; (con Marcello
Rodino), Che bravi ragazzi! I minori nell'Italia che sara', La Meridiana,
2002.
Sandra Cisneros (Chicago 1954), poetessa, saggista, narratrice, e' una delle
figure maggiori della letteratura chicana. Dal sito
www.festivaletteratura.it riprendiamo la seguente scheda: "Sandra Cisneros
e' nata a Chicago nel 1954 da padre messicano e madre chicana, terza di
sette fratelli e unica figlia femmina. Attualmente vive a San Antonio, in
Texas. E' considerata una delle maggiori scrittrici di letteratura chicana e
portavoce di spicco degli immigrati messicani negli Stati Uniti. Oltre a
numerosi saggi e articoli per giornali e riviste, e' autrice del bestseller
La casa in Mango Street, di tre libri di poesie (Bad Boys, My Wicked Wicked
Ways e Loose Woman), una raccolta di racconti (Woman Hollering Creek and
Other Stories) e un libro per bambini (Hairs/Pelitos). Molti dei suoi
racconti o estratti delle sue opere sono stati pubblicati in antologie e
volumi di storia della letteratura. Ha anche lavorato nelle scuole superiori
come insegnante e assistente scolastica, ha tenuto corsi di scrittura
creativa e un ciclo di conferenze presso l'Universita' della California a
Berkeley. Numerosi e significativi riconoscimenti costellano la sua
carriera, tra questi la prestigiosa borsa di studio della MacArthur
Foundation nel 1995; il premio Texas Medal of the Arts nel 2003; una laurea
ad honorem in Studi Umanistici dall'Universita' Loyola di Chicago nel 2002 e
un'altra in Lettere dall'Universita' Statale di New York nel l993; due borse
di studio dal National Endowment of the Arts per la narrativa e la poesia. I
suoi libri sono stati tradotti in piu' di dodici lingue tra cui spagnolo,
francese, tedesco, italiano, olandese, norvegese, giapponese, cinese, turco
e, recentemente, greco, thai e serbo-croato"]

"Volevo fare un libro che fosse accessibile a chiunque, a un autista
d'autobus, a un operaio o a un ragazzo. Un'opera di letteratura, si', ma
costruita per capitoletti ed episodi brevi, in modo che si possa aprirla e
iniziarla da una pagina qualsiasi, magari per leggerla a qualcun altro".
Sandra Cisneros presenta cosi' La casa di Mango Street, un "romanzo"
minimale appena tradotto da La Nuova Frontiera (pp. 128, euro 14): negli Usa
questo piccolo libro era stato pubblicato per la prima volta nel 1982, ai
margini del mercato editoriale, ma nel 1991 e' stato riscoperto da Vintage
(Random House), che ne ha fatto un colpo grosso da tre milioni di copie.
L'autrice, che e' nata a Chicago nel 1954, oggi e' tra le maggiori
scrittrici "chicane" (i chicanos sono i cittadini statunitensi nati in
Messico o di famiglia messicana, nda), vive a San Antonio, Texas, ed e'
impegnata in prima persona a fianco della sua gente. E come autori di
riferimento cita la scrittrice engagee Elena Poniatowska (nota in Messico
per un libro inchiesta sul massacro della "notte di Tlatelolco" del 1968) e
Nicanor Parra, il poeta cileno dell'"antipoesia" nato nel 1914.
All'ultima Fiera del libro di Torino Sandra Cisneros ha portato la nostalgia
per "una patria che non esiste", il Messico rimpianto e idealizzato dal
padre, e ha parlato, con passione civile, di una scrittura "che deve
cambiare la vita di chi ci sta vicino". Lasciando nel suo pubblico una
traccia di commosso stupore per il fatto che gli Stati Uniti riescano ancora
a esprimere e ad amare, in questa eta' ferrea, intellettuali come lei.
Oltre alla Casa di Mango Street (il diario curioso, ironico e amaro di
Esperanza, una ragazzina che cresce in un barrio di Chicago), il lettore
italiano puo' leggere di Sandra Cisneros l'esuberante e fluviale Caramelo
(La Nuova Frontiera, 2004, pp. 472, euro 18,50), con le storie di una
famiglia di latinos al di qua e al di la' del Rio Grande, e i ritratti
ancora una volta al femminile de Il fosso della strillona (sempre La Nuova
Frontiera, 2005, pp. 170, euro 14,50).
*
- Giovanni Godio: Sandra Cisneros, lei ama parlare di "chicanismo". Di che
cosa si tratta?
- Sandra Cisneros: "Chicanismo" e' un po' come femminismo. Non e' che se sei
una donna sei per forza femminista, e che se sei mexican american sei
chicanista. Chi e' nato negli Stati Uniti da una famiglia d'origine
messicana a volte vive un'esistenza profondamente "colonizzata". Ma se
diventa consapevole della storia e dell'oppressione vissuta dagli immigrati,
e decide di fare resistenza, di impegnarsi per la comunita', di scrivere
libri per il cambiamento sociale, ecco che fa del chicanismo.
*
- Giovanni Godio: Oggi, a 25 anni di distanza dalla prima uscita della Casa
di Mango Street, gli Stati Uniti sono un buon Paese per gli immigrati
latinos?
- Sandra Cisneros: Credo che nessun Paese al mondo oggi sia un buon Paese
per gli immigrati. Soprattutto dopo l'11 settembre 2001, e "grazie"
specialmente al nostro Governo e ai nostri politici (penso in particolare al
Partito repubblicano), che hanno diffuso sempre piu' paura nella societa'.
Il presidente Bush ha un rapporto ambiguo con gli immigrati, ma il suo
partito ha fomentato un'ondata di nazionalismo contro tutto cio' che e'
immigrato.
*
- Giovanni Godio: Sandra Cisneros ha qualche autore di riferimento?
- Sandra Cisneros: Si', la messicana Elena Poniatowska: e' una splendida e
nobile signora, generosa con i suoi lettori e con tutti coloro che incontra.
E' di familia buena, ma si e' impegnata per i piu' poveri tra i poveri, per
l'educazione e per il cambiamento sociale. Poteva scegliere, poteva
approfittare di un'esistenza da privilegiata degna della sua classe sociale,
ma non lo ha fatto. Anzi, per le sue scelte ha corso dei rischi,
specialmente in occasione delle recenti elezioni, quando si e' schierata con
il Partito della rivoluzione democratica (il partito del candidato di
sinistra Lopez Obrador, sconfitto alle discusse presidenziali del 2006,
nda). Per me Elena Poniatowska e' un autentico modello: una vita spesa al
servizio della societa'.
*
- Giovanni Godio: Torniamo alla scrittura: lei ha rimproverato alle
universita' americane di perpetuare una letteratura carica di formalismi e
di stereotipi, mentre essa dovrebbe "raccontare cio' che e' vero", per
"cambiare il mondo". Ma questo "vero" in che modo lo si impara, in che modo
lo si distilla in libri come La casa di Mango Street o Caramelo?
- Sandra Cisneros: All'universita' ho scoperto, da sola, autori come Nicanor
Parra e la sua "anti-poesia": persone come lui mi hanno dato una direzione e
la voglia di impegnarmi. Ma quando sono andata a lavorare in una zona povera
di Chicago, popolata da immigrati, i miei studenti mi hanno insegnato di
piu'. Prima avevo imparato a essere insoddisfatta, ma non sapevo che cosa
fare di questa insoddisfazione. Poi laggiu' ho incontrato dei giovani e
delle giovani la cui vita era molto piu' difficile della mia. E ho iniziato
a popolare i miei libri con i miei studenti.
*
- Giovanni Godio: La sua Esperanza conclude La casa di Mango Street con
questa promessa: "Un giorno diro' addio a Mango Street. Sono troppo forte
perche' mi possa trattenere qui per sempre... Vicini e amici diranno: che ne
e' stato di quella Esperanza? Che fine ha fatto con tutti quei libri e
quelle carte? Non si renderanno conto che me ne sono andata per tornare. Per
quelli che mi sono lasciata dietro. Per quelli che non ce la fanno a
scappare"...
- Sandra Cisneros: Vede, io avevo capito che la casa stava andando a fuoco,
che bisognava fare qualcosa, e in fretta. E portare un po' d'acqua nelle
mani per me era comporre dei bozzetti, dei ritratti, ma anche insegnare
letteratura ai miei ragazzi, incoraggiarli a continuare gli studi,
consigliarli sul controllo delle nascite. Era quello che potevo fare e l'ho
fatto.
*
- Giovanni Godio: Lei e' l'anima anche di un "Macondo Writing Workshop". Che
cos'e'?
- Sandra Cisneros: Un raduno annuale a San Antonio per autori che, come
diciamo, lavorano per il cambiamento sociale sui "territori di frontiera"
della geografia, della cultura, della societa' e della spiritualita'. Il
nome, naturalmente, si ispira alla citta' di Cent'anni di solitudine. Ho
iniziato invitando a un workshop di scrittura alcuni autori professionali, e
oggi dal punto di vista giuridico siamo una fondazione con un centinaio di
aderenti: invito giornalisti, romanzieri, drammaturghi, autori di
spettacolo, cineasti e li mescolo fra loro, per eta' e per specializzazioni
differenti. Sono persone che condividono il fatto di avere gia' alle spalle
una storia di servizio alla societa', ma li raduno perche', insieme,
imparino a lavorare con maggiore incisivita', e perche' il loro scrivere non
rimanga un gesto solitario. Alcuni sono latinos, alcuni statunitensi, altri
cinesi, ma tutti pensano che usando la penna si puo' cambiare la vita delle
persone.

3. RIFLESSIONE. ROBERTO CARNERO INTERVISTA ERICA JONG
[Dal mensile "Letture", n. 636, aprile 2007, col titolo "Erica Jong, lo
scandalo della scrittura" e il sommario "Storica e discussa autrice di culto
del movimento femminista, nella sua autobiografia la scrittrice americana
espone anche il suo rapporto con la narrativa. E, a sorpresa, attribuisce
grande importanza al senso del pudore...".
Roberto Carnero e' docente di Letteratura e cultura dell'Italia
contemporanea all'Universita' di Milano.
Erica Jong e' una delle piu' note scrittrici americane. Dalla Wikipedia,
edizione italiana, riprendiamo per stralci la seguente scheda: "Erica Jong
(nata Mann) (New York City, 1942) e' una scrittrice, saggista, poetessa ed
educatrice statunitense. Laureatasi nel 1963 al Barnard College, con un
master in letteratura inglese del XVIII secolo alla Columbia University
(1965), Erica Jong e' conosciuta soprattutto per il suo primo romanzo, Paura
di volare (1973). Erica Jong e' cresciuta a New York, figlia di Seymour Mann
(nato Nathan Weisman), un musicista ebreo di origini polacche, e della sua
prima moglie, Eda Mirsky, una pittrice e disegnatrice di tessuti la cui
famiglia era immigrata negli Stati Uniti dall'Inghilterra e prima ancora
dalla Russia. Erica Jong inizia la sua attivita' letteraria nel 1971 con una
raccolta di poesie dal titolo Frutta e verdura (1973) ma conquista la
popolarita' nel 1974 con il suo primo romanzo Paura di volare nel quale
vengono messi in risalto i temi del femminismo degli anni Sessanta vissuti
dalla protagonista Isadora Wing. Nei due romanzi, Come salvarsi la vita del
1977 e in Paracaduti e baci del 1984, la storia di Isidora assume un
carattere maggiormente autobiografico, protagonista dei romanzi una
scrittrice che ha avuto grande successo nel mondo dei media. Risale al 1980
il romanzo Fanny dove riscrive in modo arguto ed erudito le vicende di Fanny
Hill che erano state narrate da John Cleland nel capolavoro della narrativa
erotica del Settecento con il titolo Fanny Hill: or, the Memoirs of a Woman
of Pleasure. Le opere successive sono tutte incentrate sul mondo femminile e
per lo piu' a carattere autobiografico come il saggio del 1981 Streghe, Il
mio primo divorzio del 1984, Serenissima del 1987, La ballata di ogni donna
del 1990, Paura dei cinquanta del 1994, Inventare la memoria: romanzo di
madri e figlie del 1997. Nel 2003 pubblica Il salto di Saffo, ricostruendo
la vita della poetessa di Lesbo Saffo sulla base delle poche notizie
disponibili sulla sua vita, approfondendole con l'immaginazione e ricreando
una storia introspettiva e al tempo stesso avventurosa. L'ultima opera
pubblicata in Italia da Bompiani nel 2006 e' Sedurre il demonio, la sua
autobiografia. Opere di Erica Jong: a) romanzi: Paura di volare (Fear Of
Flying) (1973); Come salvarsi la vita (How To Save Your Own Life) (1977);
Fanny (Fanny, Being The True History of the Adventures of Fanny
Hackabout-Jones) (1980); Paracaduti e baci (Parachutes & Kisses) (1984);
Serenissima (Shylock's Daughter)(1987); La ballata di ogni donna (Any
Woman's Blues) (1990); Inventare la memoria: romanzo di madri e figlie
(Inventing Memory: a Novel of Mothers and Daughters) (1997); Il salto di
Saffo (Sappho's Leap) (2003); b) saggi e testi autobiografici: Streghe
(romanzo) (Witches) (1981, 1997, 1999); Il mio primo divorzio (Megan's Book
of Divorce)(1984,1996); The Devil at Large: Erica Jong on Henry Miller
(1993); Paura dei cinquanta (Fear of Fifty: A Midlife Memoir) (1994); Che
cosa vogliono le donne? (What Do Women Want? Bread Roses Sex Power) (1998);
Sedurre il demonio: scritti della mia vita (Seducing the Demon : Writing for
My Life) (2006); Bad Girls: 26 Writers Misbehave essay, "My Dirty Secret"
(2007); c) poesie: Frutta e verdura (Fruits & Vegetables) (1971, 1997);
Half-Lives (1973); Loveroot (1975); At The Edge Of The Body (1979); Ordinary
Miracles (1983); Becoming Light: New And Selected (1991)]

I suoi libri fanno sempre discutere. Negli Stati Uniti, a ogni nuova uscita,
e' attaccata dalla destra politica e religiosa. I contenuti delle sue opere
sono, infatti, problematici, per la tendenza programmatica a scandalizzare
il lettore benpensante. Cosi' accade anche nel suo ultimo volume, Sedurre il
demonio (traduzione di Tilde Riva, Bompiani, 2006, pp. 262, euro 16).
Parliamo di Erica Jong, una delle piu' note scrittrici americane
contemporanee. Nata a New York nel 1942, esponente di spicco del movimento
di liberazione sessuale e femminista, il suo successo di narratrice e'
iniziato nel 1975 con il romanzo Paura di volare, vero libro di culto per
un'intera generazione di donne (e non solo). La sua carriera di narratrice
e' poi proseguita con altri libri, tutti best seller internazionali, tra cui
ricordiamo Come salvarsi la vita, Fanny, Paracadute & baci, Ballata di ogni
donna, Ricordero' domani, Cosa vogliono le donne e Il salto di Saffo, in
Italia editi da Bompiani.
Un po' sopiti i furori giovanili, oggi Erica Jong e' un'elegante signora di
mezza eta' che vive tra New York, il Connecticut e il Vermont, con il marito
e la figlia.
Nella scrittura, pero', torna ancora il tono spigliato e disinibito degli
esordi. Sedurre il demonio, ad esempio, racconta, senza mezzi termini, le
principali tappe della vita dell'autrice, con un linguaggio concreto e senza
rinunciare alla rappresentazione di situazioni a volte anche scabrose (per
questo il libro e' adatto a un lettore maturo). Si tratta, infatti, di
un'autobiografia, per quanto inizialmente il progetto fosse quello di
scrivere una sorta di manuale di scrittura creativa per aspiranti narratori.
Tra i tanti temi toccati, c'e' la famiglia, la relazione tra creativita'
artistica e consumo di droghe (di cui, peraltro, la Jong dice di aver fatto
sempre un uso molto parco), lo show business del sistema globale
dell'informazione, la politica (americana ma non solo) e il suo rapporto con
la felicita' (o, piu' spesso, con l'infelicita') degli individui. Tutti
argomenti sui quali l'autrice espone tesi originali, spesso controverse, ma
sempre capaci di provocare l'intelligenza del lettore. Abbiamo incontrato
Erica Jong nell'ambito del festival "pordenonelegge.it", dove ha presentato
in anteprima al pubblico italiano questa sua ultima fatica letteraria.
*
- Roberto Carnero: Signora Jong, perche' Sedurre il demonio?
- Erica Jong: Piu' che al "demonio", cioe' a Satana, il titolo allude al
"demone", a qualcosa di soprannaturale che rappresenta la creativita' e la
passione. Creativita' e passione sono due cose molto vicine.
*
- Roberto Carnero: Come e' nata l'idea di questo libro?
- Erica Jong: Ho cominciato a comporlo come un libro sulla scrittura,
dedicato a chi voglia intraprendere questo mestiere. Presto, pero', il
lavoro ha assunto tutt'altra direzione. Di divagazione in divagazione, di
ricordo in ricordo, il filo del discorso mi ha portata lontana. E l'opera,
cosi', e' diventata una sorta di autobiografia che procede per schegge e
frammenti.
*
- Roberto Carnero: Dunque un testo in cui ha deciso di raccontare, come si
dice, tutta la verita' e nient'altro che la verita'...
- Erica Jong: Sull'idea di verita' e' imperniata tutta la mia ricerca
letteraria. Del resto non e' affatto detto che un'autobiografia sia piu'
veritiera di un romanzo. Spesso quando lo scrittore inventa, cioe' fa della
fiction, finisce, indirettamente, con il dire piu' cose su se stesso di
quando si mette allo specchio per parlare consapevolmente di se'. Poi,
certo, in un romanzo dobbiamo costruire un plot, una trama, e quindi, anche
quando la materia sia autobiografica, siamo costretti a selezionare certi
eventi rispetto ad altri, a enfatizzarne alcuni che nella realta' sono stati
meno significativi e a ridurne altri magari piu' rilevanti. Altrimenti
scadiamo in quel minimalismo insopportabile, per quanto e' noioso, in cui i
piu' banali fatti quotidiani sono raccontati in esatta successione. Nel caso
di questo mio ultimo libro, mi sono sentita piu' libera di seguire il filo
dei miei ricordi, poiche' non si tratta di un romanzo e, di conseguenza, non
avevo esigenze di plot. Questo perche', nonostante tutte le belle cose che
tendiamo a raccontarci, spesso la vita non ha una trama.
*
- Roberto Carnero: I suoi libri sono da molti considerati scandalosi per una
tematica sessuale espressa in modo molto diretto. Che cos'e' per lei il
pudore? Semplicemente un valore superato, un retaggio del passato?
- Erica Jong: Assolutamente no. Penso anzi che sia una questione molto
importante. Per me il pudore e' il senso dell'integrita' e della dignita'
della persona, di ogni persona. La cosa peggiore che possa accadere a un
essere umano e' la limitazione della sovranita' sul proprio corpo,
sessualita' compresa. Lo stupro e' proprio questo: un'invasione, una presa
di possesso del tuo corpo da parte di qualcun altro. La gravita' dello
stupro e', per me, pari a quella dell'omicidio. Purtroppo da sempre le donne
sono state vittime di aggressioni di questo tipo. Il movimento femminista
aveva tra i suoi obiettivi proprio quello di ridare integrita' al corpo
della donna, nei termini di una gestione autonoma della sua fisicita'.
Spogliarsi o scegliere il modo di vivere la propria sessualita' non e' in
contrasto con il pudore. Oggi, purtroppo, le donne sono ancora oggetto di
abusi, e con loro i bambini. Lo leggiamo nelle cronache dei giornali e lo
vediamo alla tv. La guerra, poi, non fa che incrementare situazioni di
questo tipo. Donne e bambini ne sono le prime vittime. Il pudore, invece, si
accompagna alla gentilezza, all'attenzione verso le altre persone. La Torah
dice che la gentilezza e' la piu' alta forma di saggezza.
*
- Roberto Carnero: Qual e' stato il ruolo storico del femminismo?
- Erica Jong: Ha insegnato che non si possono separare gli uomini dalle
donne. E grazie al femminismo mi sembra che gli uomini siano diventati
migliori.
*
- Roberto Carnero: Quali sono stati i suoi maestri di scrittura?
- Erica Jong: Molti e piuttosto vari. Philip Roth, che aveva dodici anni
piu' di me, mi ha aiutata a raggiungere un maggiore livello di onesta' nella
scrittura. Da Sylvia Plath ho imparato che anche una donna, e una
scrittrice, poteva permettersi di essere arrabbiata. Invece suo marito, Ted
Hughes, era un dongiovanni compulsivo e mi corteggio' in tutti i modi. Ma io
non lo assecondai. Poi scrissi una lettera immaginaria a Sylvia, che nel
frattempo si era suicidata, per spiegarle i motivi per i quali non mi ero
concessa a Ted.
*
- Roberto Carnero: Come valuta oggi, a trent'anni di distanza, Paura di
volare, il libro che diede inizio al suo successo in tutto il mondo?
- Erica Jong: Mi piace tuttora lo spirito di quel libro. Quando mi capita di
rileggerlo, mi sorprendo a pensare: "Mio Dio, quanto ero giovane!". E' un
libro pieno di entusiasmo, di coraggio, di fiducia nel mondo. Quando l'ho
scritto non sapevo ancora quanto le persone potessero essere meschine.
Allora avevo una straordinaria capacita' di mettermi nei guai. Ma se non mi
fossi impelagata in quelle situazioni impossibili, non avrei avuto la
materia per la mia scrittura. Quindi e' stato bene cosi'.

4. RIFLESSIONE. FEDERICO BASTIANI INTERVISTA NAOMI KLEIN
[Dal mensile "Letture", n. 644, febbraio 2008 col titolo "Naomi Klein
'choccata' dal capitalismo" e il sommario "L'autrice di No Logo torna in
libreria e 'raddoppia' la critica contro la globalizzazione con Shock
Economy, corrosivo pamphlet che intende mettere alla berlina le distorsioni
sociali del capitalismo selvaggio".
Federico Bastiani e' un giornalista impegnato per i diritti umani; dal sito
www.federicobastiani.org riprendiamo la seguente scheda di
autopresentazione: "nato nel 1977, giornalista freelance avvicinato al
giornalismo quasi per caso. Mi sono laureato in Economia aziendale
all'Universita' di Pisa ma sapevo che la mia strada non erano i conti delle
grandi aziende, c'era in me il desiderio di raccontare storie, di far
conoscere situazioni, personaggi, realta' che spesso i mezzi d'informazione
trascurano. Durante il mio primo viaggio in Argentina nel 2001 ho
l'opportunita' ed il piacere di incontrare le Madri di Plaza de Mayo, di
trascorrere con loro un giovedi', uno dei tanti, dedicato a ricordare gli
oltre 30.000 desaparecidos scomparsi durante la dittatura militare degli
anni Settanta. Sul volo di ritorno scrivo il mio primo articolo "Un giovedi'
come tanti" per raccontare quella giornata piena di emozioni e per
condividerla con gli altri. Da quel giorno non ho piu' smesso di scrivere.
Ho iniziato a collaborare poco dopo con il Centro di Documentazione delle
Donne di Bologna le quali mi affidarono uno spazio chiamato "Donne senza
confini": ogni mese dedicavo uno spazio ad un personaggio femminile dei
nostri giorni, un personaggio che si distingueva per il suo impegno per i
diritti umani, la politica, lo sport, la cultura. Collaboro inoltre con
quotidiani come City, settimanali come Left, Diario, mensili come Letture,
Volontari per lo Sviluppo, Leggendaria, Amnesty International, Profili ed
alcuni siti internet...".
Naomi Klein, giornalista e saggista, e' l'autrice di No logo (un libro
giornalistico-saggistico che ha avuto una circolazione e un'influenza assai
ampia), ed e' vivace militante, testimone e studiosa del "movimento dei
movimenti" che si batte contro guerra e ingiustizie globali; nel 2004 ha
realizzato, con il regista Avi Lewis, The Take - La presa, un documentario
presentato a Venezia e premiato al festival dell'American Film Institute di
Los Angeles. Opere di Naomi Klein: Mo logo, Baldini & Castoldi, Milano 2001,
2007; Recinti e finestre, Baldini & Castoldi, Milano 2003; Shock economy,
Rizzoli, Milano 2007]

Classe 1970, Naomi Klein e' una giornalista, documentarista e attivista
canadese diventata famosa nel mondo per il suo saggio No Logo, considerato
il manifesto del movimento "no global". Tornata in libreria in Italia con
Shock Economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri (Rizzoli, pp. 621, euro
20,50), ha pure presenziato nel nostro paese, rendendo ghiotta l'occasione
per un'intervista.
*
- Federico Bastiani: Cos'e' la "shock economy"?
- Naomi Klein: Il momento migliore per attuare dei cambiamenti radicali in
un Paese e' sempre all'indomani di uno shock. Milton Friedman, Nobel per
l'economia e padre del pensiero neoliberista, diceva che solo una crisi vera
o percepita come tale puo' far diventare quello che e' considerato
politicamente impossibile politicamente inevitabile.
*
- Federico Bastiani: Si riferisce all'11 settembre?
- Naomi Klein: Non solo. Margaret Thatcher utilizzo' la guerra con
l'Argentina nel 1982 per imporre le sue scelte neoliberiste fatte di
privatizzazioni e tagli allo stato sociale. Le catastrofi possono essere
un'opportunita' per il neoliberismo come e' accaduto dopo l'uragano Katrina
a New Orleans. Grazie a questa tragedia sono sorti nuovi ospedali privati,
l'edilizia popolare e' stata spazzata via da grandi resort di lusso e la
scuola pubblica sostituita da quella privata. Si e' creato nuovo business.
*
- Federico Bastiani: Nel libro parla anche di elettroshock. Che legame c'e'
con il neoliberismo?
- Naomi Klein: La tortura e' un ottimo strumento per imporre quello che si
vuole. I "Chicago boys", gli economisti cresciuti alla corte di Milton
Friedman, a Washington hanno potuto sperimentare le loro ricette negli anni
Settanta in Sudamerica. Governi democraticamente eletti come nel Cile di
Allende sono stati rimossi da feroci dittature che hanno seguito alla
lettera i "consigli" di Washington e per far questo non hanno esitato a
ricorrere alla tortura. Quando un Paese ha paura non puo' ribellarsi.
*
- Federico Bastiani: Pero' non puo' negare che la globalizzazione e le
teorie neoliberiste abbiamo in trent'anni creato piu' ricchezza a livello
mondiale.
- Naomi Klein: Non lo nego, pero' il 30-40% della popolazione mondiale e'
rimasto escluso da questo processo di ricchezza, quindi c'e' qualcosa che
non funziona.
*
- Federico Bastiani: Lo "shock" del terrorismo puo' essere causa
dell'affievolimento del movimento "no global"?
- Naomi Klein: Penso di si', la lotta al terrorismo ha reso le scelte dei
governanti politicamente inevitabili e chi protesta e' considerato un nemico
della societa'.
*
- Federico Bastiani: Lei pensa che possa esistere veramente un capitalismo
etico?
- Naomi Klein: Il capitalismo ha bisogno di rifarsi un po' il trucco. La
cosa importante e' non lasciare il capitalismo nelle mani di chi ha come
solo e unico scopo il denaro, e la politica e' importante per questo.
*
- Federico Bastiani: In un certo senso anche Naomi Klein deve ringraziare
l'amministrazione Bush: le vendite dei suoi libri sono sempre eccellenti.
- Naomi Klein: Effettivamente grazie a Bush anche io mi sono creata il mio
mercato (sorride): grazie, Presidente!

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 203 del 22 agosto 2008

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