[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

Minime. 556



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 556 del 23 agosto 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Peppe Sini: L'Afghanistan e noi
2. "Peacereporter": Un'atra strage. 76 civili uccisi a Shindand
3. Emanuele Nannini: Strage di civili a Sangin
4. "Peacereporter": Un giorno qualunque di ordinari orrori ed infinite
stragi
5. Hannah Arendt: L'educazione
6. Luciana Castellina: La nostra "primavera"
7. Carlo Carena presenta l'"Institutio oratoria" di Quintiliano
8. Maria Paola Guarducci presenta "Confessioni di una giocatrice d'azzardo"
di Rayda Jacobs
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. PEPPE SINI: L'AFGHANISTAN E NOI

Non so se sia piu' abominevolmente disumana la guerra terrorista e
stragista, imperialista e razzista, mafiosa e totalitaria in Afghanistan, o
la nostra glaciale indifferenza che sanguinaria la alimenta.
Perche' quella guerra e' anche il nostro paese che la sta conducendo,
illegalmente, criminalmente. Perche' l'Italia fa parte della coalizione
assassina, in violazione del diritto internazionale, in violazione della
legalita' costituzionale.
*
Sarebbe cosi' semplice cogliere l'essenziale. Che uccidere e' male e salvare
le vite e' bene. Che la guerra e' nemica dell'umanita'. Che la pace si
costruisce con mezzi di pace. Che occorre il disarmo e la smilitarizzazione
dei conflitti. Che una sola e' l'umanita'. Sarebbe cosi' semplice cogliere
l'essenziale. Per noi italiani basterebbe la Costituzione della Repubblica
Italiana a farci da guida e da norma: "L'Italia ripudia la guerra come
strumento di offesa alla liberta' degli altri popoli e come mezzo di
risoluzione delle controversie internazionali".
*
Delle stragi afgane il nostro paese, il nostro ordinamento giuridico, il
nostro ceto politico che per la partecipazione a quella guerra ha
ripetutamente votato, sono pienamente corresponsabili. E sono pienamente
corresponsabili anche tutti coloro che avendo nel nostro paese la
possibilita' di opporsi a questo crimine e a questa follia continuano a
tacere, continuano a tacere (o peggio, peggio), e cosi' contribuiscono al
massacro.
*
Cessi la partecipazione italiana alla guerra afgana.
Torni l'Italia al rispetto della legalita' costituzionale e del diritto
internazionale.
S'impegni l'Italia per far cessare la guerra.
Cessi nel nostro paese la complicita' di massa con la politica hitleriana.

2. AFGHANISTAN. "PEACEREPORTER": UN'ALTRA STRAGE. 76 CIVILI UCCISI A
SHINDAND
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo la seguente
notizia del 22 agosto 2008 col titolo "Afghanistan, un'altra strage: 76
civili uccisi in raid aereo Usa a Herat"]

Il ministero dell'Interno afgano ha dichiarato che il bombardamento aereo
Usa della scorsa notte su Shindand, nella provincia occidentale di Herat
(sotto comando italiano) non ha causato la morte di 30 talebani come
annunciato dai comandi Nato, ma ha ucciso ben 76 civili, in maggioranza
donne e bambini.
Saeed Sharif, un anziano membro del locale consiglio tribale, aveva
dichiarato che attorno alle due di notte le bombe hanno colpito un edificio
affollato di fedeli riuniti per ascoltare una recitazione del Corano.
Secondo un portavoce del ministero della Difesa afgano, il raid aereo e'
stato ordinato per supportare le truppe Nato a terra che stavano conducendo
un'operazione che aveva come obiettivo un comandante talebano, Mullah Sadiq,
che secondo i comandi Usa stava preparando un attacco in grande stile contro
la base Usa di Ghorian, tra Herat e il confine iraniano.

3. AFGHANISTAN. EMANUELE NANNINI: STRAGE DI CIVILI A SANGIN
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente
articolo del 22 agosto 2008 col titolo "Scene da un matrimonio: truppe
inglesi fanno strage di civili. Afghanistan del sud: tank inglesi fanno
strage di civili a Sangin, nella provincia di Helmand", il sommario
"Lashkargah, giovedi' 21 agosto. Un neonato, quattro bambini, una ragazza e
quattro donne, una di loro incinta. Tutti colpiti dalle schegge dei razzi
che sono caduti sulla loro casa durante una festa di matrimonio, e
ricoverati giovedi' mattina nel Centro chirurgico di Emergency a Lashkargah.
I parenti delle vittime, che nei loro racconti riportano un imprecisato ma
notevole numero di morti, denunciano: 'Sono stati i soldati inglesi'. Il
racconto di un logista di Emergency" e la nota "I luoghi e i fatti descritti
dai protagonisti sono stati riportati fedelmente. I nomi dei testimoni sono
stati cambiati per proteggere la loro identita'".
Emanuele Nannini e' un operatore di Emergency presente nel Centro chirurgico
di Lashkargah, in Afghanistan]

Questo e' il periodo migliore dell'anno per sposarsi, il grande caldo e'
passato e i fiori colorano ancora il paesaggio. La festa inizia il
mercoledi' e si va avanti per tre giorni ininterrottamente, uomini
all'esterno, donne e bambini all'interno, rigorosamente separati. Bisogna
affrettarsi, tra poco iniziera' il Ramadan.
In un paese in guerra bisogna rinunciare a qualche usanza locale, come
sparare in aria colpi di fucile per evitare di diventare un facile
bersaglio, e la festa puo' avere inizio.
Sono le 9,30 a Sangin, provincia di Helmand, sud dell'Afghanistan. Qualcosa
e' andato storto: le precauzioni non sono bastate, il via vai di moto e
macchine ha attirato l'attenzione. "E' stata una pattuglia di tank
britannici - racconta un testimone - il primo razzo ha colpito una macchina
che stava uscendo dalla casa dei festeggiati, gli altri sono stati tutti
diretti verso l'edificio in cui si trovavano le donne e i bambini".
Non c'e' tempo di pensare e di guardarsi indietro, la prima macchina con due
bambine e una donna parte alla volta di Lashkargah, correndo contro il
tempo.
Dopo tre ore di viaggio il mullah Baseer arriva all'ospedale di Emergency:
la moglie incinta di sei mesi, la figlia di tre anni e la nipote sono in
gravi condizioni, ma sopravviveranno. Il vestito bianco della festa e' pieno
di macchie di sangue, quello che ha visto gli si legge in faccia: "C'erano
tre corpi di bambini dilaniati, le gambe erano da una parte e il busto da
un'altra. Sono scappato troppo velocemente per rendermi conto di quello che
stava succedendo e non volevo vedere nient'altro", racconta toccandosi la
lunga barba bianca.
Sabawoon, cugino dello sposo, arriva poco dopo con un'altra macchina con
quattro feriti a bordo. La storia che racconta e il dramma nei suoi occhi
sono sempre gli stessi: "Gli inglesi erano a due chilometri dal matrimonio e
i razzi sono arrivati a poca distanza l'uno dall'altro, non c'e' stato il
tempo di scappare e noi uomini all'esterno non abbiamo potuto fare nulla per
salvare mogli e figlie". Con lui all'ospedale sono arrivate due zie della
sposa, un bambino di tre anni e un neonato di pochi mesi. Hanno corso
abbastanza velocemente contro il tempo. Sabawoon poco dopo sapra' che anche
la zia, che e' stata immediatamente trasferita in sala operatoria, se la
cavera'.
Le informazioni corrono veloci, non si ha il tempo di farsi troppe domande
che l'ultima macchina arriva al cancello. Wadaan e' alla guida, e' il figlio
del mullah Baseer. Con lui in macchina altre due bambine e Bakhtawara, la
madre dello sposo. Sono in ritardo, hanno preso una decisione difficile:
anziche' correre direttamente all'ospedale di Lashkargah si sono fermati in
una piccola clinica a Grishk, a un'ora di distanza dall'ospedale. Il tempo
che hanno perso e' stato fatale: la madre dello sposo muore pochi minuti
dopo essere entrata nel pronto soccorso.
All'esterno dell'ospedale, Bakhtawar, Ghamay e Wadaan sono troppo stanchi
per disperarsi e per piangere, insieme portano via il cadavere di
Bakhtawara. Ancora vestito a festa.

4. AFGHANISTAN. "PEACEREPORTER": UN GIORNO QUALUNQUE DI ORDINARI ORRORI ED
INFINITE STRAGI
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo le seguenti
brevi notizie del 22 agosto 2008]

Ore 10,45
Razzo cade vicino all'aeroporto di Kabul
Un razzo e' caduto nella notte nella zona attorno all'aeroporto
internazionale di Kabul, in Afghanistan. Lo riferiscono fonti locali,
secondo cui non ci sono stati danni o feriti. La zona e' strettamente
controllata dalle forze della Nato e dell'esercito afgano.
*
Ore 10,54
Tre italiani feriti da esplosione a Kabul
Una pattuglia di soldati italiani e' stata colpita questa mattina da
un'esplosione non lontano da Kabul. Lo riferiscono fonti del contingente
italiano, secondo cui tre soldati sono rimasti feriti in modo non grave.
*
Ore 11,19
Quattro dei dieci para' francesi uccisi a Surobi sono stati decapitati
Quattro dei dieci para' francesi, uccisi martedi' 19 agosto nell'imboscata
talebana di Surobi, sono stati decapitati mentre erano ancora vivi. Lo hanno
riferito a "PeaceReporter" fonti occidentali a Kabul, aggiungendo che la
stessa sorte era toccata a due dei nove soldati Usa uccisi dai guerriglieri
lo scorso 13 luglio nella provincia orientale di Kunar. La versione
ufficiale sull'imboscata di Surobi riferiva che i dieci militari francesi
erano morti nel corso dello scontro a fuoco.
*
Ore 12,25
Tre soldati canadesi uccisi
Il comando delle forze Nato in Afghanistan annuncia che tre militari del
contingente canadese sono deceduti quando il loro veicolo ha urtato una mina
nella provincia di Zhari. L'episodio e' accaduto lo scorso 20 agosto ma e'
stato divulgato solo oggi. I soldati canadesi morti in Afghanistan
dall'inizio della guerra sono 93.
*
Ore 13,54
Tank britannici fanno strage di civili ieri ad un matrimonio a Sangin
Un neonato, quattro bambini, una ragazza e quattro donne, una di loro
incinta. Tutti colpiti dalle schegge dei razzi che sono caduti sulla loro
casa, durante una festa di matrimonio, e ricoverati il 22 agosto nel Centro
chirurgico di Emergency a Lashkargah. I parenti delle vittime, che nei loro
racconti riportano un imprecisato ma notevole numero di morti, denunciano:
"Sono stati i soldati inglesi".
*
Ore 15,53
Sale a 41 il numero dei soldati Isaf morti nel mese di agosto
Un militare della coalizione e' stato ucciso oggi dall'esplosione di un
ordigno nell'est dell'Afghanistan. La sua nazionalita' non e' stata ancora
resa nota. Sale a 41 il numero dei soldati Isaf morti nel mese di agosto. Il
mese piu' sanguinoso dall'inizio della guerra e' stato lo scorso giugno,
quando si sono registrate 49 perdite.
*
Ore 17,56
Bombardamento Usa fa strage di civili a Herat: 76 morti
Il ministero dell'Interno afgano ha dichiarato che il bombardamento aereo
Usa della scorsa notte su Shindand, nella provincia occidentale di Herat
(sotto comando italiano) non ha causato la morte di 30 talebani come
annunciato dai comandi Nato, ma ha ucciso ben 76 civili, in maggioranza
donne e bambini.

5. MAESTRE. HANNAH ARENDT: L'EDUCAZIONE
[Da Hannah Arendt, Tra passato e futuro, Garzanti, Milano 1991, p. 255.
Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906, fu allieva
di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del nazismo la costringe
all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule in America; e' tra le
massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice, intervenne
ripetutamente sulle questioni di attualita' da un punto di vista
rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori' a New York nel
1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti
tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo
l'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo l'anno dell'edizione
originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951),
Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen
(1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti,
Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli,
Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e incompiuto e'
apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di
brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna, Sugarco, Milano,
1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969.
Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra
amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975,
Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e' Archivio
Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2.
1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita'
e giudizio, Einaudi, Torino 2004; la recente Antologia, Feltrinelli, Milano
2006; i recentemente pubblicati Quaderni e diari, Neri Pozza, 2007. Opere su
Hannah Arendt: fondamentale e' la biografia di Elisabeth Young-Bruehl,
Hannah Arendt, Bollati Boringhieri, Torino 1994; tra gli studi critici:
Laura Boella, Hannah Arendt, Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito,
L'origine della politica: Hannah Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996;
Paolo Flores d'Arcais, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti,
Vita della mente e tempo della polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona
Forti (a cura di), Hannah Arendt, Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi
politici: quattro sguardi su Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994;
Friedrich G. Friedmann, Hannah Arendt, Giuntina, Firenze 2001; Julia
Kristeva, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 2005. Per chi legge il tedesco due
piacevoli monografie divulgative-introduttive (con ricco apparato
iconografico) sono: Wolfgang Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei
Hamburg 1987, 1999; Ingeborg Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000]

L'educazione e' il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da
assumercene la responsabilita' e salvarlo cosi' dalla rovina, che e'
inevitabile senza il rinnovamento, senza l'arrivo di esseri nuovi, di
giovani. Nell'educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli
da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balia di se stessi,
tanto da non strappargli di mano la loro occasione d'intraprendere qualcosa
di nuovo, qualcosa d'imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito
di rinnovare un mondo che sara' comune a tutti.

6. MEMORIA. LUCIANA CASTELLINA: LA NOSTRA "PRIMAVERA"
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 20 agosto 2008 col titolo "La nostra
'primavera'"
Luciana Castellina, militante politica, promotrice dell'esperienza del
"Manifesto", piu' volte parlamentare italiana ed europea, e' tra le figure
piu' significative dell'impegno pacifista in Europa. La gran parte degli
scritti di Luciana Castellina, testi di intervento politico e di giornalismo
militante, e' dispersa in giornali e riviste, atti di convegni, dibattiti
parlamentari; in volume segnaliamo particolarmente: Che c'e' in Amerika?,
Bertani, Verona 1973; (a cura di), Il cammino dei movimenti, Intra Moenia,
Napoli 2003; Cinquant'anni d'Europa. Una lettura antiretorica, Utet, Torino
2006]

Il quarantennale del '68 inteso come movimento e quello dell'intervento
delle truppe del Patto di Varsavia a Praga coincidono; e nelle celebrazioni
si confondono, tanto da dare l'idea che ci fosse un nesso stretto fra i due
eventi.
Ci fu, in effetti, ma non fu affatto esplicito. Ad esser investita in pieno
dalla vicenda cecoslovacca fu, in realta', solo quella parte del movimento
che poi si collego' con il gruppo che allora era ancora nel Pci e che poi
dal partito fu radiato, proprio per via di Praga e per le sue eccessive
simpatie per la protesta studentesca. Quello che dette vita al "Manifesto":
rivista prima, organizzazione politica e quotidiano poi. Questo.
Fu cosi' perche' la tragedia di quell'agosto di 40 anni fa fu soprattutto
dei comunisti: erano loro quelli che avevano sperato in una autoriforma del
sistema socialista, che avevano con trepidazione seguito passo passo le
mosse di Dubcek e poi ascoltato turbati le minacce con cui Mosca le aveva
accolte, seguito col fiato sospeso il fragile compromesso di Cerna,
sottoscritto a bordo di un treno fermo nella stazione della piccola
localita' alla frontiera orientale della Cecoslovacchia, sui binari seduto
un drappello di operai a segnalare che se Brezhnev avesse voluto tradurre
prigioniero in Urss il segretario del loro partito lo avrebbero impedito
bloccando il convoglio con i loro corpi. Loro che furono sconvolti quando
giunse la notizia, quella mattina del 21 agosto, che i carri armati con la
stella rossa erano entrati a Praga nello sgomento dei cittadini ancora
increduli, fra loro molti di coloro che 23 anni prima li avevano applauditi
come liberatori.
Per gli altri, i non comunisti, la vicenda fu diversa: per la destra Dubcek
era poco piu' di una variante comunque da condannare, al pari del comunismo
che si ostinava a proclamare.
Sui muri di Praga, l'indomani dell'invasione, non era forse uscita la
scritta ironica ma significativa, che invocava non il presidente degli Stati
Uniti, ma il capo della rivoluzione bolscevica: "Lenin svegliati, Brezhnev
e' impazzito!"?
Per gli altri, i nuovi compagni che da un po' di mesi avevano dato vita alla
protesta giovanile, la vicenda praghese era lontana: sul comunismo sovietico
non avevano mai puntato, essendo nati quando era gia' degenerato. Non
avevano percio' mai sofferto delusioni e neppure mai sperato che di li'
potesse venire un'indicazione valida. Di Dubcek, anzi, e in particolare del
suo ministro dell'economia, Ota Sik, diffidavano: troppo di destra. Tutt'al
piu' qualche simpatia generazionale per capelloni e chitarristi che con la
"primavera" avevano cominciato a circolare anche per le vie di Praga. Di
questa indifferenza fanno prova, oltre la nostra memoria, le pubblicazioni
di allora, e non solo del movimento italiano: se si eccettua un accenno in
un'intervista di Rudi Dutschke, al problema non fu offerta alcuna attenzione
(se ci fu, fu postuma).
Quando arrivarono oltre cortina le tesi del XIV Congresso che il Pc
cecoslovacco, gia' clandestino, aveva tenuto all'interno della grande
fabbrica siderurgica Ckd, protetto dai picchetti operai contro la possibile
irruzione degli occupanti sovietici e dei loro alleati locali - l'ala del
partito fedele a Mosca - le ignorarono tutti. Fu solo "Il manifesto" a
pubblicarle in uno dei suoi primi numeri; e non poteva che essere cosi': al
grosso dei primi sessantottini non interessavano e il Pci non poteva
interessarsene perche' col Pcus, pur critico, non aveva ancora rotto (e anzi
a rompere ci mise altri dieci anni e piu').
Cosi' come ignorati dagli uni e dagli altri restarono i compagni di Dubcek,
molti dei quali finirono esuli. Zdenek Mlynar, Jiri Pelikan, Anthonin Liehm,
per citare solo alcuni, in Italia ebbero un solo rifugio: la redazione del
"Manifesto", piazza del Grillo prima, poi via Tomacelli. Anche per questo
nella memoria ufficiale quanto accadde in quell'agosto di 40 anni fa e'
stato alla fine rubricato come l'aggressione comunista a una rivolta
promossa dai liberali, quasi che ad ispirarla fosse stato uno dei nostri
occidentali governi e non invece, come fu, un tentativo di comunisti, e anzi
della legittima leadership del Pcc, per salvare il progetto comunista.
Un tentativo troppo tardivo, quando l'Urss era ormai quella irrecuperabile
di Brezhnev. Ma che forse sarebbe stato ancora possibile se una diversa
scelta fosse stata fatta dai partiti comunisti occidentali che, non solo in
Italia, erano ancora relativamente forti e avrebbero potuto cosi' offrire un
punto di riferimento alle nuove energie che dal '68 emergevano. E che
stavano avanzando, spesso piu' come intuizione che con piena consapevolezza,
una critica radicale al capitalismo, di cui il movimento avvertiva con
anticipo la crisi, per la sua incapacita' di garantire soddisfazione ai
nuovi bisogni qualitativi emergenti e di dare risposta alle sfide che la sua
distorta modernita' stava producendo.
Anche il movimento del '68 - ecco il nesso oggettivo - aveva contribuito,
con le sue lotte poi non solo studentesche ma anche operaie, a mutare i
rapporti di forza internazionali. Come la vittoria vietnamita che gia' si
delineava; e quella di altri paesi di uno schieramento di Bandung non ancora
sotterrato. Non era irrealistico, in quella stagione, pensare a una critica
da sinistra al comunismo realizzato, entusiasmarsi per quanto a Praga si
stava cercando di fare. Vent'anni dopo quella critica ha fatalmente assunto
un altro segno.
Questo tentativo - un'alternativa al modello sovietico, ma sempre
comunista - e' stata la ragion d'essere del "Manifesto". Anche in altri
paesi ci fu, in effetti, chi, per via di Praga, ruppe con i rispettivi
partiti comunisti. Ma in generale furono frange. L'esperienza italiana, sia
perche' aveva alle spalle il retroterra ricco degli anni '60 e un Pc molto
speciale, sia perche' la dissidenza interna al partito riusci' a incontrarsi
con una parte significativa del '68, e' stata un'eccezione.
Neppure noi, lo sappiamo, siamo andati molto lontano. Ma in questo
quarantennale di Praga, che per tanti versi e' stata il nostro atto di
nascita, credo possiamo dire che la nostra storia e' stata utile. A tutti.
Perche' ha tenuto in vita l'ipotesi di un comunismo diverso (per questo,
anche, non si e' sentito il bisogno di rimuovere la dicitura della nostra
testata: "quotidiano comunista").
Almeno fino ad ora. Adesso non so. Esprimo questa incertezza quando penso a
tante cose a cui di questi tempi pensiamo tutti. Ma anche alla desolazione
di veder cosa e' diventata la Cekia di oggi, il piu' di destra e beceramente
asservito a Bush dei membri dell'Unione Europea. Un paese dove le
organizzazioni comuniste - peraltro piu' forti che altrove - vengono
denunciate come illegali, proprio per via di quella parola "comunista",
ormai illecita. Senza che venga ricordato che comunista erano Dubcek e i
suoi compagni della "primavera di Praga". Per questo non mi pare appropriato
dire - come molti oggi suggeriscono - che il '68 praghese e' stato la prova
generale dell'89. Non era questa la democrazia cui la "primavera" aveva
puntato.

7. LIBRI. CARLO CARENA PRESENTA L'"INSTITUTIO ORATORIA" DI QUINTILIANO
[Dal quotidiano "Il sole - 24 ore" del 27 gennaio 2002 col titolo "Al Vir
Bonus bastano poche parole" e il sommario "Un'edizione rinnovata e curata
filologicamente del classico manuale di retorica di Quintiliano".
Carlo Carena, prestigioso studioso dei classici, docente universitario,
saggista, ha curato per Einaudi la collana "I Millenni" dal 1965 al 1985 e
per lo stesso editore ha tradotto e curato tra l'altro le Vite parallele di
Plutarco, le Lettere di Paolo, la raccolta dei Poeti latini della decadenza,
Le confessioni e La citta' di Dio di Agostino, L'elogio della follia di
Erasmo, i Pensieri di Pascal; per la Utet le Opere di Virgilio; per
l'Istituto Poligrafico dello Stato le Satire e le Epistole di Orazio; ha
inoltre tradotto opere di Erodoto, Eschilo, Senofonte, Plauto ed altri
classici. Suoi interventi critici su poeti contemporanei sono apparsi in
convegni e in riviste. Presiede il Premio internazionale Monselice per la
traduzione letteraria e scientifica; collabora ai supplementi culturali del
'Sole - 24 ore' e del 'Corriere del Ticino'"]

Osservava Leopardi (Zibaldone, n. 2916) che gli antichi avevano ben altro
culto della parola e dello stile rispetto a noi: noi non conosciamo nemmeno
"tutte le squisitezze degli artifizi e degli accorgimenti che gli antichi
insegnavano comunemente e adoperavano, e che si possono vedere negli scritti
rettorici di Cicerone e di Quintiliano". Era l'eta' romantica ed esporre
questo implicito rimpianto o proporre questa implicita ricetta, anche se poi
corretta dalla modernita' leopardiana, non era alla moda. Le grandi eta'
moderne delle tecniche scolastiche del parlare e dello scrivere erano state
quelle di tre o quattro secoli prima. Petrarca conosceva ancora
frammentariamente Quintiliano ma gia' lo amava; e quando Poggio Bracciolini
per ingannare la noia del Concilio di Costanza ando' a San Gallo e in fondo
alla torre di quel monastero, in uno stato "indegno di un libro", tra muffe
e polvere, trovo' il manoscritto completo dell'Institutio oratoria
dell'antico professore, fu un clamore epocale. Si colse il valore nuovo e
meraviglioso del suo modello di educazione dell'oratore, ma anche dell'uomo,
ed esso non ha cessato di ispirare fino a oggi, o almeno a ieri, la
struttura scolastica e l'ideale umano dell'Occidente.
Marco Fabio Quintiliano venne a Roma dalla natia Spagna prima come studente
poi per vent'anni come insegnante stipendiato prima da Vespasiano poi dai
suoi figli Tito e Domiziano. Fu il primo professore statale e sostenne
sempre il valore della scuola pubblica. Ma non ebbe una vita molto felice e
per poco le sventure non piegarono le sue forze e la sua devozione alla
letteratura. Prima perse la moglie diciannovenne, poi due figli ancora
piccoli, "e dunque l'unica scelta da parte mia sarebbe stata che gettassi
questo sciagurato lavoro e quanto c'e' in me di creazione letteraria su quel
rogo prematuro, tra le fiamme che avrebbero consumato fino all'ultimo le mie
viscere". Detto questo nel Proemio al sesto libro della sua opera, egli
continuo' tuttavia per altri sei e concluse l'intero ciclo della formazione
di un oratore, dalle fasce alla tribuna.
Il suo fu definito "un classicismo riformato". Giudicando anch'egli, come il
suo contemporaneo Tacito, che l'oratoria fosse in declino, sopraffatta dalla
filosofia e ridotta al "piacere malsano della moderna affettazione", a
giochetti di parole senza principi saldi (Seneca aveva asserito che non ci
sono regole fisse e che le mode trasformano in continuazione lo stile),
Quintiliano volle formare i veri e degni uomini di Stato, gli oratori, in
una concezione globale dell'humanitas tipica dell'antica Roma. Educare degli
oratori vuol dire educare dei galantuomini per il bene pubblico. Non per
nulla il trattato s'intitola Institutio, "istruzione, educazione del buon
oratore"; e almeno il primo dei grandi blocchi in cui e' diviso delinea
l'educazione primaria completa, e' un trattato di pedagogia che comprende
oltre alla grammatica la musica e altre arti liberali, e soprattutto la
morale o almeno il comportamento.
Solo dopo entra nel vasto fiume dei vari compartimenti della retorica: ossia
la ricerca e l'ordinamento del materiale da trattare, quindi lo stile, i
mezzi e il modo con cui esporlo. Tradotto in termini moderni, e cosi' come
fu inteso e tradotto in pratica dal Rinascimento, l'ideale e' quello
dell'uomo virtuoso e colto capace di presentare le sue idee in modo
brillante ed efficace. E qui forse spunta una possibilita' di recupero del
ponderoso trattato di Quintiliano, se non nella sostanza, almeno in un'idea.
Lo fa notare Adriano Pennacini nell'introduzione alla nuova edizione che
dell'Institutio oratoria ci da' la Pleiade Einaudi (Quintiliano, Institutio
oratoria, edizione col testo latino a cura di A. Pennacini e M. S.
Cementano, A. Falco, R. Granatelli, A. M. Milazzo, F. Parodi Scotti, T.
Piscitelli, M. Squillante, R. Valenti, M. Vallozza, V. Viparelli, D.
Vottero, Torino 2001, 2 voll., pp. LXXXVI, 1092, 1096; euro 129,11). Nel
corso del XX secolo - insiste Pennacini - la retorica e' stata riscoperta
non solo come strategia generale della comunicazione linguistica ma anche
come tecnica dell'elaborazione di un discorso mirato a convincere e a
persuadere o, e sempre piu', alla produzione di messaggi, verbali o
figurativi.
Pretendere che il manuale per i produttori di filmetti e di spot televisivi,
o il libro di testo per le scuole e scuolette di tecniche della
comunicazione per soggetti ignari e incapaci di porgere in pubblico sia il
vecchio Quintiliano, sarebbe eccessivo; anche perche' c'e' da temere che
servano di piu' i suoi consigli spiccioli sulla buona pronuncia o sul gesto
suadente che non il suo progetto globale. Pero' una riflessione storica egli
la produce. In fondo, questa civilta' meccanica e cibernetica e' rimasta in
dominio della parola e dell'immagine, del trucco della cultura; ci si bea
ancora ai piedi di una tribuna a sentire e a guardare chi e' dicendi
peritus - ma forse non vir bonus. Comunque sia, almeno un consiglio utile
Quintiliano lo da' agli scrittori e agli editori. Subito all'inizio, nella
lettera al suo editore Trifone egli dice: "Io ritenevo che questi miei libri
non fossero ancora giunti al punto giusto di maturazione: per comporli, come
sai, ho impiegato poco piu' di due anni, e questo tempo l'ho dedicato non
tanto a scrivere, ma piuttosto alla ricerca del materiale quasi infinito e
alla lettura di innumerevoli autori. Avvalendomi poi del consiglio di
Orazio, che nell'Ars poetica suggerisce che non si affretti mai la
pubblicazione di un'opera e che essa 'sia tenuta nascosta fino al nono
anno', davo riposo ai libri da me scritti affinche' raffreddatosi un po'
l'entusiasmo creativo li riprendessi con piu' severita'".

8. LIBRI. MARIA PAOLA GUARDUCCI PRESENTA "CONFESSIONI DI UNA GIOCATRICE
D'AZZARDO" DI RAYDA JACOBS
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 21 agosto 2008 col titolo "Un gioco
nascosto tra la cenere e il velo" e il sommario "Il nuovo Sudafrica alla
prova del romanzo".
Maria Paola Guarducci e' docente di letteratura africana anglofona
all'Universita' della Calabria.
Rayda Jacobs e' una scrittrice sudafricana: dal sito della casa editrice
Goree riprendiamo la sgeuente scheda: "Nata a Cape Town, comincia a scrivere
a soli 12 anni. Nel 1968 emigra in Canada per rientrare in Sudafrica nel
1995. Nel 1994, in Canada, esce il suo primo libro, il ciclo di racconti
autobiografici The Middle Children. Il suo primo romanzo, Eyes of the Sky
(1996) vince il premio Herman Charles Bosman per la narrativa in inglese.
Pubblica altri tre romanzi, The Slave Book (1998), Sachs Street (2001) e
Confessions of a Gambler (2003), al quale vanno il premio del Sunday Times
per la narrativa e l'Herman Charles Bosman Award. Nel 2004 e' uscito
Postcards from South Africa, in cui torna la figura di Sabah, gia'
protagonista di The Middle Children. Rayda lavora anche per giornali, radio
e televisione, occupandosi prevalentemente di questioni di identita'
religiosa e culturale. Ha prodotto tre documentari su questi argomenti"]

Quarto romanzo della scrittrice, giornalista, regista e attrice Rayda
Jacobs, classe 1947, originaria della comunita' islamica di Cape Town e
vissuta a lungo in Canada, il bestseller sudafricano Confessioni di una
giocatrice d'azzardo (trad. di Filippo Nasuti, Del Vecchio Editore, pp. 251,
euro 16) arriva nelle nostre librerie preceduto da una serie di successi -
due dei piu' prestigiosi premi letterari sudafricani, lo Herman Charles
Bosman Award e il Sunday Times Literary Award - mentre un film omonimo,
sceneggiato dalla sua trama, era stato presentato nel dicembre scorso in
anteprima mondiale al Dubai International Film Festival, e vedeva la stessa
Jacobs figurare come attrice protagonista e co-regista, assieme alla
connazionale Amanda Lane.
Nonostante abbia cominciato a scrivere da adolescente, Rayda Jacobs
pubblico' il suo primo libro, il ciclo di racconti autobiografici The Middle
Children, solo nel 1994, inserendosi nel solco aperto dall'altra scrittrice
della diaspora sudafricana Zoe Wicomb, con il bellissimo Cenere sulla mia
manica (trad. di Maria Teresa Carbone, Edizioni Lavoro, 1993). Nel
descrivere la pratica del playing white sotto l'apartheid - una pratica che
consisteva nello spacciarsi per bianchi approfittando della carnagione
chiara allo scopo di avere accesso a lavori e opportunita' altrimenti
precluse - sia Zoe Wicomb che Rayda Jacobs mettono su carta il travaglio
interiore delle loro protagoniste e alter ego "meticce", costrette a tradire
famiglia e comunita' per guadagnarsi un futuro decente. Un futuro immaginato
comunque fuori dai confini del Sudafrica.
I successivi romanzi di Rayda Jacobs si sono sempre piu' focalizzati sulla
questione islamica e sui complicati rapporti tra le differenti culture del
Sudafrica, un paese che e' stato teatro dei primi incontri e dei primi
scontri tra le comunita' dei settlers bianchi, degli asiatici - arrivati in
orgine come manodopera a basso costo per le piantagioni locali - e degli
africani. A questi temi, cruciali negli anni dell'apartheid e ancora oggi di
forte attualita', Jacobs ha dedicato trasmissioni radiofoniche e documentari
televisivi centrati sul legame quanto mai complesso tra religione,
tradizioni e culture. Un legame molto forte nel paese, nonostante il lascito
culturale e le separazioni imposte dalle leggi e dal governo dei bianchi.
Musulmana, quarantanove anni, quattro figli adulti e un divorzio alle
spalle, Abeeda Ariefdien e' sia la protagonista che la voce narrante di
Confessioni di una giocatrice d'azzardo. Alle prese con un figlio
omosessuale che sta morendo di aids, con un ex marito abulico, con il
vittimismo di una sorella del cui compagno Abeeda e' innamorata (e
ricambiata) e con due amiche non sempre capaci di attenzione nei suoi
confronti, la donna racconta con lucidita' e senza falsi moralismi la
propria discesa negli inferi del gioco d'azzardo. Per puro caso, Abeeda
verra' trascinata nella spirale di una dipendenza dalla quale ne'
l'improvvisa morte del figlio, ne' il suo profondo sentimento religioso
riusciranno a liberarla. Descritto negli aspetti patologici piu' deteriori,
ma anche negli istanti di piacere che e' in grado di regalare al giocatore,
il vizio schiude innanzi a Abeeda un terreno nel quale potra' scoprire
insospettati lati del proprio se'. Nasce da qui la "nuova identita'" che, a
poco a poco, la porta a convivere con un mondo pieno di fatti, cose,
situazioni e una vita interiore segnata dalla solitudine. Da una parte,
Abeeda e' una donna che brucia denaro al casino' con crescente e disinvolta
competenza. Dall'altra e' una religiosa che si nasconde dietro due veli e
continua a pregare Dio perche' non vuole rinunciare al suo conforto. Il
gioco d'azzardo e' un segreto che Abeeda riesce a coltivare accanto alla sua
normalita' di donna, madre, figlia, sorella, amante, anche se la
pervasivita' del vizio si insinuera' a poco a poco nelle pieghe della vita
quotidiana occupando tutti gli spazi e acuendo, anziche' lenire, il dramma
della sua solitudine.
Affrontando con toni leggeri questioni profonde, la Jacobs descrive una
storia privata di amore e malattia, presentandola attraverso un intreccio in
cui si innestano, senza banalita', anche motivi pubblici legati alla
questione femminile, ai rapporti familiari, al confronto tra islam e
cristianesimo. Non mancano, ovviamente, riflessioni sull'apartheid e la
dilagante criminalita' di un paese all'apparenza liberatosi dall'incubo del
razzismo.
Passando dal presente al passato, attraverso rapidissimi e improvvisi
flashback, la voce di Abeeda riesce a trovare il giusto equilibrio tra il
lato tragico e quello comico che caratterizzano la sua esistenza e quella
degli altri personaggi che prendono parte alla storia.

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 556 del 23 agosto 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Per ricevere questo foglio e' sufficiente cliccare su:
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=subscribe

Per non riceverlo piu':
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=unsubscribe

In alternativa e' possibile andare sulla pagina web
http://web.peacelink.it/mailing_admin.html
quindi scegliere la lista "nonviolenza" nel menu' a tendina e cliccare su
"subscribe" (ed ovviamente "unsubscribe" per la disiscrizione).

L'informativa ai sensi del Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196
("Codice in materia di protezione dei dati personali") relativa alla mailing
list che diffonde questo notiziario e' disponibile nella rete telematica
alla pagina web:
http://italy.peacelink.org/peacelink/indices/index_2074.html

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004
possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web:
http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

L'unico indirizzo di posta elettronica utilizzabile per contattare la
redazione e': nbawac at tin.it