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Minime. 560



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 560 del 27 agosto 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Frattanto in Afghanistan
2. Luciano Bonfrate: Pane e vino
3. Giulio Vittorangeli: Razzismo
4. Alcuni estratti da "Oltre la cittadinanza" di Partha Chatterjee (parte
seconda e conclusiva)
5. Adriana Cavarero: Il mito di Demetra
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. FRATTANTO IN AFGHANISTAN

Frattanto in Afghanistan altri innocenti muoiono. Altre persone sono
condannate alle violenze e agli stenti, all'oppressione piu' cupa, a un
orrore infinito, ai massacri.
Continua in Afghanistan la guerra terrorista e stragista, imperialista e
razzista, mafiosa e totalitaria.
La guerra cui l'Italia partecipa in violazione del diritto internazionale e
della legalita' costituzionale.
La guerra nemica dell'umanita'.
La guerra di cui noi italiani rechiamo un'abominevole corresponsabilita'.
La guerra cui noi italiani dovremmo opporci con tutte le nostre forze.
*
Cessi la partecipazione italiana alla guerra afgana.
Torni l'Italia nell'alveo della legalita' costituzionale e del diritto
internazionale.
S'impegni l'Italia contro la guerra, per la pace con mezzi di pace, per il
disarmo, per la smilitarizzazione del conflitto, per recar aiuto a tutte le
vittime, per salvare le vite anziche' sopprimerle.
*
Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.

2. LE PAROLE E LE COSE. LUCIANO BONFRATE: PANE E VINO

Vorrebber l'ex ministro e il caudatario
che discutessimo di pace e guerra
come si fa tra gente del bel mondo
pacati, eleganti e fra i sorrisi.

No. Noi non sediamo
alla mensa degli assassini,
noi non siam complici degli assassini,
noi non chiudiamo gli occhi sulle vittime.

Siam gente vecchia, dalla testa dura,
chiamiamo massacro un massacro
chiamiamo assassino l'assassino, noi
non ci siamo mai prostituiti al carnefice.

Sono una cosa il pane e il vino
un'altra il sangue e la carne.

3. RIFLESSIONE. GIULIO VITTORANGELI: RAZZISMO
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento.
Giulio Vittorangeli e' uno dei fondamentali collaboratori di questo
notiziario; nato a Tuscania (Vt) il 18 dicembre 1953, impegnato da sempre
nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di
solidarieta' internazionale, con una lucidita' di pensiero e un rigore di
condotta impareggiabili; e' il responsabile dell'Associazione
Italia-Nicaragua di Viterbo, ha promosso numerosi convegni ed occasioni di
studio e confronto, ed e' impegnato in rilevanti progetti di solidarieta'
concreta; ha costantemente svolto anche un'alacre attivita' di costruzione
di occasioni di incontro, coordinamento, riflessione e lavoro comune tra
soggetti diversi impegnati per la pace, la solidarieta', i diritti umani. Ha
svolto altresi' un'intensa attivita' pubblicistica di documentazione e
riflessione, dispersa in riviste ed atti di convegni; suoi rilevanti
interventi sono negli atti di diversi convegni; tra i convegni da lui
promossi ed introdotti di cui sono stati pubblicati gli atti segnaliamo, tra
altri di non minor rilevanza: Silvia, Gabriella e le altre, Viterbo, ottobre
1995; Innamorati della liberta', liberi di innamorarsi. Ernesto Che Guevara,
la storia e la memoria, Viterbo, gennaio 1996; Oscar Romero e il suo popolo,
Viterbo, marzo 1996; Il Centroamerica desaparecido, Celleno, luglio 1996;
Primo Levi, testimone della dignita' umana, Bolsena, maggio 1998; La
solidarieta' nell'era della globalizzazione, Celleno, luglio 1998; I
movimenti ecopacifisti e della solidarieta' da soggetto culturale a soggetto
politico, Viterbo, ottobre 1998; Rosa Luxemburg, una donna straordinaria,
una grande personalita' politica, Viterbo, maggio 1999; Nicaragua: tra
neoliberismo e catastrofi naturali, Celleno, luglio 1999; La sfida della
solidarieta' internazionale nell'epoca della globalizzazione, Celleno,
luglio 2000; Ripensiamo la solidarieta' internazionale, Celleno, luglio
2001; America Latina: il continente insubordinato, Viterbo, marzo 2003. Per
anni ha curato una rubrica di politica internazionale e sui temi della
solidarieta' sul settimanale viterbese "Sotto Voce" (periodico che ha
cessato le pubblicazioni nel 1997). Cura il notiziario "Quelli che
solidarieta'"]

Le parole evocano storie, a volte tragiche. Il razzismo e' stato un
connotato del nazismo e del fascismo. Ha significato morte. Soltanto che
alla disumanita' quotidiana ci stiamo abituando.
Non sembra che le parole del prosindaco leghista di Treviso di "affondare le
navi" dei migranti, contenuta in una lettera indirizzata al premier
Berlusconi ed al presidente della Repubblica Napoletano, abbiamo sollevato
particolare indignazione.
Prima un po' ci si vergognava ad essere chiamati razzisti; ora viene preso
come un complimento.
Soprattutto da quando e' scattato il bando per arruolare i razzisti
"democratici" e "rispettabili"; tutti gioiosamente smemorati rispetto alla
nostra storia passata.
L'unita' d'Italia e' avvenuta nell'anno 1860, da allora circa 26 milioni di
italiani hanno abbandonato definitivamente il nostro Paese. Un fenomeno che,
per vastita', costanza e caratteristiche, forsenon trova riscontro nella
storia moderna di nessun altro paese.
Dalla meta' degli anni Ottanta del secolo scorso, sono altri popoli che
faticosamente approdano, quando ci riescono, sulle coste italiane. Cosi' le
cronache, anche di questi ultimi giorni di agosto, ci parlano di pescherecci
che con il loro carico di migranti, spesso in gran parte donne e bambini,
cercano di sbarcare in Sicilia.
Migranti, di ieri e di oggi, entrambi alla ricerca di un futuro, di una vita
dignitosa, di una possibilita' di riscatto; spinti dal sogno della "terra
promessa" che si trasforma poi in una difficile realta'.
Dicono che i nostri migranti partivano convinti di trovare, negli Stati
Uniti, le strade pavimentate d'oro. "Quando sono arrivato ho scoperto tre
cose: una, che le strade non sono pavimentate d'oro; due, che le strade non
sono pavimentate affatto; tre, mi hanno chiesto di pavimentarle".
Credo che qualcosa di simile vale per l'immagine odierna che molti migranti
hanno dell'Italia.
Del resto, l'immigrazione e' oggi assolutamente indispensabile per il
funzionamento della nostra macchina produttiva. I bassi salari destinati ai
lavoratori immigrati garantiscono competitivita' (sul prezzo delle merci
prodotte) e buoni profitti agli investitori.
I dati statistici confermano che gli immigrati sono portatori di ricchezza;
basta ricordare che a loro e' dovuto il 6% del Prodotto interno lordo
italiano, pagano 1,87 miliardi di euro di tasse e rappresentano il 12,5%
dell'intera forza-lavoro del paese.
Ma esiste il rovescio della medaglia: perche' sui ceti popolari ricade la
concorrenza sulla retribuzione del lavoro, causa i bassi salari degli
immigrati, e vi e' il disagio di convivenze talora difficili, con
conseguente corto circuito ideologico che produce una immissione di dosi
abbondanti di ideologia razzista. Semplificando, il tutto e' riassumibile
nella frase: "L'immigrato mi puo' privare del lavoro, oppure se non mi priva
del lavoro fa del mio lavoro un lavoro immigrato; oppure, l'immigrato mi
puo' privare di uno spazio come la casa, oppure se non mi priva di questo
spazio fa del mio quartiere un quartiere degradato, insicuro, pericoloso".
Conseguentemente, lo scontro tra soggetti sfavoriti (la "guerra tra poveri")
e' sempre piu' probabile.
Cosi' gli episodi, piccoli e grandi, di razzismo e di xenofobia - peraltro
in aumento - cadono nell'indifferenza quasi totale, quando non trovano
facile consenso, nascondendosi dietro la distanza fra un "noi" e un "loro"
che non e' foriero di buone nuove.
Dove "loro", con quell'aria da miserabili, disperati e socialmente deboli,
spaventano; e devono rimanere, essenzialmente, senza faccia, senza
identita', essere solo una categoria pericolosa.
Ha scritto John Foot, sulla rivista "Internazionale" (n. 758 del 22 agosto
2008"): "E' molto piu' facile infatti discriminare una categoria invece di
qualcuno che ha un nome, una famiglia, una storia personale. L'uso della
parola 'clandestino' fa parte di quella che e' definita la produzione
sociale dell'indifferenza morale. Questa gente deve rimanere una massa
informe e minacciosa di stranieri. Non possono essere considerati solo dei
cittadini privi dei requisiti giuridici o dei documenti necessari (come
tutti gli italiani sanno, in questo paese non e' facile ottenere con
rapidita' i documenti), ma una categoria senza volto di potenziali
criminali, che ci spaventano e continuano ad arrivare ogni giorno a
migliaia, nonostante le nuove leggi, l'esercito nelle strade e i 'pacchetti
sicurezza'".
Non capire che in questo secolo appena iniziato la questione
dell'emigrazione e' un dato storico di civilta' e non di ordine pubblico, e'
un ulteriore segno della nostra crisi, non solo di democrazia, ma anche di
civilta'.

4. LIBRI. ALCUNI ESTRATTI DA "OLTRE LA CITTADINANZA" DI PARTHA CHATTERJEE
(PARTE SECONDA E CONCLUSIVA)
[Dal sito www.tecalibri.it riprendiamo i seguenti estratti dal libro di
Partha Chatterjee, Oltre la cittadinanza, Meltemi, Roma 2006 (ed. orig. The
Politics of the Governed, Columbia University Press, New York 2004).
Partha Chatterjee, membro fondatore del Subaltern Studies Editorial
Collective, e' direttore del Centre for Studies in Social Sciences di
Calcutta e Visiting Professor di Antropologia alla Columbia University. Tra
i suoi libri: Nationalist Thought and the Colonial World (1986); The Nation
and Its Fragments (1993); Oltre la cittadinanza. La politica dei governati,
Meltemi, 2006]

Da pagina 131 e seguenti
Canto di battaglia [21 settembre 2001]
Considero barbari e atroci gli attacchi sferrati a questa citta' l'11
settembre. Io non sono un sostenitore della nonviolenza politica: studiando
la vita politica dei paesi coloniali e postcoloniali mi sono convinto che,
radicandosi le strutture di dominio del mondo moderno tanto profondamente
nella possibilita' di utilizzare forme massicce ed efficaci di violenza, non
e' possibile ne' giustificato chiedere a coloro che lottano contro un
dominio ingiusto di evitare sempre e comunque l'uso della violenza politica.
E tuttavia, non conosco alcuna forma politica anti-imperialista o
anti-coloniale che giustificherebbe l'uccisione di cinquemila persone
normali, uomini e donne, in un attacco deliberato contro un obiettivo
civile. Anche se, per una qualche contorta logica politica, uno pensasse di
essere in guerra con gli Stati Uniti, si tratterebbe di un atto assai
difficile da giustificare anche come atto di guerra. Sono convinto che
grandi azioni terroristiche premeditate e calcolate come quelle siano il
frutto di una politica e di un'ideologia fondamentalmente sbagliate e che
vanno rifiutate e condannate. Oggi le ideologie basate sul fanatismo etnico
o religioso sono molto diffuse e non sono affatto appannaggio di una sola
comunita' religiosa. Io sono fra quanti sostengono che dobbiamo comprendere
empaticamente perche' in tutto il mondo tante persone credono a fanatismi
del genere. Cio', tuttavia, non significa che dobbiamo simpatizzare con le
loro azioni politiche o sostenerle.
Detto questo, vorrei passare alla questione della giusta risposta agli atti
terroristici. A poche ore dall'evento il Presidente degli Stati Uniti ha
dichiarato che il suo paese era in guerra. Subito il pensiero e' corso a
Pearl Harbor: era dalla seconda guerra mondiale, ci hanno detto, che
l'America non subiva attacchi sul proprio territorio. Da allora mi sono
spesso sentito chiedere: ma era proprio necessario fare quell'annuncio?
Perche' la decisione e' stata cosi' rapida? Sara' forse perche' la memoria
pubblica dell'Occidente riconosce nella guerra un tropo familiare? Dai
romanzi ai libri di storia fino al cinema, innumerevoli fonti della cultura
popolare occidentale hanno insegnato alle popolazioni che cos'e' la guerra e
che cosa bisogna fare quando il proprio paese entra in guerra. L'abbiamo
visto nell'ultima settimana, quando le persone hanno esposto le bandiere, si
sono messe in fila per donare il sangue o hanno cantato il Canto di
battaglia della repubblica nelle funzioni di suffragio nelle chiese. Un atto
di violenza del tutto privo di precedenti e' stato reso comprensibile
rappresentandolo come un atto di guerra. Forse quando ha detto che voleva
Osama Bin Laden "vivo o morto" George W. Bush, assai inesperto nelle
questioni di Stato, era piu' vicino al sentimento popolare dei navigati
veterani del Dipartimento di Stato. E quando il presidente Bush ha detto,
nel suo vocabolario politico limitato, che li avrebbe "stanati e braccati"
stava usando una retorica familiare nel linguaggio bellico americano.
Una dichiarazione di guerra tanto rapida ha chiaramente costretto i decisori
politici americani in un angolo dal quale e' assai difficile uscire. Dieci
giorni dopo l'attacco non vi e' traccia di risposta militare. Gli esperti
cercano di spiegare alla gente che non esiste alcun nemico in senso
convenzionale: nessun paese, nessun territorio, nessun confine. Non ci sono
obiettivi evidenti da attaccare. La costruzione di una coalizione
internazionale per colpire il nemico efficacemente potrebbe richiedere molto
tempo. E' una guerra contro il terrorismo. E tuttavia, poiche' e' stato
detto loro che era una guerra, le persone sono costernate dalla mancanza di
qualsivoglia risposta riconoscibile. Nel paese sta montando un vulcano
virtuale di rabbia e frustrazione. Il popolo non e' nelle condizioni di
accettare una guerra metaforica: il popolo vuole, per usare un linguaggio
piu' prosaico, sangue.
In assenza di un nemico o di un obiettivo evidente la retorica scivola
spesso in una forma di odio palesemente religiosa, etnica o culturale. E non
si tratta soltanto di retorica, visto che sono avvenuti attacchi a moschee e
templi, aggressioni a uomini e donne di aspetto esotico e almeno due
omicidi. Sebbene i leader piu' autorevoli, presidente compreso, abbiano
cercato di rassicurare gli arabo-americani che la loro sicurezza non e' in
pericolo, la retorica dell'intolleranza culturale continua. I leader
responsabili parlano alla radio e in televisione di come dobbiamo
comportarci con le parti del mondo non civilizzate, di tenere d'occhio i
vicini con un cognome arabo e di persone con "pannolini sulla testa".
Parlano di "terminare" Stati come l'Afghanistan, l'Iraq, la Siria e la Libia
e di "cancellare" i militanti islamici in Libano e Palestina. Se questo e'
il linguaggio delle elite come possiamo accusare le persone normali di
interpretare questa guerra come uno scontro di civilta'?
Possiamo, e dobbiamo, io credo, porre la questione della responsabilita' e
della trasparenza. Se la guerra al terrorismo e' diversa da tutte le altre
guerre che il paese ha combattuto, come ci dicono oggi, cio' avrebbe dovuto
essere chiaro fin dal primo giorno. E allora perche' confondere tutti
utilizzando il familiare linguaggio della rappresaglia contro paesi e popoli
nemici? Se gli Stati Uniti sono davvero l'unica superpotenza di un nuovo
mondo privo di confini, le risorse culturali della guerra tradizionale
saranno del tutto inadeguate e inappropriate per il nuovo ruolo imperiale.
Chiediamoci: la leadership ha agito in maniera responsabile per preparare se
stessa e il paese a questo ruolo?
Ma c'e' un'altra grande domanda sulla responsabilita' dell'America verso il
resto del mondo. Data l'enorme preponderanza economica e militare degli
Stati Uniti, ogni loro azione in qualsivoglia parte del mondo non puo' che
avere enormi ripercussioni sugli Stati e le societa' coinvolti. Chiediamoci:
l'America ha agito responsabilmente nel considerare le conseguenze a lungo
termine, e quelle inattese, delle proprie azioni? Non voglio parlare
dell'esempio del Medio Oriente, dove la politica americana ha avuto un
eccezionale impatto storico. Vorrei parlare dell'Afghanistan, un paese dove
negli anni Ottanta gli Stati Uniti hanno combattuto una lunga guerra per
procura contro l'Unione Sovietica. E' stata definita la piu' grande
operazione della Cia della storia: insieme al regime militare pakistano e
alla monarchia conservatrice dell'Arabia Saudita, gli Stati Uniti hanno
organizzato, addestrato, finanziato e armato i militanti afgani,
incoraggiandone l'ideologia islamica e applaudendo quando hanno scacciato le
truppe sovietiche. Ieri sera ho visto in televisione Zbigniew Brzezinski,
una figura familiare nei corridoi della Columbia University, affermare di
essersi sentito molto bene quando gli ultimi soldati sovietici
attraversarono il fiume Amu Darya tornandosene in Unione Sovietica. Ha
aggiunto che si sarebbe sentito anche meglio se avesse saputo, allora, di
assistere all'inizio del collasso dell'Unione Sovietica. Non credo che abbia
pensato neppure per un attimo alle disastrose conseguenze del coinvolgimento
degli Stati Uniti. I talebani sono nati negli anni Ottanta nei campi di
addestramento dei mujaheddin in Pakistan, lo stesso periodo in cui Osama Bin
Laden e' diventato un eroe per i militanti islamici. Lo stesso esercito del
Pakistan e' stato profondamente penetrato dall'ideologia islamica. Oggi i
risultati sono sotto gli occhi di tutti. Chiediamoci: hanno forse accettato
gli Stati Uniti di avere delle responsabilita' per quello che e' stato fatto
a quella regione e per quello che la regione sta facendo al resto del mondo?
La domanda va fatta oggi, nello stesso momento in cui le navi da guerra, i
bombardieri e i commando stanno preparandosi per le prossime operazioni
militari. C'e' qualcuno che sta pensando a quali potrebbero essere le
conseguenze di una nuova guerra in Afghanistan? O alle conseguenze sul
Pakistan? O alle conseguenze sull'intera Asia meridionale, dove ci sono due
paesi dotati di armi nucleari e un'atmosfera politica che ribolle di
conflitti religiosi e settari?
Piaccia o no, comprensibile o no, gli Stati Uniti sono oggi l'unico potere
imperiale esistente. Per questo motivo cio' che fanno ha delle conseguenze
per tutto il resto del mondo. E gli analisti della Difesa americana non
devono riflettere soltanto sui danni collaterali di un attacco militare - i
leader americani devono anche pensare al danno collaterale che ricadra'
sulla storia delle societa' e dei popoli del resto del mondo. Essendo
l'unica superpotenza mondiale, gli Stati Uniti devono essere responsabili
delle proprie azioni nei confronti del popolo di tutto mondo.
Non credo che la leadership americana ne' il popolo americano siano
consapevoli dell'enorme responsabilita' morale che la storia contemporanea
ha assegnato loro. Dopo gli attacchi al World Trade Center il presidente
Bush riusciva a pensare solo ai cartelli con la scritta "wanted" che aveva
visto nei film western. Mentre il mondo vorrebbe una politica americana
flessibile, sensibile e in armonia con gli enormi cambiamenti avvenuti nel
mondo negli ultimi dieci-quindici anni, quello che avremo sara'
probabilmente una riedizione della solita arroganza americana, con il suo
contorno di bullismo e insensibilita'. Forse la conclusione della prima
guerra del XXI secolo non sara' tanto diversa da quella delle tante guerre
del Novecento. E cio' e' molto triste.
*
Da pagina 155 e seguenti
Le citta' indiane stanno finalmente diventando borghesi? [11-13 gennaio
2003]
O, se preferite, potremmo chiederci: le citta' indiane stanno purtroppo
diventando borghesi?
Al di la' delle passioni che puo' suscitare, esistono molte ragioni per
porre una domanda come questa. In primo luogo, e' evidente che negli ultimi
dieci o quindici anni si e' tentato con forza di ripulire le citta' indiane,
di liberare le strade e i terreni pubblici dagli occupanti abusivi e di
riconsegnare gli spazi pubblici ai cittadini propriamente detti. Questo
movimento e' stato stimolato da gruppi di cittadini e sostenuto fermamente
dal potere giudiziario, particolarmente attivo nella difesa del cosiddetto
diritto dei cittadini a un ambiente salubre in cui tutti rispettano la
legge. In secondo luogo, sebbene prosegua in tutte le metropoli indiane il
processo di spostamento delle classi medie verso le periferie, sta crescendo
l'attenzione, espressa nella forma di movimenti organizzati e
regolamentazioni legali, per la conservazione della storia architettonica e
culturale dei centri storici coloniali e precoloniali. In terzo luogo,
benche' gli spazi pubblici vengano rivendicati all'uso generale dei
cittadini propriamente detti, proliferano gli spazi segregati e protetti
riservati ai consumi, alla cultura e allo stile di vita delle elite.
Nel complesso, cio' rappresenta da molti punti di vista un ribaltamento
della struttura delle citta' dell'India indipendente degli anni Cinquanta e
Sessanta, una configurazione in cui l'elite urbana emersa durante il dominio
coloniale esercitava il proprio dominio sociale e politico sulla citta',
sostituendo gli europei nelle posizioni politiche e creando metodi di
controllo sulle nuove istituzioni della rappresentanza elettorale di massa.
A Calcutta, per esempio, i ricchi possidenti e i professionisti diventarono
i maggiorenti, e spesso gli eletti, del Partito del Congresso, detentore del
potere. I ricchi erano l'avanguardia di un massiccio coinvolgimento della
classe media nella leadership sociale, culturale e morale dello spazio
urbano. Esisteva solitamente una densa rete di istituzioni di vicinato -
scuole, associazioni sportive, mercati, sale da te', biblioteche, parchi,
assemblee religiose, organizzazioni benefiche e cosi' via - organizzate e
sostenute dalle classi ricche e medie, attraverso le quali emergeva e si
conservava un senso attivo e partecipativo della comunita' urbana. Era la
norma, e non l'eccezione, che i bambini delle classi medie frequentassero le
scuole e i parchi del vicinato; che i giovani si trovassero al club locale o
al bar; che le casalinghe leggessero i libri della biblioteca di quartiere o
acquistassero i vestiti al mercatino sotto casa; che gli anziani si
incontrassero presso un'organizzazione di vicinato per ascoltare prediche
religiose o musica sacra. Molti quartieri erano misti in termini di classe.
Una strada su cui si affacciavano grandi palazzi o le eleganti case della
classe media nascondeva invariabilmente le affollate baracche del personale
di servizio. Nelle aree industriali si concentravano ovviamente grosse
popolazioni che vivevano in baracche. I poveri della citta' erano spesso
legati ai ricchi mediante relazioni di patronage che andavano frequentemente
al di la' del rapporto personale ed erano mediate da organizzazioni
benefiche o addirittura, come ha mostrato Dipesh Chakrabarty (1989) nel suo
libro sugli operai della juta di Calcutta, da proto-sindacati. Anche quando
la classe operaia era organizzata da attivisti politici, i sindacati
funzionavano come un ponte tra l'intellighenzia della classe media e i
lavoratori dei quartieri malfamati.
Almeno per quanto riguarda la citta' di Calcutta, intendo sostenere che nei
primi vent'anni dopo l'indipendenza il potere sociale e politico dei ricchi
e la leadership culturale delle classi medie erano sorretti da un reticolo
di istituzioni di quartiere che tentarono di creare e far crescere comunita'
di vicinato. I quartieri di Calcutta non erano omogenei per classe e spesso
erano misti anche per lingua, religione ed etnia. Sebbene in vari contesti
le differenze di classe fossero chiaramente mantenute, il senso
dell'esistenza di una comunita' trasversale rispetto alle classi veniva
attivamente asserito mediante l'idea di vicinato o para. Al di la' del
sostegno quotidiano delle istituzioni di quartiere, l'idea era rafforzata
anche da incontri e ritrovi periodici ai quali partecipavano molti abitanti
del quartiere: una partita di calcio con la squadra di un altro para, le
performance teatrali e musicali all'aperto nel parco di quartiere o la Durga
Puja annuale. Le occasioni comunitarie di questo tipo erano miste in termini
di classe ma omogenee per quanto riguardava la lingua, la religione o
l'etnia. Secondo Nirmal Kumar Bose, che nei primi anni Sessanta ha studiato
il fenomeno da vicino, i gruppi etnici di Calcutta tendevano a concentrarsi
per quanto riguardava le relazioni sociali, anche se cio' non sempre valeva
per le scelte residenziali. Pur sovrapponendosi alle altre nello spazio del
vicinato, ogni comunita' etnica, definita dalla religione o dalla lingua,
rimaneva in effetti separata. Non solo i bengalesi, ma anche i marwari, gli
oriya, i musulmani di lingua urdu, gli anglo-indiani, i gujarati, i punjabi
e i cinesi avevano una propria rete associativa. La conclusione in qualche
modo scorata di Bose (1968) era che "i diversi gruppi etnici che compongono
la popolazione della citta' hanno assunto l'uno verso l'altro lo stesso tipo
di relazioni che caratterizzano le caste dell'India". In effetti, vista la
percentuale di persone di lingua bengalese presenti in citta' - circa il 63%
nel 1961 - e dato il fatto che gli unici quartieri etnicamente omogenei
erano quelli abitati da esse, si puo' dire che la posizione assunta dai
bengalesi a Calcutta fosse simile a quella occupata dalla casta dominante in
molte regioni dell'India rurale. La densita' e la visibilita' della vita
pubblica nei quartieri bengalesi creo' l'immagine di una citta'
sostanzialmente bengalese.
Una vita associativa basata su relazioni di patronage con i ricchi e
potenti, tuttavia, non e' del tutto compatibile con la definizione della
vita pubblica borghese di una citta' moderna. Evidentemente Calcutta, cosi'
come tutte le altre citta' indiane degli anni Cinquanta e Sessanta, non era
riuscita a realizzare la transizione verso una completa modernita' urbana.
In un famoso articolo pubblicato sullo "Scientific American" nel 1965 Nirmal
Bose (1965) aveva definito Calcutta una "metropoli prematura (...) sfasata
con la storia (...) nata nel contesto di una economia agricola tradizionale
prima di quella rivoluzione industriale che dovrebbe generare la metropoli".
Le conclusioni di Dipesh Chakrabarty (1989) sulla natura delle
organizzazioni e della coscienza della classe operaia non erano diverse: la
persistenza di forme di socialita' preborghesi nelle fabbriche e nei
quartieri malfamati impediva agli operai l'azione di classe. Ricordo la mia
prima volta a Bombay, nei primi anni Settanta, e il sentimento di invidia
per quella che mi sembrava una meravigliosa e organica relazione tra la
citta' e la sua borghesia. Ben presto una maggiore familiarita' con la
storia di Bombay mi disilluse: se Calcutta non era ne' moderna ne' borghese,
lo stesso valeva per Bombay. La scoperta mi confortava.
La vecchia struttura del potere sociale e politico venne profondamente
trasformata negli anni Settanta e Ottanta dall'effetto combinato di
democrazia e sviluppo. Da una parte, i partiti politici concorrenti
intensificarono gli sforzi per mobilitare il proprio seguito politico nelle
citta'. Dall'altra, l'enorme incremento della popolazione delle grandi
citta', dovuto soprattutto a migrazioni dalle campagne, creo' situazioni
sociali esplosive, caratterizzate da irrequietezza politica, criminalita',
barbonismo, squallore e malattie. Emerse dunque una nuova attenzione per la
fornitura di servizi abitativi, igiene, acqua, elettricita', trasporti,
scuole, sanita' e tutto il resto, indirizzati ai poveri della citta'.
Avvenne negli anni una proliferazione delle misure di welfare e sviluppo,
finanziate soprattutto dal governo con l'aiuto di organizzazioni come la
Banca Mondiale, per sistemare la crescente popolazione di poveri nelle
strutture della vita urbana, anche se queste venivano portate al limite.
Le necessita' della mobilitazione elettorale, da una parte, e la logica
della distribuzione del benessere, dall'altra, si sovrapposero fino a
fondersi. Altrove ho usato l'espressione societa' politica per distinguere
tale ambito dal concetto classico di societa' civile. L'amministrazione
pubblica del welfare per i poveri urbani era obbligata a seguire una logica
diversa dalle normali relazioni tra lo Stato e i cittadini organizzati nella
societa' civile. Spesso i poveri vivevano occupando abusivamente il suolo
pubblico, non pagavano i mezzi pubblici, rubavano l'acqua e l'elettricita',
invadevano le strade e i parchi. Date le risorse disponibili era
irrealistico pretendere che diventassero cittadini normali prima di poter
ricevere i servizi pubblici. I molti progetti di sviluppo urbano degli anni
Settanta e Ottanta davano per scontato che parecchi poveri avrebbero dovuto
vivere in citta' pur non avendo alcun diritto sul luogo in cui abitavano. E
tuttavia, le autorita' fornirono agli insediamenti abusivi acqua e igiene,
scuole e ambulatori. Per ridurre le perdite dovute al furto di energia le
compagnie elettriche negoziarono tariffe collettive con interi insediamenti.
Le compagnie ferroviarie suburbane di Calcutta e Bombay davano per scontato
nei loro bilanci di previsione che piu' della meta' dei pendolari non
avrebbe pagato il biglietto. Le popolazioni dei poveri andavano
tranquillizzate e anche assistite, in parte perche' fornivano manodopera e
servizi necessari all'economia cittadina, in parte perche' se non venivano
assistiti potevano mettere a repentaglio la sicurezza e il benessere
dell'intera cittadinanza.
L'atteggiamento diffuso di quel periodo e' emblematicamente sintetizzato
dalla forte avversione diffusasi nel paese non appena circolo' la notizia
delle demolizioni coatte dei quartieri malfamati e dello sloggio dei
residenti dall'area del Turkman Gate di Delhi durante l'Emergenza. Lo zelo
dell'opera risanatrice di Sanjay Gandhi venne considerato come un
disconoscimento della cultura democratica della citta' postcoloniale. Negli
anni Ottanta tale atteggiamento si rifletteva anche nella propensione del
sistema giudiziario a intervenire in favore dei poveri delle citta', un
virtuale riconoscimento del loro diritto a una sistemazione abitativa e a
una permanenza in citta' e dell'impossibilita', da parte delle autorita'
pubbliche, di farli spostare o di penalizzarli senza provvedere a una
qualche forma di risistemazione.
Sarebbe un errore, tuttavia, descrivere il processo come un'estensione della
cittadinanza ai poveri. Non lo era. In realta', come ho mostrato piu'
approfonditamente altrove, veniva tracciata un'attenta distinzione
concettuale tra cittadinanza e popolazioni. Le popolazioni sono categorie
empiriche di persone qualificate da caratteristiche sociali o economiche
rilevanti per l'amministrazione delle politiche di welfare o di sviluppo.
Possono esistere schemi specifici per bambini degli insediamenti abusivi o
per madri lavoratrici al di sotto della linea di poverta' o, diciamo, per
insediamenti a rischio di inondazioni nelle stagioni delle piogge. Ogni
schema di questo tipo, o anche l'azione politica piu' generale all'interno
della quale viene formulato, identifichera' gruppi distinti di popolazione
le cui dimensioni e caratteristiche socio-economiche o culturali verranno
empiricamente definite e registrate mediante censimenti e ricerche. Le
popolazioni sono quindi il prodotto degli schemi di classificazione propri
del sapere governamentale. Diversamente dalla cittadinanza, che include
l'aspetto morale della partecipazione alla titolarita' della sovranita'
dello Stato e quindi della capacita' di rivendicare diritti nei suoi
confronti, le popolazioni non sono portatrici di alcuna intrinseca domanda
morale. Quando vengono seguite dagli uffici pubblici, esse si trovano
semplicemente a ricevere il favore di una politica che si giustifica per il
calcolo costi/benefici delle conseguenze economiche, politiche o sociali.
Tali politiche cambiano al cambiare dei calcoli e con esse cambia la
composizione dei gruppi a cui si rivolgono. E dunque, se potessi avanzare un
argomento teorico generale senza elaborare ulteriormente l'argomentazione,
direi che l'amministrazione governamentale dello sviluppo e del welfare ha
prodotto un sociale eterogeneo, i cui molteplici gruppi di popolazione
vengono fatti oggetto di politiche egualmente diverse e flessibili. Cio' si
contrappone all'idea di cittadinanza caratterizzata da una forte e
ininterrotta insistenza sull'omogeneita' nazionale.

5. MAESTRE. ADRIANA CAVARERO: IL MITO DI DEMETRA
[Da Adriana Cavarero, Nonostante Platone, Editori Riuniti, Roma 1990, 1991,
p. 60.
Adriana Cavarero e' docente di filosofia politica all'Universita' di Verona;
dal sito "Feminist Theory Website: Zagreb Woman's Studies Center" ospitato
dal Center for Digital Discourse and Culture at Virginia Tech University
(www.cddc.vt.edu/feminism), copyright 1999 Kristin Switala, riportiamo
questa scheda bibliografica delle sue opere pubblicate in volume [che
abbiamo parzialmente aggiornato]: a) libri: Dialettica e politica in
Platone, Cedam, Padova 1974; Platone: il filosofo e il problema politico. La
Lettera VII e l'epistolario, Sei, Torino 1976; La teoria politica di John
Locke, Edizioni universitarie, Padova 1984; L'interpretazione hegeliana di
Parmenide, Quaderni di Verifiche, Trento 1984; Nonostante Platone, Editori
Riuniti, Roma1990 (traduzione tedesca: Platon zum Trotz, Rotbuch, Berlin
1992; traduzione inglese: In Spite of Plato, Polity, Cambridge 1995, e
Routledge, New York 1995); Corpo in figure, Feltrinelli, Milano 1995;
Platone. Lettera VII, Repubblica: libro VI, Sei, Torino 1995; Tu che mi
guardi, tu che mi racconti, Feltrinelli, Milano 1997; Adriana Cavarero e
Franco Restaino (a cura di), Le filosofie femministe, Paravia, Torino 1999;
A piu' voci. Filosofia dell'espressione vocale, Feltrinelli, Milano 2003;
Orrorismo, Feltrinelli, Milano 2007. b) saggi in volumi collettanei:
"Politica e ideologia dei partiti in Inghilterra secondo Hume", in Per una
storia del moderno concetto di politica, Cleup, Padova 1977, pp. 93-119;
"Giacomo I e il Parlamento: una lotta per la sovranita'", in Sovranita' e
teoria dello Stato all'epoca dell'Assolutismo, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Roma 1980, pp. 47-89; "Hume: la politica come scienza", in Il
politico. Da Hobbes a Smith, a cura di Mario Tronti, Feltrinelli, Milano
1982, vol. II, pp. 705-715; "Il principio antropologico in Eraclito", in
Itinerari e prospettive del personalismo, Ipl, Milano 1987, pp. 311-323; "La
teoria contrattualistica nei Trattati sul Governo di John Locke", in Il
contratto sociale nella filosofia politica moderna, a cura di Giuseppe Duso,
Il Mulino, Bologna 1987, pp. 149-190; "Per una teoria della differenza
sessuale", in Diotima. Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga,
Milano 1987, pp. 43-79. (traduzioen tedesca: "Ansatze zu einer Theorie der
Geschlechterdifferenz", in Diotima. Der Mensch ist Zwei, Wiener
Frauenverlag, Wien 1989); "L'elaborazione filosofica della differenza
sessuale", in La ricerca delle donne, Rosenberg & Sellier, Torino 1987, pp.
173-187. (traduzione inglese: "The Need for a Sexed Thought", in Italian
Feminist Thought, ed. by S. Kemp and P. Bono, Blackwell, Oxford 1991);
"Platone e Hegel interpreti di Parmenide", in La scuola Eleatica,
Macchiaroli, Napoli 1988, pp. 81-99; "Dire la nascita", in Diotima. Mettere
al mondo il mondo, La Tartaruga, Milano 1990, pp. 96-131. (traduzione
spagnola: "Decir el nacimiento", in Diotima. Traer al mundo el mundo, Icaria
y Antrazyt, Barcelona 1996); "Die Perspective der Geschleterdifferenz", in
Differenz und Gleicheit, Ulrike Helmer Verlag, Frankfurt 1990, pp. 95-111;
"Equality and Sexual Difference: the Amnesias of Political Thought", in
Equality and Difference: Gender Dimensions of Political Thought, Justice and
Morality, edited by G. Bock and S. James, Routledge, London 1991, pp.
187-201; "Il moderno e le sue finzioni", in Logiche e crisi della modernita,
a cura di Carlo Galli, Il Mulino, Bologna 1991, pp. 313-319; "La tirannia
dell'essere", in Metamorfosi del tragico fra classico e moderno, a cura di
Umberto Curi, Laterza, Roma-Bari 1991, pp. 107-122; "Introduzione" a: B.
Head, Una questione di potere, El, Roma 1994, pp. VII-XVIII; "Forme della
corporeita'", in Filosofia, Donne, Filosofie, Milella, Lecce 1994, pp.
15-28; "Figures de la corporeitat", Saviesa i perversitat: les dones a la
Grecia Antiga, coordinacio de M. Jufresa, Edicions Destino, Barcelona 1994,
pp. 85-111; "Un soggetto femminile oltre la metafisica della morte", in
Femminile e maschile tra pensiero e discorso, Labirinti 12, Trento, pp.
15-28; "La passione della differenza", in Storia delle passioni, a cura di
Silvia Vegetti Finzi, Laterza, Roma-Bari 1995, pp. 279-313; "Il corpo e il
segno. Un racconto di Karen Blixen", in Scrivere, vivere, pensare, a cura di
Francesca Pasini, La Tartaruga, Milano 1997, pp. 39-50; "Schauplatze der
Einzigartigkeit", in Phaenomenologie and Geschlechterdifferenz, edd. Silvia
Stoller und Helmuth Vetter, Wuv-Universitatsverlag, Wien 1997, pp. 207-226;
"Il pensiero femminista. Un approccio teoretico", in Le filosofie
femministe, a cura di Franco Restaino e Adriana Cavarero, Paravia, Torino
1999, pp. 111-164; "Note arendtiane sulla caverna di Platone", in Hannah
Arendt, a cura di Simona Forti, Bruno Mondadori, Milano 1999, pp. 205-225.
Luce Irigaray, nata in Belgio, direttrice di ricerca al Cnrs a Parigi, e'
tra le piu' influenti pensatrici degli ultimi decenni. Tra le opere di Luce
Irigaray: Speculum. L'altra donna, Feltrinelli, Milano 1975; Questo sesso
che non e' un sesso, Feltrinelli, Milano 1978;  Amante marina. Friedrich
Nietzsche, Feltrinelli, Milano 1981, Luca Sossella Editore, 2003; Passioni
elementari, Feltrinelli, Milano 1983; Etica della differenza sessuale,
Feltrinelli, Milano 1985; Sessi e genealogie, La Tartaruga, Milano 1987,
Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007; Il tempo della differenza, Editori
Riuniti, Roma 1989; Parlare non e' mai neutro, Editori Riuniti, Roma 1991;
Io, tu, noi, Bollati Boringhieri, Torino 1992; Amo a te, Bollati
Boringhieri, Torino 1993; Essere due, Bollati Boringhieri, Torino 1994; La
democrazia comincia a due, Bollati Boringhieri, Torino 1994; L'oblio
dell'aria, Bollati Boringhieri, Torino 1996; Tra Oriente e Occidente,
Manifestolibri, Roma 1997; Il respiro delle donne, Il Saggiatore, Milano
1997, 2000; In tutto il mondo siamo sempre in due, Baldini Castoldi Dalai,
Milano 2006; Preghiere quotidiane, Heimat, 2007; La via dell'amore, Bollati
Boringhieri, Torino 2007; Oltre i propri confini, Baldini Castoldi Dalai,
Milano 2007; La via dell'amore, Bollati Boringhieri, Torino 2008]

Secondo l'interpretazione di Luce Irigaray il mito di Demetra ci parla
appunto di una interruzione della genealogia femminile violentemente
sopraffatta dall'ordine patriarcale, ossia proprio da quell'ordine,
dimentico della nascita ed enfatizzante la morte, che ha separato il
pensiero dal corpo, l'essere dall'apparire, facendo di questa dicotomia il
sistema filosofico di tutti i sistemi e il "destino" dell'Occidente.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 560 del 27 agosto 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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