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Nonviolenza. Femminile plurale. 204



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 204 del 28 agosto 2008

In questo numero:
1. Silvia Vegetti Finzi: La fine delle passioni
2. Marina Forti: Singur
3. Marina Forti: Abobo
4. Marina Forti: Orissa
5. Alberto Toni presenta due libri di e su Antonia Pozzi

1. RIFLESSIONE. SILVIA VEGETTI FINZI: LA FINE DELLE PASSIONI
[Dal "Corriere della sera" del 25 agosto 2008 col titolo "La fine delle
passioni", il sommario "Perche' il declino delle pulsioni morali e politiche
nelle nuove generazioni impone una riapertura del dialogo interrotto. I
nonni volevano cambiare il mondo. I nipoti l'iPod", e la nota redazionale
"Il testo che pubblichiamo in questa pagina e' una sintesi dell'intervento
che Silvia Vegetti Finzi, studiosa di psicanalisi e saggista, pronuncera'
domenica 31 agosto a Sarzana in occasione del Festival della Mente.
L'intervento sara' dedicato al tema della 'creativita' delle passioni',
ossia del loro potenziale espressivo che puo' essere impiegato per creare
nuovi rapporti e visioni inedite del mondo. Sull'argomento si possono
leggere i testi di Elena Pulcini, L'individuo senza passioni (Bollati
Boringhieri, 2001), Miguel Benasayag e Gerard Schmit, L'epoca delle passioni
tristi (Feltrinelli, 2004) e della stessa Vegetti Finzi, Storia delle
passioni (Laterza, 1995). Ideato e diretto da Giulia Cogoli, il Festival
della Mente, che quest'anno giunge alla sua quinta edizione, si svolgera' a
Sarzana (La Spezia) dal 29 al 31 agosto. Sono previsti oltre sessanta
incontri con scrittori, artisti, storici, scienziati e filosofi italiani e
stranieri tutti legati al tema della creativita'. Il calendario completo
degli appuntamenti e' disponibile sul sito www.festivaldellamente.it".
Silvia Vegetti Finzi (Brescia 1938), psicologa, pedagogista, psicoterapeuta,
docente universitaria, saggista, e' una prestigiosa intellettuale
femminista. Su Silvia Vegetti Finzi dal sito dell'Enciclopedia multimediale
delle scienze filosofiche (www.emsf.rai.it) riprendiamo la seguente notizia
biografica: "Silvia Vegetti Finzi e' nata a Brescia il 5 ottobre 1938.
Laureatasi in pedagogia, si e' specializzata in psicologia clinica presso
l'Istituto di psicologia dell'Universita' cattolica di Milano. All'inizio
degli anni '70 ha partecipato a una vasta ricerca internazionale, progettata
dalle Associazioni Iard e Van Leer, sulle cause del disadattamento
scolastico. Inoltre ha lavorato come psicoterapeuta dell'infanzia e della
famiglia nelle istituzioni pubbliche. Dal 1975 e' entrata a far parte del
Dipartimento di Filosofia dell'Universita' di Pavia ove attualmente insegna
psicologia dinamica. Dagli anni '80 partecipa al movimento femminista,
collaborando con l'Universita' delle donne 'Virginia Woolf' di Roma e con il
Centro documentazione donne di Firenze. Nel 1990 e' tra i fondatori della
Consulta (laica) di bioetica. Dal 1986 e' pubblicista del 'Corriere della
Sera' e successivamente anche di 'Io donna' e di 'Insieme"' Fa parte del
comitato scientifico delle riviste: 'Bio-logica', 'Adultita'', 'Imago
ricercae', nonche' dell'Istituto Gramsci di Roma, della 'Casa della cultura'
di Milano, della 'Libera universita' dell'autobiografia' di Anghiari.
Collabora inoltre con le riviste filosofiche 'Aut Aut' e 'Iride'. Molti suoi
scritti sono stati tradotti in francese, inglese, tedesco e spagnolo. E'
membro dell'Osservatorio nazionale per l'infanzia e l'adolescenza, della
Societa' italiana di psicologia; della Societe' internationale d'histoire de
la psychoanalyse. Nel 1998 ha ricevuto, per i suoi scritti di psicoanalisi,
il premio nazionale 'Cesare Musatti', e per quelli di bioetica il premio
nazionale 'Giuseppina Teodori'. Sposata con lo storico della filosofia
antica Mario Vegetti, ha due figli adulti, Valentina e Matteo. Gli interessi
di Silvia Vegetti Finzi seguono quattro filoni: il primo e' volto a
ricostruire una genealogia della psicoanalisi da Freud ai giorni nostri,
intesa non solo come storia del movimento psicoanalitico ma anche come
storia della cultura; il secondo, una archelogia dell'immaginario femminile,
intende recuperare nell'inconscio individuale e nella storia delle
espressioni culturali, elementi di identita' femminile e materna cancellati
dal prevalere delle forme simboliche maschili: a questo scopo ha analizzato
i sogni e i sintomi delle bambine, i miti delle origini, i riti di
iniziazione femminile nella Grecia classica, le metafore della scienza,
l'iconografia delle Grandi Madri; il terzo delinea uno sviluppo psicologico,
dall'infanzia all'adolescenza, che tenga conto anche degli apporti
psicoanalitici. Si propone inoltre di mettere a disposizione, tramite una
corretta divulgazione, la sensibilita' e il sapere delle discipline
psicologiche ai genitori e agli insegnanti; il quarto, infine, si interroga
sulla maternita' e sugli effetti delle biotecnologie, cercando di dar voce
all'esperienza e alla sapienza delle donne in ordine al generare". Tra le
opere di Silvia Vegetti Finzi: (a cura di), Il bambino nella psicoanalisi,
Zanichelli, Bologna 1976; (con L. Bellomo), Bambini a tempo pieno, Il
Mulino, Bologna 1978; (con altri), Verso il luogo delle origini, La
Tartaruga, Milano 1982; Storia della psicoanalisi, Mondadori, Milano 1986;
La ricerca delle donne (1987); Bioetica, 1989; Il bambino della notte.
Divenire donna, divenire madre, Mondadori, Milano 1990; (a cura di),
Psicoanalisi al femminile, Laterza, Roma-Bari 1992; Il romanzo della
famiglia. Passioni e ragioni del vivere insieme, Mondadori, Milano 1992;
(con altri), Questioni di Bioetica, Laterza, Roma-Bari 1993; (con Anna Maria
Battistin), A piccoli passi. La psicologia dei bambini dall'attesa ai cinque
anni, Mondadori, Milano 1994; Freud e la nascita della psicoanalisi, 1994;
(con Marina Catenazzi), Psicoanalisi ed educazione sessuale, Laterza,
Roma-Bari 1995; (con altri), Psicoanalisi ed identita' di genere, Laterza,
Roma-Bari 1995; (con Anna Maria Battistin), I bambini sono cambiati. La
psicologia dei bambini dai cinque ai dieci anni, Mondadori, Milano 1996;
(con Silvia Lagorio, Lella Ravasi), Se noi siamo la terra. Identita'
femminile e negazione della maternita', Il Saggiatore, Milano 1996; (con
altri), Il respiro delle donne, Il Saggiatore, Milano 1996; Volere un
figlio. La nuova maternita' fra natura e scienza, Mondadori, Milano 1997;
(con altri), Storia delle passioni, Laterza, Roma-Bari 1997; Il fantasma del
patriarcato, Alma Edizioni, 1997; (con altri), Fedi e violenze, Rosenberg &
Sellier, 1997; (con Anna Maria Battistin), L'eta' incerta. I nuovi
adolescenti, Mondadori, Milano, 2000; Parlar d'amore, Rizzoli, Milano 2003;
Silvia Vegetti Finzi dialoga con le mamme, Fabbri, Milano 2004; Quando i
genitori si dividono, Mondadori, Milano 2005]

Da sempre le passioni hanno rappresentato il modo piu' efficace per
organizzare e rappresentare le pulsioni erotiche e aggressive dell'umanita'.
Nella cultura classica le divinita' olimpiche impersonavano l'eccellenza
delle passioni: nessuno era piu' iracondo di Zeus, piu' seduttorio di
Afrodite, piu' geloso di Era.
In verita' non e' mai esistita una societa' in cui le passioni non fossero
controllate, limitate, contrastate da istanze antipassionali come la
religione, la morale, l'educazione, le usanze e i costumi, per cui la
civilta', come sostiene Freud, e' strutturalmente conflittuale. Le modalita'
con cui si governano le passioni variano a seconda delle epoche e dei
luoghi. La piu' efficace sembra quella che ne inibisce, non solo
l'espressione, ma persino la rappresentazione mentale, rendendole
impensabili. E' significativo che la morale cattolica, processando
l'intenzione stessa, consideri peccati anche le trasgressioni che avvengono
sotto forma di pensieri, parole ed omissioni. Al posto delle passioni
rimosse subentrano allora sentimenti, stati d'animo molto piu' vivibili e
socialmente gestibili.
Come mostra il teatro classico, le passioni sono improvvise, clamorose,
eccessive, coinvolgono il corpo e la mente, richiedono di essere partecipate
e testimoniate, raggiungono una climax per poi spegnersi nella catarsi,
cioe' nella purificazione delle loro componenti distruttive. Possiedono
comunque una potenza trasformativa per cui, dopo, nulla rimane piu' come
prima.
Di contro i sentimenti sono sommessi, durevoli, talora privi di ogni
coinvolgimento somatico, come quando si ascolta una melodia o si ammira un
tramonto. Possono essere vissuti in solitudine, non chiedono necessariamente
la presenza degli altri, non mirano a sovvertire gli equilibri interni o
esterni.
Come tali sono piu' idonei a una "folla solitaria" anonima, omologata e
tecnicizzata come quella contemporanea.
Mentre l'Ottocento - che si apre allacciando amore e morte nel Werther di
Goethe - ha messo in scena le passioni morali, il Novecento e' stato il
grande teatro delle passioni politiche.
Ora le une e le altre sembrano spente. I romanzi sono stati sostituiti dalla
letteratura minimalista, l'opera lirica e' diventata un reperto storico, la
politica ha lasciato il passo all'amministrazione della cosa pubblica.
Tuttavia il potenziale passionale rimane intatto, racchiuso nella mente e
nel corpo in attesa di obiettivi che lo mobilitino, di figure che lo
animino, di rapporti che lo condividano. Come utilizzarne le energie
trasformative, le capacita' creative?
Poiche' l'uomo non puo', come Dio, creare dal nulla, occorre vi sia un
ordine precostituito - un modello, una forma, un codice, un sistema - dalla
cui destrutturazione possa sorgere un ordine differente, una figura
originale, una nuova presenza nel mondo. Ma la tarda modernita' e', in tutti
i campi, cosi' disgregata e informe da scoraggiare gli atteggiamenti di
negazione, di rivolta o di sfida.
Ove tutto si equivale, come e' possibile mutare l'esistente?
I nonni di oggi, la generazione che "ha fatto il '68", voleva cambiare il
mondo, i loro nipoti si accontentano di cambiare il vecchio cellulare con
l'ultimo iPod. La meta si e' immiserita ma la determinazione e lo slancio
sono i medesimi. Soltanto che le passioni sono state dirottate sull'avere e
l'apparire attraverso immagini suggestive che si sottraggono al giudizio e
alla critica.
All'adolescente che chiede "come devo essere?" si risponde "cosi'",
ricorrendo alla suggestione piuttosto che all'argomentazione.
Poiche' i riferimenti ideali risultano per definizione irrealizzabili, i
ragazzi si confrontano con sentimenti di inadeguatezza ai quali cercano di
reagire con comportamenti euforici o rinunciatari, in ogni caso incapaci di
conferire senso e valore alla vita. Siamo nell'epoca di quelle che Spinoza
chiamava "passioni tristi", contraddistinte da un malessere opaco, da un
senso di inutilita' e di impotenza che riflette l'appannamento del futuro.
Privo di attese di salvezza e di felicita', il domani appare una minaccia
piuttosto che una promessa capace di orientare il cammino verso l'eta'
adulta.
Infranti gli stampi della tradizione, venuti meno gli esempi edificanti dei
santi e degli eroi, l'esistenza richiede a ciascuno di sfuggire all'assedio
degli stereotipi e alle lusinghe dell'esibizionismo con il gesto creativo di
farsi "narratore della propria storia".
Ma senza una circolazione vitale di idee e di emozioni la creativita' non si
accende e il gesto innovativo ricade inerme ancor prima di mettersi in
gioco. Da dove cominciare a prendere parola? Sappiamo che qualsiasi racconto
ne prosegue uno precedente e, poiche' non esiste un inizio assoluto, ogni
prima volta e' sempre un'altra volta. Per questo mi sembra importante
affiancare, alla dominante comunicazione per immagini, la trasmissione di
racconti, di storie di vita vissuta, allacciando tra le generazioni il filo
di un discorso che veicoli emozioni oltre che dati e informazioni.
Se non vengono tradotte in parole condivise, le esperienze passate
precipitano nell'insignificanza e nell'oblio mentre la "volonta' di dire",
per usare una bella espressione di Mario Luzi, mantiene aperto un canale
comunicativo che aiuta l'individuo ad uscire dalle strettoie del narcisismo
e dell'egoismo proprietario, fondato sull'Io e sul Mio.
Il passaggio del testimone da una generazione all'altra consente ai ragazzi
di sentirsi membri di una comunita' che non e' solo fuori ma anche dentro di
loro, protagonisti di una storia che non e' conclusa e di un futuro che deve
essere ridisegnato ricominciando dal punto in cui il discorso si e'
interrotto e le passioni, come gli dei, hanno abbandonato il mondo.

2. MONDO. MARINA FORTI: SINGUR
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 21 agosto 2008 col titolo "Un appello da
Singur".
Marina Forti, giornalista e saggista particolarmente attenta ai temi
dell'ambiente, dei diritti umani, del sud del mondo, della globalizzazione,
scrive per il quotidiano "Il manifesto" acuti articoli e reportages sui temi
dell'ecologia globale e delle lotte delle persone e dei popoli del sud del
mondo per sopravvivere e far sopravvivere il mondo e l'umanita' intera.
Opere di Marina Forti: La signora di Narmada. Le lotte degli sfollati
ambientali nel Sud del mondo, Feltrinelli, Milano 2004]

Tata Motors, il gruppo automobilistico indiano che spera di conquistare
presto il mercato dei paesi ´emergentiª con la sua nuova macchinetta low
cost, comincia a preoccuparsi. Il primo esemplare della nuova vettura, la
Nano, dovrebbe uscire il primo ottobre prossimo dal nuovissimo stabilimento
di Singur, non lontano da Kolkata (Calcutta), nello stato del Bengala
occidentale. Ma Tata rischia di non riuscire a rispettare la data prescelta,
e per un buon motivo: attorno allo stabilimento di Singur la tensione
continua a salire, continuano le proteste degli agricoltori a cui e' stata
tolta la terra per rendere possibile il sito industriale. Mille acri (400
ettari) di buona terra coltivabile, che dava anche 4 raccolti l'anno tra
riso e ortaggi: la disputa va avanti dal maggio 2996, la terra e' recintata
dal dicembre di quell'anno, la costruzione dello stabilimento e' cominciata
la primavera scorsa. Ma non tutti gli agricoltori espropriati hanno
accettato i risarcimenti: almeno 400 acri restano contesi. Con proteste a
volte violente, che spesso bloccano lo stabilimento.
Proprio ieri due notizie ci sono giunte a proposito di Singur. La prima,
diffusa dalle agenzie di stampa internazionali, dice che il governo del
Bengala occidentale vuole aprire un negoziato con l'opposizione per mettere
fine alla dispota attorno allo stabilimento di Singur. Il Bengala
occidentale e' governato (da trent'anni) da un fronte delle sinistre
dominato dal partito comunista (Cpi-m) che negli anni '90, sotto la guida
dell'attuale chief minister (capo del governo statale) Buddhadeb
Battacharjee, ha lanciato una politica di sviluppo industriale basata
sull'appello a investimenti privati a cui sono garantiti sgravi fiscali e
privilegi vari. Il governo e' convinto che tutte le proteste avvenute a
Singur siano state alimentate e manovrate da un partito dell'opposizione, il
Trinamool Congress (partito "regionale", bengalese) per sabotare i suoi
progetti di sviluppo. Cosi' ora chiede di patteggiare. Cosi' anche Tata. La
leader di questo partito, signora Mamata Banerjee, nota sulla scena locale
per aver cambiato piu' volte bandiera - ma abile nel cavalcare l'opinione
popolare - ha confermato: ha ricevuto una lettera dai vertici Tata che
chiedono il dialogo. Un incontro tra il governo, il partito di opposizione e
il gruppo industriale e' imminente.
Da un simile incontro pero' resterebbero fuori la vera "controparte" del
progetto industriale: gli agricoltori a cui sono state tolte le terre. La
seconda notizia ricevuta da Singur viene dal comitato "Save farmland",
"salvare la terra agricola" - il comitato di cui fanno parte abitanti della
cittadina rurale insieme a forze politiche e sociali mobilitate contro
l'esproprio delle terre per convertirle in progetti industriali. "La
situazione a Singur torna a essere molto tesa", dice il messaggio,
"l'appoggio esterno sara' vitale nei prossimi due mesi, che saranno decisivi
per gli agricoltori e i lavoratori agricoli di Singur". Il messaggio ricorda
che la terra requisita e' recintata (con un muro protetto da torrette di
guardia e dal servizio di sicurezza privato di Tata), e che le opposizioni
sono state represse in modo brutale: sia con la forza, sia con
intimidazioni. Come l'ultima, quella di depositare innumerevoli denunce
penali contro gli abitanti dei villaggi espropriati. "Da 21 mesi, Singur
sembra una zona di guerra".
Il messaggio contiene un appello ai sindacati italiani - a ragione, perche'
la Fiat e' legata da accordi di joint venture con Tata: chiedono che una
delegazione internazionale, con i sindacati Cgil Cisl e Uil, vada a vedere
come stanno le cose a Singur.

3. MONDO. MARINA FORTI: ABOBO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 26 agosto 2008 col titolo "Una 'amicizia'
tossica"]

All'ingresso di Abobo, sobborgo di Abidjan, principale citta' costiera della
Costa d'Avorio, il visitatore e' accolto da un cartello stradale: un
triangolo rosso con al centro un teschio con due ossa incrociate. Il
messaggio e' chiaro, pericolo chimico. in effetti Abobo e' uno dei 15
sobborghi costieri dove nell'agosto del 2006 una ditta locale aveva
scaricato, su un terreno in abbandono, camionate dopo camionate di rifiuti
tossici. Robaccia puzzolente che aveva tolto il fiato e messo in allarme gli
abitanti: molti avevano accusato malesseri, centinaia di persone avevano
cercato cure negli ospedali. Erano scoppiate rivolte: quella roba arrivava
dall'Olanda e gli abitanti chiedevano perche' rifiuti tossici prodotti in
Europa dovessero essere scaricati proprio a casa loro. Centinaia di persone
infuriate, con mascherine sulla faccia, avevano fatto barricate e occupato
le strade di Abidjan, accusando la ditta importatrice di svendere la loro
salute per avidita' di soldi. Era risultato che una multinazionale olandese
(Trafigura) aveva trasferito la', via nave, 500 tonnellate di rifiuti
tossici; secondo le Nazioni Unite, hanno causato la morte di 16 persone, e
centomila persone hanno avuto bisogno di cure mediche. Allora lo scandalo
aveva portato addirittura alla caduta del governo di unita' nazionale,
accusato di aver reagito con lentezza...
Due anni dopo, quella robaccia e' ancora la'. Un reporter della Bbc c'e'
tornato di recente, e descrive una situazione sconsolante (Bbc on line, 19
agosto). In alcuni dei siti contaminati, come Abobo, il terreno contaminato
e' stato raccolto in giganteschi sacchi che ora restano la' impilati in
parecchi strati, piu' alti di un uomo, su uno spazio equivalente a due campi
da tennis. Il sito e' accanto a una strada principale e a un villaggio. Gli
abitanti non saprebbero dove andare, cosi' restano la'. Ma continuano ad
avere problemi: dolori di stomaco, mal di testa, macchie sulla pelle.
"Prendiamo delle pillole e beviamo molta acqua, ma c'e' gente cosi' conciata
che si fa fatica a guardarla", dice un abitante. "I neonati non hanno la
forza di resistere, per le donne incinte e' un problema". Un forte odore
aleggia sulla zona, testimonia il cronista della Bbc.
A suo tempo le Nazioni Unite avevano avviato un'indagine sull'import di
rifiuti tossici (che, per inciso, e' vietato da un trattato internazionale
sui movimenti transfrontalieri di sostenze tossiche e nocive). Ora lo
"special rapporteur" dell'Onu sul dumping di sostanze tossiche, il professor
Okechukwu Ibeanu, e' tornato sul luogo a vedere come stanno le cose, per
alcuni giorni ha incontrato funzionari pubblici e vittime. "Dopo quasi due
anni, quei siti non sono ancora stati decontaminati e continuano a
minacciare la vita e la salute di decine di migliaia di residenti
coinvolgendo un ampio spettro sociale di Abidjan", dice Ibeanu in un
comunicato emesso alla fine della sua visita; "Il governo ivoriano mi ha
informato che non ha la capacita' tecnica di bonificare e decontaminare le
discariche in modo tempestivo". Poi ci sono i risarcimenti: Il diritto a
compensi e a cure e' stato riconosciuto a 95.000 persone, ma migliaia di
vittime dicono di non aver visto nulla. O che quanto ricevuto (circa 500
dollari per i casi piu' gravi) non basta a compensare le spese mediche e il
mancato reddito. Trafigura ha versato al governo ivoriano 200 milioni di
dollari, senza ammettere colpa: a titolo di "amicizia".

4. MONDO. MARINA FORTI: ORISSA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 26 agosto 2008 col titolo "L'altra faccia
del 'miracolo'"]

Un'esplosione di violenza impressionante. India, stato nord-orientale di
Orissa: gruppi di teppisti ieri hanno preso d'assalto quattro chiese, una
scuola missionaria e parecchie case abitate da cristiani in una remota zona
rurale. L'episodio piu' grave e' avvenuto nel distretto di Bargah, dove gli
assalitori hanno incendiato un orfanotrofio gestito da un'associazione
cristiana. Prima avevano fatto uscire i bambini e vi avevano rinchiuso
dentro una suora laica, una donna di 22 anni: il suo corpo carbonizzato e'
stato ritrovato dalla polizia. L'ha identificata il prete responsabile
dell'orfanotrofio, che era stato picchiato dagli assalitori. Un'altra
persona, un uomo, e' stato bruciato in casa sua nel vicino distretto di
Kandhamal.
Violenza estrema ma non nuova in questa parte dell'India, remota e
particolarmente povera, a volte indicata come "tribal belt" perche' molti di
quei villaggi sono abitati da comunita' aborigene. Regione percorsa da
numerose violenze: le relazioni spesso feudali tra lavoratori agricoli e
proprietari terrieri, l'espansione di nuovi sfruttamenti minerari a cui si
oppongono intere comunita' costrette a sloggiare, la vera e propria guerra
interna tra movimenti armati di ispirazione maoista (i "naxaliti") e forze
di sicurezza.
Uno spaccato di India che ricorda "Un milione di rivolte", titolo del famoso
libro-reportage di V. S. Naipaul: l'altra faccia della "potenza emergente"
che si affaccia sul mercato globale.
Proprio in quella regione nell'ultimo anno e' diventata piu' aggressiva la
campagna di estremisti hindu contro i cristiani. Il massimo era stato
toccato in dicembre, con 55 chiese e 600 abitazioni bruciate: nelle cronache
erano comparse sigle allarmanti come Dharma Sena ("esercito della
religiosita'")...
Ieri le agenzie di stampa indiane non definivano in modo particolare gli
assalitori, la polizia parla di "sconosciuti". Tutto questo pero' e'
avvenuto mentre in Orissa era in corso il "blocco generale" proclamato da
un'organizzazione estremista, il Vhp ("Congresso mondiale hindu"), che
protestava contro l'uccisione di un suo leader locale avvenuta la settimana
scorsa. La polizia ha attribuito quell'uccisione ai guerriglieri maoisti. Il
Vhp locale invece ne accusa "i cristiani". Cosi' ieri per 12 ore migliaia di
attivisti hanno bloccato strade con copertoni in fiamme, fatto barricate sui
binari, tenuto marce di protesta nei due distretti rurali (dove in teoria
c'era il coprifuoco), e nella capitale statale, Bhubaneshwar.
Un conflitto di religione? No, anche se e' vero che nel mirino e' una
minoranza religiosa: L'India, con il suo miliardo e 100 milioni di abitanti,
e' uno stato laico dove la schiacciante maggioranza della popolazione e'
hindu ma i musulmani sono circa il 15%, oltre 200 milioni; poi ci sono sikh,
buddhisti, parsi, ebrei, e cristiani: ufficialmente il 2,5% (una trentina di
milioni di persone). Una minoranza del tutto indiana (e' minima qui la
penetrazione di sette missionarie straniere) che non ha mai suscitato
particolari ostilita' ne' conflitti. Salvo quando gli estremisti hindu hanno
cominciato ad accusare i cristiani di fare "proselitismo". "Convertono gli
hindu con tutti i mezzi. Non possiamo restare inermi", dichiarava il
presidente del Vhp in Orissa, Ramesh Modi, a un giornale americano dopo una
delle ultime esplosioni di violenza ("Christian Science Monitor", 6
febbraio). E' ben vero che le conversioni collettive non sono rare: a volte
intere comunita' dalit, quelli che una volta si chiamavano "intoccabili", si
convertono al cristianesimo (o al buddhismo) per sfuggire all'oppressione
del sistema delle caste. Dove si capisce che la religione c'entra poco:
c'entrano invece il sistema di potere e di relazioni sociali.
Nella "rivalsa" hindu poi c'entra la politica. I cristiani tendono a votare
per il Partito del Congresso, che ha sempre rappresentato le minoranze
(religiose, sociali, di casta) - anche se non piu' in modo esclusivo. E il
Vhp non e' un semplice movimento religioso ma l'espressione di una corrente
sciovinista che propugna un'ideologia detta hindutva, o "supremazia
dell'identita' hindu". E' articolata in organizzazioni religiose, sociali,
paramilitari, e in un "braccio politico" tutt'altro che marginale: il
Bharatiya Janata Party, o Bjp, e' il maggiore partito di opposizione (ora
che al governo e' una coalizione di centrosinistra guidata dal Congresso).
E' stato al governo dal '98 al 2004, non e' escluso che ci torni con le
elezioni generali dell'anno prossimo. Quando e' al governo, il Bjp tende a
sfocare sul suo legame organico con le organizzazioni della hindutva, anche
se ha coperto episodi di violenza intercomunitaria terribili - l'ultimo e'
stato il pogrom contro i musulmani in Gujarat nel 2002, quando il mondo era
ipnotizzato da al Qaeda e dalla "guerra al terrorismo" e non ci ha fatto
molto caso. Quando le campagne elettorali si avvicinano, al contrario, la
tendenza a agitare sentimenti religiosi per suscitare conflitti e trarne
vantaggi politici si accentua (succede in queste settimane anche in Kashmir:
ma e' un'altra storia).
L'ideologia della supremazia hindu e' una delle maggiori minacce per la
democrazia indiana. Peccato che il mondo fatichi a riconoscerlo:
ipnotizzato, questa volta, dal magico richiamo del Pil in crescita.

5. LIBRI. ALBERTO TONI PRESENTA DUE LIBRI DI E SU ANTONIA POZZI
[Dal mensile "Letture", n. 616, aprile 2005, col titolo "Antonia Pozzi,
troppo vitale per quei tempi" e il sommario "Emerge con decenni di ritardo
la figura della poetessa milanese, autrice appartata ma incisiva nella prima
meta' del Novecento, la cui produzione poetica era in netto anticipo sui
tempi e per questo incompresa dai coevi".
Alberto Toni "e' nato a Roma nel 1954. Tra le sue raccolte di poesia: La
chiara immagine, 1987; Partenza, 1988; L'apparizione, 1992; Dogali, 1997;
Liturgia delle ore, 1998; Teatralita' dell'atto, 2004. In prosa: la
monografia Con Bassani verso Ferrara e il romanzo Quanto e' lungo il sempre,
entrambi nel 2001; L'anima a Friburgo (racconti), 2007.  Ha tradotto, tra
gli altri, testi di E. Dickinson, T. S. Eliot, M. Leiris. E' anche autore di
teatro: del 2003, Donna su una poltrona rossa. Scrive di critica letteraria
su quotidiani e riviste".
Antonia Pozzi nacque a Milano nel 1912, poetessa di straordinaria cultura e
sensibilita', si tolse la vita nel 1938. Dalla Wikipedia, edizione italiana,
riprendiamo per stralci la seguente notizia biografica: "Antonia Pozzi
(Milano, 13 febbraio 1912 - Milano, 3 dicembre 1938) e' stata una poetessa
italiana. Figlia di Roberto, importante avvocato milanese, e della contessa
Lina Cavagna Sangiuliani, nipote di Tommaso Grossi, scrive le prime poesie
ancora adolescente. Studia nel liceo classico 'Manzoni' di Milano, dove
inizia con il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, una
relazione che, a causa dei pesanti ostacoli frapposti dalla famiglia Pozzi,
verra' interrotta dal Cervi nel 1933, procurandole la depressione - 'e tu
sei entrata / nella strada del morire', scrive di se' in quell'anno - che
contribuira' a condurla al suicidio. Nel 1930 si iscrive alla facolta' di
filologia dell'Universita' statale di Milano, frequentando coetanei quali
Vittorio Sereni, suo amico fraterno, Enzo Paci, Luciano Anceschi, Remo
Cantoni, le lezioni del germanista Vincenzo Errante e del docente di
estetica Antonio Banfi, forse il piu' aperto e moderno docente universitario
italiano del tempo, col quale si laurea nel 1935 discutendo una tesi su
Gustave Flaubert. Tiene un diario e scrive lettere che manifestano i suoi
tanti interessi culturali, coltiva la fotografia, ama le lunghe escursioni
in bicicletta, progetta un romanzo storico sulla Lombardia, conosce il
tedesco, il francese e l'inglese, viaggia, pur brevemente, oltre che in
Italia, in Francia, Austria, Germania e Inghilterra, ma il suo luogo
prediletto e' la settecentesca villa di famiglia, a Pasturo, ai piedi delle
Grigne, dove e' la sua biblioteca e dove studia, scrive e cerca un sollievo
nel contatto con la natura solitaria e severa della montagna. Di questi
luoghi si trovano descrizioni, sfondi ed echi espliciti nelle sue poesie;
mai invece degli eleganti ambienti milanesi, che pure conosceva bene. La
grande italianista Maria Corti, che la conobbe all'Universita', disse che
'il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono
espandersi solo ai margini dei crepacci, sull'orlo degli abissi. Era
un'ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma insieme una donna dal
carattere forte e con una bella intelligenza filosofica; fu forse preda
innocente di una paranoica censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu
in crisi con il chiuso ambiente religioso familiare. La terra lombarda
amatissima, la natura di piante e fiumi la consolava certo piu' dei suoi
simili'. Avverte certamente il cupo clima politico italiano ed europeo: le
leggi razziali del 1938 colpiscono alcuni dei suoi amici piu' cari; "forse
l'eta' delle parole e' finita per sempre", scrive quell'anno a Sereni. Nel
suo biglietto di addio ai genitori scrive di disperazione mortale e si
uccide con i barbiturici. La famiglia neghera' la circostanza 'scandalosa'
del suicidio, attribuendo la morte a polmonite; il suo testamento fu pero'
distrutto dal padre, che manipolo' anche le sue poesie, scritte su quaderni
e allora ancora tutte inedite; la storia d'amore con il Cervi sara'
falsamente descritta come una relazione platonica. E' sepolta nel piccolo
cimitero di Pasturo, il momumento, un bellissimo Cristo in bronzo, e' opera
dello scultore Giannino Castiglioni. Parte dal crepuscolarismo di Sergio
Corazzini: 'Appoggiami la testa sulla spalla / che ti carezzi con un gesto
lento [...] Lascia ch'io sola pianga, se qualcuno / suona, in un canto,
qualche nenia triste' per poi viverlo interiorizzato: 'vivo della poesia
come le vene vivono del sangue', scrive, e infatti cerca di esprimere nelle
parole l'autenticita' dell'esistenza, non trovando verita' nella propria e,
come riservata e rigorosa fu la sua breve vita, cosi' le sue parole, secondo
la lezione ermetica, 'sono asciutte e dure come i sassi' o 'vestite di veli
bianchi strappati', ridotte al 'minimo di peso', come scrisse Montale, e
trasferiscono peso e sostanza alle immagini, per liberarne l'animo oppresso
ed effondere il sentimento nelle cose trasfigurate in simbolo.
Dall'espressionismo tedesco trae atmosfere desolate e inquietanti: 'le
corolle dei dolci fiori/ insabbiate./ Forse nella notte/ qualche ponte
verra'/ sommerso./ Solitudine e pianto -/ solitudine e pianto/ dei larici',
oppure 'All'alba pallidi vedemmo le rondini/ sui fili fradici immote/ spiare
cenni arcani di partenza', o anche 'Petali viola/ mi raccoglievi in grembo/
a sera:/ quando batte' il cancello/ e fu oscura/ la via del ritorno'. La
crisi di un'epoca s'incontra con la sua tragedia personale e se, come
scrisse in una lettera, 'la poesia ha questo compito sublime: di prendere
tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nell'anima e di placarlo, di
trasfigurarlo nella suprema calma dell'arte, cosi' come sfociano i fiumi
nella celeste vastita' del mare', quel dolore non si placa nella sua poesia
ma, come un fiume carsico, ora vi circola sotterraneo e ora emerge e
tracima, sommergendo l'espressione poetica nel modo stesso in cui travolse
la sua vita. Opere: Tutte le sue opere sono state pubblicate postume. Nelle
edizioni piu' recenti e' stata ricostruita la genesi delle sue poesie.
Parole, Mondadori, 1939, I ed., 91 poesie; 1943, II ed., 157 poesie; 1948,
III ed., 159 poesie; 1964, IV ed., 176 poesie, con prefazione di Eugenio
Montale; Flaubert. La formazione letteraria (1830-1865), tesi di laurea, con
prefazione di Antonio Banfi, Garzanti, 1940; La vita sognata ed altre poesie
inedite, Scheiwiller, a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino, 1986;
Diari, introduzione di Alessadra Cenni, a cura di A. Cenni e O. Dino,
Scheiwiller, 1988; L'eta' delle parole e' finita, con prefazione di A.
Cenni, Lettere (1925-1938), Archinto, 1989; Parole, Garzanti, 1989 e 2001,
con prefazione di Alessandra Cenni, a cura di A. Cenni e O. Dino; Pozzi e
Sereni. La giovinezza che non trova scampo, a cura di Alessandra Cenni,
Scheiwiller, 1988; Mentre tu dormi le stagioni passano..., a cura di
Alessandra Cenni e Onorina Dino, Viennepierre, 1998; Poesia, mi confesso con
te. Ultime poesie inedite (1929-1933), a cura di Onorina Dino, Viennepierre,
2004; Per troppa vita che ho nel sangue, di Graziella Bernabo',
Viennepierre, 2004. Bibliografia critica: A. Cenni, In riva alla vita.
Storia di Antonia Pozzi poetessa, Rizzoli, 2002; G. Bernabo', Per troppa
vita che ho nel sangue. Antonia Pozzi e la sua poesia, Viennepierre, 2004.
Un sito utile: www.antoniapozzi.it"]

Dalla pubblicazione di Parole (Garzanti, 1989) l'attenzione nei confronti
della poesia di Antonia Pozzi e' andata via via crescendo. Non soltanto tra
critici e studiosi, ma anche tra i lettori. Due libri di recente
pubblicazione da Viennepierre Edizioni parlano di lei: una biografia, Per
troppa vita che ho nel sangue, di Graziella Bernabo' (pp. 324, euro 20) e
una raccolta inedita, Poesia, mi confesso con te (pp. 90, euro 15).
L'immagine della Pozzi ne esce a tutto campo, figura di rilievo di
un'esperienza poetica, appartata ma incisiva, nella prima meta' del
Novecento.
"Antonia avvertiva in se' una straordinaria energia vitale ed era portata a
esprimerla, nella vita come nell'arte, ma si accorgeva della difficolta' di
viverla appieno in un universo raggelante", scrive Graziella Bernabo'. Da un
lato il contesto sociale nel quale era inserita, la famiglia, la Milano
borghese degli anni Venti e Trenta, e dall'altro la sua natura, che tendeva
a un'affermazione di valori in contrasto con quel mondo: poesia, altruismo,
eroismo esistenziale del dolore. Una natura sensibilissima e quindi esposta
a vivere anche un disagio nell'essere con gli altri.
Dal mondo letterario Antonia ebbe qualche consenso, ma sempre con riserva;
pochi furono quelli che si accorsero del suo talento in vita: Antonio Banfi,
suo relatore per la tesi di laurea, che pero' era troppo distante da lei per
poterla capire, e poi Remo Cantoni. Ma l'unico dal quale si sentiva compresa
era Vittorio Sereni. La Pozzi esprimeva una poesia che era estremamente
lontana dalla visione filosofica e culturale del gruppo Banfi e in generale
dal dibattito letterario di quegli anni. E' verosimile che fosse
sottovalutata non gia' come studiosa, ma rispetto alle sue capacita'
poetiche e, quel che e' peggio, alla sua stessa personalita'. Del resto lo
stesso Montale in un saggio del 1945, parla di "un'aerea uniformita'" come
limite piu' evidente.
Oggi a distanza di molti anni e alla luce di una sensibilita' diversa,
possiamo affermare, anche grazie a una visione piu' ampia della sua opera,
che quel tono apparentemente spontaneo e coloristico "in mare aperto - come
una vela sperduta", riconduce la sua esperienza poetica in un ambito ben
piu' allargato del coevo sentire ermetico. In Poesia, mi confesso con te,
che raccoglie la produzione giovanile degli anni 1929-1933, gia' "vive
quella 'foresta di simboli' che nella poesia piu' matura saranno espressi in
modo piu' complesso e articolato", come osserva la curatrice del volume,
Onorina Dino, nell'introduzione. La forza di questa poesia sta proprio nella
tensione tra elementi formali e osservazione-descrizione della natura come
sintesi spesso di una intensa esperienza personale: amore, abbandono,
passione, morte. Una tensione veicolata e segnata in modo del tutto
originale da quella foresta di simboli, da farne una poesia in anticipo sui
tempi, tesa e radente, simile in questo ad altri casi - penso alla
Dickinson - fuori dagli schemi.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 204 del 28 agosto 2008

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