[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

Nonviolenza. Femminile plurale. 205



==============================
NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
==============================
Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 205 del 30 agosto 2008

In questo numero:
1. Fernanda Pivano ricorda Cesare Pavese e l'"Antologia di Spoon River"
2. Fernanda Pivano ricorda Jack Kerouac e "Sulla strada"
3. Fernanda Pivano ricorda Bertrand Russell, Gregory Corso e la campagna per
il disarmo nucleare
4. Fernanda Pivano: Michael McClure
5. Fernanda Pivano ricorda Arturo Benedetti Michelangeli

1. FERNANDA PIVANO RICORDA CESARE PAVESE E L'"ANTOLOGIA DI SPOON RIVER"
[Dal "Corriere della sera" del 29 novembre 2007 col titolo "Amare Spoon
River", il sommario "Anteprima. La raccolta di poesie che ha segnato intere
generazioni fu tradotta dalla scrittrice nel 1943. Ora esce una sua
selezione. Un libro che non ho mai smesso di leggere e che puo' ancora
salvare la vita di un giovane" e la nota redazionale "L'opera di Tallone.
Omaggio a E. L. Masters e Pivano. Per il novantesimo compleanno di Fernanda
Pivano, l'editore Tallone (Alpignano, Torino) ha realizzato in 340 copie una
raccolta di poesie, scelte dalla stessa Pivano, da Spoon River di Edgar Lee
Masters. Sono i versi che hanno accompagnato la sua vita, quelli che ha
meditato, che le sono rimasti nel cuore. Per questa edizione Tallone, con
testo inglese e italiano e tre scritti di Cesare Pavese in appendice,
Fernanda Pivano ha scritto appositamente una prefazione che diamo qui in
anteprima. L'opera (pp. 136, euro 230), composta a mano, e' stata stampata
con macchina piana su tre qualita' di carte pregiate e con i caratteri
Tallone, chiamati in origine 'Palladio', gli stessi disegnati e utilizzati a
Parigi dal fondatore Alberto (detto Madino). Sono caratteri di eccezionale
chiarezza latina studiati per la stampa dei classici, ma anche per quelle
opere contemporanee ormai consegnate alla storia. Il libro e' il
ventiseiesimo della collezione 'Metteliana', la raccolta di libri che Paolo
Andrea Mettel - uomo di finanza svizzero, bibliofilo - ha realizzato negli
ultimi 22 anni con i piu' prestigiosi stampatori italiani. Dall'America in
versi: l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters fu pubblicata in
Italia nel 1943 con la traduzione di Fernanda Pivano. Da allora, Einaudi ne
ha stampato ottanta edizioni e venduto oltre mezzo milione di copie: un
record per la poesia. L'Antologia, che e' stata definita la commedia umana
degli Stati Uniti, e' la storia di una piccola citta', dei suoi abitanti,
raccontata attraverso le lapidi del suo cimitero. A pubblicarla nel 1915 fu
E. L. Masters (1869-1950), che era un avvocato".
Fernanda Pivano, intellettuale italiana impegnata nei movimenti per i
diritti civili, studiosa della cultura americana e personalmente
intensamente partecipe delle piu' rilevanti esperienze di impegno civile,
artistiche, letterarie e culturali nordamericane novecentesche (e
particolarmente di quelle legate alla cultura ed alla militanza democratica
e radicale, pacifista ed antirazzista, di opposizione e di contestazione, ed
agli stili di vita alternativi), generosa maestra, amica della nonviolenza.
Tra le opere di Fernanda Pivano: oltre a numerose e giustamente celebri
traduzioni (tra cui la classica versione dell'Antologia di Spoon River, di
Edgar Lee Masters; la stupenda raccolta di poesie di Allen Ginsberg, Jukebox
all'idrogeno; la fondamentale antologia Poesia degli ultimi americani), ha
pubblicato tra altri volumi: La balena bianca e altri miti, 1961; America
rosso e nera, 1964; Le belle ragazze, 1965; L'altra America negli anni
Sessanta, 1971; "Pianeta Fresco", 1967; Beat hippie yippie, 1972, Mostri
degli anni Venti, 1976, C'era una volta il beat, 1976, Hemingway, 1985. Dal
sito di "Rai news 24" riprendiamo la seguente scheda: "Ferdinanda Pivano e'
una figura di rilievo nella scena culturale italiana soprattutto per il suo
contributo alla divulgazione della letteratura americana in Italia. Ha
iniziato l'attivita' letteraria sotto la guida di Cesare Pavese nel 1943 con
la traduzione dell'Antologia di Spoon River di Edgard Lee Masters. Da allora
ha tradotto molti romanzieri americani (fra gli altri Faulkner, Hemingway,
Fitzgerald, Anderson, Gertrude Stein) e a quasi tutte le traduzioni ha
preposto lunghi saggi bio-socio-critici. Come talent scout editoriale ha
suggerito la pubblicazione degli scrittori contemporanei piu' significativi
d'America, da quelli citati degli Anni Venti e a quelli del dissenso nero
(come Richard Wright) ai protagonisti del dissenso nonviolento degli anni
Sessanta (quali Ginsberg, Kerouac, Burroughs, Ferlinghetti, Corso) agli
autori ora giovanissimi quali Leavitt, McInerney, Ellis (per il quale ha
scritto un lungo saggio che costituisce una breve storia del minimalismo
letterario americano). Si e' presto affermata come saggista confermando in
Italia un metodo critico basato sulla testimonianza diretta, sulla storia
del costume e sull'indagine storico-sociale degli scrittori e dei fenomeni
letterari. Opere di Fernanda Pivano: La balena bianca e altri miti,
Mondadori, 1961, Il Saggiatore, 1995; America rossa e nera, Vallecchi, 1964;
Beat hippie yippie, Arcana, 1972, Bompiani, 2004; Mostri degli anni Venti,
Formichiere, 1976, Rizzoli, 1976; C'era una volta un Beat, Arcana 1976,
Frassinelli, 2003; L'altra America negli anni Sessanta,
Officina-Formichiere, 1971, 1993; Intervista a Bukowski, Sugar, 1982;
Biografia di Hemingway, Rusconi, 1985; Cos'e' piu' la virtu', Rusconi, 1986;
La mia kasbah, Rusconi, 1988, Marsilio, 1998; La balena bianca e altri miti,
Il Saggiatore, 1995; Altri amici, Mondadori, 1996; Amici scrittori,
Mondadori, 1996; Hemingway, Rusconi, 1996, Bompiani 2001; Dov'e' piu' la
virtu', Marsilio, 1997; Viaggio americano, Bompiani, 1997; Album americano.
Dalla generazione perduta agli scrittori della realta' virtuale,
Frassinelli, 1997; I miei quadrifogli, Frassinelli, 2000; Dopo Hemingway.
Libri, arte ed emozioni d'America, Pironti, 2000; Una favola, Pagine d'arte,
2001; Un po' di emozioni, Fandango, 2002; Mostri degli anni Venti, La
Tartaruga, 2002; De Andre' il corsaro, con C. G. Romana e M. Serra,
Interlinea, 2002; The beat goes on, Mondadori, 2004". Tra le piu' recenti
pubblicazioni: Pagine americane. Narrativa e poesia 1943-2005, Frassinelli,
2005; I miei amici cantautori, Mondadori, 2005; (con William Willinghton),
Spoon River, ciao, Dreams Creek, 2006; Ho fatto una pace separata, Dreams
Creek, 2006; Lo scrittore americano e la ragazza per bene. Storia di un
amore: Nelson Algren e Simone de Beauvoir, Pironti, 2007; Complice la
musica. 30+1 cantautori italiani si raccontano a Fernanda Pivano, Rizzoli,
2008; Diari 1917-1973, Bompiani, 2008]

Ah, questo Spoon River. Ce l'ho nel cuore da tanti anni che non ricordo
neanche quanti sono. Ero poco piu' che una bambina, diciamo un'adolescente,
quando Cesare Pavese, il destino lo ringrazi per tutto quello che ha fatto
per me, per noi, mi ha dato questo libro dicendomi: "Sono sicuro che lei
capira' cosa vuol dire". Come Hannah Josephson quando mi ha dato la prima
copia americana ancora bagnata di stampa di On the road di Jack Kerouac
dicendomi: "Sono sicura che tu saprai cosa farne". E' la fiducia di Cesare
Pavese che mi ha fatto andare avanti tutti questi anni. Chi lo sa se questo
libro l'ho capito, ma non ho mai smesso di amarlo e di pensare che stava
cambiando il pensiero dei ragazzi come me, avviandoli verso il pacifismo,
verso la liberta', verso la fiducia nei valori morali che cercava di
impadronirsi delle nostre anime minacciate di allora. Era un mondo di
illusioni e di gradassate, dove il tono era sempre un po' troppo alto, un
po' troppo coperto da trombe con l'altissimo, da immagini troppo
trionfalistiche di una realta' trasfigurata in un'ansia di potere degenerata
spesso in ansieta' estranee ai nostri cuori. La storia del libro affidato al
mio cuore la sanno tutti. Mi ero innamorata (lo sono ancora) di quel libro
che faceva vivere passioni dimenticate o soffocate, l'amore, la speranza, la
fiducia, il senso (il vero senso) della vita. E le passioni le riproponeva
in moduli sopravvissuti ai sacrifici imposti dalle nuove leggi morali,
moduli che ora sembrano inafferrabili, ma erano ancora piu' inafferrabili
allora. Allora, senza saperlo, ha cambiato la mia vita e di innumerevoli
ragazzi che si sono innamorati del libro quasi come me. Dell'autore, Edgar
Lee Masters, non si sapeva niente, neanche lo stesso Cesare Pavese: per noi
era il libro dell'autore e basta. In quegli anni terribili non potevamo
conoscere la vita degli autori americani, non si sa mai, e in fondo veniva
fuori che era un modo come un altro di legarci di piu' ad autori misteriosi
che mostravano un esempio di come si puo' aiutare folle di giovani a
cambiare, letteralmente cambiare, le basi ideologiche della vita. Questo ha
fatto Spoon River per me, signorina ancora molto ricca e rimasta sempre
molto onesta, con genitori meravigliosi e la guida supermeravigliosa del
piu' grande poeta che ha avuto l'Italia in quegli anni di tenebra. La storia
di Spoon River piu' passa il tempo e piu' mi sembra la mia storia, dove
vorrei sottolineare la parola "mia", se le sottolineature usassero ancora:
ma non esistono piu', esistono vite meravigliosamente trasformate
dall'influenza di un uomo, e vicino a Pavese era difficile che non si
trasformassero, altro che semplici sottolineature. Ero li', bella ragazza
com'e' facile a quindici anni, ricchissima senza saperlo, come usava allora
nella nostra alta borghesia antifascista, innamorata di quel mistero
imperscrutabile che era la vita, in adorazione di genitori favolosi,
sbalordita dalla scoperta di un personaggio indescrivibile come Pavese. In
quel momento, quando Pavese mi ha cambiato per sempre la vita facendomi
leggere Ernest Hemingway, Sherwood Anderson, Walt Whitman e questo poeta
poco piu' che conosciuto di nome come era ancora Edgar Lee Masters, le voci
che mi arrivavano attraverso il mio grande papa' (che voleva essere chiamato
babbo) e dalla sua favolosa biblioteca (stupidamente donata da me con le mie
migliaia di libri a persone che non l'hanno capita) erano quelle vietate di
una piccola rivista preziosa che si chiamava "La cultura", forse la prima
rivista a presentare Pavese per quello che era, un antifascista
perseguitato, e coraggioso esponente di idee supervietate che stavano
costruendo il nuovo mondo. Erano idee piu' precise e definitive di quelle
che avevano portato mio padre alla sua rovina, con un futuro che pareva
ormai senza luci. E il mondo era cosi' anche per Pavese, e io ero li',
bambina incapace di credere nel mondo che aveva distrutto mio padre e
ansiosa di conoscere speranze di un mondo come quello che aveva distrutto
Pavese. Non era mica tanto allegro per alcuni di noi ragazzi; e nelle
immagini che parevano senza soluzione di Pavese, per noi ragazzi
terrorizzati dal futuro comparivano immagini che ci facevano credere ancora
nelle realta' inoppugnabili del mondo sommerso. In questo clima Pavese era
stato arrestato e portato a quello che allora si chiamava il confino, che
piu' tardi i fascisti hanno chiamato una vacanza dal lavoro, e che
consisteva in una vita condotta senza denaro o quasi in un villaggio piu' o
meno disabitato, quello dove era stato chiuso Pavese guidato da un capo di
polizia che gli faceva dare lezioni, figurarsi, di latino a sua figlia, e in
cambio gli dava abbastanza denaro da potersi comperare un po' d'uva, che e'
stato il vitto di Pavese in quel periodo di "vacanza" fascista. La sua vita
privata, di intellettuale sconfitto, lo aveva poi riportato a Torino,
distruggendo un amore che non aveva potuto realizzarsi. Glielo avevano
distrutto due amici di allora, quando Massimo Mila gli aveva detto che la
sua fidanzata aveva sposato un altro. Chissa' se qualcuno e' riuscito a
descrivere il disastro nel quale e' precipitata la sua anima. Pavese si
aggirava nella Biblioteca Nazionale in cerca di libri che lo aiutassero a
vivere, ma soprattutto quei libri li riceveva da un amico farmacista di New
York, e un giorno mentre passeggiava con Norberto Bobbio (che con Pavese
aveva avuto dal professor Monti una supplenza mentre io facevo la prima
liceo al d'Azeglio) mi aveva incontrata, mi aveva chiesto cosa facessi e
quando ha sentito che mi stavo laureando su un poeta inglese, nientemeno che
Shelley, mi aveva fatto la domanda fatale che mi ha trasformato la vita:
"Perche' non in letteratura americana?". L'avevo raccontato alla mamma e
cosi' Pavese era entrato in casa mia a darmi vere lezioni su quella vera
cultura ormai segregata nei sogni e nei ricordi. Naturalmente gli avevo
chiesto che differenza c'era tra le due letterature e lui si era passato la
pipa da una parte all'altra della bocca e invece di rispondermi mi aveva
lasciato in portineria quattro libri: Addio alle armi di Ernest Hemingway,
l'autobiografia di Sherwood Anderson, le poesie di Walt Whitman e questo
strano libro di poesie, l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.
Nelle lezioni che mi dava in casa mi insegnava soprattutto a leggere poesie
dei cosiddetti classici cercando di capirli, cioe' spiegandomi come
interpretare un poeta. E' incredibile come nelle sue parole questi poeti
vivi ormai soltanto nel ricordo di chi li aveva letti o studiati,
diventavano vivi per sempre: fra i milioni di cose che devo agli
insegnamenti di Pavese forse una delle piu' importanti era stata sentir
rivivere versi definitivi per capire una civilta' piu' o meno sommersa e che
si voleva far sopravvivere. Per me, poco piu' che bambina, i poeti di Pavese
e la loro poesia, fino a quando avevo letto la poesia di Pavese stesso,
erano stati un esempio di interpretazione o magari semplicemente di
spiegazione di quello che stava succedendo, in una trasformazione politica
che voleva cancellare il nostro passato e la nostra realta' in immagini
ancora sfumate nelle nostre speranze. Intanto, era cominciato il bel tempo
della primavera e le lezioni Pavese me le faceva sulle panchine dei maestosi
viali torinesi, e ormai le lezioni consistevano piu' che altro nel leggere,
e questa volta capire, i grandi poeti che a quel tempo si conoscevano
soprattutto o soltanto per il loro nome. Quando pioveva stavamo nel mio
studio (naturalmente mio fratello e io avevamo uno studio ciascuno nella
favolosa casa di mio padre) e mi sembra ancora favoloso il ricordo, la sua
ultraterrena capacita' di far vivere di quei poeti piu' le idee che la vita
vera. Tra Melville e Hemingway mi faceva leggere i poeti che gli mandava il
suo amico farmacista da New York; e mi spiegava, mi spiegava i loro sogni,
mi spiegava le loro inafferrabili speranze. Intanto io leggevo quel libretto
di poesie di quel povero avvocato di provincia americana, con le sue
proposte di un mondo rinato nell'ansia della liberta', dell'indipendenza,
dell'amore, della fiducia negli uomini non piu' visti come nemici ma
abbracciati in un comune destino che si sognava ignaro di guerre e ispirato
soltanto dalla pace e dalla realta' spirituale degli uomini. Ma fascismo o
non fascismo io ero una bambina mica tanto cretina. Forse Pavese si
divertiva a sentire che cosa diventavano quei poeti immortali nelle parole
di una bambina mica tanto cretina e quello che pensavo e che non osavo
dirgli avevo cominciato a scriverlo sui quaderni della Scuola svizzera che
avevo ancora sul mio tavolo; e insieme avevo cominciato, senza sapere ancora
che esistevano i traduttori, a tradurre senza vocabolario poesie che ormai
mi presentavano i problemi di un altro modo di vivere. A incantarmi era
stata la poesia di Francis Turner, ve la ricordate? "Io non potevo correre
ne' giocare/ quand'ero ragazzo. /.../ Eppure giaccio qui / blandito da un
segreto che solo Mary conosce: / c''e' un giardino di acacie, /.../ la', in
quel pomeriggio di giugno / al fianco di Mary - / mentre la baciavo con
l'anima sulle labbra, / l'anima d'improvviso mi fuggo'". Mah! In quel mondo
cinico e materialista del tempo l'idea che si potesse ancora morire per un
bacio era un'idea a dir poco seducente per una bambina che i baci li aveva
soltanto sognati. E questa antologia di questo avvocato di provincia l'aveva
letta tutta di seguito, forse, chissa', nella nuova ansia di vedere come
erano i baci di allora. Ma tutto prevedevo tranne che un giorno Pavese
invece di aprire il cassetto dove gli tenevo le sigarette aveva aperto un
altro cassetto e li' aveva trovato il mio quaderno e lo aveva preso e lo
aveva letto e poi mi aveva guardato con quel suo viso sempre drammatico e mi
aveva detto soltanto: "Ah!". Si era messo il quaderno nella borsa e due
giorni dopo era tornato col contratto di Giulio Einaudi, il primo che
vedessi del migliaio di contratti arrivati dopo e mi aveva detto che voleva
leggere quelle poesie via via che le traducevo. Chissa' se Pavese si e' mai
reso conto che in quel momento mi aveva indicato le vie del mio destino, chi
lo sa. Pero' cosi' e' stato. Quel suo "Ah!" non me lo sono mai dimenticato.

2. FERNANDA PIVANO RICORDA JACK KEROUAC E "SULLA STRADA"
[Dal "Corriere della sera" del 18 dicembre 2007 col titolo "Kerouac rischio'
d'essere cestinato", il sommario "Miti. A cinquant'anni dall'uscita di On
the Road, la scrittrice che lo scopri' racconta i retroscena italiani. Fu
Mondadori, consigliato dalla Pivano, a pubblicarlo. Con un errore" e la nota
redazionale "...Cinquant'anni fa usciva Sulla strada. Ma soltanto nel 2008
potremo leggere il testo originale, finalmente senza le censure che mutarono
i nomi dei personaggi allora viventi citati da Jack Kerouac e falciarono
interi brani del celebre scritto. Sara' Mondadori a mandare in libreria la
traduzione di On the Road. The Original Scroll (Sulla strada. Il rotolo
originario), pubblicato in America da Penguin, copiando il lungo rotolo di
carta sul quale Jack Kerouac scrisse il manifesto della Beat Generation..."]

Oh Jack, Ti-Jean, io che mi ostino a chiamarlo per nome per proporlo ai
milioni di lettori che vogliono conoscere la sua storia. Ma da dove
cominciare a raccontarla la sua storia, con drammi cominciati quand'era
ragazzino. Questa storia vorrei raccontarla proprio dal principio (...). Ma
come si fa: chissa' se tutti si distraggono a descriverlo con il suo viso,
quegli occhi, quegli occhi, blu come il mare ma quando c'e' il sole. E poi
c'e' questo libro lungo lungo lungo e pieno di avventure mezzo raccontate e
mezzo sottintese di un ragazzo che voleva presentare le sue storie. Queste
storie le aveva scritte a macchina nell'aprile 1951 su uno scroll, un rotolo
di carta tutto intero per non perdere tempo a cambiare i fogli, il rotolo
che ha raccolto i sogni dello scrittore piu' leggendario del secolo, l'eroe
che ha cambiato il modo di vivere dei giovani di tutto il mondo. Era chiaro
che quel nuovo modo di essere era li', incasellato in pagine che non
permettono esitazioni ne' scelte. Cos'e' questo libro? E' facile dire ora
che e' una storia a ritroso di giovani magari disperati che vogliono farsi
largo su una placida fase di una storia un po' ambigua. Io, lo dico con
orgoglio, il 16 settembre di quel 1957 avevo scritto per la Mondadori il
giudizio editoriale a questo On the Road di Jack Kerouac, uscito a New York
pubblicato dalla Viking Press il 4 settembre. La prima copia ancora fresca
di stampa pubblicata per l'intervento di quel profeta letterario che e'
stato Malcolm Cowley me l'aveva data Hannah Josephson, la bibliotecaria
dell'Accademia americana di Arti e Lettere e soprattutto la mia piu' cara
amica americana, dicendomi: "Vedrai che ne farai qualcosa". Nel giudizio
critico avevo scritto: "Il libro non e' forse un capolavoro ed e' pieno di
difetti. Per esempio il racconto della vita di Sal Paradise e' troppo lungo
se il protagonista e' Dean e spesso pare che Dean sia solo un pretesto, un
legame per unire due racconti distinti, entrambi di viaggio. Eppure c'e'
qualcosa di strano: forse e' davvero il libro della nuova generazione, ma
certo c'e' qualcosa che non si e' ancora visto in altri libri nuovi. Il
senso della vanita', dello scombinamento, della sconnessione di questa nuova
generazione alla James Dean: sporchi, poveri, avidi di emozioni, ignari di
leggi morali e cosi' via. Puo' darsi che questo scrittore trentacinquenne
diventi proprio il simbolo della nuova generazione". Del mio giudizio non si
era tenuto conto e con mio dolore il libro era stato respinto dalla
direzione editoriale, nonostante il suo successo fosse gia' cominciato in
America. Ma erano ancora vivi Arnoldo e Alberto Mondadori, che mi volevano
bene anche perche' li avevo aiutati ad avere da Ernest Hemingway i diritti
di A Farewell to Arms (Addio alle armi) e da una decina d'anni facevo per
loro da consulente senza deluderli. Una sera a una delle loro splendide
feste private dove ero sempre invitata, avevo detto a Arnoldo, lontano da
orecchie indiscrete: "Presidente, io ho un titolo che le farebbe guadagnare
un mucchio di soldi". Arnoldo aveva aggrottato le ciglia e aveva detto senza
sorrisi: "E come mai i miei direttori non l'hanno pubblicato?". I sorrisi li
avevo fatti io, dicendo: "Perche' a volte sono un po' distratti". Arnoldo
aveva preso di tasca uno di quei notes piccolini a quadretti (piu' o meno
come quelli che Kerouac teneva sempre con se' per annotare i fatti e le
parole che poi inseriva nei suoi romanzi autobiografici) e mi aveva chiesto:
"E come si chiama questo libro? Di chi e'?". Sul notes aveva scritto
"Keruac" senza la O, e quando il libro era uscito, vorrei dire "pochi minuti
dopo", la direzione letteraria non voleva credere che Kerouac si scrivesse
in realta' con la O, visto che il Presidente lo aveva scritto senza; e
nell'indice del libro aveva fatto stampare il nome senza la O. Se qualcuno
ha ancora una copia di quei giorni si divertira' a vederlo. Oggi, nel 2007,
questo libro in Italia ha venduto piu' o meno 925.000 copie e la O non e'
stata tolta: grazie, Presidente (...). Jack Kerouac e' morto solo, su una
sedia a dondolo, il 21 ottobre 1969 a St. Petersburg, in Florida, in una
stanza buia con il pavimento coperto di bottiglie di whisky, piu' vuote che
piene. Il 22 ottobre il "New York Times" ha pubblicato la sua fotografia col
grande titolo: "Padre della Beat Generation" e i sottotitoli: "Era l'eroe
della gioventu'", "Ha respinto i valori della borghesia" (...). Nel 1982
Allen Ginsberg ha organizzato alla Jack Kerouac School of Disembodied
Poetics (la Scuola di Poetica Disincarnata fondata a suo nome nel 1974
all'interno dell'Universita' Buddhista di Naropa a Boulder, in Colorado) il
venticinquesimo anniversario della pubblicazione di On the road. A questa
celebrazione hanno partecipato quelli che erano rimasti dei suoi amici:
Gregory Corso e Carl Solomon, Diane Di Prima e Herbert Huncke, Michael e
JoAnna McClure, Lawrence Ferlinghetti e John Clellon Holmes, e William
Burroughs. C'erano anche gli eroi nuovi, Ken Kesey e Timothy Leary, Paul
Krassner e Abbie Hoffman, e professori e traduttori, critici e giornalisti.
E soprattutto c'erano quattrocento studenti; senza di loro non ci sarebbe
stato niente. Nell'aula magna tutta la parete era presa da una gigantografia
del suo bel viso che lo ritraeva con una croce al collo e la grande scritta
a mano di Allen Ginsberg: "Oh, Jack of Light, here's Your Cross of
Tenderness" (Oh, Jack di Luce, ecco la Tua Croce di Tenerezza).

3. FERNANDA PIVANO RICORDA BERTRAND RUSSELL, GREGORY CORSO E LA CAMPAGNA PER
IL DISARMO NUCLEARE
[Dal "Corriere della sera" del 10 aprile 2008 col titolo "I miei amici
Russell, Corso e il bottone della pace" e il sommario "Londra 1958, cosi'
nacque un simbolo"]

Nel weekend di Pasqua del 1958 c'era stato a Londra un grande raduno a
Trafalgar Square, seguito dalla prima marcia a Aldermaston, sede dell'Atomic
Weapons Research Establishment. La marcia aveva raccolto cinquemila
pacifisti, liberali, anarchici e studenti. Nessuno aveva idee chiare sullo
scopo di questa campagna per il disarmo nucleare, a parte che era
organizzata "contro la bomba". Per riconoscersi tutti portavano un bottone
simbolico che, per lungo tempo, nessuno si e' spiegato altro che come
simbolo di protesta e che piu' tardi e' stato interpretato come la
rappresentazione ideografica giapponese di un uomo o come la combinazione
delle lettere "N" e "D" (Nuclear Disarmement) usate per le richieste di
aiuto nella segnalazione marinara con le bandierine. E' stato il grafico
inglese del Royal College of Arts Gerard Holtom a disegnarlo. In quel 1958,
in cui Colin MacInnes descriveva il teppismo degli adolescenti in Absolute
Beginners (Principianti assoluti), Anthony Armstrong Jones prevedeva il
futuro con un libro di fotografie impressioniste su una "nuova" Londra, John
Osborne e Tony Richardson fondavano il Free cinema. Questi 5.000 giovani di
Aldermaston forse non sapevano che molti di loro sarebbero finiti in
prigione e forse neppure prevedevano che alla fine della marcia il filosofo
allora ottantaseienne Bertrand Russell avrebbe fatto per loro un discorso in
opposizione alla politica nucleare, secondo l'ideologia del suo Comitato
della azione diretta, e che questo discorso l'avrebbe portato in prigione. A
questa marcia aveva partecipato il poeta anarchico pacifista Gregory Corso,
che subito dopo, a Oxford e a Parigi, aveva scritto la lunga poesia alla
quale Allen Ginsberg aveva dato la forma grafica del fungo atomico,
ritagliando e incollando righe dattiloscritte. Di quella marcia non aveva
impressionato Gregory Corso lo scopo quanto la carica di odio, di violenza,
di rabbia che animava alcuni dimostranti. Un odio simile, una violenza
simile, gli erano parsi almeno altrettanto mostruosi della bomba stessa e
gli era parso che la mostruosita' distruttrice della bomba non fosse diversa
dalla mostruosita' distruttrice di uomini che tentavano di annientare una
cosa nel momento stesso in cui la creavano. La condizione umana, ha voluto
dirci Gregory Corso, e' abbastanza tragica senza che la si debba rendere
ancora piu' tragica con nuove cariche di odio. Perche' l'odio e' un gesto di
violenza. E dalla violenza non puo' nascere, per sempre, altro che violenza.
Lawrence Ferlinghetti teneva all'ingresso della sua City Lights Bookstore di
San Francisco una cesta piena di questi bottoni che erano stati proposti
alla prima marcia su Aldermaston e in quegli anni non c'era artista, poeta o
semplice sognatore che non lo indossasse. Forse perche' l'uomo che Bertrand
Russell ha scelto come simbolo antinucleare chiede solo aiuto, chiede solo
salvezza, chiede solo amicizia.

4. FERNANDA PIVANO: MICHAEL McCLURE
[Dal "Corriere della sera" dell'11 giugno 2008 col titolo "McClure: La
poesia e' rivoluzione" e il sommario "Miti. Autore simbolo della Beat
Generation, a soli 23 anni organizzo' il reading piu' famoso di quella
stagione. Con il suo aiuto fu tradotto Urlo di Ginsberg. Ferlinghetti s'era
rifiutato"]

Come vorrei esserci anch'io oggi, a Salerno, per festeggiare Michael
McClure. L'ho conosciuto nell'agosto 1962 a San Francisco e da allora siamo
rimasti grandi amici. Mi aiutava senza fine nella traduzione di Howl
(Lawrence Ferlinghetti non aveva voluto farlo, dicendomi che la poesia non
l'aveva scritta lui) e quasi ogni sera, con la sua dolcissima Joanna, mi
portava in giro per San Francisco a vedere i locali frequentati da lui e da
Ginsberg ai tempi del famoso reading al Six Gallery del 1955. Viveva con
Joanna da sette anni, o forse piu', nella loro bella casa elegante di Hight
Ashbury Street (la strada che pochi mesi dopo sarebbe diventata il centro
sociale degli hippies). Joanna era passata sorridente attraverso tutte le
accuse di oscenita' mosse al marito ripetute a ogni pubblicazione e
incominciate con l'ode all'amore sessuale che concludeva il volume Dark
Brown, uscito in quei giorni nel 1961 e che Jack Kerouac avrebbe definito
"the most fantastic poem in America". Alla censura importava poco che
McClure si rifacesse a Blake e a Milton, a Baudelaire e a Shelley, a Rimbaud
e via via a tutti i poeti e ai pensatori che avevano fatto leva
sull'intuizione (l'unico mezzo, secondo McClure, di scorgere la realta'
fuori delle scorie filosofiche o religiose): della sua intuizione, della sua
sensibilita', della sua visione, della sua immaginazione, alla censura non
importava niente. Se la censura ne avesse conosciuto il significato le
sarebbe importato delle sue poesie tantriche, del suo shakti yoga; ma la
censura trovava piu' facile attaccarsi ai suoi saggi (ne sarebbe uscita una
raccolta nel 1964, intitolata Meat Science Essays dove McClure avrebbe
studiato tra l'altro le origini della parola tabu' "fuck"). Michael e' nato
nel Kansas, ma aveva passato la maggior parte dell'infanzia nei boschi della
California. Aveva cominciato a fumare marijuana a sedici anni nel Kansas
dove era tornato a vivere dal patrigno con gli ultimi be-boopers; i "Roaring
Forties" del secondo dopoguerra li aveva vissuti a Wichita, una citta' molto
wild, molto swinging, immortalata poi da Ginsberg in una sua lunga poesia.
Michael frequentava il college piu' che altro per evitare il richiamo alle
armi e lo aveva abbandonato all'improvviso quando la polizia aveva trovato
una quarantina di chili di marijuana nascosti sotto il letto del suo
compagno di camera. Allora era andato a stabilirsi a Tucson in Arizona, dove
aveva conosciuto Joanna, se ne era innamorato e aveva cercato di convincerla
ad andare via con lui. Appena sposati si erano stabiliti a San Francisco,
dove Michael aveva trovato il clima ideale per le sue inquietudini di poeta:
erano gli anni della rinascita poetica della citta' e quando il pittore
Wally Hedrich aveva invitato Kenneth Rexroth a organizzare un reading alla
Six Gallery, Rexroth aveva passato l'incarico al ventitreenne Michael
McClure. Era nato cosi' il reading del 13 ottobre 1955, Michael aveva letto
le prime sei poesie dei suoi Hymns. Quella sera Ginsberg aveva letto per la
prima volta Howl, Philip Whalen, Philip Lamantia e Gary Snyder alcune poesie
(era stata la sera in cui Ferlinghetti aveva mandato a Ginsberg il
telegramma ricalcato su quello di Ralph Emerson a Walt Whitman quando era
uscito Foglie d' erba: "Ti saluto all'inizio di una lunga carriera"). Poi
Michael aveva cominciato a fare gli esperimenti con il peyote. Era entrato
nella marina mercantile facendo un giro nel Pacifico e al ritorno era andato
a lavorare come amministratore in una palestra, per poco perche' presto gli
avevano dato un incarico in una universita'. Le esperienze con il peyote lo
avevano gettato in quella che Michael continuava a definire una "dark night
of the soul": anche quando il peyote non lo prendeva viveva negli stati
prodotti dalla droga. Ma Joanna lo aveva "tirato fuori". Quando lo avevo
conosciuto, in quel 1962, era appena ritornato da un viaggio in Messico per
conto dell'Istituto di ricerca psicologica di Berkeley. Era stato mandato
nelle foreste delle montagne messicane di Oaxaca per girare un film sui riti
religiosi degli Indiani Mazatec. Di queste esperienze erano al corrente gli
intellettuali che lo avevano scelto (insieme a Truman Capote, William
Faulkner, Kenneth Rexroth e altri) fra i cento scrittori americani esaminati
nel corso di un'inchiesta, di quelle strane inchieste americane per
"giudicare la creativita'". Da anni Michael McClure cercava di divulgare un
linguaggio fatto di suoni naturali, di liberazione, di sesso, di lamento, di
gioia: lo chiamava il "linguaggio-bestia". Il primo esperimento lo aveva
fatto nel 1960 nella commedia The Feast; e da allora aveva continuato nella
commedia The Mamals e nelle 99 poesie dei Ghost Tantras, uscite nel 1964.
Certo questa lingua era incomprensibile senza conoscere l'idea di McClure
secondo la quale gli uomini sono come bestie e dunque devono parlare in una
loro lingua da uomini-bestie, piu' fluida di quella normale; perche' il
corpo e lo spirito sono indivisibili e la poesia e' scritta da uno spirito
libero, vero, non regolamentabile, attraverso l'esperienza del corpo. Non
c'e' mammifero che non abbia spirito: la balena ha uno spirito piu' grande
di noi, dice McClure; e le sovrastrutture che le convenzioni impongono allo
spirito non fanno che ridicolizzarlo, come i vestiti ridicolizzano gli
uomini (McClure non ha dimenticato l'idea di Carlyle, secondo la quale gli
uomini dovrebbero andare nudi invece di ingoffarsi negli abiti). Dopo tanto
parlare delle cause che impediscono la liberta' dello spirito,
dall'inconscio alla repressione ai preconcetti, McClure ha cercato di
risolvere piuttosto gli effetti di quelle cause; e ha creduto di risolverli
in un equilibrio tra l'abbandono all'individualismo e la schiavitu' alle
pressioni sociali. La prima volta che ha cercato di spiegare il suo
linguaggio era stato nel saggio Kappa. Per spiegarlo meglio McClure ha
scritto il saggio Phi Upsilon in cui ha detto tra l'altro: "Sentivo cio' che
gli uomini, quando conoscevano la terra, il vento e il gelido mare
ribollente, traevano dall'aria e la luce e le bestie intorno a loro, e avevo
cercato di sentire le cose nominate nella loro lingua". L'estrema
conseguenza della teoria di McClure aveva preso forma spettacolare nel 1964:
quando si era fatto fotografare per la copertina dei Ghost Tantras. Era
stato Robert LaVigne a fargli il make-up, e aveva impiegato quattro ore a
camuffarlo da leone. Poi era venuto da Los Angeles il fotografo Wallace
Barman e lo aveva fotografato nudo col corpo d'uomo e la testa di leone. La
foto della testa era stata usata per la copertina del libro e la foto
completa era stata usata per l'annuncio di un reading del poeta, che aveva
avuto luogo nel maggio 1965; e sotto la foto McClure aveva pubblicato un
breve testo che iniziava cosi': "La poesia e' una rivoluzione per il
corpo-spirito e l'intelletto e l'orecchio..." e la cui conclusione era:
"Credo nella liberta', nella bellezza, nella liberazione, nella creazione
che e' nella mia anima e nell'aiutare gli altri a raggiungere la loro
mediante la poesia". Naturalmente la polizia aveva bloccato il reading
perche' la spedizione degli annunci era stata considerata un "oltraggio alle
poste". In quest'atmosfera di individualismo romantico si muoveva Michael
McClure, tra una dimostrazione pacifista e l'altra. Quando gli intellettuali
della California si erano trovati per una volta tutti d'accordo nel prendere
posizione contro i massacri in Vietnam, aveva pubblicato un volumetto di
versi intitolato Grano avvelenato, in cui diceva tra l'altro: "Il comunismo
non servira'!/ Il comunismo non creera' cibo nelle quantita'/ necessarie
alla sopravvivenza umana./ Il capitalismo e' un fallimento!/ Crea
sovrappopolazione, schiavitu',/ e fame./ Nella Russia Sovietica, nella Cina
Russa, o nell'imperialista/ Inghilterra o Francia, o nei capitalistici Stati
Uniti,/ non sono responsabile per i delitti/ fascisti o totalitari/ che sono
imbiancati/ sotto il titolo Storia Moderna!/ Sono innocente e libero/ sono
un mammifero".

5. FERNANDA PIVANO RICORDA ARTURO BENEDETTI MICHELANGELI
[Dal "Corriere della sera" del 27 giugno 2008 col titolo "Il piano di Arturo
un canto del colibri'", il sommario "Un ricordo di Benedetti Michelangeli.
La sua era una realta' che scaturiva dagli occhi chiusi, che filtrava dal
mistero dell'anima", e la nota redazionale "Lunedi' 30 giugno alle 18, alla
Triennale di Milano, verra' presentato il quarto numero di 'Stile Italiano.
Cultura nel mondo', diretto da Angela Pagani Giannini Donadelli, il
trimestrale dedicato alle grandi figure che onorano e hanno onorato il
belpaese. Per l'occasione sara' dato in omaggio ai partecipanti il cd con il
concerto di Varsavia del 1955 di Arturo Benedetti Michelangeli, recuperato
con purezza di suono da 'Memoria Abm' (sara' il prossimo regalo agli
abbonati della rivista). Nel libretto che accompagna il compact c'e' un
testo di Fernanda Pivano dedicato al maestro, che qui pubblichiamo"]

Mi sembra ieri che Alfred Cortot ha diramato la grande notizia: "e' nato un
nuovo Liszt". Il nuovo Liszt aveva diciannove anni, era bellissimo, aveva
vinto il primo premio assoluto al concorso internazionale di Ginevra, aveva
mani magiche che prendevano senza fatica la dodicesima, aveva occhi magici
che parlavano piu' della voce, aveva la testa lassu' in cima, come se fosse
alto un chilometro, aveva cominciato a studiare musica a quattro anni, aveva
preso il diploma di pianoforte a quattordici anni al Conservatorio di
Milano, era andato in Inghilterra nel 1946, negli Stati Uniti nel 1948, a
Varsavia nel 1949 per celebrare il centenario chopiniano, aveva cominciato a
insegnare per chiara fama a Bologna, a Venezia e a Bolzano, aveva cominciato
a insegnare corsi di perfezionamento a Arezzo e a Siena, aveva cominciato a
far studiare sul serio Lidia Carbonatto Palombi, aveva coinvolto Valletta e
gli Agnelli in una scuola a Moncalieri, aveva coinvolto chiunque avesse un
pianoforte "con la tastiera d'avorio che non gli rovinasse le mani con
l'obbrobrio della plastica". Queste cose le raccontava ora, via via che
succedevano, al suo factotum-confidente-difensore che poi le raccontava a me
mentre io raccontavo a lui di quando voleva i pavimenti coperti di giornali
che attutissero tutti i suoni, o lasciava venire tutti i giorni da lontano
una signora alta come lui, bella come lui, musicale come lui, a leggere
fasci di musiche scritte a mano, ore di gioia a "passarle", io a volte fuori
dalla porta chiusa a chiave ad ascoltare tenendo il fiato, dolcissime note,
ciascuna con una sua vita segreta, con una passione sommessa, con un mistero
svelato da dita complici per occhi complici per cuori complici, oh, i
misteriosi segreti di quelle note cantate dall'anima della musica, dal
musicista senza ritorno, chissa' se le canti negli enormi spazi profumati
dell'eternita'. Mi piace pensare che li suoni e li fai vivere per sempre, e
loro fanno vivere per sempre te, la tua anima, i tuoi sogni: la tua segreta
realta'. Una realta' senza parole, fatta di sguardi, di attese, di silenzi,
le Polonesi suonate in piedi col pubblico in piedi sulle poltrone ad
ascoltarle: i sorrisi candidi delle donne, i sorrisi ambigui delle ragazze,
sempre sorrisi che rimbalzavano dalle sue mani, che rimbalzavano dai suoi
occhi, che rimbalzavano dalla sua realta'. La sua realta' era Liszt, o forse
era Chopin, o forse era Debussy, chi lo sa qual era la sua realta', ciascuno
aveva una sua realta', una realta' di Arturo Benedetti Michelangeli, una
realta' che scaturiva dagli occhi chiusi, che filtrava dal mistero
dell'anima, che sgorgava dalle promesse del cuore. Forse erano queste le sue
realta', irreali come i sogni della sua anima, come piogge di stelle, come
ombre azzurre di nuvole: un artista cosi' puo' vivere solo di sogni, puo'
credere solo alla sua anima. Puo' ascoltare solo il canto dei colibri'.

==============================
NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
==============================
Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 205 del 30 agosto 2008

Per ricevere questo foglio e' sufficiente cliccare su:
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=subscribe

Per non riceverlo piu':
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=unsubscribe

In alternativa e' possibile andare sulla pagina web
http://web.peacelink.it/mailing_admin.html
quindi scegliere la lista "nonviolenza" nel menu' a tendina e cliccare su
"subscribe" (ed ovviamente "unsubscribe" per la disiscrizione).

L'informativa ai sensi del Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196
("Codice in materia di protezione dei dati personali") relativa alla mailing
list che diffonde questo notiziario e' disponibile nella rete telematica
alla pagina web:
http://italy.peacelink.org/peacelink/indices/index_2074.html

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004
possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web:
http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

L'unico indirizzo di posta elettronica utilizzabile per contattare la
redazione e': nbawac at tin.it