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La domenica della nonviolenza. 183



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 183 del 28 settembre 2008

In questo numero:
1. Verso il 2 ottobre, Giornata internazionale della nonviolenza
2. Luciano Benini: La risposta nonviolenta
3. Luciano Capitini: Il bene di tutti
4. Tiziano Cardosi: Non sia solo una ricorrenza
5. Maria D'Asaro: Un incontro con Lanza del Vasto
6. Alberto L'Abate: Gandhi e la pace
7. Paola Mancinelli: Storia di una grammatica zoppa
8. Silvano Tartarini: Una lettera e una poesia
9. Mao Valpiana: Nonviolenza politica
10. Mohandas Gandhi: Del primato delle donne nell'azione nonviolenta

1. EDITORIALE. VERSO IL 2 OTTOBRE, GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA NONVIOLENZA

Dallo scorso anno l'assemblea generale dell'Onu ha dichiarato "Giornata
internazionale della nonviolenza" il 2 ottobre, anniversario della nascita
di Gandhi.
In questa occasione si svolgeranno molte iniziative anche in varie citta'
italiane.
Ovunque possibile si promuovano incontri, e particolarmente nelle scuole.

2. VERSO IL 2 OTTOBRE. LUCIANO BENINI: LA RISPOSTA NONVIOLENTA
[Ringraziamo Luciano Benini (per contatti: luciano.benini at tin.it) per questo
intervento]

Sembra sempre piu' urgente educare le nuove generazioni alla nonviolenza,
addestrarsi alla nonviolenza, praticare la nonviolenza. La nonviolenza e'
una scelta di fondo, strategica, che ti porta a guardare le cose con occhio
diverso, che ti aiuta a trovare soluzioni diverse da quelle che
sembrerebbero inevitabili.
La nonviolenza entra in tutte le questioni del vivere quotidiano, non solo
in quelle in cui e' piu' evidente la contrapposizione, come la guerra.
Nella lotta alla criminalita' c'e' una risposta violenta e militare, quelle
che il governo sta adottando in questi giorni, e c'e' una risposta
nonviolenta: piu' educazione, piu' lavoro, piu' reti sociali.
Nella questione energetica c'e' una risposta violenta, quella dell'energia
accentrata e dura, come il nucleare, e una risposta nonviolenta, quella
della sobrieta', del risparmio energetico, delle energie dolci e
rinnovabili.
Nei rapporti internazionali c'e' una risposta violenta, quella del sistema
militare-industriale che impone un sistema economico ingiusto che produce
fame e miseria, e c'e' una risposta nonviolenta, quella che tende a creare
rapporti di collaborazione fra gli Stati, che porta a soluzioni in cui a
tutti sia data la possibilita' di una vita dignitosa e nella quale siano
assicurati i diritti fondamentali (cibo, acqua, salute, istruzioni,
alloggio).
Nell'amministrare una citta' c'e' una risposta violenta, quella che produce
piu' cemento, piu' ghetti, piu' traffico, piu' inquinamento, che privatizza
l'acqua e gli altri beni comuni, e c'e' una risposta nonviolenta, quella che
cerca di valorizzare i rapporti sociali fra le persone, che favorisce la
mobilita' pedonale e ciclabile, che adotta e favorisce l'uso di fonti
energetiche dolci e rinnovabili, che mantiene sotto il controllo pubblico i
beni comuni.
Nella giornata della nonviolenza, indetta dall'Onu per il 2 ottobre, giorno
della nascita di Gandhi, c'e' tutto questo: a noi, alle amministrazioni
degli enti locali, alle associazioni, di far emergere la straordinaria
ricchezza delle scelte nonviolente.

3. VERSO IL 2 OTTOBRE. LUCIANO CAPITINI: IL BENE DI TUTTI
[Ringraziamo Luciano Capitini (per contatti: capitps at libero.it) per questo
intervento]

Il due ottobre un caro amico ed io saremo nella piazza di Pesaro - ove
abitiamo - con una bandiera della pace ciascuno, anzi, con le bandiere della
nonviolenza, quelle prodotte dal Movimento Nonviolento.
Speriamo che in questa Italia, dove un assessore di Verona puo' insultare le
bandiere della pace come simboli di sovversione, la nostra presenza venga
percepita come una conferma che la nonviolenza vuole, in effetti, una
rivoluzione, ma una rivoluzione in cui tutti sanno che il traguardo e',
finalmente, il bene di tutti.

4. VERSO IL 2 OTTOBRE. TIZIANO CARDOSI: NON SIA SOLO UNA RICORRENZA
[Ringraziamo Tiziano Cardosi (per contatti: tcardosi at tiscali.it) per questo
intervento]

Non amo particolarmente le "giornate" in cui si ricorda qualcosa; l'oggetto
della ricorrenza si relega in una teca come se dovesse essere da preservare
da corruzione o da morte. Somiglia troppo spesso a commemorazione.
Io aspiro ad una nonviolenza che sia strumento di lotta e di azione di ogni
giorno, ogni giorno deve essere ricorrenza di nonviolenza.
Oggi si parla troppo di nonviolenza come a-violenza. Anche un vetro rotto o
una parola forte diventano scandalo di violenza sulle bocche di troppi
ipocriti.
Sogno una nonviolenza che sia strumento di lotta di tutti, scuola di vita e
di convivenza, progetto quotidiano di un altro mondo possibile, relazioni di
amicizia, di stima, di amore con quelli che, accanto a noi, costruiscono
l'immagine di un futuro di giustizia.
Penso la nonviolenza come strumento di concretizzazione di quella omnicrazia
di cui Capitini ci ha lasciato testimonianza.
Oggi fuggo da chi pensa la nonviolenza ergendosi a giudice degli altri che
cercano una speranza. Io so che gli esseri umani, se non condizionati da
paure artificiali o dalle distorsioni di un potere che e' dominio, sono
naturalmente capaci di agire la nonviolenza. Gli ultimi, i piu' poveri in
tutto il mondo, ce lo testimoniano ogni giorno, dovunque; basta saperlo
vedere.
Aborro uomini di potere che si ergono a giudici usando il criterio della
nonviolenza nei confronti degli avversari o dei loro critici: so che
mascherano di ipocrisia la violenza che ringhia in ogni loro azione.
Oggi si parla troppo di nonviolenza, troppo spesso a sproposito.
Spero che il 2 ottobre sia giornata in cui prepareremo un 3, un 4, un 5
ottobre di azioni nonviolente.

5. VERSO IL 2 OTTOBRE. MARIA D'ASARO: UN INCONTRO CON LANZA DEL VASTO
[Ringraziamo Maria D'Asaro (per contatti: maridasaro at libero.it) per questo
intervento]

Lontana primavera del 1976: in un prestigioso educandato palermitano
un'acerba ragazzina al penultimo anno di liceo, anziche' ascoltare la solita
lezione di greco o di filosofia, viene convocata con le sue compagne nel
grande salone della scuola dove la direttrice presenta un uomo con splendidi
occhi chiari, altissimo, ieratico, vestito con una tunica cucita a mano, la
cui figura emana un grandissimo fascino. Quell'uomo era Lanza del Vasto,
fondatore in Europa della nonviolenta Comunita' dell'Arca,  discepolo di
Gandhi, che lo ribattezzo' Shantidas "servitore di pace".
La ragazzina ero io. Risale ad allora il mio innamoramento, il mio interesse
profondo per la nonviolenza. Ho cominciato a leggere, a riflettere, a
informarmi, a pensare: Lanza del Vasto intanto, e subito Gandhi, e
Capitini, e Marthin Luther King. E le riflessioni di Jean Marie Muller, di
Johan Galtung, di Giuliano Pontara. E le attuazioni pratiche di don Milani e
di Alex Langer. E di Danilo Dolci, nella mia difficile terra. E la
testimonianza coraggiosa di Dietrich Bonhoeffer e di Franz Jaegerstaetter.
Nel buio dell'attuale momento storico, forse con freschezza e convinzione
maggiore dei miei diciotto anni di allora, credo che la politica, la
pedagogia, l'etica, persino l'economia e la tecnologia, o saranno
profondamente e autenticamente nonviolente o non saranno affatto.
La dimensione nonviolenta, che si fonda sulla fede nella profonda unita' del
genere umano, e' in grado di indicare creativamente nuovi cammini e nuove
relazioni tra le persone, tra gli uomini e le donne e la natura, tra
l'umanita' e una possibile dimensione spirituale.
Credo che la nonviolenza sia l'indispensabile chiave di volta per la
fondazione di un rinnovato umanesimo, che progetti nuovi modelli di vita e
una nuova etica della cittadinanza, basata su un rapporto armonico con la
natura e gli altri esseri viventi.
In questa prospettiva, mi auguro che celebrare il 2 ottobre, anniversario
della nascita di Gandhi, la "Giornata internazionale della nonviolenza", sia
l'occasione propizia - soprattutto nelle scuole e nei media, luoghi dove si
incide maggiormente sull'immaginario collettivo - per coltivare i semi
fecondi della visione e della pratica nonviolenta.

6. VERSO IL 2 OTTOBRE. ALBERTO L'ABATE: GANDHI E LA PACE
[Ringraziamo Alberto L'Abate (per contatti: labate at unifi.it) per averci
messo a disposizione questo suo testo inedito]

Il 2 ottobre, giornata internazionale per la nonviolenza, e' l'anniversario
della nascita di Gandhi. E' quindi opportuno parlare di lui ed anche di come
la cultura occidentale ha recepito il suo pensiero e la sua attivita'.
In India, in tutti i musei gandhiani, e' possibile vedere la scritta "my
life is my message", che riassume perfettamente come in Gandhi non sia
possibile scindere il pensiero da quello che ha fatto: sono due elementi
interconnessi. Per moltissimi anni Gandhi e' stato una persona relegata in
una cultura diversa dalla nostra: significativa, a questo proposito, e' la
definizione che ne aveva dato Winston Churchill, che lo aveva chiamato
"fachiro", proprio perche' vestiva poveramente, con un telo bianco avvolto
intorno al corpo. Questa frase di Churchill mette l'accento sull'immagine di
Gandhi come persona che appartiene ad una cultura diversa, e percio' confina
le sue azioni ed i suoi comportamenti in una cultura extra nos, ritenendoli
estranei e impraticabili nella cultura occidentale. Questa immagine
stereotipata di Gandhi e' rimasta presente nella nostra cultura fino a pochi
anni fa.
Attualmente si assiste invece ad una notevole riabilitazione del pensiero e
del messaggio gandhiano, come confermano anche le iniziative attuate in
Italia in occasione del sessantenario dalla morte. Altri segnali della
rivalutazione del pensiero di Gandhi sono dati dalla pubblicazione di
numerosi libri su e di Gandhi, documentari sulla sua vita, etc. Da
segnalare, in particolare, la ripubblicazione, e la distribuzione da parte
del giornale "L'Unita'", di 30.000 copie del bellissimo libro di Giuliano
Pontata, L'Antibarbarie. La concezione etico-politica di  Gandhi e il XXI
secolo.
Puo' essere interessante cercare di cogliere le ragioni di questa
riabilitazione, di questa rivalutazione del pensiero gandhiano nella nostra
cultura. L'ipotesi secondo me piu' consistente e' il fatto che Gandhi mette
in discussione uno dei dogmi fondamentali della nostra politica, che deriva
da una erronea e distorta lettura di Machiavelli: il principio che "il fine
giustifica i mezzi" - un principio cardine della linea politica tuttora
prevalente - connesso all'altro basilare principio della politica
occidentale, "si vis pacem para bellum". La guerra viene quindi considerata
come elemento utile, valido e indispensabile per salvare la pace. Il
messaggio gandhiano si pone agli antipodi rispetto a questa visione ed a
questa  pratica della politica. Si pensi al suo detto: "il mezzo sta al fine
come il seme sta all'albero". Cio' significa che se vuoi la pace, devi
piantare un seme di pace: da questo messaggio deriva un cambiamento radicale
del principio latino del "si vis pacem para bellum", che si trasforma
appunto nel principio, fatto proprio anche da Ernesto Balducci, "se vuoi la
pace prepara la pace". A questa nuova formulazione, Gandhi aggiunge una
specificazione: lavora per la nonviolenza, perche' la nonviolenza viene
considerata lo strumento fondamentale per la pace.
Nel corso della sua vita Gandhi ha scritto moltissimo, e particolarmente
interessanti sono i suoi scritti epistolari che vanno ad aggiungersi alla
sua attivita' di pubblicista. Va infatti ricordato che Gandhi fu anche
direttore di due giornali: il primo, nel periodo della sua permanenza in
Sudafrica, il secondo in India. Da questi testi si possono ricavare gli
elementi strutturali del pensiero gandhiano. In particolare, e' possibile
individuare due elementi fondamentali in rapporto alla pace: la distinzione
tra nonviolenza del debole e nonviolenza del forte; l'importanza del
progetto costruttivo e della ricerca di soluzioni sovraordinate.
*
Leggendo la Bhagavad Gita, un testo sacro indu', ci si puo' rendere conto
che si tratta di un racconto di guerra in cui Arjuna non ha il coraggio di
combattere perche' dall'altra parte ci sono dei suoi parenti. Si rivolge
quindi al dio chiedendo che cosa deve fare, e il dio risponde che deve
combattere perche' e' dalla parte del giusto. Se questo testo viene assunto
come base per la pace e la nonviolenza, si trovano punti non congruenti.
Massimo Cacciari, ad esempio, interpreta questo testo proprio come una
giustificazione della guerra, in particolare alla guerra giusta (si potrebbe
dire "per fini umanitari"). Gandhi trae invece da questo testo due
insegnamenti diversi: il primo, che bisogna combattere contro l'ingiustizia,
che abbiamo il  dovere morale di agire per modificare le situazioni di
sfruttamento e di sopraffazione; ma questo non implica per lui l'uso della
violenza e delle armi, ma solo quella della nonviolenza del forte: la
nonviolenza del forte e' la lotta di chi non soggiace all'ingiustizia, di
chi non accetta passivamente di assistere alla perpetrazione di ingiustizie.
Come ha rilevato Johan Galtung in uno dei migliori libri scritti su Gandhi,
Gandhi oggi, nel capitolo sulle regole del comportamento conflittuale, per
Gandhi e' fondamentale e necessario distinguere tra ruolo e persona: bisogna
salvare la persona, perche' la persona e' sacra - e qui possiamo
rintracciare la consonanza col pensiero quacchero, per il quale in ogni uomo
c'e' una scintilla della divinita' -, ma si deve combattere contro il suo
ruolo di sfruttatore, di portatore di ingiustizia e di criminalita'. E'
quindi necessario trovare forme di lotta per salvare l'avversario senza
pero' impedire di lottare contro il suo ruolo di sfruttatore, di usurpatore,
Questa e' per Gandhi la lotta nonviolenta: il satyagraha, la lotta con la
forza della verita' e dell'amore. Nonviolenza non ha quindi una accezione
negativa, non e' qualcosa di privativo come appare nella lingua italiana, ma
qualcosa di positivo: la lotta con la forza dell'amore e della verita'.
Il secondo insegnamento che Gandhi ricava dalla Bhagavad Gita e' che bisogna
lottare anche contro se stessi. L'invito di Arjuna, per Gandhi, e' un invito
a lottare anche contro quello che c'e' in noi stessi che, in un certo senso,
legittima la violenza e le ingiustizie dell'avversario; si tratta quindi di
modificare noi stessi in modo tale da non giustificare la risposta violenta
dell'avversario. In questa lotta e' quindi necessario purificarci per
eliminare quegli elementi che giustificano il comportamento dell'avversario
che si intende combattere.
*
Un altro aspetto fondamentale del pensiero gandhiano in relazione alla
nonviolenza del forte e' l'importanza del progetto costruttivo. A questo
proposito, vorrei ricordare che Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere
dedica alcune pagine a Gandhi. Gramsci non aveva una conoscenza diretta dei
testi gandhiani, ma conosceva Gandhi attraverso la mediazione della lettura
del testo di Romain Rolland su Gandhi. In Gramsci si puo' reperire un'idea
che presenta piu' di una consonanza con il progetto costruttivo gandhiano:
secondo Gramsci, la vecchia societa' si distrugge costruendo la nuova; le
due attivita' - della costruzione di una nuova societa' e di rottura ed
eliminazione delle scorie della vecchia - sono due fasi concomitanti. L'idea
gramsciana che solo costruendo una nuova societa' si distrugge la vecchia,
esprime esattamente l'idea di Gandhi: l'importanza estrema del progetto
costruttivo, del cercare positivamente di costruire un nuovo tipo di
societa', nuove strutture, nuove persone - e in questo processo di
costruzione di nuove persone l'educazione svolge un ruolo fondamentale - per
dare vita ad una societa' diversa.
In questo processo di cambiamento riveste un'importanza fondamentale la
ricerca di quelli che in linguaggio gandhiano si chiamano gli obiettivi
sovraordinati. In una societa', soprattutto tra elementi che lottano tra
loro, ci sono spesso obiettivi sovraordinati, ossia obiettivi che sono
comuni ai due avversari, che siano persone o gruppi sociali o nazioni; ed e'
su questi obiettivi, che possono unire coloro che sono in conflitto, che
bisogna lavorare per cercare di costruire una societa' diversa. Quindi, il
progetto costruttivo, il progetto positivo, e' visto come un elemento
fondamentale della nonviolenza.
*
Il terzo punto su cui vorrei richiamare l'attenzione e' la complementarieta'
di questi due aspetti. Gli epigoni di Gandhi spesso si dedicano alla lotta
nonviolenta, senza tener presente il progetto costruttivo, trasformando
cosi' le lotte in tecniche pure, senza considerare i principi che erano alla
base della vita e del messaggio gandhiano; oppure si dedicano al momento
costruttivo senza tener presente che il lavoro di solidarieta' sociale senza
lottare contro le cause dell'ingiustizia rischia di trasformarsi in un
lavoro da "tappabuchi", da rammendatori sociali. Questi due elementi,
invece, rappresentano due momenti interconnessi e non si puo' tralasciare
l'uno senza rinnegare l'altro. Si tratta di una connessione che possiamo
rintracciare anche nell'opera dell'Abbe' Pierre, quando dice: "Aiuta chi ha
bisogno ma lotta contro le cause della sua miseria; lotta contro le cause
della miseria ma aiuta subito anche chi ha bisogno: l'una e l'altra azione
non possono separarsi senza rinnegarsi".
*
Come emerge con chiarezza dallo studio del pensiero di Gandhi, il Mahatma
pone alla base del suo lavoro due principi fondamentali: il primo e' il
principio di reciprocita', il secondo e' l'umanizzazione del conflitto.
Il principio di reciprocita' non e' stato inventato da Gandhi, ma e' stato
elaborato dai sociologi del conflitto. Questo principio dice che se io
aumento il mio livello di violenza contro il mio avversario, questi
tendera', a sua volta, ad aumentare il suo livello di violenza. Il principio
di reciprocita' spiega, ad esempio, la spirale della corsa al riarmo
nucleare che ha caratterizzato le relazioni tra le due superpotenze nella
seconda meta' del XX secolo. Questo principio vale anche nel senso opposto:
Reagan, non riuscendo a portare avanti le cosiddette guerre stellari perche'
il suo parlamento non gli dava i soldi necessari, ed anche  perche' il
movimento antinucleare di tutto il mondo gli dava filo da torcere, decise di
cambiare la strategia che fino allora aveva portato avanti (la guerra del
bene contro il male) e cerco' degli accordi con i russi che, con l'andata al
potere in Russia di Gorbaciov, si concretizzarono in  un primo accordo per
la riduzione delle armi nucleari a lunga gittata. Il processo di disarmo
innescato dalle due superpotenze negli anni '80 e' l'esempio tipico di
de-scalata del conflitto che tiene conto del principio di reciprocita'. C'e'
pero' un'eccezione al principio di reciprocita': quando l'avversario e'
convinto che la de-scalata della controparte sia dovuto ad una sua
debolezza, al fatto che questi ha paura dello scontro. In tal caso, se
l'avversario ritiene che la riduzione della violenza sia un segno di
debolezza o di paura, egli tendera' ad aumentare il proprio livello di
violenza, per sconfiggere definitivamente l'avversario. Gandhi aveva
perfettamente coscienza di questo principio. Una influenza determinante
nell'elaborazione di questo principio e' stata, probabilmente, la lettura di
uno scritto di C. Marsh Case, un sociologo quacchero che aveva fatto una
ricerca  sulla ruolo coercitivo della nonviolenza. Gandhi, infatti, avanzava
le sue proposte di accordo con l'avversario sempre dopo lotte nonviolente
vincenti. Quando aveva dimostrato all'avversario che la nonviolenza era
forte e vincente, allora Gandhi offriva le possibilita' di soluzioni
onorevoli sia per gli indiani da lui guidati, sia per la controparte,
permettendo cosi' all'avversario di uscire da una situazione imbarazzante
senza essere umiliato.
Il secondo elemento rintracciabile nel pensiero gandhiano e' l'umanizzazione
del conflitto. Umanizzazione del conflitto non significa negare il
conflitto: il conflitto di per se' non e' negativo, non si tratta di
eliminarlo, perche' il conflitto e' alla base del cambiamento, della
crescita; si tratta piuttosto di trasformare il conflitto in confronto,
umanizzare il conflitto, sviluppando le forme di lotta nonviolenta che vanno
dalla noncollaborazione al male, alla disobbedienza civile, dall'obiezione
di coscienza alle lotte nonviolente di massa: scioperi, boicottaggi, etc.
Anche il progetto costruttivo e la ricerca di obiettivi sovraordinati
servono ad umanizzare il conflitto perche' non implicano la distruzione
dell'avversario, ma ricercano piuttosto punti di accordo.
*
In termini piu' generali, cio' significa che si deve eliminare la guerra,
bisogna cercare di prevederla e di prevenirla; e si devono ricercare forme
di lotta e di difesa nonviolenta.
Il primo punto del programma di difesa nonviolenta era per Gandhi
l'attuazione di una politica estera che non creasse nemici, aperta agli
altri; da questo punto di vista l'idea di Gandhi era quella che si dovesse
eliminare gli eserciti armati per dar vita, invece, a corpi di pace, veri e
propri eserciti di pace, disarmati ed addestrati all'uso delle tecniche
nonviolente. C'e' attualmente, a livello internazionale, una iniziativa per
dar vita a corpi di pace, di questo tipo, per intervenire sia prima che un
conflitto sia esploso, per prevenirne l'esplosione e cercare percio' di
evitarlo; sia durante il conflitto sia per interromperlo attraverso
l'interposizione nonviolenta tra i due contendenti, sia per cercare
soluzioni che possano portare alla sua fine in senso positivo; sia infine
dopo il conflitto armato, per aiutare il processo di riconciliazione tra gli
ex nemici.
Un altro lavoro, sulle linee delle prime idee e lavori di Gandhi, e' quello
della trasformazione dei conflitti squilibrati in conflitti equilibrati:
cio' significa che si deve aiutare la parte piu' debole a prendere coscienza
del conflitto ed a far emergere, far venire alla luce, il  conflitto
latente. Quest'ultimo aspetto e' probabilmente quello che meno e' stato
recepito dai lettori di Gandhi, e sul quale ha giustamente richiamato
l'attenzione Galtung nel suo libro Gandhi oggi. Galtung sottolinea, infatti,
che in una situazione di squilibrio, la prima fase del lavoro da fare e' di
tipo dissociativo. Non si possono prendere accordi con l'avversario se lui
e' forte e io sono debole, perche' la mediazione e la negoziazione con un
avversario piu' forte, in una situazione dominante, determina
necessariamente un vantaggio per chi ha piu' potere. Il momento dissociativo
prevede dunque una forma di empowerment, la costruzione del potere del
gruppo piu' debole in modo da arrivare a potersi confrontare in una
situazione di equilibrio.
*
Considerando la societa' attuale alla luce del messaggio di Gandhi possiamo
osservare la distanza che ci separa dalla societa' preconizzata da Gandhi.
Tuttavia, non dobbiamo neppure sottovalutare quello che si e' gia' ottenuto
e quello che si sta ottenendo.
Il XX secolo e' stato anche il secolo delle grandi lotte nonviolente di
massa che hanno liberato interi popoli: si pensi, ad esempio,
all'indipendenza dell'India, ottenuta proprio attraverso la conversione
dell'avversario. L'India ha ottenuto l'indipendenza quando Churchill e'
caduto; la lotta di indipendenza di Gandhi ha permesso al partito laburista
di andare al potere, ha cioe' aiutato la conversione dell'avversario perche'
ha dato una mano ai laburisti, senza comunque schierarsi dalla loro parte, a
portare avanti un progetto - in cui era prevista anche l'indipendenza
dell'India - opposto a quello coloniale del partito conservatore. La lotta
nonviolenta di Gandhi e' stato un elemento importante proprio per la
conversione della leadership politica laburista inglese: una conferma del
principio gandhiano di non uccidere l'avversario, ma cercare di convertirlo.
Un altro esempio di lotte nonviolente di massa e di interposizione
nonviolenta e' la caduta della dittatura di Marcos nelle Filippine: piu' di
centomila civili disarmati hanno difeso i militari scissionisti
interponendosi in modo nonviolento tra loro e gli altri soldati
dell'esercito rimasti fedeli a Marcos, facendo desistere questi ultimi dal
loro proposito, e riuscendo a portare molti di loro dalla propria parte.
Un altro esempio significativo e' il superamento di forme istituzionalizzate
di segregazione razziale negli Stati Uniti: il razzismo continua a
sussistere oggi, ma non esistono piu' forme istituzionalizzate di
segregazione razziale.
Infine, il crollo dei regimi comunisti dei Paesi dell'Est puo' essere
considerato come un esempio di lotte non-violente - o almeno non armate - di
massa; ne' appare casuale che l'unico Paese in cui ci siano stati conflitti
armati e morti sia stato proprio la Romania, dove c'era un regime del tutto
corrotto, ma che era in realta' filo-occidentale.
A livello istituzionale un'apertura alla cultura della nonviolenza espressa
dal pensiero gandhiano puo' essere rintracciata nello statuto delle Nazioni
Unite, nel quale la guerra non e' vista come qualcosa di positivo, ma come
una realta' da superare. E proprio in questo contesto si e' sviluppata anche
una riflessione sui diritti umani e sulla pace come diritto universale. Un
altro esempio positivo e' la creazione, sempre all'interno delle Nazioni
Unite, dei corpi di interposizione; in questo caso specifico non si tratta
di forme di interposizione nonviolenta, ma a basso livello di violenza: i
caschi blu di peacekeeping, armati di armi volte esclusivamente
all'autodifesa. Il peacekeeping ha dato in questi anni numerosi risultati;
esso e' molto diverso dal peaceenforcing, che oggi tende purtroppo ad essere
maggiormente accreditato, non tanto dalle Nazioni Unite quanto piuttosto da
alcune delle grandi potenze che dominano il Consiglio di sicurezza ristretto
di questo organismo e che spesso trattano quest'ultimo come una marionetta,
che si deve piegare al loro potere (ricattandolo spesso, con i problemi del
finanziamento: non ti diamo i soldi che ti dobbiamo se non fai questa
risoluzione o quest'altra).
Un altro elemento storico che va nella direzione della nonviolenza gandhiana
e' la consapevolezza, sempre piu' diffusa, che la guerra va prevenuta. Da
questo punto di vista sembra importante ricordare che a livello europeo,
grazie alla pressione di organizzazioni non governative, e' stato attivato
un sistema di early warning, di individuazione precoce dei conflitti in modo
da prevenire un loro eventuale scoppio; e' stato inoltre istituito un
comitato per la prevenzione dei conflitti a livello europeo.
Inoltre, anche se poco noti e poco studiati, si registrano numerosi casi di
interposizione nonviolenta che hanno avuto risultati positivi in vari Paesi:
Algeria, Cina, Arabia Saudita, Filippine.
Vorrei richiamare l'attenzione anche sulla proposta - avanzata da Alex
Langer, e ancora non attuata - di istituire corpi non armati di pace
all'interno dell'Europa: una proposta che e' stata da me presentata nel 1996
al Parlamento europeo, e che avrebbe potuto, se attuata, portare a prevenire
la guerra del Kossovo ma che non e' stata recepita.
Un altro elemento positivo e' l'approvazione in Italia di una legge che
afferma che nel nostro Paese bisogna incominciare a pensare ad una difesa
nonviolenta, che la difesa nonviolenta - come conferma una sentenza della
Corte costituzionale di alcuni anni fa - fa parte costitutiva della nostra
difesa. Questa legge ha aperto, quando ancora esisteva il servizio militare
obbligatorio, la possibilita' agli obiettori di coscienza in servizio civile
di andare a svolgere il loro servizio, o parte di esso, in situazioni di
conflitto all'estero: in Kosovo, ad esempio, ci sono stati obiettori di
coscienza al servizio civile, autorizzati dal Ministero degli Esteri a
svolgere parte del loro servizio in mezzo a quel conflitto. Ed ora sta
aprendo la stessa possibilita' ai volontari del servizio civile.
*
La diffusione e l'affermarsi di una cultura nonviolenta presuppongono una
politica diversa da parte del nostro e di altri governi, e cioe' quella che
e' stata definita la sicurezza comune, ossia la sicurezza che si raggiunge
con gli altri e non contro gli altri, e che tende a soppiantare una nozione
e una pratica di sicurezza considerate esclusivamente come "sicurezza da".
Presuppongono il venir meno di alcuni tabu' culturali: vorrei, a questo
proposito, richiamare l'attenzione sul fatto che molti testi significativi -
tra cui quello su cooperazione e conflitto di Margareth Mead - non circolano
nel mercato librario ed editoriale italiano.
La nonviolenza e la pace non sono un'utopia, sono obiettivi raggiungibili;
e' pero' necessario un grosso lavoro per cambiare la cultura, per educare in
modo diverso i bambini e i ragazzi, e in questo e' fondamentale il ruolo
degli insegnanti e della scuola.

7. VERSO IL 2 OTTOBRE. PAOLA MANCINELLI: STORIA DI UNA GRAMMATICA ZOPPA
[Ringraziamo Paola Mancinelli (per contatti: mancinellipaola at libero.it) per
questo intervento]

Per parlare di nonviolenza usero', questa volta, una metafora di tipo
linguistico, come forse si evince dal titolo. E se, come dice Heidegger, il
linguaggio e' la casa dell'essere, la questione non e' oziosa. Ne va invece
di una dimensione filosofica alla base di un'intera Weltanschauung. Un
privativo precede la parola violenza, suffisso immutabile, piccola locuzione
che dice, pero', l'incapacita' del linguaggio ad esprimere una dimensione
che in teoria rappresenta il possibile sempre in agguato a sovvertire i
piani di una realta' pensata solo come manipolabile, riducibile ad un
commercium routinario.
Effettivamente, il piano ontologico, almeno in alcuni modelli assunti
nell'ambito della filosofia occidentale (mi si perdoni l'allusione al mondo
filosofico, ma non si puo' non fare i conti con la propria provenienza),
dice di una non contraddizione che, in ogni caso, riduce ad uniformita' il
pensato ed il pensabile e, pur ammettendo l'analogia dell'essere che si dice
in molti modi, riesce appena a balbettare il diversum, non prima di averlo
superato e riassunto. Questa digressione, semplicemente per mettere in luce
che quando il linguaggio non sa dire l'alterita' se non per opposizione
all'identita', opposizione che necessariamente deve preludere ad un
superamento, assume il conflitto come radice e si traduce in vis (forza) su
cui attagliare persino la ragione. Del resto, la cosa ha una ricaduta anche
nella prassi: si vis pacem para bellum.
*
Quando si e' giunti a comprendere la conseguenza della ragione totalitaria,
la sua forza distruttrice, la tentazione del sovvertimento del diverso per
mezzo di una scienza adulterata e divenuta ideologica in virtu' del connubio
con il potere, si e' compreso pero' che non si aveva il linguaggio per
parlare di pace, almeno non altro linguaggio che quello dei trattati e dei
negoziati conseguenti alle stragi belliche. Cosi' la nonviolenza e' divenuta
semplicemente la negazione della violenza, non avendo un suo statuto
proprio, e con tale privativo si e' voluto tra-durre nella nostra visione
del mondo quella concernente un'altra modalita' semantica come quella del
satyagraha.
Si e' dimenticato pero' che Gandhi ha sottolineato tutta la forza
propositiva e costruttiva di questa parola, la quale esprime un concetto
fondamentale come quello di una verita' che ha una forza propria e che non
deve essere propugnata con offensive, quello di una dignita' umana che gia'
di per se' invita alla responsabilita', che derivava dalla conoscenza del
mondo biblico, in nome di una giustizia in tanto universale in quanto capace
di salvaguardare la dignita' di ognuno; diremmo anzi la dignita' delle
differenze. Infine si e' dimenticato troppo spesso di scorgere nel termine
gandhiano un principio di universalita' che non puo' non tenere conto di
come la massima espressione di ogni norma ed azione e' quella che vede
nell'umanita' del singolo il modello di ogni umanita', come ben dimostra la
cultura biblica, nelle suggestive scritture profetiche, ove i carmi del
servo di Jhwh isaiani rappresentano un'emblematica condizione umana di cui
farsi carico.
*
Vorrei immaginare un linguaggio che dica l'alterita' come ne e' capace
quello di Dio: relazione originaria al principio di ogni cosa, come ben
sottolinea Martin Buber, e come ben sottende il dato cristiano, ove il Verbo
si dona in un ascolto accogliente e dove il Deus revelatus si manifesta in
un deittico affidando completamente la Sua identita' all'alterita' del
Figlio: "Questi e' il mio Figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto".
Solo in questo spazio relazionale tutte le parole umane potrebbero
ricostituire una grammatica nuova priva della tentazione di una differenza
escludente, ricco invece di una affermazione ospitale, dato che la lingua
stessa e' spazio ospitale, essa stessa ekumene da inventare nella fatica del
quotidiano e nei giorni dell'uomo. Non vi sarebbe, cosi', la possibilita' di
declinare nel paradigma della volonta' di potenza e di dominio le civilta',
le forme politiche, le popolazioni che ci interpellano sic et simpliciter
con la loro diversa possibilita' di esistenza suggerendo un nuovo e vero
umanesimo planetario.
Chissa' che non potrebbe essere questa locuzione sostituto piu' pieno e
autentico di nonviolenza?

8. VERSO IL 2 OTTOBRE. SILVANO TARTARINI: UNA LETTERA E UNA POESIA
[Ringraziamo Silvano Tartarini (per contatti: berrettibianchi at virgilio.it)
per questo intervento]

Forse non sono molto adatto a parlare di nonviolenza, dato che anch'io, come
troppi altri, non sono che un povero violento che tenacemente cerca di non
esserlo e non sempre ci riesco. So solo che se gli uomini abitassero lontani
l'uno dall'altro finirebbero per amarsi teneramente sempre, ma noi, uomini e
donne, viviamo appiccicati come sardine e cosi' non siamo ancora riusciti a
trovare un modo per abolire la violenza che ci circonda e, spesso, ci
prende, anche se non vorremmo.
Ovviamente, bisogna continuare a insistere, contro ogni difficolta', con
l'informazione e l'esempio. E qui mi rendo conto che sul piano dell'esempio
quotidiano, purtroppo, sono molto carente. Insieme a tanti altri, mi occupo
di Corpi civili di pace, ma ancora la politica e, soprattutto, la
maggioranza delle persone non li prende sul serio.
I tanti altri ed io continuiamo a crederci. Forse, la nostra nonviolenza e'
in questo crederci. Cosi', senza meriti, mi piace mandarti questa breve
poesia che scrissi tanti anni fa, quando ancora non conoscevo nemmeno la
parola nonviolenza, ma la nonviolenza, invece, sapeva che c'era qualcuno da
salvare da qualche parte.
*
Sassi

Si tengono i sassi nelle mani
si tirano oggi
poi domani
poi si stringono le mani
sui sassi di ieri e di oggi
e domani
finiti i sassi
restano le mani
le mani vuote
che bussano ai sassi.

9. VERSO IL 2 OTTOBRE. MAO VALPIANA: NONVIOLENZA POLITICA
[Ringraziamo Mao Valpiana (per contatti: tel. 0458009803, fax: 0458009212,
e-mail: mao at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org) per questo
intervento]

Celebrare la giornata internazionale della nonviolenza, in occasione
dell'anniversario della nascita di Mohandas K. Gandhi, e' cosa buona e
giusta.
E' infatti con Gandhi che nasce la nonviolenza moderna. Certo, essa e'
sempre esistita, e' "antica come le montagne", ma prima del Mahatma era
sempre stata intesa come via personale alla salvezza, come codice
individuale, come precetto valido per l'individuo. E' solo con la
straordinaria esperienza gandhiana, prima in Sudafrica e poi in India, che
la nonviolenza diventa politica, strumento collettivo di liberazione.
La nonviolenza e' stata la vera, grande, unica, rivoluzione del XX secolo.
Le ideologie del Novecento si sono frantumate alla prova della storia, sono
state sepolte nelle tragedie dei campi di sterminio e nei gulag, sono morte
nei massacri della prima e della seconda guerra mondiale.
Solo la nonviolenza resta ad indicare una nuova via, a partire dal ripudio
della guerra come strumento di risoluzione delle controversie
internazionali.
Celebriamo la giornata della nonviolenza con l'imperativo assoluto di
rifiutare ogni guerra e gli strumenti che la rendono possibile.

10. MAESTRI. MOHANDAS GANDHI: DEL PRIMATO DELLE DONNE NELL'AZIONE
NONVIOLENTA
[Da Mohandas K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza,Einaudi, Torino
1973, 1996, p. 206.
Mohandas K. Gandhi e' stato della nonviolenza il piu' grande e profondo
pensatore e operatore, cercatore e scopritore; e il fondatore della
nonviolenza come proposta d'intervento politico e sociale e principio
d'organizzazione sociale e politica, come progetto di liberazione e di
convivenza. Nato a Portbandar in India nel 1869, studi legali a Londra,
avvocato, nel 1893 in Sud Africa, qui divenne il leader della lotta contro
la discriminazione degli immigrati indiani ed elaboro' le tecniche della
nonviolenza. Nel 1915 torno' in India e divenne uno dei leader del Partito
del Congresso che si batteva per la liberazione dal colonialismo britannico.
Guido' grandi lotte politiche e sociali affinando sempre piu' la
teoria-prassi nonviolenta e sviluppando precise proposte di organizzazione
economica e sociale in direzione solidale ed egualitaria. Fu assassinato il
30 gennaio del 1948. Sono tanti i meriti ed e' tale la grandezza di
quest'uomo che una volta di piu' occorre ricordare che non va  mitizzato, e
che quindi non vanno occultati limiti, contraddizioni, ed alcuni aspetti
discutibili - che pure vi sono - della sua figura, della sua riflessione,
della sua opera. Opere di Gandhi:  essendo Gandhi un organizzatore, un
giornalista, un politico, un avvocato, un uomo d'azione, oltre che una
natura profondamente religiosa, i suoi scritti devono sempre essere
contestualizzati per non fraintenderli; Gandhi considerava la sua
riflessione in continuo sviluppo, e alla sua autobiografia diede
significativamente il titolo Storia dei miei esperimenti con la verita'. In
italiano l'antologia migliore e' Teoria e pratica della nonviolenza,
Einaudi; si vedano anche: La forza della verita', vol. I, Sonda; Villaggio e
autonomia, Lef; l'autobiografia tradotta col titolo La mia vita per la
liberta', Newton Compton; La resistenza nonviolenta, Newton Compton;
Civilta' occidentale e rinascita dell'India, Movimento Nonviolento; La cura
della natura, Lef; Una guerra senza violenza, Lef (traduzione del primo, e
fondamentale, libro di Gandhi: Satyagraha in South Africa). Altri volumi
sono stati pubblicati da Comunita': la nota e discutibile raccolta di
frammenti Antiche come le montagne; da Sellerio: Tempio di verita'; da
Newton Compton: e tra essi segnaliamo particolarmente Il mio credo, il mio
pensiero, e La voce della verita'; Feltrinelli ha recentemente pubblicato
l'antologia Per la pace, curata e introdotta da Thomas Merton. Altri volumi
ancora sono stati pubblicati dagli stessi e da altri editori. I materiali
della drammatica polemica tra Gandhi, Martin Buber e Judah L. Magnes sono
stati pubblicati sotto il titolo complessivo Devono gli ebrei farsi
massacrare?, in "Micromega" n. 2 del 1991 (e per un acuto commento si veda
il saggio in proposito nel libro di Giuliano Pontara, Guerre, disobbedienza
civile, nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1996). Opere su Gandhi:
tra le biografie cfr. B. R. Nanda, Gandhi il mahatma, Mondadori; il recente
accurato lavoro di Judith M. Brown, Gandhi, Il Mulino; il recentissimo libro
di Yogesh Chadha, Gandhi, Mondadori. Tra gli studi cfr. Johan Galtung,
Gandhi oggi, Edizioni Gruppo Abele; Icilio Vecchiotti, Che cosa ha veramente
detto Gandhi, Ubaldini; ed i volumi di Gianni Sofri: Gandhi e Tolstoj, Il
Mulino (in collaborazione con Pier Cesare Bori); Gandhi in Italia, Il
Mulino; Gandhi e l'India, Giunti. Cfr. inoltre: Dennis Dalton, Gandhi, il
Mahatma. Il potere della nonviolenza, Ecig. Una importante testimonianza e'
quella di Vinoba, Gandhi, la via del maestro, Paoline. Per la bibliografia
cfr. anche Gabriele Rossi (a cura di), Mahatma Gandhi; materiali esistenti
nelle biblioteche di Bologna, Comune di Bologna. Altri libri particolarmente
utili disponibili in italiano sono quelli di Lanza del Vasto, William L.
Shirer, Ignatius Jesudasan, George Woodcock, Giorgio Borsa, Enrica Collotti
Pischel, Louis Fischer. Un'agile introduzione e' quella di Ernesto Balducci,
Gandhi, Edizioni cultura della pace. Una interessante sintesi e' quella di
Giulio Girardi, Riscoprire Gandhi, Anterem, Roma 1999; tra le piu' recenti
pubblicazioni segnaliamo le seguenti: Antonio Vigilante, Il pensiero
nonviolento. Una introduzione, Edizioni del Rosone, Foggia 2004; Mark
Juergensmeyer, Come Gandhi, Laterza, Roma-Bari 2004; Roberto Mancini,
L'amore politico, Cittadella, Assisi 2005; Enrico Peyretti, Esperimenti con
la verita'. Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini)
2005; Fulvio Cesare Manara, Una forza che da' vita. Ricominciare con Gandhi
in un'eta' di terrorismi, Unicopli, Milano 2006; Giuliano Pontara,
L'antibarbarie. La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo, Ega,
Torino 2006]

Se la nonviolenza e' la legge della nostra esistenza, il futuro e' delle
donne.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 183 del 28 settembre 2008

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