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Nonviolenza. Femminile plurale. 217



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 217 del 30 ottobre 2008

In questo numero:
1. Tiziana Bartolini intervista Anna Pramstrahler
2. Marinella Correggia: Conservatori
3. Marinella Correggia: Frutteti
4. Marinella Correggia: Foreste
5. Marinella Correggia: Clima
6. Francesca Lazzarato presenta "La piazza del Diamante" di Merce' Rodoreda
7. Edoarda Masi presenta "Talkin' China" di Angela Pascucci

1. INCONTRI. TIZIANA BARTOLINI INTERVISTA ANNA PRAMSTRAHLER
[Dal sito di "Noi donne" (www.noidonne.org) col titolo "I Centri
antiviolenza a rapporto... mondiale" e il sommario "Dall'8 all'11 settmbre
2008 in Canada si e' tenuto il primo Summit mondiale dei Centri
antiviolenza. Un'esperienza importante per l'Italia, rappresentata da Anna
Pramstrahler, della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna. La
sua intervista"]

Per l'Italia era presente Anna Pramstrahler, della Casa delle donne per non
subire violenza di Bologna, che insieme alle circa 800 operatrici
provenienti da 51 Paesi ha partecipato dall'8 all'11 settembre al Summit
mondiale dei Centri Antiviolenza (Alberta, Canada) per "reclamare con
un'unica voce, forte e chiara, una dura azione di contrasto che metta fine
alla violenza domestica e all'abuso nella vita delle donne". Davvero un
evento, visto che per la prima volta nella storia questa "epidemia globale"
e' occasione di una cosi' vasta organizzazione che intende "chiedere
giustizia per tutte le donne violate ed essere al loro fianco". Abbiamo
raccolto le riflessioni di Anna, appena tornata dal Canada.
*
- Tiziana Bartolini: Essere stata inviata come portavoce della Casa delle
donne per non subire violenza di Bologna, ma anche essere in Canada a
portare l'esperienza italiana dei Centri antiviolenza deve essere stata una
grande responsabilita'. Quali le tue impressioni a caldo?
- Anna Pramstrahler: Un bellissimo convegno. Tante donne e tante esperienze
provenienti da tutto il mondo: dai paesi ricchi, con oltre 30 anni di
esperienza, e donne arrivate dai cosiddetti "paesi in via di sviluppo". Le
delegate presenti erano tutte responsabili di Centri antiviolenza, non tanto
teoriche, ricercatrici o politiche, ma donne che hanno fondato e che
lavorano nei Centri, quindi molto vicine alla vita quotidiana delle donne
che subiscono violenza. Anche se eravamo molto diverse, dalle pakistane,
alle sudafricane, dalle donne del Burundi, a quelle dell'Honduras, alle
palestinesi e le israeliane, ci sentivamo unite in questa grande esperienza
vissuta insieme: aver costruito progetti concreti per le donne e aver
salvato tante, tante vite. Guai a chi, dopo un'esperienza come quella che ho
vissuto in Canada, dice che la violenza non e' un problema globale, simile
in tutti i paesi del mondo: ricchi e poveri, sviluppati, non sviluppati,
cattolici, musulmani, laici, hindu etc. Purtroppo e' la legge del potere
maschile che domina ovunque.
*
- Tiziana Bartolini: Queste donne del Canada come hanno avuto l'idea? A cosa
si sono ispirate per organizzare questo grande convegno?
- Anna Pramstrahler: Tutto e' nato due anni fa in Messico: il coordinamento
nazionale dei Centri antiviolenza del Messico, organismo autonomo,
femminista, ha organizzato un grande convegno invitando i Centri di tutti i
paesi del Sudamerica e Centroamerica. Un convegno enorme e un'esperienza
importantissima per tutti paesi latini. Le canadesi, invitate come ospiti,
con forza e determinazione hanno deciso che il prossimo convegno doveva
essere globale. Come ci ha raccontata Jan Reimer, che insieme ad altre 8-9
donne del Coordinamento delle Case delle donne dell'Alberta, ha lavorato al
progetto per due anni. Tutto volontariato, ma ce l'hanno fatta. Questo
convegno e' costato oltre 700.000 euro: una cifra enorme racimolata con una
raccolta di fondi che ha permesso di invitare le donne da nazioni che non
avrebbero avuto la possibilita' economica di arrivare in Canada.
*
- Tiziana Bartolini: Gli obiettivi dell'iniziativa (ricordiamolo, la prima
della storia) erano tanti: lo scambio delle esperienze e delle buone
pratiche, la creazione di alleanze internazionali. Quali risultati concreti
sono da rilevare?
- Anna Pramstrahler: Il risultato piu' evidente e' che un'esperienza nata
nel 1970-1972, in singole citta' da singole donne, si e' espansa in tutto il
mondo, condividendo approcci, metodologie e analisi molto simili. Un
movimento che e' cresciuto enormemente, nei Paesi del primo, secondo e terzo
mondo. Questo movimento, dopo 30 anni, ha avuto bisogno di un confronto e
vuole costruire alleanze per costruire una politica globale. Migliaia di
donne sono impegnate e vogliono far sentire la propria voce contro la
violenza alle donne. Proprio per questa forte motivazione politica, la sera,
dopo una lunga giornata di lavoro, le varie rappresentanti si sono
incontrate proprio per discutere come costruire questo movimento
internazionale di cui tutte sentiamo il bisogno. Volevamo cogliere
quest'occasione unica per tornare ciascuna nella propria realta' e collegare
quest'esperienza alle varie reti nazionali.
*
- Tiziana Bartolini: Il summit ha avuto un'attenzione alla dimensione
globale del fenomeno della violenza: la tratta, il traffico internazionale e
la realta' delle donne indigene. Anche su quel piano quali sono gli elementi
conoscitivi che hai riportato? Di quale utilita' per le attivita' dei Centri
in Italia?
- Anna Pramstrahler: Ho seguito tanti seminari fatti dalle donne indigene
americane, uno delle donne maori, di native dei paesi sudamericani. Il
problema della violenza domestica e' uguale in tutto il mondo. Ma si parlava
molto del rispetto delle diversita' culturali e delle tradizioni, che non
sono tutte contro le donne ma recuperano forza e vitalita' da culture ormai
sopraffatte da modelli predominanti.
*
- Tiziana Bartolini: Un focus interessante era quello dedicato agli uomini
impegnati contro la violenza. Ci sono iniziative in vista?
- Anna Pramstrahler: La prima giornata era dedicata agli uomini impegnati
contro la violenza, "uomini alleati". Sono ricercatori, operatori che fanno
educazione, fanno terapia ai maltrattatori e agli stupratori, politici
sensibili, insegnanti, e quelli impegnati nella campagna del Fiocco Bianco.
Interessantissima la relazione di Jackson Katz, educatore sopratutto
nell'ambiente sportivo e militare, un militante che combatte anche a livello
teorico la cultura del "macho" negli Stati Uniti.
*
- Tiziana Bartolini: Quali le differenze tra l'Italia e gli altri paesi?
- Anna Pramstrahler: Nella mia relazione ho sottolineato il forte legame tra
Centri antiviolenza e femminismo che in Italia esiste ancora. Non e' cosi'
ovunque. Molti paesi esteri finanziano le Case rifugio ma la gestione e'
variegata: fatta da donne di varie provenienza, da religiose o da enti
caritatevoli. Possiamo essere orgogliose del fatto che il nostro movimento
ha 20 anni e che abbiamo 100 Centri antiviolenza, ma siamo indietro: non
possiamo pronunciare la parola "risorse pubbliche", non possiamo parlare di
politiche di prevenzione, non possiamo parlare di leggi che sostengono i
Centri antiviolenza (anche se ho citato alcune leggi regionali che
garantiscono la loro sopravivenza), non possiamo parlare di interventi
efficaci delle forze dell'ordine, dell'approccio integrato in caso di
violenza domestica, delle reti locali contro la violenza. L'Italia in tutto
cio' e' molto, molto indietro. Alcuni Paesi in via di sviluppo hanno
progetti, iniziative e centri che fanno invidia. Mi sono sentita vicina al
Portogallo, alla Grecia o a certi paesi dell'Est. Mi riconoscevo piu' in
alcune relazioni fatte dalle donne del medio oriente anche per quanto
riportavano della mentalita' dei politici, preoccupati della loro
visibilita' e in realta' impegnati nell'obiettivo di rafforzare la famiglia
e le politiche familiari e non i Centri antiviolenza.
*
- Tiziana Bartolini: In conclusione, quali sono le strategie particolari che
possono contrastare efficacemente la violenza sulle donne?
- Anna Pramstrahler: Non e' possibile fare politiche contro la violenza alle
donne senza investir risorse. La buona volonta' da sola non basta, come non
bastano le leggi penali e civili se non c'e' un concreto sostegno delle
donne. Se non vengono creati luoghi degni di poter aiutare tutte le donne
che hanno bisogno, come facciamo a dire che stiamo facendo politiche
efficaci contro la violenza? Il Canada, con soli 30 milioni di abitanti, ha
430 Case rifugio. L'Italia con 60 milioni di abitanti ha 100 Centri
antiviolenza e 40 Case rifugio. Non solo mancano risorse economiche per
aprire altre strutture, quelle che esistono sono sempre sull'orlo della
chiusura per carenza di fondi. Manca un Piano d'azione contro la violenza
(domestica e sessuale), sono pochissime le strutture di pronto soccorso, le
forze dell'ordine e i tribunali non sono preparati adeguatamente e non
conoscono la gravita' della violenza domestica, non abbiamo programmi
specifici nelle scuole, non si fanno campagne nazionali di
sensibilizzazione. Potrei continuare... ma una cosa abbiamo in comune: tante
donne uccise a causa della violenza domestica, oltre 100 all'anno, ma non
esiste neppure una statistica di genere sul femminicidio in Italia. Il primo
provvedimento del nuovo governo per finanziare il taglio dell'Ici ha
tagliato 20 milioni di euro destinati a creare un osservatorio nazionale
sulla violenza alle donne e un piano d'azione nazionale. Queste due azioni
sarebbero state un buon inizio per creare politiche nazionali sulla violenza
in Italia, politiche che finora mancano totalmente.
*
Per ulteriori informazioni si veda il sito ufficiale dell'incontro:
www.womenshelter.ca

2. MONDO. MARINELLA CORREGGIA: CONSERVATORI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 28 ottobre 2008 col titolo "Conservatori
a Terra Madre"]

Incontro fra "conservatori" a Terra Madre 2008, il raduno biennale delle
comunita' del cibo organizzato da Slow Food e concluso ieri a Torino: Jose'
Lama Figueroa, ingegnere e promotore del "Proyecto comunitario conservacion
de alimentos" (www.alimentacioncomunitaria.org) a Cuba, discute
appassionatamente di eco-conserve domestiche con Sandor Ellis Khatz, degli
Stati Uniti - come definirlo? Esperto di deliziosi alimenti fermentati solo
con il sale, metodo crauti, "nutrienti e saporiti"; il suo sito si chiama
www.wildfermentation.com. Fra loro interviene entusiasta Wayne Atchinson,
che in Gran Bretagna ha lavorato sui mercati degli agricoltori ("farmers'
markets"): "Ma e' un'idea ottima per recuperare dai mercati gli ortaggi un
po' avvizziti alla fine della mattinata; altrimenti si butterebbero".
Conservatori, appunto. Da oltre dieci anni Jose' Lama e la chimica Vilda
Figueroa, ora aiutati dal ventenne Yeikel Santos Perez promotore del
"Proyecto comunitario vida sana - aire puro", organizzano corsi e mostre,
scrivono articoli, tengono trasmissioni alla radio e alla tv di Cuba per
insegnare alle famiglie la "conservazione semplice e naturale di ortaggi,
frutti, erbe aromatiche e piante medicinali". Economicita', risparmio di
energia fossile, sicurezza alimentare, diversificazione dei cibi, risparmio
familiare e nazionale di risorse alimentari sono i principi guida dei loro
metodi che utilizzano sole, aceto, sale e talvolta il bagnomaria. Il
pluripremiato Proyecto orgogliosamente ha tenuto 14 laboratori all'estero,
perfino in Gran Bretagna ma soprattutto in paesi latinoamericani come
Venezuela, Ecuador, Colombia, Caraibi, Cile: un'altra forma di cooperazione
Sud-Sud.
Anche in diversi paesi africani si assiste a un recupero e valorizzazione
dell'essiccazione solare. Conservare gli alimenti diventa cruciale per la
sopravvivenza e la salute nei climi dove frutta e ortaggi e frutti freschi
sono disponibili solo pochi mesi all'anno e magari in quantita' non
consumabili. Lavora in diversi villaggi del Mali il progetto Akadi, cioe'
"e' buono" in lingua berbara. La signora Urukiatu Samake', animatrice nel
progetto sostenuto dal microcredito, mostra sacchetti con pomodori, manghi,
foglie di cipolla, foglie di ortica, cavoli, fiori di ibisco, papaie
perfettamente conservati e spiega che "milleduecento produttrici, formate in
ventiquattro villaggi, danno cibo sano con tutte le vitamine del fresco a
trentamila persone per tutto l'anno". L'essiccatore, prodotto da un maliano,
e' un modello migliorato e piu' igienico rispetto alle tradizionali stuoie
stese al sole. Gli essiccatori in dotazione in ogni villaggio sono usati
dalle donne a rotazione. Una parte del prodotto serve per l'autoconsumo
familiare, il resto viene acquistato da Akadi per la vendita anche in
citta'.
Maestri di essiccazione solare sono alcuni paesi a clima secco. Ne e'
esempio il dolcetto ecoperfetto esposto a Terra madre da un presidio di Slow
Food dell'Uzbekistan, quello delle mandorle di varieta' antiche di
Bostanlyk: una mandorla infilata in un'albicocca morbidamente essiccata al
sole.
Le ecoconserve domestiche con sole, sale o aceto sono fra i metodi di
conservazione del futuro anche nei climi piu' miti come l'Italia. La
trasformazione domestica evita l'acquisto di fuori stagione per sfizio;
sostituisce con la produzione diretta (e facile con alcune precauzioni) una
lunga trafila di trasformazioni industriali, cosi' come l'energivora filiera
del freddo; permette di riciclare i barattoli di vetro prevenendo il
proliferare di scatolame usa e getta; rende disponibili a poco prezzo
alimenti gustosi e senza chimica altrimenti costosi.

3. MONDO. MARINELLA CORREGGIA: FRUTTETI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 25 ottobre 2008 col titolo "Frutteto
afghano"]

Guerra. Siccita'. Fame. Cambiamenti climatici. Una corona di tragedie cinge
lo strategico Afghanistan: la guerra da decenni impedisce di migliorare i
sistemi di irrigazione e distribuzione idrica, aggravando l'effetto della
siccita', aumentata anche a causa del caos climatico mondiale che mettera'
alla prova i ghiacciai da cui ha origine l'acqua in questo paese dalle
scarse piogge, dove meno piove e piu' aumenta la penuria alimentare e il
costo degli alimenti. In certi villaggi mangiano il fieno. Eppure non e'
farneticante immaginare buona parte dell'Afghanistan rigogliosa di frutteti,
una successione di alberi longevi e portatori di cibi fra i piu' nutrienti e
adatti al futuro: la vitaminica frutta essiccata, la proteica frutta in
guscio.
C'era una volta e in buona parte c'e' ancora - ma fino a quando? - fra le
province orientali di Herat e Baghdis e al confine con il Turkmenistan, una
stupefacente foresta di pistacchi su terre statali. Ce la fa sognare Naser
Jami, di Herat, partecipante a Terra madre: "Ben 90.000 ettari di soli
alberi di pistacchi, e ce ne sono 300.000, di ettari, se si considera tutto
il nostro paese. L'albero che lo produce e' adatto a climi secchi, non ha
bisogno di nulla. Il pistacchio e' raccolto da oltre 500 anni, e' afghano di
origine. Oltre a nutrire a livello locale, potrebbe dare un buon reddito
anche con l'export a chi raccoglie ma... molte piante diventano legna da
ardere vista la penuria energetica, e poi nella raccolta sono coinvolti
caporali e ingiustizie. Ma di recente sono nate due cooperative di
raccoglitori; dovrebbero essere sostenute". La foresta di pistacchi
sopravvivera' alla guerra?
Herat e' il paradisso dell'uvetta piu' buona del mondo. Fino alla fine degli
anni '70 l'abjosh era il principale prodotto agricolo del paese e con le sue
120 varieta' copriva il 60% del mercato mondiale. Particolarissima la
tecnica di coltivazione - in profonde trincee - adatta alle condizioni
pedoclimatiche; cosi' come le bellissime "case" (kishmish) per essiccare il
prodotto. Viene in mente l'Iraq, primo produttore mondiale di datteri fino
al 1990. E adesso? "Adesso", dice Naser, figlio di un anziano produttore e
referente del presidio Slow Food dell'abjosh "esportiamo ancora verso India
(che poi trasforma, confeziona e secondo me rivende all'estero sotto altro
nome), Russia, Iran. Ma temo che da qui a due anni, se non si sviluppano
tecniche di trasformazione che rispondano alle richieste delle
certificazioni internazionali, questo mercato si chiudera'". Il commercio
equo potrebbe avere un ruolo, come ce l'ha il presidio di Slow Food che
lavora con l'universita' di Herat e il Progetto internazionale per la
frutticoltura Phdp di Kabul.
Il clima delle regioni centrali del paese e' molto adatto all'albero di
albicocco. Altra ex-eccellenza afghana le albicocche fresche ed essiccate al
sole con varie tecniche. Importanti nell'autoconsumo interno e locale,
ricche come sono di vitamine A e C, e ferro, fosforo e magnesio. Anche il
mercato interno e' consolidato, e continuano le esportazioni verso India e
Pakistan soprattutto. Hedayatullah, produttore e anch'egli collaboratore del
progetto Phdp, spiega pero' che "si potrebbero coltivare piu' superfici e
con migliori rese, ma la siccita' colpisce duramente, cosi' come l'assenza
di sistemi di irrigazione".

4. MONDO. MARINELLA CORREGGIA: FORESTE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 21 marzo 2008 col titolo "Non devastate
le foreste asiatiche"]

Le solite triangolazioni mortali fra paesi che svendono la propria natura,
altri che la acquistano per farne merci (piu' che beni, le chiameremmo mali)
e altri ancora che queste merci/mali importano e consumano. Ad esempio il
Vietnam sta acquistando enormi quantita' di legname illegalmente abbattuto
in Laos, in cui rimane una delle maggiori foreste tropicali del Sud-est
asiatico e che pure ha vietato l'esportazione di tronchi e legno segato. Che
se ne fa il Vietnam? Mobili a basso costo per i consumatori statunitensi ed
europei, ai quali vende dieci volte di piu' che nel 2000. Principali
destinatari gli Usa. Sin dal 1990 il Vietnam protegge le proprie foreste; ma
parallelamente ha anche incoraggiato la produzione di mobili per l'export.
Il traffico e' documentato da un rapporto e un video dell'organizzazione
inglese Environmental Investigation Agency (Eia) specializzata in inchieste
contro i crimini ambientali, con l'indonesiana Telapak. Ogni anno oltre 17
milioni di piedi cubi - un piede e' pari a 0,02832 metri cubi - di tronchi
sarebbero contrabbandati con falsi documenti e fior di mance. Il Laos non e'
saccheggiato solo dal Vietnam ma anche dalla Tahilandia. Chi ci guadagna?
Corrotti ad alto livello, in entrambi i paesi, e commercianti thailandesi e
di Singapore. Le comunita' rurali povere laotiane sicuramente non ne
traggono beneficio, anzi; per loro la foresta e' fonte di molte materie
prime.
L'Eia e' chiara nell'additare i responsabili finali: i mercati consumatori
in prevalenza occidentali che importano prodotti fatti con legno rubato.
L'impegno finora e' stato piu' sulla carta che reale: un investigatore di
Eia fingendosi acquirente ha verificato che un buon numero di compagnie
operanti in Gran Bretagna non avevano preso le misure necessarie per
assicurare il blocco del legno illegale. L'Unione Europea nel 2003 ha
sviluppato l'iniziativa chiamata Forest Law Enforcement, Governance and
Trade (Flegt), destinata a creare con i paesi produttori di legname degli
accordi di partenariato volontari (Vpa) per un sistema di certificazioni.
Ma, spiega l'Eia, il sistema e' centrato sulle spedizioni dirette da un
paese; gli sfugge il fatto che il legname non lavorato puo' passare
attraverso diversi paesi. Inoltre i prodotti finali come i mobili non sono
compresi nelle liste delle categorie da controllare.
Secondo la "Far Eastern Economic Review" di marzo, i principali responsabili
di un commercio illegale di legname che continua a devastare le foreste
asiatiche malgrado dichiarazioni strappacuore sono Indonesia, Birmania,
Cambogia e Russia, con Cina e Giappone come taciti fiancheggiatori perche'
mercati di sbocco. Certo si tratta di un'attivita' vantaggiosa: evita di
pagare le tasse. A causa del commercio illegale di legname le finanze dei
paesi poveri perdono in mancate tasse almeno 15 miliardi di dollari
all'anno: il 25% di quanto trasferito a titolo di aiuto allo sviluppo.
In Indonesia e' illegale il 50% delle operazioni di taglio; la' scompaiono
ogni anno due milioni di ettari di foresta e la biodiversita' in essi
contenuta: 300 campi di calcio all'ora... Eia e Telapak hanno scoperto un
business fiorente: tronchi di Papua Occidentale spediti nel porto cinese di
Zhangjiagang vicino a Shangai, dove molti complici li "ripulivano" con
documenti falsi della Malaysia. Meta' dei 173 milioni di metri cubi di
legname lavorati in Cina sono importati; per l'Eia quel paese e' il
principale compratore di legno illegale al mondo.
Qualcosa si muove, a livello di governi e perfino di compagnie. Accordi
bilaterali, impegni volontari. Ma il deterrente piu' efficace sarebbe un
serio meccanismo di sanzioni pesanti, pecuniarie e carcerarie. In Gran
Bretagna i manager di banche che prestano denaro a compagnie che conducono
attivita' illegali rischiano lunghi soggiorni carcerari.
E poi Usa e Giappone, i paesi piu' influenti in Asia, dovrebbero darsi da
fare nei controlli. Ma non lo fanno.

5. MONDO. MARINELLA CORREGGIA: CLIMA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 20 marzo 2008, col titolo "Caos
climatico, si adatteranno da soli?"]

Nicaragua occidentale: molti villaggi usavano il fiume come mezzo di
trasporto; adesso e' troppo basso per poterlo navigare, cosi' beni di
primaria importanza non arrivano piu'. Essendosi ridotta e tal punto,
l'acqua e' anche diventata un concentrato di inquinanti, il che aumenta il
rischio di colera e altre malattie. Il Bangladesh invece annega. Il previsto
innalzamento del livello del mare arrivera' a sommergere 22.000 chilometri
quadrati di terra, facendo sloggiare almeno 17 milioni di persone, il 15%
della popolazione. Per non dire degli abitanti di Tuvalu, le basse isole del
Pacifico che nei prossimi decenni spariranno sott'acqua in gran parte; un
fotografo giapponese sta facendo il ritratto di 10.000 tuvalesi per mostrare
agli occhi del mondo chi maggiormente subira' le conseguenze senza averne le
colpe. Dove andranno questi rifugiati del clima, calcolabili in decine di
milioni anche se da oggi il mondo rinsavisse? Ad esempio l'Australia non ha
accettato il reinsediamento di 12.000 tuvaliani e la Nuova Zelanda ne
accetta a malapena 75 all'anno, nelle quote di immigrazione.
Ma tante persone dovranno fuggire anche dal Sahel africano e da molti altri
luoghi, sempre piu' inabitabili. La vera e propria crisi, secondo
l'Institute for Environmental Studies dell'Universita' di Vrije (Amsterdam)
arrivera' nel 2030-2040; ma se non ci si prepara fin d'ora, saranno
tendopoli immense e violenze a quel punto incontrollabili. Alcuni paesi,
particolarmente a rischio, chiedono un riconoscimento internazionale delle
migrazioni provocate da fattori ambientali e dei senzapatria resi tali dal
clima.
Intanto l'organizzazione ecologista internazionale "International Union for
the Conservation of Nature" (Iucn) ha pubblicato il rapporto "Indigenous and
Traditional Peoples and Climate Change" (Popoli indigeni e tradizionali e
cambiamenti climatici, nel sito http://cmsdata.iucn.org), il primo studio
globale sugli effetti del caos climatico sulle popolazioni indigene. Quelle
che da sempre vivono in genere sul filo del rasoio e adesso sono piu'
vulnerabili di altre, dipendendo al massimo grado dagli ecosistemi naturali,
occupando in genere terre marginali, e mancando spesso di rappresentanti
politici nelle istituzioni. Il rapporto identifica le aree e le popolazioni
maggiormente minacciate e pero' sottolinea che gli indigeni non sono solo
vittime: sono stati capaci di adattarsi all'ambiente e a eventi naturali
estremi per migliaia di anni in modo creativo, per cui chi elabora le
politiche climatiche dovrebbe imparare dalla loro esperienza, incorporandola
nelle strategie di adattamento. Il metodo agricolo tradizionale Quezungal,
in America Centrale, ad esempio, prevede che si seminino le colture sotto
gli alberi cosi' le radici ancorano il suolo e riducono la perdita di
raccolti in caso di uragani. Durante gli anni di piogge particolarmente
scarse, nell'Africa del nord si proibisce il pascolo itinerante. In molte
civilta' agricole la raccolta e la circolazione dell''acqua avviene tramite
canali sotterranei cosi' da impedire l'evaporazione. E via inventando.
Ma si parla di un altro mondo. Come spiega un articolo dell'"International
Herald Tribune", l'industria e i politici occidentali sembrano preferire
soluzioni ad alto costo (oltre a credere molto in quel gioco di carte che e'
spesso il commercio delle quote di emissione); ignorando chi, soprattutto
nei paesi impoveriti, gia' subisce gli effetti del caos climatico. Insomma,
l'adattamento da parte dei poveri non ottiene abbastanza attenzione; si
punta alla mitigazione per via tecnologica e "commerciale". I poveri sono
lasciati in un certo senso ad adattarsi da soli. Occorrerebbero, secondo lo
Iucn, idee di tecnologie pulite ma a basso costo, e non milioni di dollari
nella tecnologia di punta. Ci sarebbe un ritorno in termini di salvataggio
delle vite umane e preservazione di specie e culture in pericolo, anziche'
un buon ritorno finanziario in opzioni sul carbonio.

6. LIBRI. FRANCESCA LAZZARATO PRESENTA "LA PIAZZA DEL DIAMANTE" DI MERCE'
RODOREDA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 26 ottobre 2008 col titolo "Eroine
fragili e risolute nella cupa 'posguerra'" e il sommario "Anniversari. Il
centenario della catalana Merce' Rodoreda"]

I lettori italiani la conoscono poco, anzi pochissimo, perche' la maggior
parte dei suoi libri, editi a suo tempo da Mondadori e Giunti, e soprattutto
da La Tartaruga e Bollati Boringhieri, sono ormai introvabili e non hanno
mai raggiunto un pubblico realmente vasto, restando nascosti tra le pieghe
di una editoria di nicchia, nonostante (o forse a causa di) un altissimo
livello letterario. Certo Merce' Rodoreda, nata a Barcellona nel 1908 e
scomparsa nel 1983, non e' una scrittrice facilmente "consumabile", ma
chiunque abbia letto Via delle camelie (La Tartaruga, 1991), La morte e la
primavera (Sellerio, 2005) o Il giardino sul mare (La Tartaruga, 1990) non
avra' dimenticato la sua straordinaria, quasi provocatoria modernita' e la
scrittura avvolgente e sempre rinnovata che passa dal realismo "parlato" del
suo romanzo piu' noto, La piazza del Diamante, che le diede la fama, alla
molteplicita' di voci e alla raffinata rielaborazione degli ingredienti
tipici del feuilleton, inseriti nell'audace struttura dello Specchio rotto
(Bollati Boringhieri, 1992), forse la sua opera piu' ambiziosa e complessa.
Una nuova occasione di avvicinarsi a un'autrice cosi' fuori del comune anche
in un panorama ricco e vitale come quello della letteratura catalana
contemporanea, ce la offre adesso il centenario della nascita che, celebrato
in Spagna con mille iniziative (spettacoli teatrali, letture pubbliche,
mostre, pellegrinaggi nei luoghi della sua vita), prevede anche la
contemporanea pubblicazione in vari paesi della Piazza del Diamante,
definito da Garcia Marquez "il piu' bel romanzo pubblicato in Spagna dopo la
guerra civile". A riproporlo in Italia e' La Nuova Frontiera, che ha
affidato a Giuseppe Tavani la traduzione (la terza nella nostra lingua, dopo
quelle di Giuseppe Cintioli e di Anna Maria Saludes, che moltissimo ha fatto
per diffondere l'opera della scrittrice catalana in Italia), corredandola di
una nota di Sandra Cisneros, arrivata alla lettura della Rodoreda grazie
alla duplice "raccomandazione" di Garcia Marquez e di un posteggiatore
d'auto messicano dagli ottimi gusti letterari.
Come molti altri, anche la Cisneros ha cercato di ritrovare nella Barcellona
di oggi le tracce dell'autrice, cresciuta nel quartiere San Gervasi in una
famiglia borghese che adorava il teatro e la musica e che la ritiro' assai
presto dalla scuola perche' stesse vicina al nonno ammalato. E, come hanno
fatto quest'anno i lettori barcellonesi nel corso di visite accompagnate da
letture ad alta voce, anche la scrittrice messicana ha rintracciato uno dopo
l'altro i luoghi narrati nei romanzi della Rodoreda, trovandoli
inesorabilmente stravolti dal tempo.
Il modo migliore di compiere un simile percorso resta percio' quello di
seguire pagina dopo pagina i passi di Natalia, protagonista della Piazza del
Diamante, che il fidanzato e poi marito Quimet chiama Colometa (ossia
Colombetta). E' attraverso i suoi occhi e la sua voce che l'autrice ci
presenta il barrio de Gracia e le strade della vecchia Barcellona tra la
fine degli anni '20 e l'inizio degli anni '50: una citta' dapprima gioiosa
in cui la Colombetta, tutta vestita di bianco con scarpe bianche "come un
sorso di latte", danza nella piazza sotto le ghirlande di carta, ma che poi
si fa ben piu' cupa, per arrivare al grigio della desolazione e della fame
di un tragico dopoguerra.
La piazza del Diamante, romanzo in cui la Rodoreda si cimenta in un
abilissimo uso del flusso di coscienza, ruota dunque attorno a un grande
ritratto al femminile, quello di una ragazza del popolo come tante, modesta
commessa di pasticceria pronta ad accogliere e quasi a subire l'amore
prepotente e un po' smargiasso del suo Quimet e a trasformarsi prima in una
moglie sottomessa che lavora come domestica in casa di signori, e poi in una
madre travolta dalla guerra civile che la priva di tutto, inghiottendo il
suo uomo, gli amici, ogni piu' piccola speranza.
Grazie a lei, la Colombetta, penetriamo in una citta' devastata e nel livido
silenzio della Spagna postbellica, cui la Rodoreda scampo' rifugiandosi in
Francia con altri intellettuali repubblicani (tra i quali Armand Obiols, cui
si uni' dopo aver lasciato un marito-zio, fratello maggiore della madre), ma
solo per vivere nella desolazione, cucendo instancabilmente per mantenere se
stessa e il suo compagno, e incapace per lungo tempo di scrivere perche' il
dolorosissimo esilio, il rapporto difficile con il pavido e amatissimo
Obiols, la miseria, la lontananza dalla propria lingua ne avevano fatto "una
superstite".
Le lettere all'amica Anna Muria (raccolte in Un vestito nero con paillettes,
Rosellina Archinto, 1992) testimoniano di una disperazione che molti anni
dopo si trasformera' nel rifiuto del contatto con quanti le ricordano quella
vita e quei tempi. Finche', a Ginevra, nascono nel 1958 i Vint-i-dos contes
(Colpo di luna, Bollati Boringhieri, 1993), che preludono a La piazza del
Diamante, scritto nel '62. Come la protagonista del suo romanzo, Merce'
Rodoreda ce l'ha fatta. Se Colometa, pronta ad uccidersi insieme ai suoi
bambini ridotti pelle e ossa, viene salvata infine da un incontro insperato,
a salvare Merce' e' il rinnovato incontro con la scrittura. Quando rientra
in Spagna, nei primi anni '70, e' ormai famosa e le sue opere piu'
importanti sono state scritte. Si ritira in un paesetto sul mare, Romanya'
de la Selva, dove scrivera' ancora, ma soprattutto si dedichera' alla cosa
che piu' la appassiona, coltivare il suo giardino.
La Colometa e' lontana eppure e' sempre li', come gli altri suoi personaggi
femminili, le sue protagoniste fragili ma decise a sopravvivere, seduttive e
tradite, lasciate perpetuamente sole da uomini deboli e ambigui che le
intrappolano in relazioni senza uscita. Uomini del tutto innecessari e
inutili, ma cosi' sfuggenti da diventare indispensabili. E dietro di loro,
dietro l'infinito passo a due di coppie che sanno solo rendersi infelici, la
Catalogna e Barcellona a far da sfondo, protagoniste quanto e piu' dei
personaggi disegnati con tale penetrazione e acume da far definire la loro
creatrice una Virginia Woolf mediterranea. Ma, a differenza di Virginia,
Merce' poteva dire di se stessa: "Ho sempre vissuto pericolosamente",
scommettendo senza esitazioni sulla realta', sulla politica e sull'amore.

7. LIBRI. EDOARDA MASI PRESENTA "TALKIN' CHINA" DI ANGELA PASCUCCI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 27 febbraio 2008 col titolo "Paradigmi in
salsa cinese", il sommario "Cina. Che succede nell'immenso paese orientale?
Una chiave di lettura. La Cina di oggi e i suoi mille conflitti. Una partita
tutta aperta ed esplosiva. Talkin' China, l'ultimo libro di Angela Pascucci,
tra 'l'Oriente rosso' che c'era e le contraddizioni del nuovo capitalismo" e
la nota redazionale "I protagonisti. Contadini, intellettuali, migranti,
artisti si raccontano. Talkin' China racconta la Cina di oggi dando la
parola ai cinesi stessi. Ne esce una galleria di ritratti di vita dove le
voci si intrecciano e si contrappongono in una varieta' di situazioni e
aspettative verso il futuro assai diverse e pure coesistenti. In un paese
che ormai da trenta anni vive una transizione cosi' rapida e radicale da non
avere precedenti nella storia dell'umanita'. L'intento e' sfuggire alla
tenaglia delle opposte vulgate, 'Cina minaccia, Cina meravigliosa
opportunita'', che accecano e illuminano. Con il medesimo risultato di non
vedere le dinamiche sconvolgenti e complesse in atto, che ormai tutti ci
riguardano. In appendice, un'ampia cronologia dei tre decenni di denghismo
che fa da sfondo e unisce queste vite tanto diverse"]

Talkin' China di Angela Pascucci, prefazione di Wang Hui, Manifestolibri,
Roma 2008, 14 euro.
*
"Chi cerca di vedere la Cina da dentro per leggere le dinamiche e le
correnti piu' profonde che attraversano una parte cosi' grande di umanita'
spinta a cambiare la percezione della propria individualita' come mai prima,
vede spesso profilarsi l'immagine di un Proteo, le cui forme mutevoli e
ambigue interrogano ormai le stesse categorie di lettura e interpretazione
del 'nostro' presente: democrazia, liberta', capitalismo, socialismo,
welfare, diritti umani, stato, societa'".
Queste parole si leggono nella conclusione di Angela Pascucci alla sua bella
inchiesta condotta in Cina tra il 2006 e il 2007 quando, muovendosi da
Pechino a Shanghai allo Yunnan, intervista persone di strati sociali e
orientamenti diversi: dai grandi intellettuali, indipendenti e non, alla
piu' nota manager di successo, dai contadini che tentano di ricominciare a
formare le cooperative alle donne in gravi difficolta' economiche, fino ai
nuovi gruppi di opposizione e agli individui (avvocati, giornalisti) che
cercano con coraggioso e gratuito impegno di aiutare a far valere i propri
diritti quanti subiscono soprusi - soprattutto contadini e contadini
immigrati in citta'. Il quadro che ne esce e' vivacissimo, ricco e
contraddittorio, come sanno i lettori del "Manifesto", che ne hanno gia'
letto qualcosa sul giornale. E piu' di certi studi accademici (come
indirettamente suggerisce Wang Hui nella sua prefazione al libro di Angela)
ci avvicinano alla realta'. Non solo alla realta' della Cina ma a quanto la
Cina ha in comune oggi con i nostri paesi europei - dei quali pure sarebbe
difficile tracciare linee di interessi e opinioni non solo omogenee ma
almeno ben definite, e soprattutto la strada che si sta percorrendo.
Le condizioni di vita qui rappresentate - quelle di una societa'
schizofrenica, che da un perseguito e sia pur tendenziale ugualitarismo e'
passata in pochi decenni al massimo di frattura fra i diversi livelli di
reddito e di condizioni di vita - per un verso riproducono, nelle linee
fondamentali, quanto gia' conosciamo a casa nostra (la Milano, per esempio,
dei molti ricchi-consumisti e dei moltissimi miserabili). Dove chi non e'
superficiale o accecato vede pure annullarsi il senso di quelle parole:
democrazia, liberta', capitalismo, socialismo, welfare, diritti umani,
stato, societa'. Non occorre allontanarsi dai nostri confini per
sperimentare come la diffusione di democrazia e liberta' possa significare
invasione economica e militare di territori altrui; le nozioni di
capitalismo, socialismo, interessi di classe siano sostituite da concetti
vacui come totalitarismo, "stati canaglia", "il nuovo"; la violazione dei
"diritti umani", in un mondo in cui nessuno ne e' immune, sia un facile
pretesto da parte dei piu' forti per trovare pubblico consenso
all'aggressione; la "comunita' internazionale" sia la nuova designazione del
club delle potenze maggiori; la resistenza dei popoli contro lo straniero
venga confusa col terrorismo; le guerre coloniali vengano chiamate "missioni
umanitarie"; l'occupazione dello stato da parte dei potentati economici
passi per liberta' (degli individui) e sia contrabbandata per "meno stato".
Dovunque il medesimo processo di distruzione e' in corso - delle nazioni,
delle persone, delle cose e dell'intelligenza delle cose - senza che ancora
appaia l'inizio di una nuova strada per liberarsi del mostro, che si
presenta inafferrabile.
Allora in Cina ha avuto la meglio la colonizzazione - da cui era stata
colpita ma a cui pure aveva resistito per secoli, fino alla liberazione nel
1949 - e non sapra' dirci piu' niente di diverso da quanto gia' sappiamo?
Fino a quando si e' guardato all'Asia dal presupposto della superiorita'
europea e affetti dal vizio che Edward Said ha chiamato "orientalismo",
qualsiasi strada alternativa allo sviluppo capitalistico percorsa da un
paese asiatico veniva qualificata come mancanza o arretratezza. Anche Carlo
Marx considero' la colonizzazione inglese dell'India, sotto questo profilo,
un fattore di progresso, via alla penetrazione di contraddizioni piu'
evolute - che quindi avrebbero consentito anche una lotta di classe piu'
avanzata. Perfino in alcuni testi storiografici cinesi degli anni Cinquanta
si interpretava la sofisticata economia mercantile e monetaria in alcune
province cinesi nel tardo medioevo (grande manifattura, commercio
internazionale, esteso sistema bancario, lettere di credito, cartamoneta...)
come indice di "germi del capitalismo", (purtroppo) non sviluppatisi a causa
del sistema politico dispotico, che avrebbe posto freni alla liberta' e al
progresso. Si trattava di storici culturalmente colonizzati dal marxismo
sovietico, che si ponevano anche contro l'ipotesi di Mao Zedong: non
"superare" il capitalismo, ma evitarlo. Del resto, non potevano ignorare che
in Cina il preminente potere politico dello stato, per quanto dispotico, nel
porre freni alla crescita del potere economico privato aveva ripetutamente
tutelato la classe lavoratrice fondamentale - i contadini. Della
contraddizione fra liberta' economica privata e liberta' politica piu'
benessere popolare i teorici e i grandi politici cinesi furono consapevoli
fin dall'antichita' (vedi, per esempio, la Discussione sul sale e sul ferro
(74-49 a.C.), resoconto di un dibattito dell'anno 81 a.C. pro o contro i
monopoli di stato; per non parlare del grande conflitto intorno alla "nuova
legge", cioe' al programma di riforme stataliste a favore degli strati
popolari promosso nell'XI secolo dal grande statista Wang Anshi).
L'evoluzione dell'economia non e' assente nella storia della Cina, a volte
con profondi strappi, come quando il dominio mongolo porto' in primo piano
il commercio e la classe dei mercanti, umiliando i letterati; e non sono
assenti le imprese militari, anche di conquista. Tuttavia la linea
dominante - durante le maggiori dinastie, quando la classe letterata ha
detenuto il potere - e' stata la preminenza della politica, e dello stato
gestore della politica, sulla sfera economica e su quella militare. Questo
orientamento di fondo ha costituito nei secoli una difesa potente contro le
spinte distruttive di ogni tipo, esterne e interne. Ha finito col coincidere
con la difesa di una civilta'. Non si tratta di cosa del passato, continua
nel nostro secolo e nella Repubblica popolare. Il partito-stato, o
stato-partito, proprio del "socialismo reale" e' intollerabile per i piu'
liberi fra gli intellettuali cinesi di oggi, interrogati da Angela Pascucci.
Tuttavia per molti di essi (se si escludono i piu' occidentalizzati, quelli
fiduciosi che in Europa o negli Usa oggi il pluripartitismo e il sistema
parlamentare equivalgano alla democrazia) il modo stesso di concepire
l'unita' del paese e il perseguimento del suo interesse, non disgiunto dalla
necessaria difesa degli strati piu' deboli - la grande maggioranza della
popolazione - presuppone una politica forte, che si incarni nelle
istituzioni pubbliche e governi l'economia. La stessa concezione ritroviamo,
implicita, nella gente del popolo, anche quando e' sfiduciata e non aspira
piu' a niente, se non a trovare il modo di sopravvivere. "Oggi si pensa solo
al denaro": e' affermato da tutti, ma come un dato negativo: salvo che dalla
grande manager sino-americana.
Ma la sfida di oggi non e' quella del passato. Il modo di vivere e di
pensare del privato imprenditore (la grande manager ma anche il piccolo
affarista) e del pubblico consumista ha conquistato le citta'; il capitale
straniero agisce (legalmente e illegalmente) anche attraverso le istituzioni
cinesi, specialmente quelle provinciali. Fino a oggi non solo la Cina, ma il
mondo intero non ha conosciuto una cosi' potente capacita' distruttiva. Gli
stessi gestori centrali della politica sembrano consentire alle nuove leggi
che impongono di servire l'economia - cioe' i potentati economici e
finanziari, il capitale globale. Lo stato non puo' essere piu' oggi, neppure
in Cina, il libero gestore della politica e il garante degli interessi
popolari. La contraddizione e' interna ed estrema.
Da quanto ci dicono i cinesi di ogni condizione, anche nelle diverse
risposte dirette e indirette fornite in questo volume, oltre che dalla
ambiguita' dei suoi dirigenti e da tanti altri segnali, inclusi quelli che
vengono dalla produzione letteraria in prosa e in versi, possiamo affermare
che la consapevolezza critica e, d'altra parte, la forza della protesta
popolare sono ben presenti. Non e' possibile fare previsioni, se non forse
questa: la partita non e' chiusa e si gioca in Cina piu' che in ogni altro
luogo.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 217 del 30 ottobre 2008

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