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Minime. 653



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 653 del 28 novembre 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Due terrorismi, che sono uno
2. Una campagna contro il commercio delle armi
3. Giobbe Santabarbara: L'argomento del "popolo deicida" e il preside in
camicia nera
4. Ida Dominijanni: Dopo la strage
5. Gustavo Zagrebelsky: Alla base della democrazia l'uguaglianza
6. Alcune iniziative ambientaliste in Veneto
7. L'agenda "Giorni nonviolenti 2009"
8. L'Agenda dell'antimafia 2009
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. DUE TERRORISMI, CHE SONO UNO

L'orrore delle stragi scatenate dai gruppi terroristi.
E l'orrore delle stragi scatenate dagli stati terroristi.
Ed ambedue tu devi contrastare, gli attentati e le guerre.
Scegliere occorre l'opposizione a tutte le uccisioni.
Scegliere occorre il disarmo, la smilitarizzazione dei conflitti, la
solidarieta' che ogni essere umano raggiunge, il riconoscimento di tutti i
diritti umani a tutti gli esseri umani.
Scegliere occorre la nonviolenza.

2. PROPOSTE. UNA CAMPAGNA CONTRO IL COMMERCIO DELLE ARMI

Una cosa che servirebbe davvero, poiche' salverebbe tante vite umane,
sarebbe una campagna contro il commercio delle armi. Con la prospettiva di
disarmare tutti. A cominciare dal possesso privato delle armi da fuoco.
Non e' un'idea nuova, ma un'idea grande si'. E non e' un'idea "utopica", ma
concreta e ragionevole. Infatti in Brasile alcuni anni fa una campagna cosi'
fu condotta, e mise capo finanche ad un referendum con cui si proponeva un
intervento legislativo che proibisse il commercio delle armi.
Quel referendum fu perso, e fu una sconfitta per l'umanita'. Ma averlo
proposto ed aver condotto una vastissima mobilitazione popolare per questo
obiettivo di civilta' fu per l'umanita' comunque una vittoria, l'inizio di
una lotta che dovra' pur riuscire vittoriosa se l'umanita' avra' un futuro,
un futuro umano. E quella proposta dovra' essere nuovamente e nuovamente
formulata, e quella lotta condotta, ovunque, fino a cominciare davvero il
disarmo da qualche parte del mondo.
*
Certo, se si addivenisse alla proibizione del commercio delle armi da fuoco,
non per questo cesserebbero di colpo le aggressioni, i ferimenti, gli
omicidi, ma sarebbe piu' difficile eseguirli. E non sarebbe piccola cosa.
Molte vite si salverebbero. Vite umane.
E naturalmente anche vite di altri animali, oggi uccisi dalla sciagurata
insensata pratica della caccia, che soprattutto di armi da fuoco si serve
(ed anche la caccia andrebbe abolita, qualunque persona ragionevole lo
capisce).
Meno armi, una vita piu' sicura.
Meno armi, meno uccisioni.
Meno armi, piu' umanita'.
*
Ci sembra che sarebbe opportuno avviare una campagna oggi qui in Italia con
questo obiettivo: abolire il commercio di armi da fuoco, proibire la
detenzione di armi da fuoco, distruggere le armi da fuoco attualmente in
circolazione (in Brasile nel corso della campagna si dava un rimborso a
chiunque consegnava un'arma alle autorita' per distruggerla).
Cominciamo almeno a porre la questione.

3. CRONACA VERA. GIOBBE SANTABARBARA: L'ARGOMENTO DEL "POPOLO DEICIDA" E IL
PRESIDE IN CAMICIA NERA

Il 25 gennaio 2008 il liceo scientifico di Ita ha celebrato, come ogni anno
da quando e' stata istituita, la giornata della memoria della Shoah (la data
precisa, il 27 gennaio, quest'anno cadeva di domenica, cosicche'
l'iniziativa in quella scuola e' stata anticipata di due giorni). E tra
altre iniziative - mostre, filmati - mi ha invitato a conversare con gli
studenti di alcune classi.
E qui forse e' opportuno che aggiunga due notiziole.
La prima notiziola: in quel liceo lungo tutto questo decennio - per
iniziativa di due insegnanti della scuola che sono anche due cari amici, e
nell'ambito del piano dell'offerta formativa - ho condotto un corso di
educazione alla pace e alla legalita' che iniziato con un limitato numero di
incontri e' poi diventato di anno in anno un appuntamento pomeridiano
praticamente settimanale lungo tutto l'anno scolastico, al quale hanno preso
parte complessivamente centinaia di studenti.
La seconda notiziola: da diversi anni vengo invitato in alcune scuole a
parlare della Shoah ed in particolare di Primo Levi, in memoria del quale
promossi nel 1987 il primo convegno nazionale di studi. Lo faccio sentendolo
come un dovere: sono una delle tante persone che furono raggiunte e toccate
dalla testimonianza e dalla benevolenza di Primo Levi, e che dopo la sua
morte decisero di fare quanto in loro potere affinche' la sua vicenda
personale, la sua riflessione morale, il suo impegno civile non venissero
dimenticati, affinche' la sua lezione continui a risuonare. Quando vengo
invitato a parlarne nelle scuole lo faccio con sentimenti ambivalenti: so
gia' che dovro' confrontarmi con parole ed atteggiamenti da cui verro'
ferito, ma proprio per contrastare quelle parole e quegli atteggiamenti
credo di dover parlare con chi non sa e potrebbe essere corrotto alla
complicita' con il nazismo che sempre risorge.
E qui finisce questa lunga premessa.
*
L'argomento del "popolo deicida"
Quel 25 gennaio 2008 mi e' capitato che un ragazzo mi chiese di raccontare
cosa fosse accaduto prima della Shoah, cosa avesse provocato la Shoah. Mi
disposi a raccontare della persecuzione antiebraica dal tempo dell'impero
romano, passando per le vicende antiche, il medioevo, l'eta' moderna, fino a
quel culmine di orrore. Ma il ragazzo mi interruppe subito per proclamare
che "gli ebrei avevano ucciso Gesu'" evincendone che quanto seguiva era
conseguenza di quel crimine, che per lui cristiano cattolico apostolico
romano costituiva il crimine supremo: il deicidio.
La cosa mi ha lasciato sbigottito: mi sono abituato nel corso degli anni a
sentirmi schiaffeggiare col laido armamentario degli stereotipi vecchi e
nuovi della propaganda antisemita, ma non mi era ancora mai capitato che un
giovane dal viso angelico ed evidentemente di buone maniere mi squadernasse
cosi' brutalmente, algidamente l'argomento del "popolo deicida". Mi illudevo
che almeno dai tempi di Giovanni XXIII nessuno avesse piu' la folle
protervia di enunciarlo.
Quel ragazzo voglio credere non sapesse e non immaginasse cosa significhi
riproporre quello scellerato paralogismo. Ma non voleva neppure saperlo,
infatti alla mia disponibilita' a far luce su tutti i termini della
questione (in primis: che il potere di irrogare la pena capitale a Gesu' di
Nazaret era nelle mani degli occupanti romani; in secundis: che la
responsabilita' penale e' comunque personale e che e' barbarie somma il
genocidio di un popolo intero quand'anche una o piu' persone ad esso
appartenente avessero commesso un crimine di estrema gravita' - giacche' a
questa stregua non un solo popolo scamperebbe allo sterminio -; eccetera
eccetera) il giovane si alzo' in piedi dicendo di non voler affatto
ascoltare quanto avessi da dire - qualunque cosa avessi da dire - e chiese d
essere riportato in classe. Un altro studente - credo per amicizia - lo
segui'. L'incontro con gli altri studenti, cui non nascosi il mio
turbamento, continuo'.
*
Al muro
Giorni dopo, quando torno in quella scuola per tenere l'incontro settimanale
del corso di educazione alla pace, trovo affisso un cartello anonimo in cui
senza fare il mio nome ma inequivocabilmente a me riferendosi mi si
rivolgevano pomposamente grotteschi insulti (attribuendomi peraltro opinioni
opposte alle mie), e si menava scandalo del mio notorio ateismo, il quale
pervicace ateismo l'eroico anonimo estensore - che non pareva avere lo stile
di un ragazzo - pretendeva di confutare in poche apodittiche righe non
saprei dire se piu' patetiche o gradasse: orbene, e' in queste circostanze
che una persona scopre la gioia di non vivere ai tempi di Giordano Bruno.
*
Una digressione, e una digressione nella digressione
Mi si consenta qui una digressione. Quella di additarmi alla pubblica
indignazione in quanto ateo non e' un'idea originale: diversi anni fa un
sindaco democristiano in una campagna elettorale che conduceva forse non
troppo elegantemente fece affiggere un manifesto con una mia fotografia con
su scritto che ero "Un nemico della nostra religione". Ma poiche' cio' in
cui maggiormente ero impegnato all'epoca - e che piu' faceva infuriare i
prominenti democristiani - era la lotta contro la mafia, mi chiedo ancora a
quale religione si riferisse. E qui la digressione si conclude.
Ma solo per aprire una digressione nella digressione: a proposito di simili
bandi, a tornare indietro nel tempo, nel lontano '77 mi ero gia' ritrovato
esposto alla pubblica esecrazione con una mia fotografia su un manifesto
affisso da baldi giovini che allora gravitavano nell'area della cosiddetta
"autonomia", che in didascalia mi definivano addirittura come "un esorcista
della nuova sinistra". E mi sono sempre chiesto come le persone normali
potessero interpretare una simile locuzione: temo ne deducessero che fossi
una sorta di guaritore e non, come immagino nelle intenzioni degli autori,
un bieco moralista che con i suoi scrupoli era irriducibile ad ogni
totalitaria ortodossia pretesamente rivoluzionaria e/o dadaista, e che
meritavo per questo la gogna (degli sganassoni invece in quel torno di tempo
mi fecero omaggio alcuni esuberanti ragazzotti neofascisti, ma questa e'
un'altra storia; evidentemente gia' allora non ero simpatico a parecchia
gente - ed e' stato un buon addestramento alla nonviolenza). Aggiungo in
coda che i gentili promotori di quel lontano manifesto qualche anno dopo
erano finiti nel craxismo e dintorni, io sono restato ancor oggi quello che
ero allora, anche se la nuova sinistra d'antan nel frattempo e' invecchiata
assai male, e quelli come me vengono ritenuti una specie in via di
estinzione. E' proprio vero: queste cose, in guisa di petites madeleines, mi
fanno tornar giovane. E qui si conclude la digressione nella digressione.
*
Il preside in camicia nera
Lo stesso giorno in cui lessi sul muro della scuola quel devoto cartello che
mi fulminava come ateo pertinace e irredimibile ebbi un colloquio col
preside, un preside che ama abbigliarsi in camicia nera e che nei suoi
rapporti con studenti e insegnanti ha sovente proferito parole, compiuto
gesti ed assunto atteggiamenti villani e inammissibili tali per cui piu'
volte in precedenza alle sue vittime che mi chiedevano consiglio su come
condursi nei suoi confronti avevo suggerito di essere per quanto possibile
misericordiose verso l'autore di tali intemperanze, poiche' per abbandonarsi
ad esse evidentemente doveva essere persona afflitta da un'intima sua
sofferenza che ne offuscava la capacita' di comunicare in modo civile e
secondo le mai abbastanza lodate buone maniere.
Ma qui aggiungo che un dirigente pubblico e un educatore - anzi: un
dirigente scolastico, che agli educatori dovrebbe essere di guida, di
esempio e di conforto - che in Italia si presenti a scuola indossando una
camicia nera ed offenda gli studenti o e' persona stolida, oppure si rende
conto di quale messaggio quell'abbigliamento e quelle posture trasmettano,
poiche' i simboli contano: un messaggio che confligge con la natura
antifascista della repubblica democratica, un messaggio che - se posso
esprimere con franchezza la mia opinione - in una scuola non dovrebbe essere
consentito recare.
Ma torniamo a quell'incontro. Esordi' promettendo che mai piu' avrei tenuto
un corso di educazione alla pace in quella scuola e prorompendo
incontrollatamente in espressioni grossolane e febbricitanti al tempo
stesso, come a sfogarsi di un doloroso rancore lungamente, lungamente
covato.
Quando fui io a parlare, mi basto' a sgonfiare tanta prosopopea (esibita,
immagino, per far colpo sulla vicepreside presente al colloquio) pronunciare
la solita formula magica: ovvero dire che avrei querelato per diffamazione
chiunque avesse osato propalare alcunche' di non veritiero sulla mia persona
e sulla mia attivita' educativa. Funziona sempre con certi personaggi. Poi
non querelo mai nessuno (sono abituato a sentir spropositi e chi li
pronuncia suscita in me un sentimento di pena piu' ancora che di
indignazione), ma dirlo gia' basta.
Il mio corso continuo' fino alla fine dell'anno scolastico.
*
Come e' andata a finire
Quest'anno non sono piu' stato invitato a tenere il corso di educazione alla
pace e alla legalita' presso il liceo scientifico di Ita. Come il preside in
camicia nera mi aveva preannunciato.
Mi dispiace per gli studenti (che - mi dicono - a decine si erano iscritti
al mio corso anche quest'anno).
E mi dispiace per la scuola.
Dedichero' il tempo che mi si e' cosi' liberato alle buone letture ed alle
azioni che i signori in camicia nera riterranno certo cattive: come
continuare a raccontare cosa ho imparato da Primo Levi, continuare ad
oppormi al razzismo e al fascismo, continuare ad oppormi alla guerra e ai
poteri criminali. La vita e' una cosa meravigliosa.
*
Tre arabeschi ancora, e un tema di filosofia della storia
Ma non vorrei concludere cosi' solennemente. Aggiungiamo tre postille
divertenti.
Postilla prima: dopo quel colloquio il preside in camicia nera cerco'
qualcuno che potesse tenere il corso al posto mio. E mi dicono si sia
dapprima rivolto ad un valente operatore scolastico che svolgeva altre
attivita' con gli studenti. Mal gliene incolse: poiche' quell'operatore gli
disse che lui stesso aveva partecipato anni addietro a un corso di
formazione alla pace in cui proprio io ero relatore, e non era disponibile
alla richiesta che gli veniva posta. Succede. La scuola ha poi chiesto di
tenere il corso a un'associazione di volontariato che opera in America
Latina e in Africa, e al parroco che la anima e fa cose eccellenti. Ma
quanto il preside in camicia nera ha loro infine esplicitato che la loro
presenza era richiesta in buona sostanza per allontanare la mia persona gli
hanno risposto di non essere disponibili alla bisogna, anche perche' ci lega
una lunga amicizia e una stima reciproca. Sono cose che capitano. Per essere
quel vecchio impenitente ateo e trinariciuto che sono, mi ritrovo
stranamente ad avere ancora un sacco di amici.
Postilla seconda: circa venticinque o trent'anni fa insegnavo, ahime', in
una scuola privata. Un giorno tenni lezione sulla conquista dell'America e
il colonialismo cinquecentesco. Spiegai che non di scoperta e civilizzazione
si era trattato, ma di conquista, devastazione, saccheggio, schiavismo e
genocidio, lessi brani di Las Casas, citai una vastissima bibliografia... Il
giorno dopo fui convocato dal preside (che non aveva la camicia nera) il
quale mi annuncio' che la scuola faceva a meno dei miei servigi dappoiche'
ero persona non equanime non avendo messo in adeguato rilievo i grandi
meriti della civilta' portata a quei popoli dai Conquistadores. Ebbi allora
l'agio di spiegare agli studenti perche' li lasciavo, e cio' che ebbe a dire
("si parva licet componere magnis", come dicono gli azzeccagarbugli) una
certa Simone Weil in un'analoga circostanza, quando l'autorita' scolastica
l'allontano' dalla cattedra. Ripensando a questo episodio della mia lontana
gioventu' e comparandolo alla piu' recente vicenda or mi sovviene che talora
la storia si ripete, ma non saprei dire se nella classica sequenza, prima in
tragedia e poi in farsa, o viceversa, o - ed e' forse questo il caso - di
farsa in farsa (ma farse che forse rispecchiano e lumeggiano tragico un
contesto).
Postilla terza a mo' di finalino: dimenticavo infine di aggiungere che non
dovendo piu' ogni settimana sobbarcarmi le spese per l'autobus o il treno da
Gherascopoli ad Ita e ritorno, visto che per quasi dieci anni ho tenuto quel
corso del tutto gratis senza volere neppure il rimborso del viaggio, col mio
allontanamento disposto dal preside in camicia nera ci risparmio anche un
gruzzoletto di baiocchi, piccino ma che di questi tempi non dispiace
ritrovarsi nella scarselletta. E ditemi voi, lettrici e lettori
gentilissimi, se questo non e' un gran bel lieto fine.
*
E tu
Ma neppure cosi' vorrei concludere, poiche' si perde di vista il motivo
principale per cui mi sono infine deciso a raccontare questa storia; ed
aggiungiamo dunque una considerazione ancora sulla cosa che piu' conta.
Che e' la necessita' che nelle scuole si possa promuovere la verita', la
pace e la legalita', e questo dovrebbe saperlo gia' ogni persona ragionevole
e che vuol mantenere il rispetto di se', nel tempo in cui in violazione
della Costituzione della Repubblica Italiana il nostro paese sta
partecipando a quell'immane crimine che e' la guerra afgana, nel tempo in
cui in Italia si perseguitano degli esseri umani con criminali disposizioni
razziste da parte del governo come di sindaci dimentichi di cosa sia
umanita', civilta', diritto.
Che e' la necessita' che nelle scuole si insegni che la Shoah e' immane un
crimine con cui occorre fare i conti, che nulla giustifica un tale orrore,
che certe ideologie e retoriche - come quelle dell'argomento del "popolo
deicida" - sono gia' una effettuale complicita' col nazismo, col nazismo che
torna. Con la camicia nera, o verde, o in doppiopetto. E tu il nazismo devi
contrastare.
*
Congedo in forma di dialoghetto
- Lo vedi che alla fine non sei riuscito a evitare i toni da comizio? Che
barba, sei proprio incorreggibile.
- E grido pure dai tetti.

4. RIFLESSIONE. IDA DOMINIJANNI: DOPO LA STRAGE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 novembre 2008 col titolo "La nave dei
folli"]

Una famiglia modello, forte perfino di ascendenze nobiliari legate alla
storia risorgimentale. Un amore modello, nato nei banchi del liceo e
cresciuto nella collaborazione professionale, stesso studio in pieno centro
dietro piazza delle Erbe, commercialista lui avvocata lei finche' lei non
decide di fare solo la mamma. Un indizio da psyco-noir, lui era rimasto
orfano a sei anni di tutti e due i genitori morti in un incidente stradale,
e sei anni aveva il secondo dei suoi tre figli freddati con un colpo di
pistola. Due colpi ci sono voluti invece per lei, che forse ha provato a
schivare il primo. Uno solo per se stesso. Dicono gli esperti, snocciolando
i precedenti di analoghe stragi, che si chiama "suicidio allargato" e che
puo' essere causato da un attacco di depressione o di paranoia persecutoria:
ci si uccide portandosi appresso i propri cari, in modo che la famiglia
modello resti tale anche nell'aldila'.
Altri esperti, dell'Eures, pero' fanno notare altre circostanze. In Italia,
nei cassetti o nelle cantine delle case delle famiglie modello, ci sono
dieci milioni di armi da fuoco: corte o lunghe, da caccia, da tiro a segno,
da difesa, tutte legali, alcune ereditate o inservibili, molte perfettamente
efficienti. E dopo l'approvazione, nel 2006, della sciagurata legge che ha
ampliato il perimetro della legittima difesa, le richieste per il porto
d'armi dilagano, specialmente nelle grandi citta'. Anche per questo gli
esperti hanno una diagnosi: e' la risposta alla "insicurezza percepita". La
depressione e la paranoia qui non c'entrano: il mandante e' lo stato, il
parlamento che promulga queste leggi, i partiti che rubano voti alimentando
e sfruttando la paura degli immigrati, le televisioni che ci campano e ci
marciano.
Che sia la depressione, la paranoia o l'insicurezza percepita, le famiglie
modello continuano a vincere l'oscar annuale in omicidio. Un omicidio su
tre, una vittima ogni due giorni, 1.300 in sei anni, un aumento percentuale
del dodici per cento nel 2006 rispetto al 2005: ne uccide piu' la famiglia
che la mafia e la tanto "percepita" microcriminalita'. Ne uccide piu' al
Nord, Sodoma, che al Sud, Gomorra. Uccide preferibilmente le donne, 134 su
195 vittime nel 2006, e preferibilmente le casalinghe fra i 25 e i 54 anni,
quelle stesse madri, mogli, figlie, sul cui lavoro di cura si reggono in
Italia il mercato del lavoro disintegrato e il welfare smantellato. Le
uccide generalmente in casa, nove volte su dieci per mano di un uomo, usando
le suddette armi da fuoco ma anche piu' caserecci coltelli. Le donne che
oggi manifestano in tutta Italia contro la violenza sulle donne conoscono e
denunciano questi dati da anni, senza altra risposta che le geremiadi e le
promesse di rito della giornata mondiale contro la violenza sulle donne.
Forse la strage di Verona, come quelle identiche che l'hanno preceduta e che
seguiranno, non c'entra nulla con tutto questo. Forse e' stata solo un
attacco di depressione o di paranoia di un povero uomo. Forse invece questi
attacchi di depressione e paranoia convocano una responsabilita' ben piu'
larga. E' sempre la nave dei folli che traccia la rotta di una societa'.

5. RIFLESSIONE. GUSTAVO ZAGREBELSKY: ALLA BASE DELLA DEMOCRAZIA
L'UGUAGLIANZA
[Dal quotidiano "La Repubblica" del 26 novembre 2008 col titolo "Senza
uguaglianza la democrazia e' un regime"]

Regime o non-regime? Un confronto su questo dilemma, pur cosi' tanto
determinante rispetto al dovere morale che tutti riguarda, ora come sempre,
qui come ovunque, di prendere posizione circa la conduzione politica del
paese di cui si e' cittadini, non e' neppure incominciato. La ragione sta,
probabilmente, in un'associazione di idee. Se il "regime", inevitabilmente,
e' quello del ventennio fascista, allora la domanda se in Italia c'e' un
regime significa se c'e' "il" o "un" fascismo; oppure, piu' in generale, se
c'e' qualcosa che gli assomigli in autoritarismo, arbitrio, provincialismo,
demagogia, manipolazione del consenso, intolleranza, violenza, ecc. Cosi',
una questione seria, anzi cruciale, viene attratta sul terreno, che non si
presta all'analisi, della demonizzazione politica, funzionale all'isteria e
allo scontro.
Ma "regime" e' un termine totalmente neutro, che significa semplicemente
modo di reggere le societa' umane. Parliamo di "Ancien Regime", di regimi
repubblicani e democratici, monarchici, parlamentari, presidenziali,
liberali, totalitari e, tra gli altri, per l'appunto, di regime fascista.
Senza qualificazione, regime non ci dice nulla su cui ci sia da prendere
posizione, perche' l'essenziale sta nell'aggettivo.
Cosi', assumendo la parola nel suo significato proprio, isolato dalle
reminiscenze, la domanda iniziale cambia di senso: da "esiste attualmente un
regime" in "il regime attuale e' qualcosa di nuovo, rispetto al precedente"?
Che l'Italia viva un'esperienza costituzionale, forse ancora in divenire e
dall'esito non scontato, che mira a non lasciarsi confondere con quella che
l'ha preceduta: almeno di questo non c'e' da dubitare. Lo pensano, e talora
lo dicono, tanto i favorevoli, quanto i contrari, cioe' lo pensiamo e lo
diciamo tutti, con definizioni ora passatiste ora futuriste.
Non lo si dice ufficialmente e a cifra tonda, perche' il momento e', o
sembra, ancora quello dell'incubazione. La covata e' a mezzo. L'esito non e'
scritto. La Costituzione del '48 non e' abolita e, percio', accredita
l'impressione di una certa continuita'. Ma e' sottoposta a erosioni e
svuotamenti di cui nessuno, per ora, puo' conoscere l'esito. Forze potenti
sono all'opera per il suo superamento, ma altre forze possono mobilitarsi
per la sua difesa. La Costituzione e' in bilico.
Che cosa significa "costituzione in bilico"? Innanzitutto, che non si vive
in una legittimita' costituzionale generalmente accettata, cioe' in una sola
concezione della giusta costituzione, ma in (almeno) due che si confrontano.
Ogni forma di reggimento politico si basa su un principio essenziale, una
molla etica, il ressort di cui parla Montesquieu, trattando delle forme di
governo nell'Esprit des lois. Quando questo principio essenziale e' in
consonanza con l'esprit general di un popolo, allora possiamo dire che la
costituzione e' legittima e, percio', solida e accettata. Quando e'
dissonante, la costituzione e' destinata a crollare, a essere detronizzata.
Se invece lo spirito pubblico e' diviso, e dunque non esiste un esprit che
possa dirsi general, questo e' il momento dell'incertezza costituzionale, il
momento della costituzione in bilico e della bilancia che prima o poi dovra'
pendere da una parte. E' il momento del conflitto latente, che non viene
dichiarato perche' i fautori della rottura costituzionale come quelli della
continuita' non si sentono abbastanza sicuri di se' e preferiscono
allontanare il chiarimento. I primi aspettano il tempo piu' favorevole; i
secondi attendono che passi sempre ancora un giorno di piu', ingannando se
stessi, non volendo vedere cio' che temono. Tutti attendono, ma i primi per
prudenza, i secondi per ignavia.
Non voler vedere, significa scambiare per accidentali deviazioni quelli che
sono segni di un mutamento di rotta; significa sbagliare, prendendo per
lucciole, cioe' per piccole alterazioni che saranno presto dimenticate come
momentanee illegalita', quelle che sono invece lanterne, cioe' segni
premonitori e preparazioni di una diversa legittimita'. Cosi', si resta
inerti. L'accumulo progressivo di materiali di costruzione del nuovo regime
procede senza ostacoli e, prima o poi, fara' massa. Allora, non sara' piu'
possibile non voler vedere, ma sara' troppo tardi.
*
Cio' che davvero qualifica e distingue i regimi politici nella loro natura
piu' profonda e che segna il passaggio dall'uno all'altro, e'
l'atteggiamento di fronte all'uguaglianza, il valore politico, tra tutti, il
piu' importante e tra tutti pero' oggi il piu' negletto, perfino talora
deriso, a destra e a sinistra. Perche' il piu' importante? Perche'
dall'uguaglianza dipendono tutti gli altri. Anzi, dipende il rovesciamento
nel loro contrario. Senza uguaglianza, la liberta' vale come garanzia di
prepotenza dei forti, cioe' come oppressione dei deboli. Senza uguaglianza,
la societa', dividendosi in strati, diventa gerarchia. Senza uguaglianza, i
diritti cambiano natura: per coloro che stanno in alto, diventano privilegi
e, per quelli che stanno in basso, concessioni o carita'. Senza uguaglianza,
cio' che e' giustizia per i primi e' ingiustizia per i secondi. Senza
uguaglianza, la solidarieta' si trasforma in invidia sociale. Senza
uguaglianza, le istituzioni, da luoghi di protezione e integrazione,
diventano strumenti di oppressione e divisione. Senza uguaglianza, il merito
viene sostituito dal patronaggio; le capacita' dal conformismo e dalla
sottomissione; la dignita' dalla prostituzione. Nell'essenziale: senza
uguaglianza, la democrazia e' oligarchia, un regime castale. Quando le
oligarchie soppiantano la democrazia, le forme di quest'ultima (il voto, i
partiti, l'informazione, la discussione, ecc.) possono anche non scomparire,
ma si trasformano, anzi si rovesciano: i diritti di partecipazione politica
diventano armi nelle mani di gruppi di potere, per regolare conti della cui
natura, da fuori, nemmeno si e' consapevoli.
Questi rovesciamenti avvengono spesso sotto la copertura di parole invariate
(liberta', societa', diritti, ecc.). Possiamo constatare allora la verita'
di questa legge generale: nel mondo della politica, le parole sono esposte a
rovesciamenti di significato a seconda che siano pronunciate da sopra o da
sotto della scala sociale. Cio' vale a iniziare dalla parola "politica":
forza sopraffattrice dal punto di vista dei forti, come nel binomio
amico-nemico; oppure, dal punto di vista dei deboli, esperienza di
convivenza, come suggerisce l'etimo di politeia. Un uso ambiguo, dunque, che
giustifica la domanda a chi parla di politica: da che parte stai, degli
inermi o dei potenti? La ricomposizione dei significati e quindi
l'integrita' della comunicazione politica sono possibili solo nella comune
tensione all'uguaglianza.
*
Ritorniamo alla questione iniziale, se sia in corso, o se si sia gia'
realizzato, un cambiamento di regime, dal punto di vista decisivo
dell'uguaglianza.
In ogni organizzazione di grandi numeri si insinua un potere oligarchico,
cioe' il contrario dell'uguaglianza. Anzi, piu' i numeri sono grandi, piu'
questa e' una legge "ferrea". E' la constatazione di un paradosso, o di una
contraddizione della democrazia. Ma e' molto diverso se l'uguaglianza e'
accantonata, tra i ferri vecchi della politica o le pie illusioni, oppure se
e' (ancora) valore dell'azione politica. La costituzione - questa
costituzione che assume l'uguaglianza come suo principio essenziale - e' in
bilico proprio su questo punto.
Noi non possiamo non vedere che la societa' e' ormai divisa in strati e che
questi strati non sono comunicanti. Piu' in basso di tutti stanno gli
invisibili, i senza diritti che noi, con la nostra legge, definiamo
"clandestini", quelli per i quali, obbligati a tutto subire, non c'e' legge;
al vertice, i privilegiati, uniti in famiglie di sangue e d'interesse, per i
quali, anche, non c'e' legge, ma nel senso opposto, perche' e' tutto
permesso e, se la legge e' d'ostacolo, la si cambia, la si piega o non la si
applica affatto. In mezzo, una societa' stratificata e sclerotizzata, tipo
Ancien Regime, dove la mobilita' e' sempre piu' scarsa e la condizione
sociale di nascita sempre piu' determina il destino. Se si accetta tutto
cio', il resto viene per conseguenza. Viene per conseguenza che la
coercizione dello Stato sia inegualmente distribuita: maggiore quanto piu'
si scende nella scala sociale, minore quanto piu' si sale; che il diritto
penale, di fatto, sia un diritto classista e che, per i potenti, il processo
penale non esista piu'; che nel campo dei diritti sociali la garanzia
pubblica sia progressivamente sostituita dall'intervento privato, dove chi
piu' ha, piu' puo'. Ne' sorprende che quello che la costituzione considera
il primo diritto di cittadinanza, il lavoro, si riduca a una merce di cui
fare mercato.
Analogamente, anche l'organizzazione del potere si sposta e si chiude in
alto. L'oligarchia partitica non e' che un riflesso della struttura sociale.
La vigente legge elettorale, che attribuisce interamente ai loro organi
dirigenti la scelta dei rappresentanti, escluso il voto di preferenza, non
e' che una conseguenza. Cosi' come e' una conseguenza l'allergia nei
confronti dei pesi e contrappesi costituzionali e della separazione dei
poteri, e nei confronti della complessita' e della lunghezza delle procedure
democratiche, parlamentari. Decidere bisogna, e dall'alto; il consenso,
semmai, salira' poi dal basso.
E' una conseguenza, infine, non la causa, la concentrazione di potere non
solo politico ma anche economico-finanziario e cultural-mediatico.
L'indipendenza relativa delle cosiddette tre funzioni sociali, da millenni
considerata garanzia di equilibrio, buon governo delle societa', e'
minacciata. Ma il tema delle incompatibilita', cioe' del conflitto di
interessi, a destra come a sinistra, e' stato accantonato.
La causa e' sempre e solo una: l'appannamento, per non dire di piu',
dell'uguaglianza e la rete di gerarchie che ne deriva. Qui si gioca la
partita decisiva del "regime". Tutto il resto e' conseguenza e pensare di
rimettere le cose a posto, nelle tante ingiustizie e nelle tante forzature
istituzionali senza affrontare la causa, significa girare a vuoto, anzi
farsene complici.
Nessun regime politico si riduce a un uomo solo, nemmeno i "dispotismi
asiatici", dove tutto sembrava dipendere dall'arbitrio di uno solo, kahn,
califfo, satrapo, sultano, o imperatore cinese. Sempre si tratta di potere
organizzato in sistemi di relazioni. Alessandro Magno, il piu' "orientale"
dei signori dell'Occidente, perse il suo impero perche' (dice Plutarco),
mentre trattava i Greci come un capo, cioe' come fossero parenti e amici,
"si comportava con i barbari come con animali o piante", cioe' meri oggetti
di dominio, "cosi' riempiendo il suo regno di esilii, destinati a produrre
guerre e sedizioni". Sara' pur vero che comportamenti di quest'ultimo genere
non mancano, ma non vedere il sistema su cui si innestano e si producono
significa trascurarne le cause per restare alla superficie, spesso solo al
folklore.

6. INCONTRI. ALCUNE INIZIATIVE AMBIENTALISTE IN VENETO
[Da Michele Boato (per contatti: micheleboato at tin.it) riceviamo e
diffondiamo]

Notizie dall'Ecoistituto del Veneto. Iniziative di fine novembre - inizio
dicembre 2008
*
Venerdi' 28 novembre, ore 21, a Giai di Gruaro (5 Km da Portogruaro in
direzione Pordenone) a Villa Ronzani, dibattito organizzato
dall'associazione "La ruota" sul tema "Non abbiamo bisogno del nucleare";
relatori: Michele Boato, direttore dell'Ecoistituto del Veneto "Alex
Langer", e Diego Infanti, presidente dell'Associazione La Ruota. Coordina
Claude Andreini di "Un Parco per Boldara".
*
Venerdi' 28 novembre, ore 20,30, a Pordenone alla Casa del popolo di Torre,
in via Cornaro,  dibattito su "Sbarackiamo le armi atomiche. Un futuro di
pace per il nostro territorio", con Tiziano Tissino (Beati i costruttori di
pace), Giuseppe Rizzardo (comitato "via le bombe"), Stefano Raspa (comitato
unitario contro Aviano 2000), Stefano De Cont Bernard (sindaco di Aviano) e
comitati di Ghedi e Vicenza.
*
Sabato 29 novembre, ore 17,30, a San Dona' di Piave, al Centro Culturale
"Leonardo da Vinci" in piazza Indipendenza, si inaugura la mostra
fotografica "Le musiche dell'acqua". Sara' per noi un piacere poter fare un
brindisi con gli amici che verranno a trovarci. Con Michele Zanetti,
associazione naturalistica sandonatese "Il pendolino".
*
Lunedi' primo dicembre, ore 19,30, a Mestre, presso l'Ecoistituto del
Veneto, viale Venezia 7 (50 metri dalla stazione Fs), incontro mensile "Per
il bene comune" aperto a tutti gli interessati. Per informazioni:
giancarlo49 at tele2.it
*
Giovedi' 4 dicembre a Venezia in Scuola grande S. Giovanni Evangelista
(dietro ai Frari), ore 9-18, convegno aperto a tutti su "Energia solare per
le chiese. Italia e Germania per un progetto comune".
*
Venerdi' 5 dicembre, ore 21, a Vittorio Veneto, Biblioteca civica, piazza
Giovanni Paolo I,  "C'era un ragazzo... il '68 e dintorni", spettacolo
teatrale-musicale di Michele Boato. Cantano Rosanna Trolese (Canzoniere
popolare veneto), Giusi Forte, Gianpaolo Gianese e Massimo Sambo
(Lagunable'); voci narranti Gianni Moi e Chiara Boato, videoproiezioni
Stefano Bertolucci. Organizza CineClub Solaris. ingresso 5 euro, e' gradita
la prenotazione al n. di telefono: 0438553131, sito:
www.arcivittorioveneto.it
*
Venerdi' 5 dicembre, ore 20,30, Dosson di Casier, Scuole Vivaldi, via
Peschiere, dibattito su "Vivere sani in un ambiente malato... una
incredibile illusione"; relatrice la dottoressa Patrizia Gentilini,
Associazione medici per l'ambiente. Aderisce Rete Ambiente Veneto.
*
Sabato 6 dicembre, ore 20,30, e domenica 7 dicembre, ore 16,30, a Scorze'
l'associazione culturale "La Viola Bianca" promuove lo spettacolo di danza
"Tenebrae". L'incasso serve a finanziare un progetto con donne dell'Africa.
9 euro (5 ridotto), tel. 3334851434 (Francesca Cenerelli).
*
Domenica 7 dicembre e lunedi' 8 dicembre (festa), dalla mattina alla sera, a
Mestre, Piazza Ferretto, mercatino di solidarieta' a cui partecipano anche
le associazioni VeneziAmbiente, Ecoistituto e Banca del Tempo: venite a dare
una mano e a rifornirvi a poco prezzo.
*
Sabato 6, domenica 7 e lunedi' 8 dicembre, Seren del Grappa, presso
l'agriturismo "Albero degli Alberi" (tel. 043944664), workshop di contatto e
riscoperta del mondo naturale. Iscrizioni (urgenti): Anna, tel. 3299423393.
*
Chi vuole ricevere gratis il mensile "Tera e Aqua" puo' richiederlo a
micheleboato at tin.it, indicando il proprio nome, cognome, via, cap, citta'.
*
E' uscito "Gaia", autunno 2008, la rivista ecologista italiana piu'
informata e piu' libera. Se volete riceverne una copia in omaggio per
decidere se abbonarvi (l'abbonamento costa 20 euro), richiedetela a
micheleboato at tin.it indicando il vostro nome, cognome, via, cap, citta'.
*
Altre notizie le trovate nel sito www.ecoistituto-italia.org

7. STRUMENTI. L'AGENDA "GIORNI NONVIOLENTI 2009"

Dal 1994, ogni anno le Edizioni Qualevita pubblicano l'agenda "Giorni
nonviolenti" che nelle sue oltre 400 pagine, insieme allo spazio quotidiano
per descrivere giorni sereni, per fissare appuntamenti ricchi di umanita',
per raccontare momenti in cui la forza interiore ha avuto la meglio sulla
forza dei muscoli o delle armi, offre spunti giornalieri di riflessione
tratti dagli scritti o dai discorsi di persone che alla nonviolenza hanno
dedicato una vita intera: ne risulta una sorta di antologia della
nonviolenza che ogni anno viene aggiornata e completamente rinnovata.
E' disponibile l'agenda "Giorni nonviolenti 2009".
- 1 copia: euro 10
- 3 copie: euro 9,30 cad.
- 5 copie: euro 8,60 cad.
- 10 copie: euro 8,10 cad.
- 25 copie: euro 7,50 cad.
- 50 copie: euro 7 cad.
- 100 copie: euro 5,75 cad.
Richiedere a: Qualevita Edizioni, via Michelangelo 2, 67030 Torre dei Nolfi
(Aq), tel. e fax: 0864460006, cell.: 3495843946,  e-mail: info at qualevita.it,
sito: www.qualevita.it

8. STRUMENTI. L'AGENDA DELL'ANTIMAFIA 2009

E' in libreria l'Agenda dell'antimafia 2009, quest'anno dedicata alle donne
nella lotta contro le mafie e per la democrazia.
E' curata dal Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di
Palermo ed edita dall'editore Di Girolamo di Trapani.
Si puo' acquistare (euro 10 a copia) in libreria o richiedere al Centro
Impastato o all'editore.
*
Per richieste:
- Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Via Villa
Sperlinga 15, 90144 Palermo, tel. 0916259789, fax: 0917301490, e-mail:
csdgi at tin.it, sito: www.centroimpastato.it
- Di Girolamo Editore, corso V. Emanuele 32/34, 91100 Trapani, tel. e fax:
923540339, e-mail: info at ilpozzodigiacobbe.com, sito:
www.digirolamoeditore.com e anche www.ilpozzodigiacobbe.com

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 653 del 28 novembre 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004
possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web:
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