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La domenica della nonviolenza. 192



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 192 del 30 novembre 2008

In questo numero:
1. Obama e noi, ancora
2. Marco d'Eramo intervista Marilyn Katz su Obama
3. Eric Foner: L'occasione di Obama
4. Bruno Gravagnuolo intervista Thomas Nagel su Obama
5. Tom Hayden: Con Obama contro il militarismo
6. Stefano Rodota': Obama e i diritti

1. EDITORIALE. OBAMA E NOI, ANCORA

Pubblichiamo alcuni altri interventi intorno all'elezione di Barack Obama a
presidente degli Stati Uniti d'America (uno precedente, gli altri
successivi). Ed ancora una volta sottolineiamo tre questioni centrali.
La prima: la novita' dirompente dell'elezione di un nero nel luogo della
maggior concentrazione di potere politico esistente oggi nel mondo.
La seconda: la mobilitazione che la candidatura di Obama ha suscitato e la
relazione che tra la candidatura e la vittoria di Obama e i movimenti
sociali che lo hanno sostenuto e le aspettative dei popoli oppressi e delle
classi subalterne si e' data. Questa interazione (solidale e conflittuale ad
un tempo) puo' avere sviluppi assai fecondi.
La terza: come questa situazione apra possibilita' nuove all'impegno nostro
per la pace, la giustizia sociale, la solidarieta' tra i popoli e tra le
persone, la scelta della nonviolenza.
Il punto non e': stare a guardare cosa potra', sapra', vorra' fare Obama; il
punto e': facciamo noi quel che possiamo e dobbiamo; ovvero: influiamo noi
con la nostra azione buona sulle sorti dell'umanita'.
Ancora una volta: sii tu il cambiamento che vorresti nel mondo.

2. RIFLESSIONE. MARCO D'ERAMO INTERVISTA MARILYN KATZ SU OBAMA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 12 novembre 2008 col titolo "Stati Uniti.
E ora? La sinistra che guarda Obama" e il sommario "Marilyn Katz era una
militante del movimento studentesco a Chicago nel 1968. Ora e' nella cerchia
di Obama: 'Certo non e' un socialista, nessuna illusione. Ma erano vent'anni
che non c'era un dibattito a sinistra, sui modelli economici. L'egemonia di
destra era totale. Ora il vento cambia. A spingerlo e' stata la rete dei
movimenti"]

Una serie di giovani lavorano intenti/e al loro computer; in un clima di
silenziosa efficienza. L'ufficio non e' quello che ti aspetteresti da una
sessantottina, sembra piuttosto un'agenzia pubblicitaria. E in un certo
senso lo e', perche' la MK Communications sta alla politica come le agenzie
pubblicitarie stanno alle merci: vende strategie, organizza campagne. Per
clienti ha enti pubblici, universita', Ong, sindacati. MK sta per Marilyn
Katz: "Se vai a Chicago, devi assolutamente incontrarla", mi aveva detto il
saggista Mike Davis.
Nel mondo politico chicagoan Katz e' figura familiare: e' amica da una vita
di David Axelrod, il piu' importante stratega della campagna elettorale di
Barack Obama, uomo chiave nella prossima amministrazione. Marilyn Katz ha
anche fatto parte del comitato finanziario per la campagna di Obama e ha
raccolto fondi per piu' di 100.000 dollari. In estate lo ha difeso dalle
accuse di moderatismo.
Quando le chiedo "Intanto, mi parli di se'", piccolina, capelli corti,
irrequieta, il sorriso ironico, mi delinea una storia familiare: "Io sono
della generazione del baby boom, sono nata nell'idea che gli Usa fossero una
vera democrazia. Ma il movimento per i diritti civili nero, cominciato nel
1955, e poi le immagini dall'estero ci mostrarono quanto quell'idea fosse
falsa. Non eravamo contro l'idea di democrazia americana, eravamo contro il
tradimento delle promesse. Negli anni '60, allora studiavo alla Northwestern
University, capii che era meglio fare la storia piuttosto che studiarla. Mi
dimisi dalla mia sorority (la "sorellanza" di studentesse), ruppi i miei
impegni (matrimoniali) e partecipai a tempo pieno al movimento studentesco,
all'Sds - Students for a Democratic Society - insieme a Carl Davidson (prima
vicepresidente e poi segretario dell'Sds), Tom Hayden, Rennie Davis, Michael
Klonsky... insomma noi, i sessantottini: con molti di loro lavoro ancora
adesso. Avevo relazioni strette con le Pantere nere, Bobby Rush e Fred
Hampton. Ero il capo della sicurezza qui a Chicago per le manifestazioni per
la Convention democratica nel 1968. Poi, nel 1969 ci fu la scissione e una
parte del movimento entro' in clandestinita', con i Wetherman (gruppo che
compi' una serie di attentati, il cui nome, "metereologo" deriva dalla
frase: "Non serve un meteorologo per sapere in che direzione soffia il
vento", ndr), con quel Bill Ayers il cui nome e' stato associato a Barack
Obama, e che avevo conosciuto diciassettenne. A quel punto l'Sds si spacco'
e io andai via dagli Stati Uniti, in Ecuador. In quel periodo stavo con un
ragazzo alto, biondo, con gli occhi azzurri e pensavamo di fare gli eroi
rivoluzionari della guerriglia latinoamericana. In realta' avevamo piu'
bisogno noi di loro che loro di noi. Ma poi di quei compagni non ho saputo
piu' nulla, devono essere morti tutti. I repubblicani possono dire quello
che vogliono, ma all'epoca esercitarono una violenza incredibile, squadre
della morte, non solo in America latina, ma anche qui: Bob Kennedy, e solo
in questa citta' 28 pantere nere uccise. Io sono stata molto fortunata a
essere sopravvissuta.
"Quando sono tornata qui alla fine degli anni '70 dovevo trovare i mezzi per
vivere, ho girato film, ho fatto spot pubblicitari per McDonald, ho scritto
libri. Nell'82 fui responsabile dei media e della stampa per la campagna
elettorale di Harold Washington (che divenne il primo sindaco nero di
Chicago). Il nucleo duro di quella campagna era costituito dalle
solidarieta' create da ragazzini negli anni '60. Washington cambio' il modo
di fare politica, il modo in cui le decisioni sono prese in citta'. Prima di
lui il processo era unidirezionale, scendeva solo dall'alto in basso. Dopo
di lui il processo e' andato nei due sensi: i gruppi di quartiere sono stati
coinvolti, hanno avuto voce in capitolo. E quando il giovane Daley e'
diventato sindaco, non ha governato come aveva fatto suo padre per tanti
anni (con la celebre 'Macchina politica di Chicago', ndr), ma ha continuato
a finanziare i programmi avviati da Washington. Per esempio quelli per
consentire alloggi a buon mercato, dopo che l'amministrazione Reagan aveva
tagliato i fondi federali per l'edilizia popolare. Washington ha fatto fuori
la macchina politica, i cui uomini possono fare ancora una montagna di
soldi, ma non hanno piu' nessuna influenza politica. Almeno a livello di
citta': a livello di stato dell'Illinois e' un'altra storia, e' un verminaio
differente. Io nel frattempo avevo aperto questa agenzia di comunicazioni e
continuavo a fare politica. Abbiamo aiutato Bobby Rush nelle sue campagne da
deputato.
"Nei primi anni '90 avevo riposto speranze in Bill Clinton, ma poi ho
incontrato George Stephanopoulos (primo addetto stampa del presidente
Clinton) e ho capito che era solo un politicante. Piu' tardi, nel 2002 la
situazione era tremenda: il Patriot Act, un fascismo all'americana che
procedeva strisciante, un clima di sospetto e delazione. E a settembre un
giorno Carl Davidson mi telefona e mi dice 'Ormai e' sicuro che Bush fara'
la guerra in Iraq. Noi che possiamo fare?'. Ormai erano quasi dieci anni che
non organizzavamo piu' manifestazioni. La sinistra liberal era completamente
sbandata, la popolarita' di Bush era al massimo. Ma ci dicemmo che o
allargavamo lo spazio pubblico o non ci sarebbe stato piu' nessuno spazio
pubblico, perche' questi qui volevano il controllo totale. Eravamo una
quindicina, mettemmo insieme un paio di migliaia di dollari per il materiale
e ci demmo appuntamento per il 6 ottobre. Facemmo telefonate e telefonate,
soprattutto fu la prima manifestazione diffusa da internet. Invitammo tutta
l'area progressista a parlare e intervenire, anche se i nostri deputati piu'
di sinistra erano in sessione a Washington. E per la prima volta nel paese,
2.700 persone circa si riunirono per manifestare contro l'invasione
dell'Iraq, piu' di sei mesi prima che avvenisse.
"Fu in quell'occasione che Barack fece il suo famoso discorso contro la
guerra in Iraq. A confronto, le prime manifestazioni contro la guerra in
Vietnam, nel 1966 e 1967, erano piccolissime: 300-400 dimostranti. Un mese
dopo eravamo in 20.000 a dimostrare. Ma questo era l'inizio. Conoscevo Obama
da tanto tempo, ma non avevamo mai parlato di politica estera e li' mi fece
un'impressione profonda. La folla radunata li' era composta da pacifisti
incalliti, militanti veterani dei movimenti per la pace, anticapitalisti,
antiimperialisti. Ma lui non ha cercato di arruffianarsi la folla, ha
mantenuto le sue posizioni, ha detto che lui non era contro la guerra in
generale, ma questa era una guerra stupida, sbagliata. Cioe', lui manteneva
e argomentava le sue posizioni rispetto a quelle della folla di fronte. Mi
fece un'enorme impressione. E quando Barack decise di candidarsi al senato e
io organizzai a casa mia la prima raccolta di fondi, dissi alla gente che
invitavo: 'Basta che venite qui a incontrarlo, non e' necessario che diate
denaro prima, basta che lo conosciate, ci parlate, e poi decidete'. Anche
loro furono impressionati dal suo carisma.
"A spingere Obama non fu l'apparato, ma una rete di relazioni, di movimenti
di donne, ambientalisti, dei diritti civili. L'apparato appoggiava altri
candidati democratici. Intorno a lui si costrui' invece una coalizione di
centrosinistra. Io capisco benissimo il suo obiettivo di costruire il
consenso piu' ampio. Io posso essere partigiana fino in fondo su temi come
la guerra, il Patriot Act, la pena di morte, ma se dobbiamo affrontare il
trasporto pubblico, il problema degli alloggi, la politica urbanistica,
allora cerco di avere un approccio bipartisan per migliorare la vita. Lo so
che l'atteggiamento bipartisan di Obama sta gia' creando delusioni nella
sinistra radicale. Ma Carl Davidson e io abbiamo fatto campagna per Obama
perche' sappiamo che certo non e' un socialista, e' un capitalista
progressista, ma comunque non e' la stessa cosa del capitalismo reazionario
dei Bush e dei McCain. Non mi faccio illusioni, lo so che non e' un
marxista, ma io mi preoccupo se la terra sopravvive, se i miei figli
sopravviveranno.
"Mi fanno ridere quando dicono che Obama e' un socialista. Ma hanno mai
incontrato un socialista? Hanno la minima idea di cosa sia il socialismo? E
comunque erano vent'anni che non c'era un dibattito a sinistra, che non si
discuteva piu' di modelli economici, la destra aveva preso il sopravvento,
un'egemonia totale. Ma ora il vento cambia con la recessione. E anche con la
vittoria di Obama. Il problema e': 'Cosa faremo?'. Intanto dobbiamo sapere
chi siamo il 'noi' di cui parliamo. La domanda che tutti ci poniamo e': 'E
ora?'".

3. RIFLESSIONE. ERIC FONER: L'OCCASIONE DI OBAMA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 15 novembre 2008 col titolo "Barack Obama
e gli storici di domani" e la nota "Eric Foner e' De Witt Clinton Professor
di Storia alla Columbia University di New York"]

Generalmente, le elezioni presidenziali non alterano in modo sostanziale il
panorama politico americano. Anche quando cambia il partito al governo, i
presupposti di base che governano la politica rimangono gli stessi. Ma in
poche "elezioni cruciali" l'avvento di un nuovo presidente e' un momento
trasformativo, che ridisegna la vita pubblica americana per una generazione
o piu'.
La vittoria di Thomas Jefferson nel 1800 fu un colpo mortale per il partito
federalista e per il suo obiettivo di far sposare la giovane repubblica con
gli interessi della sua elite finanziaria e commerciale. Le elezioni del
1828 inaugurarono l'era della democrazia jacksoniana, che sopravvisse a
lungo agli otto anni di presidenza del suo omonimo. L'elezione di Lincoln
nel 1860 segno' la fine del controllo degli schiavisti sul governo federale.
Quella di McKinley nel 1896 creo' una maggioranza repubblicana che duro'
(con l'interruzione di Woodrow Wilson) fino alla Grande Depressione. Gli
schieramenti politici e l'orientamento verso le politiche pubbliche posti in
essere da Franklin D. Roosevelt dopo la sua vittoria nel 1932 durarono fino
agli anni Sessanta. E l'elezione di Ronald Reagan nel 1980 apri' un'era di
deregolamentazione, deindustrializzazione, antisindacalismo,
militarizzazione della politica estera - principi che i tre presidenti
successivi hanno fatto poco per cambiare.
Gli storici del futuro avranno ragione di vedere nella vittoria di Barack
Obama un'altra di queste elezioni cruciali, la fine dell'eta' reaganiana e
l'inizio di qualcosa di radicalmente nuovo. Questo non si deve in primo
luogo al fattore razziale, per quanto nella prospettiva della nostra
tormentata storia razziale l'elezione del primo presidente nero rappresenti
davvero uno spartiacque. Ne' alla forma decisa della sua vittoria -
Jefferson vinse con un margine estremamente stretto e Lincoln ottenne solo
il 40% del voto popolare; e viceversa, alcune vittorie a valanga, come
quella di Eisenhower nel 1952 e nel 1956, non segnarono l'avvento di un
nuovo paradigma politico. L'occasione di Obama sta prima di tutto nel fatto
che la sua vittoria nasce da un potente desiderio popolare di cambiamento
dopo una delle piu' disastrose amministrazioni della storia americana e dopo
il naufragio dell'ideologia che ha guidato la politica americana dal 1980.
Forse la fine del reaganismo e' arrivata due settimane fa, quando Alan
Greenspan, il sommo sacerdote della deregulation durante la sua presidenza
della Federal Reserve, ha ammesso che il fondamentalismo del mercato ha
fallito.
Con il suo uso diffuso delle tecnologie - Internet, i telefoni cellulari,
gli sms - e la sua massiccia mobilitazione dei giovani che votavano per la
prima volta, questa del 2008 verra' vista dagli storici del futuro come la
prima campagna elettorale del XXI secolo. Nella sua stessa discendenza Obama
incarna i cambiamenti sociali recenti che indicano la strada all'America di
domani - una nazione in cui il vecchio schema bianco/nero cede il passo a un
panorama razziale riconfigurato.
Obama ha la sfortuna di arrivare al potere nel mezzo di una crisi economica.
Ma ha la fortuna di farlo in un paese desideroso di una leadership forte e
di un rinnovato senso delle possibilita' della politica. Nessun presidente
puo' fare miracoli. Ma se, come i suoi predecessori piu' riusciti, Obama
cogliera' l'occasione intervenendo audacemente in nuove direzioni,
articolando con forza una nuova filosofia di governo all'interno e
mettendosi in relazione con il resto del mondo, aggiungera' le elezioni del
2008 alla brevissima lista di quelle che hanno davvero trasformato la vita
americana.

4. RIFLESSIONE. BRUNO GRAVAGNUOLO INTERVISTA THOMAS NAGLER SU OBAMA
[Dal quotidiano "L'Unita'" del 21 novembre 2008 col titolo "Intervista a
Thomas Nagel. Il sogno filosofico di Obama"]

Che effetto fa essere un pipistrello? Ma soprattutto, che diavolo c'entra
questa domanda bizzarra con la filosofia, con Barack Obama e con le idee
morali e politiche del mondo contemporaneo? C'entra, magari alla lontana, ma
c'entra. Perche' a porsela quella domanda, in un saggio accademico nel
lontano 1974, fu un professore nato a Belgrado nel 1936, e via via divenuto
uno dei massimi filosofi morali e politici contemporanei, docente prima a
Princeton e poi alla New York University: Thomas Nagel. Erede negli Usa del
grande John Rawls, pensatore scomparso e teorico della "societa' giusta", la
societa' dove la liberta' doveva essere davvero di tutti, e dove
l'ineguaglianza si giustificava solo se aiutava i meno fortunati a
progredire.
Qual e' stata l'innovazione di Nagel rispetto al maestro? Eccola: occorre in
etica tenere conto degli "stati limite soggettivi" ("essere un
pipistrello"), per potersi accordare con gli altri sul piano dell'etica
civile. E da questa dialettica, tra differenza soggettiva e regole comuni
sempre in fieri, scaturisce poi la giustizia - sociale, culturale e
giuridica - che non e' mai scritta una volta per tutte. Insomma, se per un
verso l'andare oltre la propria condizione specifica, e la propria visione
del mondo, e' un presupposto necessario per la nascita del discorso morale,
al contempo l'ossessione per l'"oggettivita' assoluta" rischia di negare le
differenze individuali e la soggettivita' dei singoli. Paralizzando l'etica
dentro dilemmi insolubili, che finiscono con renderla inutile per
l'esistenza umana.
Per questo Nagel si e' sempre battuto su due fronti: contro il moralismo
conservatore e contro lo scetticismo decostruzionista, entrambi in gran voga
negli Usa. E lo ha fatto in opere come La possibilita' dell'altruismo,
Questioni mortali, Soggettivo e oggettivo, e anche in lavori piu' politici
come Giustizia globale, uscito nel 2005 sulla rivista "Philosohy and pubblic
affairs".
Come avrete capito siamo in ambito "liberal" americano, sulla barricata
opposta a quella dei neconservatori, duramente sconfitti dal primo
presidente afro e americano alla Casa Bianca. E del resto Nagel si e' molto
impegnato per Obama e confida molto in una rivoluzione morale legata alle
sue idee politiche. Per questo siamo andati a incontrarlo all'Hotel Plaza di
Roma, alla vigilia della cerimonia per l'importante Premio Balzan per la
filosofia morale, che gli verra' conferito questo pomeriggio da Napolitano
all'Accademia dei Lincei. Sentiamo.
*
- Bruno Gravagnuolo: Professor Nagel, Margareth Thatcher diceva: non esiste
la societa' ma solo individui. Dopo Barack Obama siamo entrati in un'era in
cui questa idea e' diventata un po' piu' assurda?
- Thomas Nagel: Mi e' sempre parsa assurda questa idea. La Thatcher forse
voleva dire che ogni azione politica o morale si giustifica solo in base
all'interesse degli individui. Sbagliato, perche' l'interesse pubblico
riguarda la vita quotidiana di ciascuno e non se ne puo' proprio fare a
meno. Come dimostra la crisi finanziaria Usa, nata dal privilegiamento
esclusivo dell'interesse privato che ha generato il crack. Ora c'e' uno
spostamento culturale inevitabile. Dal libertarismo egoistico ad una
societa' responsabile, dove il mercato resta cruciale per la crescita ma va
regolato in base al bene comune.
*
- Bruno Gravagnuolo: Un ritorno in grande al New Deal di Franklin Delano
Roosevelt?
- Thomas Nagel: Credo di si', a partire dalle politiche pubbliche per
incoraggiare la crescita e i salari. E dalla sanita' pubblica. Che verra'
regolata non all'europea, sfortunatamente. Ma coinvolgendo lavoratori e
imprese, specie queste ultime. E anche a partire dall'ambiente, altra
occasione pubblica di rilancio economico, almeno nelle intenzioni di Obama.
*
- Bruno Gravagnuolo: Possiamo parlare di rivoluzione morale con Obama?
- Thomas Nagel: La sua grande promessa va in tal senso. Non so pero' se un
presidente da solo puo' creare una mutazione del genere. Al piu' puo'
favorire un clima, e incoraggiare la persuasione che sia giusto e
conveniente fare sacrifici, cambiare abitudini e stili di vita. Obama e'
venuto al momento giusto, come Lincoln e Roosevelt. Lui vuole un nuovo
corso, anche ideale, dopo l'isolamento internazionale degli Usa e la
catastrofe finanziaria.
*
- Bruno Gravagnuolo: Che tipo di religiosita' e' quella di Obama? Passeremo
dal fondamentalismo neocon ad una sorta di profetismo democratico?
- Thomas Nagel: Intanto Obama, come dimostra la sua biografia, e' diventato
un vero americano, nero e africano. Che ha instaurato un legame tra le due
appartenenze e proprio attraverso la Chiesa. Non proprio un cosmopolita
quindi, ma un americano che si richiama alle promesse originarie
dell'America: integrazione, diritti, liberta'. Piu' Martin Luther King che
Malcolm X, per intendersi. Cio' rendera' la religione negli Usa meno
divisiva e conflittuale. E anche piu' laica e secolare soprattutto
nell'agenda bioetica, e diametralmente all'opposto di Bush Jr.
*
- Bruno Gravagnuolo: Il neocon Robert Kagan sostiene: gli Usa sono il paese
piu' democratico e integrato. Dunque la Pax americana e' in ogni caso la
piu' giusta. Dov'e' l'errore?
- Thomas Nagel: E' un punto di vista ideologico, che nasce dalla paura.
Dalla mancanza di fiducia nel resto del mondo. E dalla diffidenza verso
tanti paesi che erano i nostri alleati naturali. Una sindrome hobbesiana,
fondata sulla caccia al nemico anche interno che ci minaccia e puo'
inquinare la nostra convivenza. Non che certe paure siano del tutto
infondate, ma possiamo fronteggiare le insidie ripristinando le nostre
alleanze di sempre. Ripristinando insieme agli altri, e con l'Europa in
primo luogo, un legame di fiducia. L'immagine di Obama percio' verra'
associata sempre di piu' al multilateralismo.
*
- Bruno Gravagnuolo: Parliamo di filosofia, e di utopia magari. A suo avviso
la speranza kantiana della "Pace perpetua" potra' riacquistare una sua
attualita', come criterio guida delle relazioni internazionali e contro
l'idea hobbesiana della forza e della paura?
- Thomas Nagel: Quella indicata da Immanuel Kant nel 1794 e' un'idea molto
importante e di lungo periodo. Idea regolativa e profetica, fondata su una
straordinaria premonizione in Kant del futuro mondo globale. Significa che
l'ordine mondiale appartiene a tutti e che l'affermarsi su scala planetaria
di vere democrazie comporta la risoluzione consensuale dei conflitti e senza
guerra. In base a un diritto condiviso. Una previsione in fondo corretta,
oltre che auspicabile.
*
- Bruno Gravagnuolo: Tornera' di moda negli Usa la visione della "societa'
giusta" e dell'ordine cosmopolitico giusto, legata a Kant e a John Rawls
oltre che alla stagione dei diritti civili?
- Thomas Nagel: Sono tematiche di sinistra che non hanno mai smesso di
esercitare un certo influsso nella societa' americana. E che entro certi
limiti influenzano anche le elite politiche progressiste negli Usa. Un
influsso destinato senz'altro a crescere.
*
- Bruno Gravagnuolo: Le sottopongo tre parole chiave: liberal, left
(sinistra), socialist. Con Obama diventera' piu' facile pronunciarle da voi?
- Thomas Nagel: Liberal, cioe' progressista non radicale, verra' certamente
riabilitata. Socialist, non credo. Perche' gli americani hanno sempre avuto
in sospetto lo statalismo. Quanto a left o leftist, riguardano una minoranza
negli Usa. La sinistra in senso europeo da noi e' solo una frazione dello
spettro politico: e' la sinistra del Partito democratico. Semmai il problema
e' ancora la destra americana, essa si' robusta e identitariamente forte.
Ecco, nelle nuove e piu' favorevoli condizioni, alla sinistra spetta il
compito di neutralizzare la destra. Ma a condizione di allearsi stabilmente
con il centro. Con i liberal e la middle class.

5. RIFLESSIONE. TOM HAYDEN: CON OBAMA CONTRO IL MILITARISMO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 7 settembre 2008 col titolo "Obama contro
l'impero. Partecipare, l'unica via per battere il militarismo", il sommario
"Una militanza lunga 50 anni: dalla lotta contro la guerra in Vietnam
all'impegno nel parlamento della California. Hayden, storico leader
pacifista, spiega perche' ha scelto di appoggiare il candidato democratico
alla presidenza Usa" e la nota redazionale "Tom Hayden, storico protagonista
del '68 americano, ha pronunciato questo discorso nel corso di una riunione
di attivisti durante la Convention nazionale democratica a Denver"]

Consentitemi di raccontarvi una parte della mia storia e alcune lezioni che
ho imparato in questi cinquant'anni. Ho sempre cercato di migliorare il mio
paese, partendo sempre dai contesti che avevo intorno. Ero in gamba,
ambizioso e atletico, ma nel mio quartiere, a scuola, in chiesa, avvertivo
sempre una nota stonata. Mi sentivo piu' a mio agio con le persone sfavorite
e con i disadattati piuttosto che con le autorita'. Al liceo scrivevo
articoli contro le classi sovraffollate e all'universita' contro la
discriminazione e il razzismo delle confraternite studentesche. Nel 1960
andai alla Convention democratica: fui trascinato da Martin Luther King e
John Kennedy, e da un nuovo movimento studentesco. Mi trasferii in Georgia,
divenni un attivista per i diritti civili e per difenderli fui anche
picchiato. Contribuii a dare vita a un movimento nei campus chiamato
Students for a Democratic Society, che credeva in quella che chiamavamo
democrazia partecipativa: il diritto di ogni persona ad avere voce in
capitolo nelle decisioni riguardanti la sua vita. (...)
Lasciai l'universita' e per quattro anni mi dedicai alla militanza di base
negli slum di Newark. In quel periodo il governo Usa, guidato dal Partito
democratico, aveva invaso il Vietnam con centinaia di migliaia di soldati,
dopo aver promesso il contrario. Comincio' la chiamata per il servizio di
leva, e io fui classificato IY, la categoria dei potenziali disturbatori.
Nel 1965 Watts esplose (riferimento agli scontri avvenuti nel ghetto nero di
Los Angeles, ndr). Il mio quartiere a Newark nel 1967 divenne una zona di
guerra sotto occupazione, altro che guerra alla poverta'. Volevo sapere
contro chi stavamo veramente combattendo, percio' nel dicembre 1965 andai
nel Vietnam del Nord, il mio primo viaggio all'estero. Fui scioccato dalla
distruzione delle infrastrutture civili e dalla coraggiosa resistenza di una
piccola nazione di contadini. Tornai, e immediatamente mi mobilitai per un
ritiro negoziato, ma senza ottenere niente. Ora vivevo in due mondi: a
Newark facevo ancora il lavoro politico porta a porta, e allo stesso tempo
mi battevo contro una guerra che stava mettendo fine alla guerra alla
poverta', in cui credevo. Mentre le contraddizioni diventavano eccessive,
contribuii a organizzare proteste contro la guerra alla Convention nazionale
democratica di Chicago, nel 1968. Nixon, l'Fbi e persino Lyndon Johnson
dissero che facevamo parte di una cospirazione comunista finanziata con
fondi esteri. (...)
Tornai a Berkeley con l'intenzione di organizzare la mobilitazione dei
giovani e degli studenti. Fui fermato e incriminato dal governo Nixon per
gli scontri di piazza a Chicago. Vissi in disgrazia per circa cinque anni,
compresi cinque mesi sotto processo, finche' la Corte rigetto' il caso degli
Otto di Chicago. (...)
Durante il nostro processo, un imputato, Bobby Seale, fu incatenato e
imbavagliato, e la polizia sparo' a due Pantere che lavoravano alla sua
difesa legale, mentre dormivano nel loro appartamento, colpendole con
novanta colpi. Tornai alla grande battaglia contro la guerra cercando di
bloccare i finanziamenti alla guerra di Indocina, dal 1972 fino al 1976.
Sostenni George McGovern come candidato pacifista, i veterani del Vietnam
contro la guerra come John Kerry, la disobbedienza civile dei fratelli
Berrigan, e i rifugiati in Canada. (...)
*
Una politica dal basso
Dopo la lunga interruzione radicale della guerra, cercai di combinare la
militanza di base e la rappresentanza politica. Sono stato eletto al
parlamento californiano per diciotto anni, tornando ancora una volta alle
questioni di rilievo locale o statale. Basandomi sulla mia antica idea della
democrazia partecipativa, e contribuendo al progresso verso i diritti
politici come il diritto al voto, ho aiutato a costruire una campagna dal
basso nell'intero stato a favore della democrazia economica, premendo sulle
grandi corporations perche' siano responsabilizzate. Ecco alcune delle
questioni su cui abbiamo lavorato: tutelare il diritto al controllo dei
canoni di affitto a livello locale: soltanto questo ha permesso agli
abitanti di Santa Monica di risparmiare circa 500 milioni di dollari in poco
piu' di dieci anni; bloccare un impianto nucleare a Sacramento con un voto
democratico della popolazione; bloccare un terminal di gas naturale liquido
su terra indiana a Santa Barbara; aiutare le comunita' locali a trattare con
i grandi investitori; salvare il piu' vecchio edificio di Los Angeles dalla
demolizione; salvare i torrenti con i salmoni, le paludi, i deserti e le
foreste di sequoie dal potere degli investitori e dagli interessi
particolari; cercare di sostituire la guerra alle gang, l'incarcerazione di
massa e gli abusi anticostituzionali della polizia, con processi di pace per
le gang e opportunita' di lavoro, da Los Angeles a El Salvador; partecipare
ad oltre 50 campagne politiche a livello locale, comprese alcune delle prime
elezioni di femministe, di gay e lesbiche, di inquilini, di americani di
origine asiatica e di ex militanti radicali degli anni '60; chiedere alle
celebrities di Hollywood di sostenere le cause politiche e i candidati. I
consulenti di Washington dicevano che noi avevamo la piu' grande
organizzazione di base nel Partito democratico a livello nazionale.
Ma erano anche gli anni '80, e Ronald Reagan stava invadendo l'Honduras, El
Salvador e il Nicaragua, oltre a piazzare missili nucleari in Europa. Il mio
mondo, fatto di questioni interne, divenne di nuovo piccolo e secondario,
come il periodo che avevo passato a Newark durante l'escalation del Vietnam.
E osservai che i nostri interventi di politica estera stavano creando
un'ondata di nuovi profughi, profughi che potevano essere sfruttati come
lavoro a basso costo o come capro espiatorio, come era successo ai miei
antenati irlandesi un secolo prima. Ed e' andata avanti cosi'. Anche quando
l'Unione Sovietica e' crollata. Anche quando Bill Clinton e' stato eletto
con la strategia "e' l'economia, stupido": poco dopo abbiamo bombardato i
Balcani, inventando nuove dottrine di guerra umanitaria ed espandendo la
Nato. Tagliando fuori il Kosovo dalla ex Jugoslavia, stavamo creando un
incentivo alla Georgia per invadere l'Ossezia del Sud - e cercare di
riaccendere la guerra fredda.
*
L'emergenza sicurezza
Poi e' venuto l'11 settembre, e una legittima emergenza sicurezza e' stata
trasformata nell'invasione dell'Iraq insieme alla guerra in Afghanistan, in
Pakistan e forse presto in Iran. I neocon e i falchi hanno applaudito e
finanziato la sconsiderata guerra di Israele con Hezbollah e il Libano,
completando un nuovo campo di battaglia della guerra al terrorismo per
rimpiazzare la guerra fredda. E cosi' eccovi qui. Dovremo tornare all'impero
romano e a quello britannico per imparare le dolorose lezioni della
sovraesposizione imperiale. Le lezioni nel sangue coraggiosamente versato in
cause perse o dubbie. La lezione di un indebolimento della capacita' di
finanziare le cure sanitarie, la scuola, il futuro dei nostri figli. La
lezione che la democrazia si riduce a mano a mano che si espande lo stato
belligerante. La lezione dell'essere odiati in un mondo in cui le alleanze
sono una necessita', non una scelta. Per troppo tempo abbiamo diviso il
lavoro del nostro movimento tra questioni di politica interna e questioni di
politica estera. A volte vi sono contraddizioni, ad esempio, quando i
liberals della guerra fredda - i falchi umanitari di oggi - credevano che
potessimo avere sia le armi che il benessere: l'arsenale piu' grande del
mondo, alimentato dal petrolio, combinato con robuste iniziative interne
sulla sanita' o sull'ambiente o posti di lavoro per i quartieri disagiati.
Non e' andata cosi'. Il paese piu' ricco del mondo non ha ancora un sistema
sanitario nazionale, e' pieno di ghetti e barrios, ha tassi altissimi di
abbandono scolastico insieme al piu' alto tasso di incarcerazione del mondo.
(...)
*
Un movimento troppo debole
Nonostante le apparenze, il movimento pacifista organizzato e' piu' debole
di qualunque altro movimento sociale, o rete di organizzazioni non
governative, in America. E' l'espressione largamente volontaria di un
sentimento contro la guerra che sale e scende a seconda della conta dei
morti e del modo in cui i media coprono le notizie. Non e'
istituzionalizzato, non se lo confrontiamo con il movimento sindacale, il
movimento per i diritti civili, il movimento delle donne, il movimento
ambientalista. Non e' finanziato dalle grandi fondazioni liberal, ne' dai
ricchi liberal di Hollywood o da altri circoli che dispongono di denaro.
Intendo dire che le nostre priorita' progressiste sono sbagliate. Qualunque
speranza di un cambiamento interno in grado di trasformare la societa'
dipende dal rovesciamento degli interessi radicati che alimentano la doppia
agenda dell'impero militare e dell'impero economico-finanziario, compresi il
Pentagono e l'industria petrolifera, e la visione ristretta ed elitaria
della maggior parte degli esperti di sicurezza nazionale e di economia. La
battaglia e' tra l'impero, o comunque lo si voglia chiamare, e la democrazia
partecipativa. I nostri avversari, che una volta vedevano con favore la
monarchia e poi la supremazia bianca, sono riusciti a cambiare abito e hanno
tentato di rubare lo stendardo della democrazia. Ad esempio, sono entusiasti
dell'idea di imporre la democrazia con la forza in tutto il Medio Oriente,
fino ai confini con la Russia, ma non mostrano alcun entusiasmo per il
processo democratico che sta spazzando via gli ex dittatori che il nostro
governo appoggiava in America Latina. Il nostro governo si oppone alla
democrazia ai nostri confini se queste democrazie rifiutano le nostre basi
militari, le nostre forze speciali e il nostro predominio finanziario sulle
loro risorse e i loro servizi. Il Venezuela, la Bolivia e naturalmente Cuba
sono accusate di isolamento e sovversione, mentre la Colombia e' la punta di
diamante dell'America nelle Ande. Servono assolutamente risorse per
costruire un movimento qui contro l'intervento militare in America Latina o
America Centrale. Serve assolutamente una alternativa alla Dottrina Monroe,
fino ai modelli verticistici e segreti dell'Organizzazione mondiale per il
commercio, del Nafta, del Cafta e del Ftaa. La politica interna e quella
sull'America Latina dovrebbero incontrarsi nel movimento per i diritti dei
migranti e dei lavoratori. Faccio campagna per Barack Obama e votero' per
lui, non perche' sia d'accordo con lui su tutte le questioni di politica
estera, ma perche' penso che dobbiamo liberare l'energia di coloro che
combattono per la giustizia, per le politiche abitative, per l'assistenza
sanitaria, per l'occupazione e per l'ambiente qui nel nostro paese. Il
movimento pro Obama sta facendo registrare e mobilitare milioni di nuovi
elettori, giovani, working class, gente di colore e poveri.
*
L'importante e' mobilitarsi
Il mero fatto che siano mobilitati creera' una pressione per nuove priorita'
sul fronte dell'economia interna, contro le attuali priorita' di
militarizzazione all'estero. Il fatto che Obama sia arrivato fino alla sua
attuale posizione sulla scia del sentimento contrario alla guerra costringe
Obama e i democratici al Congresso a dedicare maggiore attenzione ai nostri
bisogni interni, o a pagare un prezzo politico. Se allarghera' quelle paludi
in Afghanistan e in Pakistan, dovremo opporci anche a quelle guerre inutili.
Sto quindi dicendo che i gruppi interni - organizzati intorno a questioni
che vanno dai diritti civili all'ambiente - non possono permettersi di
lasciare la pace semplicemente al movimento pacifista. E il movimento
pacifista deve denunciare ogni giorno i costi interni, compresi i costi
energetici, della guerra in Iraq e dell'impero piu' grande. E dobbiamo
costruire un movimento progressista sia dentro che fuori il Partito
democratico. Non e' sufficiente liberalizzare l'impero; il compito e'
mettere fine ad esso, pacificamente e stabilmente, rendendo la democrazia
sicura per il mondo. Al posto dell'impero, dobbiamo avere del mondo una
visione multipolare, e spingerlo verso la democrazia partecipativa
attraverso i movimenti sociali. Quei movimenti sociali non faranno solo
pressione sui loro governi, ma rafforzeranno una societa' civile globale che
puo' stabilire e far rispettare nuove norme sui diritti umani, un salario
decoroso in tutto il mondo, e la responsabilizzazione delle corporations, un
ambiente sano al posto del riscaldamento globale, e la progressiva riduzione
delle armi nucleari.

6. RIFLESSIONE. STEFANO RODOTA': OBAMA E I DIRITTI
[Dal quotidiano "La Repubblica" del 21 novembre 2008 col titolo "Obama e la
lotta per i diritti" e il sommario "Dalla cellule staminali alla chiusura di
Guantanamo Barack ha gia' segnato una discontinuita'. Il neopresidente ha
offerto una prospettiva diversa: la democrazia torna ad essere
protagonista"]

L'annuncio di una serie di immediati provvedimenti di Barack Obama, per
segnare gia' nelle prime dichiarazioni un radicale distacco dalla cultura
dell'era Bush, induce (obbliga?) ad una discussione sul senso e le
prospettive che assumono oggi le politiche dei diritti. So bene che,
affrettandosi ad etichettare le mosse del nuovo Presidente degli Stati
Uniti, si corre il rischio di cadere in quel chiacchiericcio provinciale che
ha gia' prodotto le impagabili interpretazioni di chi ha indicato in
Berlusconi e Bossi i precursori dell'innovazione prodotta dalle elezioni
americane. Ma i segnali provenienti dagli Stati Uniti rimbalzano in tutto il
mondo si' che, con la giusta misura, bisogna sempre prenderli sul serio.
Cellule staminali, aborto, Guantanamo sono parole familiari, che ci hanno
abituato a vedere in esse addirittura il discrimine tra due mondi. Vengono
pronunciate oggi per rendere subito evidente dove si vuole produrre una
discontinuita'. Chiudere il carcere di Guantanamo significa allontanarsi da
una logica che, con l'argomento della difesa della democrazia, ha finito con
il travolgere proprio i principi democratici, appannando l'immagine di un
paese che ha sempre voluto identificarsi con le ragioni della liberta'. Se
questo annuncio significativo diverra' concreto, possiamo aspettarci anche
un abbandono delle aggressive politiche di sicurezza che si sono volute
imporre agli altri Stati, facendo divenire planetarie le leggi americane? Su
questo punto l'Unione Europea avra' qualcosa da dire se si liberera' da una
soggezione che l'ha indotta non solo ad accogliere eccessive pretese
americane, ma anche a mimarne in maniera ingiustificata i modelli, incurante
pure degli appelli ad una coerente difesa dei principi di liberta' che
arrivavano proprio da organizzazioni americane importanti come l'American
Civil Rights Union.
Nettissima sarebbe la discontinuita' legata all'abbandono delle politiche
"ideologicamente offensive" di Bush che hanno vietato il finanziamento
federale delle ricerche sulle cellule staminali embrionali e delle
organizzazioni internazionali che aiutano le donne ad abortire legalmente.
Qui, infatti, hanno pesato in modo determinante i confessionalismi religiosi
e, una volta che Obama avesse ripristinato i finanziamenti pubblici, la
distanza con la politica ufficiale del Vaticano diverrebbe clamorosa (e
assumerebbe ben diverso significato la stessa versione della religiosita' di
Obama, sulla quale si sono esercitati con grande disinvoltura diversi
commentatori). Su questi temi, peraltro, il sostegno dell'opinione pubblica
e' ben visibile, testimoniato dalla sconfitta in tre Stati dei referendum
contro l'aborto e dal successo in un altro di un referendum sul suicidio
assistito. E' lecito sperare che anche in Italia sia possibile tornare con
pacatezza sul tema della ricerca sulle staminali, liberandosi anche qui
delle pesantezze ideologiche e mettendo magari a frutto contributi come
quello recentissimo di Armando Massarenti (Staminalia, Guanda, Parma 2008)?
Le discontinuita' non si esauriscono con i casi appena ricordati, ma
riguardano altre importanti materie, dalla tutela dell'ambiente alla
sanita', dall'istruzione ai diritti dei minori (vi fu un veto di Bush su una
legge che li riguardava). Ed e' importante sottolineare che la rottura con
il passato puo' essere rapida e immediata perche' la maggior parte dei
provvedimenti da cambiare ha la sua fonte in "executive orders" di Bush,
atti presidenziali che non hanno bisogno dell'approvazione del Congresso.
Usando la stessa tecnica, Obama potrebbe effettuare in pochissimo tempo una
spettacolare ripulitura del sistema giuridico americano.
Ma, al di la' delle pur importantissime questioni specifiche, e'
significativo il modo in cui viene concepita l'intera strategia d'avvio
della nuova presidenza. L'economia presenta il suo conto, pesantissimo. E
tuttavia questa indubbia priorita' non ha indotto nella classica tentazione
della politica dei due tempi: prima i provvedimenti economici e poi i
diritti civili. "Erst kommt das Fresse, dann kommt die Moral", prima la
pancia e poi la morale, si canta alla fine del primo atto dell'Opera da tre
soldi di Bertolt Brecht. Una politica che vuol essere moderna non si risolve
tutta nell'uso delle nuove tecnologie, pur cosi' importanti nel successo di
Obama. Ha il suo baricentro nella capacita' di tenere insieme economia e
diritti, individuo e societa'. I diritti non sono un lusso o un'appendice,
di cui ci si puo' occupare solo a pancia piena, una volta soddisfatti i
bisogni economici e di sicurezza, anche perche' e' proprio la logica dei
diritti e delle liberta' a definire, in un sistema democratico, le
caratteristiche delle politiche economiche e d'ordine pubblico. Ai molti
americani, giovani e non, disimpegnati e lontani dalla politica Obama non ha
offerto solo il fascino di YouTube, ma una prospettiva diversa, dove appunto
la democrazia e i diritti tornano ad essere protagonisti e hanno bisogno di
persone che diano loro voce. Una prospettiva non lontana da quella aperta in
Europa soprattutto da Zapatero; che attraverso la vicenda americana si
conferma, si consolida, ci dice che le politiche dei diritti hanno bisogno
di radicalita'; e che dovrebbe indurre qualcuno, anche dalle nostre parti,
ad abbandonare schematismi e pigrizie.
Non sara' una passeggiata, quella del nuovo Presidente degli Stati Uniti,
anche se la sua elezione offre una importantissima garanzia: la Corte
Suprema, strumento essenziale per le politiche dei diritti, non subira' un
ulteriore "impacchettamento" conservatore. Ma soprattutto il risultato del
referendum californiano contro i matrimoni gay apre un delicatissimo fronte
politico e giuridico. Quale sara' la linea di Obama, che pure ha
esplicitamente ricordato gli omosessuali nel suo discorso di ringraziamento?
Come hanno sottolineato i giuristi piu' attenti, quel referendum incide in
forme improprie sul principio di eguaglianza e mette in discussione i
diritti gia' acquisiti dalle diciottomila coppie che hanno utilizzato il
nuovo istituto. Tempi impegnativi si sono aperti, e in essi la lotta per i
diritti giochera' un ruolo essenziale.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 192 del 30 novembre 2008

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