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Nonviolenza. Femminile plurale. 226



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 226 del 25 dicembre 2008

In questo numero:
1. Ina Praetorius: Il mondo come ambiente domestico. Per un'economia
postpatriarcale
2. Giovanna Providenti: Scelte di vita nella non vita
3. Giancarla Codrignani: Giovani israeliane contro l'occupazione

1. RIFLESSIONE. INA PRAETORIUS: IL MONDO COME AMBIENTE DOMESTICO. PER
UN'ECONOMIA POSTPATRIARCALE
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo il seguente intervento di Ina Praetorius (1) dal titolo "Il
mondo come ambiente domestico" e la nota redazionale "Di seguito trovate
l'intervento di Ina Praetorius 'Il mondo come ambiente domestico', tratto
dal libro La vita alla radice dell'economia, a cura di Vita Cosentino e
Giannina Longobardi. Il libro e' reperibile sul sito www.magverona.it,
cliccando dall'home page sulla sezione a sinistra news e andando poi alla
seconda pagina delle news, dove si trova la presentazione del libro La vita
alla radice dell'economia"]

Il 10 marzo 2006 Claudia von Werlhof, una nota docente tedesca di scienze
sociali, mi racconto' qualcosa che, per dire il vero, sapevo gia':
l'etimologia spiega molte cose, disse, ed e' meglio che la utilizziamo
entrambe per capire meglio il mondo. Poiche' ogni concetto abbastanza
rilevante dispone di un significato originario che riconduce a una societa'
non ancora patriarcale, cioe' a una societa' che non aveva ancora imparato a
staccare una sfera alta maschile da una sfera bassa femminile.
Come gia' detto, lo sapevo gia', ma non l'avevo mai pensato in modo cosi'
chiaro e lampante. Il concetto "materia" per esempio risale alla parola
"mater", cioe' madre (da quando ho chiaro questa cosa trovo strano, e
succede spesso, che qualcuno parli di materia morta o di puro materialismo).
Parole apparentemente cosi' diverse come ingenuita' (Naivitaet) e natura
risalgono alla parola nasci che significa essere nati; cultura intende
originariamente la cura del corpo e dei campi, il testo ha a che fare con
tessile e crea una connessione tra prodotti di tessitura e testi verbali,
ecc.
Talvolta e' importante che un'altra mi dica cio' che so gia'. Aiuta a
chiarire le idee e a rendere piu' solido il proprio pensiero.
Anche la parola economia ha un interessante significato originario ma di
questo oggi non si parla quasi mai. Per quanto io ricordi bene non ho mai
letto nelle pagine economiche di un giornale che economia significa
originariamente "legge dell'ambiente domestico" (2). Nei manuali di economia
talvolta si spiega nell'introduzione questa connessione. Nelle prime pagine
si legge anche che il senso dell'economia e' quello di soddisfare i bisogni.
Nelle pagine successive, comunque, non si parla piu' ne' di ambiente
domestico ne' di soddisfazione dei bisogni bensi' di soldi e mercato, di
costo del lavoro e di formazione dei prezzi, si vedono grafici che
rappresentano l'andamento della domanda e i cicli di congiuntura, si parla
di inflazione, deflazione, interessi e interessi composti, di prodotti
finanziari, bilancia di pagamento, di styling, marketing, coaching,
consulting, outsourcing, grounding, crash...
E' vero che sempre piu' persone sembrano sviluppare un'avversione verso
questi discorsi economici perche' scambiano la cosa prima con la cosa
seconda (3). Avvertono che un discorso e la sua messa in pratica che mette
al centro i soldi invece dei bisogni si rivolge contro la vita. Si crede che
la soddisfazione dei bisogni si risolva da se' quando si aumenta la
circolazione del denaro. Ho avvertito chiaramente questo tipo di
disorientamento quando ho partecipato nel gennaio del 2007 per la terza
volta (4) all'"Open forum" i Davos, il forum aperto al pubblico del World
economic forum. Nel 2006 la maggioranza dei partecipanti riteneva ancora il
cambiamento climatico una fantasia nata dalle teste di pazzi/e antiglobali.
Nel 2007 invece quasi tutti si sono resi conto che si deve "fare
urgentemente qualcosa" per il clima.
Questo evidente cambiamento di tendenza non vuol certo ancora dire che siano
diventati lampanti i capovolgimenti e gli errori nel pensiero e nell'agire
economico attuale. Non abbiamo ancora ottenuto questa consapevolezza, almeno
non ancora a Davos. Ma comunque si fa strada lentamente una sensazione: non
si e' piu' certi che i dogmi, che hanno rappresentato il fondamento da tanto
tempo, possano servire veramente, a lungo andare, a costruire una vita
soddisfacente. Il fatto che su scala mondiale sempre piu' persone siano
sotto la soglia della poverta' e, come sempre, migliaia di persone muoiano
di fame, si puo' rimuovere come problema quando si vive nelle roccaforti del
potere lontano dagli slums. Ma gli uragani, le ondate di caldo, inondazioni
e nubi tossiche arrivano, alle volte, anche nelle ville dei padroni. Per
questo motivo le catastrofi climatiche si possono tacere meno facilmente di
quelle sociali. Il cambiamento postpatriarcale nei sentimenti di chi e' al
potere, causato da queste catastrofi, e' una speranza per tutti coloro che
vogliono ripensare tutto o hanno gia' iniziato a farlo.
La mia conferenza vuole partire da questo presupposto del disorientamento,
quello che ho avvertito chiaramente quest'anno a Davos e anche in altri
luoghi. Vorrei mettermi assieme a un tavolo con persone che sentono questo
disorientamento e vorrei porre di nuovo alcune domande decisive:
- Chi siamo noi esseri umani?
- Cosa ci tiene in vita e cosa fornisce senso alla nostra esistenza?
- Come possiamo essere qui presenti ed essere attivi senza nuocere all'altro
e senza rendere impossibile una vita buona ai nostri discendenti?
*
Chi siamo noi esseri umani?
Nessuno in questa sala, suppongo, ha piu' di cento anni. Quasi nessuno dei
sei miliardi e mezzo di abitanti di questo pianeta vive per piu' di cento
anni. Tutti noi siamo allora stati messi al mondo dalle nostre madri pochi
decenni fa. Eravamo dei neonati bisognosi di aiuto, piangenti e con il naso
pieno di muco. Ignoriamo completamente da dove veniamo e dove siamo diretti
dopo la morte, ma sappiamo in compenso che nessuno e nessuna si e' creato da
se', nessuno/a ha deciso se vuole nascere in una villa, un ospedale
altamente specializzato oppure in una stalla. In genere non abbiamo nemmeno
deciso chi ci debba accompagnare durante gli anni della crescita e quale
scuola frequentare. Veniamo dalla dipendenza e se non ci avessero donato
molti anni di cura non saremmo piu' in vita. Ancora oggi, una gran parte di
cio' che ci serve per vivere, ci viene regalato: l'aria che respiriamo per
esempio, la bellezza o il vero amore che illuminano l'esistenza. Nessuna e
nessuno di noi potrebbe vivere anche solo per cinque minuti senza l'aria.
Siamo tutti quanti adulti e ci autoconsideriamo autonomi e indipendenti.
Certo siamo contemporaneamente liberi: liberi in tutta la nostra dipendenza
da altri (5). Fin dalla mia nascita cerco di gettare nel gioco del mondo,
agendo, "la cosa nuova che e' successa quando sono nata" (6). Liberta' non
significa niente di diverso. Se le persone non fossero libere, non avrebbero
potuto decidere che le madri siano materia bassa, e che i padri siano invece
delle divinita'. Non avrebbero potuto dichiarare che l'autonomia debba
essere il fine ultimo, non avrebbero potuto costruire condutture per
l'acqua, neanche strumenti musicali oppure aerei. Se le persone fossero
comunque solo libere - cosa che desiderano talvolta in modo eccessivo -
potrebbero anche decidere di non respirare piu', di non morire piu' e di
sovrapporre al mondo reale un mondo fittizio senza peraltro correre qualche
rischio. Tuttavia tutto questo non e' possibile all'essere umano anche se si
sforza da secoli di proiettare la sua dipendenza e debolezza su altri: sulle
donne per esempio, tempo addietro sulle schiave e gli schiavi, oggi su gente
di ogni genere, che, secondo loro, non ha cio' che chiamano cultura, e sugli
animali.
In effetti sviluppi come il cambiamento globale del clima dimostrano una
cosa: tutti e tutte dipendono da cio' che non possono produrre di propria
iniziativa: dall'aria, dall'acqua, dalla terra, dal fuoco, da animali e
piante, da tradizioni e dal tessuto relazionale umano (7). Le persone
credenti conoscono un nome per la cosa non disponibile che era prima di loro
e che da' loro quotidianamente nutrimento: lo chiamano Dio. Piu' che guerre
e catastrofi sociali che si possono ritenere necessarie - per esempio per un
bene futuro - i cambiamenti ecologici ci fanno presente che le idee che
riguardano l'uomo libero sono un fantasma che alla fine si rivolge contro
tutti quanti, anche a dispetto del progresso.
*
Oikonomia come base di "liberta'" dell'uomo benestante
In Occidente a partire dall'antichita' greca e, a condizioni anche piu'
intense, dalla nascita del colonialismo e della societa' borghese, il
dibattito economico corrente si basa su un fantasma: la separazione in una
sfera piu' alta, cioe' spirituale, intellettuale, maschile e un'altra bassa,
animale e femminile. Il mondo viene diviso, generalmente in modo implicito,
in spirito e corpo, cultura e natura, dio e mondo, liberta' e dipendenza,
polis e oikos, vincitori e perdenti, oggi: mercato e ambiente domestico,
produzione e riproduzione, denaro e amore, mondo pubblico e privato.
Ma cosi' e' cominciato tutto. L'oikonomia fu definita all'epoca
dell'antichita' greca come dottrina che riguarda il rapporto utilitario con
le merci, le quali servivano alla soddisfazione dei bisogni dei componenti
di una casa. La domanda piu' importante da porsi era la seguente: come puo'
un padrone di casa condurre il suo oikos (che poteva comprendere una casa
padronale, terreno, fabbricati per la produzione agricola, laboratori e
aziende commerciali (8)) in modo che tutti i componenti abbiano abbastanza
per vivere e il padrone dell'oikos abbia, inoltre, abbastanza per
l'esercizio della sua liberta' e che l'ambiente domestico possa conservarsi
intatto nel tempo? Il poeta Esiodo, gia' vari secoli prima di Cristo, aveva
riassunto in una formula breve gli elementi essenziali dell'economia
patriarcale: "Prima di tutto solo una casa e la donna e un bue davanti
all'aratro" (9).
Gia' gli insegnamenti antichi sull'economia dicono che nel caso della
soddisfazione dei bisogni si tratta di lavori di livello basso perche'
riguardano soprattutto il lato fisico dell'essere umano. Il rapporto
quotidiano con i bisogni ineliminabili, cioe' con il nutrimento e con la sua
espulsione in senso lato, e' per questo compito delle schiave/i e delle
donne, mentre il padrone di casa, da una parte, predispone in che modo i
sottoposti debbano lavorare, ma dall'altra ha un altro traguardo suo, cioe'
di impegnarsi nel governo della vita pubblica, nella filosofia, nella teoria
e nella organizzazione dello stato. Per gli antichi pensatori dell'economia,
tutto cio' che aveva a che fare con l'economia era una parte importante, ma
anche molto limitata della convivenza. Il compimento pratico di questi
lavori era compito di coloro che non erano nati liberi. Il commercio e con
esso la circolazione del denaro era considerato parte dell'arte domestica,
perche' entrambi erano legati alla soddisfazione dei bisogni. Nella
crematistica, cioe' l'arte di guadagnare denaro per il denaro, gia'
Aristotele vide il pericolo della sfrenatezza, che doveva essere moderata
facendo in modo che il padre-padrone governasse moderatamente e
responsabilmente il patrimonio affidato a lui (10).
E questo e' il seguito: oggi il compito piu' importante per uomini liberi
non e' piu' la creazione di teorie e l'organizzazione finalizzata/adeguata
dello Stato bensi' il mercato e la circolazione del denaro (oppure ancora
meglio: entrambe le cose assieme, vedi Silvio Berlusconi). A partire
dall'inizio del XVIII secolo al posto dell'insegnamento aristotelico
riguardo alla moderazione virtuosa dell'avidita' e' subentrata gradualmente
l'idea che i bisogni umani si potevano soddisfare meglio quando il singolo
poteva curare liberamente i propri interessi. Come gia' nei testi di
Aristotele si intendeva in primo luogo il padre-padrone, cioe' uomo adulto e
libero che poteva delegare il soddisfacimento dei bisogni ai suoi
sottoposti. Nel corso dello sviluppo della societa' borghese e del
capitalismo la divisione del mondo in due si e' realizzata anche
nell'economia: ora si distingue fra una sfera dipendente dell'ambiente
domestico (11), che resta responsabile della necessaria soddisfazione dei
bisogni, e un'altra sfera piu' alta, quella dell'economia del denaro
(economia finanziaria) che si e' autodefinita come la parte decisiva
dell'economia e che attira su di se' in misura sempre maggiore l'attenzione
della gente. In modo analogo molti distinguono ancora oggi fra il primo
mondo e il terzo mondo e ritengono naturale che si decida nel primo mondo
cosa deve essere prodotto nel terzo mondo (12). Circolano, particolarmente
nel XVIII e nel XIX secolo, delle teorie per legittimare la cosiddetta
naturale predisposizione alla sottomissione delle donne, delle culture e
"razze" lontane. I sostenitori di tali teorie hanno fatto scomparire nei
dibattiti extraeconomici, nei razzismi e nel sessismo ma anche nei discorsi
poetici e religiosi, le prestazioni economiche prodotte nell'ambiente
domestico e nelle terre lontane subordinate. Il denaro che in origine era
uno strumento abbastanza insignificante dei commercianti, ha assunto
l'importanza di uno strumento di nutrimento (13), di cui tutti hanno bisogno
e che simboleggia contemporaneamente la potenza della virilita' libera (14).
Cio' di cui Aristotele aveva paura, e cio' che lui intendeva impedire
scrivendo la sua dottrina sulla virtu', si e' verificato: il mercato
mondiale, dominato sempre piu' dal mercato finanziario, si allontana dal
soddisfacimento dei bisogni umani e si rivolge contro l'esistenza e l'agire
umano che era un dono dell'abbondanza. In questa sfera si muovono uomini
apparentemente liberi (15) e, per i successi del femminismo egualitario,
anche alcune donne per realizzare le loro fantasie di immortalita' e di
fertilita' virtuale. Oggi tutti i settori dell'economia che si occupano dei
bisogni primari sono esclusi dal dibattito economico e sono ritenuti
insignificanti rispetto all'economia finanziaria: l'economia domestica,
l'agricoltura a gestione familiare, i lavori di riparazione, la prevenzione
e la cura. Il lavoro, dove occorre davvero aiuto, e' considerato sempre meno
appartenente all'economia mentre il plusvalore, in settori sempre nuovi che
creano un bisogno indotto, e' ritenuto il cuore dell'economia. Contro ogni
necessita' sociale ed ecologica il consumismo e' diventato la colonna
portante del cuore d'acciaio del capitalismo (16) ed e' diventato un dovere
delle cittadine e dei cittadini (17) mentre migliaia di uomini e donne
continuano a morire di fame e per mancanza di igiene.
La divisione del mondo causata dal principio organizzativo patriarcale e'
mortale per tante persone (naturalmente sappiamo, tutti e tutte, che ci
siano stati certi movimenti che hanno contestato il capitalismo e che hanno
anche raggiunto degli obiettivi. Ma siccome trascurano la bipartizione su
basi sessiste che e' il nocciolo del capitalismo anche io trascurero' questi
movimenti perche' non si basano su una analisi corretta).
*
Vita postpatriarcale
Comunque esistono, e sono sempre esistiti, molti uomini e donne che avevano
capito che questa bipartizione era una fantasma senza futuro. Loro si
riconoscono dal fatto che non si fanno dettare il loro stile di vita dalle
riviste di moda. Per esempio a loro piace cucinare e stare seduti nel parco.
Sanno che anche a New York la vita puo' essere molto noiosa e stanno per
questo a casa.
Spesso non hanno assicurazioni sulla vita e non hanno fatto carriera e non
sanno molto dell'andamento della borsa. La loro agenda non e' fitta di
appuntamenti e forse non hanno visto tutti i continenti del globo. Talvolta
scrivono una poesia mentre puliscono il bagno. Non ritengono umiliante
portare via gli escrementi degli altri, se non lo fanno per l'intera
giornata e per condizione sociale. Sono a favore di un reddito di base per
tutti perche' sono convinti che la maggior parte delle persone vuole
impegnarsi in cose sensate anche senza obbligo, o forse proprio perche' non
esiste un obbligo, per esempio ascoltare i loro figli o piantare delle
verdure. Le cose che non nuocciono a nessuno sono la loro occupazione
preferita: fanno le passeggiate o leggono - raramente l'inserto economico
dei giornali. Comprano vestiti di seconda mano, talvolta fatti da se' e non
sempre stirati bene. Questa gente ama stare a letto o in un'amaca e trovano
bello ed interessante che assieme a loro ci sono sei miliardi e mezzo di
importanti uomini e donne che abitano questo pianeta assieme ad innumerevoli
altri esseri viventi, quell'unico mondo di cui possiamo disporre. Hanno un
po' di paura delle malattie e della vecchiaia, ma non troppa. Trovano
urgente fare qualcosa per sostenere il clima e costruiscono per questo
protezioni termiche nelle case. Nonostante il cambiamento climatico godono
del clima piu' mite che ha portato una primavera anticipata. Non tutte le
persone che si sono rese conto che il patriarcato sta per finire sono
intellettuali e scrivono libri. Molti mettono semplicemente in pratica
l'arte della trasgressione che non e' altro che un'arte di ridimensionamento
e di godimento. Essi sono l'avanguardia di una convivenza postpatriarcale:
un'avanguardia che non e' appariscente e che non ha niente in comune ne' con
l'ascetismo cristiano ne' con il protagonismo rivoluzionario. Io invece sono
una lavoratrice del pensiero. Il mio lavoro consiste nel proporre a coloro
che gia' vivono in modo postpatriarcale (o non ancora) parole adatte in modo
che possano capire e possano esprimere cio' che stanno facendo. Sento anche
che e' compito mio litigare con coloro che credono ancora nella bipartizione
del mondo. Essi sono convinti che si tratti di procurarsi a fatica un posto
nella sfera alta di questo mondo bipartito. Prima ho affermato anche che
voglio confrontarmi con coloro che nel frattempo hanno avvertito, fra le due
posizioni, un vago senso di disorientamento. Ora voglio per questo proporre
alcune parole adeguate a comprendere teoricamente le economie
postpatriarcali.
*
Il mondo come ambiente domestico
Il significato originario del concetto di "economia" e' dunque "legge
dell'ambiente domestico". Come potrebbe essere allora la legge per un intero
ambiente domestico mondiale che non attribuisce piu' agli uni una
indipendenza illusoria e che impone agli altri che il loro compito
contemporaneamente umile e naturale sia la soddisfazione dei veri bisogni?
Cerco di fare delle ipotesi provvisorie:
1. Nei concetti "ambiente domestico" e "mercato" riconosciamo due modalita'
essenzialmente diverse per descrivere il tessuto relazionale delle faccende
umane.
2. Nel concetto "mercato" il tessuto relazionale appare come un sistema di
scambio, nel quale individui uguali, uomini e adulti, seguendo dei
contratti, si mettono in relazione. Scopo e contenuto del loro rapporto e'
essenzialmente scambiare per denaro merci e servizi contrattando condizioni
razionali. Facendo cosi' essi cercano di ottenere un vantaggio per se' (la
soddisfazione di bisogni umani e' solo un prodotto secondario ma
automatico). In che modo questi "homines oeconomici" diventino soggetti
autonomi liberi e uguali non si considera, perche' implicitamente si suppone
una sfera pre-economica, generalmente la famiglia o l'ambiente domestico,
dove i partecipanti al mercato vengono generati e rigenerati seguendo regole
"diverse", estranee all'economia dove lo scambio calcolabile e' compensato
da azioni come "regalare" e "amare".
3. Il concetto "ambiente domestico" indica allora in un dibattito
androcentrico - s'intende in questo caso concentrato sul mercato - l'unita'
di consumo dipendente sotto il governo di un padre-padrone monarchico e
pre-economico, nel quale gli "homines oeconomici" si sentono a casa. Nei
fatti comunque gli ambiente domestici erano da sempre qualcos'altro, cioe'
unita' economiche, nelle quali le persone soddisfano i loro bisogni, nei
quali si produce e si scambia qualcosa - perche' non si scambia merce con
denaro e non esistono prezzi esattamente calcolati. Oggi l'ambiente
domestico in molta parte del mondo non si intende piu' neanche de jure come
piccoli regni all'interno di stati democraticamente costituitisi. La
trasformazione che questa nuova concezione della convivenza umana comporta
per il dibattito economico e per l'agire economico resta ancora da compiere.
4. In una visione postpatriarcale questo concetto "ambiente domestico"
intende un tessuto relazionale, nel quale convivono diverse persone
contemporaneamente libere e dipendenti da altri - donne, bambini, uomini,
giovani, vecchi, diversamente abili - in modo che ogni singolo uomo o donna
possa soddisfare i propri bisogni sempre diversi contraendo dei rapporti di
scambio variabili: bisogni di nutrimento, protezione, abbigliamento,
compagnia, senso di vita ecc. Contemporaneamente avrebbero anche la
possibilita' di partecipare liberamente alla cosa pubblica (frei Welt
gestalten). Siccome l'ambiente domestico per definizione non domina una
sfera piu' bassa alla quale potrebbe delegare la soddisfazione di certi
bisogni - come peraltro nel mercato - devono trovare in esso posto tutte le
persone con tutti i loro bisogni e con tutte le loro capacita'.
5. Nel senso della definizione postpatriarcale il concetto "ambiente
domestico" potrebbe diventare un modello per la convivenza in tutto il
mondo. Siccome il mondo e', come l'ambiente domestico postpatriarcale, un
rifugio che offre a tutte le persone una quantita' d'occasioni, tenendo
presente i loro limiti che sono l'essere nati, la morte, l'essere bisognosi
e vulnerabili. In questo modo potrebbero restare contemporaneamente liberi e
dipendenti da altre ed altri.
6. Pensare il mondo come ambiente domestico postpatriarcale vorrebbe anche
dire creare ordine nel pensiero: porre al centro cio' a cui spetta il
centro, spostare al margine cio' a cui spetta una posizione marginale.
Significherebbe anche porre al posto della patriarcale bipartizione del
mondo e del conseguente capovolgimento di realta' primaria e realta'
secondaria, una visione dinamica della liberta' in relazione con altri ed
altre (18).
7. Se il mercato viene di nuovo concepito come un tessuto relazionale
secondario allora perde la sua minaccia e puo', limitatamente, avere di
nuovo la sua utilita' come istanza distributrice di eccedenze. Anche un
mercato globale non e' angosciante se e' chiaro che esso e' un sistema
secondario di scambio e non e' in grado di soddisfare i bisogni umani per
nutrimento, abbigliamento, compagnia, partecipazione, senso. Deve percio'
essere sempre integrato in una sfera primaria che e' quella domestica
mondiale.
*
Note
1. Ina Praetorius e' dottora in teologia, autrice di testi, docente,
casalinga e madre di una figlia. Da anni ha fondato insieme ad altre donne
in Svizzera "Weibwerwirtschaft", un gruppo di riflessione sull'economia
ripensata a partire dalla competenza femminile. Quella competenza
dell'esserci di cui parla in un discorso pubblico tenuto nel 2000 a
insegnanti di economia domestica, pubblicato nel n. 60 della rivista "Via
Dogana", La filosofia del saper esserci. Un altro scritto tradotto in
italiano e' stato pubblicato dal trimestrale "Oggi Domani Anziani", con il
titolo "Pensare il mondo come ambiente domestico". Nell'agosto 2006 e'
intervenuta al XII simposio "Il pensiero dell'esperienza" dell'Associazione
Internazionale delle Filosofe organizzato dall'universita' di Roma Tre,
nella sezione Vita quotidiana. I suoi principali studi non sono ancora
tradotti in italiano.
2. Oikos in greco = ambiente domestico; Nomos in greco = legge. Oikonomia =
regole dell'ambiente domestico.
3. Ina Praetorius, Handeln aus der Fuelle. Postpatriarchale Ethik in
biblischer tradition, Guetersloh 2005.
4. Cfr. Ina Praetorius, Mit dem Mut und der froemmigkeit davids, in: "Neue
Wege" 06/2005, pp. 184-191; Ina Praetorius, NoBalance. Bericht ueber das
Open Forum 2006 a Davos, in: "Neue Wege" 03/2006, pp. 76-83.
5. Cfr. Ina Praetorius (a cura di), Sich in Beziehung setzen. Zur Weltsicht
der Freiheit in Bezogenheit, Koenigsstein/Taunus 2005.
6. Hannah Arendt, Vita activa oder vom taetigen Leben, Muenchen 1986, p.
199.
7. Ivi, p. 171.
8. Rosemarie von Schweitzer, Einfuehrung in die Wirtschaftslehre des
privaten Haushalts, Stuttgart 1991, p. 51.
9. Esiodo citato in Aristotele, Politica, I libro (Hamburg 1981, p. 48).
10. Rosemarie von Schweitzer, 1991, p. 56.
11. Simili all'ambiente domestico sono altre forme d'impresa oggi emarginate
come l'azienda agricola a gestione familiare, le trattorie, i bar e i
collegi ecc.
12. Per il nesso fra ambiente domestico e colonie vedi anche Claudia von
Werlhof (Hg), Frauen, die lette Colonie, Reinbeck 1983; Vandana Shiva, Das
Geschlecht des Lebens. Frauen, Oekologie und Dritte Welt, Berlin 1989.
13. Cfr. www.gutesleben.org
14. Cfr. Luce Irigaray, genealogie der geschlechter, Freiburg 1989, pp.
121-143; Mascha Madoerin, die Oekonomie und der Rest der Welt. Ueberlegungen
zur Problematik einer feministischen Politischen Oekonomie, in:
Diskussionskreis "Frau und Wissenschaft" (Hg). Oekonomie weiter denken!,
Frankfurt/New York 1997, pp. 78-106.
15. Cfr. Ina Praetorius, Die Welt: ein Haushalt, Mainz 2002, pp. 150-161.
Zur Verengung des Freiheitsbegriffs in der Marktoekonomie. Cfr. anche Peter
Ulrich, Der ethisch-politisch eingebettete Markt - programmatische
Ueberlegungen zu einer Praktischen Sozialoekonomie, in: Maren Jochimsen (ua.
Hg.), Lebensweltoekonomie, Bielefeld 2004, pp. 55-81.
16. Max Weber citato da Ursula Baatz, Buddismus, Kreuzlingen/Muenchen 2002,
p. 91.
17. Cfr. Marianne Gronemeyer, Die Macht der Beduerfnisse. Ueberfluss und
Knappheit, Darmstadt 2002.
18. Cfr. Ina Praetorius (Hg.), cit. alla nota 5.

2. RIFLESSIONE. GIOVANNA PROVIDENTI: SCELTE DI VITA NELLA NON VITA
[Dal sito del Circolo Bateson (www.circolobateson.it) riprendiamo la
relazione tenuta da Giovanna Providenti sul tema "Certi vantaggi/svantaggi
di scelte controcorrente: scelte di vita nella non vita" al seminario del
circolo del 13-14 dicembre 2008 "Intorno al doppio vincolo"]

In questo momento della mia vita e della mia ricerca di studiosa la cosa che
piu' m'interessa approfondire e' la questione del cambiamento, inteso come
esperienza reale di trasformazione. Si tratta di un processo lento e
profondo di formazione/cambiamento che non e' solo frutto di conoscenza, ma
in cui avviene un reale e radicale lavoro sul se', di passaggio di
coscienza. Questo processo di mutamento ha molto a che fare con quello che
Gregory Bateson afferma nella frase citata a introduzione di questo
seminario: questo "apprendimento" o, meglio, "un passaggio di apprendimento,
una generalizzazione dell'apprendimento" e' tale che coloro che imparano a
ridere in situazioni di doppio vincolo hanno certi vantaggi e certe gioie
nella vita che altre persone non hanno.
Nel mio intervento propongo, come esempio di persone "avvantaggiate" dalla
capacita' di ridere in situazioni di doppio vincolo, o di stare in un'etica
del doppio vincolo, le donne condannate a morte a causa delle loro scelte di
vita. Mi riferisco innanzitutto ai recenti casi delle molte donne condannate
a morte dal fondamentalismo islamico in Iran, Afghanistan e altri paesi. Tra
queste la notissima Nobel Shirin Ebadi, che nella sua autobiografia racconta
la sua reazione di rabbia che l'ha portata ad attivarsi ancora di piu' per i
diritti delle donne, alla scoperta di essere stata condannata a morte. Altre
passate alla cronaca sono: Malalai Kakar, che e' gia' stata assassinata e di
cui mi sono occupata in un articolo e Malalai Joya, ripetutamente condannata
a morte: ancora viva e attiva per la liberta' delle donne in Afghanistan.
Di fronte alla realta' esistenziale di queste donne, la domanda fattami da
un giovanissimo alunno a una lezione tenuta su di loro e' stata: "perche' lo
fanno? perche' non pensano a salvarsi la vita piuttosto?".
La mia risposta e': perche', evidentemente, riconoscono "certi vantaggi" di
questa loro condizione di condannate a morte. Loro si sentono vive solo se i
loro diritti e la loro liberta' vengono rispettati. Di fronte al doppio
vincolo del morire interiormente, rinunciando alla liberta', o di morire
condannate dai fondamentalisti, scelgono di continuare a vivere e lottare,
pur condannate a morte.
Per articolare meglio questa risposta uso la storia e i racconti di altre
condannate a morte in tempi diversi da questi nostri attuali: Milena
Jesenska' e Marianne Golz-Goldlust, condannate a morte per antinazismo. Non
erano ebree, ma donne che lottavano contro la deportazione degli ebrei e che
post mortem hanno entrambe ricevuto la medaglia di "giusta fra le nazioni"
ed in loro nome e' stato piantato un albero al Yad Vashem Memorial di
Gerusalemme. La loro scelta e' dunque stata riconosciuta, a distanza di
tempo, come valida e giusta, e di fronte all'albero vivo, che oggi porta il
loro nome, e' possibile percepirle ancora vive e portatrici di "cambiamento"
(poco puo' cambiare se non cambiano le abitudini di pensiero. Le cause di
eventi terribili, o anche di "buone notizie", come le storie di Marianne e
Milena in fondo sono, non sono nelle persone, ma nelle abitudini di
pensiero. Poco puo' cambiare se si ritiene impossibile fare qualcosa di
faticoso, impegnativo, o addirittura rischioso, non per trarne profitto, ma
per amore. Non amore individualista, ma uno spontaneo sentimento di
connessione con la sofferenza di tutti).
Studiando la vita e leggendo le lettere di Marianne e Milena ho trovato una
risposta alla domanda sul perche' le/i condannate/i a morte di ieri e di
oggi continuino a lottare per cio' per cui sono stati condannati, non
cambiano idea e si sentono forti e vitali fino alla fine.
Nei loro scritti Milena e Marianne nominano spesso la sofferenza: propria e
altrui. Ma invece di riconoscersi nel ruolo di vittime o di scagliarsi
contro un colpevole di turno, si interrogano su quale possa essere
l'atteggiamento esistenziale migliore da tenere di fronte al dolore del
mondo. Come Amleto, colgono il dilemma tra essere e non essere. Cos'e'
meglio? Opporsi o sopportare "le frustate e le irrisioni del secolo, i torti
dell'oppressore, gli oltraggi dei superbi, le sofferenze dell'amore non
corrisposto, gli indugi della legge, l'insolenza dei potenti e lo scherno
che il merito paziente riceve dagli indegni" (come e' attuale Shakespeare!)?
Sopportare, morendo interiormente, o scagliarsi contro "la fortuna"
procurando la morte propria o altrui? Vivere, morendo a poco a poco, o
uccidere, compiendo un unico gesto vitale, ma di morte?
Milena e Marianne sembrano trovare una terza via al dilemma doppiovincolante
shakespeareano: tra essere nella morte o non essere nella vita loro scelgono
di essere vive nella non vita. In un contesto che parla solo di morte,
entrambe si sforzano di salvare vite, rischiando personalmente. In attesa
della propria esecuzione di morte, Marianne scrive appassionate lettere
d'amore. In un contesto culturale arido e monolitico, Milena persiste a
scrivere controcorrente.
Milena Jesenska' e' stata una letterata profonda, attenta, appassionata e di
ampia intelligenza creativa ed anche una raffinata critica cinematografica.
Negli anni Venti scriveva: "Il cinema e' tutt'altro che mero passatempo: e'
qualcosa a cui noi vili ci abbandoniamo cosi' volentieri per meglio reggere
la vita, per sopportarne piu' facilmente le spiacevolezze, essendo noi
impotenti di fronte a un modo deformato di vivere". In una recensione a "La
donna di Parigi" di Chaplin, scritta in tempi in cui il cinema, ancora agli
inizi, non era considerato vera arte, emerge bene da quale tipo di abitudini
di pensiero avra' origine la sua successiva scelta di resistenza
esistenziale durante il nazismo: "I personaggi di questo film sono esseri
umani autentici. Non sono ne' buoni ne' cattivi. Sono pero' cosi'
coerentemente completi da avere in se' mille contraddizioni. Soltanto i
personaggi cartacei hanno un carattere lineare. Gli uomini reali si
contraddicono cento volte al giorno, bilanciano la loro nobilta' d'animo con
azioni cattive e la loro bellezza interiore compensa le loro bassezze".
Questo tipo di osservazione sarebbe piaciuta molto a Gregory Bateson,
perche' svincolata da un'abitudine di pensiero dualistica e perche' rivolta
"verso" un'"ecologia" integrata dei sistemi viventi.
Questo ed altro era Milena, nella sua capacita' di superare il dilemma
shakespeareano tra essere e non essere, uscendo fuori dai termini del
dualismo, quindi assumendo una tipologia di "apprendimento due" (come
diremmo con Bateson) non piu' radicata nella contrapposizione tra l'essere e
il non essere, il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, etc.
Grazie alla loro capacita' etica di stare nel doppio vincolo sia Milena che
Marianne, trovandosi nella condizione di condannate a morte, hanno trovato
nel vivere pienamente e appassionatamente nella non vita la soluzione alla
situazione doppiovincolante della loro condanna a morte, fisica o
spirituale. La stessa soluzione trovata oggi dalle donne che vivono, lottano
e vengono uccise nei paesi in cui la condizione delle donne e' oppressa dal
fondamentalismo patriarcale.
Per Bateson i comportamenti anti-ecologici come quelli dei nazisti ieri o
dei fondamentalisti oggi (che si rendono concausa di morte e distruzione
invece che di vita) non dipendono tanto da erronei comportamenti di
inquinatori separatamente considerati (non esiste un colpevole!), ma da
presupposti e abitudini di pensiero condivise socialmente e difficilmente
sradicabili. Nel caso ad esempio di Malalai Kakar e compagne la loro
condanna a morte non e' legata solo alla follia dei talebani, ma anche alla
cultura condivisa nei confronti della condizione femminile.
Cosi' come, piu' vicino a noi, di fronte a qualcuno che si oppone contro la
mafia la cultura condivisa e': "ma chi glielo fa fare?".
Milena, Marianne, Malalai e tante altre come loro fanno una scelta
coraggiosa perche' stanno in una etica del doppio vincolo. Pur in presenza
di follia, morte e molto dolore, queste donne accolgono i paradossi
esistenziali e l'idea che l'essere umano piu' autentico sia quello
contraddittorio - ne' buono ne' cattivo, la cui bellezza interiore e
nobilta' d'animo compensa bassezze e cattiverie - e per il quale, nonostante
tutto, vale la pena continuare a resistere. Ad essere vita, vivendo e
riportando nei loro scritti emozioni forti come amore, speranza, paura,
desiderio. Continuano a lottare e a scrivere pur in una condizione di non
vita. Come quella descritta nelle lettere di Marianne dalla prigione di
Pancraz in attesa del "grande giorno" dell'esecuzione di morte: "Ogni due
settimane abbiamo diritto a una mezz'ora di 'liberta'', una passeggiata nel
cortile della prigione. Ci precipitiamo disordinatamente in cortile
gesticolando, tutte eccitate, febbrili, e ci scambiamo informazioni colme di
pessimismo, ma anche di speranza... abbiamo davanti a noi otto giorni di
requie, prima della mannaia. Possiamo vivere ancora otto giorni, vedere
ancora il sole, mangiare, piangere, ridere, cantare, scrivere dell'amore,
della speranza".
Le donne come Marianne e Milena e tante donne (e uomini) che oggi si
ribellano con creativita' a qualsiasi tipo di fondamentalismo invece di
sopportare, morendo poco a poco, talvolta ammalandosi di gravi forme
depressive, si ribellano, scegliendo di resistere esistenzialmente a tutto
cio' che intorno e dentro di loro parla di morte. Il loro coraggio di vivere
e' destinato ad intaccare ad un livello piu' profondo, anche se piu' lento,
la cultura che sta all'origine della complessa rete d'ingiustizie presente
oggi nel mondo, che si nutre della sofferenza di tutti noi, del nostro
cinismo, della sfiducia e sospettosita' nei gesti d'amore.
L'osservazione (dei comportamenti umani, ma anche di quelli animali o di
altri esseri viventi) ha portato Bateson ad osservare come condizioni di
estrema sofferenza possano indurre a trovare delle soluzioni creative che
escono dalle consuetudinarie abitudini di pensiero vincolanti e
inevitabilmente distruttive, e producano soluzioni creative. Queste
soluzioni creative non sono soltanto contingenti, cioe' non risolvono solo
la situazione doppiovincolante specifica in cui si trova la singola
condannata a morte, ma producono nuovo apprendimento e la possibilita' anche
di una evoluzione sia del pensiero che della stessa biologia.
Ovvero producono quel cambiamento ad un livello piu' lento, ma piu' profondo
della nostra cultura, su cui in questo momento a me interessa indagare.

3. RIFLESSIONE. GIANCARLA CODRIGNANI: GIOVANI ISRAELIANE CONTRO
L'OCCUPAZIONE
[Ringraziamo Giancarla Codrignani (per contatti: giancodri at alice.it) per
questo intervento]

Molti e molte soffrono nel mondo per mancanza di giustizia e di liberta'.
Penso alla pacifista palestinese Neta Golan in carcere in Israele, a Shirin
Ebadi "avvertita" dalle autorita' iraniane di non proseguire la sua
attivita' di "sovversiva" o alle due suore rapite in Kenia. Ma penso anche
alle soldate israeliane forse ancora detenute per essersi rifiutate di
prestare servizio dove si distruggono le case e gli ulivi dei palestinesi:
la stampa ce ne ha fornito la notizia un mese fa senza dare poi seguito
all'informazione.
Gli eserciti ricevono nuovo consenso quando la gente ha paura; per questo, a
partire dai luoghi dove impera la professionalita' tradizionale, sembra
necessario prendere in considerazione ogni presa di distanza dalle pratiche
di violenza connaturate nell'istituzione militare. Le soldate sono, in
quanto donne, l'esempio eclatante dell'omologazione al modello unico
totalizzante e non si sottraggono alla "normale" esecuzione di ordini, come
dimostrato ad Abu Graib.
Se in Israele il servizio e' obbligatorio per maschi e femmine e fin qui si
sono avuti i casi di "refusenik" maschi, l'arresto delle ragazze israeliane
di leva perche' non vogliono andare a combattere nei Territori occupati ci
invita a fare attenzione per capire se c'e' qualcosa di nuovo tra i giovani.
Infatti alla fine dell'anno scolastico scorso, e' uscita dai licei una
"lettera dei maturandi" in cui si contestava "la politica di segregazione,
oppressione e stragi" che il governo conduce nei Territori occupati.
Si tratta di una protesta che non fa riferimento all'obiezione classica, ma
alla disobbedienza civile. Le ragazze imprigionate non hanno rifiutato la
leva militare e neppure hanno chiesto un trattamento privilegiato, ma hanno
affermato che i confini del 1967 debbono essere rispettati e che le
invasioni di colonizzazione non possono essere una politica degna di
Israele.
E' ovvio che non ci possiamo illudere: i coloni continueranno a rivendicare
il loro diritto a invadere le terre altrui e i governi di Tel Aviv non
rispetteranno i diritti palestinesi. Tuttavia andrebbero conosciute
dall'opinione pubblica le novita' potenziali nella politica pacifista: si
sono formate sigle nuove, in particolare di donne (oltre alle "donne in
nero", piu' note in Italia) che - come da noi - in presenza dei vecchi
schematismi che riportano al razzismo e rafforzano il nazionalismo, tentano
di avvalorare, piu' per intuito che per cultura, i principi di giustizia e
di pace che, per affermarsi nel mondo, richiedono la consapevolezza di
maggioranze ancor oggi educate a identificarsi sul principio della forza e
dell'egoismo.
Cinque ragazze stanno dando preoccupazione all'esercito e la denuncia
pubblica di cui si sono fatte responsabili risulta piu' forte del
radicalismo: l'informazione non deve fare come i governi e tacere il
processo e le pene, per far ignorare le carenze dell'istituzione militare.
Omer Golman, Mia Tamarin, RazBar David, Sahar Vardi e Tamara Katz dove siete
mentre noi qui festeggiamo il Natale e aspettiamo senza illusioni un anno
meno violento? Ancora in detenzione? o siete state "perdonate" senza
processo perche' tutti sanno che avete ragione?

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 226 del 25 dicembre 2008

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