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Voci e volti della nonviolenza. 279



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 279 del 30 dicembre 2008

In questo numero:
1. Gianfranco Capitta ricorda Harold Pinter
2. Roberto Silvestri ricorda Harold Pinter
3. Caterina Ricciardi ricorda Harold Pinter
4. Roberto Bertinetti ricorda Harold Pinter
5. Gianfranco Capitta: Il nostro caro amico Harold
6. Paolo Petroni:  Harold Pinter nel ricordo degli amici italiani
7. Gianfranco Capitta: Pinter, una notizia biografica essenziale

1. LUTTI. GIANFRANCO CAPITTA RICORDA HAROLD PINTER
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 27 dicembre 2008 col titolo "Gentleman e
sovversivo"]

Il giorno dopo aver ricevuto a Firenze una laurea honoris causa, aveva
detto: "Ho saputo quello che succedeva a New York dagli schermi televisivi
dell'aeroporto, proprio mentre tornavo dall'Italia a Londra. E ho pensato
subito che era prevedibile, in qualche modo inevitabile, dopo tanti anni di
terrorismo di stato, che potesse esserci una reazione cosi' violenta. Il
popolo americano non immaginava neppure che ci potesse essere un odio cosi'
profondo nei suoi confronti, perche' e' tenuto nell'ignoranza piu' assoluta
delle azioni del suo stesso paese". Era l'undici settembre del 2001. Qualche
giornale americano penso' bene di scrivere, nei giorni successivi, che
l'attacco alle Torri gemelle era cominciato dalle parole di Harold Pinter.
La morte dello scrittore, a 78 anni, alla vigilia di natale come Beckett,
oltre al dolore da' una grande sensazione di sgomento e di solitudine. Con
lui scompare il piu' grande scrittore contemporaneo di teatro, ma di questo
ci consola il fatto che i suoi testi sono una eredita' corposa, e quanto mai
viva e destinata a vivere sulle scene. Quello che verra' a mancare e' invece
un testimone cosi' lucido dei nostri tempi, tanto rigoroso quanto spietato
nel coglierne i falli e gli orrori, le debolezze, gli opportunismi, le
colpe. Un intellettuale di successo e di fama mondiali, insignito di
moltissimi premi e riconoscimenti fino al Nobel per la letteratura di tre
anni fa, applaudito nei teatri di tutto il mondo, oggetto di infiniti studi
e saggi presso tutte le accademie, ma che non ha mai rinunciato alle sue
opinioni, alle sue denunce, al suo essere, oltre (e forse ancor prima) che
uno scrittore, un "cittadino", non solo del Regno Unito, ma del mondo. Ha
scritto decine di capolavori per il teatro, ha sceneggiato film di
straordinario successo popolare e di eccellenza critica. Ma non si e' mai
sentito pacificato dal successo.
Ha mantenuto lo spirito ribelle dell'adolescente di origine ebraica
minacciato dai fascisti ad Hackney, e che non volle fare il militare.
E mentre centellinava la biopsia del conflitto interpersonale nei suoi testi
teatrali, ha continuato incessantemente a decifrare i conflitti tra le
classi, le economie, le nazioni. Ha denunciato i fascismi e le oppressioni
scrivendo articoli, capeggiando sit-in davanti alle ambasciate londinesi,
partecipando a delegazioni di Amnesty (dopo quella in Kurdistan assieme ad
Arthur Miller, causo' un incidente diplomatico clamoroso all'ambasciata Usa
ad Ankara).
Era un uomo di grande carattere Harold Pinter, dietro i modi cortesi e
impeccabili di un gentleman. Amava il cricket, il tennis e lo squash che
compaiono nei suoi lavori. Aveva un'intesa strettissima con la moglie
Antonia Fraser, storica e militante di sinistra anche lei. Ma si doleva di
sentirsi emarginato in patria, cosa quasi ovvia date le sue posizioni
politiche: ma forse anche per questo si batteva contro tutte le
discriminazioni, contro tutte le violenze.
Nell'arco della sua scrittura, in quelle magistrali indagini sui rapporti
tra le creature, aveva pubblicato il suo quasi ultimo testo teatrale proprio
alla fine del Novecento, Ceneri alle ceneri. E nel rapporto ora fragile ora
violento tra un uomo e una donna, faceva emergere la colpa maggiore del
secolo, l'orrore dell'Olocausto. L'understatement segnava la sua scrittura,
mentre con grande foga sosteneva le sue convinzioni civili. Ogni volta si
informava con grande affetto delle sorti del "Manifesto". E si raccomandava:
"Teniamoci in contatto!".

2. LUTTI. ROBERTO SILVESTRI RICORDA HAROLD PINTER
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 27 dicembre 2008 col titolo "Pinter e il
cinema" e il sommario "Il piu' misterioso degli 'arrabbiati'. Non solo
Losey"]

"Non ho mai scritto un film originale, ma mi e' molto piaciuto adattare
libri di altri. Ho fatto trenta sceneggiature, due non sono mai state
girate, tre sono state riscritte da altri. Diciassette (inclusi quattro
adattamenti dai miei drammi) sono state realizzate cosi' come erano scritte.
Credo che questo sia inconsueto. Sono convinto che adattare romanzi per lo
schermo sia un atto creativo, un lavoro serio e affascinante perche' bisogna
immaginare nuove forme per le idee che vi sono espresse".
Cineasta pinteriano a tutti gli effetti, Pinter. Il tradimento, la menzogna,
la violenza e' il centro ossessivo della sua poetica. Arma principale di
combattimento l'ironia, usata come bisturi. Certo, la falsita' nella
famiglia, nella coppia, nell'industria culturale, ma anche nella Democrazia
che l'occidente sbandiera, visto che viviamo coperti da coltri di bugie,
come quando i media urlano: "Il Nicaragua sandinista e' bieco carcere
totalitario, ma il Salvador e' modello di democrazia". Stalin, Hitler e gli
Usa, i piu' splatter del secolo XX, per lui.
Pinter sa visualizzare e isterizzare, in spazi claustrofilici radianti, la
dialettica perversa che agita i rapporti umani, padrone e servo, maschio e
femmina, carnefice e vittima... "Una scrittura rara, economica, esatta: le
sue parole hanno il loro ritmo - dira' l'adorato Losey - ed egli ha capito
subito che le parole dette nei film hanno valori e funzioni differenti. A
volte e' la parola in se stessa, a volte e' la scena completa, con un
principio, un centro e una fine, quasi presa di peso dal teatro, ma con le
immagini tra i dialoghi che risuonano quanto e spesso piu' delle parole".
Un magnete politico radicale per molti artisti, inglesi e della diaspora,
che faranno affascinante quel pezzo speciale di cinema cosmopolita ormai
perduto: l'americano Losey, il ceco Karel Reisz (col capolavoro di
sdoppiamento e ambiguita' che e' La donna del tenente francese, '81, da John
Fowles), il tedesco Schloendorff, i "new Hollywood" Jerry Schatzberg e
William Friedkin (Festa di compleanno), il no-Hollywood Paul Schrader
(Cortesie per gli ospiti), il greco-turco Elia Kazan (Gli ultimi fuochi), e
poi Peter Hall, David Jones (Tradimenti e Il processo), John Irvin, Morahan,
Branagh (Gli insospettabili, 2007)...
Intanto, e' pinteriano il suo metodo di scrittura, che permette di dare un
occhio al libro, che non ce l'ha, e un "terzo occhio" al regista (e due in
piu' quando, come nel Servo e in L'Incidente, la sua apparizione d'attore e'
indice, indizio di un passaggio notevole e pesante del racconto): "non posso
scrivere una scena se non la vedo scorrere davanti agli occhi. Ho come una
cinepresa in testa. Immagino gli angoli di ripresa, le prospettive... Il
problema e' collegare dei fatti tra loro, e l'articolazione visiva al cinema
e' diversa dalle altre forme di sintassi". Come regista fa cose tv e Butley
('73), con Alan Bates, da Simon Gray, apologia di un perdente gay votato
all'autodisintegrazione, tra alcool e sigarette. Mai un io narrante nei
copioni, piuttosto un lavoro dell'inconscio che agisce, scrive, ricorda,
torna dal passato.
I due copioni mai girati sono Victory, da Conrad (l'amour fou per una donna
e per la solitudine, calpestato dalla malvagita' umana), scritta con Richard
Lester. E Alla ricerca del tempo perduto, il mega-progetto con Losey da
Proust (su cui ha lavorato per l'interno 1972, dopo il trionfo di Messaggero
d'amore, e poi ha ripreso nel 2000, per l'adattamento teatrale del copione,
con D. Trevis). Ma il rapporto di Pinter con il cinema non inizia nel '63,
quando Clive Donner dirige il copione beckettiano (sulla "folie du jour"
direbbe Blanchot) Il guardiano (argento a Berlino), tre uomini in una
stanza, "parlano e sparlano, usano le parole come ganci dove appendere la
follia che li invade, li percuote, li disturba". Fu passione teenager il
cinema, prima ancora del teatro, merito dei gangster-movies con Bogart e
Cagney, dei b-movies con Franchot Tone, di Ford, Ejzenstein, Bunuel e
Cocteau, scoperti a 14 anni nei cineclub: "Dai thriller Usa ho imparato,
forse, il linguaggio: cosi' teso, secco, hemingwaiano".

3. LUTTI. CATERINA RICCIARDI RICORDA HAROLD PINTER
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 27 dicembre 2008 col titolo "Pinter.
Esordi' come poeta ma le sue passioni erano narrative"]

Harold Pinter sembrava essere approdato per caso alla scrittura teatrale. Fu
dopo avere intrapreso brevi studi alla School of Speech and Drama di Londra
che si lancio' come attore shakespeariano con il nome d'arte di David Baron.
In campo letterario esordi' come poeta pur vantando passioni specificamente
narrative: amava Joyce, Kafka, Hemingway, Dostoevskij, i romanzi di Beckett.
Aveva ventisette anni quando, nel 1957, inauguro', con La stanza, la sua
lunga carriera di drammaturgo a Bristol, in provincia, mentre
contemporaneamente a Londra, al Royal Court Theatre, trionfava John Osborne
con Ricorda con rabbia. Piu' appartato e piu' innovativo dal punto di vista
drammaturgico, Pinter sarebbe stato destinato a crescere sulla lunga
distanza. Non sembra avere molto in comune con il teatro dei "ribelli" o
degli "arrabbiati" di Osborne, perche' il suo mondo, inquietante e
misterioso, appare sin dall'inizio lontano dai disagi di una generazione.
Non che anche allora - come peraltro piu' appassionatamente negli ultimi
anni - si sottraesse a posizioni e pronunciamenti politici ben precisi (dal
Vietnam all'Iraq), ma nel suo ruolo di scrittore teatrale ha sempre
rifiutato ogni compromesso con la storia in atto. I personaggi che avrebbe
cominciato a portare in scena sono dunque fuori da ogni tipologia, o da
specifici contesti, e colti piuttosto nella loro verita', o apparenza
esistenziale, e nello smorto agone della vita, indagata da Pinter nel suo
"mistero": un mistero che lo "affascina", avvolto com'e' nella sua
indeterminatezza. La storia dei personaggi che Pinter fa agire sulla scena
resta quindi chiusa nell'ombra; il loro passato e' sommerso ma ingombrante,
i motivi delle loro azioni enigmatici, i discorsi elusivi. E' riservata
dunque al palcoscenico ogni capacita' di comunicazione e di incontro, pur
nell'imbastitura di una narrazione. Eppure, e' attraverso l'accumulo di
dialoghi in apparenza senza senso, di pause e silenzi, di incidenti banali,
che Pinter riesce a creare situazioni di grande tensione drammatica, quasi
allegorie, scavando nelle incertezze dell'uomo moderno, con il dichiarato
proposito di arrivare "all'assurdita' delle nostre azioni, del nostro
comportamento e dei nostri discorsi".
Il pieno successo gli sarebbe arrivato nel 1960 con Il guardiano, la piece
in cui in modo piu' preciso si configura il suo personaggio emblematico:
l'intruso in una situazione di apparente normalita', il portatore anonimo di
oscurita' e di minaccia. E "teatro della minaccia" (da non confondere con il
coevo "teatro dell'assurdo") e' definita la fase piu' rappresentativa
dell'opera di Pinter, in cui si esplorano temi classici come il mistero del
male, del nulla e della morte (Festa di compleanno, 1958), il problema
dell'ambiguita' della verita' (L'amante, 1963), gli inganni della memoria
(Silenzio, 1969), il fardello del passato (Vecchi tempi, 1971, e Terra di
nessuno, 1975), argomenti che il Novecento letterario e filosofico ci ha
fatto frequentare con insistenza. Non sta dunque solo nei suoi contenuti
l'originalita' di Pinter, il quale, infine, pur non limitandosi a
rappresentare una generazione si fa, al pari di Beckett, tormentato
interprete del secolo in cui ha vissuto, restando il piu' rigoroso fra i
rappresentanti della generazione succeduta ai grandi maestri
dell'anti-teatro, Ionesco, Beckett, Genet.

4. LUTTI. ROBERTO BERTINETTI RICORDA HAROLD PINTER
[Dal sito del quotidiano "Il messaggero" riprendiamo il seguente articolo
del 26 dicembre 2008 col titolo "Addio ad Harold Pinter, Nobel e drammaturgo
della lotta"]

"Verra' ricordato come il piu' grande e importante drammaturgo inglese della
seconda meta' del Novecento". Erano unanimi ieri tutti i critici britannici
nel giudicare l'importanza di Harold Pinter, scomparso a 78 anni alla
vigilia di Natale, ucciso da un cancro contro il quale combatteva da tempo.
La scorsa estate, in un'intervista alla Bbc, Pinter aveva annunciato l'addio
al teatro: "Ho composto una trentina di testi e sono stanco, voglio dedicare
le energie che mi restano alla poesia e all'impegno politico", disse allora.
Leader carismatico della sinistra radicale del Regno Unito, pacifista e
difensore dei diritti umani, aveva guidato l'opposizione interna alla guerra
in Iraq, attaccando in ogni circostanza Tony Blair, definito "un autentico
criminale che va in giro con un ipocrita sorriso cristiano stampato sulla
faccia". Ancora piu' duro il suo giudizio su Bush e sugli Usa: "Gli Stati
Uniti sono il vero stato-canaglia, un paese arrogante, sempre sprezzante
verso le leggi internazionali, la potenza piu' pericolosa che il pianeta
abbia conosciuto", ha scritto.
La sua corsa controvento contro il potere inizio' molto presto, nel
poverissimo quartiere operaio di Hackney, alla periferia di Londra, dove era
nato nel 1930 da una famiglia di sarti di origine ebraica. Per due volte,
diciottenne, fini' in tribunale dopo aver rifiutato di indossare la divisa
militare durante il periodo di addestramento allora obbligatorio. "Fui
fortunato, visto che mi capito' in entrambi i casi lo stesso magistrato
comprensivo che si limito' a multarmi: 10 sterline la prima volta, 20 la
seconda. Forse saro' richiamato per la prossima guerra, ma di sicuro non ci
andro'", disse in seguito. Il debutto letterario e' del 1950 con alcune
poesie apparse su una piccola rivista firmate "Harold Pinta", nel 1951
esordisce in teatro con l'Enrico VIII di Shakespeare e subito dopo inizia a
lavorare per la compagnia di Anew McMaster, che porta i classici del
repertorio sui palcoscenici di tutto il Regno Unito.
E' un periodo difficile ma entusiasmante che permette a Pinter di
comprendere le sue doti di drammaturgo e di scrivere il primo testo, La
stanza, messo in scena a Bristol nella primavera del 1957. Pochi mesi piu'
tardi il grande salto a Londra, dove un impresario a caccia di giovani
talenti produce Il compleanno, oggi ritenuto un capolavoro assoluto che
pero' allora non piace alla critica. "Spiacente, signor Pinter, lei non e'
abbastanza divertente", sentenziano i quotidiani, sconcertati dal gioco di
specchi portato sul palcoscenico, dall'atmosfera surreale che fa da
contrappunto a una vicenda e un dialogo all'apparenza naturalistici, con un
protagonista dall'incerto passato al quale danno la caccia due emissari di
una banda criminale.
Neppure ventiquattro mesi piu' tardi, la sera del 27 aprile 1960, i giudizi
su Harold Pinter si ribaltano. Dopo la prima di Il guardiano il consenso e'
unanime: "Siamo alle prese con una seducente deviazione dalle consuete vie
battute in teatro, con un lavoro affascinante", si legge sul "Guardian", "Mr
Pinter ci abbandona a una piacevolissima confusione", aggiunge il "Times",
"lo spettacolo che ha debuttato l'altra sera al Lyceum e' di un giovane
autore che promette di diventare uno dei piu' importanti del teatro
contemporaneo", sostiene il "New York Times".
Con una buona dose di sarcasmo lo stesso Pinter avrebbe in seguito
commentato: "A Londra hanno messo in scena due miei lavori completi. Il
primo ha tenuto una settimana, il secondo un anno. Tra i due ci sono,
naturalmente, delle differenze. In Il compleanno ho impiegato delle lineette
fra le espressioni, in Il guardiano ho sostituito le lineette con dei
puntini. Si puo' dedurre, pertanto, che i puntini hanno maggiore successo
delle lineette. Il fatto che in nessun caso si possano sentire durante lo
spettacolo lineette e puntini, e' una questione secondaria. Non si devono
gabbare i critici troppo a lungo. Sanno distinguere un puntino da una
lineetta a un miglio di distanza, anche se non sentono ne' l'uno ne'
l'altra".
Oltre all'impiego di lineette e puntini (che nei drammi indicano le lunghe
pause tra una battuta e l'altra, elemento inconfondibile del suo stile),
cosa caratterizza il teatro di Pinter? L'impiego contemporaneo di elementi
presi dalla tragedia e dalla farsa, si e' detto spesso. Aggiungendo che i
suoi testi rammentano i quadri iperrealisti in cui tutti gli elementi che vi
appaiono sono la riproduzione accurata di particolari reali, ma al tempo
stesso vengono immersi in una dimensione al di fuori dal reale. Di fronte a
Pinter va in ogni caso evitato il ricorso a luoghi comuni interpretativi che
banalizzano una ricerca articolata e complessa, non riassumibile nelle
formule abituali. Campione dell'assurdo, maestro di silenzi, drammaturgo
della minaccia? Certo, Pinter e' anche questo. Ma non solo, perche' da
un'attenta lettura dei suoi testi emergono altri temi di cui schemi troppo
rigidi non possono dar conto. E' lo stile "pinteresque", cosi' riassunto
dagli accademici di Stoccolma quando, nel 2005, gli assegnarono il Nobel:
"Una modalita' assolutamente originale per svelare il baratro sotto le
chiacchiere di ogni giorno e costringerci a entrare nelle chiuse stanze
dell'oppressione".
C'e' un aneddoto rivelatore, narrato dallo stesso Pinter, che indica
l'inconsistenza di alcune formule. "Una volta, parecchi anni fa, mi sono
trovato in mezzo a una discussione in pubblico a proposito di teatro. Uno mi
ha chiesto di che cosa parlavano le mie commedie. Ho risposto senza pensarci
tanto, tanto per troncarla li', e ho detto: 'Della donnola sotto il mobile
bar'. Che sbaglio! Per anni e anni ho visto questa espressione citata in non
so quante recensioni. Ora sembra voglia dire chissa' cosa, ha acquisito un
significato profondo e passa per una osservazione acuta e sensibile a
proposito del mio lavoro. Per me non voleva dire assolutamente niente".
Se esiste un denominatore comune per riassumere un lavoro che si e'
protratto per circa mezzo secolo, consegnando all'umanita' capolavori
assoluti (Il guardiano, Il calapranzi, Ritorno a casa, Vecchi tempi,
Tradimenti, Il linguaggio della montagna) lo si rintraccia nell'idea di
"teatro problematico". Pinter, in altri termini, privilegia una ricerca
aperta su temi che possono essere di volta in volta esistenziali o politici
senza mai chiudere il cerchio, evitando di offrire risposte. Nel suo teatro,
poi, il linguaggio riveste una importanza cruciale, viene usato in una
maniera diversa rispetto ad altri autori che pure condividono le sue scelte
in campo estetico: non per sottolineare difficolta' di comunicazione (e' il
caso, ad esempio, di Beckett o di Ionesco), ma per portare in primo piano il
bassissimo livello di conoscenza assicurato dal dialogo, come appunto spiega
la motivazione del Nobel per la letteratura.
Che cosa intenda esprimere con questa tecnica e' riassunto in un intervento
del 1984 dove osserva: "Voi, io e i personaggi per la maggior parte del
tempo restiamo inespressivi, reticenti, incostanti, elusivi, impacciati,
svogliati. Ma e' da simili attributi che nasce un linguaggio. Un linguaggio
in cui sotto cio' che viene detto si dice un'altra cosa". L'obiettivo e',
dunque, mettere in evidenza il modo in cui la comunicazione tra gli uomini
tenda a rivelare la loro miseria spirituale e le loro paure. Si tratta di un
tema che ha avuto valenze quasi metafisiche durante la prima parte della sua
carriera per assumere in seguito venature politiche a partire dalla seconda
meta' degli anni Ottanta. Quando Pinter ha fatto dell'impegno esplicito la
sua bandiera, arricchendo di nuove tonalita' lavori di altissimo livello
artistico, segnati da una forza espressiva e da una originalita' estetica
che per mezzo secolo gli hanno assicurato una leadership indiscussa
nell'ambito del teatro di lingua inglese.

5. MEMORIA. GIANFRANCO CAPITTA: IL NOSTRO CARO AMICO HAROLD
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 27 dicembre 2008 col titolo "Il nostro
caro amico Harold" e il sommario "Ha portato in scena il peso di parole e
silenzi. Per raccontare i conflitti di famiglia, di coppia, di caseggiato,
di classe, tra nazioni. Dal Calapranzi fino agli attacchi brucianti a Bush e
Blair. E al Nobel"]

E' duro accettare l'idea che Harold Pinter non ci sia piu'. Innanzitutto
perche' resta la sua opera, imponente: 29 commedie, molti testi piu'
piccoli, le poesie, i molti film da lui sceneggiati a Hollywood e in Gran
Bretagna, i suoi articoli e i suoi interventi. E resta anche il fatto che il
cancro all'esofago che l'aveva colpito nel 2000, lui era stato in grado di
sconfiggerlo e superarlo: facendo poesia del suo rapporto con le cellule
necrogene, ritornando in pubblico dopo la vittoria del Nobel nel 2005 (alla
cui premiazione aveva partecipato solo attraverso un video, per quanto
bruciante di condanna verso la politica estera americana), addirittura
tornando a calcare le scene del londinese Royal Court con una
indimenticabile e quasi autobiografica interpretazione dell'Ultimo nastro di
Krapp di Beckett. Ma ultimamente, al nuovo assalto della malattia, non aveva
voluto neanche sottoporsi ai protocolli terapeutici, invasivi e spossanti. E
se ne e' andato alla vigilia di natale, in un'impressionante citazione
cronologica dello stesso Samuel Beckett (e peraltro la data e' quella che e'
stata fatale anche a Giorgio Strehler).
Ma quello che proprio e' duro da accettare per chi ha avuto la fortuna di
conoscerlo e di frequentarlo, pur nella consapevolezza di tanto grande
eredita', e' l'assenza del suo giudizio sul mondo. Che non era la
chiacchiera diffusa sullo stato delle cose, ma una analisi sempre aggiornata
sulle fonti di tutto quanto andasse contro i principi, davvero per lui
fondamentali, di giustizia e democrazia. "Ma cosa fa ora il vostro
presidente Berlusconi?" chiedeva ironico ogni volta, ed era informatissimo
su dichiarazioni, schieramenti e gaffe dentro e fuori dell'Italia.
Anche se la prima domanda dopo i saluti, affettuosa e rasserenante, era da
diversi anni "Come va ora 'Il manifesto'?". E il solo fatto che una persona
della sua autorita' se ne preoccupasse, era un piccolo aiuto alla
sopravvivenza. In lui "il cittadino Pinter" era cresciuto fino quasi a
dominare la sua grandezza e notorieta' di scrittore: non "condizionandola",
ma facendosene linfa e sostegno. Se qualche anno fa, proprio a Milano, non
aveva indugiato, sornione come sempre, a confessare la propria scelta di non
scrivere piu' testi teatrali ("Se devo proprio scrivere, preferisco ora la
poesia..."), rivendicava invece con forza le sue scelte e le sue convinzioni
civili e politiche. Tanto da mettere in fuga, quello stesso pomeriggio, un
gia' dimenticato assessore del centrodestra milanese che avrebbe dovuto
consegnargli l'Ambrogino d'oro, imbarazzato se non esterrefatto dallo
scrittore che tuonava contro Bush, Blair e Berlusconi, invece di
pavoneggiarsi del proprio successo teatrale.
Eppure Harold Pinter e' stato sicuramente il massimo drammaturgo
dell'umanita' della seconda meta' del '900. Non per stilare classifiche o
graduatorie sempre fasulle, ma perche' anche rispetto al genio di Beckett
(suo amico e interlocutore costante, in un rapporto segnato da aneddoti
gustosi come il primo incontro finito in un gran mal di pancia per Pinter a
causa di una zuppa di cipolle, mentre l'altro percorreva la notte parigina
alla ricerca di un antidolorifico), tanto l'irlandese tendeva all'assoluto
in un processo di scarnificazione della propria poesia e teatralita', quanto
l'altro era teso a incarnare in un tessuto di parole sospese e allusive,
proprio i rapporti tra le persone, la loro intimita' e i loro gesti
esteriori.
Tutto il teatro di Pinter mette in scena i conflitti interpersonali. Da
quando comincio' giusto cinquant'anni fa a racchiudere in una Stanza una
coppia alle prese con i propri fantasmi e con l'altro. E poi via via, nei
rapporti in trasformazione di ruolo tra Il servo loseyano e i suoi padroni,
tra aristocratici in decadenza e clochard dallo sguardo lungo, tra
l'individuo e una "opinione pubblica" spietata come una branca o una
filiazione malavitosa, dalla famiglia ai caseggiati, dalle classi umili alla
borghesia affluente e colta della Londra anni Sessanta. Con ritorni
fulminanti alla insanita' di certi rapporti matrimoniali disseminati di
Vecchi tempi e Tradimenti. E certi affondi e dilatazioni coscienziali nella
Terra di nessuno che sta dentro e dietro ogni esistenza.
Il suo modo di scrivere e' divenuto proverbiale, il suo stesso cognome un
aggettivo, "pinteriano", per indicare quel tocco che da' insieme ambiguita'
e spessore a ogni cosa scritta, e che reputa le pause importanti quanto le
sillabe. Un patrimonio ereditato dal proprio mestiere di attore, bravo e
bellissimo, dopo l'esperienza dei quartieri proletari dell'East end
londinese (dove suo padre di famiglia ebrea sefardita faceva il sarto), dopo
l'infanzia rapita in Cornovaglia per scampare i bombardamenti tedeschi, dopo
una breve frequentazione della Rada (l'accademia drammatica dove si e'
formato il Gotha delle scene anglosassoni), e dopo un paio di processi per
diserzione per la sua ostinata obiezione di coscienza al servizio militare.
Un mestiere d'attore nelle periferie del Regno Unito, alternando di sera in
sera Shakespeare con i gialli della piu' pura tradizione inglese, che gli ha
permesso di capire quali fossero le parole giuste per dare corpo in scena
alle sue creature. Un linguaggio che con maestria e versatilita' rare gli
faceva firmare testi per la scena, per la radio e la televisione (avendo la
Bbc la fortuna di un producer geniale e lungimirante con Martin Esslin), e
poi il cinema.
Catalogato prima, proprio dallo stesso Esslin, dentro Il teatro dell'assurdo
(un titolo che si rivelo' una formula tanto fortunata quanto precaria e
destinata ad essere presto smentita), ma dimostratosi in fretta autonomo e
di definizione assai difficile, come il suo teatro: "della minaccia",
"dell'intrusione", "dell'incomunicabilita'". In realta' Pinter andava
allargando il proprio periscopio dentro l'umanita' e le sue debolezze, e le
sue deformazioni politiche, mentre si schierava nella societa' e nelle
strade contro gli armamenti, i colpi di stato totalitari, le aberrazioni del
postcolonialismo, le violenze reazionarie della Thatcher contro i minatori o
gli altri lavoratori in sciopero.
Cosi' che dagli anni Ottanta anche il teatro pinteriano e' stato invaso,
contaminato, vivificato e in qualche modo "storicizzato" da quella realta':
Il bicchiere della staffa, Il linguaggio della montagna, il cristallino e
agghiacciante Party Time. E poi ancora testi piu' brevi, come Il nuovo
ordine del mondo (che da un calco del beckettiano Catastrophe trae uno
schizzo pauroso di killeraggio imperialista) o l'atroce Conferenza stampa,
ovvero la prima apparizione pubblica di un nuovo ministro della cultura,
fino a quel momento responsabile di polizia e servizi segreti. Sono testi
sconvolgenti, dove appaiono in scena regimi dittatoriali, persecuzioni
politiche e discriminazioni "linguistiche" a colpi di assassinio, che
denunciano la sopraffazione e l'ingiustizia del nostro beato occidente
"democratico". Con intuizioni quasi profetiche: in Party Time un gruppo di
potenti chiuso in una sorta di zona rossa dibatte di futilita' quali la
cucina o il fitness, mentre fuori infuria la rivolta e gli scontri. Da
questi anzi scappa un morto, che appare, alla fine, pallido come un
fantasma, e si chiama Jimmy. Il testo e' stato scritto nel '94, ben prima
del G8 genovese e della tragedia di Carlo Giuliani. Ma Pinter ha penetrato a
fondo le strutture e i meccanismi del potere, validi ovunque. Perche' mentre
scrive quei testi, si pronuncia dal "Guardian" o dagli schermi della Bbc
("Ma solo di rado, e a notte fonda, quando c'e' meno pubblico ad ascoltare"
sospirava) contro l'assassinio di Allende alla Moneda e quello di monsignor
Romero in Salvador; contro la tirannia che fino a pochi anni fa gravava su
Timor est, e contro i bombardamenti "umanitari" nella ex Jugoslavia; contro
le persecuzioni contro i Curdi nel Kurdistan turco, e contro i militari
golpisti in Argentina. Era facile per i suoi lettori ambientare in quei
contesti le sue ultime creazioni teatrali. Ma lui smentiva, con cortese
intransigenza: tutto questo poteva accadere nella nostra civile e progredita
Europa, dove vedeva il segno del thatcherismo perpetuato da Tony Blair, o
nell'America di Bush che dopo l'undici settembre aveva scoperto ancor piu'
il proprio carattere reazionario se non canagliesco, testimoniato dagli
orrori di Guantanamo e di Abu Grahib. Tanto da rendere i politici
dell'impero occidentale protagonisti del suo storico discorso di
accettazione del premio Nobel, giusto due anni fa. Che partiva dal proprio
teatro, e dal rapporto che vi risiede tra realta' e finzione, per denunciare
la madre di tutte le finzioni, la politica capitalistica con tutte le sue
estreme e perfino sanguinarie conseguenze.
Un uomo deciso, Pinter, e di grandissima forza. Due anni fa, era voluto
tornare in scena, scegliendo Beckett, L'ultimo nastro di Krapp, ossessione
di un uomo che ascolta la propria voce di trent'anni prima. Dava i brividi
ascoltarlo, con la sua voce lesa dal tumore, centellinare i sospiri e le
parole, dando un senso nuovo anche a Beckett, da quella sedia a rotelle da
cui recitava la presa di coscienza della propria vita. Ma dopo, offrendo
sorridente vino bianco ghiacciato agli ospiti italiani e a un Dustin
Hoffmann scatenato che gli chiedeva un ruolo, aveva dimostrato che il teatro
restituisce la vita. Ed esorcizza il fatto che ora lui sia uscito
momentaneamente di scena.

6. MEMORIA. PAOLO PETRONI: HAROLD PINTER NEL RICORDO DEGLI AMICI ITALIANI
[Dal sito dell'agenzia di stampa Ansa (www.ansa.it) riprendiamo il seguente
articolo del 26 dicembre 2008 dal titolo "Harold Pinter: da Bonacelli a Fo,
gli amici italiani"]

"Una persona straordinaria per l'umanita' e la modestia", cosi' Dario Fo,
anche lui uomo di teatro e premio Nobel, ricorda Harold Pinter, scomparso
ieri a Londra, e gli fanno eco Paolo Bonacelli, suo interprete e amico, che
ne ricorda "la disponibilita', la gentilezza priva di supponenza, quando lo
avvicinai la prima volta, dopo aver recitato Terra di nessuno", come la sua
traduttrice Alessandra Serra, che sottolinea "l'onesta' e la lealta'
dell'uomo, una volta che lo avevi conquistato, le stesse qualita' che lo
accendevano d'indignazione per ogni ingiustizia. Davanti alla violenza e
l'inganno perdeva il lume della ragione e scendeva subito in piazza, come ha
fatto sino all'ultimo con i suoi interventi politici".
"In questo ci somigliavamo molto e il nostro teatro - racconta ancora Fo -
nasceva dalle stesse ragioni di denuncia contro il militarismo, la guerra,
la supremazia degli interessi economici. Di questo abbiamo parlato quando
l'ho conosciuto, di come un certo capitalismo ha ridotto il mondo d'oggi".
Del resto aveva detto lui stesso nel 2005 che non avrebbe piu' scritto
teatro, per dedicarsi all'impegno politico. "Quando ci incontravamo, io gli
parlavo del suo teatro, di quel che vi leggevo, ma lui spostava il discorso
sulla politica, chiedeva cosa stesse accadendo in Italia, si accalorava,
bevendo, come l'ultima volta in un ristorante italiano, i suoi amati vini
bianchi, solo francesi o italiani e ghiacciati. Poi c'era la sua passione
per il cricket, cui giocava da sempre, quelle lunghe partite che durano
giorni, spiegando che era come la vita: una noia continua con rare
esplosioni di gioia".
Gianfranco Capitta e Roberto Canziani, autori di una biografia critica di
Pinter piu' volte aggiornata (l'ultima e' edita da Garzanti col titolo
Harold Pinter scena e potere) lo hanno frequentato dal 1993 e ricordano il
suo discorso violentemente antiamericano e contro la politica di Bush fatto
a Fiesole il 10 settembre 2001, il giorno prima del fatidico crollo delle
Torri Gemelle, che fece scrivere a certa stampa Usa che il primo attacco lo
aveva lanciato Pinter. La guerra in Afghanistan e in Iraq poi fu come
avessero dato ragione alle sue tesi e quindi lo spinsero a un impegno
antimperialista e per la pace sempre maggiore.
Quanto alle sue opere, se la Serra nota come Pinter "abbia dato dignita' ai
vuoti di scena, ai silenzi improvvisi, riempiendoli di senso, dandogli quel
valore di sospensione che hanno i silenzi nella vita, specie se seguono una
battuta, sempre per lui essenziale, asciutta", Canziani e Capitta ricordano
il suo rapporto con la scrittura, il rispetto che diceva di avere per i suoi
personaggi, come si trattasse di esseri umani reali, di cui non poteva
prevedere quel che avrebbero detto o fatto: "diceva che Terra di nessuno era
nata mentre in taxi una sera tornava a casa, anche un po' brillo, e senti'
nascergli in testa due voci, la prima che chiedeva 'Con ghiaccio?' e la
seconda che rispondeva 'No, assolutamente liscio'. Cosi' corse a casa per
non perderle e partendo da quelle due battute cercar di capire chi fossero
le due persone, come qualcuno incontrato senza conoscerlo e che pian piano
ci si svela. Non era il burattinaio classico, che sa bene cosa faranno e
come agiranno i suoi personaggi, ma, al contrario, da essi si sentiva
pirandellianamente visitato".
La Serra, che fu anche aiuto-regista di Pinter a Palermo per Cenere alle
ceneri, racconta di come, lui attore, lasciasse spazio e interagisse con gli
attori quando faceva il regista, "invitandoli a esprimere una propria idea
del testo, perche' anche lui se ne faceva una solo a posteriori, terminata
la scrittura".
Canziani e Capitta ricordano infine la sua ultima recita, fatta ormai
colpito dalla malattia, non a caso L'ultimo nastro di Krapp, un monologo
testamentario di Beckett, interpretato con la voce disfatta, "e nel buio,
attorno al cono di luce che lo inquadrava, tutti hanno scritto che la morte
si sentiva come una presenza viva, fisica, col suo senso di fine. Eppure,
dopo, al bar sulla sedia a rotelle su cui era ormai costretto, stupi' tutti
ritirando fuori il suo solito umorismo tagliente, il suo piacere per la
convivialita', l'affetto per gli amici e il grande amore per la moglie, la
scrittrice Antonia Fraser", che, ricorda Bonacelli, "definiva una realista
ottimista, al contrario, sottolineava, di come sono solitamente i realisti,
e non finiva di lodarla per la dedizione con cui gli era stata vicina dopo
la malattia".

7. MEMORIA. GIANFRANCO CAPITTA: PINTER, UNA NOTIZIA BIOGRAFICA ESSENZIALE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 27 dicembre 2008 col titolo "Biografia.
Un catalogo di titoli di successo"]

Harold Pinter e' nato a Hackney, periferia orientale di Londra, il 10
ottobre 1930. Famiglia ebrea sefardita, il padre sarto. Durante la guerra
viene sfollato in un ospizio infantile sulla costa. Torna a Londra a guerra
finita, subisce processi per obiezione di coscienza, pratica l'atletica
sulle 100 yarde. Nel '48 ottiene una borsa di studio per il Rada,
l'accademia d'arte drammatica. Ben presto lascia quegli studi, entra in una
compagnia di giro. Nel 1957 scrive il suo primo testo, La stanza, per una
compagnia universitaria. Da quel momento, comincia la sua carriera di
drammaturgo. Nello stesso anno vanno in scena Il compleanno e Il calapranzi.
Scrive senza mandarla in scena La serra, racconto di un manicomio che ha
gia' tutti i caratteri di una istituzione totale e repressiva. Del '59 e' Il
guardiano: il pubblico e' affascinato, la critica piuttosto indecisa, lo
scrittore sopravvive grazie alle commissioni che riceve da radio e
televisione. Sceneggia Il guardiano per il cinema, e nel 1963 inizia la sua
collaborazione con Joseph Losey: Il servo, The Accident, Messaggero d'amore.
Per Kazan Gli ultimi fuochi; scrive la sceneggiatura della Recherche
proustiana che con suo disappunto non diventera' mai film. Un suo testo del
1970, Old Times, viene messo in scena a Roma da Luchino Visconti, ma per
motivi che oggi paiono futili, Pinter ritira i diritti. Del 1974 e' uno dei
suoi capolavori: Terra di nessuno; del '78 Tradimenti, che diverra' un film
famoso nel 1983. Dopo una trilogia di testi teatrali brevi, nel 1984
pubblica Il bicchiere della staffa, interrogatorio di un aguzzino a una
famiglia di oppositori al regime dominante; nel 1988 Il linguaggio della
montagna sulla repressione culturale in uno stato totalitario; nel '91 Party
Time, descrizione agghiacciante di una oligarchia in libera uscita come
anche il suo ultimo testo, Anniversario, del 1999. Poco prima aveva mandato
in scena Moonlight, cruda parabola familiare, e Ceneri alle ceneri, un amore
sadomaso che adombra le atrocita' del secolo. Con questo ventaglio di
titoli, Pinter e' uno degli autori piu' rappresentati del pianeta, tradotto
universalmente in tutte le lingue (in Italia da Alessandra Serra, per
Einaudi, Tutto il teatro).
Ma oltre che alla poesia, lui si dedica ormai soprattutto alla salvaguardia
dei diritti civili e alla difesa della democrazia, nelle capitali
occidentali come nelle realta' pi? marginali, assieme alla moglie, la
storica Antonia Fraser. Nel 2000 si ammala di cancro, ma con terapie
tremende lo supera. Nel 2005 vince il premio Nobel per la letteratura, e
manda un video con un messaggio fortemente politico alla premiazione. Nel
2006 ritira di persona a Torino il premio Europa. Nell'autunno di quello
stesso anno per l'ultima volta va in palcoscenico con L'ultimo nastro di
Krapp. E' morto il 24 dicembre per un ritorno della malattia.

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
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Numero 279 del 30 dicembre 2008

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