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Minime. 706



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 706 del 20 gennaio 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Maria G. Di Rienzo: Il dolore degli altri
2. Mille cadaveri e di mosche un pugno
3. Oggi a Ronciglione
4. Christian Elia intervista Shawan Jabanien
5. Peppe Sini: Ogni Comune dovrebbe realizzare strutture e interventi per i
diritti umani delle persone, famiglie e comunita' nomadi e viaggianti
6. Jacopo Tondelli: La lezione illuminista di Zeev Sternhell
7. Letture: Dario Antiseri, Silvano Tagliagambe (a cura di), Filosofi
italiani contemporanei
8. Letture: Dario Antiseri, Silvano Tagliagambe (a cura di), Filosofi
italiani del Novecento
9. Letture: Umberto Santino (a cura di), Chi ha ucciso Peppino Impastato
10. Riletture: Pierre Vidal-Naquet, Gli ebrei, la memoria e il presente
11. Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta"
12. La "Carta" del Movimento Nonviolento
13. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. MARIA G. DI RIENZO: IL DOLORE DEGLI ALTRI
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo articolo]

La mattina del 12 novembre 2008, a Mirwais (periferia di Kandahar),
Afghanistan. Shamsia Husseini, 17 anni, e sua sorella minore stanno andando
a scuola. Ci vanno insaccate nel burqa, non perche' gli piaccia, o perche'
lo considerino un precetto religioso o un'onorevole tradizione eccetera, ci
vanno in burqa perche' le minacce alle donne che non vogliono indossarlo
stanno persino appese ai muri. Una volta a scuola se lo toglieranno, chi mai
puo' leggere bene da un libro o dalla lavagna con una grata davanti agli
occhi.
Un uomo in motocicletta affianca le due sorelle. "State andando a scuola?",
chiede loro. Le ragazze rispondono di si'. A questo punto l'uomo ferma la
moto, sfila il burqa di dosso a Shamsia tirandolo per il cappuccio e le
lancia in faccia dell'acido. Lo stesso giorno, altre quindici donne della
stessa scuola, insegnanti e studentesse, subiranno il medesimo trattamento
(compresa la sorella di Shamsia, la quattordicenne Atifa): la scuola fu
infatti circondata dalla squadra di pii motociclisti di cui faceva parte
l'assalitore delle due ragazze.
Oggi il viso di Shamsia e' coperto da cicatrici e pelle morta, soprattutto
dalla parte sinistra, dove una gran macchia scura le copre tutta la guancia.
I suoi occhi non ci vedono piu' tanto bene, le si offuscano di continuo. Non
ha piu' bisogno del cappuccio per essere mezza cieca. Eppure, oggi, la
fanciulla e' a scuola, assieme alle altre undici studentesse e alle quattro
insegnanti che furono assalite con l'acido. Tutte si sono riprese. Tutte
sono tornate. La scuola, che si chiama Scuola femminile Mirwais, conta 1.300
studentesse, oggi. Molte camminano per 2 o 3 chilometri ogni giorno dalle
loro case di fango in mezzo alle colline, pur di assistere alle lezioni.
"I miei genitori vogliono che io abbia un'istruzione. Mia madre non sa ne'
leggere ne' scrivere", racconta Shamsia, "Chi mi ha fatto questo non vuole
che le donne vengano istruite. Vogliono che noi si sia stupide, ignoranti".
"Non capisco perche' le ragazze dovrebbero buttar via le loro vite stando
sedute in disparte", aggiunge Sekhi, uno zio di Shamsia. I medici hanno
detto alla ragazza che solo la chirurgia plastica potrebbe cancellarle i
segni dal viso, ma Shamsia neppure e' in grado di pensarci. Il suo villaggio
non ha ne' acqua corrente ne' elettricita', e suo padre e' disabile. Sarebbe
bello se almeno ci fossero i marciapiedi sulla strada per la scuola, dicono
le sue compagne. E l'autobus, la preside lo ha chiesto alle autorita'
locali. A vederla mentre scherza e ride con le altre ragazze si direbbe che
Shamsia non sia neppure conscia dell'essere sfigurata. Ma le cose cambiano
quando le si chiede di ricordare: "Chi mi ha fatto questo non sente il
dolore degli altri".

2. LE ULTIME COSE. MILLE CADAVERI E DI MOSCHE UN PUGNO

Un sangue nero fumigante scola
un volto nero e' come legno attorto
non esce dalla gola una parola
il vivo e' arrovesciato e fatto morto.

Qui mira la scintilla e qui la mola,
come dal cielo piovve giu' sull'orto
di bronzo e fiamma l'orrida carola,
qual bastimento giunse infine in porto.

Dall'alto della rocca catafratto
chi tesse questa trama si protende
a contemplar che resta di tal bugno

e calcolare il prezzo del misfatto
e compitar quali frutto' prebende:
mille cadaveri e di mosche un pugno.

3. INCONTRI. OGGI A RONCIGLIONE

"L'ecosistema del lago di Vico: problematiche generali in relazione alla
potabilita' e salubrita' delle sue acque". Incontro scientifico promosso
dall'Associazione Italiana medici per l'ambiente. Ronciglione (Vt), 20
gennaio 2009
*
L'Associazione Italiana medici per l'ambiente - Isde (International Society
of Doctors for the Environment - Italia), sezione di Viterbo, promuove per
il giorno martedi' 20 gennaio 2008 alle ore 16,30 a Ronciglione, nella Sala
ex Chiesa del Collegio, sita in corso Umberto I, un incontro scientifico,
aperto al pubblico, sul tema: "L'ecosistema del lago di Vico: problematiche
generali in relazione alla potabilita' e salubrita' delle sue acque".
*
All'incontro interverranno come relatori: la dottoressa Milena Bruno
dell'Istituto Superiore di Sanita'; il professor Giuseppe Capelli e il
professor Roberto Mazza del dipartimento di Scienze Geologiche
dell'Universita' degli Studi "Roma Tre", responsabili dello studio sullo
stato idrogeologico delle acque del lago di Vico (2007); il professor
Giuseppe Nascetti, ordinario di Ecologia, prorettore dell'Universita' della
Tuscia; il dottor Mauro Mocci, del Coordinamento dell'Alto Lazio dell'Isde.
Presiede la dottoressa Antonella Litta, referente per Viterbo dell'Isde.
*
L'incontro, al quale sono invitati i cittadini e i rappresentati delle
istituzioni, vuole essere un  contributo scientifico per una migliore
conoscenza di tutte le problematiche relative allo stato, al monitoraggio e
al risanamento del lago di Vico, le cui acque alimentano anche gli
acquedotti dei comuni di Caprarola e Ronciglione.
*
Per informazioni e comunicazioni: isde.viterbo at libero.it

4. DOCUMENTAZIONE. CHRISTIAN ELIA INTERVISTA SHAWAN JABANIEN
[Dal sito di "Peacereporter" riprendamo la seguente intervista del 19
gennaio 2009 dal titolo "A farne le spese sara' l'umanita'" e il sommario
"Intervista a Shawan Jabanien, direttore dell'Ong al-Haq che monitora
quotidianamente le violazioni dei diritti umani da parte di Israele nei
territori palestinesi"]

Shawan Jabanien, avvocato palestinese con un master in diritti umani a New
York, e' il direttore esecutivo di al-Haq, organizzazione non governativa
con sede a Ramallah. Al-Haq, grazie al lavoro di 32 tra giuristi,
ricercatori e investigatori sul campo, monitora quotidianamente le
violazioni dei diritti umani nei Territori Occupati palestinesi, commessi da
Israele ma anche dall'Autorita' nazionale palestinese.
*
- Christian Elia: Avvocato Jabanien, come pensa di quello che sta accadendo
in questi giorni?
- Shawan Jabanien: Credo che questo sia un momento difficile non solo per il
popolo palestinese, per i civili, ma per l'umanita' in generale. Un momento
le cui conseguenze si sentiranno per un lungo periodo, sulle idee, sulle
azioni, sulle coscienze delle persone: comporteranno un mutamento nel
significato stesso del termine giustizia. Non solo qui in Palestina, le
conseguenze non incideranno solo sul popolo palestinese, ma su tutte le
persone che credono nei diritti umani, nella giustizia, nel diritto
internazionale. Riguarda tutti coloro che, in tutto il mondo, manifestano
nelle strade, che cercano di capire cosa sta accadendo a Gaza, e quali siano
le reazioni della comunita' internazionale, degli stati ma anche delle
istituzioni internazionali. E penso che abbiano perso le loro speranze.
Questa e' la lezione nuova, il vero nuovo evento, quello che avviene nella
mente delle persone contro il diritto internazionale, contro le Nazioni
Unite e tutte le altre istituzioni e organizzazioni. Oltre alle persone che
adesso hanno perso la loro vita a Gaza, oltre agli israeliani che agiscono
come uno Stato al di sopra del diritto internazionale, che non riconosce
neppure i principi, i suoi obblighi giuridici, niente, oltre a questo, io
credo che il prezzo, il prezzo vero di quanto sta accadendo siano le idee,
nella testa delle persone. La gente avra' fiducia solo nella forza. Se sei
abbastanza forte, otterrai qualcosa, e vedrai riconosciuti i tuoi diritti,
ma se non sei forte, non otterrai niente. Qui, in Medio Oriente, ma ovunque
nel mondo. Questo e' il punto. Come organizzazione che si occupa di diritti
umani il nostro compito e' avere una visione di insieme, non semplicemente
dare conto del numero delle vittime, dei civili uccisi, occuparci solo di
Gaza. Dobbiamo analizzare anche tutti questi altri elementi, i temi di lungo
periodo. Per questo stiamo sollevando queste questioni, diciamo a tutti i
funzionari, i diplomatici, chiunque: non considerate quanto sta accadendo
solo come un incidente, un episodio isolato che nel tempo tutti
dimenticheranno, no. E' stata aggiunta una nuova convinzione nella mente
delle persone: se sei debole nessuno ti prende sul serio. Cosa sta facendo
il governo di Israele? Questa e' la domanda vera, cosa sta facendo il
governo di Israele alla mente delle persone. Come israeliani, dice, non
riconosciamo i deboli, non riconosciamo il diritto internazionale, non
riconosciamo le risoluzioni delle Nazioni Unite, non riconosciamo niente se
non costretti con la forza. Come e' successo nel sud del Libano. Questa e'
la lezione. Se le persone sentissero che le Nazioni Unite agiscono secondo
le loro responsabilita', secondo la Carta, secondo i principi del diritto
internazionale, intervenendo, penserebbe che esiste davvero un sistema
internazionale, un sistema capace di proteggere, di proteggere i civili, i
diritti, e allora sarebbe rafforzata la loro fiducia nei diritti umani.
Questo e' il punto. Noi siamo sacrificati davanti alle azioni israeliane, ma
la comunita' internazionale e' sacrificata davanti al suo silenzio e alla
sua inerzia, il diritto internazionale, i principi, i valori del diritto e
della giustizia. Questo e' il nodo vero. Poi se andiamo a guardare cosa
stanno compiendo le forze israeliane in questi giorni, e' ovvio, stanno
compiendo crimini di guerra, e crimini contro l'umanita', perche' stanno
prendendo di mira i civili in modo sistematico, sistematico e su larga
scala. E' una politica diffusa, adesso, non e' piu' un episodio isolato,
colpire per esempio una abitazione civile. Vengono assassinate intere
famiglie. Il governo di Israele percepisce che non sara' mai punito, che
nessuno si occupera' mai di tutto questo, perche' e' incondizionatamente
sostenuto dagli Stati Uniti, protetto alle Nazioni Unite dal potere di veto.
Questo e' il punto. Per questo, come organizzazione che si occupa di diritti
umani, a parte i nostri appelli ai governi, alla comunita' internazionale,
alle Nazioni Unite perche' agiscano secondo le loro responsabilita' e i loro
obblighi giuridici, a parte questo, se lei mi chiede dove sia la speranza,
le rispondo direttamente che l'unica speranza e' nelle strade, nell'opinione
pubblica, nella societa' civile. Non ho alcuna fiducia in governi e stati,
davvero non ho alcuna fiducia in loro, e alcuna speranza. Nessuna, e lo
dico. Lo dico pubblicamente, e lo ripeto, l'unica possibilita' e' esercitare
pressione, in nome dei diritti, dei propri principi, scendere in strada.
Semplicemente scendere in strada. Perche' solo cosi' capiranno che possono
perdere. I governi si sentiranno minacciati nella loro popolarita', e allora
andranno dagli Stati Uniti, andranno dall'Unione Europea e diranno "Ehi,
cosi' perdiamo le elezioni, e' una situazione pericolosa". E' la sola
speranza.
*
- Christian Elia: In questo clima di sfiducia e disillusione nel diritto e
nelle istituzioni internazionali e' difficile lavorare per una ong come
al-Haq. Se non c'e' fiducia, per voi e' ancora piu' duro raccogliere
testimonianze, perche' c'e' il rischio che le persone arrivino a credere che
non serve a nulla. Avete indagini in corso ora a Gaza?
- Shawan Jabanien: Certo. Puo' immaginare. I nostri investigatori ci hanno
detto di essere stati ieri in un ospedale, di essere entrati nell'obitorio,
e di avere trovato un uomo che ancora respirava, e allora hanno urlato ai
medici di correre, ma i medici non hanno piu' alcuna capacita' di
fronteggiare la situazione. I feriti sono troppi. Il governo di Israele ha
negato l'accesso persino alla Croce Rossa, ha consentito loro di passare
solo qualche giorno dopo. Ignorano completamente il diritto internazionale,
si sentono una superpotenza, liberi di compiere crimini senza il minimo
timore di finire davanti a un tribunale. Questo e' il punto. E questa e' la
questione cruciale, per le vittime, quello che chiedono. La pietra angolare
del diritto internazionale umanitario e' il concetto di protezione, e in
questa situazione non viene offerta alcuna protezione. E se non si ha
protezione in una situazione simile, quando mai si avra' protezione? La
potenza occupante non offre alcuna protezione, l'Autorita' Palestinese non
offre alcuna protezione, la comunita' internazionale non offre alcuna
protezione. E la gente comincera' a pensare a come proteggersi da sola, con
i propri mezzi. Perche' la difesa e' un'esigenza naturale. Se lei si
sentisse in pericolo, e non tutelato da nessuno, sono sicuro che
comincerebbe a pensare a come proteggersi da solo. Se sentisse la sua vita,
la sua esistenza minacciata, il suo cibo, le cose basilari. Questa e' la
direzione in cui il governo di Israele sta spingendo la gente. Pensare come
proteggersi da sola. La domanda e': cosa ci guadagna la comunita'
internazionale, a spingere le persone a pensare a come proteggersi da sole,
con i propri mezzi? Questo e' il punto. Perche' cambieranno le strategie,
per un lungo periodo, non e' piu' solo questione di assassinii, o di crimini
isolati. Con tutto questo, Israele sta plasmando la coscienza della gente
per molto, moltissimo tempo. Il rapporto che la gente avra' con la comunita'
internazionale, con l'Unione Europea, con il diritto internazionale, con le
Nazioni Unite. Bisogna guardare a quanto sta accadendo in una prospettiva
strategica, non semplicemente come se si trattasse di eventi isolati,
episodici.
*
- Christian Elia: Ha delle informazioni circa l'uso di armi illegali a Gaza,
in questi giorni? Alcuni hanno parlato di armi come quelle usate in Libano
nel 2006, armi al fosforo.
- Shawan Jabanien: Credo che i metodi usati, in primo luogo, siano illegali.
Non ho informazioni su tipi specifici di armi, ma quello che so, l'immagine
che traggo dal lavoro dei nostri operatori sul terreno, e' che sono delle
bombe molto potenti, ordigni di due metri, sganciate da F-16. Bombe a
frammentazione, bombe a grappolo, ma quel tipo di armi, per il momento, non
credo siano state usate. Ma abbiamo bisogno di piu' informazioni, di piu'
esperti per esaminare i luoghi, le case colpite. Di sicuro stanno usando
tutti i mezzi a loro disposizione. Abbiamo alcuni esperti locali per le
prime analisi, ma abbiamo bisogno di affiancarli con esperti militari,
perche' possano entrare a Gaza ed esaminare le armi usate dagli israeliani.
*
- Christian Elia: In questa situazione e' difficile parlare di sistema
giudiziario palestinese, ma qual e' il suo giudizio sull'amministrazione
della giustizia in Palestina?
- Shawan Jabanien: Il mio giudizio non e' affatto positivo. Ancora oggi,
mentre parliamo, ci sono stati arresti arbitrari in Cisgiordania, con agenti
della polizia dell'Autorita' Palestinese che hanno arrestato dimostranti
pacifici. E sta accadendo ogni giorno, anche ieri a Nablus, dove sono state
arrestate venti persone. Sono arresti che si aggiungono a quelli di
attivisti politici avvenuti nei mesi precedenti. L'Autorita' non vuole che
cominci la terza Intifada, e sta arrestando in massa attivisti politici
contrari alla linea della moderazione. I servizi segreti impediscono
l'opposizione, anche durante gli attacchi a Gaza, mentre muoiono civili
innocenti, impediscono le libere espressioni di solidarieta'. Non c'e'
giustizia in Cisgiordania. C'e' politica con tutti i mezzi, non giustizia.
*
- Christian Elia: E qual e' il suo parere sull'amministrazione della
giustizia nella Striscia di Gaza da parte di Hamas? Investigate su quanto e'
accaduto durante la guerra civile tra Hamas e Fatah?
- Shawan Jabanien: Adesso a Gaza non c'e' nulla. Ma prima dell'attacco
violazioni e violenze ci sono state. La sicurezza per i cittadini c'era, ma
a prezzo di una grande paura. Vivevano nel terrore e questa non e'
stabilita' o uno stato di diritto. Arresti arbitrari, torture come in
Cisgiordania. Durante le tensioni tra le fazioni palestinesi molte persone
sono state uccise, torturate e private dei loro diritti. C'e' stata anche
qualche condanna. Ma non e' stata ancora fatta giustizia. La verita' e' che
viviamo un momento drammatico: interno ed esterno. Dai crimini commessi
dallo stato d'Israele a quelli commessi all'interno del popolo palestinese.
*
- Christian Elia: Un elemento nuovo, rispetto ad altri pesanti attacchi
subiti dalla popolazione palestinese, e' la divisione interna. Che ne pensa?
- Shawan Jabanien: La gente e' unita nel lottare contro l'occupazione e
contro l'inflizione di sofferenze. Umanamente uniti, ma politicamente sono
divisi. Andrebbero in strada se potessero urlare, ma i politici sono divisi.
Gli ultimi anni sono andati cosi'... vogliono solo usare il loro potere. E'
uno dei momenti piu' neri della nostra storia, ma non abbiamo scelta:
dobbiamo essere uniti.
*
- Christian Elia: Nel suo lavoro, nel lavoro di al-Haq, in una situazione di
questo genere, e' difficile separare il diritto dalla politica?
- Shawan Jabanien: Io non credo esista alcuna separazione tra la giustizia e
la politica, tra il diritto internazionale e la politica. Perche' se si
esamina l'attuazione pratica del diritto internazionale, si passa alla
politica. Chi e' chiamato ad attuare il diritto internazionale? La povera
gente, nelle strade? No, gli stati. E quando si passa agli stati, ai
funzionari di governo, si sta discutendo di politica. Se rispettano gli
obblighi a loro carico o no, se hanno fini politici o no... Cose di questo
tipo. Al di fuori dell'ambiente politico, non esiste attuazione pratica del
diritto internazionale. Questa e' la linea di confine, e questa la
connessione tra i principi del diritto internazionale, le teorie, i valori,
e la politica, qui e ora. Per questo crediamo sia cruciale esercitare
pressione sui politici. Non semplicemente ripetere le nostre richieste, i
nostri messaggi, i comunicati stampa, ma anche avere contatti con la
societa' civile, con i deputati, i giornalisti. Esercitare pressione sui
politici. Perche' l'unica cosa in cui i politici credono sono gli interessi.
Se ci sono interessi diretti. Se non faremo questo, come societa' civile,
saremo un giorno ritenuti corresponsabili, direttamente o indirettamente,
dei crimini commessi. Questo e' una parte determinante del nostro lavoro,
non solo stare seduti qui a scrivere relazioni. Quelle relazioni, quei
documenti debbono riuscire a porre sotto pressione i politici, perche'
diventi per loro conveniente sostenere i diritti umani. Perche', in fondo,
facciano il loro lavoro. Noi facciamo il nostro. Un lavoro dannatamente
duro, viene da piangere, a volte. Leggi certe storie... ma io non perdo la
speranza. Magari sara' mio figlio a vivere in una societa' piu' giusta,
magari io non vedro' mai i risultati del mio lavoro, ma non ci arrendiamo
alla disperazione di un momento orribile come questo.

5. ITALIA. PEPPE SINI: OGNI COMUNE DOVREBBE REALIZZARE STRUTTURE E
INTERVENTI PER I DIRITTI UMANI DELLE PERSONE, FAMIGLIE E COMUNITA' NOMADI E
VIAGGIANTI
[Questo intervento e' stato diffuso alla stampa locale come replica a gravi
affermazioni razziste di parlamentari e pubblici amministratori]

Mi sembra assolutamente doveroso che anche gli enti locali del viterbese si
impegnino per la realizzazione di strutture e interventi per il concreto
riconoscimento dei diritti umani delle famiglie e delle comunita' nomadi e
viaggianti.
*
Molti anni fa, quando ero un pubblico amministratore, anch'io mi adoperai
per questo.
E nell'impegno per l'affermazione dei diritti umani di rom e sinti mi trovai
nell'ottima compagnia dell'Opera Nomadi che aveva allora come
autorevolissimo rappresentante insieme a figure luminose come don Bruno
Nicolini e la professoressa Mirella Karpati, un nostro grande conterraneo,
l'indimenticabile Vittorio Emanuele Giuntella, che era stato ufficiale degli
alpini internato in lager per aver dopo l'8 settembre 1943 eroicamente
rifiutato (come decine di migliaia di soldati italiani) di essere complice
dei nazisti, che fu una delle voci della nonviolenza all'Universita' di Roma
dove insegnava storia dell'eta' dell'Illuminismo, e che mi fece il dono
grande della sua amicizia.
*
Credo e sostengo che:
a) ogni Comune dovrebbe attrezzare un'area di sosta per famiglie nomadi e
viaggianti, attrezzata come campo di transito di dimensioni limitate dotato
di tutti i servizi fondamentali;
b) i Comuni di dimensioni maggiori (e quindi con maggiori risorse
organizzative e finanziarie) dovrebbero attrezzare anche dei campi di sosta
di dimensioni maggiori per famiglie nomadi e viaggianti attrezzati anche per
permanenze di lungo periodo; non gigantesche bidonville destinate al
degrado, ma aree di dimensioni gestibili in modo adeguato, democratico e
trasparente, nel pieno rispetto della legalita' e dei diritti umani di ogni
persona;
c) per tutte le persone e le famiglie nomadi e viaggianti che vorrebbero
sedentarizzarsi in abitazioni stabili in muratura, le istituzioni dovrebbero
predisporre sia adeguate provvidenze per l'accesso all'edilizia economica e
popolare, sia efficaci interventi di sostegno degli enti locali per il pieno
accesso al diritto alla casa;
d) ed in ogni caso ogni Comune - come ogni altra istituzione variamente
competente in materia - dovrebbe applicare quanto gia' stabilito dal quadro
normativo vigente per il riconoscimento di tutti i diritti previsti
dall'ordinamento giuridico in materia di assistenza, salute, istruzione e
formazione, diritto al lavoro e all'abitare, diritto a una vita degna,
responsabile e solidale nel pieno rispetto della legalita'.

6. RIFLESSIONE. JACOPO TONDELLI: LA LEZIONE ILLUMINISTA DI ZEEV STERNHELL
[Da "Keshet" n. 3-4 del novembre-dicembre 2008 riportiamo pressoche'
integralmente il seguente articolo dal titolo "Zeev Sternhell e la
transizione dell'Occidente" e il sottotitolo "Un pacco-bomba contro
l'illuminismo"]

Ci sono fatti che illuminano il tempo in cui succedono, e altri che ne sono
illuminati. Il recente attentato all'incolumita' di Zeev Sternhell, al di
la' delle fortunatamente lievi conseguenze che il settantacinquenne
professore israeliano ne ha patito, appartiene a entrambe le categorie. Le
coniuga anzi in una sola, come capita ai fatti simbolici che si verificano
in epoche di cambiamenti sociali, economici e culturali. In una parola, nei
giorni che si ricordano lungo i secoli per avere registrato passaggi storici
irreversibili, di quelli che dividono il prima dal dopo.
Quando nel settembre del 2008 Zeev Sternhell riceve un pacco-bomba nella sua
bella casa di Gerusalemme, in un quartiere residenziale immerso nel verde e
in cui a chi scrive e' sempre sembrato assai facile perdersi, il mondo
occidentale sta per svegliarsi definitivamente dalla transizione iniziata,
suo malgrado, l'11 settembre del 2001. Allora le polveri delle Torri
gemelle, del tempio del potere economico globalizzato, invasero la scena
della mondovisione con persistente densita'. Sette anni e due guerre
"pareggiate" piu' tardi, sono i crolli dei grafici di borsa a sancire la
fine di un mondo. Meglio: a definire l'insuccesso del tentativo di ridurre
il piu' eclatante attentato terroristico della storia occidentale come una
parentesi accidentale e tutta esogena, collocata all'interno di  un percorso
lineare. In questo schema interpretativo (ma anche attivo) della realta', lo
sviluppo era rappresentato da una retta che ascende, mentre l'egemonia
americana si poteva interpretare come un'enorme superficie piatta, proprio
come il mondo visto da uno degli intellettuali piu' felicemente globali
della nostra epoca.
Quando Zeev Sternhell apre il suo pacco-bomba, Lehman Brothers, la piu'
importante banca d'affari del mondo, e' fallita dieci giorni prima, decine
di istituti di credito subiranno salvataggi e fusioni, mentre l'onda lunga
della crisi globale sta finalmente per abbattersi, dopo tante minacce, sulla
vecchia Europa.
Con la piena maturita' della crisi finanziaria, dunque, si definiscono
contemporaneamente due elementi: la morte di un modello di globalizzazione
lineare, "naturalmente" razionale, che aveva nella finanza internazionale e
internazionalista, matematica e cibernetica il suo vettore e il suo
linguaggio, da un lato; e la fine della parabola del modello egemonico
proprio dell'America neoconservatrice reaganian-bushiana, dall'altro.
Entrambi questi crepuscoli storici - tra loro intersecati - hanno piu' di
qualcosa a che vedere con la parabola culturale e umana di Zeev Sternhell.
*
L'ultimo mio incontro con Zeev Sternhell e' avvenuto nel luglio del 2007, un
paio di mesi dopo la pubblicazione italiana di Les anti-lumieres. Nel suo
ultimo, ponderoso lavoro Sternhell ricostruisce la parentela lunga delle
idee, la genetica culturale delle culture reazionarie che legano l'una
all'altra le due sponde dell'Atlantico. Il collante che Sternhell utilizza
come lente interpretativa e' la perdurante opposizione alle idee
universalistiche, egualitarie e lato sensu progressiste dell'illuminismo e
della rivoluzione francese.
Nella sua documentatissima ricostruzione, Sternhell trova la linea che
unisce Edmund Burke a Norman Podhoretz, gli anti-illuministi contemporanei e
perfino antecedenti alla "rivoluzione culturale" irradiata dalla Francia ai
neoconservatori americani che dagli anni Sessanta sono arrivati al governo
degli Stati Uniti. Posi, in quella occasione, un'obiezione logica che mi
sembrava cogente rispetto al suo lavoro intellettuale, di cui stavamo
parlando. "Se i neoconservatori sono davvero rappresentanti ultimi, in
ordine cronologico, del particolarismo anti-illuminista da lei ricostruito,
come mai la loro impronta internazionale piu' forte e' stata una guerra che
dichiarava di mirare (pur con tutti gli insuccessi del caso) a
universalizzare proprio la democrazia e cioe', in definitiva, il portato
politico e statuale figlio della rivoluzione francese?". Il Professore mi
omaggio' di un complimento di quelli che si riservano ai giornalisti - "tu
sai come fare domande difficili" -, ma poi smonto' rigorosamente
l'obiezione. Non credeva, non aveva mai creduto alla democrazia espansiva
come ragione fondativa del conflitto in Afghanistan e Iraq.
Ma senza addentrarsi nelle cause "materiali" della guerra, preferi' stare
sul terreno che per anni aveva approfondito: quello della natura della Stato
democratico dei neoconservatori americani. "Sono nazionalisti,
particolaristi, esclusivi e fondamentalmente teocratici". L'obiezione di
Sternhell non era tanto storica, quanto di fondamento ideale: il modello di
democrazia che puntavano a esportare era per sua natura contrario all'unico
principio universalistico che, secondo lo studioso nato in Polonia e
formatosi a Parigi, puo' sostenere un nazionalismo illuminista, vale a dire
l'autodeterminazione dei popoli. La democratizzazione del Medioriente
predicata e mai davvero implementata da Bush moveva, secondo Sternhell, dal
presupposto di una superiorita' nazionale (per lui, allievo di Mosse, a
questo si riduce la pomposa definizione di "civilta'"), piuttosto che non
dalla coscienza dell'uguaglianza naturale, che unisce illuministi e
giusnaturalisti.
Aveva senz'altro nell'orecchio e in testa, Sternhell, le centinaia e
centinaia di pagine spese, a partire dagli anni Cinquanta (con Isaiah Berlin
e tutti i suoi epigoni), per dimostrare la radicale differenza tra
rivoluzione francese e rivoluzione americana. Aveva certamente chiari in
testa i titanici sforzi compiuti in tal senso da Gertrude Himmelfarb, che
Sternhell chiama "la gran badessa del neoconservatorismo americano", per
dimostrare che le colpe dei Lumi francesi combaciavano esattamente con i
meriti della rivoluzione americana. La prima, "rivoluzione morale" che
pretende di cambiare l'antropologia dell'essere umano, porta in se' - a
detta del neoconservatorismo - tutti i germi dell'assolutismo e del
totalitarismo; la seconda, moderata e parziale, e' una rivoluzione meramente
politica. Sono mirabili, anche per ironia, le pagine in cui Sternhell spiega
alla Himmelfarb e ai suoi adepti che la distinzione e' assai piu' labile,
che le due rivoluzioni sono parenti strette, che lo stesso Burke - antenato
nobile caro al neoconservatorismo - non si cimenta in una disamina
strutturale delle differenze per evitare di essere obbligato dalla propria
stessa indubbia caratura d'intellettuale a riconoscerne le affinita'.
Sternhell aveva in testa tutto questo, ed evidentemente molto di piu',
quando non dubitava nemmeno un secondo di fronte alle promesse di democrazia
espansiva delle amministrazioni americane. Riteneva non ci si potesse
credere perche' conosceva le parentele culturali tra gli ispiratori di
quell'azione politica e la libercolistica da guerra fredda che finisce con
il condannare la modernita' tout court, come matrice comune di ogni violenza
politica totalitaria. E chissa' che forse, giunto oltre i settant'anni,
Sternhell non abbia voluto anche cogliere l'occasione per spiegare - a chi
non vuole o non puo' capire - che cosa lui non e' mai stato. Cosi', le
pagine dedicate ai neoconservatori sono vicine, anche materialmente, a
quelle in cui smonta e fa a pezzi i revisionisti alla Furet che
apparentavano Lenin a Mussolini; ma anche quelli in cui contesta la stessa
Hannah Arendt e le imprecisioni rischiose del suo concetto di totalitarismo,
in cui la Arendt finisce con l'invertire il rapporto di causa-effetto tra
negazione dei diritti dell'uomo e privazione dei diritti di nazionalita' e
cittadinanza. Per Sternhell, evidentemente, l'apolidia e la privazione dello
status di cittadino subite dagli ebrei durante la persecuzione nazifascista
sono frutto della negazione dello Stato egualitario - e illuminista - e di
"uomo"; non il contrario. L'aver lungamente studiato i socialismi nazionali
e le radici a sinistra dei fascismi europei non fa insomma di Sternhell il
divulgatore dell'equiparazione secondo la comoda immagine che gli e' stata
attribuita, soprattutto nel nostro Paese, e ancora nei giorni dell'attentato
da lui subito.
*
Quella che sta finendo, dicevamo sopra, non e' solo l'epoca geopolitica
segnata dal neoconservatorismo assurto al potere, ma anche l'onda
finanziaria e politico-economica che in quest'epoca ha conosciuto uno
sviluppo incredibile, assecondando peraltro una spinta globale che poteva
certo essere diversamente governata, non solo dall'America, e che in ogni
caso sarebbe stato impossibile rimuovere o bloccare. Il legame tra questo
secondo crepuscolo e il ricco percorso di studioso di Zeev Sternhell e'
certo meno immediato e univoco, ma forse proprio per questa ragione piu'
prezioso. Quella che si chiude (o sembra chiudersi) con il crollo verticale
della finanza dorata transfrontaliera e', senza dubbio, un'epoca di grandi e
crescenti disuguaglianze economiche e sociali, non sempre giustificabili con
la diversita' dei meriti dei diversi attori protagonisti e comprimari. Cio'
vale senza dubbio per le societa' occidentali, in cui la crescente ricchezza
di pochi o pochissimi ha fatto il paio con la perdurante miseria di molti, e
la montante esperienza di poverta', o di fatica, o di paura non isterica, di
moltissimi.
Resta pero' vero che l'internazionalizzazione irrefrenabile dell'economia
industriale, e la finanza come vettore poi "imbizzarrito" e infine
completamente da essa scollegato, hanno prodotto anche effetti
innegabilmente positivi nelle societa' e nei Paesi in via di sviluppo. Se la
Cina ha visto uscire dalla poverta' oltre cento milioni di cittadini lo deve
a quell'insieme infinito di interconnessioni materiali che per comodita'
semplicistica chiamiamo "globalizzazione", mentre non c'e' analista
economico o politico che non sottolinei, in queste settimane, che la "nuova"
egemonia americana dovra' essere contrattata proprio con il gigante (dai
piedi ancora argillosi) della Repubblica popolare. E ancora, se il prezzo
del petrolio ha toccato prima del crac finanziario i 130 dollari al barile,
al di la' di qualche diceria non sempre ben documentata sulle colpe degli
"speculatori", le ragioni principali stanno tutte nella maggiore richiesta
da parte di Cina e India, piu' industrializzate che mai e quindi, in
definitiva, meno povere di prima. Ma si puo' andare perfino oltre: se nel
settembre del 2008, per la prima volta nella storia, tutte le capitali
africane - in molti casi raggiunte da un processo di "civilizzazione" che ha
proprio in Pechino la sua capitale - vengano raggiunte dalla luce elettrica,
anche di questo si dovra' pur riconoscere qualche merito alla
globalizzazione. Un processo - lento, irregolare e ricco di ingiustizie e
difetti perfettibili e non, sia chiaro - che ha i caratteri, o almeno
presentava e presenta le occasioni, dell'universalismo,
dell'internazionalismo e dell'egualitarismo: a patto di essere governato da
menti politiche e da portatori d'interessi dotati di visioni, competenze e
ideali forti che sono spesso, troppo spesso, mancati in questo ultimo
decennio. Il rischio, tuttavia, e' che questo crollo della finanza mondiale,
globale, internazionale e internazionalista per definizione, travolga -
assieme alle follie di un sistema autoreferenziale - anche ogni spinta
all'internazionalizzazione sana e necessaria. E che alle paure di un
Occidente comprensibilmente preoccupato per una ricchezza che non cresce
piu' e non puo' piu' essere ridistribuita in alcun modo, alla fascinazione
reattiva per la storia di Robin Hood (tanto da farlo diventare modello di
tassazione statuale...), potrebbero finir con il sommarsi le speranze di
praticare una ricetta semplice: quella di far pagare allo sviluppo degli
altri - cinesi, indiani, africani - le debolezze e le frenate del nostro
modello di sviluppo. Non e' in fondo altro da questo la proposta di
costruire una fortezza europea contro le tigri asiatiche, che ci alzano i
prezzi dei carburanti con la loro crescente richiesta di materie prime,
mentre abbassano quelli dei prodotti che noi importiamo sui nostri mercati.
(...) il tratto "sternhelliano" di questa seconda china discendente, che ha
portato allo schianto della finanza e dei suoi templi piu' antichi e
prestigiosi. In definitiva, il pericolo di gettare ogni forma di
internazionalizzazione e globalizzazione assieme alle iniquita' che ha
generato o non ha saputo lenire, magari lasciando che siano poi le paure
proprie dei localismi a governare i tempi e i modi della reazione, non mi
pare ne' remoto, ne' vago.
*
Vorrei concludere, abusando della pazienza di chi e' arrivato fino a qui,
tornando in Israele, in quella casa elegante ed essenziale in cui Sternhell
ha ricevuto un pacco-bomba e mi ha piu' volte accolto senza timore, e con
umilta' e disponibilita' sempre piu' rare a trovarsi tra le mura
dell'accademia europea.
Nell'estate del 2005, nel pieno del ritiro da Gaza, sostenni una lunga
conversazione con il professore, che fu poi pubblicata sul quotidiano "Il
Riformista" per cui allora scrivevo. In quel periodo, mentre Ariel Sharon
con un colpo di spugna e di coraggio cancellava dalla Striscia di Gaza il
segno tangibile dell'ultranazionalismo (in grandissima maggioranza
religioso) dei coloni israeliani, il parere di Sternhell mi sembrava
particolarmente interessante. Perche' era un oppositore storico della
colonizzazione, ma anche un avversario intellettuale di Sharon e della
destra israeliana. Perche' e' un intellettuale globalista e universalista
chiamato a confrontarsi con la cuspide piu' avanzata dei sentimenti
"no-global", particolaristici, nazionalistici e religiosi che attraversano
il suo Paese e alcune delle culture forti fin dalla sua fondazione. Mi
interessava, insomma, chiarire anzitutto a me stesso un dubbio: Zeev
Sternhell e' un intellettuale sionista?
Mi rispose piu' o meno cosi': "Se il sionismo e' l'ideale del diritto di un
popolo, quello ebraico, di autodeterminarsi, di avere un suo Stato, delle
sue leggi e una sua terra, certo che si'. La guerra d'indipendenza del 1948
non e' altro che questo: la battaglia di un popolo per la difesa di un suo
diritto universale e veramente illuminista, quello di essere padrone del
proprio destino, esattamente come gli italiani, gli americani, i polacchi e
i palestinesi".
In queste parole ho sempre voluto leggere la summa culturale di uno tra i
piu' importanti intellettuali degli ultimi trent'anni. Ma anche, senza
dubbio, la cifra morale di un uomo raro.

7. LETTURE. DARIO ANTISERI, SILVANO TAGLIAGAMBE (A CURA DI): FILOSOFI
ITALIANI CONTEMPORANEI
Dario Antiseri, Silvano Tagliagambe (a cura di), Filosofi italiani
contemporanei, Rcs-Bompiani, Milano 2008, pp. 672, euro 14,90 (in
supplemento al "Corriere della sera). Da Evandro Agazzi a Vincenzo Vitiello
cinquantanove schede di presentazione (quasi tutte di autopresentazione, ed
alcune sono delle vere e proprie nitide autobiografie oltre che acute
autointerpretazioni) dei protagonisti della ricerca e del dibattito
filosofico in Italia oggi. Molte le pagine appassionanti, alcune fin
commoventi.

8. LETTURE. DARIO ANTISERI, SILVANO TAGLIAGAMBE (A CURA DI): FILOSOFI
ITALIANI DEL NOVECENTO
Dario Antiseri, Silvano Tagliagambe (a cura di), Filosofi italiani del
Novecento, Rcs-Bompiani, Milano 2008, pp. 848, euro 14,90 (in supplemento al
"Corriere della sera). Un panorama dei maggiori protagonisti dell'indagine
filosofica italiana novecentesca oltre Croce e Gentile (cui erano gia'
dedicati specifici capitoli della Storia della filosofia di Reale ed
Antiseri di cui questo volume costituisce un prolungamento).

9. LETTURE UMBERTO SANTINO (A CURA DI): CHI HA UCCISO PEPPINO IMPASTATO
Umberto Santino (a cura di), Chi ha ucciso Peppino Impastato. Le sentenze di
condanna dei mandanti del delitto Vito Palazzolo e Gaetano Badalamenti,
Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 2008, pp.
400, euro 20. Con un'introduzione del curatore, ed una ottima cronologia, le
sentenze del 5 marzo 2001 e dell'11 aprile 2002. Una lettura utilissima. Per
richieste al Centro Impastato: e-mail: csdgi at tin.it, sito:
www.centroimpastato.it

10. RILETTURE. PIERRE VIDAL-NAQUET: GLI EBREI, LA MEMORIA E IL PRESENTE
Pierre Vidal-Naquet, Gli ebrei, la memoria e il presente, Editori Riuniti,
Roma 1985, pp. 316, lire 20.000. Un libro che occorre aver letto, di uno dei
nostri maestri piu' grandi.

11. STRUMENTI. PER ABBONARSI AD "AZIONE NONVIOLENTA"

"Azione nonviolenta" e' la rivista del Movimento Nonviolento, fondata da
Aldo Capitini nel 1964, mensile di formazione, informazione e dibattito
sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo.
Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta" inviare 29 euro sul ccp n. 10250363
intestato ad Azione nonviolenta, via Spagna 8, 37123 Verona.
E' possibile chiedere una copia omaggio, inviando una e-mail all'indirizzo
an at nonviolenti.org scrivendo nell'oggetto "copia di 'Azione nonviolenta'".
Per informazioni e contatti: redazione, direzione, amministrazione, via
Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e
15-19), fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

12. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

13. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 706 del 20 gennaio 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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