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Minime. 708



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 708 del 22 gennaio 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Peppe Sini: La nonviolenza, ora
2. Elena Dini: La strage delle donne
3. Bruno Segre: Oggi in Italia, opporsi al razzismo
4. Si e' svolto il 20 gennaio 2009 a Ronciglione il convegno scientifico
promosso dall'Isde sulla situazione del lago di Vico
5. Gian Guido Vecchi presenta "Il libro della Shoah italiana" di Marcello
Pezzetti
6. Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta"
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. PEPPE SINI: LA NONVIOLENZA, ORA

E' l'ora della nonviolenza.
Il tragico fallimento di quelle progettualita', strategie e tattiche di
lotta politica che la violenza ammettevano nel novero degli strumenti della
loro azione (finendo cosi' per lasciarsi da essa violenza intrinsecamente
pervasiva e deumanizzante insignorire, con gli esiti oppressivi e fin
stragisti e totalitari che tutti sappiamo) rivela come la lotta di
liberazione dell'umanita' oppressa e di difesa della dignita' di ogni essere
umano e dell'unica umana civilta' richieda ormai drastica e ineludibile
l'esclusione della violenza dal repertorio degli utensili della politica (e
dalle umane relazioni tutte - nella misura in cui se ne e' capaci), ovvero
richieda la scelta nitida e intransigente della nonviolenza.
Troppo a lungo e troppo assurdamente, dimentichi della lezione del movimento
delle donne - la massima esperienza di lotta nonviolenta nella storia -, e
della lezione di Gandhi e di King, e di Capitini e di Dolci, e di tante e
tanti altri, troppo a lungo e troppo assurdamente anche in Italia le persone
amiche della nonviolenza hanno sovente sofferto di una sorta di
irragionevole complesso di inferiorita' o minorita' che frequentemente e'
degenerato in cedimento e rinuncia a proporre il proprio punto di vista, la
propria proposta di azione politica e di gestione dei conflitti e di governo
della societa' e degli istituti di essa, subendo e talora fin introiettando
l'egemonia della politica violenta, la cui maggior astuzia ideologica e' di
presentarsi come legittima e inevitabile.
Da un bel pezzo e' giunta l'ora di uscire dalla subalternita', l'ora di
rompere le complicita', l'ora di ripudiare le ambiguita'. L'ora di proporre
la nonviolenza come progetto e movimento politico di solidarieta' e di
liberazione, per il governo della societa'. L'ora di proporre la nonviolenza
come via ragionevole e adeguata all'intero movimento storico delle oppresse
e degli oppressi in lotta per una societa' di eguali in diritti e dignita',
di responsabili e solidali, in una prospettiva socialista e libertaria, di
socializzazione autentica e universale dei diritti e dei beni comuni, di
rivendicazione piena della liberta' di tutti e di ognuno in relazioni di
giustizia, di cura reciproca, di misericordia per gli altri ed il mondo.
*
Ma cosa intendiamo qui per nonviolenza?
La nonviolenza non e' solo un mero repertorio di tecniche: certo, l'uso di
tecniche nonviolente nelle lotte sociali e politiche e' comunque sempre
meglio che l'uso delle tecniche violente, e la nonviolenza mette a
disposizione di chiunque un repertorio di strumenti da chiunque utilizzabili
efficacemente. Ma non basta utilizzare tecniche nonviolente per poter
affermare di star praticando una prospettiva politica nonviolenta.
La nonviolenza non e' una mera metodologia e proposta di gestione dei
conflitti interpersonali e sociali: certo, e' anche questo; ma e' anche
molto di piu'.
La nonviolenza non e' una semplice strumentazione epistemologica,
ermeneutica, deliberativa, operativa: certo, e' anche questo, ma e' anche
molto di piu'.
E la nonviolenza infine non e' solo appello o insegnamento, sia pur
luminosi: essa e' innanzitutto lotta contro la violenza. Lotta politica
contro la violenza. Aiuto concreto a chi e' nel bisogno. Contrasto
all'oppressione. Proposta, programma, movimento politico per la liberazione
e la convivenza dell'umanita'. Proposta, programma, movimento politico per
l'inveramento dei principi sanciti nelle grandi tradizioni morali e nelle
grandi carte giuridiche: in primis la Dichiarazione universale dei diritti
umani.
*
La proposta della nonviolenza e' compatibile e componibile con diverse
tradizioni di pensiero e di azione, religiose e laiche. Essa vuole ereditare
e illimpidire e riconoscere e intrecciare in una visione complessa ed
aperta, certo in tensione fin conflittuale e senza riduzionismi di sorta,
tutte le fonti della civilta' orientate al bene comune, al rispetto per la
vita, alla relazione intersoggettiva ecoequosolidale in cui s'invera la
natura sociale della persona umana che sempre e solo vive nel processo
intersoggettivo, storico, culturale, sociale.
La nonviolenza non e' un'ideologia o una dogmatica, ma una teoria-prassi
sperimentale e fallibilista.
La nonviolenza afferma la coerenza tra i mezzi e i fini e il principio
responsabilita'.
La nonviolenza riconosce e invera l'umanita' propria ed altrui, fa leva su
questa comune appartenenza all'unica famiglia umana, all'unico mondo che
abbiamo in comune.
La nonviolenza non esiste in astratto, ma solo nel concreto impegno - ad un
tempo comune e liberamente individualmente scelto - per la verita', per la
pace e la giustizia, per i diritti di tutti, per la responsabilita' comune
che tutti riconosce, libera, protegge e salva.
*
La nonviolenza e' la politica adeguata ai compiti attuali dell'umanita'.

2. ITALIA. ELENA DINI: LA STRAGE DELLE DONNE
[Dal quotidiano "L'Unita'" del 15 gennaio 2009 col titolo "La strage delle
donne" e il sommario "Delitti, ma anche stupri e botte sono in continuo
aumento: 149 gli omicidi 'passionali' nel 2007 e nei primi nove mesi del
2008 non va diversamente. Le vittime? Ex mogli, ex fidanzate, ex amanti. Le
denunce aumentano, ma solo l'1% dei colpevoli viene assicurato alla
giustizia"]

Cento centri. Sono poco piu' di un centinaio su tutto il territorio
nazionale, ma dove operano le denunce delle donne sono aumentate: i Centri
antiviolenza sono una risorsa da sostenere e rafforzare, e per questo il Pd
con la senatrice Vittoria Franco ha pronto un disegno di legge.
Solo il 5% sul totale di 14 milioni di vittime sono le donne che riescono a
rompere il silenzio. I Centri, ha spiegato, sono quasi tutti al centro-nord,
al sud sono pochi. E sono per lo piu' a carico del volontariato:
associazioni di donne o singole persone che offrono gratuitamente il loro
aiuto per sostenere chi ha subito violenza.
Venti milioni di euro era il fondo stanziato dal governo Prodi. Ci sono
Regioni, come la Toscana e la Liguria, che investono nei Centri e altre che
invece si mostrano poco sensibili. Per questo serve un Fondo nazionale, con
risorse certe. Nel disegno di legge, oltre alle risorse, si chiede la
definizione delle funzioni e delle finalita' dei centri, il riconoscimento
ai centri della piena autonomia di gestione, l'istituzione di un Comitato
nazionale antiviolenza.
La punta dell'iceberg delle violenze compiute in Italia contro le donne e'
emersa nel febbraio 2007 quando l'Istat pubblico' una ricerca sconvolgente,
durata quasi cinque anni, condotta su un campione di 25.000 donne. "In
particolare quella delle violenze in famiglia", dice Linda Laura Sabbadini,
direttore centrale dell'Istat che ha coordinato quella ricerca, "e' una
realta' amara, che si scontra anche con la difficolta' da parte delle donne
di riconoscere la violenza e considerarla un reato". E, a titolo personale,
aggiunge: "le donne di tutte le estrazioni politiche dovrebbero unirsi, come
gia' e' avvenuto in passato quando la violenza passo' da reato contro la
morale a reato contro la persona, perche' siano sviluppate campagne
sistematiche e approvati provvedimenti di tutela. E si deve chiedere anche
che ci sia una formazione adeguata del personale nei pronto soccorsi e nei
commissariati. Se tutto questo non lo faranno le donne perche' dovrebbero
farlo altri al nostro posto?".
Provate a immaginare quanto spazio occupano 150 corpi stesi a terra. Se ci
fosse l'obbiettivo di un tg sarebbe una carrellata a perdita d'occhio sulle
bare allineate. Ma non c'e', non ci sara' mai lo shock di un telegiornale a
documentare la strage delle donne in Italia: perche' le morti, se non
avvengono tutte insieme, "non fanno notizia", televisivamente parlando. E
invece questa strage viene perpetrata goccia a goccia: una donna morta
ammazzata ogni due giorni. Nel 2006 le donne uccise da mano maschile erano
state 112, nel 2007 sono salite a 149, per il 2008 l'elaborazione dei dati
non e' ancora ultimata ma siamo in grado di darvi l'anticipazione di quanto
e' avvenuto fino al mese di settembre: gli omicidi sono stati gia' 110,
quasi quanti due anni fa in un intero anno. Il dato finale, probabilmente,
non sara' diverso da quello del 2007. A questo vanno aggiunti i tentati
"femminicidi". Tra gennaio e settembre sono stati 212.
Elaborando i dati dell'anno che e' appena concluso, si puo' dire che piu' di
quattrocento uomini hanno desiderato uccidere una donna e in molti casi ci
sono riusciti. Donne che in genere conoscevano bene: ex-mogli, ex-fidanzate,
ex-amanti. E a queste cifre che registrano gli atti di violenza estrema,
vanno aggiunti quelli che riassumono episodi che ne sono il preludio: le
violenze e i maltrattamenti. Cioe' le botte, le lesioni, le ustioni, gli
stupri, la costrizione a fare sesso con terzi, le minacce, e le ingiurie.
Quelli che vengono denunciati. Le denunce sono in aumento, anche se si sa
che non sempre le donne le presentano, specie se le violenze avvengono in
famiglia.
Cosa fanno le forze di polizia per aiutare le donne che hanno denunciato? Lo
apprendiamo dal sito del Ministero dell'Interno. Nei casi di violenza
domestica il 42,6% delle donne dichiara che hanno preso la denuncia, il
26,9% che hanno ammonito il colpevole, il 5,3% che il colpevole e' stato
arrestato. Ma poi solo nell'uno per cento dei casi e' stato condannato dal
magistrato.
Chi in pratica viene in aiuto alle donne che hanno subito violenze sono quei
servizi specializzati ai quali viene avviato dalle forze dell'ordine lo 0,3%
delle vittime. In Italia ce ne sono un centinaio, concentrati nel
centro-nord. Il governo Prodi aveva destinato loro venti milioni di euro,
spariti nella nuova finanziaria: inevitabile quindi fare ricorso al
volontariato, che ovviamente non consente di fornire continuita' di
assistenza.
Tutti i centri antiviolenza denunciano un aumento delle violenze, quasi
sempre domestiche, segnalando tuttavia che potrebbe trattarsi di un aumento
delle denunce, dovuto ad una crescente consapevolezza delle donne: cioe' al
fatto che molte si sono ormai convinte che le violenze in famiglia sono un
reato e non un destino crudele. L'associazione Solidea che gestisce centri a
Roma e provincia ha registrato un aumento dell'utenza del 51% negli ultimi
quattro anni. L'avvocata Luigia Baroni, responsabile del centro antiviolenza
del Comune di Roma, ha registrato 398 nuovi contatti nel 2006, 612 nel 2007,
648 nel 2008. Di donne italiane per il 65%, il restante di donne straniere:
vittime al 45% di uomini italiani, per il resto di uomini dei quali non
vogliono denunciare nome e origine.
Nel 2007, secondo i dati raccolti in tutto il territorio nazionale dalle
forze di polizia 5.492 donne hanno subito maltrattamenti e fra queste
c'erano 1.321 straniere. Nei primi tre trimestri del 2008 le donne che hanno
subito percosse sono state 5.721, quelle che sono state minacciate 28.709.
Abbiamo visitato uno dei centri antiviolenza di Roma, in via di Villa
Pamphili. Una grande casa luminosa e accogliente dove in questo momento
abitano solo donne straniere. Non che manchino le italiane bisognose di
aiuto, ma nell'ultimo periodo hanno tutte trovato alloggio presso familiari
o amici e al Centro vengono solo per ricevere assistenza legale e
psicologica. "Le donne straniere sono molto piu' esposte alle violenze dei
loro compagni, che siano immigrati o italiani conviventi", dice Emanuela
Moroli, presidente di Differenza Donna che gestisce quattro centri
antiviolenza a Roma e uno a Guidonia. "Sia gli uomini italiani che gli
stranieri 'dimenticano' infatti di mettere in regola le loro donne.
Provvedono con attenzione a regolarizzare i propri figli, ma non si curano
del permesso di soggiorno delle loro compagne, che sono cosi' continuamente
esposte al rischio di essere rimpatriate, senza i bambini naturalmente".

3. RIFLESSIONE. BRUNO SEGRE: OGGI IN ITALIA, OPPORSI AL RAZZISMO
[Ringraziamo Bruno Segre (per contatti: bsegre at yahoo.it) per averci messo a
disposizione il seguente articolo che apre il fascicolo di "Keshet. Vita e
cultura ebraica" (per richieste: e-mail: keshet at libero.it, sito:
www.keshet.it) n. 3-4 del novembre-dicembre 2008, col titolo "Appunti su
democrazia, xenofobia ed ebrei" e il sottotitolo "Problemi italiani"]

Definire in termini univoci la democrazia non e' facile. Ogni periodo della
storia e ogni regione del mondo presenta un ventaglio piu' o meno ampio di
modelli di regime politico che, pur nella loro diversita', possono a buon
diritto proporsi - ciascuno per se' - quali "democrazie".
Sintetica e molto efficace e', a mio avviso, la definizione di democrazia
che Umberto Eco ha dato in una lettera ai promotori della manifestazione
dell'8 luglio scorso a Roma, in Piazza Navona:
"1) Democrazia non significa che la maggioranza ha ragione. Significa che la
maggioranza ha il diritto di governare.
"2) Democrazia non significa pertanto che la minoranza ha torto. Significa
che, mentre rispetta il governo  della maggioranza, essa si esprime a voce
alta ogni volta che pensa che la maggioranza abbia torto (o addirittura
faccia cose contrarie alla legge, alla morale e ai principi stessi della
democrazia), e deve farlo sempre e con la massima energia perche' questo e'
il mandato che ha ricevuto dai cittadini. Quando la maggioranza sostiene di
avere sempre ragione e la minoranza non osa reagire, allora e' in pericolo
la democrazia".
I pericoli nei quali i regimi democratici possono incorrere sono in realta'
numerosi e di varia   natura. In questa sede, l'unica democrazia della quale
intendo esaminare alcuni aspetti critici o precari e' quella italiana.
Da qualche anno e' in atto nel nostro Paese una crisi politica e di cultura
politica che non e' soltanto una crisi di democrazia, ma anche di civilta'.
Si registra una crescente debolezza delle istituzioni di fronte ad attacchi
sempre piu' duri e spregiudicati che partono dalle stesse istituzioni:
attacchi tesi a distruggere la separazione fra i poteri, a compromettere
l'autonomia della magistratura e a vanificare le funzioni del Parlamento.
Nata dalla Resistenza, la nostra Costituzione democratica e antifascista
affida ai partiti la funzione di costituire l'opinione pubblica, nel senso
che toccherebbe a loro il compito di sollecitare e dare forma alla domanda
di gestione e controllo popolare della cosa pubblica, a livello sia locale
che nazionale. Ma - me lo chiedo con un certo sgomento - dove sono oggi i
partiti politici nel nostro Paese? Che fine hanno fatto? Di qui l'intrinseca
debolezza attuale dell'opposizione, che alle decisioni dell'esecutivo
risponde balbettando e palesandosi incapace di presentare validi progetti o
modelli alternativi.
E poi ancora, e soprattutto, sono andati diffondendosi nel panorama
sociopolitico italiano un'intolleranza e un razzismo non piu' striscianti e
timidi ma dichiarati e tracotanti. La proposta di "affondare le navi" dei
migranti, contenuta in una lettera che il prosindaco di una citta' del ricco
nord-est ha indirizzato al presidente del Consiglio Berlusconi e al
presidente della Repubblica Napolitano, non sembra avere sollevato
particolare indignazione. Oggi, in Italia cosi' come in altri Paesi
d'Europa, divampa un clima xenofobo e razzista.
Vale la pena di ricordare che, secondo calcoli approssimativi, nei
centovent'anni compresi tra il 1860 (Unita' d'Italia) e il 1980, non meno di
26 milioni di italiani abbandonarono definitivamente il nostro Paese: un
fenomeno che, per vastita', costanza e caratteristiche non trova forse
riscontro nella storia moderna di nessun altro Paese.
Dalla meta' degli anni Ottanta del secolo scorso, pero', sono altre le
popolazioni che faticosamente approdano, quando ci riescono, sulle coste
italiane, oppure varcano le frontiere d'Italia che si affacciano verso
l'Europa dell'est. Migranti stranieri di oggi a fronte di quelli italiani di
ieri, alla ricerca gli uni come gli altri di un futuro, di una vita
dignitosa, di una possibilita' di riscatto, spinti dal sogno della "terra
promessa" che spesso, poi, si e' trasformata e ancora oggi si trasforma in
una realta' difficile e deludente.
Senza  alcun dubbio, in Italia l'immigrazione e' ora assolutamente
indispensabile per il funzionamento di molti tra i settori vitali del
sistema produttivo e quale fattore di riequilibrio del nostro deficitario
bilancio demografico. E tuttavia, nel nostro Paese stanno trionfalmente
affermandosi le destre politiche e, nel loro ambito, la Lega Nord la quale,
facendo leva sulla difesa del territorio, favorisce demagogicamente lo
sviluppo di un mito del microterritorio, in omaggio al quale gli abitanti di
un quartiere o di una regione si percepiscono come i tutori di uno spazio
minacciato, da cui tutti gli stranieri andrebbero espulsi.
Naturalmente, la nozione di territorio puo' funzionare a vari livelli. La
sacralizzazione dei piccoli territori puo' essere molto violenta ma e'
limitata. Cio' che desta preoccupazione e' l'eventuale trasferimento e
l'applicazione generalizzata di questo fenomeno di difesa del territorio a
una scala piu' vasta. Tale generalizzazione si verifico' in Italia con il
fascismo che, a livello fantasmatico, opero' una trasformazione del
territorio nazionale nella proprieta' di un popolo o di una razza. Ancora
piu' gravi sarebbero le conseguenze di un simile orientamento qualora esso
prevalesse a livello europeo, e venisse proposto su basi culturali in
omaggio a indicazioni gia' varie volte espresse dalle piu' elevate istanze
della Chiesa cattolica, tendenti a individuare nell'Europa un "territorio
cristiano" entro il quale i musulmani, per esempio, sarebbero da
considerarsi "corpi estranei".
Ma ritorniamo a occuparci della democrazia in Italia e di alcuni aspetti
salienti della sua crisi.
Cio' che sta avvenendo nel nostro Paese in seguito all'ondata di xenofobia
che colpisce particolarmente gli zingari (rom e sinti) non e' tanto la
manifestazione di un nazionalismo esasperato quanto l'espressione di un
malessere sociale, di un generico allarmismo che, sapientemente alimentato
da una sottile propaganda populistica, mette in discussione anche il
principio dell'uguaglianza di tutti gli esseri umani di fronte alla legge, e
traduce in formule escludenti e autoritarie un reale bisogno di sicurezza,
avvertito in particolare dalle fasce piu' sfavorite della nostra
popolazione.
Cosi', le manifestazioni sempre piu' frequenti di razzismo e xenofobia -
spesso episodi piccoli e grandi di una "guerra tra poveri" - cadono
nell'indifferenza quasi totale, quando non trovano facile consenso. Esse si
celano dietro la perniciosa distanza fra un "noi" e un "loro", dove "loro"
sono una realta' che fa paura ma che, essenzialmente, deve rimanere senza
volto, senza identita', essere soltanto una categoria genericamente
"pericolosa".
I problemi veri sono la poverta', la mancanza di lavoro, l'ignoranza: "noi"
che ignoriamo "loro" e "loro" che non conoscono "noi". Una caratteristica
specifica degli zingari non esiste, almeno quanto non ne esiste una dei
gage', dei non-zingari. Si puo' nascere zingaro e morire gage'. In Italia
gli zingari sono 150.000, di cui circa 70.000 sono cittadini italiani, e il
resto, in tutta prevalenza, europei. Nei campi regolari sparsi un po' in
tutta Italia, ci sono famiglie con usanze e vestiti tradizionali - gonne a
fiori e fazzoletti in testa per le donne - e famiglie con le ragazze che
portano i jeans. Ci sono matrimoni misti e zingari italiani, fisicamente
indistinguibili dagli altri italiani.
Certo, nell'immaginario italiano ed europeo gli zingari hanno rappresentato
per secoli il nucleo piu' irriducibile e piu' visibile della diversita',
dell'alterita', della pericolosita', del rifiuto del lavoro,
dell'illegalita', con propensioni all'ozio, alla mendicita',
all'accattonaggio da parte dei bambini, e al furto. In realta' si tratta di
uno dei pochi popoli senza territorio, inoffensivo, che usa ancora una
cultura debole perche' orale, e che non si e' mai espresso in forme
aggressive di nazionalismo.
Come documenta Guenther Lewy in La persecuzione nazista degli zingari
(Einaudi, Torino 2002), anche su questo popolo nomade e dalle origini
misteriose ha pesato e pesa la tragedia dello sterminio da parte dei
nazisti. Nella Germania hitleriana le prime deportazioni di zingari - circa
400 persone - hanno come destinazione il campo bavarese di Dachau, nel 1936.
Nello stesso anno, in vista dei giochi olimpici di Berlino, la polizia
"ripulisce" la citta' imprigionando circa 600 tra rom e sinti nel campo di
Marzahn, un ex discarica attigua a un cimitero, dove i reclusi vivono per
qualche tempo in semiliberta', studiati come cavie da antropologi nazisti.
Cruciale per la vicenda della persecuzione e del successivo sterminio degli
zingari fu il 1938, l'anno in cui Heinrich Himmler emano' (l'8 dicembre) la
prima legge che li riguardava esplicitamente ed esclusivamente come "razza",
e nella quale si imponeva loro, fra l'altro,  una scelta obbligata tra
sterilizzazione e internamento. In una lettera stilata all'inizio della
deportazione sistematica degli ebrei Eichmann, interrogato circa
l'organizzazione dei trasporti degli zingari, scriveva: "Mi pare che il
metodo piu' semplice sia quello di agganciare a ciascuna tradotta [di ebrei]
qualche vettura di zingari". I vagoni merci diretti ai Lager, percio',
trasportarono insieme ebrei e zingari, diretti verso lo stesso tragico
destino. Durante la seconda guerra mondiale, su una popolazione di circa 10
milioni di sinti e rom disseminati in undici Paesi d'Europa, i nazisti ne
sterminarono oltre 500.000. Dei 22.946 internati nello Zigeunerlager di
Auschwitz-Birkenau, oltre 16.000 vi morirono assassinati o colpiti da
malattie, maltrattamenti, esperimenti medici. I pochi superstiti ancora
viventi ricordavano qualche anno fa con profondo sgomento la notte tra il 2
e il 3 agosto 1944, quando 2.897 uomini, donne, vecchi e bambini furono
avviati alle camere a gas. I forni crematori impiegarono giorni a smaltire i
cadaveri: un orrore che non ha mai fatto notizia.
Ma il genocidio zingaro non e' soltanto frutto della follÏa nazista. Ondate
di persecuzione senza soluzione di continuita' si sono abbattute su di loro
nel corso dei quasi sette secoli di presenza zingara in Europa.
Oggi la loro "pericolosita' sociale" e' per lo piu' limitata a forme di
piccola delinquenza, chiaramente riferibili alla loro poverta', alla carenza
di protezione e di simpatia da parte della popolazione stanziale e alla fine
dei loro mestieri tradizionali. I singoli fatti criminali, che pure
esistono, diminuirebbero drasticamente solo che si attuasse una politica
seria di scolarizzazione e di inserimento nel mondo del lavoro. Una politica
di questo tipo sarebbe il segnale di un approccio responsabile, realistico e
democratico al problema; ma tenuto conto del palese degrado culturale del
nostro personale politico, e della scarsa tonicita' della nostra societa'
civile - largamente in balia, ormai, della demagogia mediatica introdotta in
Italia da Berlusconi -, e' facile prevedere che nei confronti degli zingari
e degli immigrati in generale continueranno a prevalere soluzioni e prassi
sostanzialmente razziste, tese a scaricare le insicurezze della
collettivita' su capri espiatori deboli e indifesi.
Settant'anni fa, nell'estate-autunno del 1938 un governo italiano tutto teso
ad "arianizzare" la vita nazionale costitui' "speciali sezioni di scuola
elementare" destinate esclusivamente a "fanciulli di razza ebraica", e
procedette al censimento di suoi cittadini con riferimento alla loro
"razza". I censiti, allora, erano gli ebrei, e ancora oggi coloro che - come
chi scrive -  vissero la loro infanzia e adolescenza sotto il regime
fascista, si ritrovano ben visibile sull'atto integrale di nascita la
dicitura "di razza ebraica".
Oggi i censiti sono gli zingari, sui cui documenti viene impresso il marchio
della diversita' che li condizionera' per il resto della vita. Per i
figlioli loro e per quelli di tutti gli immigrati che non riescono a
superare i "test di ingresso" previsti per gli alunni stranieri, chi governa
vorrebbe che la scuola italiana provvedesse ad allestire classi separate,
composte da fanciulli con scarse o nulle conoscenze della nostra lingua.
Di fronte a simili iniziative di sapore discriminatorio e razzista, che
violano lo spirito stesso della nostra democrazia, quali pensieri e quali
comportamenti dovrebbero suggerire, a noi ebrei italiani, le tradizioni
della nostra cultura? Innanzitutto, il rifiuto della criminalizzazione di
persone colpevoli soltanto di essere se stesse: extracomunitari, rumeni,
zingari. Poi, l'immedesimarci quasi istintivo con lo straniero in quanto
tale, memori del fatto che fummo anche noi "stranieri e schiavi sotto il
Faraone", e in diaspora per gli ultimi duemila anni. E infine, la
solidarieta' piu' piena con coloro che resistono e si oppongono alla
progressiva trasformazione dello Stato democratico in un regime reazionario
e populista.
Dobbiamo evitare, noi ebrei, di farci irretire dal nuovo potere che,
scoprendosi improvvisamente "filosemita", ci invita surrettiziamente ad
avallare, con il nostro appoggio, posizioni revisioniste e politiche
liberticide. L'Italia e' il Paese nel quale e' stato inventato il fascismo,
l'ideologia che ha avvelenato il XX secolo. E' bene che gli ebrei, in
particolare quelli italiani, non se ne dimentichino.

4. INIZIATIVE. SI E' SVOLTO IL 20 GENNAIO 2009 A RONCIGLIONE IL CONVEGNO
SCIENTIFICO PROMOSSO DALL'ISDE SULLA SITUAZIONE DEL LAGO DI VICO
[Dall'Associazione Italiana medici per l'ambiente (International Society of
Doctors for the Environment - Italia), sezione di Viterbo, riceviamo e
diffondiamo. Per contatti: dottoressa Antonella Litta, referente per Viterbo
dell'Associazione italiana medici per l'ambiente - Isde, tel. 3383810091,
e-mail: isde.viterbo at libero.it, sito: www.coipiediperterra.org (dalla home
page cliccare su "Isde di Viterbo")]

Si e' svolto martedi' 20 gennaio 2009 a Ronciglione, coordinato e presieduto
dalla dottoressa Antonella Litta, l'incontro promosso dall'Associazione
italiana medici per l'ambiente (International Society of Doctors for the
Environment - Italia) sulle problematiche generali dell'ecosistema del lago
di Vico in relazione alla potabilita' e salubrita' delle sue acque.
*
Una straordinaria partecipazione popolare
L'incontro scientifico ha visto un uditorio composto da tantissimi cittadini
di Ronciglione, Caprarola e di altri comuni della provincia di Viterbo,
uditorio che ha seguito con grande attenzione e partecipazione tutte le
relazioni scientifiche che hanno mostrato le complesse criticita' sofferte
dal lago, le particolari caratteristiche delle sue acque dovute anche alla
sua origine vulcanica che le rendono ricche di arsenico, i fattori che ne
alterano la qualita' dovuti a inidonee pratiche agricole e impropri usi
civici, e come tutto cio' determini danno e minaccia all'intero ecosistema.
*
Le relazioni scientifiche sulla situazione del lago
Relatori al convegno scientifico sulla specifica situazione lacuale sono
stati la dottoressa Milena Bruno dell'Istituto Superiore di Sanita'; il
professor Giuseppe Capelli e il professor Roberto Mazza del dipartimento di
Scienze Geologiche dell'Universita' degli Studi "Roma Tre"; il professor
Giuseppe Nascetti, ordinario di Ecologia dell'Universita' della Tuscia; la
dottoressa Elisabetta Preziosi, ricercatrice dell'Istituto di Ricerca sulle
Acque (Irsa-Cnr).
I relatori hanno illustrato le ricerche e gli studi scientifici sullo stato
attuale e pregresso del lago di Vico, fauna e flora compresi, e indicato
concrete soluzioni d'intervento per il pieno recupero del suo ecosistema
consistenti nel monitoraggio continuo dello stato delle acque, della flora e
della fauna, il corretto ed appropriato uso dei potabilizzatori degli
acquedotti comunali che devono essere dotati di filtri adatti ai diversi e
possibili inquinanti, come l'arsenico e la tossina prodotta dell'alga rossa,
e le piu' corrette pratiche agricole che prevedono la riduzione sostanziale
dell'uso di fertilizzanti e fitofarmaci.
I relatori hanno evidenziato l'urgenza di dare subito seguito a queste
indicazioni in modo da portare in breve termine al risanamento
dell'ecosistema del lago come gia' avvenuto in situazioni analoghe per altri
laghi italiani.
*
La relazione del dottor Mauro Mocci
Il dottor Mauro Mocci, del Coordinamento dell'Alto Lazio dell'Isde, ha
presentato una interessante relazione sugli altri fattori d'inquinamento
ambientale che gravano sul nostro territorio richiamando soprattutto
l'attenzione sulla presenza del piu' grande polo energetico d'Europa, quello
costituito dalle centrali di Civitavecchia e Montalto di Castro, e come, se
il progetto di riconversione a carbone della centrale di Torvaldaliga Nord a
Civitavecchia dovesse realizzarsi, questo costituirebbe un ulteriore ed
enorme danno per l'ambiente e la salute delle persone anche nella nostra
provincia.
*
Gli interventi del dottor Luciano Sordini e del professor Osvaldo Ercoli
Hanno partecipato all'incontro e portato il proprio saluto anche il dottor
Luciano Sordini, segretario provinciale della F.I.M.M.G. (Federazione
Italiana dei Medici di Medicina Generale); e il professor Osvaldo Ercoli,
prestigiosa figura di riferimento dell'impegno per la tutela dell'ambiente
nell'Alto Lazio.
*
Il saluto delle istituzioni e delle associazioni
In rappresentanza delle istituzioni hanno portato il relativo saluto: il
vicesindaco del Comune di Caprarola Arcangelo Giorgi; il presidente del
Consiglio comunale di Ronciglione Domenico Bigi; l'ingegner Flaminia Tosini
per l'Assessorato all'ambiente della Provincia di Viterbo; il direttore
della Riserva naturale del lago di Vico Felice Simmi.
Il sindaco di Ronciglione, non potendo essere presente, ha inviato un
messaggio di saluto.
All'incontro sono intervenuti anche i rappresentati delle associazioni
ecologiste Italia Nostra, Accademia Kronos, Aduc, Aics e Legambiente.
*
Un impegno per il futuro
L'incontro si e' concluso con l'impegno per una piu' forte collaborazione
tra mondo scientifico, istituzioni e societa' civile per avviare un
immediato risanamento del lago di Vico e conseguentemente una maggiore
tutela della salute delle persone.

5. LIBRI. GIAN GUIDO VECCHI PRESENTA "IL LIBRO DELLA SHOAH ITALIANA" DI
MARCELLO PEZZETTI
[Dal "Corriere della sera" del 18 gennaio 2009 col titolo "Le voci dalla
memoria"]

Furono novemila gli ebrei italiani deportati nei campi di concentramento,
quasi tutti ad Auschwitz-Birkenau. Per quindici anni lo storico Marcello
Pezzetti e' andato alla ricerca degli ultimi sopravvissuti e li ha convinti
a ridestare nella loro mente le immagini di un viaggio agghiacciante: 105
testimonianze in presa diretta, delle quali ha lasciato intatto il sapore
dialettale della gente comune e perfino alcuni accenti ironici paradossali.
Ne e' venuto fuori un libro, edito da Einaudi, unico nel suo genere che
rende ancor piu' sconvolgente la realta' dell'Olocausto. Eccone alcuni
stralci.
*
Marcello Pezzetti s'accende una sigaretta e mostra la scatola dei cerini,
"non uso accendini ne' altro, porto sempre con me questi, e sa perche'? Per
Martino Godelli. Lui lavorava alla Rampa di Auschwitz-Birkenau, dove si
fermavano i vagoni e avveniva la selezione verso il gas e i crematori: la
Shoah e' la'". Sfoglia rapidamente le pagine, "ecco cosa dice Godelli:
'Sapevo quando era un trasporto italiano, perche' vedevo i cerini per terra.
I cerini ce li hanno solo gli italiani, non esistono in nessun'altra parte
del mondo. Allora mi allontanavo...'".
Bisogna vederlo, Marcello Pezzetti, mentre alza lo sguardo dal libro cui ha
dedicato quindici anni e centocinque interviste, Il libro della Shoah
italiana, le lacrime agli occhi. E' forse il massimo esperto al mondo di
Auschwitz, storico del Centro di documentazione ebraica contemporanea di
Milano (Cdec), tra l'altro insegna al Master di Roma Tre e allo Yad Vashem,
e' stato consulente di Spielberg e Benigni, e' direttore del museo della
Shoah che si sta costituendo a Roma, e' autore con Liliana Picciotto del
film "Memoria", nel '99 ha scoperto la prima camera a gas nazista dove
sorgeva una villetta di contadini polacchi. Sa tutto. Ma ora dice: "Non lo
immaginavo neanche. Per me non e' stato facile. Anche adesso e'
insopportabile. Racconto Auschwitz attraverso i loro occhi. Ed e' peggio di
quanto si possa credere. Molto peggio".
Nessun libro di storia, in nessun Paese, ha mai raccontato la Shoah cosi'. E
nessun romanzo. Lo stesso Primo Levi stava ad Auschwitz III e non vide mai
Birkenau, il cuore della Shoah: Birkenau, "il bosco delle betulle", il campo
di sterminio dove morirono un milione e trecentomila persone, di cui un
milione e centomila ebrei. Il primo convoglio dall'Italia vi giunse il 23
ottobre '43 da Roma, dopo la retata del 16 ottobre: su 1.020, tornarono 16
uomini e una donna. Dei 45.000 ebrei italiani ne vennero deportati un
quinto, circa novemila, quasi tutti qui. E ora questo libro raccoglie le
voci degli ultimi centocinque sopravvissuti, rintracciati per quindici anni
in giro per il mondo, sessanta donne e quarantacinque uomini intervistati e
filmati. Nel frattempo molti sono morti. Gran parte di loro non aveva mai
raccontato. "Questo e' un pezzo d'Italia. La gente non se ne rende ancora
conto. Per questo non ho messo filtri: i romani parlano in romanesco, i
triestini in triestino... Per la prima volta ci sono anche gli ebrei
italiani di Rodi".
Una narrazione collettiva che si fa epos. Le testimonianze sono state
scomposte e raccolte per argomenti: il mondo "prima", la vita quotidiana, il
rapporto col fascismo uguale a quello degli altri italiani, e poi le leggi
razziali, l'occupazione, Fossoli e la deportazione, Auschwitz e gli altri
campi di sterminio, il ritorno, il dolore muto e i sensi di colpa. "Non c'e'
il lieto fine. Non c'e'". Ogni capitolo ha una brevissima scheda storica,
poche righe. Poi la parola passa alle vittime. Voci che non offrono risposte
facili. C'e' la Chiesa indifferente e la Chiesa che aiuta. Gli italiani che
salvano e i delatori, con nomi e cognomi. La "spontanea umanita' di un
popolo d'antica civilta'", come scriveva Hannah Arendt, e le miserie del
nostro Paese. Soprattutto c'e' il racconto polifonico dall'interno di
Birkenau. Cose mai lette: come le parole di Mengele sulla Rampa, l'inganno
osceno del "campo di riposo" per i "vecchi" ("dai 40, 45 anni"), quelli con
l'aria malata, le donne con i bambini o incinte, "o anche cosi', senza
nessun motivo": tutti nelle camere a gas. E poi i Krematorium, gli
"esperimenti" medici, il Kinderblock dei bimbi, l'orrore quotidiano del
campo. "Questo te la fa vivere, la storia. Tu la vivi, la storia. E'
pazzesco ma e' cosi'". E' un libro che toglie il sonno e dal quale non ci si
puo' staccare. Un libro che va letto. Anche se si piange. Anche se talvolta,
incredibilmente, si ride fra le lacrime per lo spirito dei sopravvissuti. In
questa pagina riportiamo alcune voci, una goccia del mare.
Ma tra i tanti c'e' una persona di cui parlare: il piu' piccolo ebreo
deportato dall'Italia, figlio di Marcella Perugia, che nacque al Collegio
militare di Roma il 17 ottobre 1943, all'indomani del rastrellamento del
ghetto e il giorno prima della partenza. Forse non arrivo' neppure a
Birkenau. Forse entro' nella camera a gas con la mamma. E' rimasto senza
nome. Il libro e' dedicato a lui.
*
Le origini
"Siamo romani, di generazione in generazione. Io sono nato a Panico, cioe' a
dire a Vicolo delle Vacche. Era niente di meno che la casa appresso dove
abitava papa Pio XII. Io, la generazione mia, abbiamo una discendenza di
duemila anni... sono duemila anni che sono ebreo, e romano!" (Leone Di
Veroli).
"Mio padre era medico e mio nonno era un giurista che proviene da Parenzo.
Io frequentavo solamente ebrei di un ceto borghese, ma piuttosto alto"
(Ottaviano Danelon).
(A Rodi) "Eravamo sei sorelle e un fratello. Parlavamo lo spagnolo, perche'
noi deriviamo dall'Inquisizione della Spagna" (Rosa Levi).
"Credevo soltanto in Dio fortemente, ma istruzione nun c'ho avuta. Se ci
voleva cinque, dieci lire al giorno per mangiare, come potevo studiare
l'istruzione? Mio padre era religioso, che il sabato nun lavorava pure,
perche' e' peccato lavorare il sabato. Lavoravo io" (Raimondo Di Neris).
(A Biella) "Pensa, non avevi i regali di natale, a natale!" (Luciana
Nissim).
(A Trieste) "Andavamo in tempio, ma no jerimo tanto inteligenti quela volta.
L'ebraico no me 'ndava in testa: ciapa' tante bachetade, mama mia! Non me
'ndava e non me 'ndava, che Dio me pardoni!" (Rachele Mustacchi).
"Premetto: nella via dove ero io ci adoravano; a scuola, invece, dicevano
che noi avevamo ammazzato Gesu' Cristo" (Romeo Salmoni).
*
I rapporti col fascismo e le leggi razziali
"Ero in un collegio nazionale a Tivoli. Fui avanguardista, avevo anche i
gradi, smontavamo e montavamo il fucile, la mitragliera, facevamo i campi
Dux e che altro... ero un fanatico del passo romano, di quella camicia nera!
Nacqui e vissi in regime" (Eugenio Sermoneta).
"Io fui tolto dalla scuola Metastasio di Roma. E cosi' e' stato e cosi' fu,
come diceva il faraone. Tanta amarezza, perche' nun esiste che l'altri
andavano a scuola e io no" (Giacomo Moscato).
"Mi ricordo il discorso di Trieste di Mussolini, ero sotto il palco, dove
c'e' la guardia del corpo, tutti neri, e subito davanti era la milizia
universitaria. In quel momento uno dietro dice: 'Buti' fora Levi!'. E questo
qui chi era? Un carissimo amico! Quando ho inteso, ho detto: 'Basta, qui
siamo finiti!' (Italo Dino Levi).
*
I cattolici
"C'avevo du' sorelle. Dopo il 16 ottobre le hanno portate al convento di San
Pancrazio, a Monteverde. Le hanno vestite da monaca e si son salvate"
(Raimondo Di Neris).
"Aspettavamo che succedesse qualche cosa, perche' eravamo sotto il naso del
Vaticano e il gruppo era composto di donne e bambini, perche' i omini, chi
s'era dato ai partigiani, chi s'era nascosto. Essendo tutte donne e bambini,
aspettavamo la voce del Vaticano" (Settimia Spizzichino).
*
Il viaggio
"Entrati nel vagone, abbiamo dato il posto vicino alle pareti alla gente
anziana, perche' potessero sedersi appoggiando la schiena; noi invece, i
piu' giovani, ci siamo messi in mezzo. Di notte, ricordo che volevo andare
da mia madre e non ci sono mai riuscita, perche' per terra eran tutto corpi
che cominciavano a gridare" (Elena Kugler).
"L'aria era irrespirabile, perche' queste persone vecchie, fra cui una
signora amputata, non riuscivano ad arrivare fino al buco per defecare,
quindi c'erano escrementi dappertutto. Le feci... bisognava raccoglierle e
portarle con un pezzo di legno in questo buco, ma rimaneva impregnato e
quindi era una cosa paurosa" (Alessandro Kroo).
"Non direi che ci fosse la possibilita' di scappare. Loro avevan detto: 'Se
qualcuno scappa, passeremo per le armi tutto il vagone!'. Quindi c'era un
controllo reciproco" (Luciana Nissim).
*
L'arrivo
"Siamo arivati 'a matina presso a Birkenau. Se vedevano migliaia in fila che
andaveno, cantaveno canzoni che io nun capivo, andavano a lavora' ne le
fabbriche. Poi se sentivano le urla dei cani e quando si sono aperti i
vagoni... qualcuno cascava per tera, donne anziane, vecchi. Spartivano i
bambini da le madri, il fratello dai fratelli, venivan divisi tutti. E noi
ci presenro a bastonate e bisognava seguire il gruppo fino a l'entrata del
campo" (Mario Spizzichino).

6. STRUMENTI. PER ABBONARSI AD "AZIONE NONVIOLENTA"

"Azione nonviolenta" e' la rivista del Movimento Nonviolento, fondata da
Aldo Capitini nel 1964, mensile di formazione, informazione e dibattito
sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo.
Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta" inviare 29 euro sul ccp n. 10250363
intestato ad Azione nonviolenta, via Spagna 8, 37123 Verona.
E' possibile chiedere una copia omaggio, inviando una e-mail all'indirizzo
an at nonviolenti.org scrivendo nell'oggetto "copia di 'Azione nonviolenta'".
Per informazioni e contatti: redazione, direzione, amministrazione, via
Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e
15-19), fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 708 del 22 gennaio 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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