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Voci e volti della nonviolenza. 290



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 290 del 23 gennaio 2009

In questo numero:
1. Marco Viglino intervista Primo Levi (1978)
2. Vera Schiavazzi: Questa intervista, trent'anni dopo
3. Ricordato Primo Levi al liceo scientifico di Tuscania
4. Primo Levi: Perche' si scrive?
5. Et coetera

1. MEMORIA. MARCO VIGLINO INTERVISTA PRIMO LEVI (1978)
[Dal quotidiano "La Repubblica" del 18 gennao 2009 col titolo "Io, scampato
al lager per poterlo raccontare. Intervista inedita di Primo Levi" e il
sommario "Volevo sopravvivere anche e soprattutto per testimoniare cio' che
avevo visto. Comincia cosi', trent'anni fa, il lungo colloquio tra Primo
Levi e uno studente che si preparava alla maturita' con una tesina sullo
scrittore. Nel flusso dei ricordi, anche la storia, mai scritta, del gesto
di umanita' di un kapo' comunista verso un medico ebreo"]

- Marco Viglino: Mi ha colpito il suo desiderio di rendere testimonianza
sulla tragica esperienza nel lager: quando e' nato questo desiderio?
- Primo Levi: Questo desiderio, del resto comune a molti, mi e' nato nel
lager. Volevamo sopravvivere anche e soprattutto per raccontare cio' che
avevamo visto: questo era un discorso comune, nei pochi momenti di tregua
che ci erano concessi. Del resto e' un desiderio umano: lei non trovera' mai
un reduce che non racconti. (No, mi correggo, ve ne sono alcuni che non
raccontano; ve ne sono alcuni che sono stati feriti talmente a fondo che
hanno censurato il loro passato, l'hanno sepolto per non sentirselo piu'
addosso). In primo luogo c'e' il bisogno di scaricarsi, di buttare fuori
quello che si ha dentro. Poi ci sono anche altri motivi... c'e' forse anche
il desiderio di farsi valere, di far sapere che siamo sopravvissuti a certe
prove, che siamo stati piu' fortunati, o piu' abili, o piu' forti.
*
- Marco Viglino: Il punto di contatto tra i primi libri e quelli di
fantascienza, mi pare possa essere la sua indignazione, che prima e' rivolta
al lager e poi verso certe storture della civilta'. E' giusto?
- Primo Levi: Si', e' giusto: e' una domanda che mi fanno in molti e a cui
veramente non sono il piu' autorizzato a rispondere, perche' non e' detto
che chi scriva sappia sempre bene "perche'" scrive. Io ho due radici: una e'
il senso del lager e l'altra e' il senso della chimica con le sue
dimensioni. Avevo in mente di scrivere qualcosa sulla storia naturale ancora
prima di entrare nel lager: gia' da studente sentivo un desiderio del genere
(non come progetto chiaro e distinto, ma come vaga aspirazione) e trovavo un
terreno fertile nel mio mestiere di chimico. Percio' - dopo aver terminato
Se questo e' un uomo e La tregua - non e' che io abbia "scritto" gli altri
due libri: ho raccolto alcune idee e anche alcuni racconti che avevo gia'
scritto prima. Per esempio, il primo racconto delle Storie naturali, quello
del vecchio medico che raccoglie essenze, l'ho scritto prima di Se questo e'
un uomo. E... probabilmente si', benche' il tema sia diverso, anche gli
altri scritti risentono dell'esperienza del lager, in una forma molto
indiretta, in una forma di delusione profonda, di un ritirarsi dalla vita.
*
- Marco Viglino: Tra i personaggi che si incontrano nei suoi libri, lei
mostra particolare simpatia e indulgenza verso alcuni che incarnano una
certa "furbizia" o arte di arrangiarsi, come Cesare o il Greco.
- Primo Levi: Anzitutto questi personaggi agiscono in un contesto tutto
particolare, che e' quello della fine della guerra: ora, su questo fondale,
direi che si puo' essere abbastanza indulgenti. Non ammetterei, oggi, un
Greco; lo eviterei, mi terrei lontano da lui, ma in quel momento lo sentivo
quasi un maestro. Egli soleva dire: la guerra e' sempre. E poi ancora mi
diceva: "Vedi le scarpe belle che io ho: e' perche' sono andato a rubarle
nei magazzini dei russi. Tu sei uno sciocco, non sei andato a cercarle". Io
rispondevo che pensavo che la guerra fosse finita e che i russi avrebbero
provveduto. "La guerra e' sempre", mi ripeteva, e, allora, io ero d'accordo
con lui. Oggi sarei piu' severo nei suoi riguardi, cosi' anche nei riguardi
di Cesare: ma la furbizia di Cesare era cosi' solare, cosi' aperta, cosi'
ingenua in fondo e cosi' innocua che mi sta bene ancora adesso. Non sarei un
censore tanto severo da escluderla, in quella forma: furbizia cosi'
"italiana", sempre mescolata con bonomia. Cesare ingrassava i pesci con
l'acqua, poi pero', davanti ai bambini affamati della donna russa, glieli
regala. Questo fa parte di un'arte di vivere che e' vecchia come il mondo e
davanti alla quale non si puo' essere troppo severi.
*
- Marco Viglino: Quella carica di ribellione che sta alla radice dei primi
due libri si e' attenuata con gli anni oppure no?
- Primo Levi: Io contesto "quella carica di ribellione": di indignazione
si'; di ribellione purtroppo no perche' non c'era modo, almeno per chi era
al mio livello. Ribellioni in senso tecnico ve ne sono state, in alcuni
lager: l'episodio che ho raccontato di quell'impiccato che muore gridando
"io sono l'ultimo!" si ricollega a una ribellione che c'era stata in un
altro campo: i prigionieri avevano fatto saltare i forni crematori pochi
giorni prima e costui, di cui non conosco neppure il nome, era implicato
nella faccenda, probabilmente aveva procurato dell'esplosivo. Riprendendo,
l'indignazione si' persiste, ma diciamo che si e' ramificata. Sarebbe
stupido oggi continuare a vedere il nemico solo li', solo il nazista, anche
se a mio parere e' ancora il principale. Pero' il mondo di oggi e' molto
piu' articolato che non quello di una volta. Non erano bei tempi quelli in
cui io ero giovane, pero' avevano il grande vantaggio che erano netti;
l'alternativa amico/nemico era molto netta e la scelta non era difficile.
Oggi lo e' molto di piu'. Percio' anche l'indignazione persiste, ma e'...
erga omnes. Verso molti, non piu' verso "quelli".
*
- Marco Viglino: Nella famosa lettera al suo editore tedesco, lei dice che
non puo' capire i tedeschi e quindi non si sente di giudicarli.
- Primo Levi: No, ho detto che non li capisco, ma li giudico si'.
*
- Marco Viglino: E come, allora?
- Primo Levi: Li giudico male: si', anche i tedeschi di oggi. Non tutti,
naturalmente; io ho molti amici tedeschi, anche per il fatto che parlo la
loro lingua, e mi interessano, e mi rifiuto di giudicarli in blocco. Pero'
devo dire che, statisticamente, sono un paese pericoloso. Sono un pericolo
intanto perche' sono divisi in due e questo essi non lo accettano: pochi fra
i tedeschi accettano questa divisione. E poi hanno delle virtu' che
diventano pericolose: questa loro straordinaria passione per la disciplina
(che a noi manca - ed e' male - ma loro ne hanno troppa!) per cui sono
pronti ad accodarsi a chiunque comandi, mi fa paura.
*
- Marco Viglino: Com'e' che allora, sempre in quella lettera, lei dice che i
tedeschi, oltre ad essere pericolo, sono speranza per l'Europa?
- Primo Levi: Ecco... la lettera io l'ho scritta molti anni fa, nel '60,
sulla corda dell'entusiasmo che avevo provato io per il fatto che un editore
tedesco aveva accettato di pubblicare la mia testimonianza, e anche a
seguito di vari contatti che avevo avuto allora con i giovani tedeschi degli
anni Sessanta. E mi era sembrato che la Germania fosse veramente un'altra.
Sembrava una roccaforte della democrazia, allora: oggi un po' meno, anzi
molto meno.
*
- Marco Viglino: Come reagiva vedendo i compagni di sventura andare ogni
giorno alla morte a causa della selezione: lo prendeva, alla fine, come un
dato di fatto, o questo le procurava ogni volta lo stesso dolore e lo stesso
disgusto?
- Primo Levi: Ci si incontrava, al mattino, all'appello e quando ne mancava
uno, era considerato di cattivo gusto andare a fondo, un po' come capita
oggi quando uno muore di cancro: non se ne parla volentieri. Era una forma
di accettazione, in sostanza, per cui l'atteggiamento verso il compagno
morto in selezione non era molto diverso da quello verso uno morto di morte
naturale. Quel mio amico Alberto, di cui ho parlato a lungo, era in campo
con il padre: era un ragazzo molto intelligente e insieme parlavamo sovente
di queste cose, senza inibizioni e senza cedere a questa tendenza di negare
la verita'. Pure, quando il padre fu scelto per la selezione, Alberto disse
di essere sicuro che suo padre non era mandato nelle "camere" bensi' veniva
trasferito con altri prigionieri in un altro campo di convalescenza. E io
ero stupito e impressionato nel constatare come il mio amico si fosse
prontamente costruito un riparo, per celarsi una realta' altrimenti
intollerabile.
*
- Marco Viglino: Data la mortalita' elevatissima, pensa che la sua
sopravvivenza sia dovuta a fortuna o ad altri fattori?
- Primo Levi: Io penso che, in primo luogo, molto abbia giocato la fortuna.
Inoltre non sono stato mai ammalato: mi sono ammalato piu' tardi, in modo
provvidenziale. Ed ecco come avvenne. Io, lavorando in fabbrica, rubavo al
laboratorio cio' che mi poteva servire per la sussistenza e puntualmente
dividevo il bottino con Alberto; c'era infatti un patto tra di noi, per cui
dividevamo fraternamente ogni colpo buono (ecco qui l'arte di arrangiarsi!).
Un giorno che avevo rubato del te' in laboratorio, andai con Alberto a
venderlo all'ospedale, dove ne avevano bisogno per gli ammalati. Ci pagarono
con una gamella di zuppa, quasi gelata e gia' un po' intaccata.
Probabilmente era stata toccata da un malato di scarlattina: io presi la
scarlattina, fui mandato in ospedale e sopravvissi; Alberto che aveva avuto
la malattia da bambino, non ne fu contagiato e mori' in campo. Altro fattore
fondamentale per me e' stato quell'operaio, Lorenzo, di Fossano, che mi ha
portato per molti mesi quanto bastava per integrare le calorie mancanti.
Egli, che pure non era un prigioniero, e' tornato molto piu' disperato di
me: era un uomo molto mite e molto pio, rozzo e insieme religioso, e era
terrificato di quanto aveva visto, spaventato, ferito. E' tornato in Italia
da solo, a piedi, e non ha voluto piu' vivere. Ha incominciato a bere e, a
me che lo andavo a trovare spesso, diceva molto freddamente che non
desiderava piu' vivere, che ne aveva viste abbastanza. Mori' tubercoloso; e
infelice.
*
- Marco Viglino: Qualche episodio insolito che ricorda e che non e' stato
detto nei suoi libri.
- Primo Levi: C'era con noi un medico ebreo osservante. Lei sa che la
religione ebraica prevede dei digiuni molto rigorosi: in quei giorni non si
mangia niente e neppure si lavora. Questo medico alla sera - dopo il
lavoro - disse al capo-baracca che la zuppa non la voleva, perche' era
giorno di digiuno e lui non la poteva mangiare. Il capo-baracca era un
comunista tedesco, abbastanza indurito dal suo mestiere (aveva dieci anni di
lager alle spalle), pero', colpito dalla forza morale del prigioniero, gli
conservo' la zuppa fino a quando quest'ultimo non termino' il suo digiuno.
Questo atto di umanita' mi aveva molto impressionato.
*
- Marco Viglino: Puo' stabilire un rapporto tra lei e gli altri scrittori di
religione ebraica (Ginzburg, Bassani)?
- Primo Levi: Un rapporto complesso c'e', evidentemente. L'ambiente di
Natalia Ginzburg e' il mio stesso ambiente; abbiamo parenti in comune; lei
e' nata Levi e suo fratello era il nostro medico. L'ambiente della borghesia
ebraica torinese e' quello in cui sono nato e cresciuto. Quello di Bassani
e' diverso; sia Bassani che i suoi personaggi appartengono ad un'altra
borghesia ebraica, quella di Ferrara, che io conosco abbastanza poco. E che
non mi piace tanto, perche' erano una classe abbastanza consapevole dei
propri privilegi, abbastanza esclusiva (vedi il famoso muro di cinta) e
riservata e chiusa.
*
- Marco Viglino: Per quale motivo la Ginzburg le ha rifiutato il
manoscritto?
- Primo Levi: Premetto che non le serbo rancore (ma forse si', per un certo
periodo gliene ho serbato). Ho pensato a tante cose: forse era satura di
manoscritti - fare il lettore in una casa editrice e' un brutto mestiere; si
e' costretti a falciare... poi... e' un fatto che, pur conoscendola bene,
non abbiamo mai chiarito.
*
- Marco Viglino: Ha ancora dei contatti con i compagni del lager?
- Primo Levi: Enick l'ho perso di vista completamente. Ho ritrovato invece
quel Pikolo, quello del canto di Ulisse; con lui ci vediamo sovente; viene a
fare le vacanze in Italia e fa il farmacista in un piccolo paese vicino a
Strasburgo. E' uno di quelli che hanno rimosso tutto: si e' imborghesito
completamente e non ama parlare di queste cose. Sono stato a trovarlo,
l'ultima volta, con la Televisione italiana; gli ho chiesto di riceverci e
mi ha risposto: te si', ma le telecamere no. Poi pero' ha accettato anche
loro, ma non volentieri.
*
- Marco Viglino: Che pensa dei giovani d'oggi?
- Primo Levi: La differenza fondamentale tra la nostra giovinezza e la
giovinezza attuale e' nella speranza di un futuro migliore, che noi avevamo
in modo clamoroso e che ci sosteneva anche negli anni peggiori, anche nel
lager: la meta c'era e era costruire un mondo nuovo di uguali diritti, dove
la violenza era abolita o relegata in un angolo, costruire il Paese per
riportarlo a livello europeo. Invece, i giovani d'oggi, mi pare abbiamo
molte meno speranze. In generale vedo che tendono a scopi immediati, e
questo forse e' anche abbastanza giusto, in quanto non distinguono un altro
futuro. Mi pare, paradossalmente, che sia stata piu' facile la nostra
giovinezza, perche' oggi sono troppi i mostri all'orizzonte: c'e' il
problema della violenza, il problema energetico, dell'inquinamento; il mondo
e' diviso in blocchi, c'e' una totale incapacita' di prevedere l'avvenire e
nessuno osa fare previsioni sensate di qui a due anni. C'e' sempre il
problema atomico. Trovo che sono pochi i giovani che pensano di fare o
studiare in qualche modo per un loro preciso futuro. E' il senso del
tramonto dei valori, per cui bisogna godere e bruciare tutto subito.
*
- Marco Viglino: Come mai ha lasciato passare tanto tempo, quindici anni, da
Se questo e' un uomo alla seconda opera?
- Primo Levi: Se questo e' un uomo, edito nel '47 presso De Silva, usci' in
duemilacinquecento copie: avevo delle buone recensioni, ma ho avuto
cinquemila lettori (un libro lo leggono due persone in media). Dopodiche'...
non ho avuto piu' incentivo a scrivere; mi pareva di avere fatto il mio
dovere di testimone, di essermi scaricato delle mie tensioni e non sentivo
il bisogno di scrivere altro. Solo dopo molti anni mi ha ripreso questo
desiderio, perche' si e' ricominciato a parlare della Seconda guerra
mondiale, e dei lager in specie, in modo diverso, in senso storico appunto.
Verso il '60, o forse prima, si tenne un ciclo di conferenze sul tema e io
mi sono ritrovato protagonista: molti allora mi hanno incoraggiato a
raccontare anche la seconda parte della mia esperienza, cioe' il ritorno
dalla Russia. Ripresi la penna anche per un altro motivo: era cessata la
Guerra fredda e ora potevo raccontare la verita' completa, umana. Prima era
impossibile parlare della Russia: o se ne parlava come dell'inferno o come
del paradiso. E io non me la sentivo, in un ambiente cosi', di scrivere un
libro-verita' come La tregua. Solo dopo la distensione e' diventato
possibile scrivere di queste cose in un linguaggio non retorico.
*
- Marco Viglino: Perche' e' nato Malabaila?
- Primo Levi: Perche' sarebbe stato scandaloso a quel tempo: non avrei
potuto, io, lo scrittore di Se questo e' un uomo venire fuori a quei tempi
con aneddoti, storie fantastiche. Proposi allora questo pseudonimo
all'editore, il quale accetto' con entusiasmo, pensando forse di farne un
"caso letterario": poi il caso non ci fu, ed io ripresi il mio nome.

2. MEMORIA. VERA SCHIAVAZZI: QUESTA INTERVISTA, TRENT'ANNI DOPO
[Dal quotidiano "La Repubblica" del 18 gennaio 2009 col titolo
"L'infaticabile laboratorio della memoria"]

"Marco, vieni, c'e' Primo Levi al telefono...". Marco Viglino aveva
diciannove anni e si stava preparando alla maturita' in un liceo cattolico
privato quando una sera dell'aprile 1978 arrivo', a sorpresa, la telefonata
dello scrittore dalla quale e' nata l'intervista inedita che "Repubblica"
propone qui accanto. Trent'anni dopo, l'autore di quella intervista e'
diventato magistrato, mentre a Torino e' nato il centro di studi che dovra'
raccogliere e catalogare il grande lascito di appunti e lettere dello
scrittore. Un lavoro affidato alla direzione dello storico Fabio Levi che
procede silenziosamente, con quello stesso stile schivo e riservato che
caratterizzo' la vita dello scrittore e - dopo la sua morte l'11 aprile del
1987 - quella dei suoi eredi, la vedova e i figli. Ma nelle scuole di Torino
e del mondo l'opera di Levi assume oggi, mentre ci si prepara alle
iniziative per il Giorno della Memoria, un nuovo significato.
E' alla letteratura, infatti, ma anche al cinema, alla musica, al teatro che
si affida il ricordo della Shoah, ora che i testimoni in grado di parlarne
diventano sempre piu' rari. Il 26 gennaio a Torino Ernesto Ferrero,
scrittore e direttore della Fiera del Libro, ne parlera' alla giornata di
studi promossa dalla comunita' ebraica, con un intervento dedicato proprio
allo scrittore torinese: "Primo Levi sapeva benissimo che la memoria da sola
non basta, perche' la memoria a suo modo e' una scrittura, anzi, una
ri-scrittura continua che si allontana ogni volta dal ricordo originale. La
memoria e' un materiale tra i tanti, e come e' spiegato magistralmente ne I
sommersi e i salvati, va sottoposta a un vaglio stringente, a verifiche,
controprove documentarie. Solo cosi', facendone oggetto di un'attivita' di
laboratorio rigorosa e continua, puo' essere utile a una vera antropologia
della banalita' del male".
Anche per questo l'intervista inedita ritrovata da Viglino ha un valore
speciale, soprattutto per chi ha avuto la fortuna di raccoglierla. "La
lettura di Se questo e' un uomo mi aveva sconvolto - racconta Viglino, oggi
giudice al Tribunale di sorveglianza di Torino -. Cosi', avevo dedicato a
Levi la tesina che ognuno doveva preparare per l'esame finale. Ma una zia, a
mia insaputa, ne fece una copia e la diede a una vicina di casa lontana
parente dello scrittore. Quel compito da liceale arrivo' fino a lui, gli
piacque e mi telefono'. Ancora oggi, trent'anni dopo, mi commuovo pensando a
quella semplicita', uno scrittore famoso che chiama un ragazzo sconosciuto".
Al telefono, Levi chiede a Viglino: "C'e' qualcosa che posso fare per te?
Qualcosa che ti farebbe piacere?", e l'altro non esita: "Vorrei
incontrarla". "Mi invito' per il giorno dopo nella sua casa di corso Re
Umberto (e' l'appartamento alla Crocetta, dove Levi visse fino al giorno
della morte, ndr), alle nove di sera. Mi fece accomodare sul vecchio sofa'
del suo studio, una piccola stanza piena di libri. Ero emozionato,
febbricitante, quasi non osavo chiedergli di poter usare il registratore, ma
per fortuna trovai il coraggio... Ora la sua voce - che era bellissima - e'
ancora li', in una cassetta C90 da un'ora e mezza che non ho mai riascoltato
dopo il lavoro fatto per scrivere l'intervista: ho paura che il nastro sia
diventato fragile e possa rompersi. Passammo insieme tutta la serata, molte
cose sul nastro non sono rimaste...". "Per trent'anni - conclude Viglino -
quelle pagine scritte a macchina sono rimaste nel cassetto della mia
scrivania di casa, non le ho mostrate quasi a nessuno perche' ne ero geloso,
ogni tanto andavo a rileggerle. Ma forse sono stato egoista, ed e' venuto il
momento di condividerle".

3. INCONTRI. RICORDATO PRIMO LEVI AL LICEO SCIENTIFICO DI TUSCANIA

In preparazione della "Giornata della memoria della Shoah" del 27 gennaio,
in alcune classi del liceo scientifico di Tuscania (Vt) giovedi' 22 gennaio
2009 e' stato ricordato Primo Levi e sono stati letti e commentati alcuni
brani dalle sue opere.
Il ricordo della figura e del messaggio di Primo Levi, e' stato
sottolineato, e' un appello rivolto a tutte le persone di volonta' buona
affinche' si impegnino in difesa della vita, della dignita' e dei diritti di
ogni essere umano.

4. TESTI. PRIMO LEVI: PERCHE' SI SCRIVE?
[Dal sito www.minerva.unito.it riprendiamo il seguente articolo ripreso da
Primo Levi, L'altrui mestiere, Einaudi, Torino 1985, pp. 31-34]

Avviene spesso che un lettore, di solito un giovane, chieda a uno scrittore,
in tutta semplicita', perche' ha scritto un certo libro, o perche' lo ha
scritto cosi', o anche, piu' generalmente, perche' scrive e perche' gli
scrittori scrivono. A questa ultima domanda, che contiene le altre, non e'
facile rispondere: non sempre uno scrittore e' consapevole dei motivi che lo
inducono a scrivere, non sempre e' spinto da un motivo solo, non sempre gli
stessi motivi stanno dietro all'inizio ed alla fine della stessa opera. Mi
sembra che si possano configurare almeno nove motivazioni, e provero' a
descriverle; ma il lettore, sia egli del mestiere o no, non avra'
difficolta' a scovarne delle altre. Perche', dunque, si scrive?
1) Perche' se ne sente l'impulso o il bisogno. E' questa, in prima
approssimazione, la motivazione piu' disinteressata. L'autore che scrive
perche' qualcosa o qualcuno gli detta dentro non opera in vista di un fine;
dal suo lavoro gli potranno venire fama e gloria, ma saranno un di piu', un
beneficio aggiunto, non consapevolmente desiderato: un sottoprodotto,
insomma. Beninteso, il caso delineato e' estremo, teorico, asintotico; e'
dubbio che mai sia esistito uno scrittore, o in generale un artista, cosi'
puro di cuore. Tali vedevano se stessi i romantici; non a caso, crediamo di
ravvisare questi esempi fra i grandi piu' lontani nel tempo, di cui sappiamo
poco, e che quindi e' piu' facile idealizzare. Per lo stesso motivo le
montagne lontane ci appaiono tutte di un solo colore, che spesso si confonde
con il colore del cielo.
2) Per divertire o divertirsi. Fortunatamente, le due varianti coincidono
quasi sempre: e' raro che chi scrive per divertire il suo pubblico non si
diverta scrivendo, ed e' raro che chi prova piacere nello scrivere non
trasmetta al lettore almeno una porzione del suo divertimento. A differenza
del caso precedente, esistono i divertitori puri, spesso non scrittori di
professione, alieni da ambizioni letterarie o non, privi di certezze
ingombranti e di rigidezze dogmatiche, leggeri e limpidi come bambini,
lucidi e savi come chi ha vissuto a lungo e non invano. Il primo nome che mi
viene in mente e' quello di Lewis Carroll, il timido decano e matematico
dalla vita intemerata, che ha affascinato sei generazioni con le avventure
della sua Alice, prima nel paese delle meraviglie e poi dietro lo specchio.
La conferma del suo genio affabile si ritrova nel favore che i suoi libri
godono, dopo piu' di un secolo di vita, non solo presso i bambini, a cui
egli idealmente li dedicava, ma presso i logici e gli psicanalisti, che non
cessano di trovare nelle sue pagine significati sempre nuovi. E' probabile
che questo mai interrotto successo dei suoi libri sia dovuto proprio al
fatto che essi non contrabbandano nulla: ne' lezioni di morale ne' sforzi
didascalici.
3) Per insegnare qualcosa a qualcuno. Farlo, e farlo bene, puo' essere
prezioso per il lettore, ma occorre che i patti siano chiari. A meno di rare
eccezioni, come il Virgilio delle Georgiche, l'intento didattico corrode la
tela narrativa dal di sotto, la degrada e la inquina: il lettore che cerca
il racconto deve trovare il racconto, e non una lezione che non desidera. Ma
appunto, le eccezioni ci sono, e chi ha sangue di poeta sa trovare ed
esprimere poesia anche parlando di stelle, di atomi, dell'allevamento del
bestiame e dell'apicultura. Non vorrei dare scandalo ricordando qui La
scienza in cucina e l'arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, altro uomo
di cuore puro, che non si nasconde la bocca dietro la mano: non posa a
letterato, ama con passione l'arte della cucina spregiata dagli ipocriti e
dai dispeptici, intende insegnarla, lo dichiara, lo fa con la semplicita' e
la chiarezza di chi conosce a fondo la sua materia, ed arriva spontaneamente
all'arte.
4) Per migliorare il mondo. Come si vede, ci stiamo allontanando sempre piu'
dall'arte che e' fine a se stessa. Sara' opportuno osservare qui che le
motivazioni di cui stiamo discutendo hanno ben poca rilevanza ai fini del
valore dell'opera a cui possono dare origine; un libro puo' essere bello,
serio, duraturo e gradevole per ragioni assai diverse da quelle per cui e'
stato scritto. Si possono scrivere libri ignobili per ragioni nobilissime,
ed anche, ma piu' raramente, libri nobili per ragioni ignobili. Tuttavia,
provo personalmente una certa diffidenza per chi "sa" come migliorare il
mondo; non sempre, ma spesso, e' un individuo talmente innamorato del suo
sistema da diventare impermeabile alla critica. C'e' da augurarsi che non
possegga una volonta' troppo forte, altrimenti sara' tentato di migliorare
il mondo nei fatti e non solo nelle parole: cosi' ha fatto Hitler dopo aver
scritto il Mein Kampf, ed ho spesso pensato che molti altri utopisti, se
avessero avuto energie sufficienti, avrebbero scatenato guerre e stragi.
5) Per far conoscere le proprie idee. Chi scrive per questo motivo
rappresenta soltanto una variante piu' ridotta, e quindi meno pericolosa,
del caso precedente. La categoria coincide di fatto con quella dei filosofi,
siano essi geniali, mediocri, presuntuosi, amanti del genere umano,
dilettanti o matti.
6) Per liberarsi da un'angoscia. spesso lo scrivere rappresenta un
equivalente della confessione o del divano di Freud. Non ho nulla da
obiettare a chi scrive spinto dalla tensione: gli auguro anzi di riuscire a
liberarsene cosi', come e' accaduto a me in anni lontani. Gli chiedo pero'
che si sforzi di filtrare la sua angoscia, di non scagliarla cosi' com'e',
ruvida e greggia, sulla faccia di chi legge; altrimenti rischia di
contagiarla agli altri senza allontanarla da se'.
7) Per diventare famosi. credo che solo un folle possa accingersi a scrivere
unicamente per diventare famoso; ma credo anche che nessuno scrittore,
neppure il piu' modesto, neppure il meno presuntuoso, neppure l'angelico
Carroll sopra ricordato, sia stato immune da questa motivazione. Aver fama,
leggere di se' sui giornali, sentire parlare di se', e' dolce, non c'e'
dubbio; ma poche fra le gioie che la vita puo' dare costano altrettanta
fatica, e poche fatiche hanno risultato cosi' incerto.
8) Per diventare ricchi. Non capisco perche' alcuni si sdegnino o si
stupiscano quando vengono a sapere che Collodi, Balzac e Dostoevskij
scrivevano per guadagnare, o per pagare i debiti di gioco, o per tappare i
buchi di imprese commerciali fallimentari. Mi pare giusto che lo scrivere,
come qualsiasi altra attivita' utile, venga ricompensato. Ma credo che
scrivere solo per denaro sia pericoloso, perche' conduce quasi sempre ad una
maniera facile, troppo ossequente al gusto del pubblico piu' vasto e alla
moda del momento.
9) Per abitudine. Ho lasciato ultima questa motivazione, che e' la piu'
triste. Non e' bello, ma avviene: avviene che lo scrittore esaurisca il suo
propellente, la sua carica narrativa, il suo desiderio di dar vita e forma
alle immagini che ha concepite; che non concepisca piu' immagini; che non
abbia piu' desideri, neppure di gloria e di denaro; e che scriva ugualmente,
per inerzia, per abitudine, per "tener viva la firma". Badi a quello che fa:
su quella strada non andra' lontano, finira' fatalmente col copiare se
stesso. E' piu' dignitoso il silenzio, temporaneo o definitivo.

5. ET COETERA
Primo Levi e' nato a Torino nel 1919, e qui e' tragicamente scomparso nel
1987. Chimico, partigiano, deportato nel lager di Auschwitz, sopravvissuto,
fu per il resto della sua vita uno dei piu' grandi testimoni della dignita'
umana ed un costante ammonitore a non dimenticare l'orrore dei campi di
sterminio. Le sue opere e la sua lezione costituiscono uno dei punti piu'
alti dell'impegno civile in difesa dell'umanita'. Opere di Primo Levi:
fondamentali sono Se questo e' un uomo, La tregua, Il sistema periodico, La
ricerca delle radici, L'altrui mestiere, I sommersi e i salvati, tutti
presso Einaudi; presso Garzanti sono state pubblicate le poesie di Ad ora
incerta; sempre presso Einaudi nel 1997 e' apparso un volume di
Conversazioni e interviste. Altri libri: Storie naturali, Vizio di forma, La
chiave a stella, Lilit, Se non ora, quando?, tutti presso Einaudi; ed Il
fabbricante di specchi, edito da "La Stampa". Ora l'intera opera di Primo
Levi (e una vastissima selezione di pagine sparse) e' raccolta nei due
volumi delle Opere, Einaudi, Torino 1997, a cura di Marco Belpoliti. Opere
su Primo Levi: AA. VV., Primo Levi: il presente del passato, Angeli, Milano
1991; AA. VV., Primo Levi: la dignita' dell'uomo, Cittadella, Assisi 1994;
Marco Belpoliti, Primo Levi, Bruno Mondadori, Milano 1998; Massimo Dini,
Stefano Jesurum, Primo Levi: le opere e i giorni, Rizzoli, Milano 1992;
Ernesto Ferrero (a cura di), Primo Levi: un'antologia della critica,
Einaudi, Torino 1997; Ernesto Ferrero, Primo Levi. La vita, le opere,
Einaudi, Torino 2007; Giuseppe Grassano, Primo Levi, La Nuova Italia,
Firenze 1981; Gabriella Poli, Giorgio Calcagno, Echi di una voce perduta,
Mursia, Milano 1992; Claudio Toscani, Come leggere "Se questo e' un uomo" di
Primo Levi, Mursia, Milano 1990; Fiora Vincenti, Invito alla lettura di
Primo Levi, Mursia, Milano 1976.

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 290 del 23 gennaio 2009

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