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Voci e volti della nonviolenza. 292



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 292 del 26 gennaio 2009

In questo numero:
1. Alcuni estratti da "Tagebuch" di Liana Millu
2. Alcuni estratti da "Tutta la violenza di un secolo" di Marcello Flores

1. LIBRI. ALCUNI ESTRATTI DA "TAGEBUCH" DI LIANA MILLU
[Dal sito www.tecalibri.it riprendiamo i seguenti estratti dal libro di
Liana Millu, Tagebuch. Il diario del ritorno dal Lager, Giuntina, Firenze
2006]

Indice del volume
Prefazione di Paolo De Benedetti; Introduzione di Piero Stefani; Quel
mozzicone di matita del Meclemburgo; Tagebuch; Il ritorno dai Lager.
*
Da pagina 9
Introduzione di Piero Stefani
Si tratta di un quaderno di non grandi dimensioni: 12x18 cm, di un'eleganza
un po' massiccia per cui si vorrebbe spendere l'aggettivo tedesca. E'
ricoperto di finta pelle zigrinata. Sul fianco ha una piccola serratura per
custodire meglio segreti, probabilmente sentimentali, di qualche signorina
di un tempo. In alto a sinistra, in caratteri gotici dorati, introdotti e
chiusi da riccioletti, vi e' scritto Tagebuch, diario. A motivo degli
ornamenti la T iniziale sembra contenere una specie di chiave di violino.
Forse un segno augurale; con esso si voleva invitare l'acquirente a riempire
con la melodia, lieta o struggente, della propria esistenza i cinquantasei
fogli senza righe e di carta piuttosto spessa che compongono il diario. Il
quaderno ha pero' soprattutto l'aspetto degli oggetti che si regalano; doni
spesso destinati a restare inutilizzati o perche' non corrispondono ai
bisogni di coloro che li ricevono o perche' le circostanze hanno preso una
piega imprevista. Le cose, come le esistenze, possono andare incontro a
sorti inimmaginabili. Questa imprevedibilita' diviene in tal caso il sigillo
piu' autentico del loro essere unici.
Sta di fatto che quando fu trovato ai primi di maggio del 1945 in una
fattoria abbandonata del Meclemburgo, il Tagebuch, era ancora in bianco.
Accanto c'era una matita. Liana Millu proveniva dal vicino Lager di Malchow.
Vi era stata trasferita l'autunno precedente. Giungeva da Birkenau, il campo
femminile presso Auschwitz dove c'erano i crematori. In quel periodo i russi
sembravano prossimi a giungere e cominciarono le prime evacuazioni.
L'avanzata pero' si arresto' e per la liberazione si dovette attendere il 27
gennaio. Nel campo di concentramento del Meclemburgo l'inverno fu duro, ma
non c'erano camere a gas. Chi resistette fino alla primavera vide arrivare
le truppe russe e con esse una liberta' contraddistinta, nei primi tempi, da
uno zingaresco vagare e da un bisogno di cibo impresso in modo inestirpabile
nelle profondita' del proprio essere. Il primo gradino da risalire per
recuperare la condizione umana era di cogliere il mangiare come un mezzo
necessario per vivere e non come un fine in se stesso, in quest'ultimo caso
infatti la morte sarebbe stata dietro l'angolo. Non fu evento raro che una
fame insaziabile conducesse al decesso per l'azione combinata dell'inedia
passata e del soddisfacimento presente. La cascina saccheggiata conteneva
cibo, ma in mezzo al disordine emerse anche il diario dalle pagine bianche e
la matita destinata ad avere un singolare futuro. Non si erra a giudicarle
ancore di salvezza portatili della vita di Liana Millu. Tramite quelle
pagine anche l'anima fu in grado di ritrovare il proprio respiro. Fu
rinvenuto il 3 maggio, le prime annotazioni risalgono pero' solo a una
settimana dopo. Le pagine iniziali contengono anche brevissime note di
cronaca, in cui sono presenti i pericoli connessi al ritorno al cibo. L'atto
di scrivere ha bisogno di un minimo di distacco. A dirlo e' il diario stesso
le cui righe si infittiscono quando la necessita' di agire e il pungolo del
male fisico si fanno meno violenti. Oltre il grande baratro del Lager, Liana
Millu ritrova a poco a poco la capacita' di fermare uno stato d'animo e un
pensiero sulla carta. Li riveste di parole e da' loro forma innanzitutto per
lei stessa. Lo scrivere per Liana e' sempre stato l'apice della sua
peculiare propensione a esaminare, nell'ordine, se stessa, le altre persone
e le circostanze in cui si e' trovata a vivere.
Entrata in Lager a trent'anni, Liana Millu aveva alle spalle la vocazione di
scrivere. L'essere rimasta orfana di madre in tenerissima eta', l'infanzia
difficile per un'educazione che non corrispondeva alle sue esigenze, il
ribellismo giovanile che l'aveva condotta all'ateismo in reazione alla
componente sia ebraica sia cattolica della propria famiglia, il mestiere di
maestra intrapreso subito dopo il diploma, le molteplici, disordinate
letture, tutto sembrava portarla a un approdo: fare la giornalista. Scelta
anticonformista per una giovane degli anni Trenta; ma anche realizzazione
del desiderio di osservare, descrivere, analizzare, frutto di uno
spaesamento, avvertito fin dall'infanzia, che fa compiere all'animo un passo
indietro per poter guardare meglio. Le leggi razziali del '38 interruppero
tanto la sua carriera di maestra iniziata nell'antica Volterra quanto la
collaborazione con i giornali. La pisana Millu si trasferi' allora a Genova
divenuta da quel momento in poi la sua citta'. Seguirono anni contrassegnati
da vari mestieri, compreso quello della serva (espressione senza perifrasi
che trova riscontro nel Tagebuch), e da intense esperienze sentimentali. Una
volta scoppiata la guerra e trascorso il fatidico 8 settembre, decise di
entrare nella Resistenza. Non si tratto' di una scelta sostenuta da una
forte adesione a una ideologia politica. Non faceva parte della sua
personalita' darsi anima e corpo a una parte e aderire a una visione
elaborata da altri. Non a caso si dichiaro' sempre aliena ai partiti.
Catturata a Venezia nella primavera del '44, fu presto deportata ad
Auschwitz-Birkenau. Quando entro' nel Lager, Liana Millu non era sostenuta
ne' da una fede religiosa ne' da una fede politica; due pilastri che
aiutavano a sopravvivere e a dare speranza in un luogo scientificamente
programmato per rendere sottouomini coloro che erano arbitrariamente
considerati gia' tali. I deportati trattati da "pezzi da lavoro" (Arbeit
Stuecke) sarebbero ben presto divenuti tali se in loro non avesse operato
una controforza. Quest'ultima, Liana la definiva fede. Ve ne erano di tre
tipi; oltre a quella religiosa e politica, vi fu quella che Liana Millu
chiamo' laica. Della fede religiosa si conobbero epifanie commoventi, quella
politica opero' una resistenza anche in mezzo a pericoli atroci; la sua fede
laica - che l'avvicinava a Primo Levi - faceva invece della mente e
dell'anima un baluardo, un bunker inviolabile alla brutalita' e alle
abiezioni, un rifugio dove conservare l'idea di tutto quel che rende
"civile" la vita. In quest'ambito un ruolo decisivo lo svolgevano le poesie
apprese a memoria e percio' divenute intime presenze (si pensi all'esempio
piu' celebre: "Il canto di Ulisse" in Se questo e' un uomo). Questi
frammenti vividi di memoria sono ben presenti nel Tagebuch. Tra le risorse
dell'animo vi era pero' anche la volonta' di osservare se stessi e gli
altri.
*
Da pagina 23
Quel mozzicone di matita del Meclemburgo
Forse era il due maggio. Ma poteva anche essere il tre, il quattro: la data
esatta non ho mai saputo ricostruirla. Fatto sta che in quella gloriosa
mattina del '45, una volta entrata nella fattoria, andai a curiosare nella
stanza che doveva essere stata il soggiorno dei padroni di casa. Non c'era
nessuno: il viavai degli ex prigionieri, soldati, gente del Lager,
lavoratori coatti, si addensava tra cortile, cantina e cucina.
Cosi' entrai avanzando con circospezione sul pavimento ricoperto dai
detriti: mobili fracassati, vetrine infrante, una radio sfondata, tutto
quello che lo scoppio liberatorio di un'ira enorme lungamente repressa
poteva distruggere era li'. E fu li', su quel pavimento, che vidi la matita
e subito la presi e cominciai a guardarla e a rigirarla: da oltre un anno
non ne avevo toccate piu': Viste, si'. Tra le mani delle Kapo e delle SS che
mattina e sera controllavano sul taccuino il numero dei "pezzi". E anche
una, tenuta a mezz'aria dalle dita lunghe e bianche del dottor Mengele; ma,
essendo matite di Lager, non mi erano mai apparse come vere. Non potevano
esserlo: appartenendo al mondo di Auschwitz non erano che oggetti temibili,
dagli effetti spesso mortali.
Quella, invece, era una matita vera. Percio' volli subito provarla,
ansiosamente. Avevo bisogno di dimostrarmi che potevo ancora scrivere:
scrivendo, avevo la riprova che quella mattina era, veramente, la prima
della liberta'. Rovistai sul pavimento e, quasi subito, mi venne in mano un
libretto rilegato in finta pelle, le pagine tutte bianche. Tagebuch era
stampato in un angolo. Scrissi il mio nome sulla prima pagina, piu' volte,
con una gioia sempre piu' esultante. Non solo sapevo ancora scrivere:
possedevo di nuovo una cosa mia!
Grazie a quella matita vissi il momento che segnava il mio ritorno tra gli
umani. Finalmente una gioia pulita, civile: non la soddisfazione bruta della
sopravvivenza.
Da quel giorno, per i tre mesi che rimasi in Germania, da un ospedale
all'altro, da un campo di raccolta all'altro, scrissi su quel diario, con
quella matita. E poi passarono quarant'anni. Sono tanti. Eppure uno sguardo
puo' annullarli: ogni tanto, quando sfogliavo il diario, prendevo in mano la
matita, diventavano un soffio. Certo, la carta ingialliva, le parole scritte
a matita sbiadiscono: rileggendole, avevo persino un senso di stupore. Ero
proprio stata io? Ero stata io. Lo testimoniava la prima pagina, con il nome
scritto tre volte in quella mattina di maggio. Leggevo, riponevo. Finche', a
un certo punto, decisi che, a quelle cose, dovevo pur dare un avvenire.
Restando con me, lo avrebbero avuto non solo breve, ma molto brutto.
Disperse o gettate: un mozzicone di matita, figuriamoci!
Il diario lo collocai per primo, in mani giovani e devote che potranno
sfogliarlo quando io me ne saro' andata, in modo da continuare il dialogo.
La matita, invece, la tenni ancora, ridotta a pochi centimetri, scrostata,
mordicchiata, la punta maldestramente aguzzata da entrambi i lati. Finche'
mi resi conto che mancavo ai miei doveri nei suoi confronti: doveva rimanere
e portare testimonianza anche nel futuro.
Primo Levi aveva alcuni anni meno di me. Cosi', all'improvviso, decisi che
gliel'avrei affidata. L'avevo visto un paio di mesi prima, a Torino, e
poiche' lo ringraziavo per certe righe, mi aveva detto: "Tra noi non
occorrono parole". Era vero. Infatti ce n'erano sempre state poche e anche
la nostra corrispondenza era rada. Brevemente gli scrissi spiegandogli la
storia della matita e tutta la situazione. Scelsi una busta spessa,
accomodai il pezzettino di matita in un angolo e spedii: doveva mancare poco
a Natale.
Mi giunse questa risposta: "Cara amica, ho ricevuto lo strano e prezioso
dono e ne ho apprezzato tutto il valore. La conservero'. Anche per me i
giorni si stanno facendo corti ma le auguro di conservare a lungo la Sua
serenita' e la capacita' di affetto che ha testimoniato inviandomi quel
'mozzicone del Meclemburgo' cosi' carico di ricordi per Lei (e per me). Con
affetto. Suo Primo Levi".
"La conservero'". La data era quella del sette gennaio 1987. In sei righe
scritte con quella grafia minuta e chiara che lo distingueva mi comunicava
di avere accettato il compito. L'avrebbe conservata. Dove? Come? Ero
curiosa: mi avrebbe fatto piacere saperlo. Mi proposi di chiederglielo alla
prima occasione d'incontro: intanto mi limitai a fantasticare. Forse l'aveva
messa su un ripiano della libreria. O in una scatoletta. O, addirittura, la
teneva sulla scrivania?
Sette gennaio 1987: "La conservero'". Quante volte "dopo" mi sono fissata su
quella data e su quella promessa. Se si proponeva di conservarla, se
"serenita' e capacita' di affetto" gli apparivano beni da augurare, il suo
animo doveva essere ben diverso da quello che l'undici aprile lo precipito'
verso la morte.
Naturalmente il giorno che ricevetti il biglietto, pur essendone confortata,
non gli detti affatto quel significato di presenza sacrale che avrebbe
assunto dopo l'undici aprile. Lo prova il fatto che avendo urgenza di
segnare un indirizzo e non trovandomi altro foglio sottomano, lo
scarabocchiai, cio' che adesso mi colpisce con la forza di un rimorso.
Ma noi non sappiamo. Non possiamo sapere: per noi non rullano i tamburi. Nel
circo quando sta per avvenire qualcosa che puo' anche risolversi in morte,
il rullo dei tamburi ce ne avverte. Nella vita, no.
Cosi' il biglietto di Primo Levi e' diventato l'ultimo. Quanto alla matita
che mi stava tanto a cuore, non ne ho saputo piu' niente.
*
Da pagina 95
Il ritorno dai Lager
Mai ho parlato del mio ritorno dai Lager, e dopo oggi, mai piu' ne parlero'.
Ma ne ho preso l'impegno e lo faccio, pur risentendone orrore e dolore.
Alzero' quella lastra tombale, guardero' in un fondo dove strisciano
serpenti. Per l'urgenza di allontanarmi, riassumero' quel tempo in gruppi,
inquadrando in ciascun gruppo gli episodi piu' significativi, piu'
emblematici.
Documenti non ne ho, le mie date sono incerte. Ma necessito di una premessa.
*
4 (o 5) marzo del 1944, Venezia.
Arrestata nel magazzino dove avevo appuntamento con due compagni, e condotta
in un ufficetto dove un uomo di mezza eta', con uno scuro volto
impenetrabile, mi prende la borsetta, strappando la fodera, rovesciandola
tutta. Ogni tanto alza la testa e mi scruta. Cerco di concentrarmi sui vetri
appannati di nebbia, finche' l'uomo si alza e dice:
- Andiamo.
*
Primi di settembre 1945, Venezia.
Condotta in un ufficio della polizia ferroviaria, davanti a tre uomini che,
dopo qualche domanda incuriosita, mi guardano in silenzio. Mi ci aveva
sbattuto un controllore paonazzo dall'ira, stringendomi il braccio, quasi
strattonandomi. Aveva spiegato che, nel tragitto Mestre-Venezia, alla sua
legittima - le-git-ti-ma! - richiesta del biglietto, avevo risposto di
essere salita a Mestre, scendendo da una tradotta.
Una donna in una tradotta? e doveva credermi? Alle sue insistenze, avevo
perfino alzato la voce.
- Vengo dalla Germania, soldi non ne ho, il biglietto non lo pago. Ho fatto
un anno di Lager!
Germania non Germania, qui eravamo in Italia e il biglietto dovevo pagarlo.
Cosa erano quelle pretese? Dei Lager, lui, se ne fregava!
Racconto' tutto ai poliziotti e se ne ando' con un'ultima occhiata
minacciosa. E, ora, quelli mi guardavano in silenzio. Sentivo i loro sguardi
indugiare sulla camicetta che mi ero confezionata a Doerverden, provincia di
Hannover, zona inglese, campo di raccolta per militari italiani.
Laggiu', la camicetta rimediata con tre tovaglioli dell'ospedale, aveva
riscosso complimenti. Ma, ora, i tre la guardavano con disapprovazione: era
tutta stropicciata e anche sporca.
- Vada pure - finalmente uno si decise - Vada pure e...
- Vada e si ripulisca, si metta un po' in ordine. Una donna...
Dunque, ero una donna. Ci pensai uscendo dalla stazione, nella mattina
splendente. Ero una donna. "Laggiu'", per un anno tutto era stato fatto
perche' me ne dimenticassi.
A Genova, dove ero tornata, l'Ente Comunale di Assistenza elargiva 500 lire
al mese - allora erano qualcosa - ai reduci privi di casa e di mezzi.
Veramente, una casa dove dormire ce l'avevo. Una signora, timorosa che il
Commissariato degli alloggi le requisisse una camera inutilizzata, mi
ospitava volentieri ripetendo:
- Meglio una poveretta tornata dai Lager, che gentaglia imposta dal
Commissariato!
Cosi', dal settembre, mi presentavo agli sportelli dell'Assistenza. La fila
era lunga e l'impiegato impaziente.
Una volta, era quasi mezzogiorno, quando venne il mio turno, mi appoggiai
con le braccia sullo sportello: ero stanca. L'impiegato si sporse per
controllare quanta gente c'era ancora e, per caso, lo sguardo gli cadde sul
numero tatuato sul mio braccio.
- Cos'e'?
Glielo spiegai ed ebbe un risolino sardonico.
- Vi marcavano la pelle? come bestie?
Poi aggiunse.
- Dite che nei Lager era un macello. Ma a vedere quanti vengono qui a
beccarsi le 500 lire, mica si direbbe. Altro che sterminio!
*
Nel mio testamento, ho scritto che una piccola somma venga data all'Auxilium
e alla Caritas con questa precisa motivazione: "In ricordo dei quattro
quadratini di cioccolata e del sorriso ricevuto da due suore francesi che
vennero al treno dalla Croce Rossa che mi rimpatriava dalla Germania. E del
bicchiere di latte ricevuto alla stazione di Verona, dal banco
dell'Auxilium, da una giovane donna dal viso gentile".
Non avevo piu' genitori ne' parenti stretti: ad Auschwitz questa mancanza mi
aveva sollevato dai pensieri torturanti di chi aveva lasciato la famiglia. A
guerra finita, tramite la Croce Rossa, ebbi il biglietto di una zia. Mi
raggiunse in un ospedale di Merano dove rimasi esattamente quattro giorni,
il quinto me ne andai con una tradotta. Dovevo. Avevo paura di non riuscire
piu' a controllare l'impeto di furore che mi prendeva davanti alla bella
infermiera altoatesina, una bionda che somigliava tutta a una ausiliaria che
vedevo ad Auschwitz.
Rimpiangeva sempre i "suoi" soldati: cosi' beneducati, corretti, puliti!
Si scagliava contro le abitudini "bestiali" di noi ex deportate, l'avidita'
di cibo, la mancanza di pudori. Ci guardavamo con vero odio.
Cosi', in ottobre, decisi di accogliere l'invito di mia zia, abitava a Pisa,
la citta' dove sono nata e cresciuta. Ci abbracciammo, poi cominciarono i
racconti. E io volevo parlare, avevo bisogno di raccontare, far sapere, e
alla zia, qualche volta, venivano gli occhi lucidi. Ma interrompeva sempre,
sovrapponeva ai miei ricordi i suoi che erano quelli di una sfollata e a lei
sembravano tremendi, a me sembravano acqua di rose. Cominciavo gia' a
convincermi che la gente non poteva capire. Le rape, per esempio! Era la
stagione e la zia era salutista, convinta che depurassero il sangue e ne
preparava ogni giorno. Certo non erano le legnose rape del Lager. Ma il nome
era quello, l'odore era quello e mi faceva ammutolire.
Una cugina volle incontrarmi. Sua figlia (un tempo mia compagna di scuola)
era stata deportata nel '44 e non ne sapeva piu' niente. Mi pungolo' di
domande alle quali non potevo rispondere che vagamente. Infine, mi pianto'
in faccia due occhi nemici.
- Sei tornata tu. Sei tornata tu che non hai genitori, non hai un marito,
hai sempre dato dispiaceri alla famiglia. Perche' non e' tornata lei? Aveva
un bambino piccolo, era buona. Lei si meritava di tornare! Lei doveva
tornare! E' questa la giustizia di Dio?
Mia zia abbasso' gli occhi, contrita per le misteriose ingiustizie di Dio.
Allargai le braccia, in silenzio. Non mi sentivo colpevole.

2. LIBRI. ALCUNI ESTRATTI DA "TUTTA LA VIOLENZA DI UN SECOLO" DI MARCELLO
FLORES
[Dal sito www.tecalibri.it riprendiamo i seguenti estratti dal libro di
Marcello Flores, Tutta la violenza di un secolo, Feltrinelli, Milano 2005]

Indice del volume
1. I numeri della violenza; 2. Le violenze sono tutte uguali? 3. Quanti tipi
di violenza ci sono; 4. Violenza di stato, violenza politica; 5. Gli
obiettivi della violenza; 6. L'occasione della violenza; 7. Ci sono stati
violenti e societa' propense alla violenza? 8. Le forme della violenza; 9.
C'e' differenza tra guerra e genocidio? 10. Il contesto della violenza; 11.
Le tappe della violenza; 12. Tutte le violenze si possono giustificare? 13.
I responsabili della violenza; 14. La partecipazione alla violenza; 15. La
giustizia della violenza; 16. La memoria della violenza; 17. La negazione
della violenza; 18. E' possibile il perdono e la riconciliazione? 19. Le
responsabilita' dell'Occidente; 20. Le cause della violenza; La sequenza
storica; Conclusioni; Bibliografia; Ringraziamenti
*
Da pagina 11
I numeri della violenza
Sono delle immagini che, per prima cosa, ci vengono in mente pensando alla
violenza di massa commessa nel Novecento. Possono essere diverse o uguali
per ogni individuo, per generazione di appartenenza, per luogo di nascita o
per educazione. Sono immagini che possono essere altrettanto forti,
simboliche, comunicative sia che abbiano per oggetto la violenza subita da
una singola persona sia che documentino e raccontino eccidi di massa. Nella
nostra societa' sono pochi coloro che possono dire di non avere mai visto
immagini dei corpi scheletrici di Auschwitz e Bergen Belsen, ma sono certo
molti meno quelli che hanno avuto la possibilita' di osservare le immagini
delle fosse comuni dei killing fields cambogiani o dei cadaveri straziati
dai machete in Ruanda.
Capita a volte che le immagini personalizzate e individualizzate della
violenza ce la facciano sembrare quasi piu' intollerabile e vicina delle
immagini di massacri collettivi che appaiono spesso, in qualche modo,
lontani, altrove e senza tempo.
Eppure, anche se l'immagine che piu' ci colpisce e' quella di una violenza
individuale - per la mia generazione una terribile immagine-simbolo e' stata
quella di Kim Phuc -, quando riflettiamo sulla violenza pensiamo anche,
immediatamente, alla quantita' di morti, al numero delle vittime.
Si calcola, in sintesi, che nel corso del Novecento le persone uccise in
atti di violenza di massa siano state tra i cento e i centocinquanta milioni
(qualcuno propone addirittura la cifra di duecento). Questa diversita'
nasce, in larga misura, dal tipo di conteggio utilizzato: che puo' includere
o no, ad esempio, le vittime di carestie che sono strettamente legate alle
azioni di guerra e violenza intraprese. Ma puo' anche dipendere dalle fonti
su cui si fonda la propria stima, che diverge soprattutto per quei paesi o
per quegli avvenimenti per i quali non e' ancora disponibile una
documentazione archivistica e statistica trasparente, libera e affidabile.
Comunque sia, cento o duecento milioni costituiscono delle cifre in ogni
caso agghiaccianti, che giustificano il fatto che il XX secolo sia stato
considerato uno dei piu' violenti nella storia dell'umanita': secolo
barbaro, secolo delle tenebre, secolo innominabile, solo per ricordare
alcuni dei termini usati con maggiore frequenza.
Il Novecento e' stato davvero un secolo piu' violento dei precedenti? A
prima vista sembra che non ci siano dubbi. Il senso comune sembra dirci che
sono i numeri che distinguono il grado e il livello di violenza accaduta
nella storia. Che possono dircelo nel modo piu' neutro e obiettivo. E che il
XX secolo ha battuto ogni record in questa macabra competizione.
Da cosa deriva questa convinzione? Dalla vicinanza storica del secolo appena
concluso? Da una maggiore e approfondita conoscenza della violenza che in
esso ha avuto luogo? O dalla semplice somma aritmetica delle vittime?
Restiamo, per adesso, nell'ambito delle crude cifre. E prendiamo in esame
l'evento che e' stato accompagnato dal maggior numero di vittime. Nessun
dubbio a riguardo, e' stata la Seconda guerra mondiale, con i suoi cinquanta
milioni di morti (un po' di piu' o di meno se si contano le vittime degli
spostamenti forzati di popolazione dai territori ex-tedeschi e se vi si
include la Guerra cino-giapponese). Di queste vittime circa la meta' (un po'
meno secondo alcuni) riguarda i morti in battaglia, l'altra meta' i civili
uccisi. Questi ultimi comprendono sia i caduti sotto i bombardamenti aerei
sia le vittime della Shoah, sia i morti nei massacri compiuti dagli eserciti
regolari.
Se si rimane sul terreno quantitativo, l'unica conclusione cui si puo'
giungere e' che la guerra (in realta' la guerra totale del 1939-1945)
rappresenta l'evento piu' violento e distruttivo del XX secolo e forse della
storia umana. Un risultato che fa gia' parte della coscienza comune e che
nessuno pensa di mettere in discussione. L'analisi dei numeri, allora, serve
a poco o nulla? O rischia, addirittura, di nascondere gli interrogativi piu'
rilevanti e annebbiare le questioni piu' importanti (le cause, gli effetti,
le modalita', i risultati, ecc.) che gli eventi carichi di maggiore violenza
ci inducono ad affrontare?
Quali sono i parametri - i nostri giudizi e pregiudizi morali, ideologici,
religiosi, politici - con cui giudichiamo violenta un'epoca storica? Molto,
in genere, dipende da chi sono le vittime e chi i carnefici, dalle forme e
dall'intensita' che la violenza ha assunto, dalla durata e
dall'intenzionalita', cioe', in una parola, dalla qualita' della violenza.
Sui numeri, invece, sembrerebbe che si possa trovare un accordo, un punto di
vista comune.
Prima di allargare il campo dell'indagine alla qualita' della violenza,
allora, puo' essere utile rimanere nell'ambito della valutazione
quantitativa; che e' molto meno semplice e lineare di quanto possa sembrare
a prima vista. Anche nel "dare" i numeri della violenza - e cioe' i numeri
dei morti per violenza, di cui sono responsabili governi e collettivita' -
gli studiosi sono tutt'altro che concordi. Al di la' delle incertezze e, in
alcuni casi, delle notevoli differenze tra le diverse stime, in genere si e'
giunti tuttavia a giudizi abbastanza condivisi sulla quantita' di violenza
avvenuta nel XX secolo.
[...] Le guerre del Novecento rappresentano il 95% dei morti nelle guerre
degli ultimi tre secoli. E la percentuale dei civili uccisi e' cresciuta
fino a raggiungere il 50% con la Seconda guerra mondiale e il 90-95% nei
conflitti dell'ultimo decennio. Il numero dei morti per violenza pubblica
nel corso del XIX secolo e' stato di gran lunga inferiore a quello del
secolo successivo, e l'Ottocento oggi ci appare come il secolo della "lunga
pace"; ma la percentuale delle vittime sul totale della popolazione e' stata
grosso modo la stessa, e cioe' attorno all'1%. Se poi confrontiamo il numero
dei morti in guerre, genocidi e massacri con le morti complessivamente
avvenute nel corso del Novecento (circa quattro miliardi e duecento milioni)
constatiamo che la loro percentuale raggiunge il 4,5%.
Le statistiche, naturalmente, ci offrono anche altre possibilita'. Per
esempio di confrontare le morti per violenza di massa con quelle per colpa
del tabacco (settantun milioni nell'intero XX secolo) o per incidenti
automobilistici (dieci milioni) o per omicidio (otto milioni e mezzo), o per
Aids (ventotto milioni dal 1981 al 2002).
La raccolta di dati quantitativi sulla violenza commessa dai governi e dalle
collettivita', al proprio interno e in conflitti esterni, e' un momento
necessario e ineliminabile della conoscenza della violenza stessa. Da soli,
tuttavia, questi dati possono unicamente offrirci un'impressione generale,
che deve essere il punto d'avvio di una riflessione piu' ampia. Vi e'
raramente coincidenza tra la nostra soggettiva impressione del tasso di
violenza e i dati oggettivi della realta' circostante: noi giudichiamo in
base a cio' che accade attorno a noi, alle nostre aspettative e speranze, a
paure infondate o a timori esagerati, ma anche a illusioni o cecita' di
fronte a una realta' peggiore di quel che crediamo. La violenza vicina,
naturalmente, che colpisce la nostra famiglia o la nostra comunita', sembra
piu' grande e terribile di quella che coinvolge i nostri confinanti o che
riguarda societa' e mondi lontani; anche se ormai i mezzi di comunicazione
ci forniscono una conoscenza immediata di quel che accade in ogni parte del
mondo.
Il modo in cui leggere i numeri e guardare i dati nasce dalle esigenze di
conoscenza che ci prefiggiamo. Il punto di osservazione e i criteri di
analisi prescelti devono essere coerenti agli interrogativi che ci poniamo.
E i numeri, quand'anche si riuscisse a trovare un accordo sul modo di
costruirli e stabilirli, possono dare risultati diversi e opposti se li
montiamo in successione differente, se li affianchiamo o li confrontiamo in
maniera non univoca. Le vittime della storia meritano rispetto, non solo
ricordandone la quantita', l'occasione, le modalita' della morte. La loro
contabilita' non puo' essere solo numerica, ma anche morale: il ricordo
delle vittime deve farci affrontare limpidamente le domande che riguardano
le possibilita', le scelte e le motivazioni che hanno portato e portano alla
violenza.
*
Da pagina 30
Violenza di stato, violenza politica
Il monopolio della violenza da parte dello stato ha costituito un momento
fondamentale nella formazione del mondo moderno, ponendo fine, almeno in
larga misura, al tasso di arbitrio e di violenza individuale che i piu'
forti e potenti esercitavano sui piu' deboli e indifesi. Garante della legge
al suo interno, lo stato moderno ha rivolto soprattutto all'esterno la
violenza istituzionalizzata e di massa, nel corso di guerre e conflitti con
gli stati vicini o di azioni di colonizzazione verso popoli lontani e
civilta' diverse e militarmente piu' deboli. La conquista delle Americhe,
dalle spedizioni di Cortes contro gli aztechi o di Pizarro contro gli incas,
fino alle guerre indiane di meta' Ottocento contro Sioux e Cheyenne, ha
rappresentato nel corso di secoli un vero e proprio genocidio collettivo
delle popolazioni indigene: compiuto in nome della civilta' occidentale e
del suo diritto di imporla a culture piu' deboli e arretrate.
La violenza non e' mai stata estranea alla storia dell'uomo, anzi ne ha
costituito un ingrediente essenziale e costante. Con la costruzione dello
stato moderno, tuttavia, essa si e' diversificata come modalita' e come
intensita': all'interno nei confronti di chi intendeva sovvertire l'ordine
costituito; all'esterno contro nemici concorrenziali (gli altri stati) o
contro "diversi" da soggiogare e colonizzare. La violenza contro i
"sovversivi", per quanto abbia raggiunto in certi casi livelli
particolarmente estesi e acuti, non ha mai raggiunto una intensita'
comparabile ai massacri di massa che accompagnavano, invece, quella rivolta
all'esterno. Questa aveva un carattere legittimo e istituzionale nelle
guerre contro nemici simili, assumeva un aspetto arbitrario e spesso
incontrollato contro i nemici altri, quelle "genti irrequiete e selvatiche /
torve popolazioni, da poco assoggettate, / per meta' demoni e per meta'
fanciulli".
Dalla pace di Westfalia (1648), che aveva costruito il diritto pubblico
europeo attribuendo agli stati il diritto di sovranita' interna, al
Congresso di Berlino (1878) e alla Conferenza di Berlino (1884-1885), che
sanciscono il primato europeo - e delle grandi potenze in particolare -
sulla crisi dell'Impero ottomano e sulla spartizione dell'Africa,
l'Occidente cerca al tempo stesso di limitare le violenze al suo interno e
di dirottarle verso i nuovi territori di conquista.
A cavallo tra Ottocento e Novecento i massacri piu' significativi sono tutti
a carattere coloniale: da quello di Omdurman (Sudan), nel 1898, dove
undicimila dervisci vennero uccisi dai mitragliatori di Lord Kitchener, che
perse meno di cinquanta uomini; a quello degli Herero, che tra il 1904 e il
1907 si riducono da ottantamila a quindicimila, sterminati dalla politica
genocidaria del generale Lothar von Trotha. Lo stato - britannico nel primo
caso, tedesco nel secondo - autorizza e avalla questa violenza nell'ambito
di un progetto di conquista confortato da una cultura che unisce razzismo e
socialdarwinismo, che vede l'evoluzione umana del potere come vittoria
legittima del piu' dotato e del piu' forte. L'Occidente non ha un unico
modello di violenza (come non lo ha di conquista e dominio coloniale); ma
tutti, quello britannico come quello francese o tedesco, quelli spagnolo e
portoghese come piu' tardi quello italiano, giustificheranno le loro diverse
azioni e comportamenti violenti con la stessa discriminazione razziale e
culturale nei confronti dei popoli non occidentali, ora con la logica della
missione di portare il progresso, ora con quella del dominio territoriale
del piu' forte e del piu' adatto al potere.
[...] Nei regimi totalitari o dittatoriali, il numero dei nemici attivi e
pericolosi per il potere e' di gran lunga inferiore a quello di coloro che
saranno vittime della politica di repressione di quei governi. Anche coloro
che continuano a manifestare la volonta' di opporsi al potere e non
costituiscono alcun pericolo reale per un regime che si fonda proprio
sull'uso totale e assoluto della violenza. I massacri indiscriminati dei
regimi comunisti o delle dittature militari sudamericane sono spesso tanto
piu' numerosi e cruenti quanto la forza del regime e' solida e le
possibilita' di indebolirla irrisorie.
La violenza di massa e' una prerogativa dello stato, che la usa contro i
propri cittadini che intende escludere ed emarginare, o utilizzare per le
proprie guerre di conquista; ma sono i gruppi politici che controllano lo
stato a valorizzare l'uso della violenza per raggiungere i propri obiettivi,
a legittimarla e organizzarne la pratica e la diffusione. Nei momenti di
crisi - di imperi, di federazioni, di stati multietnici - il ricorso alla
violenza, a una violenza di massa spietata e sanguinaria, e' l'arma che
permette piu' di altre alle emergenti elite politiche di prendere il
sopravvento, di conquistare il consenso nazionale, etnico e religioso. In
molti casi la violenza e la guerra non sono il proseguimento della politica
con altri mezzi, sono l'essenza stessa della politica per poter fondare o
legittimare il proprio potere; o per poterlo rafforzare e mantenerlo.
*
Da pagina 36
Gli obiettivi della violenza
Chi ha dato inizio a una guerra, nel XX secolo, difficilmente e' riuscito a
vincerla. E' stato cosi' nel corso delle due guerre mondiali, le piu'
terribili per numero di vittime e per il tasso di distruzione da cui sono
state accompagnate. Ma e' stato lo stesso nella guerra di Corea o in quella
del Vietnam, in quella dell'Afghanistan o in quella dell'Iraq con l'Iran.
Gli obiettivi della violenza bellica, solo talora esplicitati in modo chiaro
e coerente, hanno dimostrato di essere il piu' delle volte irrealistici,
rendendo quella stessa violenza inutile o addirittura controproducente.
In questi casi, tuttavia, la violenza era strumento dell'obiettivo di
dominio, era il mezzo individuato per raggiungerlo. In altre situazioni, al
contrario, la violenza e' sembrata essere lo stesso fine, la sua pratica ha
coinciso con l'obiettivo. La violenza contro i cittadini cambogiani o quella
esercitata contro i Tutsi in Ruanda non aveva altro scopo che uccidere gli
uni e gli altri, eliminarne il maggior numero possibile.
Potrebbe sembrare possibile, allora, fare una sommaria distinzione tra la
violenza che ha un obiettivo territoriale, di conquista, e quella di cieca
distruzione, dettata dall'odio per un nemico che si suppone assoluto e
irrimediabilmente ostile. Se si analizza il tipo di violenza che si
manifesta all'interno delle guerre e dei genocidi ci si accorge che gli
obiettivi non sono cosi' semplici e lineari come si sarebbe supposto.
La distruzione degli ebrei da parte del nazismo non e' avvenuta soltanto per
dare una "soluzione finale" a quella che per il regime di Hitler era la
presenza piu' intollerabile e pericolosa. Se l'unico obiettivo fosse stato
lo sterminio, infatti, che bisogno ci sarebbe stato del crudele processo di
disumanizzazione cui furono sottoposti gli ebrei prima di venire portati
nelle camere a gas?
L'obiettivo della violenza scatenata nel 1937 a Nanchino dai soldati
dell'esercito giapponese non poteva essere di tipo militare, dal momento che
ebbe luogo dopo la conquista dell'allora capitale cinese. Sembra mancare, in
questo caso, un'articolazione o casistica di obiettivi possibili, che non
siano la stessa estrinsecazione e concretizzazione della violenza, la
volonta' di distruggere, annientare, umiliare il nemico.
Nei confronti delle bombe atomiche americane sganciate il 6 e 9 agosto del
1945 su Hiroshima e Nagasaki, si puo' dibattere se fossero uno strumento
adeguato (o invece immoralmente esagerato) di pressione nei confronti
dell'imperatore e degli alti comandi militari, se la scelta delle citta' da
bombardare fosse avvenuta in buona fede o per colpire volutamente la
popolazione civile, se gli effetti distruttivi fossero noti o se si volle
sperimentarli su una popolazione ritenuta razzialmente inferiore (e
colpevole di avere scatenato la guerra). Tra obiettivi dichiarati, obiettivi
nascosti, obiettivi taciuti o inconsci, accuse formulate all'epoca e
successivamente, e' possibile che la risposta piu' vicina al vero contenga
piu' d'uno di questi elementi. Quello su cui non dovrebbe piu' esserci
discussione, invece, e' il fatto che si sia trattato di un'uccisione in
massa di civili inermi e non di un'azione di guerra.
L'uccisione tra l'ottobre 1965 e il marzo 1966 di circa mezzo milione di
indonesiani, per la maggior parte appartenenti al Partai Komunis Indonesia
(Pki, Partito comunista indonesiano), per mano di unita' dell'esercito e
gruppi di civili armati, non puo' essere ascritta soltanto alla volonta' di
eliminare completamente dalla vita politica il Pki. Per raggiungere questo
obiettivo non ci sarebbe stato bisogno di un bagno di sangue cosi' esteso e
di una violenza cosi' capillarmente e intenzionalmente perseguita.
[...] Senza nemico non ci sarebbe violenza. Il nemico e' sempre presente
come obiettivo da sconfiggere o da distruggere. Vincerlo e' lo scopo delle
guerre (dove l'obiettivo finale e' la conquista territoriale e l'egemonia
politica ed economica), eliminarlo quello di stragi e massacri che appaiono,
a prima vista, incomprensibili e gratuiti. Ma questo nemico esiste davvero?
Quello che il potere individua come tale, e' un pericolo reale o una
costruzione artificiale?
Gli armeni non costituivano una minaccia concreta per l'Impero ottomano, in
crisi ormai da decenni e in via di disfacimento nel corso della guerra
mondiale che aveva scelto di combattere accanto alla Germania. Gli ebrei non
avevano alcuna possibilita' di minare la solidita' e la compattezza del
Terzo Reich, e non erano certo responsabili di quella "pugnalata alle
spalle" di cui la propaganda nazionalista li aveva accusati, incolpandoli
della sconfitta nel primo conflitto mondiale. I cittadini della Cambogia
uccisi nel mattatoio di Tuol Sleng - fossero vietnamiti o cinesi,
intellettuali o contadini - non costituivano un pericolo per la continuita'
dell'appena costituito regime khmer rosso. I Tutsi in Ruanda, o gli Hutu
moderati massacrati con loro, non stavano sfidando il regime di Habyarimana,
ne' potevano essere considerati coinvolti nell'esplosione dell'aereo in cui
si trovava insieme al presidente del Burundi, atto che diede il via al
genocidio del machete.
Il nemico, in questi casi, e' mera invenzione o la sua individuazione
anticipa una minaccia possibile? Costruire il nemico rappresenta uno
strumento del potere per dare maggiore coesione - con la mobilitazione e la
paura - al proprio popolo o al gruppo su cui si appoggia?
Ed e' certo, comunque, che manchi del tutto una motivazione concreta e una
spiegazione reale alla violenza? Che non ci sia, sullo sfondo, una risposta
certo terribile e sproporzionata, ma forse non del tutto immotivata?
*
Da pagina 52
L'Europa, nel non lontano trentennio 1915-1945, e' stato il teatro della
piu' grossa e terribile carneficina che la storia umana abbia sperimentato:
eppure gli europei si sentono - oggi naturalmente - un popolo propenso alla
pace assai piu' dell'Occidente nordamericano o di altre regioni del mondo.
Gli italiani, anche se la diffusa convinzione che li dipingeva come brava
gente ha perso negli ultimi anni la certezza e lo smalto che aveva in
passato, sono piu' propensi a vedersi vittime della violenza altrui - di
quella tedesca nelle stragi del 1944-1945; di quella jugoslava nelle foibe;
di quella sovietica nei campi di prigionia - che non promotori e agenti
attivi della stessa.
Qualcuno si ricorda di, ha chiesto perdono per, ha proposto di commemorare
la data in cui a Debra' Libanos, sessantasette anni fa, abbiamo trucidato
oltre duemilacinquecento persone in una volta sola, evirando gli uomini e
squarciando il ventre alle donne, trafiggendo i bambini con le baionette e
massacrando a sangue freddo tutti coloro che in quel disgraziato 20 maggio
1937 si trovavano nel monastero cristiano copto che il maresciallo Graziani
aveva deciso di punire perche' colpevole, a suo dire, di avere dato asilo ai
due partigiani etiopi che avevano osato compiere un attentato contro di lui?
Sono le circostanze storiche, le elite politiche al potere, le condizioni di
vita e le attese in cui vive la popolazione, la presenza o mancanza di
risorse che si ritengono vitali, l'identificazione di un nemico vero o
presunto che si reputa minaccioso, che rendono possibile a ogni civilta' di
compiere atti di violenza inimmaginabili al suo popolo solo pochi anni prima
o dopo averli compiuti. Sono la struttura e l'ideologia degli stati che
rendono le societa' corresponsabili o succubi delle violenze di cui saranno
partecipi o complici. Certo, quanto piu' le credenze e i valori diffusi in
una societa' contengono elementi di intolleranza e di discriminazione -
siano essi religiosi, politici, ideologici, comunitari, culturali - tanto
piu' per i regimi politici intenzionati a usare violenza diventa piu' facile
convogliare parti e settori della societa' verso il loro obiettivo. Ed e'
quella cultura, in molti casi, a orientare verso una forma o l'altra di
violenza, a rendere cosi' particolare e diverso dagli altri un massacro, una
strage, un genocidio.
*
Da pagina 124
Dal punto di vista culturale, della cultura dei governi e degli stati piu'
forti, sembra di essere tornati per certi versi alle giustificazioni
dell'epoca coloniale, quando un forte e sincero sentimento della missione
civilizzatrice accompagnava le inevitabili azioni militari. Il paradosso
attuale dell'Occidente sembra essere quello di proseguire sulla strada
dell'elaborazione di principi e diritti universali; ma di violarli in nome
dei propri interessi piu' immediati (riassunti nel principe dei principi
attuali: la sicurezza) e di legittimarne teoricamente e storicamente le
violazioni. Negando agli altri, invece, ogni forma di giustificazione se la
violenza si rivolge contro l'Occidente.
Sembra non esistano piu' criteri univoci con cui giudicare, condannare,
giustificare o comprendere la violenza: quel che accade in Cecenia, in
Palestina, nel Kashmir, e' valutato tenendo conto degli schieramenti
internazionali e del grado di adesione al modello occidentale; di quello che
succede in Congo, in Costa d'Avorio, Birmania, Etiopia, Colombia si parla
come di eventi naturali cui occorre fare l'abitudine. E in modo speculare
ogni forma di intervento da parte dell'Occidente e' spesso vista, ormai,
come strumento del suo dominio mondiale: l'intervento in Kosovo e'
assimilato a quello in Afghanistan e questo a quello in Iraq, perdendo di
vista, insieme alle differenze delle motivazioni, la diversita' delle cause
che hanno provocato queste violenze recenti.

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
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Numero 292 del 26 gennaio 2009

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