[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

Minime. 713



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 713 del 27 gennaio 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Oggi
2. Un estratto da "Auschwitz spiegato a mia figlia" di Annette Wieviorka
3. Giulio Vittorangeli: La Giornata della memoria
4. Oggi a Nepi
5. Adriano Moratto: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
6. Giuliano Pontara: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
7. Mao Valpiana: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
8. Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta"
9. Maria G. Di Rienzo: Il cesto
10. "Noi donne" ricorda Anastasia Baburova e Stanislav Markelov
11. Luisa Muraro: Politica e potere
12. La "Carta" del Movimento Nonviolento
13. Per saperne di piu'

1. LE ULTIME COSE. OGGI

In un paese in cui un partito esplicitamente razzista e' al governo.
In un paese in cui nell'attuale partito di maggioranza relativa che esprime
tre delle prime quattro cariche dello stato una forte componente si
dichiarava esplicitamente fascista fino alla meta' degli anni '90 (ed alcuni
suoi esponenti ancora oggi vogliono insignire di onorificenze gli aguzzini
italiani complici degli esecutori della "soluzione finale").
In un paese in cui il capo della principale confessione religiosa proprio a
ridosso della Giornata della memoria della Shoah fa un clamoroso gesto di
accoglienza verso un sostenitore del negazionismo.
In un paese in cui anche nella koine' di tanta parte di quella che fu e si
pretende la sinistra (e che sinistra non e', per la contraddizione che non
lo consente) l'antisemitismo si e' profondamente infiltrato con esiti fin
allucinanti di ripetizioni di formule e intenzioni naziste.
In questo paese che e' il nostro, in cui deflagra la violenza maschilista,
in cui deflagra la violenza razzista, e che criminalmente partecipa col
proprio esercito a una guerra terrorista e stragista, colonialista e
razzista; in questo paese la Giornata della memoria della Shoah e' un
appello alla lotta nonviolenta in difesa dei diritti umani di tutti gli
esseri umani; e' un appello a contrastare il nazismo che torna, qui, oggi.
Qui, oggi.

2. LIBRI. UN ESTRATTO DA "AUSCHWITZ SPIEGATO A MIA FIGLIA" DI ANNETTE
WIEVIORKA
[Dal sito www.tecalibri.it riprendiamo i seguenti estratti dal libro di
Annette Wieviorka, Auschwitz spiegato a mia figlia, Einaudi, Torino 1999
(ed. orig.: Auschwitz explique' a' ma fille, Seuil, Paris 1999)]

Da pagina 3
L'estate scorsa, mentre eravamo in vacanza, abbiamo incontrato sulla
spiaggia una mia amica, Berthe. Dieci anni prima ne avevo raccolto la
testimonianza sulla deportazione nel lager di Auschwitz-Birkenau, e avevamo
subito simpatizzato. Non passava quasi settimana senza che ci facessimo
almeno una telefonata per discutere dei diversi avvenimenti d'attualita' che
riguardavano il genocidio degli ebrei, il processo di Maurice Papon, il film
di Roberto Benigni, La vita e' bella... Mathilde, mia figlia, che allora
aveva tredici anni, conosceva Berthe e ovviamente sapeva che era stata ad
Auschwitz. Spesso, quando non ero in casa, parlava con lei al telefono.
Eppure, quell'estate rimase scioccata vedendo un numero sull'avambraccio
sinistro di Berthe, un tatuaggio fatto con dell'inchiostro azzurrognolo.
D'un tratto tutto cio' che aveva visto a casa, alla televisione, nei film o
a scuola si incarnava, diventava in qualche modo reale.
Qualche anno prima quando frequentava le elementari, Mathilde aveva dovuto
disegnare il suo albero genealogico. Per i nonni era stato semplice, li
aveva conosciuti; per i suoi bisnonni, invece, era difficile indicare con
esattezza la data e il luogo del decesso. Ad Auschwitz erano morti sia i
parenti di suo padre, Rywka Raczymow, che i miei, Roza e Wolf Wieviorka. La
sua bisnonna materna, Ewa Perelman, era stata uccisa dai tedeschi nei pressi
di Chalons-sur-Marne, dopo la grande retata del Vel'd'Hiv del 16 luglio
1942, mentre cercava di attraversare la linea di demarcazione che separava
allora la zona occupata da quella libera. Erano stati assassinati anche
alcuni zii che tuttavia non figuravano nell'albero genealogico. Sia io che
suo padre avevamo ereditato il nome di un familiare morto ad Auschwitz.
Quanto ci ha condizionato quest'eredita'? Lui come scrittore, io come
storica, abbiamo subito indirettamente questa vicenda e, nel tentativo di
dominarla, le abbiamo consacrato una parte del nostro lavoro. Era
impossibile che Mathilde, a tredici anni, non lo sapesse: ne discutevamo
troppo spesso fra noi e con i nostri amici. A casa sono sempre circolati
molti libri e molte riviste su quei fatti, e mi aveva sentito parlare di
quell'argomento anche alla radio o alla televisione. Eppure, in realta', non
mi aveva mai posto domande, non avevo mai dovuto "spiegarle" nulla.
Una cosa mi ha colpito soprattutto mentre cercavo di rispondere a Mathilde,
di spiegarle che cos'era Auschwitz: il fatto che le sue domande fossero le
stesse che continuano ad assillarmi. Le stesse che da piu' di mezzo secolo
alimentano la riflessione degli storici e dei filosofi. Domande cui e'
difficile rispondere. Erano solo espresse in modo piu' crudo, piu' diretto.
In qualita' di storica, ovviamente, e' piuttosto facile per me descrivere
Auschwitz, raccontare come si e' svolto il genocidio degli ebrei. A un certo
punto ci si scontra, pero', con un nocciolo assolutamente incomprensibile e
quindi inspiegabile: perche' i nazisti decisero di cancellare gli ebrei
dalla faccia della terra? Perche' spesero tanta energia per andare a scovare
vecchi e bambini ai quattro angoli dell'Europa che occupavano - da Amsterdam
a Bordeaux, da Varsavia a Salonicco - soltanto per sterminarli?

3. RIFLESSIONE. GIULIO VITTORANGELI: LA GIORNATA DELLA MEMORIA
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento]

Il 27 gennaio e' la "Giornata della Memoria". Ben venga questa giornata per
un popolo drammaticamente smemorato come quello italiano; non puo' che farci
bene.
Siamo stati migranti, ma non siamo disposti minimamente ad accettare o
confrontarci con i nuovi migranti, profughi e richiedenti asilo, che
faticosamente e dolorosamente giungono in Italia. Il nostro colonialismo
l'abbiamo masticato poco e quel poco l'abbiamo anche dimenticato in fretta.
Dell'impero africano si preferisce ricordare "le strade e i ponti"
costruiti; piu' della ferocia e delle strutture di ineguaglianza.
Gia' Pier Paolo Pisolini scriveva alla meta' degli anni Settanta: "Noi siamo
un paese senza memoria, il che vuol dire anche senza storia" - e aggiungeva:
"Se l'Italia avesse cura della sua storia e della sua memoria si
accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni
antichi, di metastasi invincibili" (Scritti Corsari, 1975).
Cosi' e' stato possibile rovesciare storia e memoria, ad iniziare dal
giudizio sul fascismo e sulla seconda guerra mondiale. Terreno iniziale e
privilegiato di questa distruzione di memoria e' stato quello della
televisione. Come non ricordare il programma "Combat film", dell'aprile
1994; non casualmente l'anno dell'inaspettata vittoria elettorale della
coalizione formata da Forza Italia, Lega e Alleanza Nazionale.
La prima puntata iniziava con le immagini di Piazzale Loreto ed era scandita
da un'affermazione ripetuta in modo ossessivo: "tutti i morti sono uguali".
In realta' suggeriva non solo che tutti i morti ma anche che tutte le parti
in causa erano uguali. Segnava cosi' il crollo di un tabu' e l'equiparazione
dei fascisti ai partigiani. Era l'inizio di una grande slavina revisionista,
accompagnata dal trionfante annuncio di una storia finalmente "vera" e
"oggettiva" contro le deformazioni ideologiche della sinistra e degli
storici.
Cosi' si e' iniziato a dire che bisognava capire le ragioni dei "ragazzi di
Salo'" e si e' finiti ai libri in cui si rende omaggio ai sostenitori delle
piu' feroci e oppressive dittature del XX secolo. Quanto alle ragioni dei
"ragazzi di Salo'", non abbiamo fatto altro in questi quindici, venti anni,
che capirle. Poi, dopo averle capite, a maggior ragione siamo tornati ai
valori della Resistenza.
Intanto pero', se nel cuore di Berlino oggi vi e' l'imponente "Memoriale
della Shoah", e chiunque giri per la citta' e' "costretto" a passarvi
davanti; da noi se si gira nel centro di Roma non ci si imbatte in nulla di
analogo: semmai in via dei Fori Imperiali si trovano le tavole mussoliniane
che celebrano l'espansionismo dell'antica Roma.
Ecco perche' diventa sempre piu' difficile capire il passato per orientarsi
nel presente e verso il futuro.
*
L'altro aspetto che sicuramente portera' con se' la giornata del 27 gennaio,
riguarda Israele alla luce di quanto e' avvenuto nelle ultime settimane
nella Striscia di Gaza.
Allora non e' inutile continuare a ripetere che occorre contrastare chi
stoltamente mette tutto in un unico pentolone, l'Olocausto e il massacro dei
palestinesi, le svastiche sulla stella di Davide, i cartelli che equiparano
gli israeliani ai nazisti, e quant'altro. Quanto e' avvenuto a Gaza e'
totalmente inammissibile, ma non si puo' parlare di "Olocausto" palestinese.
"Prendete un pezzo di terra, lungo 40 chilometri e largo 5 chilometri.
Riempitelo con un milione e quattrocentomila abitanti. Circondatelo con il
mare ad ovest, l'Egitto a sud, Israele a nord e ad est. Poi invadetelo con
232 carri armati, 687 blindati, 43 postazioni di lancio, jet da
combattimento, 105 elicotteri armati, 221 unita' di artiglieria terrestre,
346 mortai, 3 satelliti spia, 8.000 truppe, ecc. Poi dichiarate che
'eviterete di colpire la popolazione civile'. Sara' un miracolo evitare di
colpire quei civili oppure sara' semplicemente una menzogna dal momento che
nessuno potrebbe evitare di colpirli a meno che non sia un bugiardo" (dal
blog di Raja Chemayel).
Oggi restano, oltre i morti, l'ingiustizia, il dolore, la sofferenza e la
paura; che non sono certamente simmetrici. In Palestina c'e' molto piu'
dolore e sofferenza, gli israeliani dispongono infatti di molta piu' forza.
La paura, invece, e' simmetrica: tutti e due i popoli sono post-traumatici e
vivono di memorie traumatiche. L'identita' di due popoli e' stata fondata
nel trauma: per i palestinesi il trauma del crollo della societa' e
l'espulsione nel 1948 (la Nakba); per gli ebrei la Shoah.
Inevitabilmente la pace e la convivenza si costruira' in Medio Oriente solo
con il superamento della paura reciproca e con la creazione dello stato
palestinese.

4. INCONTRI. OGGI A NEPI
[Dal Comitato Nepi per la pace (per contatti: info at comitatonepiperlapace.it)
riceviamo e diffondiamo]

Nepi (Vt) celebra Il Giorno della Memoria della Shoah
La Legge n. 211 del 20 luglio 2000 ha istituito Il Giorno della Memoria
della Shoah per ricordare la deportazione e lo sterminio di 6 milioni di
ebrei e quello di zingari, omosessuali, handicappati e bambini; la
deportazione e l'uccisione di 32.000 italiani tra cui gli oppositori
antifascisti; le atrocita' delle leggi razziali fasciste del 1938 che
discriminarono gli ebrei e li avviarono ai campi di sterminio in
collaborazione con i nazisti; gli uomini e le donne che presero parte alla
lotta di Liberazione, sacrificando la loro vita e giovinezza, perche'
l'Italia fosse un paese libero, democratico ed antifascista. Perche' si
faccia memoria e non accada mai piu' l'orrore di quanto avvenuto e perche'
il razzismo, la sopraffazione dei popoli e la guerra siano banditi per
sempre dalla storia.
Il Comitato Nepi per la Pace, l'Anpi (Associazione Nazionale Partigiani
d'Italia) e l'Amministrazione Comunale invitano tutti i cittadini e i
ragazzi delle scuole, a celebrare martedi' 27 gennaio 2009 Il Giorno della
Memoria della Shoah, nella sala consiliare del Comune di Nepi alle ore 10,
seguira' la proiezione del film del regista Mimmo Calopresti "Volevo solo
vivere" (testimonianze dei sopravvissuti alla deportazione nazifascista).

5. VOCI. ADRIANO MORATTO: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA" PERCHE'...
[Ringraziamo Adriano Moratto (per contatti: mir.brescia at libero.it) per
questo intervento]

Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'... non riesco mai a leggerla. Si':
la ricevo regolarmente, ma troppi articoli sono interessanti.
Il tempo e' poco e alla sera, un po' stanco, apro la rivista e di fronte ad
argomenti assai importanti, piego un lembo della pagina per segnalare il
punto: la leggero' poi, con piu' calma. Beh! Ci sono ormai quasi piu' pieghe
che pagine, nelle mie annate di "Azione nonviolenta"!
A fatica riesco poi a ricordare: barlumi degli articoli, il nome degli
autori.
Mi ci perderei... se non fosse per Mao Valpiana, il grande timoniere della
redazione, che pubblica un numero annuale con il riepilogo di tutti gli
articoli e i temi trattati.
E' la chiave per districare la confusione della mia memoria.
Posso cosi' utilmente recuperare quello che mi serve, anche dopo anni. E' un
bel risparmio!
Insomma, mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche' e' un investimento per il
futuro: meno frivolo di un diamante, piu' utile ed attuale anche dopo anni
perche' (ahime'), come dice il poeta: "siamo ancora quelli della pietra".
Oppure, in positivo (devo cercare quale giornalista l'ha detto): "la verita'
e' antica come le montagne".

6. VOCI. GIULIANO PONTARA: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA" PERCHE'...
[Ringraziamo Giuliano Pontara (per contatti:
giuliano.pontara at philosophy.su.se) per questo intervento]

Da decine di anni "Azione nonviolenta" tiene viva in Italia, nello spirito
di Aldo Capitini, la critica pensata della violenza e l'informazione sulle
lotte nonviolente, contribuendo mensilmente alla diffusione di un'idea - di
un modo di concepire i rapporti umani, i conflitti, la politica, il mondo -
che magari "e' antico come le montagne", ma che deve essere continuamente
aggiornato, ripensato e riproposto alle nuove generazioni.
Per questo mi auguro che "Azione nonviolenta" circoli sempre di piu',
soprattutto tra i giovani e i giovani genitori.

7. VOCI. MAO VALPIANA: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA" PERCHE'...
[Ringraziamo Mao Valpiana (per contatti: mao at sis.it) per questo intervento]

Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche' e' uno strumento concreto,
concretissimo, che mi tiene unito a tante e tanti altri amici della
nonviolenza;
perche' ogni mese ci parla della nonviolenza attiva, di idee e fatti che la
nonviolenza rende possibili;
perche' e' un "mezzo" che ci aiuta a raggiungere il "fine" della diffusione
della cultura della nonviolenza;
perche' sono debitore verso questo giornale che per primo mi ha fatto
conoscere il Movimento Nonviolento;
perche' quando mi sento impotente a contrastare la guerra, penso "se non
posso fare nulla per fermare le bombe di oggi, almeno posso fare qualcosa
per far crescere la nonviolenza che fermera' quelle di domani";
perche' la fedelta' e la costanza di questa rivista sono un valore in se';
perche' una rivista di carta te la puoi portare a letto, in treno, nella
borsa, la puoi sottolineare, la puoi fotocopiare, la puoi prestare,
regalare, la puoi toccare, annusare, sfogliare... tutte cose che con il
monitor di un computer non potrai mai fare;
perche' e' un modo per esprimere gratitudine ad Aldo Capitini e Pietro
Pinna.

8. STRUMENTI. PER ABBONARSI AD "AZIONE NONVIOLENTA"

"Azione nonviolenta" e' la rivista del Movimento Nonviolento, fondata da
Aldo Capitini nel 1964, mensile di formazione, informazione e dibattito
sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo.
Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta" inviare 29 euro sul ccp n. 10250363
intestato ad Azione nonviolenta, via Spagna 8, 37123 Verona.
E' possibile chiedere una copia omaggio, inviando una e-mail all'indirizzo
an at nonviolenti.org scrivendo nell'oggetto "copia di 'Azione nonviolenta'".
Per informazioni e contatti: redazione, direzione, amministrazione, via
Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e
15-19), fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

9. EDITORIALE. MARIA G. DI RIENZO: IL CESTO
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo intervento]

La settimana scorsa, un quotidiano nazionale "indipendente" (leggi: di
Confindustria) ha sprecato carta, inchiostro e il tempo dei lettori per
spiegare che i tre giudici designati a condurre il processo a Moggi per il
campionato truccato eccetera sono tre donne. Notoriamente, le donne non
sanno nulla di calcio, come potranno giudicare? Si chiede l'individuo dal
fioco lume che si spaccia per giornalista. Avranno bisogno di consulenza,
scrive preoccupato. E' vero che la presidente della triade giudicante e'
persino una tifosa, ma il giornalista lo riporta evidenziando come cio' non
basti per legittimarla a parlare del sacro pallone. Ora, se i tre giudici
fossero stati di sesso maschile, il quotidiano "indipendente" si sarebbe
preoccupato di sapere quanto ferrati essi fossero in dribbling e schemi
d'attacco? Ci sono uomini a cui il calcio non interessa, che magari giocano
a tennis o a pallacanestro, o preferiscono i libri allo sport: inoltre,
interessarsi al calcio non significa essere automaticamente arbitri o
commissari tecnici della nazionale. Forse sfugge al firmatario dell'articolo
e al suo direttore che un tribunale serve a stabilire se le leggi sono state
violate, non se Ronaldo era o meno in fuorigioco. Tanto per scioccarli un
po' di piu', fino a che il calcio era uno sport ragionevolmente "pulito" la
sottoscritta, femmina al 100% e femminista al 101%, lo ha apprezzato,
perche' da bambina e adolescente ci giocava (regista della difesa, se
proprio siete curiosi).
Comunque, se come societa' siamo regrediti al punto da credere che le donne
sono competenti esclusivamente in budini e strofinacci, mentre gli uomini
sono esclusivamente competenti in motori e palloni, vorrei almeno la "par
condicio". Se le giudici donne del processo a Moggi e coimputati avranno la
consulenza "pallonara" (fornita dal gestore enalotto del tabacchino di
fronte al tribunale, suppongo), ad ogni processo per stupro ai giudici
maschi venga affiancata una consulente femminista. Sono certa che potremmo
evitare loro parecchi errori.
Il principale, continuo, ossessivo, ripugnante, e' quello di biasimare chi
ha subito l'aggressione. I jeans sono stretti, non potevano esserle sfilati
senza consenso. Cosa ci faceva in giro a quell'ora? Se aveva paura perche'
non ha gridato per chiamare aiuto? Resistendo, ha "costretto" il suo
assalitore ad aumentare la violenza dei colpi... Il tutto e' equivalente a
dire: se le Due Torri non fossero state tanto alte, non ci sarebbe andato a
sbattere nessun aereo, e se mia nonna avesse avuto le rotelle sarebbe stata
una carriola. Basta con le scempio del senso. Basta con gli stereotipi e le
generalizzazioni. So di ripetermi, portate pazienza: il compito di un
tribunale e' accertare se la legge e' stata violata, non se chi denuncia la
violazione corrisponde agli standard "morali" dei giudici. Non avete neppure
idea dell'abisso di sofferenza e disistima in cui questi commenti
precipitano le vittime di violenza sessuale.
Cosa significa? Significa che, se non ricevi aiuto, poi non te ne importa
niente di te stessa. Che per esempio smetti di studiare, che il tuo lavoro
non ti interessa piu', che ti senti debole e sporca e sbagliata, che ti
senti in colpa per la sofferenza dei tuoi familiari, del tuo compagno o
della tua compagna, dei tuoi amici. Significa che la tua salute non la curi,
che il tuo corpo ti diventa estraneo. Significa che se non ricevi aiuto puoi
scivolare verso l'autodistruzione o il desiderio di farti giustizia da sola.
Davvero, so che a molti politici, giornalisti o magistrati questo non
importa. So che continueranno a dire le stesse idiozie degli "opinionisti"
alticci del Bar dello Sport. Ma vorrei far loro notare, molto prosaicamente,
che se non si cerca di interrompere il ciclo della violenza contro le donne
oggi se ne pagano i prezzi domani. Si pagano i prezzi in termini di
strumentalizzazione e conseguenti atti vandalici, pestaggi, disordini; si
pagano i prezzi in termini di impiego delle forze dell'ordine e uso delle
strutture sanitarie; si pagano i prezzi dei messaggi a lungo termine che una
societa' violenta fornisce ai piu' giovani. Perche' credete che il "modello
unico" dell'arrogante picchiatore, colui o colei che risolve i conflitti a
pugni e soddisfa i desideri a calci sia cosi' popolare fra maschietti e
femminucce? Non glielo hanno suggerito i videogiochi. Glielo abbiamo
insegnato noi, meticolosamente, da veri idioti, come nella storiella del
padre che il figlioletto vede buttar via il nonno (malato e quindi inutile),
calato in un pozzo con un cesto. "Papa', tira su il cesto", dice il saggio
bambino, "Servira' anche a me quando tu sarai diventato vecchio".

10. LUTTI. "NOI DONNE" RICORDA ANASTASIA BABUROVA E STANISLAV MARKELOV
[Dal sito di "Noi donne" (www.noidonne.org) col titolo "Uccisa Anastasia
Baburova" e il sommario "L'erede di Anna Politkovskaya e' stata uccisa a
Mosca in un agguato insieme ad un avvocato icona della lotta per i diritti
civili in Cecenia"]

L'erede di Anna Politkovskaya e' stata uccisa a Mosca in un agguato insieme
ad un avvocato impegnato nella lotta per i diritti civili in Cecenia. Si
tratta di Anastasia Baburova, giovane stagista della "Novaya Gazeta". E'
morta a soli 25 anni nell'ospedale in cui era stata portata per una ferita
d'arma da fuoco alla testa.
Secondo la polizia e' rimasta vittima di un attentato, il cui vero obiettivo
era Stanislav Markelov, avvocato di 34 anni, che si era battuto in tribunale
contro il rilascio anticipato dell'ex-colonnello Yuri Budanov, primo
ufficiale russo posto sotto processo per abusi contro civili e condannato
per crimini di guerra da un tribunale russo.
Nel processo contro il colonnello Budanov, Markelov aveva rappresentato la
famiglia di Elza Kungayeva, una diciottenne cecena stuprata e uccisa da un
gruppo di soldati russi, la cui tragica storia era stata anche denunciata
dalla Politkovskaya in un suo libro. Nel 2000 l'ufficiale era stato
arrestato, incriminato per omicidio e condannato a soli dieci anni,
scatenando le proteste di varie organizzazioni per i diritti umani.
Tuttavia, la settimana scorsa era tornato in liberta', nonostante la
campagna condotta dall'avvocato contro il rilascio. L'uccisione di Elza era
diventata il simbolo degli abusi commessi in Cecenia dalle truppe russe e la
liberazione del colonnello era stata accolta con un'ondata di proteste.
Markelov aveva appena terminato di parlare con i giornalisti quando un
sicario gli ha sparato alla nuca, facendo poi fuoco contro la giovane
Anastasia Baburova. Il nome di Anastasia e' inevitabilmente legato a quello
di Anna Politkovskaya, la giornalista russa assassinata a Mosca nell'ottobre
2006. La giovane Anastasia lavorava nello stesso giornale ed era autrice di
numerosi reportage sul crescente razzismo e ultranazionalismo in Russia.
La redazione di "Noidonne" esprime il proprio cordoglio e la propria
indignazione per il brutale assassinio compiuto nei confronti di Stanislav
Markelov e di Anastasia Baburova. La loro morte ci addolora profondamente e
ci ricorda quanto sia importante lavorare per un'informazione che sia,
innanzitutto, impegno umano e civile.

11. RIFLESSIONE. LUISA MURARO: POLITICA E POTERE
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo il seguente articolo apparso su "Via Dogana" n. 86, Il miraggio
del potere nel deserto della politica, settembre 2008, col titolo "Vivere in
un mondo che sembra all'oscuro della nostra liberta'"]

Molte che viviamo in questa societa' e siamo adulte da qualche decennio, in
condizione di misurare i cambiamenti avvenuti nell'arco di
trenta-quarant'anni, davanti alla realta' di oggi siamo prese da un
sentimento di estrema ambivalenza che ci fa pensare quello che non si osa
quasi dire e cioe' che: tutto va meglio e tutto va peggio. Un vero
paradosso.
Abbiamo cominciato a percepirlo, oscuramente, nel corso degli anni Ottanta,
per il contrasto fra quello che risultava a noi, da una parte, e una certa
lettura maschile che denunciava il deteriorarsi dei rapporti sociali e della
situazione politica, dall'altra. In seguito il divario non ha fatto che
crescere. Si e' continuato a usare linguaggi differenti e a guardare le cose
 da punti di vista differenti, il che consentiva di andare avanti
ignorandoci, la politica delle donne registrando cambiamenti positivi e
opponendo una efficace resistenza alle spinte contrarie, gli osservatori
della societa' registrando una emorragia di forze e idee a livello politico
e culturale. Io e tante altre siamo andate avanti per la strada intrapresa
di migliorare i rapporti tra donne e di cambiare quelli con gli uomini in un
senso favorevole alla liberta' femminile, non senza risultati. Anzi, con
risultati tali che hanno fatto parlare di una vera e propria rivoluzione.
Eravamo convinte che, prima o poi, questo aspetto positivo del cambiamento
in corso sarebbe entrato nel quadro d'insieme e avrebbe contato
positivamente. In particolare, ci aspettavamo che la politica delle donne,
che si era mostrata vincente, avrebbe modificato le idee, le pratiche e i
progetti di chi lottava contro il degradarsi della vita sociale e politica,
e che saremmo diventate protagoniste nel difficile cambiamento che ha nome
globalizzazione. Finora non e' successo niente del genere. Il movimento
no-global, per dirne uno, vedeva nelle donne, quando le vedeva, l'umanita'
muta e sfruttata, da liberare. Cosi' come il sindacato fino a ieri ha visto
nella femminilizzazione del lavoro, un fattore che indebolisce e svalorizza
la classe lavoratrice. Intanto, pero', il movimento no-global si e' spento e
i sindacati sono rimasti indietro rispetto all'organizzazione postfordista
della produzione.
Siamo cosi' arrivate al paradosso della presente situazione, donne che si
lasciano alle spalle secoli di sottomissione all'uomo, di istruzione negata,
di esclusione dalla vita pubblica, di assegnazione a un lavoro non scelto
ne' pagato ne' altrimenti riconosciuto, di subordinazione materiale e
spirituale al destino biologico. Tutto questo e' finito o dietro a finire o
destinato a finire, e non solo qui, sembra infatti che in ogni parte del
mondo vi siano processi che vanno nella stessa direzione. Ma, messe
naturalmente in conto le difficolta', i ritardi e le incertezze di tanto
cambiamento, tutto questo accade in una civilta' che perde colpi per quel
che riguarda il diritto internazionale, la coesistenza pacifica dei popoli,
la tenuta della democrazia, la forza contrattuale di quanti vivono del loro
lavoro, la elementare qualita' dei rapporti umani (c'e' paura e diffidenza
del prossimo, disprezzo per i piu' poveri...). E che, per giunta, non riesce
ad affrontare efficacemente i nuovi e urgenti problemi che si affacciano,
fra i quali la salute del pianeta Terra.
Del paradosso in questione faccio il punto di leva del mio discorso, ma devo
introdurre qualche considerazione che puo' mitigare la sua enormita'. Nelle
epoche di passaggio, come questa che viviamo, bisogna sapere che coesistono
cose fra loro molto contrastanti e che le cose possono apparire piu'
contrastanti di quello che appariranno alla luce di sviluppi futuri che noi
ignoriamo. Consideriamo, inoltre, che sul paradosso si riverbera la luce
enigmatica dello statuto ontologico delle donne, che duemila e cinquecento
anni di filosofia, restando all'Occidente, non hanno contribuito a chiarire.
Chi sono le donne? Sono l'umanita' o una sua parte? Che cosa cambia quando
cambiano le donne, l'umanita' o una sua parte? Come si passa dal femminile
all'universale? Intendo, c'e' una posizione femminile che include gli uomini
senza riportarli nell'utero materno? Quello che le donne pensano, gli uomini
lo possono assumere come pensiero per se'? Le domande si moltiplicano, tutte
portano a una, sull'entita' di cio' che accade quando accade direttamente e
propriamente alle donne, in primis il fatto di esserlo: sono coinvolti anche
gli uomini e non per finta, s'intende, non con la favoletta del femminile in
lui e del maschile in lei? Oppure gli uomini vanno avanti con la loro
storia, in cui le donne si sa che sono coinvolte e si lasciano coinvolgere,
fin troppo?
Per anni abbiamo aspettato (la stessa parola usata sopra) che le nostre
pratiche politiche e le nostre idee fossero prese in considerazione come una
risposta ai problemi crescenti della politica tradizionale. Riconoscimenti e
citazioni sono venuti, ma niente di piu'. Nessuno scambio produttivo,
esclusa una minoranza di uomini che pero' si distaccano dai loro simili
quasi quanto noi, se non di piu'. Recentemente, dopo la disfatta elettorale
della sinistra, molti tra i politici sconfitti si sono dati a un attivismo
che ripete i vecchi schemi, ma non tutti, alcuni si sono messi a dire: gli
errori sono questi, ecc., ora bisogna fare questo, pensare quello, ecc., ma
neanche questi si sono voltati dalla parte del femminismo per dire: come
hanno fatto loro, il cui movimento e' cominciato nel Sessantotto, ad andare
avanti, a ottenere risultati e, soprattutto, a indovinare il senso di certe
mutazioni (il trionfo della soggettivita', la superiorita' delle relazioni
sulle organizzazioni, il valore della lingua e del simbolico nella
produzione)? Devo dire che una svolta di questo tipo, io l'aspettavo... ecco
di nuovo questa parola!
La sottolineo perche' ci aiuta a fare il passo successivo, che e' di
renderci conto che la cosiddetta politica delle donne ha lasciato
all'impegno degli uomini qualcosa che una politica, comunque intesa, non
puo' mai delegare. Di che cosa si tratti, comincio a dirlo cosi' come l'ho
capito recentemente e l'ho discusso con altre e altri, in vista di questo
numero della rivista.
Chi si impegna a cambiare in meglio la sua condizione insieme a quella dei
suoi e delle sue simili, chi ha voglia di esistere per se' e per gli altri,
le altre, chi non vuole chiudersi nel suo "particolare" ma arricchirsi
simbolicamente nello scambio, chi si sente parte dell'umanita', quella
prossima e quella lontana, in una parola chi ama la politica, non puo'
ignorare che l'agire libero e creativo, in ogni campo, si afferma a spese
della logica del potere, che e' logica dei rapporti di forza, del dominio,
del conformismo, della sopraffazione o della competizione, piu' o meno
regolata, con schieramenti, contrapposizioni, identificazioni e
appartenenze.
E viceversa, naturalmente: la logica del potere si afferma a spese
dell'agire libero e creativo, in ogni campo e in primo luogo nella politica.
Questa reciproca escludenza, che non ha niente di automatico ne' di logico,
e' la tensione immanente all'esistenza umana con la sua connaturata e mai
assicurata liberta'. Per cui il loro rapporto e' questo: la politica non
puo' ignorare la pressione del potere ne' legarsi ad esso. Voler fare del
potere lo strumento della politica, da una parte, e tenerlo a una distanza
di sicurezza, dall'altra, e' ugualmente sbagliato. Ma per ragioni fra loro
diverse.
Quanto alla prima posizione, una vera e propria illusione, non vi insegno
niente di nuovo dicendo che, di fatto, avviene ed e' sempre avvenuto che il
potere, da mezzo che doveva essere, diventa rapidamente il padrone della
politica e degli uomini che ad essa si sono dedicati, dei quali infatti si
dice, quando hanno successo, che sono "uomini di potere" e nient'altro.
Quelli che ricordiamo come politici e meritano questo nome, sono quelli che
gli hanno tenuto testa e hanno ottenuto dei risultati contro e
indipendentemente da esso. Vero e' che, in proposito, non sempre ci si
esprime con la necessaria precisione (tornero' su questo punto).
La questione che, invece, domanda di essere discussa da noi su questa
rivista, si trova sull'altro versante e riguarda la distanza di sicurezza
dal potere, dai suoi apparati e dalla sua logica.
Io non vengo qui a negare che sia possibile tenere una simile distanza.
Sembra che cio' sia molto difficile agli uomini, ma non lo e' per le donne.
Lo dico con forza, sulla base di una lunga esperienza, a lungo e
accuratamente analizzata. E lo dico in polemica con una veduta che si vende
molto bene sul mercato delle idee, secondo cui il potere sarebbe cosi'
pervasivo da essere onnipresente. Il problema non e' questo, anzi: questa
bisogna toglierla di mezzo come una veduta fuorviante per vedere il vero
problema che noi abbiamo davanti. Ho incontrato troppe donne sedotte da
pensieri e questioni che non le riguardavano veramente.
Il problema che riguarda noi su questa rivista, io sostengo, e' l'evitamento
del lavoro necessario per strappare politica viva ed efficace alla presa del
potere che la trasforma in una specie di grande pretesto per il suo
funzionamento. Evitiamo abitualmente riunioni, elezioni, discussioni,
schieramenti e tutta una serie di rituali, come modi di agire in cui accade
regolarmente, primo, che si perda di vista la sostanza dei problemi, e,
secondo, che l'esperienza viva dei/delle partecipanti, insieme ai loro
rapporti, sparisca dietro una maschera di convenienza. Non sono forse due
buone ragioni per girare alla larga? Certamente, ma cosi' facendo, senza
volerlo, noi non esercitiamo la nostra competenza sui problemi in questione
e, soprattutto, perdiamo l'occasione per dare prova ed esempio che si puo'
affrontarli e, in caso, risolverli senza maschere, in rapporti diretti e
sinceri con gli interessati, le due cose essendo strettamente congiunte fra
loro.
Oggigiorno siamo sommersi da problemi male impostati, quindi destinati a
nessuna soluzione o a cattive soluzioni, perche' impostati unicamente in
termini di valori precostituiti (ogni uno ha i suoi, ovviamente), di norme e
di leggi, di maggioranze e di minoranze, di fronti che si contrappongono, di
alleanze strumentali, di calcoli di potere e relativi compromessi. Si crede
comunemente che questo sia la politica. Al contrario, questa e' la politica
fatta a pezzi dalla logica del potere, la cui somma preoccupazione e' sempre
di preservare se stesso, ad ogni costo. Quelli sono i resti di una politica
di cui nessuno e nessuna e' riuscita a salvaguardare il senso costitutivo,
sono frammenti di esperienze ed esigenze che non hanno avuto ne' il tempo
ne' l'aiuto per essere degnamente ascoltate da persone attente e
disinteressate, capaci di stare con gli altri in una relazione sincera e
rispettosa. S'indovina ogni tanto la presenza di simili persone, come
meteore nel cielo d'agosto, impossibile trattenerle.
Eppure noi, nel movimento delle donne, in questi decenni abbiamo imparato a
curare la qualita' delle relazioni, ad ascoltare, a interloquire, a leggere
quello che capita in cielo e sulla terra, a non fare schieramenti, a cercare
le parole e le altre mediazioni, ad avere fiducia nell'affacciarsi di
qualche risposta buona per le parti in causa. Questa e' politica, questa e'
cultura, questa e' religione... non quei resti che si vendono al mercato
massmediale, pieno di merce contraffatta.
Tutto vero, ma che cosi' sia, non si puo' stabilirlo in astratto, senza
misurarsi con i contesti che fanno nascere i problemi e con le persone che
cercano le risposte. Che vuol dire, in pratica, che non si puo' stabilirlo
senza esporsi, in caso, alla lotta per difendere la bonta' di una procedura,
l'efficacia di una soluzione, la qualita' dell'informazione, la
partecipazione allargata. Bisogna che un confronto ci sia, pubblico e
leggibile, non cercato apposta in una logica di scontro, ma attuato quando
ne va del senso delle cose e della liberta' delle persone.
Non c'e' niente come l'evitamento di questo confronto che impoverisca la
pratica della separazione femminista e della relazione tra donne, facendole
apparire, e in sostanza forse diventare, un ritrarsi dalla realta', un
consolarsi e un contentarsi. E qui mi viene in mente un esempio che fara'
ridere tanto e' distante da noi, quello di Marta e Maria (nel vangelo di
Luca), figure simboliche, rispettivamente, della vita attiva e
contemplativa, questa seconda essendo considerata superiore alla prima, ma
che, invece, offrono a Maestro Eckhart l'occasione per un clamoroso
rovesciamento: Marta e' superiore, dice, perche' "Marta era cosi'
essenziale, che la sua attivita' non la ostacolava". E io intendo che: I.
nessuna condizione puo' essere assolutizzata come buona, II. una buona
pratica di vita non ci separa da niente e da nessuno, III. il distacco rende
liberi essendo interiore e simbolico.
Su "Leggendaria" n. 69 (estate 2008) anche Anna Maria Crispino s'interroga
sulla distanza, a proposito di uno stare "troppo fuori" o "troppo dentro" (a
quel tipo di cose che agitano la sinistra, per esempio). E mi fa pensare
che, sotto questo problema di una misura che non si trova, troppo per un
verso e troppo per l'altro, possa esservi un inciampo. E cioe'? che quando
si arriva in vicinanza alla misura giusta, subentra una confusione che
offusca e indebolisce.
Racconto una storia che altre conoscono, la stessa o una simile. C'era una
femminista dotata per la vita attiva, una vera Marta, che aveva il suo
gruppo e una carica nel governo locale. Si trovo' ad affrontare la rivolta
di un intero quartiere contro un campo di nomadi, convoco' la popolazione e
fece parlare i piu' arrabbiati con i piu' saggi, i piu' spaventati con i
piu' ragionevoli, gli egoisti e i generosi, donne e uomini. Era brava e la
candidarono in una lista delle politiche, fu eletta e ando' a Roma. Ma
l'avevano messa in lista perche' tirava su voti, non per quello che sapeva
fare e aveva da dire, e lei non riusci' ne' a fare ne' a dire, anzi, quella
volta che l'abbiamo invitata (lei non veniva a trovarci), a noi sembro' che
avesse perso anche la normale capacita' di leggere i fatti.
La confusione che offusca e indebolisce, io qui sostengo, e' tra politica e
potere, e si crea quando si arriva, per cosi' dire, alla distanza giusta,
la' dove la cosa da fare sarebbe contendere alla logica del potere i gesti e
le parole della politica capace di dare senso alle cose e, se necessario, di
cambiare il mondo, in piccolo o in grande. Invece del contendere (ma non
sono affatto sicura che questa sia la parola esatta), c'e' un arrabattarsi,
un andare a tentoni, un tentare compromessi e un sostanziale adattarsi la
cui unica alternativa finisce per essere quella di andarsene.
Quelli che dicono "bisogna sporcarsi le mani", hanno la stessa confusione in
testa. Tra politica e potere e' inevitabile che vi sia una commistione
reale, io credo, per piu' ragioni fra le quali la piu' forte e' quella che
sappiamo, l'appetito onnivoro del potere. Ma e' altrettanto necessario
combatterla, sapendo che c'e' politica quando si e' mandata indietro
l'invadenza del potere, in qualche modo, non importa quale, purche' sia
senza cedere ne' concedere alla sua logica.
Pur essendo questo un tema per me nuovo sul quale ho un'esperienza non
piccola ma scarsamente esplorata con la riflessione personale e condivisa,
so con certezza che la prima cosa da fare e' la chiarezza mentale dentro
alla propria testa. Faccio un esempio che mi riguarda. Raccontavo lo scambio
(insoddisfacente) avuto con la caporedattrice di una casa editrice che sta
perdendo l'anima (a mio giudizio): e' stata gentile, dicevo, mi ha dedicato
del tempo, ma non ha dato risposte significative, e' rimasta sul generico,
non reagiva agli argomenti, insomma io ho sentito che "lei non aveva il
potere di decidere". No! Le ultime parole riflettono la confusione che
dicevo; quello che intendevo e che dovevo dire era un'altra cosa, che la mia
interlocutrice mancava di passione, forse anche di competenza, sicuramente
di coinvolgimento, in un lavoro che domanda queste qualita'. Il potere
c'entra, si', ma in seconda battuta, nel senso che, laddove mancano energia
pensante e voglia di esserci, esso subentra ipso facto.
Questo esempio mostra come la chiarezza mentale, che e' sempre anche una
questione di linguaggio, sia indispensabile per leggere i fatti come anche
per non trovarsi, senza volerlo, a favorire l'invadenza reale del potere. Le
due cose sono strettamente collegate e mi suggeriscono un pensiero
ulteriore, circa la tendenza a esagerare il potere del potere. Lo facciamo
per paura, seduzione, servilismo, sentimenti coperti spesso dal moralismo e
complicati da reazioni difensive, ma non c'e' dubbio che questo fondo
torbido del nostro animo puo' decantarsi con un lavoro del pensiero e del
linguaggio sulla nostra esperienza intorno a questo tema, a partire dal
paradosso di vivere in un mondo che per tanti, troppi aspetti sembra
all'oscuro della mia e vostra liberta'.

12. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

13. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 713 del 27 gennaio 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Per ricevere questo foglio e' sufficiente cliccare su:
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=subscribe

Per non riceverlo piu':
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=unsubscribe

In alternativa e' possibile andare sulla pagina web
http://web.peacelink.it/mailing_admin.html
quindi scegliere la lista "nonviolenza" nel menu' a tendina e cliccare su
"subscribe" (ed ovviamente "unsubscribe" per la disiscrizione).

L'informativa ai sensi del Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196
("Codice in materia di protezione dei dati personali") relativa alla mailing
list che diffonde questo notiziario e' disponibile nella rete telematica
alla pagina web:
http://italy.peacelink.org/peacelink/indices/index_2074.html

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004
possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web:
http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

L'unico indirizzo di posta elettronica utilizzabile per contattare la
redazione e': nbawac at tin.it