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Minime. 714



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 714 del 28 gennaio 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Consunte sono tutte le parole
2. Primo Levi: La zona grigia (parte prima)
3. Alberto L'Abate: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
4. Francesco Pistolato: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
5. Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta"
6. Maria Paola Valente: Solidarieta' urgente per Leonard Peltier
7. Antonella Litta: Una lettera al Presidente della Giunta Regionale del
Lazio
8. Le solite stragi che non interessano a nessuno
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. LE ULTIME COSE. CONSUNTE SONO TUTTE LE PAROLE

Consunte sono tutte le parole
a dire l'eruzione di quel male
e come ancora l'anima ti assale
e come ancora morda nelle gole

e laceri le carni. E ancora duole
come piaga frugata dal pugnale
inestinguibile che nulla vale
a risanare. E ne' luna ne' sole

possono illuminare questa greve
tenebra sempiterna, e questa brace
fermenta ancora, e non vi sono leve

che rompano si' crudo carapace
e possano un soccorso recar lieve
alla memoria che non trova pace.

2. MAESTRI. PRIMO LEVI: LA ZONA GRIGIA (PARTE PRIMA)
[Dal sito www.minerva.unito.it riprendiamo il testo del capitolo "La zona
grigia" da Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986, pp.
24-52.
Primo Levi e' nato a Torino nel 1919, e qui e' tragicamente scomparso nel
1987. Chimico, partigiano, deportato nel lager di Auschwitz, sopravvissuto,
fu per il resto della sua vita uno dei piu' grandi testimoni della dignita'
umana ed un costante ammonitore a non dimenticare l'orrore dei campi di
sterminio. Le sue opere e la sua lezione costituiscono uno dei punti piu'
alti dell'impegno civile in difesa dell'umanita'. Opere di Primo Levi:
fondamentali sono Se questo e' un uomo, La tregua, Il sistema periodico, La
ricerca delle radici, L'altrui mestiere, I sommersi e i salvati, tutti
presso Einaudi; presso Garzanti sono state pubblicate le poesie di Ad ora
incerta; sempre presso Einaudi nel 1997 e' apparso un volume di
Conversazioni e interviste. Altri libri: Storie naturali, Vizio di forma, La
chiave a stella, Lilit, Se non ora, quando?, tutti presso Einaudi; ed Il
fabbricante di specchi, edito da "La Stampa". Ora l'intera opera di Primo
Levi (e una vastissima selezione di pagine sparse) e' raccolta nei due
volumi delle Opere, Einaudi, Torino 1997, a cura di Marco Belpoliti. Opere
su Primo Levi: AA. VV., Primo Levi: il presente del passato, Angeli, Milano
1991; AA. VV., Primo Levi: la dignita' dell'uomo, Cittadella, Assisi 1994;
Marco Belpoliti, Primo Levi, Bruno Mondadori, Milano 1998; Massimo Dini,
Stefano Jesurum, Primo Levi: le opere e i giorni, Rizzoli, Milano 1992;
Ernesto Ferrero (a cura di), Primo Levi: un'antologia della critica,
Einaudi, Torino 1997; Ernesto Ferrero, Primo Levi. La vita, le opere,
Einaudi, Torino 2007; Giuseppe Grassano, Primo Levi, La Nuova Italia,
Firenze 1981; Gabriella Poli, Giorgio Calcagno, Echi di una voce perduta,
Mursia, Milano 1992; Claudio Toscani, Come leggere "Se questo e' un uomo" di
Primo Levi, Mursia, Milano 1990; Fiora Vincenti, Invito alla lettura di
Primo Levi, Mursia, Milano 1976]

Siamo stati capaci, noi reduci, di comprendere e di far comprendere la
nostra esperienza? Cio' che comunemente intendiamo per "comprendere"
coincide con "semplificare": senza una profonda semplificazione, il mondo
intorno a noi sarebbe un groviglio infinito e indefinito, che sfiderebbe la
nostra capacita' di orientarci e di decidere le nostre azioni. Siamo insomma
costretti a ridurre il conoscibile a schema: a questo scopo tendono i
mirabili strumenti che ci siamo costruiti nel corso dell'evoluzione e che
sono specifici del genere umano, il linguaggio ed il pensiero concettuale.
Tendiamo a semplificare anche la storia; ma non sempre lo schema entro cui
si ordinano i fatti e' individuabile in modo univoco, e puo' dunque accadere
che storici diversi comprendano e costruiscano la storia in modi fra loro
incompatibili; tuttavia, e' talmente forte in noi, forse per ragioni che
risalgono alle nostre origini di animali sociali, l'esigenza di dividere il
campo fra "noi" e "loro", che questo schema, la bipartizione amico-nemico,
prevale su tutti gli altri. La storia popolare, ed anche la storia quale
viene tradizionalmente insegnata nelle scuole, risente di questa tendenza
manichea che rifugge dalle mezze tinte e dalle complessita': e' incline a
ridurre il fiume degli accadimenti umani ai conflitti, e i conflitti a
duelli, noi e loro, gli ateniesi e gli spartani, i romani e i cartaginesi.
Certo e' questo il motivo dell'enorme popolarita' degli sport spettacolari,
come il calcio, il baseball e il pugilato, in cui i contendenti sono due
squadre o due individui, ben distinti e identificabili, e alla fine della
partita ci saranno gli sconfitti e i vincitori. Se il risultato e' di
parita', lo spettatore si sente defraudato e deluso: a livello piu' o meno
inconscio, voleva i vincitori ed i perdenti, e li identificava
rispettivamente con i buoni e i cattivi, poiche' sono i buoni che devono
avere la meglio, se no il mondo sarebbe sovvertito.
Questo desiderio di semplificazione e' giustificato, la semplificazione non
sempre lo e'. E' un'ipotesi di lavoro, utile in quanto sia riconosciuta come
tale e non scambiata per la realta'; la maggior parte dei fenomeni storici e
naturali non sono semplici, o non semplici della semplicita' che piacerebbe
a noi. Ora, non era semplice la rete dei rapporti umani all'interno dei
Lager: non era riducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori. In
chi legge (o scrive) oggi la storia dei Lager e' evidente la tendenza, anzi
il bisogno, di dividere il male dal bene, di poter parteggiare, di ripetere
il gesto di Cristo nel Giudizio Universale: qui i giusti, la' i reprobi.
Soprattutto i giovani chiedono chiarezza, il taglio netto; essendo scarsa la
loro esperienza del mondo, essi non amano l'ambiguita'. La loro
aspettazione, del resto, riproduce con esattezza quella dei nuovi arrivati
in Lager, giovani o no: tutti, ad eccezione di chi avesse gia' attraversato
un'esperienza analoga, si aspettavano di trovare un mondo terribile ma
decifrabile, conforme a quel modello semplice che atavicamente portiamo in
noi, "noi" dentro e il nemico fuori, separati da un confine netto,
geografico.
L'ingresso in Lager era invece un urto per la sorpresa che portava con se'.
Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era si' terribile, ma anche
indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma
anche dentro, il "noi" perdeva i suoi confini, i contendenti non erano due,
non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse innumerevoli, una
fra ciascuno e ciascuno. Si entrava sperando almeno nella solidarieta' dei
compagni di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi speciali, non
c'erano; c'erano invece mille monadi sigillate, e fra queste una lotta
disperata, nascosta e continua. Questa rivelazione brusca, che si
manifestava fin dalle prime ore di prigionia, spesso sotto la forma
immediata di un'aggressione concentrica da parte di coloro in cui si sperava
di ravvisare i futuri alleati, era talmente dura da far crollare subito la
capacita' di resistere. Per molti e' stata mortale, indirettamente o anche
direttamente: e' difficile difendersi da un colpo a cui non si e' preparati.
In questa aggressione si possono distinguere diversi aspetti. Occorre
ricordare che il sistema concentrazionario, fin dalle sue origini (che
coincidono con la salita al potere del nazismo in Germania), aveva lo scopo
primario di spezzare la capacita' di resistenza degli avversari: per la
direzione del campo, il nuovo giunto era un avversario per definizione,
qualunque fosse l'etichetta che gli era stata affibbiata, e doveva essere
demolito subito, affinche' non diventasse un esempio, o un germe di
resistenza organizzata. Su questo punto le SS avevano le idee chiare, e
sotto questo aspetto e' da interpretare tutto il sinistro rituale, diverso
da Lager a Lager, ma unico nella sostanza, che accompagnava l'ingresso; i
calci e i pugni subito, spesso sul viso; l'orgia di ordini urlati con
collera vera o simulata; la denudazione totale; la rasatura dei capelli; la
vestizione con stracci. E' difficile dire se tutti questi particolari siano
stati messi a punto da qualche esperto o perfezionati metodicamente in base
all'esperienza, ma certo erano voluti e non casuali: una regia c'era, ed era
vistosa.
Tuttavia, al rituale d'ingresso, ed al crollo morale che esso favoriva,
contribuivano piu' o meno consapevolmente anche le altre componenti del
mondo concentrazionario: i prigionieri semplici ed i privilegiati. Accadeva
di rado che il nuovo venuto fosse accolto, non dico come un amico, ma almeno
come un compagno di sventura; nella maggior parte dei casi, gli anziani (e
si diventava anziani in tre o quattro mesi: il ricambio era rapido!)
manifestavano fastidio o addirittura ostilita'. Il "nuovo" (Zugang: si noti,
in tedesco e' un termine astratto, amministrativo; significa "ingresso",
"entrata") veniva invidiato perche' sembrava che avesse ancora indosso
l'odore di casa sua, ed era un'invidia assurda, perche' in effetti si
soffriva assai di piu' nei primi giorni di prigionia che dopo, quando
l'assuefazione da una parte, e l'esperienza dall'altra, permettevano di
costruirsi un riparo. Veniva deriso e sottoposto a scherzi crudeli, come
avviene in tutte le comunita' con i "coscritti" e le "matricole", e con le
cerimonie di iniziazione presso i popoli primitivi: e non c'e' dubbio che la
vita in Lager comportava una regressione, riconduceva a comportamenti,
appunto, primitivi.
E' probabile che l'ostilita' verso lo Zugang fosse in sostanza motivata come
tutte le altre intolleranze, cioe' consistesse in un tentativo inconscio di
consolidare il "noi" a spese degli "altri", di creare insomma quella
solidarieta' fra oppressi la cui mancanza era fonte di una sofferenza
addizionale, anche se non percepita apertamente. Entrava in gioco anche la
ricerca del prestigio, che nella nostra civilta' sembra sia un bisogno
insopprimibile: la folla disprezzata degli anziani tendeva a ravvisare nel
nuovo arrivato un bersaglio su cui sfogare la sua umiliazione, a trovare a
sue spese un compenso, a costruirsi a sue spese un individuo di rango piu'
basso su cui riversare il peso delle offese ricevute dall'alto.
Per quanto riguarda i prigionieri privilegiati, il discorso e' piu'
complesso, ed anche piu' importante: a mio parere, e' anzi fondamentale. E'
ingenuo, assurdo e storicamente falso ritenere che un sistema infero, qual
era il nazionalsocialismo, santifichi le sue vittime: al contrario, esso le
degrada, le assimila a se', e cio' tanto piu' quanto piu' esse sono
disponibili, bianche, prive di un'ossatura politica o morale. Da molti
segni, pare che sia giunto il tempo di esplorare lo spazio che separa (non
solo nei Lager nazisti!) le vittime dai persecutori, e di farlo con mano
piu' leggera, e con spirito meno torbido, di quanto non si sia fatto ad
esempio in alcuni film. Solo una retorica schematica puo' sostenere che
quello spazio sia vuoto: non lo e' mai, e' costellato di figure turpi o
patetiche (a volte posseggono le due qualita' ad un tempo), che e'
indispensabile conoscere se vogliamo conoscere la specie umana, se vogliamo
saper difendere le nostre anime quando una simile prova si dovesse
nuovamente prospettare, o se anche soltanto vogliamo renderci conto di
quello che avviene in un grande stabilimento industriale.
I prigionieri privilegiati erano in minoranza entro la popolazione dei
Lager, ma rappresentano invece una forte maggioranza fra i sopravvissuti;
infatti, anche se non si tenga conto della fatica, delle percosse, del
freddo, delle malattie, va ricordato che la razione alimentare era
decisamente insufficiente anche per il prigioniero piu' sobrio: consumate in
due o tre mesi le riserve fisiologiche dell'organismo, la morte per fame, o
per malattie indotte dalla fame, era il destino normale del prigioniero.
Poteva essere evitato solo con un sovrappiu' alimentare, e per ottenere
questo occorreva un privilegio, grande o piccolo; in altre parole, un modo,
octroye' o conquistato, astuto o violento, lecito o illecito, di sollevarsi
al di sopra della norma.
Ora, non si puo' dimenticare che la maggior parte dei ricordi dei reduci,
raccontati o scritti, incomincia cosi': l'urto contro la realta'
concentrazionaria coincide con l'aggressione, non prevista e non compresa,
da parte di un nemico nuovo e strano, il prigioniero-funzionario, che invece
di prenderti per mano, tranquillizzarti, insegnarti la strada, ti si avventa
addosso urlando in una lingua che tu non conosci, e ti percuote sul viso. Ti
vuole domare, vuole spegnere in te la scintilla di dignita' che tu forse
ancora conservi e che lui ha perduta. Ma guai a te se questa tua dignita' ti
spinge a reagire: questa e' una legge non scritta ma ferrea, il
zurueckschlagen, il rispondere coi colpi ai colpi, e' una trasgressione
intollerabile, che puo' venire in mente appunto solo a un "nuovo". Chi la
commette deve diventare un esempio: altri funzionari accorrono a difesa
dell'ordine minacciato, e il colpevole viene percosso con rabbia e metodo
finche' e' domato o morto. Il privilegio, per definizione, difende e
protegge il privilegio. Mi torna a mente che il termine locale, jiddisch e
polacco, per indicare il privilegio era "protekcja", che si pronuncia
"protekzia" ed e' di evidente origine italiana e latina; e mi e' stata
raccontata la storia di un "nuovo" italiano, un partigiano, scaraventato in
un Lager di lavoro con l'etichetta di prigioniero politico quando era ancora
nel pieno delle sue forze. Era stato malmenato durante la distribuzione
della zuppa, ed aveva osato dare uno spintone al funzionario-distributore:
accorsero i colleghi di questo, e il reo venne affogato esemplarmente
immergendogli la testa nel mastello della zuppa stessa.
L'ascesa dei privilegiati, non solo in Lager ma in tutte le convivenze
umane, e' un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti solo
nelle utopie. E' compito dell'uomo giusto fare guerra ad ogni privilegio non
meritato, ma non si deve dimenticare che questa e' una guerra senza fine.
Dove esiste un potere esercitato da pochi, o da uno solo, contro i molti, il
privilegio nasce e prolifera, anche contro il volere del potere stesso; ma
e' normale che il potere, invece, lo tolleri o lo incoraggi. Limitiamoci al
Lager, che pero' (anche nella sua versione sovietica) puo' ben servire da
"laboratorio ": la classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce
l'ossatura, ed insieme il lineamento piu' inquietante. E' una zona grigia,
dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei
padroni e dei servi. Possiede una struttura interna incredibilmente
complicata, ed alberga in se' quanto basta per confondere il nostro bisogno
di giudicare.
La zona grigia della "protekcja" e della collaborazione nasce da radici
molteplici. In primo luogo, l'area del potere, quanto piu' e' ristretta,
tanto piu' ha bisogno di ausiliari esterni; il nazismo degli ultimi anni non
ne poteva fare a meno, risoluto com'era a mantenere il suo ordine
all'interno dell'Europa sottomessa, e ad alimentare i fronti di guerra
dissanguati dalla crescente resistenza militare degli avversari. Era
indispensabile attingere dai paesi occupati non solo mano d'opera, ma anche
forze d'ordine, delegati ed amministratori del potere tedesco ormai
impegnato altrove fino all'esaurimento. Entro quest'area vanno catalogati,
con sfumature diverse per qualita' e peso, Quisling di Norvegia, il governo
di Vichy in Francia, il Judenrat di Varsavia, la Repubblica di Salo', fino
ai mercenari ucraini e baltici impiegati dappertutto per i compiti piu'
sporchi (mai per il combattimento), ed ai Sonderkommandos di cui dovremo
parlare. Ma i collaboratori che provengono dal campo avversario, gli ex
nemici, sono infidi per essenza: hanno tradito una volta e possono tradire
ancora. Non basta relegarli in compiti marginali; il modo migliore di
legarli e' caricarli di colpe, insanguinarli, comprometterli quanto piu' e'
possibile: cosi' avranno contratto coi mandanti il vincolo della correita',
e non potranno piu' tornare indietro. Questo modo di agire e' noto alle
associazioni criminali di tutti i tempi e luoghi, e' praticato da sempre
dalla mafia, e tra l'altro e' il solo che spieghi gli eccessi, altrimenti
indecifrabili, del terrorismo italiano degli anni '70.
In secondo luogo, ed a contrasto con una certa stilizzazione agiografica e
retorica, quanto piu' e' dura l'oppressione, tanto piu' e' diffusa tra gli
oppressi la disponibilita' a collaborare col potere. Anche questa
disponibilita' e' variegata da infinite sfumature e motivazioni: terrore,
adescamento ideologico, imitazione pedissequa del vincitore, voglia miope di
un qualsiasi potere, anche ridicolmente circoscritto nello spazio e nel
tempo, vilta', fino a lucido calcolo inteso a eludere gli ordini e l'ordine
imposto. Tutti questi motivi, singolarmente o fra loro combinati, sono stati
operanti nel dare origine a questa fascia grigia, i cui componenti, nei
confronti dei non privilegiati, erano accomunati dalla volonta' di
conservare e consolidare il loro privilegio.
Prima di discutere partitamente i motivi che hanno spinto alcuni prigionieri
a collaborare in varia misura con l'autorita' dei Lager, occorre pero'
affermare con forza che davanti a casi umani come questi e' imprudente
precipitarsi ad emettere un giudizio morale. Deve essere chiaro che la
massima colpa pesa sul sistema, sulla struttura stessa dello Stato
totalitario; il concorso alla colpa da parte dei singoli collaboratori
grandi e piccoli (mai simpatici, mai trasparenti!) e' sempre difficile da
valutare. E' un giudizio che vorremmo affidare soltanto a chi si e' trovato
in circostanze simili, ed ha avuto modo di verificare su se stesso che cosa
significa agire in stato di costrizione. Lo sapeva bene il Manzoni: "I
provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno
torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del
pervertimento ancora a cui portano l'animo degli offesi". La condizione di
offeso non esclude la colpa, e spesso questa e' obiettivamente grave, ma non
conosco tribunale umano a cui delegarne la misura.
Se dipendesse da me, se fossi costretto a giudicare, assolverei a cuor
leggero tutti coloro per cui il concorso nella colpa e' stato minimo, e su
cui la costrizione e' stata massima. Intorno a noi, prigionieri senza gradi,
brulicavano i funzionari di basso rango. Costituivano una fauna pittoresca:
scopini, lava-marmitte, guardie notturne, stiratori dei letti (che
sfruttavano a loro minuscolo vantaggio la fisima tedesca delle cuccette
rifatte piane e squadrate), controllori di pidocchi e di scabbia,
portaordini, interpreti, aiutanti degli aiutanti. In generale, erano poveri
diavoli come noi, che lavoravano a pieno orario come tutti gli altri, ma che
per mezzo litro di zuppa in piu' si adattavano a svolgere queste ed altre
funzioni "terziarie": innocue, talvolta utili, spesso inventate dal nulla.
Raramente erano violenti, ma tendevano a sviluppare una mentalita'
tipicamente corporativa, ed a difendere con energia il loro "posto di
lavoro" contro chi, dal basso o dall'alto, glie lo insidiava. Il loro
privilegio, che del resto comportava disagi e fatiche supplementari,
fruttava loro poco, e non li sottraeva alla disciplina ed alle sofferenze
degli altri; la loro speranza di vita era sostanzialmente uguale a quella
dei non privilegiati. Erano rozzi e protervi, ma non venivano sentiti come
nemici.
Il giudizio si fa piu' delicato e piu' vario per coloro che occupavano
posizioni di comando: i capi (Kapos: il termine tedesco deriva direttamente
da quello italiano, e la pronuncia tronca, introdotta dai prigionieri
francesi, si diffuse solo molti anni dopo, divulgata dall'omonimo film di
Pontecorvo, e favorita in Italia proprio per il suo valore differenziale)
delle squadre di lavoro, i capibaracca, gli scritturali, fino al mondo (a
quel tempo da me neppure sospettato) dei prigionieri che svolgevano
attivita' diverse, talvolta delicatissime, presso gli uffici amministrativi
del campo, la Sezione Politica (di fatto, una sezione della Gestapo), il
Servizio del Lavoro, le celle di punizione. Alcuni fra questi, grazie alla
loro abilita' o alla fortuna, hanno avuto accesso alle notizie piu' segrete
dei rispettivi Lager, e, come Hermann Langbein ad Auschwitz, Eugen Kogon a
Buchenwald, e Hans Marsalek a Mauthausen, ne sono poi diventati gli storici.
Non si sa se ammirare di piu' il loro coraggio personale o la loro astuzia,
che ha concesso loro di aiutare concretamente i loro compagni in molti modi,
studiando attentamente i singoli ufficiali delle SS con cui erano a
contatto, ed intuendo quali fra questi potessero essere corrotti, quali
dissuasi dalle decisioni piu' crudeli, quali ricattati, quali ingannati,
quali spaventati dalla prospettiva di un redde rationem a guerra finita.
Alcuni fra loro, ad esempio i tre nominati, erano anche membri di
organizzazioni segrete di difesa, e percio' il potere di cui disponevano
grazie alla loro carica era controbilanciato dal pericolo estremo che
correvano, in quanto "resistenti" e in quanto detentori di segreti.
I funzionari ora descritti non erano affatto, o erano solo apparentemente,
dei collaboratori, bensi' piuttosto degli oppositori mimetizzati. Non cosi'
la maggior parte degli altri detentori di posizioni di comando, che si sono
rivelati esemplari umani da mediocri a pessimi. Piuttosto che logorare, il
potere corrompe; tanto piu' intensamente corrompeva il loro potere, che era
di natura peculiare.
Il potere esiste in tutte le varieta' dell'organizzazione sociale umana,
piu' o meno controllato, usurpato, investito dall'alto o riconosciuto dal
basso, assegnato per merito o per solidarieta' corporativa o per sangue o
per censo: e' verosimile che una certa misura di dominio dell'uomo sull'uomo
sia inscritta nel nostro patrimonio genetico di animali gregari. Non e'
dimostrato che il potere sia intrinsecamente nocivo alla collettivita'. Ma
il potere di cui disponevano i funzionari di cui si parla, anche di basso
grado, come i Kapos delle squadre di lavoro, era sostanzialmente illimitato;
o per meglio dire, alla loro violenza era imposto un limite inferiore, nel
senso che essi venivano puniti o destituiti se non si mostravano abbastanza
duri, ma nessun limite superiore. In altri termini, erano liberi di
commettere sui loro sottoposti le peggiori atrocita', a titolo di punizione
per qualsiasi loro trasgressione, o anche senza motivo alcuno: fino a tutto
il 1943, non era raro che un prigioniero fosse ucciso a botte da un Kapo,
senza che questo avesse da temere alcuna sanzione. Solo piu' tardi, quando
il bisogno di mano d'opera si era fatto piu' acuto, vennero introdotte
alcune limitazioni: i maltrattamenti che i Kapos potevano infliggere ai
prigionieri non dovevano ridurne permanentemente la capacita' lavorativa; ma
ormai il mal uso era invalso, e non sempre la norma venne rispettata.
Si riproduceva cosi', all'interno dei Lager, in scala piu' piccola ma con
caratteristiche amplificate, la struttura gerarchica dello Stato
totalitario, in cui tutto il potere viene investito dall'alto, ed in cui un
controllo dal basso e' quasi impossibile. Ma questo "quasi" e' importante:
non e' mai esistito uno Stato che fosse realmente "totalitario" sotto questo
aspetto. Una qualche forma di retroazione, un correttivo all'arbitrio
totale, non e' mai mancato, neppure nel Terzo Reich ne' nell'Unione
Sovietica di Stalin: nell'uno e nell'altra hanno fatto da freno, in maggiore
o minor misura, l'opinione pubblica, la magistratura, la stampa estera, le
chiese, il sentimento di umanita' e giustizia che dieci o vent'anni di
tirannide non bastano a sradicare. Solo entro il Lager il controllo dal
basso era nullo, ed il potere dei piccoli satrapi era assoluto. E'
comprensibile come un potere di tale ampiezza attirasse con prepotenza quel
tipo umano che di potere e' avido: come vi aspirassero anche individui dagli
istinti moderati, attratti dai molti vantaggi materiali della carica; e come
questi ultimi venissero fatalmente intossicati dal potere di cui
disponevano.
Chi diventava Kapo? Occorre ancora una volta distinguere. In primo luogo,
coloro a cui la possibilita' veniva offerta, e cioe' gli individui in cui il
comandante del Lager o i suoi delegati (che spesso erano buoni psicologi)
intravedevano la potenzialita' del collaboratore: rei comuni tratti dalle
carceri, a cui la carriera di aguzzini offriva un'eccellente alternativa
alla detenzione; prigionieri politici fiaccati da cinque o dieci anni di
sofferenze, o comunque moralmente debilitati; piu' tardi, anche ebrei, che
vedevano nella particola di autorita' che veniva loro offerta l'unico modo
di sfuggire alla "soluzione finale". Ma molti, come accennato, aspiravano al
potere spontaneamente: lo cercavano i sadici, certo non numerosi ma molto
temuti, poiche' per loro la posizione di privilegio coincideva con la
possibilita' di infliggere ai sottoposti sofferenza ed umiliazione. Lo
cercavano i frustrati, ed anche questo e' un lineamento che riproduce nel
microcosmo del Lager il macrocosmo della societa' totalitaria: in entrambi,
al di fuori della capacita' e del merito, viene concesso generosamente il
potere a chi sia disposto a tributare ossequio all'autorita' gerarchica,
conseguendo in questo modo una promozione sociale altrimenti
irraggiungibile. Lo cercavano, infine, i molti fra gli oppressi che subivano
il contagio degli oppressori e tendevano inconsciamente ad identificarsi con
loro.
Su questa mimesi, su questa identificazione o imitazione o scambio di ruoli
fra il soverchiatore e la vittima, si e' molto discusso. Si sono dette cose
vere e inventate, conturbanti e banali, acute e stupide: non e' un terreno
vergine, anzi, e' un campo arato maldestramente, scalpicciato e sconvolto.
La regista Liliana Cavani, a cui era stato chiesto di esprimere in breve il
senso di un suo film bello e falso, ha dichiarato: "Siamo tutti vittime o
assassini e accettiamo questi ruoli volontariamente. Solo Sade e Dostoevskij
l'hanno compreso bene"; ha detto anche di credere "che in ogni ambiente, in
ogni rapporto, ci sia una dinamica vittima-carnefice piu' o meno chiaramente
espressa e generalmente vissuta a livello non cosciente".
Non mi intendo di inconscio e di profondo, ma so che pochi se ne intendono,
e che questi pochi sono piu' cauti; non so, e mi interessa poco sapere, se
nel mio profondo si annidi un assassino, ma so che vittima incolpevole sono
stato ed assassino no; so che gli assassini sono esistiti, non solo in
Germania, e ancora esistono, a riposo o in servizio, e che confonderli con
le loro vittime e' una malattia morale o un vezzo estetistico o un sinistro
segnale di complicita'; soprattutto, e' un prezioso servigio reso
(volutamente o no) ai negatori della verita'. So che in Lager, e piu' in
generale sul palcoscenico umano, capita tutto, e che percio' l'esempio
singolo dimostra poco. Detto chiaramente tutto questo, e riaffermato che
confondere i due ruoli significa voler mistificare dalle basi il nostro
bisogno di giustizia, restano da fare alcune considerazioni.
Rimane vero che, in Lager e fuori, esistono persone grige, ambigue, pronte
al compromesso. La tensione estrema del Lager tende ad accrescerne la
schiera; esse posseggono in proprio una quota (tanto piu' rilevante quanto
maggiore era la loro liberta' di scelta) di colpa, ed oltre a questa sono i
vettori e gli strumenti della colpa del sistema. Rimane vero che la maggior
parte degli oppressori, durante o (piu' spesso) dopo le loro azioni, si sono
resi conto che quanto facevano o avevano fatto era iniquo, hanno magari
provato dubbi o disagio, od anche sono stati puniti; ma queste loro
sofferenze non bastano ad arruolarli fra le vittime. Allo stesso modo, non
bastano gli errori e i cedimenti dei prigionieri per allinearli con i loro
custodi: i prigionieri dei Lager, centinaia di migliaia di persone di tutte
le classi sociali, di quasi tutti i paesi d'Europa, rappresentavano un
campione medio, non selezionato, di umanita': anche se non si volesse tener
conto dell'ambiente infernale in cui erano stati bruscamente precipitati, e'
illogico pretendere da loro, ed e' retorico e falso sostenere che abbiano
sempre e tutti seguito, il comportamento che ci si aspetta dai santi e dai
filosofi stoici. In realta', nella enorme maggioranza dei casi, il loro
comportamento e' stato ferreamente obbligato: nel giro di poche settimane o
mesi, le privazioni a cui erano sottoposti li hanno condotti ad una
condizione di pura sopravvivenza, di lotta quotidiana contro la fame, il
freddo, la stanchezza, le percosse, in cui lo spazio per le scelte (in
specie, per le scelte morali) era ridotto a nulla; fra questi, pochissimi
hanno sopravvissuto alla prova, grazie alla somma di molti eventi
improbabili: sono insomma stati salvati dalla fortuna, e non ha molto senso
cercare fra i loro destini qualcosa di comune, al di fuori forse della buona
salute iniziale.
(Parte prima - segue)

3. VOCI. ALBERTO L'ABATE: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA" PERCHE'...
[Ringraziamo Alberto L'Abate (per contatti: labate at unifi.it) per questo
intervento]

Naturalmente mi abbono ad "Azione nonviolenta" sia per continuita' con le
idee e le lotte per una rivoluzione nonviolenta portata avanti dal suo
fondatore Aldo Capitini e da Danilo Dolci che di Aldo si considerava
allievo; sia perche' e' un giornale ben fatto che contribuisce notevolmente
e con serieta' a dibattere sulla nonviolenza e su quello che questa puo'
fare per avere un futuro migliore, sia infine perche' aggiorna sulle
attivita' nonviolente portate avanti in Italia e nel mondo.
Quindi abbonarsi conviene!

4. VOCI. FRANCESCO PISTOLATO: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA" PERCHE'...
[Ringraziamo Francesco Pistolato (per contatti: fpistolato at yahoo.it) per
questo intervento]

Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche' la nonviolenza e' l'unica strada
sensata per uscire dallo stato di assurde sofferenze nel quale ci siamo
cacciati.
Rispetto, amore, senso della sacralita' nei rapporti con gli umani e la
natura, capacita' di andare incontro all'altro, superando le superficiali
diversita', tutto questo e' contenuto nella nonviolenza e puo' essere
appreso, con lo studio e lo sforzo personale.
"Azione nonviolenta" e' un mezzo per comprendere come camminare non da soli
per questa strada, e sostenere "Azione nonviolenta" e' uno dei modi per non
perderci.

5. STRUMENTI. PER ABBONARSI AD "AZIONE NONVIOLENTA"

"Azione nonviolenta" e' la rivista del Movimento Nonviolento, fondata da
Aldo Capitini nel 1964, mensile di formazione, informazione e dibattito
sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo.
Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta" inviare 29 euro sul ccp n. 10250363
intestato ad Azione nonviolenta, via Spagna 8, 37123 Verona.
E' possibile chiedere una copia omaggio, inviando una e-mail all'indirizzo
an at nonviolenti.org scrivendo nell'oggetto "copia di 'Azione nonviolenta'".
Per informazioni e contatti: redazione, direzione, amministrazione, via
Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e
15-19), fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

6. APPELLI. MARIA PAOLA VALENTE: SOLIDARIETA' URGENTE PER LEONARD PELTIER
[Da Maria Paola Valente (per contatti: mavalent at istat.it) riceviamo e
diffondiamo]

Leonard Peltier e' stato selvaggiamente picchiato subito dopo il suo
trasferimento al penitenziario di Canaan.
Occorre scrivere urgentemente lettere in suo sostegno al Procuratore
Generale del Dipartimento di Giustizia Americano ed alle altre autorita'
citate di seguito.
*
Il 13 gennaio 2009 Leonard Peltier e' stato trasferito dal penitenziario di
Lewisburg a quello di Canaan, in Pennsylvania, un carcere situato ancor piu'
lontano dalla sua famiglia che si trova in Nord Dakota.
Poco dopo l'arrivo a Canaan, Leonard e' stato pesantemente picchiato da un
gruppo di detenuti piu' giovani di lui e che non conosceva. Lo denuncia
accorata ed indignata la sorella Ann Peltier Solano, dopo aver ricevuto una
lettera da Leonard, e lo conferma il suo avvocato Michael Kuzma in
un'intervista all'"American Indian Airwaves" del 22 gennaio.
"Secondo quanto dice nella lettera, potrebbe aver avuto una commozione
cerebrale. L'indice sinistro e' probabilmente rotto o leso gravemente. Ha un
grande ematoma vicino al polso destro. Soffre di dolori alla gabbia toracica
e al petto. Ha anche un livido sul torace e un altro al ginocchio sinistro,
e inoltre soffre di forti emicranie come diretta conseguenza del pestaggio".
La sorella Ann Peltier Solano ritiene che l'assalto sia stato orchestrato
dall'Fbi per mettere Leonard in cattiva luce presso la commissione per il
"Parole", proprio ora che e' vicina la data dell'udienza: infatti per
ottenere il rilascio sulla parola e' necessario essere considerato un
detenuto modello e chiunque sia coinvolto in risse o reagisca quando viene
percosso o non denunci i suoi assalitori non e' piu' considerato tale.
Dopo il pestaggio Leonard e' stato messo in isolamento e riceve un solo
pasto al giorno, fatto questo che potrebbe causargli anche delle conseguenze
per il suo diabete. I responsabili della prigione non rilasciano
informazioni alla famiglia, ma e' necessario che sappiano che molta gente ha
a cuore la salute di Leonard.
La sorella e' molto preoccupata sia per la salute di Leonard che per le
conseguenze che questo attacco puo' avere sulla concessione della liberta'
condizionata e chiede a tutti i sostenitori di scrivere lettere a sostegno
del fratello.
E' necessario inviare lettere al Procuratore Generale del Dipartimento di
Giustizia americano; e per conoscenza al presidente Barack Obama;
all'Ufficio per i diritti civili del Dipartimento di Giustizia; al Direttore
e all'Assistente Generale dell'Ufficio Federale delle Prigioni e del
National Institute of Corrections; le lettere vanno firmate con nome,
cognome e indirizzo.
*
Il modello della lettera e gli indirizzi da utilizzare possono essere
richiesti a Maria Paola Valente: mavalent at istat.it
*
Questo e' il nuovo indirizzo di Leonard. Scrivetegli lettere di solidarieta'
o cartoline, ma non inviate soldi nella busta: Leonard Peltier, Inmate
89637-132, USP Canaan, U.S. Penitentiary, P.O. BOX 300, Waymart, PA 18472,
Usa.
*
Grazie a tutti per il vostro sostegno.

7. DOCUMENTI. ANTONELLA LITTA: UNA LETTERA AL PRESIDENTE DELLA GIUNTA
REGIONALE DEL LAZIO
[Da Antonella Litta (per contatti: cell. 3383810091, tel. e fax: 0761559413,
e-mail: isde.viterbo at libero.it, antonella.litta at libero.it) riceviamo e
diffondiamo]

Al Presidente della Giunta Regionale del Lazio, al Ministro della Salute,
all'Assessore all'ambiente della Regione Lazio, all'Assessore alla sanita'
della Regione Lazio, ai responsabili dell'Ato 1 di Viterbo, e per opportuna
conoscenza: al Prefetto di Viterbo, al Presidente dell'Ordine dei medici e
chirurghi di Viterbo, al Presidente della Provincia di Viterbo, al Direttore
generale della Asl di Viterbo, al Direttore sanitario della Asl di Viterbo,
all'Assessore all'ambiente della Provincia di Viterbo, al Dipartimento di
prevenzione - Servizio igiene e sanita' pubblica Asl Viterbo, all'Arpa
Lazio - sezione di Viterbo
Oggetto: richiesta della documentazione relativa ai piani per il rientro nei
parametri indicati dal Decreto Legislativo del 2 febbraio 2001 n. 31 per le
acque destinate a consumo umano, erogate nei comuni appartenenti all'Ato 1
di Viterbo, nei periodi di deroga relativi agli anni 2008  e 2009.
L'Associazione Italiana medici per l'ambiente - Isde (International Society
of Doctors for the Environment - Italia), sezione di Viterbo, chiede di
conoscere quali interventi siano stati effettuati presso gli acquedotti e il
sistema idrico della provincia di Viterbo per assicurare alle acque
destinate a consumo umano, i parametri indicati dal Decreto Legislativo del
2 febbraio 2001 n. 31 "Attuazione della direttiva 98/83/CE relativa alla
qualita' delle acque destinate al consumo umano" in particolare per gli
elementi quali: arsenico (classificato come cancerogeno di classe 1 dalla
Agenzia internazionale di ricerca sul cancro - Iarc), vanadio, fluoro e
selenio, dannosi per la salute delle persone e in particolare per quella di
bambini, donne in gravidanza e malati.
I periodi di deroga sono infatti concessi perche' i gestori presentino ed
attuino piani di rientro mediante idonee tecnologie di trattamento delle
acque captate e/o individuando nuove risorse idriche sostitutive che
permettano di assicurare acque salubri e pulite.
L'Associazione chiede anche di conoscere se siano state disposte ed
effettuate misurazioni per valutare l'eventuale radioattivita' delle acque,
come previsto sempre dal Decreto Legislativo del 2 febbraio 2001 n. 31 e
dalla Raccomandazione della Commissione Europea del 20 dicembre 2001 sulla
tutela della popolazione contro l'esposizione al radon nell'acqua potabile,
anche  in considerazione delle peculiari caratteristiche del territorio
viterbese il cui sottosuolo e' ricco del gas radioattivo radon, e se sono
state avviate tempestive campagne d'informazione  rivolte alle popolazioni
interessate dai provvedimenti di deroga, come previsto  all'art. 13 del gia'
citato Decreto Legislativo.
In attesa di un cortese riscontro, si inviano distinti saluti,
dottoressa Antonella Litta, referente per Viterbo dell'Associazione italiana
medici per l'ambiente - Isde (International Society of Doctors for the
Environment-Italia)
Viterbo, 26 gennaio 2009

8. AFGHANISTAN. LE SOLITE STRAGI CHE NON INTERESSANO A NESSUNO

Sotto il titolo "Operazione anti-taleban della coalizione: 15 morti" il
quotidiano "Il manifesto" del 25 gennaio 2009 riferisce algidamente quanto
segue: "In Afghanistan i militari della coalizione internazionale a guida
Usa hanno ucciso ieri 15 persone, tra cui anche una donna, in un'operazione
che aveva come obiettivo l'eliminazione di un comandante taleban. Secondo
fonti militari Usa gli uccisi sarebbero tutti militanti che hanno aperto il
fuoco quando le truppe della coalizione li hanno circondati. L'operazione e'
avvenuta di notte nella provincia di Laghman, est del Paese. Ma per un
portavoce del consiglio provinciale di Laghman sarebbero morti anche civili
innocenti. Intanto in Pakistan, all'indomani dell'ennesimo raid americano -
il primo della nuova presidenza - contro i militanti al confine con
l'Afghanistan, il governo di Islamabad ha chiesto al neopresidente di
mettere fine a queste operazioni. Venerdi' in raid condotti contro due
diversi obiettivi nel sud Waziristan, i missili sparati da droni americani
avevano provocato la morte di 22 persone".
Cosi', senza aggiungere un commento, senza una parola di dolore, quasi a
dire: cosi' va il mondo, passiamo ad altro.
*
Non era questo "Il manifesto" della mia lontana gioventu', quando era non
solo un giornale ma un movimento politico antitotalitario di lotta per la
liberazione dell'umanita'; gli anni in cui passavo le mattine domenicali a
fare la "diffusione militante" di quell'unico foglio senza immagini per le
strade del paese in cui vivevo (ed era un modo per appassionatamente
interloquire con tantissime persone sulle questioni piu' ardue e le piu'
quotidiane, le piu' generali e le piu' immediate - ed era una buona scuola).
Ma sono passati tanti anni, l'irrazionalismo e l'elitarismo e la complicita'
col regime degli sfruttatori e della corruzione hanno vinto e catturato
tutti coloro che a lasciarsi catturare eran disposti; e dopo che la
ex-sinistra e' andata al governo tra 2006 e 2008 e alla guerra terrorista e
stragista in Afghanistan si e' prostituita, anche questo cartaceo quotidiano
come tutti gli altri - tutti gli altri - ha ritenuto di rinunciare ad
opporsi ad essa guerra ed alle stragi di cui consiste.
Tristezza e vergogna e orrore ne provo.
Ed anche questo una buona volta andava pur detto.
*
Le stragi in Afghanistan continuano.
Le stragi in Afghanistan.
Continuano.
Le stragi.
In Afghanistan.
E complici degli assassini siamo anche noi, nella misura in cui contro
guerra e stragi non ci battiamo.
*
Chi non si oppone alla guerra ne e' complice.
Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 714 del 28 gennaio 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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