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Minime. 717



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 717 del 31 gennaio 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Monica Lanfranco: Una proposta
2. Susan Brownmiller ricorda Florence Rush
3. Pietro Greco ricorda Arne Naess
4. Peppe Sini: Per Sergio Piro
5. Mino Reitano
6. Comitato Nepi per la pace: La Giornata della memoria
7. Iaia Vantaggiato intervista David Bidussa
8. Walter Laqueur: Se il fascismo rinasce
9. Norberto Bobbio: Prefazione a "Domani chissa'" di Felice Malgaroli
10. Sergio Albesano: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
11. Paolo Bergamaschi: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
12. Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta"
13. La "Carta" del Movimento Nonviolento
14. Per saperne di piu'

1. RIFLESSIONE. MONICA LANFRANCO: UNA PROPOSTA
[Ringraziamo Monica Lanfranco (per contatti: e-mail:
monica.lanfranco at gmail.com, siti: www.monicalanfranco.it e
www.mareaonline.it) per questo intervento]

Care e cari tutte e tutti,
non avendo piu' da qualche tempo un giornale dove esprimere quello che
penso, e nel quale raccontare i pezzi di mondo che incontro nel mio lavoro
di formazione e di artigiana della scrittura e della comunicazione affido
qui alcune riflessioni urgenti, rese in parte strazianti dalla soffocante e
penosa cortina di indifferenza verso la qualita' della convivenza in questo
paese, nelle nostre citta', nei luoghi di lavoro, forse nelle famiglie, tra
le persone.
Oltre la cronaca atroce e seriale delle violenze sessuali, in famiglia come
per strada, sia da parte degli uomini dei quali ci si fida cosi' come da
parte degli sconosciuti (e poco importa se siano italiani o stranieri, visto
che l'affronto subito dura per sempre a prescindere dalla provenienza del
violentatore), quello che mi ha sgomentato e' che le donne italiane hanno
dichiarato apertamente nell'ultimo sondaggio fatto da "Repubblica" che hanno
paura a camminare per strada.
Che cosa sta capitando in questo paese, mi chiedo e chiedo a voi che
leggete, se dopo oltre tre decadi di conquiste straordinarie in tema di
diritti sia per le donne che per i loro compagni in Italia le donne tornano
a doversi guardare le spalle nei luoghi pubblici, come gazzelle nella
foresta, oppure a sobbalzare quando nella porta di casa gira una chiave che
potrebbe essere di un ex amore che si trasforma in carnefice?
Che succede nelle scuole, dove il bullismo dilaga, e le nuove tecnologie che
avrebbero dovuto e potuto migliorare la nostra vita e quella delle persone
piu' giovani diventano strumenti di amplificazione di perversa e crudele
creativita' vessatoria, con i filmati delle "fidanzatine" riprese piu' o
meno nude e "condivise" sui vari motori di ricerca cosi', per "divertirsi",
espressione usata sempre piu' spesso da chi fa violenza? "Volevamo solo
divertirci, e poi qualcosa e' andato storto": come a dire che, di nuovo come
se nulla fosse mutato dai tempi di "Processo per stupro", la sessualita'
maschile e' una incontenibile minaccia che puo' scatenarsi sul corpo di una
donna, come in guerra. Che cosa e' successo della forza del pensiero critico
del femminismo, che ha fatto saltare il tappo alle costrizioni patriarcali
fecondando, se pur per una stagione breve, il pubblico sentire e lo spazio
politico parlando alle donne e agli uomini della possibilita' di arricchirsi
nella e della differenza di genere, perche' se un genere soffre vuol dire
che la societa' e' ingiusta, iniqua e pericolosa?
Come donna e come attivista per i diritti umani delle donne sento il bisogno
di momenti pubblici forti e visibili, per dire questo disagio e rimettere al
centro la questione della convivenza pacifica tra i generi: non solo per me,
ma soprattutto per le giovani donne e i giovani uomini che mi appaiono
sempre piu' lontane e lontani da quegli orizzonti di autodeterminazione, di
liberta' e di scelta consapevole del proprio futuro per i quali la mia
generazione, oggi di cinquantenni, in parte si e' spesa.
*
Formulo una proposta, affinche' alla riflessione faccia anche seguito una
possibilita' d'azione.
A partire da dove stiamo, a partire da Genova, per esempio, senza nulla
togliere all'eventualita' di manifestazioni pubbliche di piazza di tipo
tradizionale, mi piacerebbe che nascessero momenti di incontro pubblici nei
quali donne e uomini prendessero la parola per dire e dirsi feriti da questo
clima di paura e di solitidine, ma non rassegnate.
Come "Marea" ogni uscita della rivista abbiamo proposto letture pubbliche di
pagine di testi del femminismo.
Organizziamo, da qui a marzo, come gruppi di donne momenti di lettura
pubblica di testi in cui si riparli della violenza.
Coinvolgiamo personalita' pubbliche in questi eventi, ma mettiamoci in gioco
anche a prescindere dalla notorieta', parliamone a tutte le persone che
conosciamo, pensiamo a luoghi simbolici dove prendere parola, rioccupiamo lo
spazio pubblico non solo con i cortei, ma con l'emozione della presenza dei
corpi e delle parole che vibrano contro l'ignoranza e l'indifferenza.
Perche' siamo quelle (e quelli) che siamo grazie anche alla forza del
pensiero critico femminista, che ci ha fatto arrivare a dirci finalmente
solo donne.

2. MEMORIA. SUSAN BROWNMILLER RICORDA FLORENCE RUSH
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per coniatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento di
Susan Brownmiller dal titolo "La donna che combatte' Freud, e vinse" diffuso
dal Women's Media Center il 26 gennaio 2009. Susan Brownmiller e' l'autrice
di un classico femminista come Against Our Will: Men, Women, and Rape
(1975). Altre sue opere sono Femininity (1984) e In Our Time: Memoir of a
Revolution (1999). Ha scritto per "The New York Times", "The Village Voice",
"Esquire", "Vogue", "Rolling Stone", "The Nation", "Ms". L'attivista e
teorica femminista Florence Rush e' morta il 9 dicembre 2008. Questo
discorso di Susan Browmiller e' stato tenuto durante un memoriale in suo
onore]

A Florence piacevano i vecchi film. Direi che il suo preferito era Gaslight,
del 1944. Ingrid Bergman comincia a sospettare che Charles Boyer, suo
marito, abbia assassinato la sua prima moglie. Boyer impiega ogni sorta di
trucchi per convincerla che sta impazzendo. Fa scemare e tremolare le luci
di casa (da qui il titolo originale "Gaslight", ndt), rimuove quadri dalle
pareti, le infila l'orologio "perduto" in tasca, misteriosi suoni di passi
vengono dall'attico. Egli altera la realta' della donna al punto che
quest'ultima sta davvero impazzendo, sino a che Joseph Cotten, ispettore di
Scotland Yard, smaschera Boyer e lo rivela per il delinquente che e'.
Nelle conversazioni e negli scritti, Florence usava "gaslight" come verbo
atto ad indicare la distorsione della realta' per fini oscuri e disonesti.
Nel mentre indagava e svelava l'abuso sessuale sui bambini (da parte di
padri, patrigni, altri parenti, vicini di casa, estranei, uomini in
posizioni di autorita' rispetto ai piccoli), rifletteva sul curioso
abbandono di Freud della sua malnominata "Teoria della seduzione". Freud
aveva fatto risalire i sintomi isterici delle sue pazienti agli abusi da
esse subiti dai padri in eta' infantile: le pazienti avevano parlato delle
violenze subite, e lo schema era molto chiaro. Ma le implicazioni,
probabilmente, erano troppo spaventose. Cosi' cancello' l'evidenza,
rovescio' il proprio pensiero ed imbasti' un'altra teoria: quelle che le
donne fantasticavano di abusi subiti nell'infanzia a causa dell'inconscio
desiderio di andare a letto con il proprio padre.
La nozione che la maggior parte degli abusi sessuali fossero fantasie
divenne un paletto della terapia freudiana, una parte del pensiero liberale
di sinistra, e un grandioso aiuto agli avvocati della difesa nei tribunali.
Tutte noi fummo ingannate come Ingrid Bergman. E probabilmente, al picco
dell'era freudiana, numerose donne impazzirono sul serio quando la loro
realta' fu negata.
Florence fu la prima persona a buttare Freud al tappeto. Nel 1971 io ero tra
il pubblico, alla Conferenza femminista sullo stupro di New York, quando
questa donna calma, dal parlare quieto e dai capelli corti cammino' sino al
podio in vestiti dimessi, e fece quel discorso che ci fece saltare in piedi
ad applaudirla freneticamente.
Aveva le credenziali: una laurea in scienze sociali ed esperienza lavorativa
in un istituto per ragazze delinquenti, molte delle quali aveva sofferto
abusi sessuali.
Aveva le statistiche, tratte dall'esiguo numero di studi allora esistenti:
il 90% delle vittime degli abusi sessuali erano femmine, il 99% dei
perpetratori erano maschi.
E aveva anche esperienza personale in materia: il suo dentista
dell'infanzia, e il suo caro zio Willy.
Nessuno aveva proposto una teoria politica sull'abuso sessuale dei bambini
prima di Florence Rush. Nessuno prima di lei aveva chiamato il fenomeno
endemico, pervasivo, legalizzato in antichi testi, e parte del controllo
degli uomini sulle donne. Il suo discorso del 1971 divenne da antologia e fu
largamente riprodotto e citato. Nove anni piu' tardi, usci' il suo libro The
Best Kept Secret (Il segreto meglio tenuto).
Florence non era estranea alla politica "radicale". Madre di tre figli
nell'area suburbana, era stata attivista per la sinistra e per il Movimento
per i diritti civili. La sua mente brillante inventava nuove cose che lei
esponeva con appassionata chiarezza, ma non aveva mai pensato a diventare
una scrittrice e a tenere lezioni nelle universita', come poi accadde. Il
femminismo le apri' la strada e lei, a sua volta, apri' nuovi terreni alla
teoria femminista.
I vecchi e nuovi film di Hollywood erano per lei una fonte continua di
ispirazione, e di indignazione quando presentavano "donne fatali"  a stento
vestite e a stento pubescenti. "Le immagini dei media sintetizzano", scrisse
Florence, "Sono disegnate per produrre impressioni precise e suscitare
sentimenti particolari, e annebbiano la conoscenza, l'esperienza e la
realta' dei fatti". Mise a frutto tutta l'indignazione che provava, formando
il Comitato del Now "Immagini dei bambini nei media".
Dal 1989 ci incontravamo regolarmente per giocare a carte, e le abilita'
culinarie di Florence offrivano regolarmente a tutti i presenti pasti
cucinati con il cuore. Era molto brava a fare arrosti e lasagne. Amava il
suono dei cubetti di ghiaccio nei bicchieri.
Le sue piante erano un'impeccabile cascata verde. Dopo che l'imperiosa gatta
Simone ci aveva soffiato contro e si era ritirata in camera da letto,
sedevamo e parlavamo delle ultime notizie, degli ultimi libri, e poi
giocavamo a carte, e Florence era piuttosto brava anche in questo.
Mentre i decenni passavano, l'effetto di Florence sulla mia vita assunse un
nuovo aspetto. Si trattava di accordarsi ai temuti ma inevitabili
cambiamenti fisici dovuti all'eta', senza soccombere alla convenzione del
dover apparire come "una vecchia signora". Lei fu il mio modello.
"Non buttarti giu'", diceva, "Sicuro che puoi andare a far la spesa nel tuo
quartiere in pantaloni corti e maglietta".
La sua piccola vanita' era adorabile, sino a che non divenne un rischio
quando si rifiuto' di non usare piu' i sandali alti, che accetto' di
sostituire solo quando trovo' un paio di scarpe da ginnastica altrettanto
alte. Aveva un corpo bello e minuto, forte e sensuale, ma ha sempre creduto
di dover essere qualche centimetro piu' alta. La cosa divertente e' che
nessuno dei suoi amici ha mai pensato a lei come ad una persona bassa.
Abbiamo sempre saputo che era una gigante.

3. LUTTI. PIETRO GRECO RICORDA ARNE NAESS
[Dal sito www.greenreport.it riprendiamo il seguente articolo col titolo "La
morte di Arne Naess, teorico dell'ecologia profonda"]

Lunedi' 14 gennaio, all'eta' di 96 anni, e' morto in Norvegia il filosofo
Arne Naess, teorico dell'"ecologia profonda". Il pensiero e l'attivita' di
Arne Naess ha influenzato molti movimenti ambientalisti e partiti verdi in
tutto il mondo.
Il filosofo, nato a Oslo e docente presso l'universita' norvegese, resto'
molto colpito dalla pubblicazione negli Stati Uniti, all'inizio degli anni
'60 del secolo scorso, di Primavera silenziosa, il libro con cui Rachel
Carson, denunciando l'impatto ecologico della chimica in agricoltura, diede
consapevolezza di massa ai temi ambientali.
Gli esseri viventi, pensava Arne Naess, hanno un valore in se'. In quanto
viventi. E come gli uccelli delle sempre piu' silenziose campagna americane,
hanno bisogno di essere protetti dall'invadenza di miliardi di uomini.
Bisogna cercare una nuova armonia ecologica tra gli esseri viventi che
abitano il pianeta Terra. Questo rinnovato equilibrio passa a livello
teorico attraverso la rinuncia non solo a ogni forma di antropocentrismo: il
diritto alla vita di ogni essere vivente e' assoluto e non dipende dalla
maggiore o minore vicinanza alla specie umana. A livello pratico il nuovo
equilibrio ecologico passa attraverso la riduzione della popolazione umana,
l'uso di tecnologie a basso impatto ambientale e la mancanza assoluta di
interferenza umana in una quantita' sempre piu' vasta di ecosistemi.
Arne Naess chiamo' ecosofia T questa filosofia ecologica: (T sta per
Tvergastein, il nome di una montagna del sud della Norvegia che il filosofo
ama frequentare). Gia' alla fine degli anni '60 Naess abbandono'
l'universita' di Oslo per dar vita a una movimento di ecologia profonda.
La sua ecosofia e' stata espressa in diversi libri, come Freedom, Emotion
and self-subsistence (1975), Ecology, community and lifestyle (1989), Life's
philosophy: reason and feeling in a deeper world (2002).
Il pensiero di Arne Naess e' senza dubbio molto radicale. Intriso anche di
notevole pessimismo sulla capacita' umana di realizzarla, l'armonia
ecologica da lui teorizzata. Tuttavia e' certo che egli ha contribuito alla
crescita di una cultura ambientale diffusa. Quanto al suo pessimismo, negli
ultimi anni si era un po' attenuato. L'umanita', pensava, continuera' a
distruggere l'ambiente per uno o due secoli ancora. Ma poi imparera' a
controllare la crescita demografica e a diminuire la pressione sugli
ecosistemi. Stiamo per invertire la nostra marcia e per tornare indietro
lungo la strada che ci riportera' al paradiso.

4. LUTTI. PEPPE SINI: PER SERGIO PIRO

Ho conosciuto Sergio Piro trent'anni fa, a un'iniziativa al centro sociale
di Pastena, che era animato da Alfonso Natella, a Salerno.
Di Piro ovviamente avevo gia' letto Le tecniche della liberazione, ed altri
saggi, ma la persona - come spesso succedeva a quel tempo coi compagni di
lotta di Psichiatria democratica (ma anche di Medicina democratica, e di
altre analoghe esperienze) che denegando in se' il ruolo di intellettuali
come tecnici addetti alla repressione avevano scelto di mettersi non solo al
servizio ma all'ascolto delle oppresse e degli oppressi, e delle oppresse e
degli oppressi nel comune impegno di solidarieta' e di liberazione divenire
compagni nel senso forte e originario del termine (coloro che condividono il
pane, e la vita) - era anche migliore dei suoi libri, che erano eccellenti.
La sua scomparsa e' un dolore grande. La sua esistenza un dono che resta.

5. LUTTI. MINO REITANO

C'era qualcosa di patetico, e di empatico, nel Mino Reitano degli anni del
suo successo come cantante: era l'Italia che anche noi eravamo, e con cui e
contro cui lottavamo dentro di noi. Del canto facile e del dolore antico, di
un'umiliazione senza riscatto. Che sempre chiedeva la carita', fosse pure
solo di un sorriso o di un applauso, e che sempre doveva ingegnarsi per
trovar da campare la vita, la vita misera e agra, dell'esule sempre. Ma in
quella sconsolata afflizione - e fin religiosa alienazione - pur s'intuiva
una dialettica marxiana, e quella, quella ci chiamava all'ermeneutica e alla
resistenza.
*
C'era qualcosa di grottesco nel Mino Reitano degli ultimi anni, cosi' come
veniva esposto dal balcone e sul baratro delle carnivore televisioni,
qualcosa che sgomentava. E di ingenuo. Sotto la maschera - ma una maschera
piagata dall'eta' e dalle sofferenze - ancora traluceva un volto che
chiamava, e che esprimeva una prossimita', una compassione. Era ancora - ne
fosse consapevole o no - uno dei nostri. Di noi cafoni in lotta, ed in
cammino, per un'umanita' di persone libere ed eguali.
E cosi' lo ricordiamo.

6. INIZIATIVE. COMITATO NEPI PER LA PACE: LA GIORNATA DELLA MEMORIA
[Dal Comitato Nepi per la pace (per contatti: info at comitatonepiperlapace.it)
riceviamo e diffondiamo il seguente comunicato dla titolo completo "La
Giornata della memoria della Shoah. L'impegno e il dovere di fare memoria"]

Il 27 gennaio 2009, nella sala consiliare del Comune di Nepi (Vt), e' stata
celebrata la Giornata della memoria dedicata alla commemorazione delle
vittime della Shoah, l'Olocausto del popolo ebraico degli anni '40 del
secolo scorso. L'orrendo sterminio di milioni di esseri umani perpetrato
dalla follia nazifascista va ricordato con costante fermezza in particolare
alle piu' giovani generazioni, affinche' la memoria non ne vada perduta,
anche per respingere i continui tentativi di negare l'evento o di ridurne la
portata.
Per questo, il Comitato Nepi per la Pace, d'intesa con l'Associazione
Nazionale Partigiani d'Italia, ha presentato a un folto gruppo di alunni
delle scuole medie il film "Volevo solo vivere", diretto da Mimmo Calopresti
e prodotto dal grande regista americano Steven Spielberg. Gli autori hanno
mostrato non una storia a soggetto, ma una serie di interviste ad alcuni
sopravvissuti al lager di Auschwitz, i quali hanno narrato le loro
rispettive tremende esperienze. A tali racconti erano alternati brani di
documentari d'epoca, con ritratte autentiche scene tra le piu' drammatiche
del trattamento inumano subito dagli internati.
I significati del film e il quadro storico della grande tragedia sono stati
poi commentati adeguatamente... Notevole l'impressione riportata dai giovani
e dai loro docenti, che si sono impegnati ad approfondire il dramma della
Shoah e i problemi di ogni persecuzione razzista nell'ambito del progetto di
educazione alla pace, gia' in corso nelle scuole di Nepi.

7. MEMORIA. IAIA VANTAGGIATO INTERVISTA DAVID BIDUSSA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 27 gennaio 2009 col titolo "Oltre il mito
e l'eroismo la ricerca di un futuro civile" e il sommario "Intervista. David
Bidussa: Attenti a non istituzionalizzare la memoria"]

Nel luglio del 2000 una legge dello stato italiano defini' lo sterminio
antiebraico a opera dei nazifascisti tema di riflessione collettiva. Ne
parliamo con David Bidussa, storico sociale delle idee. Il suo ultimo libro,
edito da Einaudi, e' intitolato Dopo l'ultimo testimone.
*
- Iaia Vantaggiato: Nel tuo ultimo lavoro sostieni che il Giorno della
memoria ha il fiato corto. Perche'?
- David Bidussa: Credo che, a nove anni dalla sua istituzione, il Giorno
della memoria sia in crisi come molte altre date del calendario civile. Una
crisi dovuta al fatto che - intorno a queste date - non e' mai cresciuta una
vera coscienza pubblica. In realta', l'unico effetto che hanno avuto e'
stato quello di consentire a gruppi nazionali di raccontarsi, di creare un
rito, un cerimoniale pubblico in cui narrare di se' in maniera positiva.
*
- Iaia Vantaggiato: Ma si puo' ridar respiro alla Giornata?
- David Bidussa: Si', ma a condizione di aprire la discussione su altri
temi. Per esempio riprendere la discussione sul perche' e in quale contesto
quella data sia nata. Il Giorno della memoria viene pensato negli anni '90
con l'intento di individuare un evento collettivo per l'Europa che vada al
di la' delle singole realta' nazionali e che doti di identita' collettiva un
continente. Un progetto che, nell'ultimo decennio, e' fallito.
*
- Iaia Vantaggiato: Non credi che la banalizzazione del linguaggio abbia
contribuito al fallimento?
- David Bidussa: Assolutamente si'. Ed e' una banalizzazione che riguarda
tutti gli attori che compaiono in quella scena: gran parte del mondo ebraico
quando parla della shoah, una parte della destra italiana che non si misura
col razzismo e la xenofobia e un'altra parte della destra che finge di non
appartenere alla "zona grigia", al mondo dell'indifferenza. Riguarda,
altresi' e trasversalmente, la destra e la sinistra italiana nonche' il
paradigma politico di un attore come la Lega che racconta la storia come
complotto di minoranze che opprimono maggioranze e cosi' facendo spiega le
proprie sconfitte politiche e culturali. Dentro a cio' c'e' l'idea di un
comunitarismo politico che e' disposto a sopportare le differenze solo per
ghettizzarle o per santificarle ma mai per coabitarci.
*
- Iaia Vantaggiato: L'istituzionalizzazione della memoria rischia di
nascondere tutta la complessita' presente sulla scena della shoah?
- David Bidussa: Cio' a cui dobbiamo puntare e' la costruzione di una
consapevolezza storica e di una coscienza pubblica. Detto in altri termini,
comprendere il passato vuol dire prendersi in carico voci diverse. Non c'e'
una versione che tutti ci tranquillizza. Non c'e' una "storia narcotico".
Sulla scena dello sterminio ci sono figure pubbliche differenti, ruoli e
attori. E questi attori - siano essi vittime o carnefici - non sono
individui lineari. Una vittima non cessa di essere vittima perche' compie
atti deplorevoli e un carnefice non e' un "non uomo".
*
- Iaia Vantaggiato: Cio' che rifiuti e' l'idea di una storia fatta da eroi e
antieroi?
- David Bidussa: Non ha piu' senso ragionare su "da che parte stiamo". Stare
dalla parte delle vittime non vuol dire assumere acriticamente che le
vittime sono, in se', la virtu'. Non dobbiamo rimanere delusi da questa
consapevolezza. Lo stesso se guardo ai carnefici. Anche qui, i meccanismi
che devo indagare non riguardano le azioni di cui si resero protagonisti o
cui presero parte perche' obbligati ma le giustificazioni che si diedero per
dare senso a cio' che stavano facendo.
*
- Iaia Vantaggiato: Esiste un uso politico della shoah?
- David Bidussa: Assolutamente si'. E a fare un uso politico della shoah
sono, insieme, Israele, il mondo arabo e quello occidentale.
*
- Iaia Vantaggiato: Cominciamo da Israele.
- David Bidussa: Israele ha assunto la shoah come spiegazione della propria
origine esattamente come ha fatto il resto del mondo. Lo stato di Israele
come atto riparatorio, insomma, come saldo da pagare dopo la tragedia
avvenuta in Europa. Ma in questo modo Israele - piu' che le sue origini - ha
raccontato il "mito" di quelle origini.
*
- Iaia Vantaggiato: Origini che, invece, risiederebbero dove?
- David Bidussa: Per me Israele nasce indipendentemente dalla shoah. Intendo
dire che le sue "vere" origini sono rappresentate da una struttura sociale
che costruisce il suo apparato finanziario e industriale, la sua
articolazione politica interna attraverso la creazione di partiti e
sindacati, il suo apparato scolastico e sanitario, cioe' le strutture
fondamentali con cui una societa' si trasforma in stato. E c'e' dell'altro.
Tutte le scuole, ormai, organizzano un viaggio ad Auschwitz ma gli studenti
israeliani sono gli unici a entrare nel campo con le bandiere. Cos'e' questo
se non il tentativo di riappropriarsi di un passato che credi essere solo
tuo?
*
- Iaia Vantaggiato: Quanto al mondo occidentale?
- David Bidussa: Li' l'uso politico della shoah sta nel pensare ad Auschwitz
come a un'enclave della storia, un "assoluto" che resta fuori dal corso
della storia. Se un episodio terribile viene assolutizzato, tutto e'
possibile: nulla lo eguagliera'. Se assumi quell'episodio come assoluto ti
assolvi da tutte le altre cose che nel presente stai facendo.
*
- Iaia Vantaggiato: Veniamo al mondo arabo.
- David Bidussa: I palestinesi e parte del mondo arabo hanno, in maniera
speculare a noi, un problema non risolto. Noi identifichiamo la fine della
seconda guerra mondiale con due scene - il ritorno della liberta' e la fine
dello sterminio - ma ci dimentichiamo di una terza scena che non abbiamo mai
preso in carico e che si svolge dalle parti di Algeri l'8 maggio del 1945.
Quando gli algerini scendono in piazza celebrando la liberta' dell'Europa e
chiedendo liberta' per se'. Ovvero quando chiedono a de Gaulle - con cui
hanno collaborato nella Francia libera - di ottenere l'indipendenza. Il
risultato e' che proprio l'esercito francese uccide, in tre giorni, tra i
15.000 e i 40.000 algerini in tre giorni. Il mondo arabo, oggi, pensa ai
suoi morti e soprattutto pensa che la liberta' gli sia stata negata solo
perche' a riceverla dovevano essere altri. E' qui che ritorna il mito della
shoah. Si puo' ottenere qualcosa, ci si puo' riscattare solo se si e' subita
un'oppressione.
*
- Iaia Vantaggiato: Cosa vuol dire oggi riflettere sulla shoah?
- David Bidussa: Emanciparsi da un discorso che riguardi esclusivamente lo
sterminio e pensare al senso dell'agire politico. Riflettere sulla macchina
dello sterminio vuol dire interrogarsi sul modo di agire delle societa'
complesse, sulle motivazioni che si danno gli individui che in quelle
societa' operano e su come la complessita' di quelle societa' viene vissuta
dagli eredi. Finito il tempo di raccontarsi le storie eroiche di chi e'
sopravvissuto o quelle furbe di chi si e' sottratto al confronto con le
proprie responsabilita' e i propri delitti, resta il problema del come si
vive insieme dopo. Cio' e' possibile solo se resta laico lo sguardo sul
passato.

8. RIFLESSIONE. WALTER LAQUEUR: SE IL FASCISMO RINASCE
[Dal quotidiano "La Repubblica" del 25 gennaio 2008 col titolo "Se il
fascismo rinasce con un volto nuovo"]

Quali sono le prospettive di fascismo, neofascismo e neonazismo nell'Europa
e nell'America settentrionale del Duemila? Men che brillanti quanto piu'
guardiamo avanti, esprimendo comunque alcune riserve a proposito di certi
paesi, specie nell'Est Europa. Ma cosa succedera' se i regimi democratici
occidentali si dimostrassero incapaci di affrontare le sfide che li mettono
alla prova? In numerosi paesi occidentali cresce la sfiducia verso i partiti
e i professionisti della politica. Le realizzazioni del secondo dopoguerra,
in particolare lo Stato assistenziale, vengono poste in discussione.
Pero' la gente e' nel complesso troppo matura per credere che il neofascismo
possa offrire soluzioni alternative. Pur essendo l'Europa in declino, i suoi
cittadini non crederanno facilmente che i partiti che fanno appello al
nazionalismo estremista siano in grado di salvarli.
In certi paesi europei, lo sviluppo di societa' parallele popolate da
recenti immigrati sembra fornire terreno fertile alle ambizioni fasciste. In
Scandinavia, Belgio e Olanda sono nati partiti antimmigrazione, ma sarebbe
impreciso definirli fascisti o perfino di estrema destra: sono nazionalisti
nella misura in cui vogliono tenere lontani gli stranieri indisponibili a
integrarsi, ad accettare i valori tradizionali del paese.
Il destino di queste societa' parallele potrebbe rivelarsi una delle
questioni politiche di rilievo dell'Europa dei prossimi anni. In certe
nazioni questi ghetti sono piccoli e non sembrano costituire una minaccia
per l'ordine esistente, specie se si ignora l'elevato tasso di nascite tra
gli immigrati. In tal caso, e' presto per mobilitare partiti
antimmigrazione. Altrove, per esempio in Francia, l'elemento straniero e'
cresciuto in modo tale che non appare piu' praticabile uno scontro a livello
politico: perfino chi e' piu' ostile agli immigrati deve trovare la maniera
di coesistere pacificamente, facendo dolorose concessioni. Cio' che rende
ancor piu' arduo il compito dei sedicenti partiti fascisti europei e' il
fatto che essi non hanno piu' l'esclusiva delle rivendicazioni
antimmigrazione. Nessun governo e nessun partito sono a favore di
un'immigrazione illimitata: tutti sono consapevoli dell'urgenza e della
gravita' della questione. Questo non significa negare che il problema abbia
prodotto un effetto notevole sulla politica europea, effetto che
probabilmente crescera' negli anni a venire.
*
Parimenti difficile e' presagire con convinzione il futuro del fascismo in
Russia e in Europa orientale. La situazione economica e l'influenza politica
della Russia di Putin sono migliorate sensibilmente grazie al notevole
aumento del prezzo di petrolio e gas naturale. Il paese e' piu' stabile di
quanto sia mai stato dalla caduta dell'Unione Sovietica. Ma se ne e' pagato
lo scotto sotto forma di erosione, e talora scomparsa, delle liberta'
concesse al tempo di Gorbacev. Alcuni osservatori occidentali sostengono che
la Russia ha imboccato la strada verso il fascismo; tale giudizio appare
prematuro ma un pericolo esiste realmente, visto che i partiti politici
sembrano impotenti, mentre la maggioranza dei media e del potere giudiziario
e' strumento nelle mani del governo. Quindici anni fa vi era un grande
sostegno alla democrazia, oggi pochi la appoggiano, anzi lo stato d'animo
prevalente e' nazionalista. I guru dell'estrema destra come Aleksandr Dugin,
che una decina di anni fa erano al massimo considerati eccentrici e non
venivano presi sul serio, sono diventati personaggi rispettabili, perfino
sulla cresta dell'onda, ascoltati da ampi settori dell'intellighenzia e
sostenuti dai militari.
Una rassegna della destra estremista dovrebbe includere il Partito comunista
all'opposizione, che in questo senso non ha conti in sospeso con la destra
("La Russia ai russi"). La temperie prevalente sembra quella della
situazione di Italia e Germania dopo la prima guerra mondiale: una
sensazione di umiliazione, di un paese che ha perso il suo status di potenza
internazionale. Di qui la voglia di rivincita, l'impulso a punire gli
ingrati, ovvero le repubbliche che hanno scelto di separarsi, e soprattutto
il nemico tradizionale, l'America, col codazzo dei paesi occidentali che ne
accettano l'influsso.
Finora i successi e le offensive dei neofascisti russi sono stati impediti
dalla difficolta' di attaccare Putin da destra, vista la sua politica estera
di affermazione nazionale. Inoltre, i gruppi destrorsi sono divisi in
innumerevoli sette e fazioni. Ne' e' facile stabilire quali siano
superpatriottici in buona fede e quali vengono sponsorizzati o assistiti
dall'Fsb, il successore del Kgb. Come accadde nell'ultimo decennio di regime
zarista, la polizia segreta si e' infiltrata nei gruppi estremisti e ne
dirige in larga parte le operazioni.
*
In seguito al fallimento dei nazionalismi laici, nel mondo arabo e' venuto
il turno dei fondamentalismi religiosi. Fino a che punto puo' essere utile
la definizione di "fascismo islamico" per far riferimento ai musulmani piu'
radicali, siano essi al potere o all'opposizione? Alcune somiglianze col
fascismo sono eccezionali: populismo, convinzione di possedere la verita'
assoluta ("La risposta e' l'islam"), contrapposizione alla democrazia e al
liberalismo, antisemitismo e carattere aggressivo, espansionista. Per questi
estremisti, l'islam non e' solo una religione, ma anche un sistema sociale e
politico onnicomprensivo, da cui e' vietato deviare e che non e' possibile
cambiare o riformare. Pur non avendo un Duce o Fuehrer unico, esiste un
leader spirituale (o una leadership collettiva), coi suoi aiutanti designati
che svolgono ruoli simili. Non c'e' un partito politico che abbia il
monopolio del potere, ma la moschea incarna la medesima funzione per quanto
attiene alla mobilitazione e all'indottrinamento ideologico delle masse.
Allo stesso tempo ci sono pero' differenze che non vanno sottovalutate. Il
fascismo era un fenomeno europeo e le moderne dittature extraeuropee si
sviluppano secondo linee alquanto diverse, cioe' obbedendo alle tradizioni
storico-culturali e alle particolari condizioni locali.
*
Riassumiamo: il fascismo era il figlio bastardo di un determinato periodo
storico e, siccome tale periodo appartiene al passato, le possibilita' di un
secondo avvento del movimento, o di movimenti analoghi, sono scarse, piu'
che altro in Europa ma anche in altre parti del pianeta. Esso era pero'
soltanto una forma moderna di dittatura aggressiva, che si serviva
efficacemente del terrore e della propaganda; e possiamo certificare che le
dittature non scompariranno dalla faccia della terra. Nel linguaggio
popolare, il termine fascismo e' diventato sinonimo di tirannia brutale e
disumana, il nec plus ultra della barbarie.
Dire che il fascismo storico e' una cosa del passato non significa
sfortunatamente che regimi e movimenti barbarici di tal fatta, ma diversi
per motivazione, ispirazione o apparenza, non possano ricomparire, ne' vuol
dire che e' prevalso il regno della liberta', della democrazia e dei diritti
umani. Anzi, e' del tutto possibile che forze micidiali, perfino peggiori e
piu' pericolose del fascismo, possano sfidare l'umanita' nel XXI secolo,
magari usando armi di distruzione di massa. Per stanare e liquidare le loro
vittime, i carnefici del nazismo dovevano spostarsi di villaggio in
villaggio, di casa in casa. Nell'epoca delle armi di sterminio cadute in
mano ai fanatici l'assassinio integrale e' diventato molto piu' facile e, in
futuro, il numero delle vittime potrebbe essere piu' consistente. La
sopravvivenza della liberta' e delle istituzioni democratiche in questa
nuova era e' in equilibrio precario come non mai.

9. MEMORIA. NORBERTO BOBBIO: PREFAZIONE A "DOMANI CHISSA'" DI FELICE
MALGAROLI
[Dal sito dell'Aned (www.deportati.it) riprendiamo la prefazione di Norberto
Bobbio al libro di Felice Malgaroli, Domani chissa', L'Arciere, Cuneo 1992]

Ci siamo conosciuti non molto tempo fa durante una manifestazione dedicata
al ricordo dei Lager nazisti. Mi avvicino' alla fine e mi disse che anche
lui era un reduce, un sopravvissuto di Mauthausen, e aveva raccontato la sua
esperienza in un saggio che non aveva mai pubblicato. Gli dissi di
mandarmelo. Quando lo lessi, lo incoraggiai a cercare un editore.
Mi parvero subito quelle pagine un bell'esempio, bello e raro, di scrittura
di un non scrittore, che ha molte cose vive da raccontare, e le racconta con
uno stile sobrio, scarno, senza una parola di troppo, efficace nella sua
concisione, ammirevole nella capacita', che e' propria del buon osservatore,
di distinguere, narrando un fatto o descrivendo una persona, cio' che e'
rilevante da cio' che non lo e'.
Il racconto autobiografico accompagna l'autore soltanto sino al ventottesimo
anno, ma sono gli anni decisivi per la sua formazione e per la storia del
nostro Paese, dal fascismo trionfante al consolidamento della repubblica. La
nascita in un grosso borgo dell'Italia del Nord da una famiglia
antifascista, prima il nonno e poi il padre al confino, un padre che
conoscera' solo quando sara' grandicello; poca scuola e molta retorica
patriottica e imperiale. La maturazione attraverso la guerra, e il
passaggio, come un evento naturale, quasi obbligato, dall'esercito regolare
a una banda partigiana ("senza rendercene conto siamo entrati nella
Resistenza, se ci prendono la fucilazione e' il minimo che ci possa
capitare"). Il primo combattimento e la vista del primo nemico abbattuto con
un colpo di pistola, con quel viso da ragazzo "che cade all'indietro, sulla
schiena, e cosi' rimane, agitando le gambe in una corsa disordinata come
volesse raggiungere un luogo che ormai non vedra' mai piu'". Poi la cattura
da parte di soldati tedeschi, accompagnati da una donna che stava con gli
occhi incollati su un bambino "a cui uno della brigata nera teneva una
pistola puntata". Dopo la sosta al campo di smistamento di Bolzano, il Lager
di Mauthausen, dove passera' gli ultimi mesi della guerra, dal gennaio al
maggio 1945.
La parte centrale del libro e' costituita dal racconto della vita del Lager,
dove "le nuove leggi vengono precedute dalla punizione; la spiegazione viene
dopo", e dove "resistere agli altri, piu' che solidarieta', era un bisogno
di sentirsi ancora vivi". Tema dominante la fame, "una entita' che sovrasta
vista, pensiero, udito e sentimenti".
La vita riprende subito dopo a Torino coi vecchi amici, ma ognuno ha una
storia diversa da raccontare. Le vie, quasi tutte dolorose, attraverso cui
quei ragazzi sono tornati nel loro vecchio quartiere, sono inconfrontabili.
Il gruppo si disperde. Ognuno deve ricominciare da solo. Ma l'incubo di
Mauthausen continua a perseguitarlo: dovunque vada, con chiunque si trovi,
"io ero un pezzo di Lager". Una breve militanza nel partito comunista, ma
allora "era di moda", senza contare che "prometteva una grande speranza, una
liberta' per tutti, tutti insieme, tutti eguali". Una milizia senza tanti
entusiasmi e un rapido distacco senza lacerazioni "perche' il mio comunismo
divenne un interrogativo senza risposta".
Intanto la vita normale riprende: lavoro in fabbrica e contemporaneamente
scuola serale. Il lavoro da operaio e' descritto con quel gusto della
precisione tecnica che fa pensare a Faussone, protagonista di La chiave a
stella di Primo Levi, che lo ebbe collaboratore ed amico. S'incontrano dal
vero operai e operaie, non inventati, mentre sovrano e' il senso di
stanchezza "dopo otto ore di fragore e fatica". Finita la scuola un buon
impiego alla Sip lo inserisce in un nuovo mondo. Sembra venuto il momento di
cambiar pagina, della stabilita' e mediocrita' piccolo-borghese. Ma
improvvisamente, su richiesta e consiglio di un amico, reduce dal Venezuela,
decide di partire anche lui. Lascia l'impiego, gli amici, s'imbarca su un
bastimento dove trova altri emigranti in "un mondo di sogni che non
ammettono dubbi sulla realizzazione della propria speranza".
Questa prima parte dell'autobiografia termina qui, quando il protagonista ha
28 anni. Se la speranza si sia avverata, lo leggeremo in un prossimo libro
che racconta la sua vita di emigrante a Ciudad Bolivar. Io l'ho gia' letto e
mi auguro che venga presto stampato e lo possano leggere molti altri.

10. VOCI. SERGIO ALBESANO: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA" PERCHE'...
[Ringraziamo Sergio Albesano (per contatti: sergioalbesano at tiscali.it) per
questo intervento]

Massimo Valpiana, il direttore di "Azione nonviolenta", dice che
probabilmente sono l'unico abbonato alla rivista in Italia che la legge
tutta, tutti i mesi, dal principio alla fine. Non so se sono davvero l'unico
che la legge dalla prima all'ultima riga, ma e' certamente vero che neanche
una parola pubblicata da "Azione nonviolenta" salta la mia lettura. Questo
perche' sento che leggere quelle pagine, tutte, e' una scuola di formazione
che mi fa bene e che mi aiuta a crescere nelle tematiche della nonviolenza.
Alcuni articoli mi entusiasmano; altri non mi trovano d'accordo, ma in ogni
caso la lettura e' per me un confronto vivo con altre persone che vivono i
miei stessi ideali. Talvolta scrivo a Massimo, alla fine della lettura di un
numero, e gli spiego il mio parere, facendogli i complimenti per alcuni
pezzi e contestando i contenuti di altri, e mi accorgo che proprio questo
confronto rende la rivista non un semplice bollettino inviato da un centro
alle periferie lontane, ma un organo vivo che collega tante persone che
possono confrontarsi su una tematica comune.
Rispondendo quindi alla domanda che mi e' stata fatta, perche' mi abbono ad
"Azione nonviolenta"?, beh, non e' abbastanza chiaro? C'e' ancora bisogno
che ve lo spieghi? E voi che cosa aspettate ad abbonarvi?

11. VOCI. PAOLO BERGAMASCHI: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA" PERCHE'...
[Ringraziamo Paolo Bergamaschi (per contatti:
paolo.bergamaschi at europarl.europa.eu) per questo intervento]

La pace regna sovrana su tutto il pianeta. La guerra e' stata finalmente
sconfitta e la nonviolenza e' il pane quotidiano di tutti i nostri governi.
Non c'e' bisogno, pertanto, di abbonarsi ad "Azione nonviolenta" nell'anno
2080.

12. STRUMENTI. PER ABBONARSI AD "AZIONE NONVIOLENTA"

"Azione nonviolenta" e' la rivista del Movimento Nonviolento, fondata da
Aldo Capitini nel 1964, mensile di formazione, informazione e dibattito
sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo.
Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta" inviare 29 euro sul ccp n. 10250363
intestato ad Azione nonviolenta, via Spagna 8, 37123 Verona.
E' possibile chiedere una copia omaggio, inviando una e-mail all'indirizzo
an at nonviolenti.org scrivendo nell'oggetto "copia di 'Azione nonviolenta'".
Per informazioni e contatti: redazione, direzione, amministrazione, via
Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e
15-19), fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

13. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

14. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 717 del 31 gennaio 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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