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La domenica della nonviolenza. 208



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 208 del 22 marzo 2009

In questo numero:
Giuseppe Fava: i quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa

MEMORIA. GIUSEPPE FAVA: I QUATTRO CAVALIERI DELL'APOCALISSE MAFIOSA
[Quello che qui si ripubblica ancora una volta e' un indimenticabile
articolo che ha il valore di un documento storico del grande giornalista e
scrittore catanese Giuseppe Fava, I quattro cavalieri dell'apocalisse
mafiosa, pubblicato originariamente nella rivista "I Siciliani", n. 1, nel
gennaio 1983. Un anno dopo Giuseppe Fava fu assassinato dalla mafia. E', a
nostro avviso, un testo di importanza fondamentale. E per molti motivi. E
certo non e' casuale che esso col titolo "La ballata dei cavalieri"
costituisca il capitolo finale e culminante dell'ultimo grande libro di
Fava: Mafia. Da Giuliano a Dalla Chiesa, una sorta di vero e proprio
testamento politico e morale che Fava lascia al movimento antimafia, e a
tutte le donne e gli uomini di volonta' buona. Giuseppe Fava e' nato a
Palazzolo Acreide (Siracusa) il 15 settembre 1925. Laureato in
giurisprudenza nel 1947, giornalista professionista dal 1952, redattore e
inviato speciale nei settori di attualita' e di cinema per riviste come
"Tempo illustrato" e "La domenica del Corriere", corrispondente di
"Tuttosport", variamente collaboro' a "La Sicilia", dal 1956 al 1980
capocronista del quotidiano "Espresso sera". Drammaturgo, romanziere, autore
di libri-inchiesta; nel 1975 ottiene grande successo il suo romanzo Gente di
rispetto; nel 1977 pubblica un altro grande romanzo: Prima che vi uccidano.
Nel 1983 pubblica L'ultima violenza, da molti considerato il suo capolavoro
drammaturgico. Nei primi anni '80 si consuma l'esperienza di direzione del
quotidiano catanese "Giornale del Sud", due anni di limpide battaglie
civili, antimafia e pacifiste, ed una rottura conclusiva di testimonianza
esemplare. Nel gennaio del 1983 esce il primo numero del mensile "I
Siciliani" che Fava fonda con un gruppo di giovani: sara' una delle
esperienze decisive per il movimento antimafia che si sta formando in
Italia, e resta un punto di riferimento fondamentale. Il 5 gennaio 1984
Pippo Fava e' assassinato dalla mafia a Catania. Opere di Giuseppe Fava: I.
Opere letterarie e teatrali di Fava pubblicate in volume: Pagine, Ites,
Catania 1969; Gente di rispetto, Bompiani, Milano 1975; Prima che vi
uccidano, Bompiani, Milano 1977; Passione di Michele, Cappelli, Firenze
1980; Teatro, Tringale, Catania 1988; II. Libri-inchiesta: Processo alla
Sicilia, Ites, Catania 1967; I Siciliani, Cappelli, Firenze 1980; Mafia. Da
Giuliano a Dalla Chiesa, Siciliani Editori - Editori Riuniti, Roma 1983;
III. Opere teatrali di Giuseppe Fava messe in scena: Vortice - Le vie della
gloria, Palazzolo Acreide 1947; La qualcosa, Catania 1960; Cronaca di un
uomo, Catania 1967; La violenza, Catania 1970; Il proboviro, Catania 1972;
Bello bellissimo, Catania 1974; Opera buffa, Taormina 1977; Delirio, Catania
1979; Foemina ridens, Catania 1981; Ultima violenza, Catania 1983; Maffia -
Parole e suoni, Catania 1984; Sinfonie d'amore, Catania 1987; IV. Opere
teatrali di Giuseppe Fava mai rappresentate: La rivoluzione; America
America; Dialoghi futuri imminenti; Il Vangelo secondo Giuda; Paradigma;
L'uomo del Nord (incompiuta). [Questa nota e' ripresa dal libro di Rosalba
Cannavo', di seguito segnalato]. Opere su Giuseppe Fava: Claudio Fava, La
mafia comanda a Catania, Laterza, Roma-Bari 1991; Idem, Nel nome del padre,
Baldini & Castoldi, Milano 1996; Nando dalla Chiesa, Storie, Einaudi, Torino
1990 (e particolarmente il capitolo primo, "I carusi di Fava"); Riccardo
Orioles, L'esperienza de "I Siciliani", in Umberto Santino (a cura di),
L'antimafia difficile, Centro siciliano di documentazione Giuseppe
Impastato, Palermo 1989; Rosalba Cannavo', Pippo Fava. Cronaca di un uomo
libero, Cuecm, Catania 1990]

Per parlare dei cavalieri di Catania e capire cosa essi effettivamente
siano, protagonisti, comparse o semplicemente innocui e  spaventati
spettatori della grande tragedia mafiosa che sta facendo vacillare la
nazione, bisogna prima avere perfettamente chiara la struttura della mafia
negli anni ottanta, nei suoi tre livelli: gli uccisori, i pensatori, i
politici. E per meglio intendere tutto bisogna prima capire e identificare
le prede della mafia nel nostro tempo. Una breve storia, terribile  e pero'
mai annoiante, poiche' continuamente vedremo balzare innanzi, come su
un'immensa ribalta, tutti i personaggi. Ognuno a recitare se stesso
(Pirandello e' qui di casa) nel gioco delle parti.
Negli anni ottanta le prede della mafia si dividono in due categorie
perfettamente separate che trovano punti di contatto soltanto in alcune
fatali complicita' organizzative. L'una categoria raggruppa tutte le
tradizionali vocazioni criminali volte al taglieggiamento dell'economia, i
cosiddetti "racket", che controllano quasi tutte le attivita' economiche di
una grande citta': i mercati generali; le concessionarie di prodotti
industriali, auto, elettrodomestici, televisori; negozi, teatri, alberghi,
night; e su ogni attivita' impongono una taglia, una specie di tassa che
l'operatore economico e' costretto a pagare se non vuole correre il rischio
di vede bruciare la propria azienda, o vedersi sciancato da alcune
revolverate. In taluni casi d'essere ucciso.
Si tratta di un giro di centinaia o migliaia di miliardi, pero' frantumati e
dispersi in un'infinita' di rivoli e canali. Un apparato mafioso che
lentamente, inesorabilmente ha risalito la penisola inquinando anche le
grandi citta' del nord, oramai da anni anch'esse violentate da sparatorie,
stragi, violenze dalle quali emergono sempre volti e nomi di criminali
emigrati dalla Sicilia, da Napoli, dalla Calabria. E' la mafia cosiddetta
dei manovali, senza vertici, continuamente sconvolta da una battaglia
interna per il predominio in un quartiere o un settore.
Basta che un racket tenti di invadere il territorio di un altro, o cerchi di
imporre estorsioni in un diverso settore economico, e lo scontro e' fatale.
Sempre mortale. Dura sei mesi, un anno, una fiamma di odio che insanguina un
quartiere, a volte percorre anche il territorio della nazione da una grande
citta' all'altra, Catania, Napoli, Milano, Torino, laddove i rackets in
lotta cercano disperatamente alleanze e armi, spesso tra consanguinei,
amici, parenti, fratelli. Una caratteristica di questa mafia e' infatti la
presenza costante della famiglia, cioe' del rapporto di parentela fra molti
membri dello stesso clan. Un giudice milanese ebbe a dire, forse senza
nemmeno voler essere cinico: "Una buona famiglia meridionale all'antica, in
cui sono ancora molto forti i sentimenti tradizionali della famiglia, puo'
costruire un racket mafioso di tutto rispetto. E' piu' temuta!". Questo
spiega anche talune agghiaccianti efferatezze dello scontro, vittime legate
piedi e collo con un filo elettrico in modo che lo sventurato lentamente si
autostrangoli, organi genitali resecati e infilati in bocca, teste mozzate e
depositate dinnanzi all'uscio di casa. Una crudelta' che scaturisce
dall'odio definitivo di chi ha visto cadere per mano avversa il padre, il
figlio, il fratello. Lo scontro non ha possibilita' di pace, di armistizio,
nemmeno di compromesso e spesso dura mortalmente fino al fatale
annientamento del clan avverso, dovunque abbia trovato scampo lo sconfitto o
il superstite. La vendetta lo perseguitera' fino nella piu' profonda cella
di carcere.
E' la mafia che miete la quasi totalita' delle vittime, centinaia, forse
migliaia ogni anno in tutte le citta' della Sicilia e dell'Italia. Quasi
tutte le vittime sono anch'esse creature criminali, o loro complici,
talvolta anche avvocati, medici, funzionari, insospettabili burocrati o
professionisti che in un modo o nell'altro si sono lasciati adescare e
sottomettere da un racket mafioso. Al momento in cui quel racket entra in
guerra cadono anche le loro teste. E' una malia che sembra animata da una
tragica vocazione al suicidio e tuttavia continuamente si rinnova, una
specie di fetida tenia oramai intanato nel ventre della nazione, dove si
ingrassa, ininterrottamente divora se stesso e ricresce. Sociologicamente
sarebbe forse piu' esatto definirlo gangsterismo ma, come ora vedremo, esso
e' pero', mortalmente, indissolubilmente legato, proprio in un rapporto fra
manovalanza e ingegneria, al grande fenomeno mafioso.
E qui c'e' il salto di qualita', diremmo di cultura criminale, fra le prede
mafiose tradizionali di base, mercati, estorsioni, sequestri di persona e le
nuove grandi prede che caratterizzano gli anni ottanta ed hanno fatto della
mafia una autentica tragedia politica nazionale. Esse sono essenzialmente
due: il denaro pubblico e la droga. Il distacco e' vertiginoso. E' come se
un grande corpo, un grande animale, lo Stato italiano, mai morto e
continuamente in agonia, fosse divorato ancora da vivo. In basso c'e' un
brulicare orrendo di vermi insanguinati, in alto un rapace con il profilo
misterioso e terribile dei mostri di Bosch, e gli artigli piantati nel cuore
della vittima. Non riesco a trovare un paragone piu' amabile ed egualmente
preciso.
*
La droga anzitutto. Essa costituisce uno degli affari mondiali, come il
petrolio o il mercato delle armi. La valutazione globale degli interessi che
la droga coinvolge si puo' fare solo nell'ordine di decine di migliaia di
miliardi. La contaminazione del vizio oramai e' intercontinentale, dall'Asia
all'Africa, all'Europa, alle due Americhe. I guadagni sono incalcolabili. Si
calcola che ci siano al mondo circa cento milioni di persone, molte oramai
tossicodipendenti, che fanno quotidianamente uso della droga, spendendo
ciascuna in media (ma la valutazione forse e' troppo esigua) circa diecimila
lire al giorno. Sono mille miliardi. Quasi quattrocentomila miliardi l'anno.
Una cifra che fa paura. Molto piu' alta del bilancio di una grande nazione
industriale. I guadagni sono anch'essi incalcolabili. Secondo gli studi
attuali un quantitativo di cocaina, acquistata alle fonti di produzione per
poco piu' di un milione, dopo la raffinazione puo' valere sul mercato da due
a tre miliardi, secondo la purezza del prodotto.
E non basta la semplice e pur stupefacente valutazione economica per capire
appieno la imponenza del fenomeno-droga su scala mondiale, un evento
quotidiano che minaccia di deformare la societa' contemporanea. Ogni anno
centomila esseri umani, per lo piu' giovani o addirittura adolescenti e
ragazzi, muoiono per causa della droga; almeno nove o dieci milioni
diventano irrecuperabili alla vita sociale, sia per la loro definitiva
incapacita' intellettuale o inettitudine fisica al lavoro, sia per la loro
costante pericolosita', cioe' la disponibilita' a qualsiasi proposta
criminale. Milioni di famiglie vengono praticamente distrutte poiche' quasi
sempre, accanto alla pietosa tragedia del ragazzo drogato, c'e' la
infelicita' di un intero gruppo umano, i genitori, i fratelli, la moglie,
per i quali il recupero - spesso impossibile - del congiunto diventa una
costante di dolore e disperazione.
La droga ha ammorbato oramai anche alcune istituzioni fondamentali della
nostra societa', la scuola, lo sport, le carceri, gli ospedali, che si
stanno trasformando in luogo di autentico contagio. Punti fermi della grande
struttura civile collettiva vengono cosi' destabilizzati, ed e' tutta la
struttura che comincia a vacillare. La stessa lotta quotidiana a livello
internazionale contro la droga, esige un prezzo che diventa sempre piu'
insostenibile; migliaia di giornate lavorative perdute, migliaia di uomini,
magistrati, studiosi, poliziotti, medici, mobilitati costantemente per
arginare l'avanzata della droga; migliaia di miliardi spesi, talvolta
sperperati, per tenere in vita ospedali, centri di emergenza, istituti e
cliniche di recupero umano e sociale. E su tutto questo oceano, sporco e
insanguinato di denaro, che scorre ininterrottamente da un continente
all'altro, l'ombra invulnerabile della mafia.
Da dieci anni la mafia tiene nel pugno l'immenso affare. Dapprima nelle
grandi capitali del mercato, che erano soprattutto Beirut, Il Cairo,
Istambul, la grande plaga del Medioriente, Marsiglia, New York, e ora
definitivamente anche in Sicilia. L'isola e' nel cuore del Mediterraneo e
quindi passaggio obbligato per il cinquanta per cento dei traffici dall'area
afroasiatica verso le grandi nazioni dell'occidente. Per qualche tempo in
Sicilia la mafia si e' limitata a controllare questo passaggio, garantendo
punti di approdo e reimbarco, sicurezza e rapidita' in qualsiasi operazione
ed esigendo in cambio una tangente. La Fiat fabbrica automobili e le affida
ai concessionari: ebbene la mafia pretende una tangente dai concessionari
perche' possano svolgere il lavoro senza rischi, ma la mafia non si sogna di
sostituirsi alla Fiat per fabbricare automobili. Per anni, incredibilmente,
la mafia si comporto' allo stesso modo per la droga. Guardava, osservava,
valutava, studiava, proteggeva, copriva, incassava la sua tangente, faceva i
conti, cercava di capire perfettamente l'ingranaggio. Forse c'era una
residua repugnanza morale (siamo in Sicilia dove ogni paradosso psicologico
e' possibile) verso un affare che era portatore di morte e dolore per
un'infinita' di esseri umani, soprattutto giovani. Ma anche senza
complicita' mafiosa la droga avrebbe viaggiato lo stesso per tutta la terra.
E alla fine i calcoli furono perfetti e abbaglianti, e l'ultima repugnanza
venne vinta. La mafia assunse in proprio il traffico, anche in Sicilia, e lo
fece alla sua maniera, eliminando qualsiasi concorrente e aggiudicandosi
tutto il ciclo completo di mercato: la ricerca alle fonti di produzione, la
creazione di stabilimenti segreti per la raffinazione della droga e la
spedizione nelle grandi capitali dell'occidente. In quell'attimo compi' un
salto di cultura criminale che avrebbe fatto tremare l'Italia.
Migliaia, decine di migliaia di miliardi, una montagna, un fiume
travolgente, una tempesta, un mare di denaro che arriva da tutte le parti,
che si rinnova e cresce continuamente. Via via perfezionandosi negli anni,
mettendo radici sempre piu' profonde, integrando gradualmente e infine
totalmente anche camorra napoletana e 'ndrangheta calabrese, coinvolgendo
definitivamente una massa di uomini sempre piu' vasta, la mafia ha creato
una struttura criminale che, per le sue proporzioni e per il suo distacco da
quella che e' la logica comune, appare quasi un congegno di fantascienza. In
verita' molte componenti di questa struttura si sono determinate quasi per
forza di cose, per la concatenazione fatale di un gioco d'interessi, ma c'e'
voluta indubbiamente una grande capacita' di fantasia per intuire questa
forza delle cose e questa concatenazione d'interessi e costruirle insieme in
un perfetto mosaico. Va detto che la mafia del nostro tempo ha genio. Anche
il demonio ha genio. Negarlo sarebbe diminuire il merito di Domineddio.
Questa struttura ha tre livelli, indipendenti, talvolta quasi sconosciuti
l'uno all'altro, eppure completamente fusi in un identico fenomeno.
Cominciamo dal basso. Il livello piu' propriamente criminale: gli
specialisti dell'assassinio.
Centinaia di migliaia di miliardi abbiamo detto. Per gestire valori
economici cosi' imponenti, legati all'impunita' della produzione e del
traffico di migliaia di tonnellate di droga e' indispensabile un controllo
costante e totale del territorio di traffico. Non ci deve essere un
ostacolo, un rischio, una trappola. E' necessaria quindi una folla di
complicita' dovunque, in ogni settore della societa', criminali comuni,
impiegati del fisco, piccoli armatori marittimi, dipendenti delle linee
aeree, funzionari dello stato, probabilmente anche funzionari di polizia,
magistrati, ufficiali di finanza, amministratori di enti locali, sindaci,
assessori. Tutti costoro stanno al livello che abbiamo detto della
manovalanza criminale, ognuno pagato e ricattato per suo conto, all'interno
di un gruppo che garantisce il dominio di un piccolo territorio o quartiere
della citta'.
Solo alcuni di loro gestiscono la droga, ognuno pero' con piccoli compiti,
avvolti, protetti, nascosti dal clan, ed ogni clan a sua volta con la
funzione soltanto di garantire il territorio. Ogni tanto taluno di questi
gruppo si scontra con un altro per il predominio su un territorio e allora
accade l'ecatombe, trenta, quaranta assassinii finche' un gruppo viene
sterminato e la supremazia criminale affermata. La strage terrificante fra i
clan catanesi dei Santapaola e dei Ferlito, conclusa con l'assassinio di
Alfio Ferlito, assieme ai tre carabinieri che lo accompagnavano nel
trasferimento dal carcere di Enna a quello di Trapani, rappresenta una delle
battaglie piu' feroci per aggiudicarsi la supremazia in una grande area
metropolitana. Gli spettacolari assassinii di Stefano Bontade e Gaetano
Inzerillo a Palermo, epilogo spettacolare di una catena di cinquanta
omicidi, sono stati un altro momento di questa lotta che ha visto la
sanguinosa vittoria del clan dei Greco e dei Marchese. Ma anche i vincenti,
i padroni del clan, sono poco piu' di subappaltatori dell'immenso palinsesto
mafioso: governano l'impresa criminale su una zona, conoscono alcune segrete
strade della corruzione, sono ammessi in alcune anticamere del potere. La
loro autentica forza e' la capacita' di uccidere, disporre di trenta,
quaranta individui che sanno maneggiare tutte le armi piu' micidiali e
all'occorrenza poter contare sulla loro devozione e infallibilita'.
Capimastri, non di piu'! Governano la loro parte di cantiere ma non sono mai
entrati nella stanza dei progetti.
Molto piu' in alto dei cosiddetti uccisori c'e' il livello dei pensatori,
con la lontananza, il distacco di autorita' che puo' esserci tra una
fanteria alla quale e' affidato soltanto il compito di conquistare,
uccidere, presidiare, morire, e le stanze imperscrutabili dello Stato
maggiore dove si elabora la grande strategia mafiosa. Scopo unico e massimo
di questa strategia e' la riciclazione del denaro continuamente prodotto
dall'operazione droga, cioe' la fase ultima e piu' delicata, quella appunto
che esige una autentica capacita' tecnica e finanziaria. Si tratta infatti
di centinaia e migliaia di miliardi che, per essere immessi nel mercato
economico e diventare usufruibili, debbono passare attraverso una serie di
operazioni legali che li assorbano e magicamente li riproducano come
ricchezza. Ci vuole talento, ci vuole fantasia, competenza tecnica. Non a
caso abbiamo parlato di un salto nella cultura mafiosa.
*
Gli strumenti essenziali sono due: le banche e le grandi imprese economiche.
Anzitutto le banche: ricevono il denaro, lo fanno proprio, lo celano, lo
amministrano, conservano, proteggono, reimpiegano (cento miliardi
provenienti dalla droga, alle cui spalle sono decine di persone miseramente
morte o uccise, e migliaia di infelicita' umane, possono essere impiegati
per la costruzione di un grattacielo, un ponte, una diga, un'autostrada). Le
banche gestite e controllate dallo stato difficilmente potrebbero (ma non e'
detto che non possano) poiche' c'e' sempre il rischio di un funzionario di
vertice che indaga, spia, riferisce, protesta, accusa. Le banche private.
Talune banche private ovviamente. Non a caso Sindona aveva la vocazione di
creare banche, ne aveva l'estro, la fantasia. Il giorno in cui dovesse
decidere di raccontare finalmente tutta la verita', molti imperi finanziari
vacillerebbero. E in realta' Sindona, invecchiato, gracile, stanco,
terrorizzato, preferisce starsene in un tiepido carcere americano. All'aria
aperta, in liberta', non avrebbe certamente piu' di un giorno di vita!
Per decifrare perfettamente la tragedia mafiosa sarebbe interessante sapere
appunto quante banche e quali banche con il suo vertiginoso talento, per cui
riusciva a sconvolgere persino gli alti burocrati della Banca d'Italia,
Michele Sindona, piccolo ragioniere di provincia, riusci' in meno di
quindici anni a creare in tutta Italia e soprattutto in Sicilia. Banche che
fiorivano, si moltiplicavano, esplodevano letteralmente nelle grandi citta'
e nei centri di periferia dove per gestire gli affari economici, i
micragnosi affari della piccola borghesia commerciale e agricola sarebbe
stata gia' d'avanzo un'agenzia del Banco di Sicilia. Banche invece che
spalancavano di colpo i battenti: "Eccomi qua, io sono la nuova banca! A
disposizione!", tutto l'apparato gia' pronto, direttori, impiegati,
casseforti, banchi di metallo, sistemi elettronici, computerizzazione, vetri
antiproiettile, uscieri, gorilla con la divisa di sceriffo e la Smith
Wesson, epiche cerimonie inaugurali con interventi di parlamentari,
sottosegretari, ministri, questori, prefetti, "Taglia il nastro la gentile
signora di sua eccellenza", fiori, applausi, banchetto, champagne, capitali
gia' depositati nelle casseforti.
Quante di queste banche furono inventate da Sindona, con i capitali di
Sindona e che Sindona riceveva da imperscrutabili fonti? Un incauto giudice
milanese dette incarico a un famoso commercialista, l'avvocato Ambrosoli, di
venire a Palermo per indagare, capire. Era un professionista principe ma
molto ingenuo. Praticamente lo condannarono a morte. Prima ancora che
potesse venire in Sicilia gli fecero la pelle. Da allora non ha tentato più
nessuno.
In verita' c'era stato un primo lontanissimo botto che avrebbe dovuto far
trasalire la nazione e invece parve soprattutto una cosa da ridere: quando
un cocciuto magistrato palermitano scopri' che il senatore democristiano
Verzotto, per anni segretario regionale del partito e presidente dell'Ente
minerario siciliano aveva versato centinaia di milioni di fondi neri e
diversi miliardi dello stesso ente minerario presso la filiale di una delle
banche di Sindona e ne percepiva clandestinamente gli interessi. Che la
vicenda avesse indotto piu' all'ironia che allo spavento, dipese
probabilmente dalla sagoma del protagonista, il nominato senatore Verzotto.
Alto, imponente, ridente, capelli grigi, taglio impeccabile del vestito,
grande sigaro in bocca, cappotto di pelo di cammello svolazzante sulle
spalle, sembrava anche visivamente il personaggio perfetto per una pochade
politica piu' che per una tragedia mafiosa. Invece fin d'allora si sarebbe
dovuto intuire da quali altre e ben piu' profonde oscurita' arrivavano i
capitali per le banche di Sindona e dei suoi alleati, e come esse servissero
soprattutto alla riciclazione di una massa enorme di denaro che non si
sarebbe potuta altrimenti impiegare. Lo spiraglio aperto da un giudice
coraggioso e tenace avrebbe dovuto spalancare la strada, invece esso venne
precipitosamente sbarrato. Incredibilmente nemmeno ai vertici della banca di
stato, che dovrebbe controllare tutto il movimento del denaro sul territorio
nazionale, valutandone origini e destinazione, venne presa alcuna iniziativa
sulle banche che stavano proliferando nel sud. Nemmeno il governo del tempo
ed i ministri finanziari batterono ciglio. Tutti arretrarono di qualche
passo per prendere le distanze, a spintoni e calci venne fatto avanzare il
solo tuonitonante Verzotto, il quale infatti rimase solo alla ribalta,
perche' l'opinione pubblica potesse farci in conclusione una bella risata di
scherno.
Verzotto veniva dalla scuola di Enrico Mattei, il piu' sottile cervello
politico italiano del dopoguerra, ma non gli rassomigliava in niente; quanto
quello era ansimante, frettoloso, sciatto, ruvido ma geniale, tanto Verzotto
era invece calmo, opimo, quasi regale, elegante, cortese e, probabilmente,
anche un po' minchione. Per la magniloquenza del suo tratto era uno di quei
personaggi capaci di procurare grandi catastrofi con perfetta noncuranza e
senza probabilmente rendersene conto. Tuttavia dal suo esilio di Beirut,
dove ebbe l'agilita' di scappare una settimana prima dell'ordine di cattura,
disse una cosa significativa: "Come potete pensare che io vada a sporcarmi
le mani per un semplice affare di poche centinaia di milioni di interessi,
quando in una banca si possono manovrare invece interessi per centinaia di
miliardi!". Tutti pensarono alla malinconica battuta di uno sconfitto. Del
senatore Verzotto si sono perdute le tracce.
Anzitutto banche, dunque! Talune banche, naturalmente. Che noi non
conosciamo e che pero' il potere politico e i vertici finanziari dello stato
dovrebbero ben conoscere. Ma le banche possono ricevere il denaro nero,
sotterrarlo nei propri forzieri, nasconderlo, mimetizzarlo, far perdere le
tracce della sua provenienza, cioe' reinvestirlo e cosi' purificarlo, ma non
possono certo condurre in proprio le operazioni tecniche di investimento.
Qualcuno deve farlo. Accanto alle banche ecco dunque le grandi imprese
industriali e commerciali che, opportunamente, saggiamente, prudentemente,
garbatamente, silenziosamente amabilmente finanziate, possono riuscire ad
impiegare quei capitali, trasformandoli in opere di sicuro valore economico.
E non e' detto che non siano opere di mirabile importanza e perfezione
civile: un moderno ospedale, un carcere modello, una citta'-giardino, un
complesso sportivo, persino una nuova chiesa.
*
E qui sul palcoscenico avanzano, quasi a passo di danza, i quattro cavalieri
catanesi. Dopo quello che e' accaduto, vien facile perfino la citazione: "I
quattro cavalieri dell'Apocalisse". L'Italia e' uno strano paese in cui si
sperimentano bizzarre onorificenze, per le quali cavaliere del lavoro invece
di essere un bracciante, anche analfabeta, che per trent'anni si e' spaccata
la vita in una miniera tedesca pur di riuscire a costruirsi una casa a Palma
di Montechiaro, e' invece un appaltatore che riesce a trovare fantasia e
modo di moltiplicare la sua ricchezza. Tutto questo in un paese dove la
gestione e la moltiplicazione della ricchezza, la grande fortuna economica o
finanziaria, per struttura stessa della societa' politica, deve fatalmente
passare attraverso un compromesso costante con il potere, con i partiti che
sostanzialmente amministrano la nazione, con gli uomini politici o gli
altissimi burocrati ai quali i partiti delegano praticamente tale funzione,
lo spirito di nuove leggi e decreti, la scelta delle opere pubbliche,
l'assegnazione degli appalti. Chi afferma il contrario e' candidamente fuori
dal mondo oppure e' un amabile imbecille.
A questo punto della storia dunque avanzano sul palcoscenico i quattro
cavalieri di Catania, loro avanti di un passo e dietro una piccola folla di
aspiranti cavalieri di ogni provincia del Sud, affabulatori, consiglieri,
soci in affari, subappaltatori. Chi sono i quattro cavalieri di Catania? E'
una domanda importante ed anche spettacolare poiche' i quattro personaggi
sembrano disegnati apposta per costituire spettacolo. Profondamente
dissimili l'uno dall'altro, nell'aspetto fisico e nel carattere. Costanzo
massiccio e sprezzante, Rendo improvvisamente amabile e improvvisamente
collerico, Finocchiaro soave, silenzioso e apparentemente timido, Graci
piccolino e indefettibilmente gentile con qualsiasi interlocutore, vestono
pero' tutti alla stessa maniera, almeno nelle apparizioni ufficiali, abito
grigio o blu anni cinquanta, cravatta, polsini, di quella eleganza senza
moda proprio dell'industriale self-made-man.
Tutti e quattro hanno imprese, aziende, interessi in tutte le direzioni,
industrie, agricoltura, edilizia, costruzioni. Non si sa di loro chi sia il
piu' ricco, a giudicare dalle tasse che paga sarebbe Rendo, ma altri dicono
sia invece Costanzo, il piu' prepotente, l'unico che abbia osato pretendere
e ottenere un gigantesco appalto a Palermo; altri ancora indicano Graci,
proprietario di una banca che, per capitali, e' il terzo istituto della
regione. La ricchezza di Finocchiaro non e' valutabile. Molti ancora si
chiedono: ma chi e' questo Finocchiaro.
Costanzo costruisce di tutto. Case popolari, palazzi, villaggi turistici (la
Perla Jonica, sulla costa di Catania, ha nel suo centro un palazzo dei
congressi che non esiste nemmeno a Roma, i partecipanti al congresso
nazionale dei magistrati in cui era appunto all'ordine del giorno la lotta
contro la mafia, improvvisamente si accorsero di essere riuniti e di
lavorare in uno dei templi del potere di Costanzo). Costanzo costruisce
anche autostrade, ponti, gallerie, dighe; e possiede anche le industrie
necessarie a produrre tutto quello che serve alle costruzioni: travature
metalliche, macchine, tondini di ferro, precompressi in cemento, infissi in
alluminio, tegole, attrezzature sanitarie. Un impero economico autonomo che
non deve chiedere niente a nessuno. Poche aziende in Europa reggono il
confronto per completezza di struttura. Ha un buon pacchetto di azioni in
una delle piu' diffuse emittenti televisive private. E' anche presidente e
maggiore azionista della Banca popolare.
Rendo ha interessi piu' diversificati, diremmo piu' moderni, almeno
culturalmente la sua azienda sembra un gradino piu' in alto. Anche lui
costruisce case, palazzi, ponti, autostrade, dighe, ma possiede anche
aziende agricole modello che guardano con estrema attenzione agli sviluppi
del mercato europeo e alle ultime innovazioni tecniche. Ha un suo piccolo
fiore all'occhiello, una fondazione culturale che destina fondi alla ricerca
scientifica a livello universitario. Quanto meno ha capito che i soldi non
possono servire soltanto a produrre altri soldi. La sede della holding e' il
ritratto stesso dell'azienda, una serie di palazzi di acciaio, alluminio e
metallo, l'uno legato all'altro, sulla cima di una collina alle spalle di
Catania, una immensa sagoma grigia e azzurra, come tre palazzi della RAI di
via Mazzini, incastrati insieme, e circondati da un immenso giardino al
quale si accede soltanto per un ingresso sorvegliato da uomini armati.
Sembra il passaggio di un confine. Anche Rendo naturalmente ha la sua
televisione privata con la quale garbatamente interviene nella informazione
della pubblica opinione. Ricordiamoci che Andropov, l'uomo nuovo del
Cremlino successore di Breznev, e' riuscito ad arrivare al vertice
dell'impero sovietico poiche' mentre era a capo dei servizi segreti invento'
l'ufficio della disinformazione, specializzato nel confondere la realta'. Si
tratta di una scienza ammessa al massimo livello politico.
L'impero di Graci non ha sede. Cuore e cervello motore di tutte le
iniziative e' probabilmente la Banca agricola etnea, di sua proprieta'. Per
il resto Graci e' pressoche' invisibile. Amico di Gullotti e di Lauricella,
vive gran parte del suo tempo a Roma, dove studia, coordina, dirige. Fra
tutti e' quello che ha la piu' vasta copia di interessi, cantieri di
costruzione in ogni parte dell'isola e dell'Italia, aziende agricole,
villaggi turistici, immense estensioni di terra dappertutto. Negli ultimi
tempi la sua predilezione sono i grandi alberghi di fama internazionale: il
suo piu' recente acquisto l'hotel Timeo, sulla collina di Taormina, a
ridosso del Teatro Greco, uno degli alberghi piu' belli del Mediterraneo,
arredato in stile inglese primo novecento. Pare abbia acquistato dal duca di
Misterbianco (sembra una storia del Gattopardo, raccontata cento anni dopo)
il famoso lido dei Ciclopi, il piu' prezioso giardino equatoriale, ricco di
piante esotiche che non hanno eguali in Europa e che per quarant'anni
nessuno ha osato sottrarre alla sua destinazione balneare. Di tutti i
cavalieri del lavoro Graci, che fino a qualche anno fa era sconosciuto a
Catania, e il piu' riservato, raramente compare in prima persona. Possiede
anche lui la maggioranza azionaria di un'emittente privata e di un giornale
quotidiano, ma il suo nome non figura nei rispettivi consigli di
amministrazione. Narrano anche della sua generosita'. Ogni tanto organizza
per i suoi amici mitiche partite di caccia in uno dei suoi feudi siciliani!
Possiede anche una favolosa cantina di vini pregiati ai quali sono ammessi
soltanto gli amici di vertice.
Finocchiaro sembra il cavaliere meno forte. L'ultimo arrivato dei quattro al
rango di massima potenza. Costruisce soltanto, e quasi sempre solo palazzi.
Ha pero' una sua regola: efficiente, preciso, puntuale, rapido, i suoi
appalti sono stati sempre terminati a tempo di record. In meno di due anni
ha costruito il nuovo palazzo della Posta ferroviaria, un gigantesco
edificio moderno sul lungomare di Catania, accanto alla stazione, e la nuova
Pretura, altro massiccio edificio incastrato proprio nel cuore della citta',
a cento metri dal palazzo di Giustizia. Poiche' la Pretura di Catania
convoglia quotidianamente gli interessi di migliaia di persone, non appena
il nuovo edificio entrera' in funzione, il traffico di tutta quella zona
essenziale della vita cittadina restera' probabilmente paralizzato. Esempio
di come possa essere nefanda un'opera pubblica pur perfettamente realizzata.
Finocchiaro infine e' anche il piu' lezioso. La sede della sua impresa sorge
sulla litoranea fra Catania e i Ciclopi, in uno dei tratti piu' splendidi
della riviera, una grande villa, in verita' bellissima, sovrastata e
circondata dal verde e da una serie di piscine intercomunicanti, sicche',
una levissima massa d'acqua si muove ininterrottamente dalle terrazze ai
patii. La gente passa, guarda e s'incanta.
Questi, almeno dal punto di vista dello spettacolo, i quattro cavalieri di
Catania. Ma chi sono in verita'? Perseguiti dalla magistratura con mandati
di cattura e ordini di comparizione, alcuni sospettati di gigantesche frodi
fiscali e addirittura di associazione a delinquere, assediati dalla guardia
di finanza che sta frugando in tutti i loro conti, rifiutati dalla pubblica
opinione, soprattutto dai piu' poveri e sfortunati i quali non riescono mai
ad amare le fortune troppo rapide e sprezzanti, ed al momento in cui le
vedono crollare hanno un momento di trasalimento di felicita' e un grido:
"Lo sapevo!", i quattro cavalieri sono nell'occhio del ciclone, in mezzo al
quale sta immobile e sanguinoso l'assassinio del prefetto Dalla Chiesa, la
piu' feroce e tragica sfida portata dalla mafia all'intera nazione.
Chi sono dunque i quattro cavalieri? Quale il loro ruolo in questo autentico
tempo di apocalisse? Gia' il fatto che questi quattro personaggi si siano
riuniti insieme per discutere e decidere il destino futuro
dell'imprenditoria e quindi praticamente dell'economia di mezza Sicilia e
stiano li' segretamente, due piu' due quattro, seduti l'uno in faccia
all'altro, a valutare, soppesare, scartare, annettere, distribuire, in una
sala che e' facile immaginare di gelido vetro e metallo, inaccessibile a
tutti, nel cuore segreto dell'impero Rendo, con decine di uomini armati
dislocati ad ogni ingresso del palazzo; e che al termine del convegno uno di
loro, Costanzo, il piu' plateale, chiaramente tuttavia portavoce di tutti e
infatti mai smentito, dichiari spavaldamente al massimo giornale italiano:
"Abbiamo deciso di aggiudicarci tutte le operazioni e gli appalti piu'
importanti, quelli per decine o centinaia di miliardi, lasciando agli altri
solo i piccoli affari di due o tre miliardi, tanto perche' possano campare
anche loro!"; e che tutti e quattro siano giudiziariamente accusati di
evasioni per decine o forse centinaia di miliardi, tutto denaro pubblico,
quindi appartenente anche al maestro elementare, al piccolo artigiano, al
contadino, al manovale, all'impiegato di gruppo C, all'emigrante, poveri
innumerevoli italiani che sputano sangue per sopravvivere e spesso
maledettamente nemmeno ci riescono; e che taluni di loro siano stati amici
del bancarottiere Michele Sindona, o del boss Santapaola, ricercato per
l'omicidio di Dalla Chiesa, o del clan Ferlito il cui capo venne trucidato
insieme a tre poveri carabinieri di scorta: ebbene tutto questo non
corrisponde all'immagine, secondo costituzione, di cavalieri della
repubblica.
Ma non e' questo il punto. Il quesito e' un altro, ben piu' duro e
drammatico: i quattro cavalieri, o taluno di loro, e chi per loro, stanno in
quel massimo e misterioso livello che fa la storia della mafia? A questa
domanda si possono dare tre risposte secondo tre diverse prospettive: quello
che appare, quello che la gente pensa, e quello che probabilmente e' vero.
Quello che appare e' cio' che abbiamo descritto, cioe' di quattro potenti di
colpo sospinti nel cuore di una tempesta politica, inquisiti fiscalmente e
giudiziariamente per possibili e gravi delitti. Solo il magistrato potra'
dire una verita' che puo' essere tutto e il contrario di tutto.
Quello che la gente pensa e' piu' brutale, e cioe' che i cavalieri di
Catania, o taluno di loro, partecipano alla grande impresa mafiosa e furono
loro a impartire l'ordine di uccidere Dalla Chiesa, appena il generale oso'
chiedere allo stato gli strumenti legali per rovistare nei loro imperi
economici. Ma quello che pensa la gente (e che anche tutti i grandi
giornali, con perigliose acrobazie di linguaggio hanno dovuto riferire) non
puo' avere alcun valore giuridico e nemmeno morale, poiche' puo' nascere da
pensieri spesso mediocri, rancori sociali, invidie umane. Non ci sono prove
e quindi fino ad oggi non esiste!
Infine quello che probabilmente e': cioe' di quattro personaggi i quali, con
superiore astuzia, temerarieta', saggezza, intraprendenza, hanno saputo
perfettamente capire i vuoti e i pieni della struttura sociale italiana del
nostro tempo e della classe politica che la governa, ed essere piu' rapidi e
decisi nel trarne i vantaggi. Enrico Mattei era maestro in questa arte.
Anche Agnelli deve essere piu' rapido e deciso dei concorrenti. Il rapporto
con la mafia e' stato agnostico: noi facciamo i nostri affari, voi fate i
vostri! Noi vogliamo costruire strade, palazzi, ponti, dighe, essere
proprietari di banche e aziende agricole, ottenere gli appalti delle opere
pubbliche. Questo e' affar nostro. Voi volete gestire la droga! Affar
vostro! E pretendete anche i subappalti per i lavori di scavo e trasporto!
Che sia! Pero' non vogliamo bombe nei nostri cantieri, nemmeno estorsioni,
nemmeno che i nostri figli, parenti, fratelli, amici, possano essere rapiti
o sequestrati.
Se cosi' e', tutto questo non e' morale, ma non e' nemmeno reato! E
purtroppo non e' nemmeno una vera risposta in un momento storico terribile
in cui la tragedia mafiosa non abbisogna di ipotesi ma di verita'
definitive, anche se agghiaccianti. Esiste infatti una realta' innegabile:
perche' la mafia possa amministrare le sue migliaia di miliardi, debbono pur
esserci imprese private ed istituti pubblici, uomini d'affari o di politica
capaci di garantire l'impiego e la purificazione di quell'ininterrotto fiume
di denaro. La nazione ha finalmente il diritto di identificarli! E la
Sicilia il diritto di non essere data in olocausto alla incapacita' dello
stato (o peggio) di identificarli. Esiste oltretutto una realta' che e'
anche un fatto morale e politico di cui bisogna onestamente parlare. Da
decenni, forse da secoli, la societa' siciliana non ha avuto una
imprenditoria capace di esprimere le sue esigenze e metterle al passo con la
tecnica e la civilta'. Venivano tutti da nord, prendevano il denaro e il
territorio, costruivano e se ne andavano. Spesso costruivano male. Talvolta
le loro opere erano autentiche rapine o devastazioni o truffe. Il saccheggio
del golfo di Augusta e l'avvelenamento di centomila abitanti di quel
territorio con gli scarichi petrolchimici costituirono una di queste grandi
imprese. I giganteschi ruderi industriali nel golfo di Termini Imerese,
stabilimenti che non hanno mai funzionato e che hanno divorato migliaia di
miliardi della regione, rappresentano un'altra impresa. In tutto quello che
e' stato costruito in Sicilia, i siciliani sono stati al piu' subappaltatori
(se possibile anche mafiosi) o soltanto miserabile manodopera. Erano poveri,
ignoranti, disponibili, costavano poco, non si ribellavano mai. I colossi
petrolchimici della Rasiom furono costruiti con migliaia di pecorai e
braccianti trasformati in manovali. La Sicilia e' stata sempre una terra
tecnodipendente.
Improvvisamente, nell'ultimo ventennio, sono emersi questi cavalieri del
lavoro (non soltanto questi quattro), rapaci, temerari, prepotenti,
aggressivi, qualcuno anche grossolano e ignorante, pero' dotati di fantasia,
di straordinarie capacita' industriali e tecniche, e di talento, precisione,
velocita'. Hanno realizzato opere pubbliche a tempo di record, hanno creato
aziende e tecnici di altissima specializzazione, incorporato in questa
grande macchina di lavoro decine di migliaia di altri siciliani, e la loro
intraprendenza si spinge oramai su tutto il territorio nazionale, in Europa,
in Africa, nel Sud America. La loro concorrenza e' spietata. Molte grandi
aziende del nord non solo hanno perduto il loro tradizionale feudo
meridionale, ma si vedono insidiate nel loro stesso territorio. Bene, la
tragedia mafiosa certamente ha offerto la possibilita' di una controffensiva
su tutto il fronte, una specie di santa inquisizione. Il tentativo di
stabilire un rapporto di colonizzazione e' chiaro.
Allora a questo punto il discorso e' gia' perfetto. Se tutti i cavalieri di
Catania e di Sicilia, tutta l'imprenditoria dell'isola fa parte della
struttura mafiosa, che la si sradichi e distrugga con tutti i mezzi della
giustizia. Se solo alcuni di loro sono dentro la mafia, allora bisogna
colpire soltanto loro, implacabilmente, eliminandoli dalla societa', e
rilasciando cosi' agli altri, ai superstiti, una possibilita' politica e
morale di continuare l'opera di evoluzione tecnica che per molti versi stava
trasformando la Sicilia. Colpire tutti, anche gli innocenti, equivale a non
colpire nessuno, lasciando quindi i mafiosi nel loro ruolo; significa
egualmente il trionfo della mafia. La mafia che finalmente si identifica con
lo stato! Ed e' qui che entra in gioco l'ultimo livello della struttura,
l'imperscrutabile vertice che finora ha paralizzato la giustizia.
*
Riguardiamola questa struttura. In basso la sterminata folla di manovali che
si contendono il sottobosco del potere criminale, tutte le infinite cose
dalle quali puo' nascere ricchezza: i mercati, le concessioni, i subappalti,
le estorsioni, una moltitudine confusa e terribile che appesta e insanguina
quasi tutte le funzioni della societa' sottomettendo le province, le citta',
i quartieri. Piu' in alto, molto piu' in alto, i due livelli paralleli, i
grandi, insospettabili finanzieri e operatori che gestiscono migliaia di
miliardi della droga; le banche che ricevono, nascondono e riciclano quella
massa infame e infinita di denaro; le grandi holding siciliane, romane,
milanesi, che assorbono quel denaro e lo trasformano in ammirabili
operazioni pubbliche e private. Manca l'ultimo livello, il piu' alto di
tutti, senza il quale gli altri non avrebbero possibilita' di esistere. Il
potere politico! Vi racconto una piccola atroce storia per capire quale
possa essere la posizione del potere politico dentro una vicenda mafiosa,
una storia vecchia di alcuni anni fa e che oggi non avrebbe senso e che
tuttavia in un certo modo interpreta tutt'oggi il senso politico della
mafia. Nel paese di Camporeale, provincia di Palermo, nel cuore della
Sicilia, assediato da tutta la mafia della provincia palermitana c'e' un
sindaco democristiano, un democristiano onesto, di nome Pasquale Almerico,
il quale essendo anche segretario comunale della Dc, rifiuto' la tessera di
iscrizione al partito ad un patriarca mafioso, chiamato Vanni Sacco ed a
tutti i suoi amici, clienti, alleati e complici. Quattrocento persone.
Quattrocento tessere. Sarebbe stato un trionfo politico del partito, in una
zona fin allora feudo di liberali e monarchici, ma il sindaco Almerico
sapeva che quei quattrocento nuovi tesserati si sarebbero impadroniti della
maggioranza ed avrebbero saccheggiato il comune. Con un gesto di temeraria
dignita' rifiuto' le tessere.
Respinti dal sindaco, i mafiosi ripresentarono allora domanda alla
segreteria provinciale della Dc, retta in quel tempo dall'ancora giovanile
Giovanni Gioia, il quale impose al sindaco Almerico di accogliere quelle
quattrocento richieste di iscrizione, ma il sindaco Almerico, che era medico
di paese, un galantuomo che credeva nella Dc come ideale di governo
politico, ed era infine anche un uomo con i coglioni, rispose ancora di no.
Allora i postulanti gli fecero semplicemente sapere che se non avesse
ceduto, lo avrebbero ucciso, e il sindaco Almerico medico galantuomo, sempre
convinto che la Dc fosse soprattutto un ideale, rifiuto' ancora. La
segreteria provinciale si incazzo', sospese dal partito il sindaco Almerico
e concesse quelle quattrocento tessere. Il sindaco Pasquale Almerico
comincio' a vivere in attesa della morte. Scrisse un memoriale, indirizzato
alla segreteria provinciale e nazionale del partito denunciando quello che
accadeva e indicando persino i nomi dei suoi probabili assassini. E
continuo' a vivere nell'attesa della morte. Solo, abbandonato da tutti.
Nessuno gli dette retta, lo ritennero un pazzo visionario che voleva solo
continuare a comandare da solo la citta' emarginando forze politiche nuove e
moderne. Talvolta lo accompagnavano per strada alcuni amici armati per
proteggerlo. Poi anche gli amici scomparvero. Una sera di ottobre mentre
Pasquale Almerico usciva dal municipio, si spensero tutte le luci di
Camporeale e da tre punti opposti della piazza si comincio' a sparare contro
quella povera ombra solitaria. Cinquantadue proiettili di mitra, due
scariche di lupara. Il sindaco Pasquale Almerico venne divelto, sfigurato,
ucciso e i mafiosi divennero i padroni di Camporeale. Pasquale Almerico, per
anni, anche negli ambienti ufficiali del partito venne considerato un pazzo
alla memoria.
E' una storia oramai lontana e dimenticata, nella quale erano in gioco
soltanto quattrocento voti di preferenza: una piccola storia pero' perfetta
come un teorema poiche' spiega come puo' il potere politico gestire la
vicenda mafiosa e starci da protagonista. E come ancora oggi negli anni '80,
al vertice di ogni livello di mafia stia immobile e inalterabile una parte
del potere politico. Il potere politico che e' misterioso sempre e mai
perfettamente identificabile, spesso nemmeno perseguibile dalla giustizia,
che ha nelle mani tutti gli strumenti, positivi e negativi della potenza:
dovrebbe proteggere ecologicamente un territorio e invece lo abbandona alla
morte chimica o alla speculazione selvaggia; gia' da dieci anni avrebbe
dovuto abolire il segreto bancario e non lo ha mai fatto; dovrebbe
emarginare gli uomini corrotti, ignoranti, violenti e viceversa li conduce
talvolta in parlamento e gli affida uffici ministeriali onnipotenti;
dovrebbe garantire la regolarita' dei concorsi e invece assedia le
commissioni di esame con raccomandazioni e violenze morali; dovrebbe
costruire una diga in quella provincia e invece costruisce un villaggio
turistico in un'altra; dovrebbe smantellare determinati uffici di procura e
invece li abbandona nelle mani di giudici inerti, paurosi, o peggio. Il
potere politico che nasconde, protegge, mimetizza, informa, contratta,
archivia. Il potere politico che stabilisce la spesa di migliaia di miliardi
per opere pubbliche, determina l'ubicazione e consistenza delle opere, ne
affida gli appalti. Il presidente della regione Pier Santi Mattarella, anche
lui democristiano onesto, venne ucciso perche' aveva deciso di spendere
onestamente i mille miliardi della legge speciale per il risanamento di
Palermo. Quasi certamente fra coloro che assistettero commossi ai funerali,
espressero sincere condoglianze, e baciarono la mano alla vedova, c'erano i
suoi assassini. Probabilmente gli stessi che avevano seguito dolorosamente i
funerali del vice questore Boris Giuliano, del giudice istruttore Cesare
Terranova, del procuratore della repubblica Gaetano Costa, del segretario
comunista Pio La Torre. Tutti e quattro assassinati poiche' stavano gia'
scoprendo i punti di sutura fra politica e mafia.
*
Anche il generale Dalla Chiesa aveva capito. Era uno sbirro nel senso
eccellente della parola. Non dimentichiamo che aveva presentato domanda di
iscrizione alla P2. La domanda non era stata accettata poiche' Gelli aveva
fiutato l'infido e cercato di prendere tempo. E lo stesso Dalla Chiesa ebbe
poi a giustificarsi affermando di aver compiuto quella oscura mossa
personale per scoprire alcune verita' politiche all'interno della loggia
massonica segreta. Quanto potesse essere sincero lo seppe soltanto lui.
Certo era un uomo che da tempo aveva intuito la connessione fra potere
politico, ricchezza e violenza. La lunga e atroce lotta contro le BR gli
aveva fornito preziosi elementi di prova, ed altri ne aveva acquisiti in
centinaia di interrogatori. Si stava disegnando una sua mappa dell'occulto.
Quando arrivo' a Palermo con la carica di superprefetto, i vertici criminali
sapevano perfettamente di avere di fronte l'avversario piu' duro e
cosciente. Rispetto agli altri che erano caduti prima di lui, egli aveva in
piu' un prestigio mitico, ma soprattutto stava per avere in pugno gli
strumenti giuridici, le armi decisive per condurre la lotta fino in fondo:
quei superpoteri che incredibilmente (un giorno bisognera' pur riscriverla
perfettamente questa storia) lo Stato continuava a negargli e che tuttavia
alla fine avrebbe dovuto concedergli. Dalla Chiesa commise un solo errore.
Di vanita'. In fondo egli restava un militare e quindi soprattutto un
retore. Gli piaceva trasformare qualsiasi lotta in guerra aperta, con tutte
le vanaglorie del combattimento: bandiere, tamburi, proclami, applausi,
dimostrazioni di amore popolare. Tutto questo contro un avversario che era
sempre sottoterra, un gelido, sinistro groviglio di serpenti che potevano
essere dovunque, in ogni momento sotto i suoi piedi, che potevano sedere
accanto a lui sul palco di una festa nazionale, stringergli la mano, fargli
auguri e congratulazioni. Seguire poi tristemente il suo funerale, come poi
certamente accadde. La guerra contro un tale nemico e' oscura e senza
gloria, e infinitamente piu' terribile di ogni altra, non si puo' vincere in
una serie infinita di scaramucce, poiche' i serpenti restano dovunque,
muoiono e si moltiplicano, ma bisogna vincerla in una volta sola, una sola
battaglia, preparata con paziente perfezione in ogni dettaglio. Invece il
generale Dalla Chiesa faceva discorsi, rilasciava interviste, invocava,
accusava, era l'unico personaggio italiano che poteva chiedere ed ottenere i
poteri speciali, e quindi anche la facolta' di indagini nelle banche e nei
patrimoni privati, e lo fece sapere a tutti: praticamente come se dicesse a
tutti, gridasse: "So chi siete, da un momento all'altro vi strappero' la
maschera! Fate presto a uccidermi o non avrete tempo!".
E come tutti i retori era anche ingenuo. Avrebbe dovuto preparare la
battaglia, chiuso in un bunker, protetto da cento carabinieri e da ogni
diavoleria elettronica, e invece viaggiava su una macchinetta con la giovane
moglie accanto e solo un povero agente di scorta. Proprio questo poveraccio
avrebbe dovuto rifiutarsi: "Generale, io cosi' con lei non viaggio!". Ma
Dalla Chiesa era un mito! Infatti lo uccisero con una facilita' irrisoria, a
colpo sicuro, (se e' vero quello che finora ha detto la magistratura) con
due rozzi killer, proprio manovali della mafia fatti venire da un'altra
provincia della Sicilia e addirittura dalla Calabria.
Dalla Chiesa mori', ma il suo colpo tremendo l'aveva gia' vibrato, forse
proprio con la sua ingenua retorica, indicando con discorsi e proclami a
tutta la nazione, clamorosamente, quello che tanti altri ministri, anche
altissimi ufficiali e magistrati, sapevano e  pero' non dicevano, cioe'
dov'era il groviglio dei serpenti, e quali dunque i mezzi per portarli allo
scoperto e schiacciarli.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 208 del 22 marzo 2009

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